sabato 21 gennaio 2017

Le 10 app spia per iPhone e Android

La Stampa



Cell Tracker
Un’app semplice che mantiene l’unica funzione che promette: tracciare qualcuno. L’utilizzo è consigliato nel caso di utenti aziendali. Un esempio? Se gestite una flotta di corrieri, postini oppure di fattorini per la pizza, potete installare sullo smarphone dei vettori l’app per vedere dove si trovano e organizzare meglio il lavoro. Per Android, gratis.




Children Tracker
I tempi cambiano e anche le abitudini dei ragazzi. Sempre più minorenni hanno uno smartphone e utilizzano i social network. Attraverso quest’app sarà possibile tenere traccia delle loro telefonate, messaggi, ricerche sul web e luoghi visitati, anche senza che lo sappiano, con una comoda funzione che permette di nasconderla dall’elenco di quelle installate. Per Android, gratis




Spy Message
Un semplice modo per inviare messaggi di testo ad un telefono senza che vengano memorizzati. Una volta si chiamavano “SMS Flash ” e si trattava di SMS che venivano visualizzati direttamente sul display del cellulare per poi sparire con la pressione di un tasto. Oggi non vengono più usati ma al loro posto vi sono app del genere che possono anche cancellare i messaggi in arrivo dopo un certo periodo di tempo. Per Android, gratis.




iSafe Spy
Un’app che serve a capire se qualcuno ha spiato il vostro iPhone. Come una piccola videocamera di sorveglianza, se un intruso cerca di accedere allo smartphone inserendo per due volte un PIN errato, la camera frontale dell’iPhone (quindi modelli dal 4 in su) scatta un bel “selfie” al ladro senza che se ne accorga, memorizzando poi la foto nel rullino. Per iOS, gratis




GPS Location Tracker
Come per Cell Tracker su Android, GPS Location Tracker permette di vedere dove si trova un determinato telefono sulla mappa. La differenza è che bisogna registrare l’iPhone sul sito dello sviluppatore per poter localizzare il dispositivo direttamente dal web, sperando che abbia la “Localizzazione” attiva. Per iOS, 0,89 €.




Agente Segreto
Un’app tuttofare degna del miglior Ispettore Gadget. Al suo interno c’è un localizzatore GPS, uno scanner Wi-Fi, una bussola e un analizzatore di suoni ambientali con spettrogramma in tempo reale. Alla fine tanto fumo per poche (reali) funzioni, ma anche l’occhio vuole la sua parte. Per Android, gratis.




Ear Spy
Si tratta di un’app che promette di “potenziare l’udito delle persone”. In realtà la sua funzione migliore è la possibilità di intercettare conversazioni audio attraverso lo smartphone lasciato con lo schermo spento e in apparante modalità stand-by. L’app infatti riesce ad inviare il suono direttamente ad un paio di cuffie Bluetooth e permettere a chi le indossa di ascoltare tutto a pochi metri di distanza. Per Android, gratis.




Security Cam
Una potente app per registrare video senza che nessuno se ne accorga. Secondo gli sviluppatori si tratta della sola “approvata e utilizzata a livello professionale da veri investigatori”. Tra le funzioni più interessanti c’è quella che permette di avviare la registrazione video quando, nella più completa calma, il sensore avverte dei movimenti nell’ambiente di ripresa. I video possono essere trasferiti in automatico su Dropbox o un account YouTube. Per iOS, 8,99 €.





Cell Tracker
Un’app semplice che mantiene l’unica funzione che promette: tracciare qualcuno. L’utilizzo è consigliato nel caso di utenti aziendali. Un esempio? Se gestite una flotta di corrieri, postini oppure di fattorini per la pizza, potete installare sullo smarphone dei vettori l’app per vedere dove si trovano e organizzare meglio il lavoro. Per Android, gratis.




Children Tracker
I tempi cambiano e anche le abitudini dei ragazzi. Sempre più minorenni hanno uno smartphone e utilizzano i social network. Attraverso quest’app sarà possibile tenere traccia delle loro telefonate, messaggi, ricerche sul web e luoghi visitati, anche senza che lo sappiano, con una comoda funzione che permette di nasconderla dall’elenco di quelle installate. Per Android, gratis.




Spy Message
Un semplice modo per inviare messaggi di testo ad un telefono senza che vengano memorizzati. Una volta si chiamavano “SMS Flash ” e si trattava di SMS che venivano visualizzati direttamente sul display del cellulare per poi sparire con la pressione di un tasto. Oggi non vengono più usati ma al loro posto vi sono app del genere che possono anche cancellare i messaggi in arrivo dopo un certo periodo di tempo. Per Android, gratis.




iSafe Spy
Un’app che serve a capire se qualcuno ha spiato il vostro iPhone. Come una piccola videocamera di sorveglianza, se un intruso cerca di accedere allo smartphone inserendo per due volte un PIN errato, la camera frontale dell’iPhone (quindi modelli dal 4 in su) scatta un bel “selfie” al ladro senza che se ne accorga, memorizzando poi la foto nel rullino. Per iOS, gratis.




GPS Location Tracker
Come per Cell Tracker su Android, GPS Location Tracker permette di vedere dove si trova un determinato telefono sulla mappa. La differenza è che bisogna registrare l’iPhone sul sito dello sviluppatore per poter localizzare il dispositivo direttamente dal web, sperando che abbia la “Localizzazione” attiva. Per iOS, 0,89 €.




Agente Segreto
Un’app tuttofare degna del miglior Ispettore Gadget. Al suo interno c’è un localizzatore GPS, uno scanner Wi-Fi, una bussola e un analizzatore di suoni ambientali con spettrogramma in tempo reale. Alla fine tanto fumo per poche (reali) funzioni, ma anche l’occhio vuole la sua parte. Per Android, gratis.




Ear Spy
Si tratta di un’app che promette di “potenziare l’udito delle persone”. In realtà la sua funzione migliore è la possibilità di intercettare conversazioni audio attraverso lo smartphone lasciato con lo schermo spento e in apparante modalità stand-by. L’app infatti riesce ad inviare il suono direttamente ad un paio di cuffie Bluetooth e permettere a chi le indossa di ascoltare tutto a pochi metri di distanza. Per Android, gratis.




Security Cam
Una potente app per registrare video senza che nessuno se ne accorga. Secondo gli sviluppatori si tratta della sola “approvata e utilizzata a livello professionale da veri investigatori”. Tra le funzioni più interessanti c’è quella che permette di avviare la registrazione video quando, nella più completa calma, il sensore avverte dei movimenti nell’ambiente di ripresa. I video possono essere trasferiti in automatico su Dropbox o un account YouTube. Per iOS, 8,99 €.




mSpy
Una delle app che ha destato più clamore, soprattutto per la tempistica di uscita in tempi in cui si fa un gran parlare di privacy digitale e monitoraggio governativo. Il suo utilizzo è davvero vasto: dal controllo delle chiamate, alla posizione geografica, fino all’analisi delle parole scritte sulla tastiera. Gli sviluppatori non fanno nulla per nascondere le funzioni della loro app, anzi la dichiarano la soluzione “numero 1 per il monitoraggio”. Attenzione, perché gran parte delle funzioni, se usate senza autorizzazione all’interno delle mura domestiche, possono costituire motivo di denuncia penale
. Per iOS e Android, abbonamento mensili e partire da 39,00 €




mCouple
Storia odierna. Non sei sicuro della fedeltà del partner? Puoi metterlo alla prova, monitorando notte e giorno il suo smartphone. L’app è stata ideata proprio dall’azienda che c’è dietro la famosa mSpy e permette di spiare ogni azione sullo smartphone del proprio compagno/a. Nato come servizio da offrire ai genitori sui dispositivi dei figli, gli sviluppatori hanno ben capito che un’app del genere avrebbe sfondato tra gli inaffidabili e insicuri partner. Per iOS e Android, gratis.

Valanga sull’hotel Rigopiano, la vignetta di Charlie Hebdo

La Stampa




“La morte arriva sugli sci”
Charlie Hebdo, il settimanale satirico della Francia, dedica un’altra vignetta a una catastrofe che ha colpito dell’Italia. Dopo aver paragonato i morti di Amatrice a un piatto di lasagne nel contestatissimo disegno dal titolo «Sisma all’italiana» della scorsa estate, questa volta lo spunto è la valanga del Rigopiano. Nella vignetta, pubblicata sulla pagina Facebook, si vede la morte in sci con due falci al posto delle racchette. «Italia: la neve è arrivata. Non ce ne sarà per tutti».





“Sisma all’italiana”
«Penne al pomodoro, penne gratinate, lasagne».




“Italiani...”
«Italiani…non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia».

I Gorgonzola non sono tutti uguali. Ecco i magnifici 10

repubblica.it


ANGELO CROCE (Casalpusterlengo, Lodi)
Due firme da ricordare anche per questo caseificio lombardo, uno dei più longevi, con una storia che inizia addirittura nel 1880. Innanzitutto il piccante Malghese: nobile, potente e tuttavia garbato, mai invasivo. Poi il ‘Pannaverde’, di pronunciata morbidezza: dote sempre apprezzata quando si parla di Gorgonzola.



ARIOLI (Ozzero, Milano)
La piana, la terra di marcite e antiche abbazie. Poco più in là scorre il Ticino. Gianluca Arioli completa una lunga storia, radicata nell’Ottocento e mai interrotta. Il ‘piccante’ è pura simbiosi con le atmosfere, i gusti, le tradizioni della memoria. Se ne producono 700 forme alla settimana: belle densità, sorprendenti evoluzioni di un sapore che tocca a lungo il palato. Emozionante.  



BARUFFALDI (Castellazzo, Novara)
Si chiama ‘l’Angelo’, come il suo creatore. E il nome porta davvero bene a questo Gorgonzola dolce che, piano piano, sta conquistando l’interesse dei gourmet di tutto il mondo, Asia compresa. Brioso, stupendo nelle sfumature e nella cremosità.



CAROZZI (Pasturo, Lecco)
Da assaggiare a casa, oppure direttamente nella ‘Formaggeria’ a Pasturo. Il dolce ‘Selezione’ è morbido, con venature lievi. E affinato nel cuore della Valsassina, che da secoli la geografia lombarda designa a luogo magico per la stagionatura degli erborinati.




GUFFANTI (Arona, Novara)
Carlo Fiori è uno dei più apprezzati affinatori a livello mondiale. Nel suo ‘caveau’, a poche decine di metri dal lago Maggiore, riposano Gorgonzola d’autore, portati nella versione piccante ad affinamenti importanti e protratti (anche oltre 200 giorni). Di venature intense e un ricco bouquet aromatico che, tuttavia, si rivela sorprendentemente elegante.



IGOR (Cameri, Novara)
Il ‘Gran Riserva Leonardi’ è l’imperdibile prodotto di punta della realtà oggi leader (mondiale) nella produzione di Gorgonzola. Frutto di un’attenta selezione, rende merito alla storia di un’arte casearia di tre generazioni. Grande equilibrio nei toni, cremosità perfetta.



LATTERIA SOCIALE DI CAMERI (Cameri, Novara)
Più di cent’anni di vita da quando – era il 1914 – i primi allevatori costituirono la cooperativa, con l’obiettivo di conferire e trasformare direttamente la produzione di latte delle singole cascine (il boom sarà negli anni Quaranta, con oltre 400 realtà associate). A San Lucio, patrono dei casari, è dedicata la selezione di punta: armonico il ‘dolce’, il ‘piccante’ è gradevolmente pastoso, intenso, incisivo.




MARIO COSTA (Cameriano, Novara)
Tradizione antica e, da pochi anni, un nuovo stabilimento a baricentro tra le città di Novara e Vercelli, nel cuore delle ‘terre del riso’. Il ‘Dolcificato Gran Riserva’ si distingue per la morbida cremosità ed è soave nella progressione del gusto, che si fa rotondo e durevole.




OIOLI (Cavaglietto, Novara)
Il ‘Dolce Arianna’ è avvolgente, di grande equilibro. E’ prodotto nel cuore della pianura novarese, dove è marcata la tradizione zootecnica e lattiero casearia: la tradizione del caseificio è forte di oltre trent’anni d’esperienza.




PALZOLA (Cavallirio, Novara)
Matura a ridosso della catena alpina piemontese, dove il vento del Monte Rosa soffia deciso: il Gorgonzola dolce di Sergio Poletti, grande sperimentatore, è una piacevole rincorsa di delicatezze, per consistenza e sapore; più virile e austero nella declinazione piccante.

Quando, dove e perché si usano i soldi degli sms solidali

repubblica.it
di MONICA RUBINO

Quando, dove e perché si usano i soldi degli sms solidali

La polemica è montata sui social ma il caso è stato sollevato dai 5stelle che, dopo il nuovo sisma che ha scosso il Centro Italia flagellato dalla neve, hanno accusato il governo di aver messo in naftalina i fondi per i terremotati raccolti dalla Protezione civile con gli sms solidali invece di utilizzarli subito per fronteggiare l'emergenza. Ma come funziona veramente il meccanismo delle collette di solidarietà per le popolazioni colpite dal terremoto? Quando e come si possono usare quei soldi? Ecco le risposte della Protezione civile.

Dove vanno a finire i soldi raccolti con gli sms?
Le donazioni raccolte tramite il numero solidale 45500, nonché i versamenti sul conto corrente bancario attivato dal Dipartimento della protezione civile, confluiscono nella contabilità speciale intestata al commissario straordinario aperta presso la Tesoreria dello Stato.

A che cosa servono?
Le somme servono a finanziare gli interventi di ricostruzione nei territori. Quindi è esclusa ogni utilizzazione per scopi emergenziali. Alla fine della raccolta viene nominato un Comitato di garanti, che ha il compito di valutare e finanziare i progetti presentati dalle Regioni in accordo con i Comuni interessati. Del progetto viene seguito anche tutto l'iter della realizzazione. Ad esempio in Emilia, dopo il terremoto del 2012, i fondi solidali sono stati usati per ricostruire scuole e palestre.

Quando si possono usare?
Secondo un accordo siglato con le società di telefonia, che raccolgono gli sms solidali e versano i proventi senza alcun ricarico sul conto corrente della Protezione civile, la raccolta si chiuderà a meno di proroghe il 29 gennaio. Fino a che non si sa con esattezza quanti soldi siano stati raccolti (finora la cifra si aggira attorno ai 28 milioni di euro) non si può decidere quali progetti finanziare. Gli operatori che hanno aderito all'iniziativa senza scopo di lucro sono Tim, Vodafone, Wind, 3, Postemobile, Coopvoce, Infostrada, Fastweb, Tiscali, Twt, Cloud Italia, Uno Communication e Convergenze Spa.

Apple fa causa a Qualcomm: chiede un miliardo di dollari

Il mattino



Apple presenta una causa da 1 miliardo di dollari contro Qualcomm, accusandola di monopolizzare il mercato di chip e di volerle restituire un miliardo di dollari in ritorsione della sua collaborazione con le autorità della Corea del Sud. Seul ha comminato una sanzione da 854 milioni di dollari a Qualcomm per le modalità con cui concede in licenza le sue tecnologie. Anche le autorità americane hanno avvito un'azione contro la società per lo stesso motivo. I titoli di Qualcomm reagiscono immediatamente alla causa di Apple, arrivando a perdere il 2,4%. Apple accusa Qualcomm di far leva della sua posizione di forza per imporre prezzi «alti e irragionevoli» sui suoi brevetti, limitando allo stesso tempo la capacità di Apple di scegliere altri fornitori di chip.

Cupertino con l'azione legale chiede la restituzione di un miliardo di dollari che Qualcomm avrebbe trattenuto, vendicandosi così della collaborazione di Apple con le indagini della Corea del Sud. «Siamo delusi da come Qualcomm gestisce i nostri legami e sfortunatamente dopo anni di disaccordo sul livello adeguato di royalty, non ci è rimasta altra scelta che rivolgerci al tribunale» afferma Apple, sottolineando che Qualcomm «tattiche di esclusione e di royalty eccessive» per cercare di mantenere la sua posizione. L'azione legale di Apple segue la causa avviata dalla Federal Trade Commission, l'antitrust americana, che accusa Qualcomm di usare pratiche scorrette per la licenza dei chip così da mantenere il monopolio del mercato. Qualcomm si è difesa dalle accuse delle autorità americane, definendole basate su informazioni non accurate e frettolose per via del cambio di amministrazione.

Usa, il musicista nero che sussurra al Ku Klux Klan: "Trump? Non mi fa paura"

repubblica.it
di GIULIA ZANICHELLI

Daryl Davis da 30 anni cerca di sconfiggere la setta del suprematismo bianco con l'arma più potente di tutte: il dialogo. E accoglie il nuovo presidente: "Ora sarà impossibile tacere sul razzismo"

Usa, il musicista nero che sussurra al Ku Klux Klan: "Trump? Non mi fa paura"

"Questa storia nasce dalla mia curiosità, dal mio voler trovare una risposta a una semplicissima domanda: Come puoi odiarmi se nemmeno mi conosci?".

Negli Stati Uniti all'alba di una presidenza che minaccia nazionalismi e lotta al diverso, Daryl Davis è una figura anomala. Musicista afroamericano, coltiva da più di 30 anni una strana passione: quella per il Ku Klux Klan. E ha fatto di questo suo inedito interesse uno scopo di vita: ha incontrato centinaia di suprematisti in tutta l'America, ha tenuto conferenze, scritto un libro e girato un documentario proprio per ragionare di questo.

Da un incontro casuale con un membro della setta nel 1983 a oggi, Daryl non ha mai smesso di confrontarsi con loro, tentando di instaurare un dialogo costruttivo e di cercare una comprensione reciproca. E non si lascerà certo fermare da un tycoon alla Casa Bianca.

Oggi nasce l'America di Donald Trump. Quali sono i suoi timori per questa nuova presidenza?
"Io non ho paura. Non sono spaventato, perché le politiche del nuovo presidente sono per la maggior parte stupide e sono sicuro che questo Paese non le permetterà, non saranno realizzate. Personalmente, credo che Trump sia la cosa migliore che potesse capitare a questo Paese. Per il semplice fatto che grazie a lui tutto il razzismo soffocato della nostra società verrà alla luce, e tutti potranno e dovranno vederlo. Non si potrà più negarlo o rimanere indifferenti: si dovrà affrontarlo. Per risolvere un problema, bisogna prima vederlo. Quindi, il risultato positivo di questa elezione è che si parlerà sempre di più della questione della razza, smetterà di essere un tabù come lo era in passato".

L'atteggiamento degli Usa nei confronti del razzismo oggi è quindi diverso rispetto al passato? L'amministrazione Obama ha cambiato o almeno mescolato le carte in tavola?
"Il razzismo è sempre stato parte del nostro Paese, è sempre esistito. Alcuni dicono che la situazione è peggiorata sotto la presidenza Obama, ma non credo sia vero. Secondo me è migliorata. Basta pensare ai dati: in America la popolazione nera è circa il 12%, ciò significa che se anche tutti gli afroamericani avessero votato per Obama presidente, non sarebbe stato comunque eletto.

Quindi i voti bianchi erano necessari, e ci sono stati per due volte. 20 anni fa, l'elezione di un presidente nero non sarebbe mai stata possibile, non sarebbe mai potuto essere accettato. E questo è emblematico di come la situazione sia migliorata negli anni. Ma oggi, questa nuova elezione dà una voce al fronte opposto, a tutte quelle persone che erano scettiche verso Obama e che ora gioiscono per la presidenza di Trump. Oggi queste persone si sentono rappresentate, sentono di avere una voce e di poter parlare più forte".

Usa, il musicista nero che sussurra al Ku Klux Klan: "Trump? Non mi fa paura"

Perché ha deciso di iniziare questa sua personale battaglia contro il Ku Klux Klan?
"Non la chiamerei battaglia, quanto piuttosto un tentativo di comprensione. Voglio capire come e da dove possa avere origine un odio così grande verso qualcuno che nemmeno conoscono".

Cosa fa per convincere le persone a lasciare la loro ideologia razzista?
"La mia missione, il mio scopo non è quello di far cambiare opinione, ma prima di tutto di rispondere a questa domanda che mi pongo da solo: "Come puoi odiarmi così tanto se neppure mi conosci?". Voglio trovare il senso profondo di tutto ciò, non voglio "convertire" nessuno di partenza. C'è chi mi parla, chi non mi parla, chi mi detesta. Ma quelli che mi parlano, piano piano e con il tempo iniziano a rispettarmi.

Si rendono conto che conosco molte cose di loro, del loro movimento: li ho studiati a lungo. E piano piano, iniziano a rispettare la mia conoscenza. Tutto si basa e parte dal rispetto.  Una volta conquistato quello, lentamente iniziano a vedermi come un essere umano, al di là del colore della mia pelle. E a condividere con me le loro ragioni e le loro convinzioni. Ed è da queste conversazioni che eventualmente nasce il loro cambiamento ideologico, cambiano da soli, io non metto nessuna pressione".

Usa, il musicista nero che sussurra al Ku Klux Klan: "Trump? Non mi fa paura"

Come è coinvolta la musica in questo tuo progetto?
"Sicuramente la musica è la base di partenza di tutto. Io sono musicista da una vita, e credo nel potere della musica. Tutti la amano, è un aggregante, unisce le persone e le fa stare insieme. Anche il mio impegno con il Kkk nasce dalla musica: la prima volta che ho parlato con qualcuno di loro è stato proprio dopo un mio concerto: io suono in molti stili differenti, e quella sera suonavo in un gruppo di musica country, che è considerata musica fatta da bianchi per i bianchi. Sono rimasti impressionati e mi si sono avvicinati, straniti dall'idea che un nero potesse suonare la 'loro' musica".

Quali sono i tuoi piani per il futuro?
"Sicuramente continuerò finché posso questo progetto. Assolutamente. Ce n'è bisogno, il nostro Paese non è in ottima forma sulla questione razziale".

Ciao

La Stampa
massimo gramellini

Come si salutano i lettori con cui hai trascorso ventotto anni della tua vita, gli ultimi diciotto dentro questo rettangolo di parole che minacciava di chiamarsi l’Aiuola e invece - non per merito mio, ma del direttore di allora Marcello Sorgi - divenne il Buongiorno? Sul giornale di domani ci sarà spazio per i ricordi e i passaggi di consegne. Ma oggi voglio dirvi soltanto grazie. Grazie per gli applausi e per le pernacchie, per le segnalazioni e per i rimbrotti. Grazie soprattutto per avere trasformato la lettura dei miei deliri quotidiani in un’abitudine, al punto che quando mi ammalavo o andavo in vacanza venivo inseguito dalle vostre rimostranze: «Ma si può sapere che fine ha fatto?». 

Ringrazio i personaggi pubblici per avermi fornito la materia prima. Un ringraziamento speciale va a Silvio Berlusconi, che per molti anni è stato il jolly a cui attingere nelle giornate di magra. Una sera di Ferragosto ero in catalessi davanti al computer, non sapendo cosa accidenti scrivere. Allora lui fece eruttare un finto vulcano in Sardegna e mi salvò. Grazie di cuore a tutte le persone comuni, le cui storie ho portato in prima pagina. Gli addetti ai lavori, e ai livori, le hanno talvolta bollate come buoniste, ma so che sono le preferite dei lettori, specialmente delle lettrici. Satira di costume, invettiva, esercizio di stile (ne ho fatti un paio anche in rima), racconto sentimentale.

Il Buongiorno è stato un po’ di tutto questo. Ora porto altrove il mio tavolino di parole, ma non ci si dimette dai propri lettori. È una promessa. O una minaccia, fate voi. 

Ecco come calcolare da soli l’Isee

La Stampa
paolo baroni

L’Inps ha messo on line un nuovo simulatore che consente alle famiglie di comprendere la loro situazione economica



Dovete presentare l’Isee per iscrivere vostro figlio alla scuola materna, pagare la mensa scolastica oppure le tasse universitarie? Se volete avere un’idea del vostro livello di reddito per orientarvi potete utilizzare il nuovo simulatore messo in rete dall’Inps. Il nuovo applicativo consente il calcolo simulato dell’Isee ordinario. Lo strumento – spiega una nota dell’ente- è stato elaborato per rispondere alle esigenze espresse da cittadini e soggetti istituzionali, a vario titolo interessati all’uso dell’Isee come parametro di misurazione della situazione economica delle famiglie.

La nuova procedura offre la possibilità al cittadino di avere, in tempo reale, un indicatore che simula il valore Isee in assenza della presentazione della Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu). Il nuovo applicativo fornisce uno strumento di guida ed orientamento che permette all’utente di comprendere la situazione economica del proprio nucleo familiare, al fine di valutare in anticipo il potenziale accesso alle prestazioni sociali agevolate.

Come è noto l’Isee, sigla che sta per «Indicatore della situazione economica equivalente», è uno strumento indispensabile per richiedere prestazioni sociali agevolate, ovvero di tutte le prestazioni o servizi sociali o assistenziali la cui erogazione dipende dalla situazione economica del nucleo familiare del richiedente. La dichiarazione può essere utilizzata anche per l’accesso a servizi di pubblica utilità a condizioni agevolate (telefono fisso, luce, gas ecc.) qualora sia così previsto dalle autorità e dalle amministrazioni pubbliche competenti.

L’Inps avverte che il valore calcolato all’esito della simulazione non sostituisce, ovviamente, il valore ufficiale che si ricava unicamente dall’attestazione Isee rilasciata a seguito di presentazione della Dsu. Infatti mentre il simulatore si basa esclusivamente sulle informazioni anche aggregate di reddito e patrimonio inserite dall’utente negli appositi campi, l’attestazione Isee è calcolata sui dati di reddito e patrimonio verificati dall’Inps e da Agenzia dell’Entrate.

Trump

La Stampa
jena

Che Dio ci aiuti!

Nostalgia della “naja”

La Stampa
francesco camurati

Un tempo i nostri soldati di leva venivano impiegati per soccorrere le popolazioni colpite da calamità: battaglioni di alpini sciatori pronti a ogni evenienza

Siamo tutti sgomenti per la concomitanza di avversità che sta colpendo l’Italia centrale. Gli organi di informazione stanno evidenziando la situazione di popolazioni alla stremo e senza soccorsi. Premesso che non è facile portare soccorso con i mezzi tradizionali (soprattutto meccanici e aerei), un aiuto a mio avviso non può che arrivare a mezzo sci. 

E proprio qui nasce il problema: per arrivare sui posti in maniera consistente e capillare occorrerebbe un numero elevato di soccorritori, non facile però da reperire. Un tempo avevamo battaglioni di alpini sciatori (di cui mi onoro di aver fatto parte) in grado di far fronte a ogni evenienza per esperienza, attrezzature e grinta. Adesso manderanno nei luoghi colpiti dalle calamità nell’Italia centrale l’Esercito i cui reparti alpini però sono stati ridotti drasticamente e i pochi rimasti sono in gran parte impegnati in operazioni all’estero. 

Sarò anche un vecchio conservatore, ma ritengo che fu un grave errore l’abolizione della “naja” in quanto ha privato il Paese di una struttura operativa pronta a far fronte non soltanto a eventi militari (tutt’altro che remoti visti i tempi) ma anche e soprattutto a eventi catastrofici di cui l’Italia spesso è vittima. Attribuire la colpa soltanto a chi governa al momento è sciocco e inutile, quando ci siamo privati di una struttura che in tantissime occasioni è stata presente, pronta a fare il suo dovere senza mugugni e polemiche.

Facebook, le bufale e la pubblicità

La Stampa
andrea nepori

Mesi fa il social network aveva annunciato provvedimenti contro chi guadagna con le notizie false, e così pure Google. Se in Germania qualcosa si muove, in Italia la situazione rimane immutata. Ma da Menlo Park promettono: ce ne stiamo occupando



«Molta disinformazione è semplice spam ed è giustificata da uno scopo di lucro. Stiamo cercando di scardinarne l’economia con policy pubblicitarie come quelle annunciate questa settimana e con miglioramenti al sistema di rilevamento delle ad farm».

Così scriveva Mark Zuckerberg, lo scorso 19 novembre, in risposta all’ondata di critiche contro il social network, accusato di aver favorito l’ascesa di Trump grazie alla diffusione incontrollata di notizie false contro Hillary Clinton. Le policy pubblicitarie menzionate da Zuckerberg ricalcavano la presa di posizione di Google, che pochi giorni prima aveva annunciato la sospensione dell’erogazione di annunci pubblicitari AdSense sui siti di notizie false, bufale e propaganda ingannevole.

A esattamente due mesi da quei proclami, su Facebook è cambiato ancora poco. Se in Germania si partirà nelle prossime settimane con un piano di controllo editoriale (operato da no-profit esterne), in Italia e in altri paesi continuano a proliferare indisturbate intere galassie di pagine e gruppi dediti alla distribuzione sistematica di “spam a scopo di lucro”. I siti che vi afferiscono e che ospitano i contenuti più condivisi, inoltre, continuano ad essere pieni di pubblicità.

ODIO GENERA CLIC
Una delle reti più attive e di maggiore successo è quella che comprende i gruppi chiusi “Segreto di Stato” (quasi 80.000 iscritti) e “Catena umana”. I post condivisi vanno dalle palesi falsità - una foto del compianto Marco Pannella con una scritta populista sulla sua presunta pensione d’oro - ai post che rimestano nel torbido della xenofobia e dell’odio contro immigrati, rom e politici - principalmente di sinistra - a favore dell’accoglienza e dell’integrazione. La presidente della Camera, Laura Boldrini, e l’ex-ministro del governo Letta Cécile Kyenge, ad esempio, sono protagoniste ricorrenti di storie inventate e titoli strillati fatti apposta per generare clic.

«I siti pubblicizzati su quei gruppi hanno spesso nomi che richiamano quotidiani famosi, come Gazzetta24 o SkyTG24News», spiega a La Stampa David Puente, informatico esperto di comunicazione e cacciatore di bufale per vocazione. «Oppure richiamano a scandali politici, come MafiaCapitale.it. Altri sono più fantasiosi o addirittura innocui, come RiscattoNazionale, AttaccoMirato, SocialBuzz». Una veloce scorsa agli articoli pubblicati su questi siti ne rivela immediatamente la natura.

Il tema è sempre il solito, con variazioni all’uopo: nomi inventati, sintassi fantasiosa, fatti chiaramente esagerati per scatenare l’indignazione. Viene il dubbio, a rimestare in questo calderone putrido, che gli autori vogliano prendersi gioco di un pubblico ottuso che non riflette e clicca mi piace, commenta e condivide, quasi sempre fermandosi a un titolo strillato e scioccante utile a validare convinzioni razziste e pregiudizi anti-intellettuali o anti-casta.

NOME E COGNOME
Chi ci sia dietro, nel caso specifico di “Segreto di Stato”, non è un mistero. «Questa struttura fa riferimento a Vincenzo Todaro. È un ex-imprenditore edile di Parma. A differenza di altri che fanno la stessa cosa non si è mai nascosto, anzi spesso ha rivendicato il suo operato», spiega ancora Puente. «Tutto è nato con CatenaUmana, sito lanciato nel 2012. ll gruppo Segreto di Stato combacia con il sito omonimo. Nella pagina Privacy e Cookies viene riporta una email che appartiene a Todaro e usa il dominio di CatenaUmana. Il gruppo è amministrato dall’imprenditore e da altri profili da lui controllati. Tra questi l’account “Massimo Borchini”, che usa la foto di Mario Pastore, un ragazzo di 27 anni deceduto nel 2013».

In un’intervista rilasciata alla Gazzetta di Parma , all’inizio del 2015, Todaro rivelava di aver rilanciato la notizia - rivelatasi poi falsa - secondo cui Greta Ramelli e Vanessa Marzullo (le due volontarie rapite in Siria a fine 2014 e liberate a gennaio 2015) avrebbero fatto sesso con i propri sequestratori. Maurizio Gasparri, allora vice presidente del Senato, aveva re-twittato la bufala senza ulteriori controlli, scatenando un’ondata di proteste. La risposta fu che il tweet riportava un punto interrogativo e che quindi si trattava solo di una legittima domanda.

CONCORRENZA AGGUERRITA
La concorrenza, per Todaro e i suoi siti, è agguerritissima. Quella dell’ex-imprenditore parmigiano è solo una delle tanti reti specializzate in bufale e indignazione un tanto al chilo. Paolo Attivissimo, giornalista e cacciatore di bufale di lungo corso, a metà dicembre 2016 ha pubblicato sul suo blog un’inchiesta, la prima di una serie, realizzata con la collaborazione tecnica proprio di David Puente. Lo scopo è smascherare i nomi di chi opera queste fabbriche del falso.

 La ricerca ha rivelato che la società Edinet, con sede a Sofia, in Bulgaria, controllava fra gli altri Gazzettadellasera.com e Liberogiornale.com, ilFattoQuotidaino (sic), News24europa.com, News24tg.com, Notiziea5stelle.com. «Si nota spesso una specie di effetto domino, con siti di proprietari differenti, concorrenti fra loro, che si copiano senza remore le false notizie più efficaci», spiega ancora Puente. «Dopo che il ragazzo che gestiva il sito Senzacensura.eu pubblicò la bufala dell’immigrato massacrato da un italiano, rivelatasi virale, vi furono numerose imitazioni di successo su altri siti e gruppi».

QUANTO CI GUADAGNANO?
Ad accomunare tutti questi siti è lo scopo di lucro. Basta fare un giro sulle pagine pubblicizzate sui social per riscontrare un’altissima concentrazione di banner e annunci pubblicitari. Fra i quali, fino a poche ore prima della pubblicazione di questo articolo, erano presenti anche quelli di Adsense - ora rimossi - nonostante a novembre Google avesse annunciato una politica di tolleranza zero contro tutti i siti che pubblicano bufale, contenuti razzisti o di incitamento all’odio e alla violenza. A richiesta diretta, da Adsense rispondono senza scendere nel dettaglio del caso specifico, ma facendo riferimento alle norme ufficiali.

459 L'esercito Usa dice addio alla Beretta. La nuova pistola sarà svizzera-tedesca

repubblica.it

La multinazionale Sig Sauer si aggiudica una commessa decennale da 580,2 milioni di euro. Primi esemplari forniti già quest'anno. Riserbo sul modello, che sarà adattato alle esigenze dei militari

 L'esercito Usa dice addio alla Beretta L'Italia perde una commessa da 580 mln


ROMA - Dopo 32 anni, l'esercito americano manda in pensione la Beretta M9 e punta su una pistola della Sig Sauer come arma di ordinanza. La società - che si chiama Sig Sauer Sa, passaporto svizzero, quartier generale in Germania - scalza dunque gli italiani aggiudicandosi una commessa da 580,2 milioni di dollari che comprende la fornitura di accessori e munizioni. Il contratto avrà una durata decennale - fino al gennaio 2027 - e prevede che i primi esemplari siano distribuiti già quest'anno.

L'esercito americano non precisa quale pistola della Sig Sauer finirà nella fondina dei suoi militari. Siti statunitensi, specializzati in questo ambito, ritengono che l'arma si baserà sul modello commerciale P320, cui saranno apportare delle modifiche, come delle personalizzazioni richieste dal Dipartimento americano della Difesa.

La P320 è un'arma modulare, componibile, che l'utilizzatore può assemblare in quattro versioni diverse, dalla più grande alla ultra compatta. E' possibile anche cambiare le dimensioni dell'impugnatura e il calibro (9mm, 40 o 45). Circostanza questa che ha molto avvantaggiato la Sig Sauer nella corsa alla commessa americana, visto che i militari hanno bisogno di un diverso calibro a seconda della missione che li vede impegnati.

La pistola è dotata di un sistema di sicurezza che - secondo il produttore - rende impossibile lo sparo accidentale e non voluto. Monta poi un'ottica reflex che aiuta il militare a prendere la mira. Si tratta di un modello molto più evoluto della Sig Sauer P226 che l'esercito Usa ha già utilizzato. Un terzo dei poliziotti americani usa le Sig Sauer, prodotte nello stabilimento statuintense della società (ad Exter nel New Hampshire).

Molto abile nel marketing, la Sig Sauer ha piazzato sue pistole nelle mani di 007, nel film "Spectre" del 2015.

 L'esercito Usa dice addio alla Beretta. La nuova pistola sarà svizzera-tedesca
James Bond in "Spectre"

Ecco come l’Italia vuole proteggersi dai cyberattacchi

La Stampa
carola frediani

Un cyber-comando militare e l’aiuto degli hacker etici: le novità emerse dalla conferenza italiana sulla cybersicurezza



A partire da quest’anno anche le forze armate italiane avranno il loro comando per attività cyber. Si chiama Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche (CIOC) e dal 2017 sarà operativo, hanno confermato a La Stampa alcuni ufficiali nel corso della Conferenza italiana sulla cybersicurezza “ITASEC17” in corso in questi giorni a Venezia.

Di un cyber command italiano, sul modello di quello statunitense, si parla da tempo. In particolare nel 2015 il Ministero della Difesa - nel suo Libro Bianco per la Sicurezza Internazionale e la Difesa - aveva definito la necessità di sviluppare specifiche capacità cyber difensive anche in ambito militare. Il comando si occuperà di sostenere e proteggere le operazioni militari, ma dovrebbe anche fare da coordinamento fra le forze armate e le altre strutture nazionali che si occupano della protezione informatica del Paese, andando ad aggiungersi a quel complesso mosaico che ad oggi è formato da varie entità, dal Cnaipic (il Centro anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) della Polizia postale alle unità che si occupano di rispondere alle segnalazioni di incidenti informatici (come il Cert nazionale e il Cert della Pubblica amministrazione).

PREPARATIVI DI CYBERWARFARE?
Ma è probabile che il Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche si occupi anche di un tema ancora poco dibattuto e spinoso: lo sviluppo di capacità offensive. Negli ultimi mesi c’è stata una accelerazione in ambito internazionale e italiano. Non a caso in Francia è appena nato il Comcyber , un comando interforze dedicato alle operazioni informatiche, sotto il comando dello Stato maggiore della Difesa, che avrà capacità difensive e offensive e che dovrebbe impiegare 2600 unità da qui ai prossimi due anni.

A fine 2015 erano una sessantina i Paesi che stavano sviluppando strumenti di cyberspionaggio o attacco, secondo una mappatura del Wall Street Journal . E una trentina quelli che avevano creato unità specializzate nell’offesa. Gli Stati Uniti hanno creato un Cyber Command nel 2009, rafforzandolo negli anni sempre di più, anche nelle sue capacità offensive, per raggiungere le seimila unità nel 2016.

LA CORSA ALLE ARMI DIGITALI
Uno dei punti di svolta è stata la decisione della Nato - presa la scorsa estate nel summit di Varsavia, in contemporanea all’annuncio che il Comitato nazionale democratico era stato hackerato - di considerare il cyberspazio come “uno dei suoi domini operativi dove deve difendersi efficacemente”. Una mossa che, tra le altre cose, conferma e rafforza l’estensione a questo ambito della clausola di difesa collettiva prevista dall’art 5 del Trattato del Nord Atlantico. Quindi, in teoria, se un Paese membro subisse un pesante attacco informatico da un altro Stato, potrebbe invocare l’intervento degli alleati.

Il risultato è che stiamo assistendo a una proliferazione internazionale di strumenti e unità operative, in mancanza di regole condivise. Ma anche di definizioni chiare. Quando un cyberattacco è equivalente a un attacco fisico? Che tipo di reazione dovrebbe provocare? E come fare con l’attribuzione, che sappiamo essere uno dei principali problemi nei conflitti digitali? E cosa sarebbe poi un’arma digitale?

UN CODICE DI CONDOTTA PER STATI
“Gli attacchi cyber sono particolarmente attraenti perché relativamente poco costosi, facili da negare (il problema dell’attribuzione rimane sfida aperta), e attività a basso rischio che, come confermano le statistiche criminali, vedono sistematicamente in vantaggio l’aggressore”, commenta Gianfranco Incarnato, direttore centrale per la sicurezza, il disarmo e la non proliferazione del Ministero degli Affari Esteri. “Da qui l’enfasi crescente sulla deterrenza, sulle capacità offensive. Non passa giorno senza che qualcuno non si aggiunga alla lista di quanti hanno dichiarato di disporre di capacità cyber offensive e di essere pronti a usarle”.

L’Italia - spiega ancora Incarnato - ha elaborato un documento con alcuni principi base che dovrebbero regolare il comportamento responsabile degli Stati nello spazio cyber. “Fra pochi giorni, in vista delle riunioni del Gruppo cyber G7 che ospiteremo a Roma ai primi di febbraio e a metà marzo, sottoporremo ai partner le nostre proposte”. I cui dettagli però non sono stati ancora divulgati.

CYBERSPAZIO E GUERRA
Ma c’è chi mette in discussione anche l’assunto che si possa parlare di cyber come di un dominio di guerra. “Il cyberspazio in realtà è una metafora che abbiamo mutuato da uno scrittore, da William Gibson. Ma non ha un perimetro, non ha frontiere. E non è detto che le infrastrutture critiche di un Paese stiano dentro i suoi confini”, commenta Stefano Zanero, professore di sicurezza informatica al Politecnico di Milano.

Per queste ragioni, sostengono molti esperti del settore, la cybersicurezza a livello nazionale si deve fondare su una stretta collaborazione fra pubblico e privato. “Proprio perché gran parte di quello che chiamiamo cyberspazio sta in mano a soggetti privati”, continua Zanero. Anche qua, a parole sono tutti d’accordo sull’importanza di partnership e collaborazioni, ma come tradurlo in concreto è ancora un’altra faccenda. Non sempre poi alle parole seguono i budget adeguati. La legge di Stabilità 2016 ha stanziato 150 milioni di euro per la cybersicurezza. Una cifra non molto consistente, se paragonata ad altri Paesi, e la cui destinazione specifica non è chiara (15 milioni alla Polizia postale e 135 al Sistema di informazione per la Sicurezza, ovvero ai servizi).

Tornando al tema delle partnership pubblico-privati, proprio in questi giorni è stato lanciato Filierasicura, un progetto di ricerca che mette insieme università italiane e industrie - come Cisco Systems e Leonardo-Finmeccanica - per sviluppare strumenti e tecniche di difesa da cyberattacchi mirati a infrastrutture critiche, cioè a quei sistemi considerati vitali per il funzionamento di un Paese, dalla rete elettrica ai trasporti. Un ambito che ancora non ha subito incidenti rilevanti ma su cui sta crescendo l’attenzione, specie in un’ottica di una possibile escalation degli attacchi.

L’APPELLO AGLI “HACKER ETICI”
E sempre alla conferenza nazionale sulla cybersicurezza ITASEC - organizzata dall’Università Ca’ Foscari e il Laboratorio nazionale di cybersecurity del CINI , il Consorzio Interuniversitario Nazionale Informatica - è st ata lanciata una chiamata pubblica ad “hacker etici” e sviluppatori. Lo ha fatto il Team per la Trasformazione Digitale, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e guidato da Diego Piacentini, che dovrebbe imprimere un’accelerazione ai processi di digitalizzazione del Paese.

Nelle prossime settimane il Team rilascerà infatti una bozza  di una policy nazionale per definire le procedure di una divulgazione responsabile di vulnerabilità dei software .Cosa significa? Chi trova un baco o una falla di sicurezza in un software o un sito usato dalla pubblica amministrazione spesso non sa a chi dirlo e come. “Gran parte delle segnalazioni spesso sono inviate a un account di posta generico, o si perdono per strada. Inoltre chi fa la segnalazione non riceve nessun commento, nessun feedback. O peggio, non fa la segnalazione per paura di grane legali”, commenta Gianluca Varisco, 28 anni, reclutato nel Team Digitale col ruolo di consulente della cybersecurity dopo aver lavorato per anni all’estero.

La policy cui stanno lavorando dovrebbe dunque indicare linee guida e procedure, e sarà definita attraverso un confronto pubblico con la comunità che si occupa di sicurezza informatica. In futuro il Team Digitale non esclude l’introduzione di ricompense in denaro (bug bounty) per chi segnali dei bachi, così come hanno iniziato a fare molte aziende di software.

“Le Poste sono privatizzate ma la missione sociale resta”

La Stampa
marco zatterin

Il numero uno Caio: “Siamo vicini al territorio e accompagniamo i clienti alla rivoluzione digitale”



Francesco Caio non è pentito di non aver messo le mani sul risparmio gestito di Pioneer che Unicredit ha venduto alla francese Amundi. «Abbiamo ritenuto che a quel prezzo il progetto non avrebbe creato valore per gli azionisti», assicura l’amministratore delegato delle Poste, persuaso che «ci sono opzioni migliori», il che «spiega il senso dell’alleanza con Anima». Il tono è di chi rifugge il passo più lungo della gamba e non vuole tradire il senso della missione della sua azienda, quotata oltretutto. «Non è la finanziarizzazione delle Poste - giura - ma la postalizzazione della finanza».

La metamorfosi del gruppo gialloblù è stata significativa negli ultimi anni. Si era partiti coi portalettere e oggi si vendono servizi finanziati, sono cambiate talmente tante cose che viene spontaneo chiedersi che tipo di impresa siano ormai le Poste. Caio una risposta ce l’ha. «Siamo un’azienda che storicamente ha svolto il ruolo di fattore di coesione sociale per il Paese, ruolo che oggi non è cambiato. La cifra di Poste è la fiducia sul territorio e la prossimità ai cittadini: sono gli elementi distintivi della nostra missione».

Per fare cosa?
«Da sempre abbiamo tre mestieri “sistemici”: lettere, trasporto di oggetti, sempre più pacchi. E poi i pagamenti, un tempo solo bollettini oggi anche carte, e il risparmio, un tempo solo postale, oggi anche risparmio gestito e protezione. Con il mercato a tasso zero, si pone l’esigenza di modificare la prospettiva del miglior ritorno. Fa parte dell’adeguamento al nuovo contesto sociale modificato anche dall’evoluzione tecnologica».

È un processo rischioso, vero?
«Le rivoluzioni tecnologiche portano sempre il pericolo di uno strappo sociale. La trasformazione in corso richiede l’accesso al digitale e pone la minaccia di esclusione per chi l’accesso non ce l’ha. E non parlo solo di quello geografico, penso anche a cultura e competenze. Noi possiamo mettere il nostro mestiere al servizio dell’inclusione, per accompagnare le comunità dalle vecchie esigenza alle nuove».

Dovete anche insegnare a vivere con il rischio?
«Chi ha abbondanti mezzi a disposizione trova anche chi lo aiuta a scegliere in un’offerta ampia di possibilità. Chi dispone di risparmi più contenuti si trova da solo a dover effettuare scelte complesse e dunque va accompagnato verso strumenti che per produrre ritorno non hanno più la certezza di una volta. Abbiamo persone formate, piattaforme informatiche e presenza territoriale per farlo».

Con Irs non è andata bene per 14 mila.
«È un collocamento avvenuto più di 14 anni fa, in un contesto economico e regolamentare diverso. Il passato è il passato. Tuttavia abbiamo deciso, oggi, di tutelare tutti i risparmiatori con l’obiettivo di ribadire il rapporto di fiducia. Ma deve essere chiaro che la garanzia per chi investe non è più la certezza del tasso, ma quella d’aver capito il livello di rischio».

Le dispiace non avere comprato Pioneer da Unicredit?
«Per un’azienda quotata i progetti sono interessanti se valutati con disciplina finanziaria. Nel contesto di una gara di mercato, guidati da questa disciplina, abbiamo ritenuto che a quel prezzo il progetto non avrebbe creato valore né per gli azionisti, né per l’azienda, né per i clienti».

C’è chi ha visto un’offensiva francese nell’operazione di Pioneer ad Amundi.
«Ci muoviamo in un contesto europeo».

Si parla di una ulteriore privatizzazione delle Poste. Pro o contro?
«Siamo in questo caso oggetto di una decisione, è l’azionista a cui deve essere posta la domanda. Da parte mia, posso solo dire che sinora la privatizzazione di Poste è stata un successo. Siamo un’azienda sul mercato, con un efficace meccanismo di “governance” e che ha rafforzato la propria missione sociale».

Siete sempre al centro di polemiche. L’abbandono della Sicilia, l’assunzione del fratello di Alfano...
«Con i suoi servizi l’azienda è al centro della vita del Paese tutti i giorni. Capisco che le polemiche facciano più notizia delle cose che funzionano e che si danno per scontate, ma che sono alla base dei nostri risultati».

Effetto Brexit: in UK salgono i prezzi delle app sugli Apple Store

La Stampa
luca castelli

La forte svalutazione della sterlina dopo il voto di giugno per lasciare l’Unione Europea costa ai consumatori britannici aumenti tra il 20% e il 30%



a Brexit inizia a far sentire i suoi effetti sull’economia reale. A partire da quella digitale. Per rispondere al deprezzamento della sterlina, che ha perso quasi il 20% del suo valore rispetto al dollaro americano dal giorno del voto dello scorso 23 giugno, Apple ha annunciato l’aumento dei prezzi di tutte le applicazioni vendute sul suo App Store in UK. A seconda delle varie fasce, ai consumatori britannici le app costeranno dal 20% al 30% in più rispetto ai prezzi del 2016.

«Quando si verificano delle variazioni nei tassi di cambio o nelle normative fiscali, siamo occasionalmente costretti ad aggiornare i prezzi sull’App Store», ha spiegato la società di Cupertino in una email inviata martedì agli sviluppatori. Nel caso del Regno Unito, le app passeranno da 0,79 a 0,99 sterline, da 1,49 a 1,99 sterline, da 7,99 a 9,99 sterline, e così via. L’aggiornamento dell’App Store sarà completato nell’arco di una settimana e non sarà l’unico. Già a ottobre i cittadini britannici hanno visto salire il prezzo dei laptop di casa Apple e nelle prossime settimane si prevede che anche il listino di ebook (su iBooks), musica e video (su iTunes) possa essere aggiornato.

Altri big della tecnologia, tra cui HTC, Microsoft e Tesla, hanno annunciato aumenti simili per i loro prodotti. Apple ha annunciato modifiche del listino App Store anche in altri paesi, come la Turchia (per via del deprezzamento della lira turca) e l’India (per modifiche alle leggi fiscali locali). Tornando alla sterlina, rispetto al dollaro la moneta di Londra viaggia intorno ai minimi da trent’anni. Il 19 gennaio il rapporto dollaro/sterlina è 1/1,23, ma – numericamente – sugli App Store è già stata raggiunta la parità: dopo l’aggiornamento, infatti, un’applicazione che in America costa 0,99 dollari adesso viene venduta anche in UK a 0,99 sterline.

L’Accademia della Crusca boccia il nome “home restaurant”

La Stampa
paolo baroni

Bacchettate al Parlamento: «Sorprendente l’uso dell’inglese, meglio chiamarli “ristoranti domestici”». Nuove proteste degli operatori



Usiamo l’italiano e chiamiamoli «ristoranti domestici». Nella querelle sulla nuova legge che regola le attività di ristorazione svolte fra le quattro mura di casa appena votata alla Camera, adesso interviene l’Accademia della Crusca. Che boccia l’utilizzo della lingua inglese. «È sorprendente - osserva l’Accademia - che per definire tale attività il legislatore italiano debba ricorrere all’anglismo “home restaurant”, quasi che l’arte culinaria casalinga del nostro Paese abbia origini oltre Manica e la lingua italiana non disponga di un termine per designare ciò che si potrebbe senz’altro denominare “ristorante domestico”.

Questo termine risulta non solo immediatamente comprensibile per tutti, ma riunisce semanticamente tutti gli elementi della definizione che il testo di legge fornisce dell’attività in questione». Per questo la Crusca «invita i membri del Senato, ora investito dell’esame del testo di legge, a valutare criticamente l’opportunità di introdurre nella legislazione un termine straniero che, oltre a non apportare alcuna chiarezza supplementare, pare in netto contrasto con gli obiettivi della normativa».

La presa di posizione è a cura del gruppo Incipit dell’Accademia, costituito da Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean-Luc Egger, Claudio Giovanardi, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Luca Serianni e da Annamaria Testa, il cui compito è proprio quello di esaminare e valutare neologismi e forestierismi «incipienti», scelti tra quelli impiegati nel campo della vita civile e sociale, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana, al fine di proporre eventuali sostituenti italiani. Già in passato il gruppo ha fatto proposte analoghe, proponendo ad esempio di sostituire il termine «Hot spot» con centro di identificazione, «Voluntary disclosure» con collaborazione volontaria, «Smart working» con lavoro agile, «Stepchild adoption» con adozione del figlio del partner e via dicendo.

Intanto continuano le proteste di chi svolge questo tipo di attività, un business in forte crescita che punta tutto su Internet ed i social network come tante altre attività che compongono la sharing economy. «Da giovane imprenditore e in qualità di founder di Home restaurant Hotel, start up avviata 21 mesi fa e la prima al mondo ad offrire il servizio di Home Restaurant con affittacamere chiedo di verificare tutte le ricevute fiscali che la mia azienda ha emesso nel ciclo di vita, di verificare i locali e norme igienico sanitarie e solo dopo sedersi ed in caso distruggere lo sviluppo economico», dichiara provocatoriamente Gaetano Campolo, amministratore della GC restaurant & management GC restaurant & management di Firenze (sotto nella foto). A suo parere la nuova legge è un vero e proprio «insulto agli italiani».



La nuova legge, infatti, impedisce a chi è attivo nel campo del bed&breakfast di affiancarvi anche l’attività di ristorazione casalinga. E questo per Campolo, nel caso questa norma venisse confermata anche dal Senato, significherebbe la fine della propria attività.«Home restaurant Hotel – spiega il suo fondatore - rappresenta l’unione naturale tra social eating e social travelling e il mio modello potrebbe permettere con la nostra App e (con molte altre che potrebbero nascere) non solo di affittare una stanza in casa con bagno in condivisione ma anche di cimentarsi in cucina proponendo ai propri commensali un pranzo o una cena in famiglia, ma questo decreto legge non solo mette dei paletti che non aiutano il modello ma vietando l’unione con gli affittacamere».

Ovviamente Campolo, che ha da tempo registrato il suo marchio ministero dello Sviluppo Economico, non ci sta e per questo si appella al presidente del Senato. visto che in assenza di modifiche della legge il nostro sarebbe l’«unico parlamento in Europa a vietare l’incrocio con i B&B, inventando scuse senza senso a favore di una lobby come la Confesercenti e contro lo sviluppo e la crescita del nostro Paese».

Panama Papers, in settecento nel mirino del Fisco

repubblica.it

Trenta agenzie fiscali nazionali si sono riunite a Parigi, presso l'Ocse, per mettere a fattor comune il lavoro contro l'evasione: identificata una lista di cento intermediari sospetti. Più di un approfondimento su quattro riguarda italiani. Dopo lo scandalo molti contribuenti sono andati a spiegare le loro operazioni nei paradisi fiscali

Panama Papers, in settecento nel mirino del Fisco

MILANO - Sono 700 finora i soggetti italiani coinvolti nelle indagini sui Panama papers per i quali l'Agenzia delle entrate ha inviato una richiesta di chiarimenti ai Paesi che custodiscono i loro patrimoni. Il dato - che è destinato a crescere, visto che si tratta solo dei primi passi - è emerso dalla riunione della task force che indaga sulla maxi lista di soggetti e società che hanno trasferito fondi offshore. La task force si è riunita a Parigi per condividere le proprie conclusioni sulle indagini dei Panama Papers, alla quale hanno partecipato 30 amministrazioni finanziarie.

I rappresentanti nazionali sono stati convocati presso l'Ocse e - spiega una nota delle Entrate - hanno raggiunto "significativi risultati rispetto all'ultima riunione della task force, (incluso lo sviluppo di approcci omogenei per richiedere le informazioni tra i partner dei trattati)". I numeri dell'attività di controllo: oltre 1.700 controlli e verifiche effettuati sui contribuenti, l'individuazione di una lista target di 100 intermediari e più di 2.550 richieste di informazioni. Se si considera quelle partite dall'Italia, significa che il 27% circa riguarda soggetti del Belpaese sul totale delle 30 amministrazioni coinvolte.

"Un ulteriore positivo effetto è rappresentato dal fatto che un cospicuo numero di contribuenti si è fatto avanti spontaneamente per dichiarare al Fisco le proprie operazioni offshore. Questo incontro si è concentrato sulla figura degli intermediari, con gli Stati membri che hanno messo in comune le prove sui soggetti chiave grazie agli sforzi realizzati come per esempio l'analisi dei dati, la procedura di collaborazione volontaria, i contraddittori con i contribuenti e la documentazione a disposizione", spiegano ancora le Entrate.

venerdì 20 gennaio 2017

Suggerimenti

La Stampa
jena

Caro Renzi, se vuoi ritrovare il tuo popolo porta i dirigenti del Pd a spalare neve e macerie.

All'asta la Mercedes 230SL di John Lennon, valore stimato 3 milioni di dollari

La Stampa
andrea barsanti (nexta)

Il bolide vintage, carrozzeria blu notte e interni grigio fumo, è stata una delle prime auto comprate dal Beatle, nel 1965



“Baby you can drive my car”, cantavano i Beatles nel 1965, e oltre cinquant'anni dopo un fortunato eletto potrà davvero guidare l’auto di uno dei membri del mitico gruppo inglese: la Mercedes-Benz 230SL Roadster su cui John Lennon sfrecciò per ben 4 anni è pronta per andare all’asta, e stando alle stime è possibile che il prezzo arrivi a toccare i 3 milioni di dollari.

Il bolide dalla carrozzeria blu notte e le finiture cromate è stato custodito in un museo della Florida per 17 anni, e in questi giorni va all’asta al Worldwide Auctioneers di Scootsdale, Arizona: presentata per la prima volta al Salone di Ginevra nel 1963, la nuova SL raccoglieva il testimone della 300SL e della 190SL, presentandosi con linee cesellate firmate dal designer Paul Bracq che, nel 1965, affascinarono un giovane cantautore di Liverpool deciso a festeggiare il successo con l’acquisto di un’auto: John Winston Lennon.



L’auto venne consegnata in Inghilterra, con configurazione di guida a destra, e registrato con targa “GGP_196C”. Equipaggiata con cambio automatico Bosch a quattro velocità, motore sei cilindri in linea, 170 cavalli, 2.3 di cilindrata, sospensioni indipendenti, freni a disco anteriori e a tamburo posteriori, la 230SL è stata completamente restaurata, compresi gli interni grigi a contrasto con la carrozzeria, e viene venduta con i documenti originali che attestano la proprietà di Lennon e indicano come indirizzo 23 Albermarle, Londra, quello cui i Beatles facevano riferimento prima del trasferimento in Savile Row.



Si tratta di una delle pochissime (si stima siano state 4) auto possedute da Lennon prima della sua uccisione, avvenuta nel 1980 a opera del fan Mark David Chapman, e prima di approdare alla casa d’aste statunitense ha fatto un lungo giro: stando alle ricostruzioni, la star di “Imagine” l’avrebbe venduta a una coppia britannica, che a sua volta l’avrebbe venduta a una concessionaria del Kent. Da lì l’auto sarebbe finita in Florida, acquistata da un appassionato che l’avrebbe poi ceduta, nel 1999, al museo dove è rimasta sino a oggi.

Un vero pezzo da collezione, che secondo le previsioni della casa d’aste vedrà il prezzo salire vertiginosamente nel giro di pochissimo: da 120mila a 3 milioni di dollari in 3 minuti.
Nell’ultima foto, i Beatles davanti a una Rolls Royce Phantom nel 1969

Mai più batterie esplosive grazie a un composto chimico

La Stampa
enrico forzinetti

All’Università di Stanford hanno studiato come impedire casi simili al Galaxy Note 7 attraverso un ritardante di fiamma, rilasciato quando la batteria supera una certa temperatura



Il Galaxy Note 7 è stato è stato probabilmente il peggior flop tecnologico del 2016. Lo smartphone è stato ritirato dal mercato dopo la scoperta che la batteria, surriscaldandosi, arrivava anche a far prendere fuoco al dispositivo. Una circostanza che in futuro potrà essere evitata grazie a uno studio realizzato dall’Università di Stanford e pubblicato sulla rivista Science Advances.

I ricercatori hanno messo a punto un sistema capace di evitare le esplosioni. Il meccanismo si basa sull’inserimento di una membrana permeabile tra il polo positivo e quello negativo della batteria. All’interno di questa viene racchiuso un materiale capace di sopprimere rapidamente ogni principio di fiamma che si può verificare.

Questo particolare composto chimico, il TPP, viene rilasciato dalla membrana che si scioglie quando la batteria si surriscalda eccessivamente. Il ritardante può così agire e arginare una potenziale esplosione in meno di mezzo secondo. È stato anche accertato che la presenza di questa membrana permeabile con il composto all’interno non influisce sulle prestazioni dello smartphone.

Se questa è un’interessante prospettiva per non vedere più batterie in fiamme in futuro, a oggi mancano ancora le spiegazioni ufficiali sugli incidenti con il Note 7. Secondo la Reuters, Samsung dovrebbe rilasciare entro la fine di gennaio un report che chiarisca una volta per tutte quanto accaduto con il suo dispositivo ormai ritirato dal mercato.