domenica 19 novembre 2017

Che non riposi in pace

ilgiornale.it



Quando un uomo muore si è soliti dire, chiunque sia: pace all'anima sua. Io invece in questo caso mi auguro che l'anima di Totò Riina non abbia mai pace, come quelle dei dannati che Dante colloca nel settimo cerchio della Divina Commedia, a mollo per l'eternità nel sangue bollente delle loro vittime.

So bene di non essere nessuno, e di non avere requisiti e titoli per emettere sentenze, tanto più divine. Ma questo è ciò che penso. Penso che Totò Riina abbia vissuto fin troppo a lungo e fin troppo bene (anche in carcere), credo che il male che ha fatto sia tale che i venti e passa anni passati in cella di isolamento siano stati per lui poco più di un pizzicotto.

Dalle 3,37, ora del decesso, dell'altra notte c'è un bastardo mafioso in meno sulla Terra, ed è una buona notizia. Non mi commuove il lutto dei parenti, mi indigna la richiesta di «silenzio e riservatezza» avanzata dalla figlia e vorrei vedere indagati per apologia della mafia i non pochi mafiosi che in queste ore in varie forme rimpiangono pubblicamente e privatamente il loro eroe.

Si sarebbe potuto provare un minimo di pietas se Riina si fosse limitato a scalare la mafia uccidendo e facendo uccidere - come ha fatto - centinaia di mafiosi sui rivali, persone delle quali non sentiamo alcuna mancanza. No, la belva è andata oltre. La sua è stata una mattanza di chiunque intralciasse i suoi piani, dai politici (tra i quali il fratello del presidente Mattarella) ai magistrati (Falcone, Borsellino, ma non solo), poliziotti e carabinieri. E poi le stragi con le bombe di cittadini qualunque, al solo scopo di intimorire lo Stato.

Riina non si è mai pentito perché «io non ho nulla di cui pentirmi». A me poco importa dei segreti che si porta nella tomba, mi accontento che ora è lui in una tomba, che possibilmente dovrà essere anonima perché né un fiore né una preghiera possano mai alimentare la memoria o consolare un suo seguace. Lo dobbiamo al ricordo delle tante vittime innocenti, ai loro parenti. Lo dobbiamo a chi non ha mai incrociato la mafia ma ha visto figli e amici perdersi nel fiume di droghe che, alimentato da Riina, ha invaso l'Italia per placare la sua fame di denaro e potere.

Lo so bene che oggi non finisce la mafia. Ma almeno è finito lui, e mi spiace che lo abbia fatto - a differenza delle sue vittime - assistito e confortato dai suoi familiari, concessione fin troppo generosa di uno Stato civile.

Riina, la figlia del boss ha provato a zittire come faceva la mafia

corriere.it
di Pier Luigi Battista

Maria Concetta Riina, 34 anni, ha postato una foto con una ragazza che chiede silenzio. Anche il marito Antonino Ciavarello ha listato a lutto la sua pagina del social network



«Pietà l’è morta», si dice in guerra. In guerra, appunto: quando si sviluppa un’atroce familiarità con la morte. Si dice quando la morte falcia innumerevoli vite, quando l’uccisione del nemico è un ordine categorico e non, come in tempo di pace, un reato. Ma con Totò Riina non si può parlare di pace. Lui e i suoi sgherri hanno compiuto mattanze senza pietà, hanno scatenato una guerra spietata contro incolpevoli esseri umani. Ora che Riina è morto, ci vorrebbe il silenzio delle emozioni, ma nell’epoca ciarliera dei social il silenzio è un’anticaglia del passato, e infatti da quando si è sparsa la notizia del boss deceduto è esplosa la voglia di dire, odiare, farsi trascinare dalla collera, e talvolta vilipendere, virtualmente, il cadavere ancora caldo dell’aguzzino. Qualcuno ha addirittura esultato. E la pietà? Fino a dove può spingersi la pietà per il corpo senza vita di un massacratore seriale, per uno che ha esercitato una tirannia sanguinaria, rivendicando come un titolo d’onore la propria crudeltà?
Il dilemma etico
Attraversa il web, in tempo reale, il dilemma etico che da sempre accompagna l’atteggiamento umano nei confronti della morte di chi si è trasformato in vita in un agente del Male. La Chiesa, che pure dovrebbe essere il quartier generale della misericordia, non sempre è stata clemente con le morti considerate «pericolose», fino a rifiutare cristiana sepoltura ai suicidi, i cui corpi non meritavano il seppellimento in terra consacrata. Oggi si discute sull’opportunità di un funerale religioso per Riina, ma le preoccupazioni sembrano piuttosto alimentate da considerazioni di ordine pubblico. Ma se è risuonata nei decenni scorsi l’angosciosa interrogazione «dove era Dio quando le camere a gas erano in funzione», anche oggi, a poche ore dalla morte del boia, ci si chiede dov’era Dio quando un bambino veniva sciolto nell’acido o altri bambini sono rimasti orfani dopo la carneficina di Capaci.
Pietà per Riina?
Pietà per Riina? Nel segreto dei cuori e delle coscienze, forse , ma non nella dimensione pubblica del cordoglio. E del resto anche i «laici», i non credenti, non possono sfoggiare sempre sentimenti sublimi: le loro coscienze sono forse state travolte dai tormenti della pietas quando, dall’alto dei cieli non sporcati dal fango del terreno, venivano sganciate bombe poco intelligenti sui bambini destinati alla morte?
Un rito collettivo
Nell’epoca del web loquace, del resto, la morte di un personaggio pubblico è diventata l’occasione di un rito collettivo in cui ciascuno, per il semplice fatto di possedere l’arma di un necrologio in 280 caratteri, aspira ad essere l’officiante. Un rito di commozione e di partecipazione per la morte di un cantante, di un artista, di uno scrittore su cui riversare torrenti di affetto. Un rito non proprio misericordioso quando a morire è un simbolo del Male. Riina si è meritato un trattamento così furente oppure si sta facendo, a parole ma non in misura meno macabra, uno scempio collettivo del suo cadavere?
Il pubblico disprezzo è giustificato
Nel segreto del cuore di ciascuno, le risposte possono essere le più varie. Ma nella dimensione pubblica il disprezzo per un assassino spietato può essere più che giustificato. I familiari di Riina hanno tutto il diritto di piangere il loro morto, ma certo non, come ha fatto sempre via web la figlia del boss, intimare il silenzio pubblico con un gesto perentorio che appare come qualcosa di spregevole se si considera che proprio l’intimazione violenta e sanguinaria al silenzio è uno dei pilastri simbolici e non solo simbolici del terrore mafioso. Il disprezzo non si estingue con la morte. E l’invocazione alla pietas rischia di suonare ipocrita e declamatoria. «Pietà l’è morta» è terribile. Ma per Totò Riina la pietà non è mai stata viva, non è mai esistita.

17 novembre 2017 (modifica il 18 novembre 2017 | 01:50)

Riina, l’arcivescovo Pennisi: «Nessun funerale per il boss, è scomunicato»

corriere.it
di Gian Guido Vecchi

«Il mio timore è che adesso la sua tomba possa diventare una meta di pellegrinaggio. Che di Riina si crei un mito. C’è gente che già viene a Corleone per visitare la casa del “padrino”, i luoghi della mafia»

È morto il boss Totò Riina: addio  alla «belva» di CorleoneÈ morto il boss Totò Riina: addio  alla «belva» di Corleone

CITTÀ DEL VATICANO - «Sa, il mio timore è che adesso la sua tomba possa diventare una meta di pellegrinaggio. Che di Riina si crei un mito».

Possibile?
«Purtroppo sì. C’è gente che viene a Corleone per visitare la casa del “padrino”, i luoghi della mafia. In un albergo c’erano degli americani che chiedevano di vedere le immagini della strage di Capaci. Ho sentito dire che il figlio di un mafioso organizza “tour” turistici, chissà che informazioni darà». Monsignor Michele Pennisi è arcivescovo di Monreale, la diocesi che comprende Corleone, e ieri lo ha detto subito: per il capo di Cosa nostra non ci saranno funerali in chiesa.

Morto Totò Riina. Giudici, poliziotti, politici: storie e volti delle sue  vittime

Per chiarire, eccellenza: no a funerali «pubblici» o niente funerali del tutto?
«Non ci sarà nessun funerale, ne ho parlato anche con il questore. La salma sarà portata al cimitero e il cappellano, se la famiglia lo chiederà, potrà dire una preghiera e la benedizione in forma strettamente privata e d’accordo con l’autorità civile. I mafiosi sono scomunicati e il canone 1184 del codice di Diritto canonico, per evitare il pubblico scandalo dei fedeli, stabilisce che i peccatori manifesti e non pentiti devono essere privati delle esequie».

Ed è questo il caso.
«Chiaro, la Chiesa ha una responsabilità educativa. Il suo compito è formare le coscienze alla giustizia e contrastare la mentalità mafiosa. Un funerale, specie in Sicilia, ha anche una rilevanza sociale. Sarebbe come dare a Riina la patente di eroe».

C’è questo rischio?
«Le nuove generazioni sono sempre più consapevoli, ma anche un mito negativo può attirare i giovani. Corleone merita di essere conosciuta per i suoi santi: san Bernardo ispirò Manzoni per la figura di padre Cristoforo. Ho saputo che in alcune periferie ci sono dei ragazzini che giocano a fare Totò Riina».

La famiglia potrà celebrare messe di suffragio?
«A condizione che non ci siano annunci pubblici e senza fare il nome del defunto. La messa si celebrerebbe solo in forma strettamente privata».

Da una decina di anni ha vietato i funerali ai mafiosi.
«La prima volta fu nel 2007, quand’ero vescovo a Gela. Vietai le esequie pubbliche per un capomafia. Mi minacciarono con un volantino nelle chiese che diceva: la pena di morte non è ancora stata abolita».

E cosa ha fatto?
«Ho continuato a svolgere il miro ministero con serenità, anche a Monreale. E ho scritto altri due decreti: chi è stato condannato in via definitiva per mafia, non può far parte di confraternite né essere padrino di battesimi e cresime».

Le 19 nuove start-up di San Francisco da tenere d’occhio nel 2018

repubblica.it
Caroline Cakebread


San Francisco, California. AGF

Il 2017 è un anno particolare per la tecnologia a San Francisco. Alcune colonne tecnologiche della città, come Twitter e Uber, sono state sconvolte da cause giudiziarie e concorrenza, mentre start-up promettenti come Jawbone, Luxe e Juicero hanno interrotto i loro servizi. Eppure, anche in mezzo alle turbolenze, la tecnologia continua a raggiungere nuovi orizzonti, con la torre Salesforce che domina la skyline di San Francisco. San Francisco rimane il terreno più fertile d’America per start-up innovative, con un gregge di imprenditori sempre crescente impegnato a creare la prossima grande novità.

Abbiamo compilato un elenco di 19 start-up di San Francisco da tenere d’occhio nel prossimo anno dopo aver parlato con venture capitalist, membri attivi della scena tech di San Francisco e dopo aver guardato i dati raccolti da PitchBook. Per limitare la lista, abbiamo considerato solo le aziende con sede legale a San Francisco, escludendo quelle di Palo Alto, Mountain View e San Jose. Il prossimo anno sarà sicuramente decisivo per il mondo tech di San Francisco, ecco le start-up più promettenti da tenere d’occhio:

Motiv vuole essere il futuro dei fitness tracker

Il team di Motiv. Dal sito
Cos’è: Motiv produce un anello che mantiene traccia della forma fisica, della frequenza cardiaca e del sonno. È progettato per un uso 24 ore su 24 con un design che non dà nell’occhio, una batteria che dura tre giorni e resistente all’acqua. La sua memoria incorporata lo distingue da altri dispositivi, in quanto l’anello può restare separato da un telefono fino a un massimo di cinque giorni e conservare comunque tutti i dati relativi all’attività. L’azienda vuole essere la risposta semplice per le persone che desiderano migliorare la propria salute.
Anno di fondazione: 2013 da Michael Strasser, Eric Strasser, Curt von Badinski e Peter Twiss.
Finanziamenti: 20,18 milioni di dollari da Granite Ventures, Soda Rock Partners, Kleiner Perkins Caufield & Byers e altri.
Nurx vuole garantire a più donne un accesso facile al controllo delle nascite

Il team di Nurx. Dal sito
Cos’è: Nurx è fondamentalmente l'”Uber per il controllo delle nascite“. Il suo servizio evita un viaggio fino all’ambulatorio medico e permette alle donne di ottenere una prescrizione di contraccettivi semplicemente mettendo le loro informazioni nell’applicazione e dopo che un medico le valuta. La consegna non ha costi extra e per i non assicurati, Nurx aiuta i clienti a scegliere e firmare per un’agenzia. Attualmente è disponibile in 16 Stati e ha in programma di espandersi a livello nazionale.
Anno di fondazione: nel 2015 da Hans Gangeskar e Edvard Engesaeth.
Finanziamenti: $8 milioni da Lowercase Capital, Y Combinator, Union Square Ventures e altri.
Virta Health ha come missione quella di neutralizzare il diabete di tipo 2

L’interfaccia medico-paziente di Virta Health. Dal sito
Cos’è: un’azienda medica online concentrata sulla creazione di trattamenti diabetici personalizzati.
L’ultima avventura di Sami Inkinen, che fondò Trulia, è stata ispirata dalla sua vita personale: Virta Health spera di risolvere il diabete di tipo 2, che è stato diagnosticato ad Inkinen nel 2004.
Con l’aiuto di medici, allenatori e algoritmi, ciascun regime che Virta disegna per i propri clienti “affronta la biochimica sottostante del diabete e sposta il paradigma dalla gestione all’inversione”, afferma Virta. Lo scopo è quello di fare tutto il necessario senza farmaci o chirurgia.
Anno di fondazione: 2014 da Sami Inkinen, Jeff Volek, Stephen Phinney.
Finanziamenti: 36,7 milioni di dollari da Venrock, Allen & Company, Obvious Ventures e altri.
Brandless vuole cambiare il modo in cui acquistiamo prodotti per la casa

I due fondatori di Brandless, Tina Sharkey and Ido Leffler. Dal sito
Cos’è: un’azienda che confeziona merci per il consumo, che offre tutto dal sapone per i piatti all’olio d’oliva, ai coltelli da cucina. L’azienda offre tutti i suoi prodotti ad un singolo prezzo base di $ 3 ciascuno attraverso il suo sito web. Lanciato ufficialmente lo scorso luglio, Brandless sta scommettendo sul fatto che in realtà non ci interessa molto, come pensiamo, dei marchi che consumiamo. Nessuno dei suoi prodotti porta nomi di marchi; invece, tutti portano il proprio marchio privato “brandless”. Piuttosto che avere un grande logo stampato su di essi con l’hype di marketing che ne deriva, i pacchetti dei prodotti Brandless dicono solo quello che sono i prodotti e elencano le loro caratteristiche.
Anno di fondazione: 2015 da Tina Sharkey e Ido Leffler
Finanziamenti: 50 milioni di dollari da New Enterprise Associates, GV, Redpoint Ventures, Cowboy Ventures e Slow Ventures e Sherpa Capital.
Trove vuole rendere conveniente l’immagazzinamento autonomo

Trove
Cos’è: uno dei primi impiegati di Uber, Michael Pao, è arrivato all’idea di Trove con il co-fondatore Jon Perlow mentre percorrevano l’autostrada 101. Stavano guidando da Menlo Park a San Francisco e notarono il numero enorme di impianti di stoccaggio sulla strada che portava in città. Capirono che le strutture erano lì perché alla gente piace restare vicina alla propria roba e così è nato Trove.

L’azienda contratta con aziende locali di traslochi che dispongono di spazio di magazzino extra nelle loro proprietà. Per un minimo di $ 100 al mese, i clienti possono iscriversi a Trove e avere professionisti che impacchettano e spostano la loro roba in una struttura vicina. Gli oggetti vengono anche fotografati e catalogati nell’applicazione di Trove, in modo che le persone possano vedere ciò che hanno in magazzino e richiedere oggetti specifici indietro quando li vogliono. Adesso Trove è disponibile solo nella zona della baia di San Francisco.
Anno di fondazione: 2016 da Michael Pao e Jon Perlow
Finanziamenti: 8 milioni di dollari da Greylock.
Spoke sta portando l’intelligenza artificiale in aiuto delle aziende

I tre co-fondatori di Spoke: Jay Srinivasan, Pratyus Patnaik e David Kaneda. Dal sito
Cos’è: Spoke utilizza l’intelligenza artificiale per automatizzare le richieste di aiuto come inviare un biglietto di supporto tecnico o chiedere all’ufficio risorse umane le vacanze aziendali. I dipendenti possono fare domande di routine a Spoke e, se non riesce a rispondere, il robot reindirizzerà la richiesta al team giusto. Ancora in versione beta, Spoke conta tra i suoi primi utenti DoorDash, Turo e Nuera. “Aziende di qualsiasi dimensione hanno difficoltà a gestire le richieste di servizio e di informazioni sui luoghi di lavoro. Spoke fornisce ai dipendenti aiuto in tempo reale e alleggerisce il lavoro del reparto tecnico informatico, delle risorse umane e del team di servizi per concentrarsi sull’esecuzione delle proprie attività. È uno degli esempi più chiari di come l’applicazione dell’IA in un’impresa possa portare ad un aumento di produttività in un’organizzazione”, ha dichiarato il partner di Accel, Vas Natarajan in una email.
Anno di fondazione: 2016 da Jay Srinivasan, Pratyus Patnaik e David Kaneda
Finanziamenti: 28 milioni di dollari da Greylock, Accel, Felicis Ventures e altri.
La Holberton School stravolge il concetto di istruzione

Il team di Holberton School. Dal sito
Cos’è: Le scuole di programmazione a San Francisco sono facili da trovare, ma la scuola di Holberton si distingue perché non fa pagare per le lezioni. Al contrario, chiede ai laureati di restituire alla scuola il 17% dei loro stipendi o tirocinio remunerato per i primi tre anni dopo la laurea. Non utilizza neanche insegnanti formali e non dà lezioni, la maggior parte del corso di studi si basa su studenti che lavorano su progetti specifici e si insegnano a vicenda. Attraverso questo modello scolastico, la scuola spera di portare più diversità nell’industria tecnologica e di educare coloro che altrimenti non potrebbero ricevere una formazione tecnica. Alcuni dei suoi studenti sono già stati assunti da aziende come Google, LinkedIn e NASA.
Anno di fondazione: 2015 da Julien Barbier e Sylvain Kalache
Finanziamenti: $ 4,3 milioni da Ne-Yo, Jerry Yang, Jerry Murdock, Reach Capital e altri.
Crew è un’applicazione come Slack per infermieri, camerieri, gestori di bagagli e altri lavoratori mobili

I due co-fondatori di Crew, Danny Leffel e Broc Miramontes. Dal sito
Cos’è: Crew è un software di comunicazione progettato appositamente per le persone che non siedono davanti a un computer tutto il giorno. Pensate ai gestori del ristorante, alle infermiere e ai pompieri. È simile a Slack in quanto consente ai dipendenti di comunicare immediatamente tra di loro, ma è progettato pensando ai lavoratori mobili. Ha funzionalità per gestire facilmente i piani di turni, gli aggiornamenti sul posto di lavoro e gli elenchi dei compiti per i manager. Le squadre possono personalizzare Crew per adattarlo al modo in cui lavorano, scegliendo solo le funzioni necessarie.
Anno di fondazione: 2015 da Danny Leffel e Broc Miramontes
Finanziamenti: 24,9 milioni di dollari da Sequoia Capital e Greylock.
Rothy’s è la nuova scarpa status symbol di una generazione ecologica

Un paio di Rothy’s. Dal sito
Cos’è: Rothy’s sono scarpe da donna realizzate in plastica ricavata da bottiglie di acqua riciclate. Le raffinate scarpe hanno guadagnato un seguito tra i giornalisti di Vogue e venture capitalist per il loro stile elegante ma semplice. Prodotte in Cina, le scarpe sono realizzate con stampa 3D invece che con il tradizionale metodo di taglio e cucitura. Rothy’s è riluttante a pubblicare le sue entrate e quante scarpe ha effettivamente venduto, ma ha rivelato che ad un certo punto l’elenco di attesa per le sue ballerine a punta nere era di 20.000 persone.
Anno di fondazione: 2016 da Stephen Hawthornwaite e Roth Martin
Finanziamenti: 7 milioni di dollari da Lightspeed, Grace Beauty Capital e M13.
Dote è un’applicazione per lo shopping di marche che sono troppo cool per Amazon

La fondatrice di Dote, Lauren Farleigh. Dal sito
Cos’è: l’app Dote è stata inserita nel “Planet of Apps” di Apple. Si autodefinisce come “il centro commerciale mobile” dove giovani consumatrici possono trovare marchi che scelgono di restare fuori da Amazon come Sephora, Brandy Melville, Urban Outfitters e Ugg. Cerca anche di far utilizzare l’applicazione più come un’esperienza che come una transazione. Gli utenti ricevono notifiche quando i loro marchi preferiti vengono messi in vendita, vengono mostrate tendenze e c’è la possibilità di mostrare agli amici ciò che si sta acquistando sui social media.
Anno di fondazione: 2014 da Lauren Farleigh e Christie Paz
Finanziamenti: $ 10,8 milioni da Lightspeed, Harrison Metal e Rivet Ventures.
Qadium sta aiutando grandi aziende a mantenere sicure le loro reti

Il ceo di Qadium, Tim Junio, ha iniziato la sua carriera nella Cia. Dal sito
Cos’è: Fondato da un ex agente della CIA, Qadium esegue la scansione di Internet per conto di grandi aziende, alla ricerca di dispositivi esterni ai firewall aziendali, vulnerabili agli attacchi. Nel 2016, degli hacker hanno usato stampanti insicure, DVRS e altri dispositivi per far cadere grandi siti web come Amazon, Netflix e Twitter e Qadium scommette che le grandi aziende saranno disposte a pagare grosse cifre per prevenire tali crisi. La start-up promette di avvisare i clienti di dispositivi inopportuni e non protetti entro un’ora dal momento in cui sono stati individuati inviando notifiche push ai loro reparti IT. Ha già iniziato a servire alcuni grandi clienti come Capital One e CVS.
Anno di fondazione: 2012 da Matt Kraning, Shaun Maguire, Joe Meyerowitz e Tim Junio
Finanziamenti: 66 milioni di dollari da Fund Founders, New Enterprise Association, Susa Ventures e altri.
PayJoy sta aiutando le persone senza credito o contanti ad avere uno smartphone

Il team di Payjoy. Dal sito
Cos’è: PayJoy vuole dare smartphone ai 2 miliardi di persone che vivono in aree con accesso a Internet, ma che non hanno un modo affidabile di navigare online. L’azienda lo considera essenzialmente un problema di credito: molte persone non riescono a trovare il denaro per pagare un telefono in contanti, non hanno possibilità di chiedere prestiti o non vogliono avere a che fare con fornitori di tecnologia in leasing che possono addebitare fino al 500% di interessi sui prestiti per smartphone.

I clienti si iscrivono a PayJoy caricando il loro account di Facebook, la carta di identità e il numero di telefono nel software di PayJoy. E questo è tutto. Non è richiesta nessuna storia di credito. L’azienda fa fronte fino all’80% del costo del telefono in contratti di leasing che di solito fanno pagare ai clienti fino a 1,6 volte il costo del telefono nell’arco del tempo. Questo rappresenta ancora un sovrapprezzo, ma PayJoy dice che è “molto meno” di quello che questi clienti avrebbero pagato per ottenere uno smartphone dai concorrenti.
Anno di fondazione: 2015 da Doug Ricket, Mark Heynen e Gib Lopez
Finanziamenti: 27,15 milioni di dollari da Santander, InnoVentures, Union Square Ventures e altri.
Atrium LTS vuole trasformare l’industria legale automatizzando i servizi legali di routine

Il team di Atrium. Dal sito
Cos’è: un’azienda di software che vuole aiutare ad automatizzare i flussi di lavoro nel settore legale.
Justin Kan, cofondatore di Justin.TV, è tornato con una nuova impresa, Atrium. L’azienda promette in maniera piuttosto vaga di “rivoluzionare” i servizi legali. “Crediamo che la nostra tecnologia possa offrire un’esperienza migliore ai clienti di servizi legali di quanto loro non credevano fosse possibile, aumentando la comunicazione e la velocità di servizio”, si legge in una descrizione di un’offerta di lavoro ad Atrium. Quasi 100 investitori hanno sostenuto l’idea in quello che TechCrunch ha detto è stato uno dei più grandi “eventi di finanziamento” mai visti nella Valley.
Anno di fondazione: 2017 da Augie Rakow, Bebe Chueh, Justin Kan, Chris Smoak e Nicholas Cortes.
Finanziamenti: 10,5 milioni di dollari da quasi 100 investitori tra cui 500 startup, Arena Ventures, Greylock e Capital GGV.
Gladly vuole cambiare il modo in cui il servizio clienti lavora eliminando i biglietti di supporto

Il team di Gladly. Dal sito
Cos’è: la gente ama mandare messaggi, tweet, email e chiamare le aziende per lamentarsi. Per ogni reclamo viene emesso un “biglietto”. Questo spesso comporta che un cliente già insoddisfatto debba ripetere più volte il proprio numero di biglietto e il problema a diversi agenti del servizio clienti. Gladly cambia tutto questo, organizzando i biglietti di supporto in modo che tutte le informazioni vadano in un unico posto – indipendentemente dal fatto che un cliente prima mandi una email e poi chiami un agente di supporto nello stesso giorno. Uno dei motti di Gladly è “Benvenuti clienti felici, addio numeri di biglietto”. L’azienda ha recentemente annunciato una partnership con JetBlue.
Anno di fondazione: 2014 da Michael Wolfe, Dirk Kessler e Joseph Ansanelli
Finanziamenti: 63 milioni di dollari da GGV Capital, Greylock, New Enterprise Association e JetBlue Technology Ventures.
Modsy sta cambiando il modo in cui la gente ridisegna le proprie case

La fondatrice di Modsy Shanna Tellerman.Noam Galai/Getty
Cos’è: Modsy permette di provare mobili nella propria casa virtuale prima di acquistarli. La start-up trasforma le immagini che abbiamo del nostro spazio in un modello online, come in “The Sims”. Da lì, il suo staff ridisegna le stanze così potremo personalizzarle come vogliamo, scambiando facilmente i pezzi di arredamento.
Anno di fondazione: 2015 da Shanna Tellerman
Finanziamenti: 10,75 milioni di dollari da BBG Ventures, Norwest Venture Partners, GV e altri.
Zipline utilizza i droni per un buono scopo

Un pacco-paracadute di Zipline. Dal sito
Cos’è: I droni di Zipline forniscono medicamenti di salvataggio come il sangue e i vaccini a pazienti che vivono in luoghi inaccessibili via terra. Gli operatori sanitari delle cliniche remote possono ordinare ciò che necessitano tramite un messaggio di testo e Zipline invierà le forniture dal suo centro di distribuzione centrale. Le forniture vengono consegnate via paracadute, sbarcando in spazi designati da cui il personale ospedaliero può raccoglierle. Zipline opera attualmente in Ruanda e ha in programma di lanciare il servizio in Tanzania nel 2018. Va orgoglioso del suo tempo di completamento dell’ordine di 30 minuti o meno, della velocità di 110 chilometri all’ora e della capacità giornaliera di 500 consegne al giorno.
Anno di fondazione: 2011, ufficialmente lanciato nel 2016 da Keller Rinaudo, Keenan Wyrobek e William Hetzler
Finanziamenti: 44,3 milioni di dollari da Sequoia Capital, Andreessen Horowitz, Jerry Yang e altri.
AutoFi sta rendendo indolore l’ottenimento di un prestito per l’auto

Screenshot via AutoFi.com
Cos’è: la piattaforma di AutoFi permette a chi vuole acquistare un auto di sfogliare le opzioni di finanziamento e di presentare richiesta per prestiti online o attraverso la sua applicazione per telefonino. Dopo aver inviato la richiesta, gli acquirenti ottengono una decisione veloce sul finanziamento – richiede una media di 30 secondi secondo il sito web di AutoFi. La concessionaria autocompila tutti i documenti che i clienti devono firmare e fornisce sia i documenti che la stessa auto direttamente a casa del cliente. AutoFi ha stretto una partnership con Ford all’inizio di quest’anno che porterà il suo servizio alle concessionarie Ford e Lincoln in tutto il Paese per tutto il resto dell’anno.
Anno di fondazione: 2015 da Kevin Singerman e Mandar Gokhale
Finanziamenti: 19 milioni di dollari da Crosslink Capital, Ford Motor Credit, Lerer Hippeau Ventures e altri.
Numerai sta cambiando il modo in cui i fondi hedge sono gestiti attraverso il crowdsourcing e l’intelligenza artificiale

Il fondatore di Numerai, Richard Craib. Dal sito
Cos’è: Numerai è un fondo hedge gestito da un sistema intelligente costruito artificialmente da migliaia di scienziati su dati anonimi. Tutti i dati di negoziazione del fondo sono criptati per impedire ai programmatori senza volto di vedere quali sono gli scambi che il fondo sta facendo e di copiare a loro volta quegli stessi scambi. Anche i programmatori che contribuiscono alla mente della macchina sono anonimi e sono compensati per il loro lavoro in crypto-valuta. Non è chiaro quanto questa Intelligenza Artificiale collettivamente costruita sia efficace nel leggere le azioni di mercato. Il fondatore di Numerai, il sudafricano Richard Craib, ha detto solo che “sta producendo utili”. E il fondo non divulga i patrimoni che ha in gestione. Ma ha rastrellato capitali di rischio da alcuni grandi nomi, tra cui First Round Capital e Union Square ventures.
Anno di fondazione: 2015 da Richard Craib
Finanziamenti: 7,5 milioni di dollari da First Round Capital e Union Square Ventures.
Figma vuole cambiare il modo in cui lavorano i designer

Il fondatore e ceo di Figma, Dylan Field. Dal sito
Cos’è: Fondata da uno dei beneficiari della collaborazione con Peter Thiel, Figma consente ai designer che creano interfacce utente di collaborare in tempo reale sui progetti. Fondamentalmente, è un Google Documenti per i designer. I designer possono salvare diverse versioni dei progetti e tornare indietro e costruirli più tardi. “Mentre i programmatori hanno costruito tutti i tipi di strumenti che rendessero più facile lavorare in team, i designer sono ancora indietro quando si tratta di flussi di lavoro che richiedono collaborazione”, ha scritto il fondatore e ceo, Dylan Field su Medium.
Anno di fondazione: 2012 da Dylan Field e Evan Wallace
Finanziamenti: 18 milioni di dollari da Greylock, Index Ventures, Adam Nash e altri.

sabato 18 novembre 2017

Le false verità della disinformazione buonista

ilgiornale.it
Fausto Biloslavo

Da dispersi che risorgono a morti che nessuno ha mai visto: il doppiogioco dei moralisti da sbarco. Così le ong ingannano i media



La disinformazia umanitaria ha colpito ancora nel caso del naufragio di un gommone stracarico di merce umana il 6 novembre al largo della Libia trovando sponda su Rai news 24 con migranti dati per morti, che al contrario sono stati recuperati dalla nave dell’Ong tedesca Sea watch. Per non parlare del migrante che i libici avrebbero ucciso aggrappato alla scaletta della motovedetta.

In realtà era stato tirato a bordo ed è vivo e vegeto in un centro di detenzione del ministero dell’Interno vicino a Tripoli. E la balla che fa da cappello alle altre è lo sbandierato numero della “strage”: 50 dispersi in mare. I morti sono cinque e nessun altro corpo è stato ritrovato o riportato dalle onde sulle coste libiche. Ieri la Guardia costiera libica ha tenuto una conferenza stampa a Tripoli denunciando “le calunnie di Sea Watch” (guarda il video).Rai News 24 va in onda il 10 novembre con un servizio dal titolo inequivocabile: “Migranti, un video non lascia dubbi: la motovedetta libica se ne va e lo abbandona in mare” (guarda il video).

L’attacco del pezzo è un pugno nello stomaco con un africano, forse un uomo o una giovane donna, aggrappata alla fiancata della motovedetta libica giunta per prima sul posto, che cercava di recuperare i migranti e riportarli a Tripoli. “Questo è uno dei 50 dispersi nelle operazioni di salvataggio a 35 miglia dalle coste libiche” esordisce Pino Finocchiaro mostrando le immagini drammatiche del disgraziato in mezzo ai flutti con il volto terrorizzato. E poi: “Disperso perchè la motovedetta della guardia costiera libica ha lasciato la zona delle operazioni nonostante l’uomo fosse ancora appeso alla scaletta in attesa di aver salva la vita”. In pratica dato per morto.

Peccato che il “disperso” prima viene recuperato da un gommone della ong Sea Watch giunta sul posto a fare da “esca” per portare più migranti possibili in Italia. E poi fatto salire a bordo della loro nave. Si nota nelle stesse immagini girate dall’organizzazione umanitaria riconoscendolo grazie i pantaloni rosa. Il peggio arriva più avanti nel servizio di Rai news, che fa vedere dei migranti che salgono a bordo della nave Sea watch sani e salvi. Fra i fortunati c’è anche il “disperso” con pantaloncini della tuta rosa e felpa grigia (guarda la foto). Inspiegabilmente la parte che lo riguarda è tagliata nel servizio di mamma Rai. Lo spettatore è convinto che il poveretto o poveretta sia annegato.

L’ennesima chicca della disinformazia umanitaria riguarda le riprese di Sea watch, che mostrano un altro migrante appeso alla scaletta della motovedetta libica dopo essersi buttato in mare nel tentativo di raggiungere la nave della Ong e l’Italia. L’unità di Tripoli se ne va dalla scena della disastrosa operazione a tutta velocità. In un nuovo filmato di mezz’ora (guarda) l’Ong si sofferma sulla drammatica immagine ed in sovrimpressione sullo schermo appare l’epitaffio “…a tutta velocità - possono ucciderlo”. Qualcuno ripete due volte “stanno uccidendo una persona” sulla plancia della nave umanitaria. Peccato che il migrante è stato tirato a bordo e salvato proprio dai libici.
Si chiama Mustafà Ghane ed è un senegalese senza alcun diritto di venire in Italia. I fratelli sono riusciti a farsi recuperare da Sea Watch. La Guardia costiera l’ha filmato vivo e vegeto (guarda) nel centro di detenzione del ministero dell’Interno di Tajura vicino a Tripoli.



Non a caso il drammatico filmato di Sea watch sui “cattivi” libici si conclude con una schermata nera ed una denuncia terribile: “Circa 50 persone da questa barca di migranti sono morti” per colpa della Guardia costiera di Tripoli e non della Ong che ha fatto da esca o calamita (guarda la foto).
I conti però non tornano: i libici hanno recuperato 47 persone e l’Ong 59 oltre a cinque cadaveri. La somma è di 111 persone. Secondo una stima fatta da un velivolo il gommone conteneva al massimo 120 migranti. Nessun corpo è stato recuperato sulle coste libiche nonostante le giornate di vento avrebbero dovuto spingere gli annegati verso terra. Dove sono i 50 morti della strage, che giornali, parlamentari e per ultima l’Arci con un duro comunicato sono convinti sia avvenuta?

Non solo: Sea watch chiede a gran voce che l’Unione europea “fermi immediatamente i finanziamenti alla Guardia osteria libica”. Peccato che Harald Hopper, a nome dell’Ong abbia firmato appena il 14 ottobre il codice di condotta (leggi il documento) imposto dal Viminale con un interessante allegato relativo solo a Sea Watch (leggi il documento). I tedeschi si impegnavano a “non ostacolare la guardia costiera libica nelle acque territoriali o dove sono autorizzati a svolgere le proprie attività” (guarda la foto).



L’intervento del 6 novembre rientra nella zona di soccorso dichiarata la scorsa estate dai libici e la motovedetta era stata allertata dal centro di coordinamento con la Marina italiana nella base navale Abu Sitta di Tripoli.

Stop alle bollette a 28 giorni, sgravi per i fuorisede e norme a favore dei territori colpiti da terremoti

lastampa.it    Pubblicato il 14/11/2017

Ecco le principali modifiche al decreto fiscale che arriverà domani in aula a Palazzo Madama



Arriva l’atteso stop alle bollette a 28 giorni, un mini scudo fiscale per far rientrare i capitali degli ex residenti all’estero e frontalieri e una serie di norme a favore dei territori colpiti da terremoti, tra cui una per salvare la casa di nonna Peppina. Sono alcune delle principali modifiche al decreto fiscale approvate dalla commissione Bilancio, pronta a lavorare in notturna per approvare le ultime modifiche, tra cui il pacchetto di emendamenti presentati dal governo e dal relatore. Il testo è atteso in aula alle 9.30 ed appare scontato che il governo metterà la fiducia, per arrivare al via libera definitivo. Ecco le principali novità con cui il testo dovrebbe arrivare domani in aula a Palazzo Madama.

Stop bollette 28 giorni
Bollette mensili, e non a 28 giorni, per le imprese telefoniche, tv e servizi di comunicazione elettronica ad esclusione delle fatturazioni promozionali non rinnovabili e inferiori al mese. Gli operatori del settore dovranno adeguarsi alle nuove disposizioni entro 4 mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Sono escluse le aziende fornitrici di gas ed energia per le quali i costi sono vincolati ai consumi e non all’arco temporale.

Sgravi per studenti fuorisede
Si amplia la platea degli studenti fuorisede che hanno diritto alle agevolazioni sull’affitto fino a un massimo di 2.633 euro. Potrà anche per chi si iscrive a un corso di laurea presso un’università situata almeno cento chilometri dal comune di residenza, anche nella stessa provincia. La distanza si riduce a 50 chilometri “per gli studenti fuori sede residenti in zone montane o disagiate”
.
Mini scudo fiscale per ex residenti all’estero
Un “mini scudo fiscale” per gli ex residenti all’estero iscritti all’Aire e per i frontalieri, che potranno sanare la loro posizione versando il 3% forfettario a titolo di imposte, sanzioni e interessi, attività, depositi sui conti correnti e libretti mai dichiarati al fisco italiano.

Uscita da scuola da soli se autorizzati
I minori di 14 anni ad uscire da scuola autonomamente - se opportunamente autorizzati dai genitori - sollevando l’istituto e gli insegnanti dalle responsabilità di vigilanza. L’autorizzazione riguarda anche gli alunni che usufruiscono del servizio di trasporto scolastico e quindi copre anche la salita, la discesa e il tempo di sosta sullo scuolabus sia all’entrata che all’uscita dalle classi.

Credito di imposta anche per giornali online
Sarà applicabile anche ai giornali online il credito di imposta destinato alle imprese e ai professionisti che investono in pubblicità.

Sgravi su alimenti speciali
Gli alimenti a fini medici speciali dedicati a persone affette da malattie metaboliche congenite, a eccezione di quelli destinati ai lattanti, rientreranno nella categoria dei prodotti detraibili.

Pensionati in cda enti previdenziali 
I professionisti già in pensione potranno ugualmente entrare a far parte dei consigli di amministrazione degli enti previdenziali.

Rottamazione cartelle
Slitta dal 30 novembre al 7 dicembre il termine per pagare le prime due rate della vecchia rottamazione scadute a luglio e inizio ottobre. Potrà accedervi anche chi non aveva presentato la domanda o non aveva pagato nei termini fissati.

Spesometro
I contribuenti potranno inviare le proprie comunicazioni ogni sei mesi o annualmente, con la possibilità di riepilogo cumulativo delle fatture di un’impresa fino a 300 euro. Niente sanzioni per gli errori del primo semestre 2016, purché si corregga l’errore entro il febbraio 2018.

Terremoto
Stop al pagamento delle rate del mutuo fino al 31 dicembre 2020 sulla prima casa che sia inagibile o distrutta dopo il terremoto dell’agosto 2016. Vengono anche incrementate di dieci milioni annui nel biennio 2018 - 2019 le risorse già previste dal decreto fiscale per i comuni colpiti dagli eventi sismici.Lo prevedono delle modifiche del governo in attesa di approvazione.

Salva la casa di nonna Peppina
Arriva la norma “Salva nonna Peppina” la 95enne di San Martino di Fiastra, in provincia di Macerata, sfrattata dalla sua casetta in legno abusiva il cui condono era bloccato dal vincolo paesaggistico. Nel maxiemendamento al decreto fiscale presentato dal governo in commissione Bilancio del Senato, che racchiude diverse misure a favore dei territori colpiti da terremoti, si prevede che prevede che le case costruite per “obiettive esigenze contingenti e temporanee” in “edilizia libera” non vengano più rimosse nel termine previsto di 90 giorni ma ci si possa rimanere fino alla completa agibilità dell’abitazione danneggiata, e comunque fino all’assegnazione di una soluzione abitativa di emergenza.La misura è contenuta nel maxiemendamento del governo che deve essere approvato.

Cannabis medica
Per assicurare la disponibilità di cannabis a uso terapeutico sul territorio nazionale il governo autorizza la spesa di 2,3 milioni complessivi nel 2017. La fabbricazione è ufficialmente affidata allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. Lo prevede un emendamento del governo in attesa di approvazione.

Codice antimafia
Arriva la “correzione” chiesta dal presidente della Repubblica al codice antimafia sulla confisca allargata adeguando le misure alle norme europee per reprimere le condotte corruttive anche da parte dei vertici delle società. Lo prevede un emendamento del governo in attesa di approvazione.

No risarcimento per estinguere stalking
Il reato di stalking non potrà più essere estinto a fronte di un risarcimento economico, ma si dovrà sempre andare a dibattimento. Lo prevede un emendamento del governo in attesa di approvazione.

Assunzioni forze dell’ordine
Si autorizza la spesa complessiva di 4,5 milioni di euro per l’anno 2017 di cui 3,5 milioni di euro alla polizia di Stato e un milione di euro per il corpo nazionale dei Vigili del fuoco. Lo prevede un emendamento del governo in attesa di approvazione.

Riforma agenzie fiscali
L’emendamento del relatore, in attesa di essere approvato, mira a ripristinare l’autonomia gestionale ed operativa delle agenzie. Per Agenzia delle entrate, dogane e monopoli si modifica innanzitutto la durata dell’incarico dei vertici, portati a 5 anni a partire da quelli attuali, ma non viene toccato lo spoil system. Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro, il reclutamento dei funzionari avviene mediante concorso, con una riserva sull’anzianità aziendale, mentre arrivano due livelli di dirigenza e la possibilità di istituire posizioni organizzative di elevata responsabilità.

Il Venezuela sta fallendo, Il "default" questione di giorni

ilgiornale.it
Paolo Manzo

Maduro non ha i soldi per pagare le cedole di due bond: regime aggrappato al soccorso interessato della Russia



San Paolo «Il Venezuela è in default», ovvero «in fallimento» perché «incapace di pagare le cedole di due bond, uno sul suo debito sovrano e l'altro sulla statale petrolifera Pdvsa la cui ultima scadenza era l'altroieri.

Ciò nonostante per ora non vedo nessuna ripercussione sul resto del mercato e questo è importante». La rassicurazione a Il Giornale arriva da Wall Street dove una fonte altolocata che si occupa di America Latina ci informava ieri che i due bond di cui sopra erano «scambiati a 25 centesimi su 100, ovvero a prezzo di default». Mancava solo l'ufficialità dell'Isda - l'associazione internazionale preposta ad ufficializzare il fallimento di uno stato - anche perché per tutte le principali agenzie di rating il default di Caracas era ormai scontato quando, come un fulmine a ciel sereno, è arrivato l'annuncio del ministro chavista dell'Informazione, Jorge Rodríguez: «Giovedì abbiamo iniziato i pagamenti degli interessi sul debito sovrano che erano in scadenza». Sarà vero?

«Si tratta di accanimento terapeutico», spiega con una battuta la nostra fonte, facendo intendere che non è dato sapere la provenienza dei soldi né se sia credibile che il regime di Nicolás Maduro abbia detto la verità visto che i 200 milioni di dollari dovuti per ora i creditori non li hanno visti e, tra gli altri, Brasile e Uruguay hanno reclamato presso il Club di Parigi per questo default che ora si tinge di giallo. Ma al di là delle polemiche per molti analisti quello di Maduro altro non è che il maggior progetto di riciclaggio di denaro della storia - è chiaro che il baratro finanziario venezuelano si è spalancato, andandosi ad affiancare alla tragedia umanitaria abbattutasi già da tempo su una nazione stremata dove, a detta di Caritas, vivono 300mila bambini che rischiano di morire di fame.

Con queste premesse è improbabile che il fallimento di Caracas (il quando dipende dai miliardi di dollari che daranno la Russia, meglio disposta, e la Cina, invece restia a buttare via altre risorse nel calderone chavista) cambi di molto le condizioni di vita già drammatiche dei circa 30 milioni di venezuelani. Sempre più sovente costretti a mangiare solo una volta al giorno e con un salario medio che, se calcolato al cambio reale, si aggira attorno agli 8 euro al mese, somma con cui si possono comprare una trentina di yogurt oggi a Caracas. Con un'inflazione che già ha sfondato il 1300% all'anno, il default venezuelano è completamente differente, ad esempio, da quello argentino di fine 2001, quando dall'oggi al domani la moneta a Buenos Aires si svalutò del 75%.

In Venezuela grazie al «bolivar forte» l'ironia della terminologia economica chavista fa tragicamente ridere e alle folli politiche di espansione monetaria e deficit spending di Maduro, la moneta a Caracas già non vale più nulla da molto tempo e per acquistare un telefonino made in China ci voleva una carriola di banconote. Dopo il confuso proclama di Maduro, che lo scorso 2 novembre aveva annunciato come «necessaria la rinegoziazione ed il rifinanziamento del debito» per la cronaca sono due cose completamente differenti anche le pietre a Wall Street sanno che il fallimento finanziario di Caracas è solo questione di tempo.

E se il delfino di Chávez imputa la difficoltà a pagare «al crollo del prezzo del petrolio» e «alla guerra economica dichiarata dall'Impero (Usa, ndr)», per ora le uniche conseguenze del fallimento sono il «rischio Paese» schizzato oltre 5.300 punti e la decisione della Borsa del Lussemburgo di non scambiare più i titoli venezuelani in default. Sai quanto importa ai venezuelani alla fame.

Contrabbando di sigarette, la Francia “blinda” i confini dopo i rincari. Affare da 400 euro a viaggio

lastampa.it
giulio gavino

Consentito il trasporto di quattro stecche a persona. Il risparmio attuale è di 20 euro a stecca. Si temono speculazioni.



La Francia «blinda» i confini dopo gli ultimi rincari delle sigarette che hanno portato il prezzo medio di un pacchetto a sette euro contro i cinque dell’acquisto in Italia. Sono infatti già centinaia i tabagisti transalpini che hanno preso d’assalto le rivendite di Ventimiglia e delle altre zone di confine, in Piemonte e Valle d’Aosta. La paura si chiama contrabbando, un commercio parallelo, «d’importazione». E i timori sono fondati visto che cinque persone su una sola auto sono in grado di importare in Francia un totale di 20 stecche con un «risparmio» di 400 euro rispetto all’acquisto in patria. Un business di fatto legale che potrebbe interessare anche il mondo della criminalità organizzata e della malavita comune. 

Per questo motivo le prefetture di confine hanno dato disposizioni alla polizia delle dogane si effettuare controlli serrati, nel caso di identificare persone che potrebbero trasformare le trasferte in Italia per l’acquisto di sigarette in un secondo lavoro. Ogni persone che entra in Francia, con le attuali normative, può trasportare un massimo di 4 stecche per un totale di ottocento sigarette o in alternativa un chilo di tabacco, 400 «sigarilli» o 200 sigari. 

Quel passato che non è mai passato

lastampa.it
ferdinando camon    Pubblicato il 14/11/2017

Ha soltanto 23 anni, è poco più che un ragazzo, deve aver capito da poco tempo che da piccolo veniva abusato da un adulto, ma non ha perso tempo: è corso a casa dell’uomo, in piena notte, e l’ha accoltellato. Chiudendo una litigata, che dalle parole è passata subito ai fatti. Per la verità a suo tempo c’era stata una denuncia contro l’adulto, per abusi sessuali, ma presentata dalla madre. Lui raccontava a lei cosa il medico gli faceva, e lei ha subito sospettato.

C’era un processo in corso, ma subito fermato e poi ripartito. Non c’è ancora una sentenza, e il medico nega le colpe. Nel frattempo il bambino è diventato ragazzo e ora è uomo. Probabilmente adesso ha capito tutto quel che da piccolo non capiva, e non ha perso tempo. Colpito dalle sue coltellate, il medico è stato operato d’urgenza due volte, e adesso sta fra la vita e la morte. Si dice: «La vendetta va servita fredda». Ma ci sono oltraggi che bruciano, e l’abuso sessuale è fra questi. Di solito sentiamo di abusi sessuali che vengono vendicati dopo tanto tempo. E c’è una differenza tra la vendetta tardiva e quella rapida. Se un uomo, diventato grande, si vendica di abusi sessuali che ha patito da minorenne, accoltellando l’abusatore, noi siamo portati a interpretare il suo gesto come una vendetta che ha questo messaggio: «Mi hai rovinato la vita.

Ti punisco perché mi hai fatto del male, mi vendico oggi per il male che mi hai fatto ieri». Ma la vendetta compiuta domenica a Pordenone ha un altro significato, perché colui che si vendica è ancora molto giovane. Con la sua coltellata non dice che l’abuso gli ha rovinato la vita, ma che gliela sta rovinando adesso. Un abuso sessuale «guasta» la sessualità di colui che lo patisce. Perché, appena può ragionare, si domanda se la colpa sia anche sua, se ci sia qualcosa di sbagliato in lui, se la sua sessualità, ancora in formazione, si stia formando in modo sbagliato. Se lui sia diverso dai suoi amici. Questo 23enne non ha passato le conseguenze dell’abuso che ha patito, ma le sta passando adesso. Se ha una ragazza, entra in crisi con lei.

L’abuso non è per lui un tormentoso ricordo, è una bruciante attualità. È adesso che la sua personalità si forma. Da piccolo, non sapeva cosa gli capitava, subiva le attenzioni moleste (come pare) dell’adulto senza capirle, perché non sapeva cos’è la sessualità. Adesso lo sa. Adesso capisce. E adesso si vendica. Quando un bambino vien abusato da un adulto, patisce un inganno, perché l’adulto sa tutto e lui non sa niente. Il bambino «si rimette» alla volontà dell’adulto, che considera buona, perché l’adulto è un parente, un patrigno (a volte addirittura un padre), un prete, un amico di famiglia… Uno legato da un rapporto di amore. Quando scopre, anni dopo, di essere stato abusato, il bambino diventato adulto si sente «tradito» nell’amore.

La coltellata, o le coltellate, inflitte da questo 23enne al medico 48enne sono la punizione per il tradimento. Il piccolo che si rimette a un grande è come un figlio che si rimette a un padre: da lui non si aspetta che il bene. Questo medico aveva preso in casa propria questo ragazzo, dunque vivevano insieme, era proprio un rapporto tra padre e figlio: abusandolo il padre ha tradito il figlio, accoltellandolo il figlio ha punito il padre. Non sappiamo quanti anni fa sia avvenuto l’abuso, supponiamo pochi, visto che il ragazzo ha appena 23 anni. Dunque la vendetta è scattata presto. Ma prima o poi doveva scattare, la memoria degli abusi è difficile da liquidare o tenere a bada, resta nel cervello e fermenta.

 LEGGI ANCHE - Violentato quando era bambino si vendica e accoltella il pedofilo (L. Padovan)

fercamon@alice.it

Max Schrems, l’attivista che inguaia Facebook (ma non può fare la class action contro il social)

lastampa.it
letizia tortello

Il 30enne neolaureato sta portando avanti dal 2011 una battaglia contro il network di Zuckerberg per violazione dei diritti sulla protezione dei dati degli utenti



Max Schrems perde di fatto, salvo colpi di scena, la prima battaglia contro Facebook. Ma non la guerra. Un parere dell’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Michal Bobak, dice che Maximilian Schrems, attivista neolaureato in legge che dal 2011 sta inguaiando Zuckerberg, non potrà far valere la sua class action contro il più famoso social network al mondo. 

Ben 25mila utenti, dal 1 agosto 2014, si erano affidati al lui, giovane studente austriaco che si è trovato a fare il Davide contro Golia quasi per caso. Tutto nasce perché il ventenne aveva deciso di fare un semestre di studio per la laurea all’università di Santa Clara, in piena Silicon Valley, e mosso dalla curiosità su come Facebook protegge i dati degli utenti, aveva focalizzato la sua tesi proprio sul tema del rispetto della privacy da parte del social nel Vecchio continente. 

LUI Sì, MA DA SOLO
Da lì è nata la sua battaglia contro Facebook Irlanda, dove in Europa ha sede l’azienda. Il giovane accusa Facebook di violazione della protezione dei dati e del la privacy. Indagando per la tesi, ha scoperto che la società di Zuckerberg era a conoscenza di tantissime informazioni private degli utenti, che non venivano cancellate neppure se ci si cancella dal social network. Ha dunque messo in piedi il gruppo «Europe versus Facebook», poi via via la sua fama è cresciuta fino a che l’hanno considerato un’insidia per Fb. 

Martedì la svolta. La Corte di giustizia Ue ha fatto sapere in via ufficiale che il trentenne di Salisburgo può rivolgersi a un tribunale austriaco, ma solo a titolo personale e non per altri soggetti con la class action, facendo causa a Facebook Irlanda per le presunte violazioni della protezione dei dati personali perpetrate sulla rete. La Corte Suprema austriaca aveva chiesto alla Corte di giustizia Ue un parere, per sapere se la magistratura austriaca avesse oppure no competenza sull’argomento. Secondo l’avvocato della Ue Bobak un’azione collettiva, almeno secondo l’attuale ordinamento Ue, non sarebbe ammissibile: Schrems può citare in giudizio Facebook nel suo Paese di residenza, ma non può far valere le sue stesse rivendicazioni per altri soggetti, in questo caso altri utenti Facebook. 

FACEBOOK NON LO CONSIDERA PIU’ UN UTENTE
Gli avvocati del social non sono certo rimasti con le mani in mano. Hanno ribattuto che il coraggioso paladino della privacy non era neppure da considerarsi più un «utente», perchè usava le pagine Facebook ormai per lavoro: faceva post con le sue pubblicazioni e trasformava la sua battaglia in una professione. Invece, la Ue non è d’accordo: anche per Schrems valgono le regole e i diritti dei consumatori vigenti nell’Unione Europea. I consumatori possono intentare nel proprio Paese comunitario azioni legali contro aziende straniere con cui sono stati stipulati contratti.

Salvo restando che lui può far causa per sé, non per altri. È un utente, dicono i giudici, anzi dal 2010 utilizza un account Facebook con il suo nome - scritto in cirillico - per uso privato, per caricare foto, postare e chattare. Ha circa 250 amici su Fb. Dal 2011, utilizza anche una pagina Facebook creata per il pubblico, che contiene informazioni sulle sue conferenze, sugli articoli che lo riguardano e le donazioni che ha chiesto per intentare la causa. Alla fine della storia però, che per vie legali è tutt’altro che terminata, il parere dell’avvocato della Ue non è vincolante per i giudici della Corte di giustizia delle Comunità europea, ma nella maggior parte dei casi (80%) gli stessi giudici seguono i suoi pareri.

Viaggio nella Sicilia delle basi militari Usa

ilgiornale.it
Mauro Indelicato

caccia

Una vasta pineta, il cui verde rende sopportabile anche il sole quando picchia pesantemente durante le ore di punta, con i suoi sentieri e con i suoi profumi caratteristici di quello che sembra un vero e proprio angolo di paradiso posto nella Sicilia meridionale: è questo lo scenario del bosco della “Sughereta” di Niscemi. Un’immagine suggestiva, in grado di far riecheggiare nella mente dei visitatori le tante leggende ed i tanti racconti ambientanti nella terra della Trinacria che però, nel giro di pochi chilometri, lascia spazio a ben altro scenario: dietro le punte degli ultimi pini, al culmine di una lunga passeggiata, emergono impietose tre grandi parabole poste sulla cima di una collinetta dietro la Sughereta; si presenta così il MUOS, acronimo di Mobile User Objective System, forse il simbolo più importante al momento della presenza americana in Sicilia, un vero e proprio paradigma dell’attività degli USA sull’isola e prima ‘tappa obbligatoria’ per chi vuol osservare da vicino cosa vuol dire convivere da anni fianco a fianco con le basi straniere.

Tra maxi parabole ed un reticolato di antenne: l’ingombrante presenza del MUOS nel territorio di Niscemi

C’è una strada in Sicilia che, nel percorrerla, equivale a compiere la “Route 66” in salsa mediterranea: è la SS 115, quella cioè che collega gli estremi opposti dell’isola, che va da ovest ad est partendo da Trapani ed arrivando in quel di Siracusa dopo aver attraversato scenari quali Selinunte, la Valle dei Templi di Agrigento, i muretti a secco del ragusano ed i luoghi in cui viene girata la fiction del commissario Montalbano. Ma percorrere questa statale, significa anche toccare con mano gli effetti di scelte politiche slegate dal contesto del territorio e del tutto lontane dalla sua vocazione; giungendo da Agrigento, dopo circa novanta minuti di strada si arriva a Gela e, già dalla periferia di questa che fu una delle prime colonie greche dell’isola, è possibile vedere svettare i pennacchi del petrolchimico e le ciminiere di quell’immenso complesso industriale che negli anni 60 ha risvegliato i sogni dei siciliani, mentre adesso appare un vero e proprio gigantesco corpo in agonia che ‘regala’ al territorio soltanto ulteriore inquinamento e maggiore fastidio.

Prima del petrolchimico, questa zona era meglio nota come ‘Piana del Signore’, un nome che evoca paesaggi forse più vocati al turismo che a delle enormi torri che per anni hanno sbuffato ingenti quantitativi di fumi nell’aria; da qui, si dirama una strada che si arrampica verso l’entroterra gelese e che conduce verso Niscemi. Si arriva in tal modo dritti alla Sughereta che, come sopra descritto, lascia poi spazio ad un reticolato di parabole ed antenne che compongono il sistema del MUOS: si tratta di installazioni situate in piena area protetta, lì dove per legge in realtà non si potrebbe costruire nemmeno un capanno per gli attrezzi dei contadini della zona; la loro utilità per la marina statunitense è quasi essenziale, visto che consente le comunicazioni da una parte all’altra non solo del Mediterraneo ma permette di coprire quasi interamente il globo e, inoltre, fa parte di un sistema collegato con altre analoghe strutture sparse nel pianeta.

Il MUOS è al momento emblema della presenza americana in Sicilia non solo perché è l’ultima infrastruttura militare ad entrare in funzione in ordine di tempo, ma anche perché la sua costruzione è stata osteggiata dalla popolazione: a partire dal 2011, la Sughereta di Niscemi è diventata sede di importanti cortei volti ad impedire il passaggio dei mezzi del cantiere verso la cima della collinetta che ospita l’installazione. Per provare a placare gli animi, gli statunitensi hanno dipinto di colore blu cielo le tre parabole e rivestito con della pietra locale le enormi basi di cemento armato che le sorreggono; nel 2013 si è costituita una vasta rete di comitati NO MUOS in tutta la Sicilia che ha quanto meno consentito il rallentamento dei lavori: diverse le azioni giudiziarie intraprese, alcune delle quali hanno anche permesso il sequestro dei cantieri, nonostante tutto però alla fine il MUOS è entrato in funzione tra il 2015 ed il 2016. I comitati nati contro le tre parabole, sono riusciti nell’intento di sollevare la questione ma divisioni interne e dietrofront della politica non hanno impedito la costruzione di queste tre enormi parabole.

“Stetti in America ed un vitti mancu li grattacieli” che, tradotto dalla lingua siciliana, vuol dire letteralmente “Sono stato in America ma non ho visto i grattacieli”; è una frase che nell’agosto del 2013 un manifestante ha esclamato durante un’intervista dopo essere tornato dall’area della Sughereta: la sensazione, per chi abita da queste parti, è che per davvero un pezzo di territorio non appartenga più alla Sicilia e non potrà più assurgere al ruolo di polmone verde di questo angolo dell’isola. Per la verità, uno dei boschi di pini più vasti del sud Italia è stato già violato nel 1991: da 26 anni infatti, a pochi passi dalle tre parabole del MUOS, sono in funzione qualcosa come quarantuno antenne che compongono il NRTF (Naval Radio Transmitter Facility), un reticolato che ha trasformato in lunare un altro angolo di verde. All’epoca non sono state effettuate proteste: in quello stesso anno infatti, poco più lontano la popolazione festeggiava la rimozione delle testate nucleari dall’ex base di Comiso e dunque è passata in sordina l’installazione di una nuova struttura militare americana.

Da Niscemi a Sigonella

Percorrendo la SS 417, bastano pochi chilometri per lasciarsi alle spalle il territorio di Niscemi con il contrasto tra la natura incontaminata della Sughereta e la presenza del MUOS e, da lì, ci si addentra nel Calatino, area che da anni aspira a diventare provincia a sé stante con Caltagirone capoluogo. La SS 417 porta dritto dinnanzi un altro e più ‘blasonato’ simbolo della presenza USA sull’isola: la base militare di Sigonella. Dalla notte della crisi dovuta all’atterraggio, nel 1985, dell’aereo con a bordo Abu Abbas, fino agli hangar che ospitano missili e droni; Sigonella evoca tutto questo, ma per meglio comprendere il rapporto tra la base e la Sicilia, occorre citare un aneddoto occorso ad un vetrinista del centro commerciale costruito dentro la base per gli americani e le loro famiglie. Carmelo Cocuzza, questo il suo nome, è stato licenziato in tronco dal Ministero della Difesa USA in quanto accusato di falsificare i cartellini di ingresso: dopo un decennio di battaglia giudiziaria, in ogni grado è stata riconosciuta la sua innocenza ma, nonostante una sentenza definitiva datata 2010, il reintegro al lavoro non è mai avvenuto.

Una storia che scorre sotto i piedi come la lava dell’Etna

Il vetrinista siciliano ha poi vinto la sua battaglia personale contro i vertici della base USA di Sigonella: beni per 230mila Euro sono stati pignorati all’interno della struttura militare, per permettere il risarcimento all’operaio ingiustamente licenziato. L’episodio però è significativo per comprendere la sensazione che hanno molti siciliani nel convivere con le strutture militari americane, vale a dire quella di essere ospiti a casa propria: non valgono le leggi italiane, né le sentenze, né le priorità della popolazione locale ed il tutto stride con la prospettiva di baricentro del Mediterraneoe del mondo evocato dalla forte presenza delle forze USA.

La storia passa dalla Sicilia, ma i siciliani la possono vedere al momento solo scorrere: quando si è deciso di bombardare la Libia, l’aeroporto di Trapani è stato chiuso per mesi per consentire agli aerei NATO di utilizzare la sua pista e, allo stesso modo, il flusso di migranti derivato da quella guerra viene ancora oggi vissuto in prima linea dalla popolazione dell’isola; oppure ancora, lo spazio aereo siciliano deve fare i conti anche con la presenza dei droni proprio a Sigonella, guidati anche dalle frequenze emesse dalle tre parabole del MUOS piazzate in piena riserva naturale.

La Sicilia è strategica, tanto da far apparire sconveniente anche dar giustizia ad un vetrinista della base USA licenziato senza giusta causa; una sovranità limitata, spesso sbandierata o rinfacciata anche in passato, ma che è soprattutto sull’isola che può essere ben capita ed osservata. La Sicilia rimane centrale nella storia del Mediterraneo, ma è una storia che al momento si limita a subire: mentre la sua economia arranca e la sua società tiene a stento, gli equilibri mondiali vengono quasi decisi tra installazioni montate in piena campagna o sui cieli azzurri che si rispecchiano in un mare sempre più trafficato.

Quarant’anni fa i terroristi colpivano la voce della libertà

lastampa.it
maurizio molinari

Il 16 novembre i brigatisti sparavano al vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno. Morirà tredici giorni dopo. Il suo esempio per difendere i nostri diritti


Illustrazione di Paolo Galetto.

A 71 anni dalla sua nascita la Repubblica italiana può affrontare le temibili sfide del XXI secolo grazie a un patrimonio di valori che si originano dalla passione laica per le istituzioni democratiche che distinse l’Assemblea Costituente e dunque i suoi padri fondatori. Rafforzare il legame con tali radici significa rinnovare lo spirito di chi scelse di affidare le sorti della nostra nazione alla formula di un’Italia «una e repubblicana» così come intrinsecamente legata alla comune patria europea.

E protagonista di un Occidente fondato sul rigido rispetto e la granitica difesa delle libertà individuali di ogni cittadino. Ricordare l’eredità di Carlo Casalegno a quarant’anni dal suo brutale assassinio a Torino da parte dei terroristi delle Brigate Rosse significa rinsaldare e rilanciare in avanti, alle nuove generazioni di italiani ed europei, la sfida di essere protagonisti del credo laico che lo distingueva nello Stato di diritto, nelle istituzioni repubblicane, nell’Europa e nell’Occidente. In ultima istanza, nella forza incontenibile delle libertà. 

Se in un breve scritto che ho l’onore di tenere incorniciato nel mio ufficio di direttore della Stampa, Casalegno traccia un paragone esplicito fra Resistenza antifascista e lotta al terrorismo è perché gli alleati di Hitler come le Brigate Rosse minacciarono, in tempi storici differenti, ciò che di più prezioso abbiamo: la libertà di essere noi stessi nel rispetto delle regole della democrazia.Tutto ciò è vitale per la Repubblica oggi come quarant’anni fa in ragione dell’entità delle sfide strategiche che minacciano la democrazia nel nostro Paese, in Europa e in Occidente: le diseguaglianze economiche, le migrazioni di massa e il terrorismo jihadista.

Le diseguaglianze economiche causate dalle imperfezioni, dalle ferite, dalla globalizzazione creano disagio, scontento alimentano la protesta dei giovani, delle famiglie, del ceto medio. Minano dal di dentro la tenuta degli Stati nazionali in Occidente. Per riuscire ad ascoltare la voce dei disagiati e quindi a formulare risposte efficaci la Repubblica può rifarsi a quell’idea di «Dio e popolo» che Giuseppe Mazzini indicò come fonte prima della legittimità, come motore ideale dello Stato unitario.

Riscoprire il legame fra le istituzioni repubblicane e il popolo dei cittadini significa adattare leggi e regolamenti a una realtà che non è più quella del Novecento, dove al posto della povertà c’è il disagio per la difficoltà ad affrontare i cambiamenti in atto, a cominciare dell’avvento delle nuove tecnologie e dall’allungamento della vita media. La sfida per le istituzioni repubblicane è nel saper essere flessibili, adattando i principi fondatori, e dunque il dettato della Costituzione, a una realtà profondamente mutata. Immaginando nuove forme di protezioni, economiche e sociali, per il ceto medio. 

Le migrazioni di massa che investono l’Europa e anche il nostro Paese sono anch’esse portatrici di novità rivoluzionarie: le nostre società saranno sempre più multietniche, multiculturali, multireligiose. I vicini di casa avranno fedi diverse dalla nostra, verranno da terre lontane, parleranno altre lingue. Ma saranno italiani ed europei come noi. E saranno sempre più simili ai nostri figli. Obbligandoci a ripensare la nostra identità italiana ed europea. Già oggi non si diventa più italiani solo per nascita o discendenza ma per scelta. Questo significa che l’idea laica e repubblicana di unire gli italiani, strategica per cambiare le sorti della nostra Penisola da terra sottomessa e nazione sovrana, deve essere estesa per unire tutti coloro che vogliono essere italiani.

Anche se sono nati in altri continenti, non hanno genitori italiani, e vogliono appartenere alla nostra comunità nazionale solo perché attirati dalla sua creatività artistica e culturale. Ciò significa immaginare un nuovo patto sociale fra chi già vive in Italia e chi sceglie di risiederci, in tempi storici differenti, puntando a un equilibrio fra parità dei diritti e rigido rispetto della legge. Infine, ma non per importanza, il terrorismo jihadista: ovvero la più brutale e sanguinaria versione del totalitarismo che nel XXI secolo minaccia le democrazie liberali così come il nazifascismo e il comunismo sovietico fecero nel secolo precedente. 

I jihadisti amano la morte come i carnefici di Hitler, disprezzano la libertà come gli agenti di Stalin, hanno il miraggio del controllo dell’intero pianeta come altri dispotismi prima di loro e per perseguire tutto questo massacrano anzitutto chi è musulmano come loro, nella convinzione che ciò li porterà a sottomettere cristiani ed ebrei, buddisti e hindu, atei e animisti. Come già avvenuto in passato la risposta delle democrazie non può che essere una e duplice: difendersi con le norme dello Stato di diritto e unirsi contro il mortale nemico al fine di sconfiggerlo. Ciò che qui più serve è una dottrina di sicurezza collettiva per proteggere le democrazie nel XXI secolo da nemici senza precedenti: che si infiltrano nella popolazione per colpire in abiti civili e che non esitano a pianificare l’uso delle più sanguinose armi di distruzione di massa. 

Diseguaglianze, migrazioni e terrorismo sono sfide destinate a ridefinire le democrazie. Chi saprà affrontarle e superarle darà vita a società liberali capaci di essere protagoniste del nuovo secolo, gli altri saranno destinati a un inesorabile declino. Perché quando la Storia accelera diventa feroce. In ultima istanza a fare la differenza sarà il coraggio dei leader, e dunque dei singoli cittadini, nell’affrontare la responsabilità di difendere le libertà che abbiamo ricevuto in eredità dalle generazioni che ci hanno preceduto. Per questo la lezione e l’esempio di Carlo Casalegno non potrebbero essere più attuali.

Elogio della disfatta

lastampa.it
mattia feltri

Aver mancato la qualificazione ai Campionati mondiali di calcio non è un dramma, nemmeno sportivo, sebbene non succedesse da sessant’anni, il che dà la misura del fiasco. Ma il tracollo, come il trionfo, sa portare l’incanto della grandezza: Ettore non è meno glorioso di Achille, e l’altra sera il tracollo ha consegnato alla gloria della polvere quel monumento di Gigi Buffon, ridotto alle lacrime di una fragilità molto virile. Qui, poi, a differenza dell’epica di Omero, c’è il non trascurabile vantaggio di essere rimasti in vita: il calcio è commedia umana, un feuilleton che prevede sempre la prossima puntata, in cui il tracollo è un’opportunità, è il presupposto della catarsi e della rinascita. 

Vale anche per il presidente della federazione, Carlo Tavecchio, che nel tracollo aveva l’occasione di riscattare l’immagine di intellettuale da osteria coi gomiti sul bancone. Vale per il commissario tecnico, Giampiero Ventura, decenni di ottimo calcio ai margini della nobiltà, e infine umiliato dall’azzardo come un sublime personaggio dei Malavoglia. Il tracollo, dovevano sapere, non è il fallimento di un uomo, ma il fallimento di un’impresa. Bastava presentarsi dopo la partita e dimettersi, farsi da parte con la struggente dignità di chi ha perduto. La gloria. Invece no. Hanno scelto di restare lì, per vedere se c’è ancora qualcosa da raccattare, nascosti dietro una sintassi burocratica e furbina, in fuga dalle loro responsabilità che è sempre una fuga cieca, e porta allo strapiombo in cui l’uomo precipita insieme alla sua sconfitta. 

Bertinotti, tra comunismo, papa Francesco e lavori di casa: ''La proprietà privata? Va superata''

repubblica.it
di Antonio Nasso

Con l'intervista a Fausto Bertinotti prosegue "Seconda repubblica", rubrica video in cui i protagonisti della politica anni '90 si raccontano.

Bertinotti, tra comunismo e chiesa: ''La proprietà va superata'' di ANTONIO NASSO

Fausto Bertinotti è stato uno degli esponenti più importanti della sinistra italiana della Seconda Repubblica. Leader di Rifondazione Comunista dal 1994 al 2006 e presidente della Camera dal 2006 al 2008, è stato per anni l'alleato scomodo del centrosinistra ed è ancora oggi il principale sospettato per la caduta del primo governo Prodi nel 1998 e il politico che vanta il record di presenze in TV a "Porta a porta". "Mi considero ancora comunista e credo che la proprietà privata vada superata.

Oggi papa Francesco è più di sinistra dei leader politici europei", racconta Bertinotti per spiegare il suo recente avvicinamento alle idee di Bergoglio. E a chi gli rimprovera la fallimentare campagna elettorale del 2008 con la Sinistra Arcobaleno, risponde: "Era purtroppo un accrocchio inevitabile, ma abbiamo sbagliato a farci vedere in un luogo simbolo del consumismo americano come l'"Hard Rock Café": è stato un errore di comunicazione"

venerdì 17 novembre 2017

«È morto Salvatore Riina», a Ercolano spuntano manifesti funebri contro il boss

ilmattino.it

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Boris Giuliano, Emanuela Setti Carraro e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ancora Ninni Cassarà, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro. Sono soltanto alcune delle vittime innocenti della mafia menzionate in un manifesto apparso ad Ercolano e rivolto a Totò Riina, storico Capo dei Capi della mafia, morto alle 3.37 di venerdi 17 novembre nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma. Ieri aveva compiuto 87 anni. Ai due lati del manifesto nella città degli Scavi la foto dei due magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.



Totò Riina è morto all’alba, era in coma da giorni dopo due interventi chirurgici



lastampa.it
Pubblicato il 16/11/2017
Ultima modifica il 17/11/2017 alle ore 07:35

Le condizioni del boss mafioso (che aveva compiuto 87 anni) si erano aggravate nelle ultime ore. Orlando aveva concesso il permesso a figli e moglie di essere al suo capezzale


Il boss corleonese Totò Riina è morto questa mattina alle 3,37 nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma. Aveva appena compiuto 87 anni. Operato due volte nelle scorse settimane, dopo l’ultimo intervento era entrato in coma. Riina, per gli inquirenti, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni, era ancora il capo di Cosa nostra.

Malato da tempo, il capomafia era in coma farmacologico da giorni. Arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, era ancora considerato dagli inquirenti il capo indiscusso di Cosa nostra.Con parere positivo della Procura nazionale antimafia e dell’amministrazione penitenziaria il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva firmato il permesso per consentire alla moglie e ai figli di visitare Riina in ospedale.

Salvo Riina, terzogenito dei quattro figli del boss, ieri aveva scritto su Facebook: «Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà».

Condannato a 26 ergastoli
Riina stava scontando 26 condanne all’ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del ’93, nel Continente. Sua la scelta di lanciare un’offensiva armata contro lo Stato nei primi anni ’90. Mai avuto un cenno di pentimento, irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell’omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati. Lo scorso febbraio il boss ribadiva, parlando con la moglie Antonietta Bagarella: «Io non mi pento... a me non mi piegheranno». L’ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui era imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato.

In gravi condizioni
Nelle ultime settimane Riina era stato operato due volte. I medici avevano da subito avvertito che difficilmente il boss, le cui condizioni erano da anni compromesse, avrebbe superato gli interventi. Sembra che dopo le operazioni siano intervenute complicazioni che hanno costretto i medici a sedare il boss mafioso.


(Una foto recente di Totò Riina)

Una “morte dignitosa”
Si parla da tempo delle condizioni di salute di Totò Riina. La scorsa estate si è dibattuto sulla possibilità che il “capo dei capi” potesse uscire dal carcere per affrontare una “morte dignitosa”. Il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva infine rigettato la richiesta del differimento della pena o, in subordine, della detenzione domiciliare, presentata dai legali del boss. I giudici in quell’occasione avevano ribadito che Riina «non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero».

Anche Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia, aveva detto che «non esiste il diritto alla morte fuori cella». La Direzione investigativa antimafia a luglio aveva ribadito che il boss era ancora «a guida di Cosa nostra, a conferma dello stato di crisi di un’organizzazione incapace di esprimere una nuova figura in sostituzione di un’ingombrante icona simbolica».

Il silenzio dei parenti delle vittime
Saputa la notizia delle gravi condizioni di Riina, Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via Georgofili a Firenze, ha commentato: «Iddio abbia pietà di lui, noi non abbiamo potuto perdonarlo e ci spiace muoia ora che forse si potrebbe arrivare a capire chi gli ha armato la mano per ammazzare i nostri figli, malgrado lui il capo della mafia non si sia mai pentito. Ho parlato ora con i parenti delle vittime della strage di via dei Georgofili e la risposta è stata il silenzio totale, hanno patito troppo per un uomo che tale non è mai stato».


ANSA
(Una foto d’archivio del 1993)

L’ex sindaco cita il monito del Papa
L’ex sindaco di Corleone Pippo Cipriani, protagonista nei primi anni Duemila di un tentativo di rinnovamento della città siciliana che aveva dato i natali a Riina, ha detto invece: «Penso in questo momento al monito di Giovanni Paolo II ai mafiosi: “Pentitevi un giorno arriverà il Giudizio di Dio”, nel quale non è prevista la facoltà di non rispondere».

Cos’è il 41 bis
Totò Riina era ancora detenuto secondo il 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”. Una misura che venne introdotta della legge del 26 luglio 1975. Fu inizialmente pensata per le rivolte in carcere ma nel 1992, dopo la strage di Capaci, venne estesa ai condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. La norma aveva carattere temporaneo ma è stata poi rinnovata. In Italia i detenuti al 41 bis sono in carcere per associazione mafiosa, come il boss corleonese, o per sospetta attività di terrorismo.

Anonymous 'buca' governo e ministeri: ''Abbiamo i vostri dati personali"

repubblica.it
di ARTURO DI CORINTO

Un nuovo leak ha per oggetto contratti, stipendi, carte d'identità e indirizzi email di personale degli Interni, della Difesa, della Marina e della Presidenza del Consiglio. Il nuovo colpo alla cybersicurezza assestato dal gruppo di hacker anonimi

Anonymous 'buca' governo e ministeri: ''Abbiamo i vostri dati personali"

UNA miniera di dati, riservati e personali. Di poliziotti, militari, marinai stellati del Bel Paese. Così si presenta il leak appena diffuso in Rete da Anonymous: "Cittadini, siamo lieti di annunciarvi, per il diritto della democrazia e della dignità dei popoli, che siamo in possesso di una lista di dati personali relativi al ministero dell'Interno, al ministero della Difesa, alla Marina Militare nonché di Palazzo Chigi e Parlamento Europeo."

Dati riservati e molto personali, che includono patenti di guida, carte d'identità, dichiarazione dei redditi, numeri di telefono. Ma anche ordini di servizio, note e contratti riferiti a personale e attività di militari e poliziotti, con tanto di stipendio e curriculum. C'è anche l'indicazione delle frequenze da usare per comunicare nei viaggi all'estero del presidente Paolo Gentiloni e poi le attività della Digos durante le manifestazioni, per arrivare fino a targhe di auto e assicurazioni di servizio. La conferma dell'attività di hacking in una nota ufficiale della Polizia Postale, diramata nel pomeriggio.

Anonymous 'buca' la rete di governo e ministeri e pubblica dati personali di militari e agenti

·IL MESSAGGIO IN RETE
La rivendicazione di Anonymous è piuttosto minacciosa: "Governo, corruttore di democrazia, la rivoluzione passa anche qui, inarrestabile, il cui ideale conosce ora i vostri nomi, i vostri contatti telefonici, le vostre residenze. Possediamo anche fotocopie dei vostri documenti personali, di quelli dei vostri parenti ed amici, contratti di lavoro, contratti d'affitto, buste paghe e molto altro." e continua criticando lo scarso livello di sicurezza dei militari stessi: "Per l'ennesima volta lo Stato italiano tradisce ed imbarazza i valori dei nostri militari che hanno giurato di difenderlo. Ma difendere chi? Difendere i propri cittadini o un governo che imbarazza le stesse forze di difesa?"

·CYBERSICUREZZA A RISCHIO
La notizia del leak, pubblicata su un blog di Anonymous e rimbalzata su Twitter via YourAnonRevolt, lascia di stucco, perché offre molte ipotesi sullo stato dell'arte della sicurezza informatica del Sistema Italia. Proprio oggi che a Roma si tiene il 360 cybersecurity Summit dedicato alla sicurezza delle nostre aziende. Secondo Pierluigi Paganini, consulente del Governo e membro dell’Agenzia europea per la sicurezza informatica, "I dati forse non sono così importanti, ma ci obbligano a chiederci quale sia l'effettivo livello di consapevolezza dell'importanza di proteggerli e con essi le persone a cui si riferiscono".

·"LA DEMOCRAZIA MUORE"
Il comunicato di Anonymous finisce con una citazione da La Repubblica di Platone, il filosofo greco: "Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri. Una è l'oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra e’ la democrazia quando, per sete di liberta’ e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi. Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice. Così la democrazia muore: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo."

·I PRECEDENTI
Non è la prima volta che Anonymous si manifesta in queste forme. Anzi, a dire il vero gli Anonymous italiani sembravano scomparsi dopo i dissidi interni fra quelli che avevano contribuito ad alcune eclatanti operazioni di sabotaggio nei confronti dell'Expo a Milano, dell’Agenzia del Farmaco, dei siti degli Esteri e della Polizia di Stato. All'epoca avevano bloccato la biglietteria di Expo, bloccato il sito del Family Day e cambiato i connotati dell'Aifa con un'operazione di defacement.

·DIETRO LA MASCHERA
In particolare sembravano ridotti al silenzio dopo l’arresto di alcuni attivisti considerati dagli inquirenti i portavoce dell’organizzazione. Un'organizzazione che però nessuno nell’underground riconosce, visto che chiunque può indossare la maschera di Anonymous e che chiunque può partecipare alle sue azioni dimostrative, le AnonOps, senza rispondere ad alcun capo. Adesso, quello che sembrava un grattacapo in meno per la cybersecurity italiana è tornato alla ribalta sotto il cappello di Anonymous.

Secondo il professore Michele Colajanni dell’Università di Modena Reggio-Emilia, direttore della Cyber Academy e membro del Laboratorio Nazionale di Cybersecurity del Cini: "Non è una questione tecnologica ma una questione culturale. L’esistenza di strumenti di contrasto avanzato al cybercrime non deve deresponsabilizzarci. Bisogna capire che di fronte al rischio cyber siamo tutti in prima linea e per questo bisogna informare le persone dei rischi che si corrono nel cyberspace ed educare alla cybersecurity soprattutto chi svolge compiti delicati come le forze di polizia."