domenica 23 luglio 2017

Divorzio Santoro-Travaglio coppia di Fatto divisa da Grillo

ilgiornale.it
Marcello Zacché - Ven, 21/07/2017 - 20:43

Sciolto definitivamente il legame societario tra i due. La svolta 5 Stelle del quotidiano decisiva per la rottura



Lo scambio azionario che un anno fa aveva sancito il legame societario tra Michele Santoro e il Fatto Quotidiano si è sciolto ieri sera. Dopo una giornata di consigli d'amministrazione e carte notarili, il divorzio tra Zerostudio's, la società di produzione tv del giornalista oggi alla Rai e l'editrice del quotidiano diretto da Marco Travaglio è stato messo nero su bianco: Santoro e Travaglio proseguiranno ognuno per la propria strada.

L'operazione era nell'aria, anticipata dal blog di Gianni Dragoni, giornalista del Sole 24 Ore. E confermata al Giornale dall'ad del Editoriale il Fatto, Cinzia Monteverdi: «Abbiamo chiuso oggi». A che prezzo? «La permuta delle due partecipazioni incrociate è avvenuta senza esborso economico». In pratica il Fatto ha riacquistato da Santoro il 7% del proprio capitale e in cambio ha dato il 46,48% di Zerostudio's che deteneva. Quindi, sulla base dei dati del bilancio dove la quota di Zerostudio's è in carico a 1,48 milioni, la corrispondente valutazione del 7% del Fatto equivale a una valorizzazione dell'intero capitale dell'Editoriale di 21,2 milioni.

«Abbiamo verificato la correttezza e la trasparenza dei valori - continua Monteverdi - considerando corretta la stima effettuata qualche tempo fa da Banca Profilo, nell'ordine dei 20-21 milioni. Anzi, da allora il risultato è solo migliorato». In realtà lo scambio era avvenuto a valori diversi: una stima «interna» al Fatto aveva fissato in 12,5 milioni il valore di riferimento per scambi azionari tra «amici». Per cui Santoro aveva fatto un affare. Ma le cose - in ballo c'era soprattutto il progetto tv - non sono andate. «È venuta meno la condivisione della linea editoriale - dice Monteverdi - e si è verificata la necessità di sciogliere i legami azionari per evitare ogni futuro conflitto».

Ma perché Santoro e Travaglio, dopo anni di collaborazione in Anno Zero, non sono andati più d'accordo?
In realtà il progetto, annunciato nel maggio 2016, è naufragato quasi subito. E galeotto fu il referendum del 4 dicembre, affrontato dal Fatto sul fronte del no in piena sintonia con il movimento più schierato in questa direzione: i 5 Stelle. Così, in un'intervista al Foglio a fine novembre, Santoro parla dell'esigenza di maggiore «distinzione tra la descrizione della realtà e le posizioni politiche, comprese quelle vicine al Movimento 5 Stelle», aggiungendo, su Travaglio, che «c'è di sicuro una corrispondenza tra lui e il Movimento. Non so quanto organica, ma c'è». E ancora: «Non trovo strano che Travaglio abbia schierato il Fatto per il no. Ma trovo imbarazzante che tutto il giornale lo sia, fin dentro ai necrologi. Ed è imbarazzante possedere quote in un giornale senza sfumature, che non ha dubbi».

Il Fatto andrà comunque avanti sul progetto tv, facendoselo in casa: il lancio, che sarà un'Apptv e su Facebook, è in rampa di lancio per il 3 ottobre. E dal risultato dipenderanno anche le mosse future: ora l'Editoriale ha in pancia il 16% di azioni proprie. «Pensiamo - dice Monteverdi - che possano interessare a un futuro partner strategico». Magari proprio in ambito televisivo. Per poi riprendere il percorso verso la Borsa? «È la nostra idea. Lo vorremo pianificare nell'autunno del 2018». Nel frattempo i conti 2016 si sono chiusi con più ricavi (26,2 milioni, +4%), e utile quasi raddoppiato (440mila euro). Tanto che per ai soci spetterà un dividendo di 220 mila euro.

Susa, in bici sull'autostrada: sospeso agente Polstrada per il video con gli insulti razzisti e le offese a Boldrini

repubblica.it
di JACOPO RICCA

Il filmato, che il poliziotto invita a condividere, dopo aver girato alcuni giorni su Facebook è finito inevitabilmente anche sul desktop dei superiori. Il caso finisce in procura



Insulti razzisti ai profughi e offese alla presidente della Camera, Laura Boldrini, da parte di due agenti della polizia stradale di Susa. In un video, che circola da alcuni giorni su Facebook, si vede ma soprattutto si sente un poliziotto seduto accanto al conducente di un'autopattuglia che sta scortando un uomo, probabilmente un extracomunitario, in sella a una bicicletta sulla corsia di emergenza dell'autostrada Torino-Bardonecchia: "Risorse della Boldrini - commenta l'agente con fervore - ecco come finirà l'Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare". Poi le frasi più dure: "Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di m... in Italia. Goditi questo panorama, ecco le risorse della Boldrini: un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa".

Questo video, di 51 secondi, è stato in un primo momento inviato in una chat privata, ma poi ripreso su diversi profili Facebook, ed è finito anche sul tavolo dei superiori dei due agenti, che dopo aver accertato l'identità di chi era in servizio quel giorno ne hanno segnalato i nomi alla procura di Torino, che sta valutando se ci siano dei profili di reato. In particolare una certa attenzione è stata posta sul contenuto razzista di alcune delle frasi pronunciate dalla voce fuori campo. L'uomo in bicicletta, che viaggia in autostrada in sprezzo di qualsiasi regola del codice della strada, è stato scortato dalla volante della Stradale fino al casello di Avigliana, ma a quanto pare non è stato nemmeno multato. Altro aspetto su cui bisognerà chiarire se i poliziotti hanno commesso una violazione.

I vertici della polizia Stradale piemontese non hanno voluto commentare ufficialmente l'episodio, ma il poliziotto è già stato sospeso dal servizio e nei suoi riguardi è stato avviato un procedimento disciplinare.

Giuliano Giuliani: "Certi carabinieri travolgono le regole democratiche"

ilgiornale.it
Ivan Francese - Ven, 21/07/2017 - 15:36

Le accuse del padre di Carlo Giuliani, ucciso a Genova 16 anni fa: "Alcuni reparti impiegati nell'ordine pubblico spesso travolgono la democrazia"



Sono passati sedici anni e un giorno da quel maledetto 20 luglio 2001, quando Carlo Giuliani morì in piazza Alimonda a Genova, colpito da un proiettile esploso dal carabiniere ausiliario Mario Placanica.


E in quella stessa piazza è stato organizzato ieri un presidio di commemorazione, con la presenza anche di Giuliano ed Heidi Giuliani, i genitori di Carlo. Intervistato fra gli altri dal Fatto Quotidiano, il padre di Giuliani ha commentato la recente intervista del capo della polizia Franco Gabrielli, che in un'intervista a Repubblica parlò di una "catastrofe" a proposito della gestione dell'ordine pubblico in quel G8 macchiato di sangue.

"Ho apprezzato le parole di Gabrielli – ha detto il padre di Carlo a margine della cerimonia – ho apprezzato quando ha detto che Gianni De Gennaro avrebbe dovuto dimettersi. Il problema è che queste dimissioni non sono mai arrivate: sono arrivate invece promozioni successive e De Gennaro è diventato presidente della più grande azienda pubblica del Paese che è Finmeccanica e questa è una cosa assolutamente incomprensibile"

Poi le parole, molto dure, sull'Arma dei carabinieri: "Spero in un miglioramento del modo in cui la polizia svolge il proprio ruolo. Ma aggiungo sempre che questo non basta, perché c'è un'arma dei carabinieri che spesso travolge le regole della democrazia. Non parlo in generale dell'Arma, parlo di reparti spesso impiegati proprio in azioni di ordine pubblico e che non fanno il loro dovere e non fanno il dovere di una forza che invece deve rispettare la Costituzione. Mi auguro che quello sia l'inizio di una fase nuova".

"Rimane un problema grave - ha inoltre dichiarato alle agenzie di stampa - quando a commettere abusi o addirittura uccisioni sono reparti dei carabinieri e in questo Paese non succede nulla. Non c'è la possibilità di aprire processi nei confronti degli appartenenti all'Arma dei carabinieri: questo - aggiunge Giuliani - è un problema che intacca la democrazia di questo Paese."

Va ricordato che Mario Placanica, con altri, venne indagato per i fatti di piazza Alimonda ma nel 2003 il procedimento nei suoi confronti venne archiviato perché si tenne che il carabiniere avesse "agito in presenza di causa di giustificazione che esclude la punibilità del fatto".

Al consigliere comunale del Pd di Ancona che oggi ha affermato che "Placanica avrebbe dovuto prendere meglio la mira", Giuliani preferisce non opporre alcun commento, mentre sua moglie Heidi invita l'esponente dem a "vergognarsi".

Morte Giuliani, consigliere Pd di Ancona: "Sparare e prendere bene la mira"

repubblica.it
di MATTEO PUCCIARELLI

Post su Facebook di Diego Urbisaglia: "Se lì dentro ci fosse mio figlio... Carlo Giuliani non mi mancherai". Deferito alla commissione di garanzia del Pd. Guerini: "Ho chiesto sanzioni". I genitori del giovane morto nel 2001: "Si vergogni". Lui alla fine chiede scusa per "i toni" ma ribadisce: "Il concetto resta"

Morte Giuliani, consigliere Pd di Ancona: "Sparare e prendere bene la mira"

ANCONA - "Se in quella camionetta ci fosse stato mio figlio, gli avrei detto di prendere bene la mira e sparare". Un post shock su Facebook nell'anniversario della morte di Carlo Giuliani, il giovane morto a Genova 16 anni fa durante il G8, firmato da un consigliere comunale Pd ad Ancona torna ad aprire una ferita mai rimarginata.

Diego Urbisaglia, 39 anni, consigliere comunale e provinciale, ha affidato i suoi pensieri a un post non pubblico, visibile solo ai suoi contatti. Non per questo meno scandaloso: "Estate 2001. Ho portato le pizze tutta l'estate per aiutare i miei a pagarmi l'università e per una vacanza che avrei fatto a settembre. Guardavo quelle immagini e dentro di me tra Carlo Giuliani con un estintore in mano e un mio coetaneo in servizio di leva parteggiavo per quest'ultimo".

Poi continua: "Oggi nel 2017 che sono padre, se ci fosse mio figlio dentro quella campagnola gli griderei di sparare e di prendere bene la mira. Sì, sono cattivo e senza cuore, ma lì c'era in ballo o la vita di uno o la vita dell'altro. Estintore contro pistola. Non mi mancherai Carlo Giuliani".Dopo il putiferio scatenato dalle sue parole, contattato dall'agenzia Dire, Urbisaglia fa marcia indietro: "Ho già chiesto scusa questa mattina, con un post di rettifica, per le parole e i toni usati. Ho solo fotografato il momento perché all'epoca avevo l'età dei due protagonisti e quel fatto mi segnò molto. Ricordo che mi domandavo 'tu che avresti fatto?'".

Parole e retromarcia che non sono state apprezzate nel Pd. Tanto che Urbisaglia viene deferito alla commissione di garanzia. E il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, chiarisce di aver "chisto alla commissione competente di assumere senza indugi i provvedimenti sanzionatori previsti dal nostro statuto" perché "quanto detto dal consigliere Urbisaglia è inaccettabile e assolutamente ingiustificabile".

Secco Giuliano Giuliani, il padre di Carlo: "Ho ben altro a cui pensare. Queste cose sono da ignorare. Certe frasi non meritano risposta. Non commento queste affermazioni". Anche la mamma Heidi non si risparmia: "Quel signore può vergognarsi!". Durissime le critiche dalle forze politiche alla sinistra del Pd. Il deputato di Mdp Arturo Scotto scrive: "Mi vergogno per lui, spero che qualcuno lo cacci". "È sconcertante - critica il responsabile nazionale Enti Locali di Sinistra Italiana, Paolo Cento - il mio pensiero non può che andare alla famiglia Giuliani, e a quanti lo conobbero, soprattutto in questi giorni a 16 anni anni da quella catastrofe. Dopo un post come questo mi domando come fa Renzi, segretario del Pd, a non cacciarlo dal partito".


"Il monumento a Giuliani? Noi poliziotti pronti a romperlo a picconate"

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Ven, 21/07/2017 - 13:36

Il Coisp sul cippo commemorativo per Carlo Giuliani in Piazza Alimonda: "Se domani mattina mi autorizzassero, lo prenderei a picconate"



La storia del G8 di Genova è ancora tutta lì, nei volti di Carlo Giuliani e Mario Placanica.

Eroe o teppista? Assassino o fedele servitore dello Stato? La pistola e l'estintore dividono ancora l'Italia e ogni anno scoppia una nuova diatriba.

Quest'anno a rinvigorire il vespaio di polemiche ci ha pensato il capo della Polizia, Franco Gabrielli, che in un'intervista a Repubblica ha definito quel G8 "una catastrofe", imputando buona parte delle colpe ai suoi predecessori. L'uscita non è piaciuta a molti agenti, i quali pur riconoscendo gli errori della Diaz e alla caserma Bolzaneto, ancora oggi vedono in quell'infinita guerriglia urbana un attacco deliberato dei "No global" alle forze dell'ordine. Istanti dolorosi, certo. Carichi di una violenza inaudita subita da poliziotti e carabinieri asserragliati dietro gli scudi di protezione. "Riteniamo inaccettabile - attacca Matteo Bianchi, segretario regionale del "Coisp sindacato indipendente di polizia" - che Gabrielli non abbia speso una sola parola per tutti quei colleghi che hanno versato sangue a difesa della loro Patria in quei drammatici giorni.

Troviamo offensive le sue volute omissioni rispetto ad una tre giorni in cui la Superba è stata vittima di devastazioni e saccheggi da parte di pseudo manifestanti che di tutto avevano voglia fuorché manifestare pacificamente il loro pensiero". L'estintore e la pistola, dicevamo. La Diaz e le devastazioni dei manifestanti. Una linea rossa nella politica italiana: il "ragazzo" ricordato dalla sinistra e il carabiniere spalleggiato dalla destra. Per questo stupisce che il consigliere comunale del Pd di Ancona, Diego Urbisaglia, pubblichi una foto sugli scontri del G8 e scriva: "Placanica doveva prendere bene la mira, Carlo Giuliani non mi mancherà". Evidentemente non tutti credono alla favola di un Giuliani "innocente" ucciso dalla violenza dello Stato, forzatura politica scolpita sul cippo commemorativo che da anni staziona in Piazza Alimonda.

I poliziotti vorrebbero toglierlo, riconsegnando al Paese la verità di quei giorni e sottolineando la storia di un giovane che "assalì una camionetta dei carabinieri" e che "non è un eroe". "Quest’anno abbiamo chiesto di essere in Piazza Alimonda a Genova - dice Bianchi - per porre l’accento sull’assurdità del cippo commemorativo. Ma il nostro sacrosanto diritto ci è stato negato". Neppure la Chiesa ha acconsentito ad officiare una Messa in ricordo delle vittime del dovere dello Stato: "All'inizio il prete della parrocchia di N.S. del Rimedio aveva accettato. Poi è tornato inspiegabilmente sui suoi passi in quanto sollecitato dai suoi superiori".

Per ora l'estintore vince sulla pistola. Inspiegabilmente. "Noi siamo tutori dell’ordine - conclude però Bianchi - E poiché crediamo che quel cippo di Piazza Alimonda sia un inno all’illegalità, se domani mattina mi autorizzassero, farei risparmiare ulteriori soldi alla comunità e lo andrei a rimuovere io a picconate".

Chiudere le app su iPhone non serve a niente, e vi spieghiamo perché

lastampa.it
andrea nepori

Ancora in tanti credono che uscire dalle app in background sul dispositivo Apple aiuti a liberare memoria, velocizzando il sistema operativo. È un falso mito, anzi ci sono buone ragioni per non farlo



Due tap sul tasto home e poi via di swipe verso l’alto, per eliminare tutte quelle applicazioni in background che occupano spazio in memoria e rallentano il sistema operativo dell’iPhone. Facile, veloce, efficace. Giusto? No, sbagliato. Questa procedura, che in tanti ancora usano per migliorare le prestazioni del proprio dispositivo Apple, non serve a niente; anzi, ha effetti negativi sulla durata della batteria.

Quando un’applicazione attiva su iOS viene messa in background e finisce nella lista delle app accessibili dall’interfaccia del multitasking, il sistema procede a “congelarla”. Significa che tutte le risorse che quell’app stava consumando vengono immediatamente riallocate dal sistema, che gestisce in maniera autonoma e intelligente alcune operazioni specifiche come le notifiche, la riproduzione musicale o gli aggiornamenti push. Per questo chiudere del tutto le applicazioni non ha ad esempio alcun effetto sulla quantità di RAM occupata. 

La chiusura forzata finisce invece per avere effetti opposti: terminare le app in continuazione diminuisce la durata della batteria, perché il riavvio da zero del singolo software richiede risorse di calcolo maggiori rispetto alla semplice operazione di risveglio dal “letargo” del multitasking, un’operazione che iOS riesce a portare a termine con un impiego di risorse ridottissimo. Forzare la chiusura di un’app ha senso soltanto quando il software, per un motivo o un altro, si è bloccato e ha smesso del tutto di rispondere. 

Il mito della pulizia delle app in background su iPhone e iPad è nato con l’introduzione del multitasking su iOS ed è duro a morire ancora oggi, nonostante non abbia mai avuto alcuna giustificazione da un punto di vista tecnico.

Craig Federighi, Senior Vice President responsabile dello sviluppo software a Cupertino, ha confermato di recente l’inutilità della procedura con una risposta all’email di un utente. E se non bastasse l’affermazione di Federighi, c’è anche la parola di Steve Jobs . Nel 2010, rispondendo anch’egli a un messaggio di un utente, il co-fondatore di Apple suggeriva di “usare il multitasking di iOS nel modo in cui è stato progettato: non c’è alcuna ragione di forzare la chiusura delle applicazioni”. 

Project Common Voice, Mozilla lancia il riconoscimento vocale open source

lastampa.it
carlo lavalle

Il progetto punta a raccogliere almeno 10 mila ore di voci registrate in vari accenti per rendere la tecnologia di riconoscimento vocale accessibile e tutti



Mozilla lancia Project Common Voice, un’iniziativa per registrare in crowdsourcing la voce del maggior numero possibile di utenti. L’obiettivo è sviluppare un sistema aperto e accessibile a ogni sviluppatore per consentire a tutti di realizzare app basate sulla tecnologia di riconoscimento vocale.
La voce è diventata un mezzo attraverso il quale sempre più si interagisce con computer e dispositivi. Apple Amazon, Microsoft, Google, hanno ad esempio integrato la tecnologia di speech recognition in cellulari e gadget realizzando assistenti vocali come Siri, Alexa, Cortana e Google Assistant. Molti pensano che controllo e interazione via voce siano componenti chiave di una tendenza destinata ancora di più a prevalere in futuro.

Ma, secondo Mozilla Foundation, la fondazione che sviluppa il browser Firefox, il settore è dominato da una concezione chiusa e proprietaria. Che potrebbe impedire a start-up e nuovi soggetti di beneficiare di questa tecnologia creando un fossato insormontabile con un nucleo ristretto di grandi società già presenti sul mercato.

Per questo è nato Project Common Voice, che richiede agli utenti web di contribuire al progetto registrando la propria voce. Un’operazione semplice da eseguire. Basta, infatti, andare sul sito, premere un pulsante e leggere la frase (in inglese) messa in evidenza al centro della pagina web. Una volta registrato l’audio è possibile anche riascoltare quanto letto e, eventualmente, cancellare ed effettuare di nuovo la registrazione. Che, una volta inviata, ricade sotto la licenza Creative Commons CC-0.

Al momento, la base minima per poter rendere funzionante il database, che verrà messo a disposizione di tutti in modo gratuito, sono almeno 10mila ore di audio di voci registrate in vari accenti. Gli sviluppatori saranno così in grado di realizzare le loro applicazioni, dagli assistenti digitali ai traduttori in tempo reale, sostiene Mozilla, che conta di rendere accessibile la sua collezione vocale entro la fine dell’anno.

La Ferrari F40 compie 30 anni: fu la capostipite delle “hypercar” di Maranello

lastampa.it

Fu realizzata in 1.337 esemplari. Estrema in tutto, pesava poco più di 1.100 kg a fronte di 478 CV di potenza



Martedì 21 luglio 1987 - venerdì 21 luglio 2017: oggi la mitica Ferrari F40 compie i suoi primi 30 anni di storia. Tanti ne sono passati da quando l’auto venne presentata al Centro Civico di Maranello, dove oggi sorge il Museo Ferrari. Si tratta di un mezzo leggendario ancora oggi, l’ultimo costruito sotto l’occhio attento di Enzo Ferrari e nato per celebrare il 40° anniversario della Scuderia. 


Enzo e Piero Ferrari (seduti) nel 1987

«Non ho mai vissuto una presentazione come quella della F40. Quando fu tolto il telo dalla vettura, la sala fu percorsa da un brusio seguito da un fragoroso applauso»: è così che ricorda la presentazione del bolide Ermanno Bonfiglioli, Responsabile Progetti Speciali, che in particolare si occupava di motori sovralimentati. «Nessuno, se non gli stretti collaboratori di Enzo Ferrari, l’aveva ancora vista. L’iter di sviluppo e sperimentazione era stato avvolto infatti da una segretezza insolita all’interno dell’azienda. E la sorpresa per un simile salto stilistico fu quasi uno shock. Insolita fu anche la tempistica del progetto, che nell’arco brevissimo di 13 mesi vide telaio e carrozzeria progredire rapidamente e di pari passo con il motopropulsore».



La F40 è stata la massima espressione della tecnologia di cui erano al tempo capaci i tecnici di Maranello ed è un modello speciale, che ha tramandato il suo genoma a bolidi come la F50, la Enzo e LaFerrari. Nata per raccogliere l’eredità della 288 GTO (e del suo prototipo da corsa poi tramutato in auto-laboratorio, la 288 GTO Evoluzione, un mostro da 650 CV di potenza), venne realizzata in 1.337 esemplari, costruiti fra il 1987 e il 1998: fu la prima Rossa stradale a utilizzare materiali compositi per la sua costruzione, come il kevlar per il telaio, le fibre di vetro per la carrozzeria, resine aeronautiche per i serbatoi ed il plexiglas per i finestrini laterali.



«Era il giugno del 1986 quando iniziammo la progettazione di quel motore siglato F 120 A», racconta Bonfiglioli in una nota ufficiale. «L’8 cilindri biturbo da 478 CV era una derivazione dalla 288 GTO Evoluzione, eppure una serie di contenuti innovativi permisero alla F40 di essere la prima Ferrari stradale a superare i 320 km/h. Massima attenzione venne dedicata al peso, grazie anche a un ampio utilizzo del magnesio: ad esempio coppa dell’olio, coperchi teste, collettori di aspirazione, campana del cambio erano di questo materiale che costava cinque volte la lega di alluminio, e che non è stato poi più utilizzato in tale misura nelle vetture di serie successive. È questo solo un piccolo esempio della straordinarietà di questa vettura».


La presentazione ufficiale a Maranello il 21 luglio 1987

Per qualche anno la F40 fu anche l’automobile stradale più rapida del pianeta, con una velocità di punta dichiarata di 324 km/h. Il filo (ovviamente) rosso che l’allaccia con l’attuale produzione della casa italiana passa anche per il suo motore V8 2.9 biturbo, l’ultimo sovralimentato a essere prodotto; perlomeno sino al 2014,con l’esordio della Ferrari California T che ha riportato il turbo del cofano delle Rosse. Nonostante la sofisticazione del telaio - a traliccio tubolare in acciaio con vasca abitacolo con pannelli di rinforzo in kevlar e fibra di carbonio - e il peso totale inferiore ai 1.155 kg, i primi muletti dell’auto erano difficili da guidare.


Roberto Baggio (1992)

Lo conferma nel comunicato stampa Dario Benuzzi, test driver con una lunghissima esperienza in Ferrari, che partecipò allo sviluppo stradale della F40: «Per domare la potenza del motore e renderla compatibile con un modello stradale, fu necessario sottoporre a innumerevoli test ogni aspetto della macchina: dai turbocompressori all’impianto frenante, dagli ammortizzatori agli pneumatici. Il risultato fu un eccellente carico aereodinamico e un’alta stabilità anche a velocità estreme». 



«Altri aspetti importanti sono il telaio tubolare d’acciaio con pannelli di rinforzo in kevlar, che offre una rigidezza torsionale tre volte superiore alle altre vetture del periodo, e un’inedita carrozzeria realizzata principalmente con materiali compositi - continua Benuzzi -. Ottenemmo esattamente la vettura che volevamo, con pochi comfort e senza compromessi: priva di servosterzo, servofreno e dispositivi elettronici, richiede abilità e impegno al pilota ma lo ripaga generosamente con un’esperienza di guida unica. La precisione della sterzata, la tenuta stradale, la potenza dei freni e l’intensità dell’accelerazione raggiunsero livelli allora ineguagliati per un’auto stradale».


Sylvester Stallone (1990)

La F40 è esposta al Museo Ferrari di Maranello per la mostra “Under the Skin”, dedicata all’evoluzione di innovazione e stile nei 70 anni di storia della casa. Un’innovazione che la F40 ha contribuito a portare avanti anche grazie al linguaggio delle sue forme. «L’ottimizzazione aereodinamica fu oggetto di un’approfondita ricerca in galleria del vento, per ottenere i coefficienti adatti alla Ferrari stradale più potente di sempre», racconta Leonardo Fioravanti, designer Pininfarina che contribuì a disegnare l’auto. «Lo stile è all’altezza delle sue prestazioni: il cofano basso con uno sbalzo ridottissimo, le prese d’aria NACA e l’alettone posteriore, che la matita del mio collega Aldo Brovarone volle ad angolo retto, l’hanno resa celebre. Se dovessi indicare una ragione su tutte del successo della F40, direi proprio la sua linea che riesce a trasmettere immediatamente l’eccezionalità dei contenuti tecnici: velocità, leggerezza, prestazionalità».

La strana scelta di Salsomaggiore: “No a Miss Italia, sì ai 34 euro per i migranti”

lastampa.it
alberto mattioli

Gli albergatori: solo così riusciamo a guadagnare


Un albergo di Tabiano. All’ingresso uno dei migranti che (qui come altrove) hanno sostituito i turisti di una volta. Servizio fotografico di Roberto Brancolini

Per rilanciare il turismo, meglio i migranti di Miss Italia. È un paradosso, l’ennesimo, di questa Italia stralunata del 2017. Succede a Salsomaggiore, località termale nel parmense di glorioso passato e incerto presente. Gli albergatori hanno detto di no al ritorno del concorso di bellezza, troppa spesa per poca resa. E intanto alcuni, scatenando grandi polemiche nella categoria, si sono riciclati nel business degli immigrati.

Meglio i famosi o famigerati 35 euro al giorno per ospitare i disperati che rincorrere una clientela sempre più volatile, specie dopo che il welfare all’italiana ha dato una stretta alle vacanze alle terme a carico di Pantalone. A Tabiano, frazione altrettanto termale di Salso, alcuni vivono al Grand hotel Astro, occupato dalle bellone prima che il concorso emigrasse a Montecatini e poi a Jesolo. Dalle miss ai migranti, quasi una metafora dell’Italia.



Salsomaggiore, nel suo genere un po’ sbiadito, non è male. Ci sono una bella stazione ferroviaria fascista, roba da far andare di traverso le acque miracolose alla Boldrini, pasticcerie con dolcetti tipici, le sensazionali terme Berzieri, di un déco smodato e delirante, ma attualmente in restauro (luglio, per il turismo termale, è bassa stagione), albergoni fin-de-siècle abbandonati e in rovina, e dei rari villeggianti sui cent’anni ma vispissimi. L’amministratore è invece un baby sindaco di 33 anni, già in carica da quattro, Filippo Fritelli, «renziano dubbioso», parole sue. Nel suo ufficio vegliato dai ritratti dei numi tutelari locali, Maria Luigia e Verdi, racconta la crisi del turismo delle cure, la situazione delle Terme in attesa di privatizzazione e magari di essere vendute a un gruppo milanese per l’immancabile rilancio, e il gran rifiuto degli albergatori al ritorno delle Miss:

«L’organizzazione aveva chiesto 7500 presenze gratuite, pernottamento e pensione completa, su una quindicina di giorni, troppe. Una volta pagava il Comune. Io adesso, raschiando il fondo del barile e chiedendo aiuto alla Regione, posso mettere insieme 100 mila euro, pochi. E poi sì, è vero, in tutta Italia vale l’equazione Miss Italia uguale Salsomaggiore. Però il concorso non ha più la popolarità di una volta. Gli esercenti hanno fatto due conti e hanno detto di no».



Sì, invece, ai migranti. «Il problema riguarda Tabiano. Lì c’erano circa 60 alberghi, ne sono rimasti una quarantina, quattro hanno vinto il bando della prefettura. A Salsomaggiore gli immigrati sono una settantina su 16 mila abitanti, e non è un problema. A Tabiano, 150 su 500, e lì invece il problema c’è. Ho cercato di dare lo stop, è venuto il ministro Minniti, ha fatto la promessa che non ne arriveranno altri e finora l’ha mantenuta. Il problema è che troppi albergatori sono abituati a farsi mantenere dallo Stato, ieri con le vacanze alle terme pagate, oggi con i migranti. Ma anche gli esercenti sono divisi».

Non resta che andare a Tabiano a chiedere a loro. Il presidente degli albergatori si chiama Francesco Ravasini, proprietario dell’hotel Rossini, tre stelle superiore, 50 camere, tre dipendenti che diventano sette con la famiglia tutta impegnata nel business, pensione completa a 65 euro, occupazione media, negli ultimi duri tempi, «a voler essere ottimisti», del 30%: «a fine mese si fa fatica». Spiega: «È semplice: o crediamo che il turismo termale abbia un futuro, oppure no. Io ci credo, alcuni colleghi no e allora si riciclano con i migranti. Altri ancora, mi risulta, ci stanno pensando. Chi viene qui è una clientela anziana, non è contenta di vedere i migranti che bivaccano sulle panchine. Sia chiaro: non siamo razzisti e incidenti non ne sono mai capitati. Non dico nemmeno che se non ci fossero qui sarebbe tutto pieno. Ma forse nemmeno così vuoto».

Altro giro, altre opinioni. Gian Paolo Orlandelli, ex presidente della Pro Loco di Tabiano, proprietario dell’hotel Terme, ospita 33 migranti, 34,5 euro al giorno per ognuno, «ma fra tasse, spese, pagamenti in ritardo nelle nostre tasche resta non più del 15-20%. Perché ho deciso di cambiare lavoro? Perché io ho questo albergo da quarant’anni, costruito da mio padre con le sue mani, e non voglio farmelo portare via per pagare le tasse. E non vorrei nemmeno lasciare ai miei quattro figli solo dei debiti. Ho provato di tutto, ho costruito la piscina e il centro benessere, mi sono proposto come residence all’Università di Parma, ho cercato perfino di vendere ai cinesi. Niente da fare».

Dicono che, riempiendolo di migranti, rovinate il paese. «Tabiano era già rovinato. Il termalismo è finito. Nell’ultimo anno le Terme hanno fatto 18 mila presenze. Dieci anni fa, erano 50 mila. Nessuno qui ha mai investito un euro. Poi quando si tratta di pulire il parco vengono a chiedermi i miei ragazzi».Già, ma crede che il business dei migranti possa durare per sempre? «A me bastano altri due anni, poi vado in pensione. E sa cosa le dico? La mia è stata una scelta imprenditoriale, ma il contatto con questi ragazzi ingenui ma buoni mi ha arricchito soprattutto spiritualmente. Altro che Miss Italia, che qui a Tabiano non ha mai fatto arrivare una lira». 

Accampamenti e rifugi, nella Roma dei migranti tra ministeri e San Pietro

lastampa.it
mattia feltri
Non c’è quartiere della Capitale senza segni dei profughi. Cresce la protesta: bruciati alcuni ricoveri per la notte

Le chiese romane, come avviene in tutte le città d’Italia, attraggono le persone in difficoltà.Per i migranti, spesso senza punti di riferimento, San Pietro, o il sagrato di una chiesa, diventano l’unica certezza (oltre ai punti Caritas e di altre associazioni di volontariato) per recuperare una coperta o un pasto. Servizio fotografico di Alessandro Serranò
Sotto i mille campanili di Roma, Dio ha mille nomi e per ognuno c’è pronta una maledizione. Una vecchia signora, piccina, indica con orgoglio i materassi bruciati. Poco più in là, dei ruderi ricordano la fabbrica di zucchero di suo nonno. «Li ho bruciati io i materassi». Ha ancora le chiavi del cancello che dalla via Tuscolana conduce alla ferrovia, dove sorgeva la fabbrica. «E’ una vergogna, uno schifo. Scavalcavano il muro e venivano qui a bere e a dormire, a decine. Ma si può tollerare una roba del genere? Sono venuta, ho dato fuoco a tutto. Si è visto il fumo in tutta Roma. Poi sono arrivati carabinieri e gliel’ho detto: sono stata io. Mi hanno guardato come fossi matta. Non mi hanno creduto».



A Roma si brucia tutto quello che non va. La spazzatura, i campi rom, ora anche gli accampamenti dei migranti. Che sono migranti doppi, sono arrivati a Roma e migrano da un parco all’altro, da una strada all’altra, a seconda dell’esasperazione degli abitanti e dei rari interventi delle forze dell’ordine. A Colle Oppio, per dire, a qualche decina di metri dal Colosseo, sui prati che hanno coperto la Domus Aurea di Nerone, di accampati ne sono rimasti pochi, sdraiati dietro ai cespugli fra cumuli di bottiglie e resti di pasto e brandelli di carta e bambini che giocano a calcio. I più, le centinaia che avevano preso domicilio in una delle principali aree archeologiche del pianeta, che avevano fondato una piccola città parallela, che lavavano i panni nelle fontane e li stendevano sulle staccionate, che dormivano dentro le tende o sotto il cielo,sono stati sloggiati settimana scorsa. Sloggiati e basta, via da qua. Li avrà accolti qualche altro angolo di Roma.



Non c’è zona dalla città che non diventi anche la loro zona. Non è più nemmeno la vecchia questione delle periferie, è la questione di ovunque. A piazza della Repubblica, a duecento metri dalla stazione Termini, a trecento dal Quirinale, sotto i portici arrivano soprattutto la sera, coi cartoni e le coperte e i sacchi a pelo e dormono in fila, come all’ostello, e d’inverno arrivano i volontari con le pizze e le bottiglie di latte. A piazza Augusto Imperatore, a duecento metri da piazza del Popolo, portici simili, scena identica. A piazza Vittorio, fra Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano, bivaccano tutto il giorno sul prato o seduti sul muro di cinta con lattine di birra e cartoni di Tavernello da un euro e settantanove.

In questi giorni ne hanno mandati via un po’ perché serviva il minimo di spazio e di decoro per le Notti di Cinema, le arene all’aperto, e girano guardie private. Hanno pulito dai cocci di bottiglia e dagli abiti marci. A Trastevere la disputa è fra l’immigrazione e la movida, l’una dannosa all’altra, ed entrambe resistono e condividono gli spazi. A Santa Maria in Trastevere si beve, si fuma e si flirta mentre disgraziati lerci e spesso ubriachi si lasciano dietro il tempo sotto il secentesco palazzo San Callisto.

Trastevere è ricolma. Il maggior numero di immigrati, a dimostrazione di quello che oggi è Roma, un luogo di invasione e di disperazione senza zone franche, pernotta nei pressi del ministero delle Finanze o dell’Istruzione. L’intera via della Conciliazione, che va dal Tevere a San Pietro, e il colonnato di Gian Lorenzo Bernini, e di conseguenze le vie di Borgo Pio, sono luogo d’asilo per i senza tetto, e senza terra, e forse senza nome che Papa Bergoglio vuole lì, vicino a sé, nella sua interpretazione del pontificato. 



I mille campanili di Roma, si diceva. E San Pietro. La Roma cristiana, ecco un’altra eccezione. Le chiese, i monasteri, le opere pie, le decine di mense religiose, sono l’ultimo e utile appiglio per questa povera gente arrivata dall’altro mondo, magari salvata in mare, e poi abbandonata a sé. L’Italia è il paese delle emergenze, si sa, e in questo caso è capace di accogliere e poi tutto finisce. A Roma c’è una possibilità in più: i sagrati, per esempio, dove qualche moneta si raccoglierà senz’altro, dove qualche abito viene distribuito, e un pasto forse lo si rimedia.

Così, secondo gli ultimi dati, che risalgono al 2015, gli immigrati a Roma sono 364 mila (i tre quarti di loro ha un lavoro), circa il 13 per cento della popolazione, una percentuale che si considera fisiologica, visti i tempi. Ma si tratta degli immigrati iscritti all’anagrafe. E tutti gli altri, quelli che non lavorano, non hanno casa, e l’anagrafe ignora? Quante migliaia sono? Quante, se sono arrivati fin dentro il Vaticano, a due passi dal Quirinale, a pochi metri dal Colosseo? Perché qui si è volutamente trascurata la disastrosa condizione delle periferie, già nota, e non per tutelare le zone più ricche ma per restituire la dimensione del fenomeno.

Ci sono piccoli (o medi) accampamenti mobili a villa Ada, che fu la residenza estiva dei Savoia, a villa Borghese, in quasi tutti i parchi romani, nei sottopassi stradali, dentro e fuori le stazioni ferroviarie, sotto gli archi degli acquedotti, negli angoli delle piazze, a ridosso o nei dintorni di ognuno dei monumenti che rendono Roma la magnifica, ci sono accattoni a ogni angolo di strada, scalzi, storditi dalla vita all’aperto, che orinano e defecano dove possono, cioè lì, e passeggiare significa andare dentro zaffate e miasmi, e sbattere il naso contro la miseria irrimediabile, significa allungare una sigaretta e una moneta come palliativo alla disorganizzazione e all’incuria più plateali, davanti alle quali non c’è istituzione che possa ritrarsi.



Roma è sempre stata la città dei miserabili, lo era specialmente nel medioevo. Resiste perché è scritto sulla sua pelle, e resisterà ancora per sua natura, intanto però che le borgate ribollono, e una vecchia donna dà fuoco ai materassi, e si alzano le maledizioni. 

Marte affascina, ma lo sbarco sulla Luna rimane insuperato

lastampa.it
piero bianucci



Che cosa rappresentò nella storia della scienza e dell’umanità lo sbarco sulla Luna? Come è cambiata la comunicazione scientifica dopo la telecronaca di quell’impresa? La conquista di Marte oggi avrebbe lo stesso fascino? Qual è l’eredità delle missioni “Apollo”?

Sarà perché ho assistito al primo sbarco sulla Luna nella notte (italiana) tra il 20 e il 21 luglio 1969 già da cronista o perché ho scritto alcuni libri dedicati alla Luna e alla sua esplorazione, ma intorno all’anniversario della storica data mi capita spesso di dover rispondere a queste domande provando l’emozione del vegliardo testimone di un tempo che fu. Stranamente, le mie risposte sono cambiate nel tempo, ma ormai stanno stabilizzandosi. Del resto, tra due anni da quella notte sarà passato mezzo secolo. L’ampiezza della prospettiva forse giova all’obiettività.

Dunque: che cosa ha rappresentato il 20 luglio 1969? La prima risposta è ovvia: una grande impresa scientifica resa possibile da una impresa tecnologica ancora più grande. Ma il significato di quella data va oltre, ed è politico. Dal 21 luglio 1969 fu stabilito il primato spaziale degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica, che fino a quel giorno era stata in serrata competizione e che inizialmente era partita in netto vantaggio, come dimostrò con il lancio del primo satellite artificiale della Terra (Sputnik, 4 ottobre 1957). Dopo il primo sbarco americano, l’Unione Sovietica rinunciò alla corsa alla Luna. Tra gli effetti collaterali ci fu una svolta nella “guerra fredda” tra le due superpotenze. 

Negli Anni 70 dal punto di vista propagandistico per entrambe le superpotenze diventò preferibile mostrare al mondo non tanto una rivalità spaziale ma piuttosto una cooperazione e specializzazione nella ricerca. La cooperazione si tradusse nella missione congiunta Apollo-Sojuz del 17 luglio 1975. La specializzazione si espresse nel primato sovietico nell’esplorazione robotizzata della Luna e di Venere, mentre gli Stati Uniti si dedicarono al sistema solare esterno (Giove, Saturno, Urano, Nettuno) con le sonde Pioneer e Voyager. Lo spazio divenne così il primo teatro del dialogo USA-URSS e la premessa dei successivi trattati per il parziale disarmo nucleare. 

La comunicazione scientifica di oggi è in qualche modo figlia della diretta televisiva dell’allunaggio? Dipende dal punto di vista. La discesa di Armstrong e Aldrin sulla Luna (ma non dimentichiamo Collins rimasto solitario in orbita lunare) trasmessa in diretta televisiva fu un evento mediatico di enorme portata, con seicento milioni di televisori accesi su quelle immagini, in un tempo in cui gli apparecchi televisivi erano ancora diffusi quasi soltanto nei paesi sviluppati, essenzialmente Nord America ed Europa. La diretta tv (condotta per l’Italia da Tito Stagno e Ruggero Orlando) fu peraltro il culmine di un forte interesse giornalistico che accompagnò la preparazione dell’impresa dal discorso programmatico del presidente Kennedy fino allo sbarco (attraverso le cronache dei programmi Mercury e Gemini). 

La nascita e lo sviluppo dell’astronautica portarono alla ribalta una nuova generazione di giornalisti scientifici (tra questi anche Piero Angela) e un modello di “big science” che prima non esisteva. Ne derivò una comunicazione scientifica ampia e spettacolarizzata, piuttosto acritica ma capace di suggerire al pubblico popolare una immagine della scienza eroica e affascinante. Da allora la diretta televisiva di grandi eventi scientifici divenne “normale”, e non solo in campo astronautico: la decifrazione completa del genoma umano fu presentata in diretta mondiale dal presidente americano Clinton e dal primo ministro del governo inglese Blair; in streaming mondiale avvenne l’annuncio della scoperta della particella di Higgs, e poi quello delle onde gravitazionali. Non tutto fu bene. Da allora è diventato più difficile dare il giusto valore a notizie scientifiche importanti ma non spettacolari.

Lo sbarco dell’uomo su Marte potrebbe avere lo stesso significato e lo stesso seguito dello sbarco sulla Luna? La risposta è no. Con lo sbarco sulla Luna l’uomo usciva per la prima volta dal proprio pianeta. Un evento epocale. Seguirono altri cinque sbarchi, l’ultimo nel dicembre 1972, ma l’attenzione inevitabilmente si attenuò sia perché l’impresa sembrava ormai “routine” (benché non lo fosse affatto) sia perché era venuta meno la competizione con l’Unione Sovietica.

Lo sbarco su Marte sarebbe di nuovo una prima assoluta, carica di significati simbolici e culturali. Ma probabilmente l’impatto mediatico ed emotivo non eguaglierà quello dello sbarco sulla Luna perché nel frattempo sono mutate tutte le condizioni al contorno e l’esplorazione robotizzata di Marte avrà tolto gran parte dell’interesse scientifico. Resterà ovviamente l’aspetto umano. Sarà un po’ come, a suo tempo, la conquista dell’Everest: una impresa “acrobatica” eccezionale, eroica e meravigliosa, ma senza risvolti scientifici, politici e sociali di grande rilievo.

Infine, il lascito dello sbarco sulla Luna. A quasi cinquant’anni di distanza, l’eredità pratica è in migliaia di brevetti e applicazioni tecnologiche che fanno parte della vita quotidiana. Non c’è quasi nulla, dalle fotocamere ai cellulari, dai nuovi materiali alle telecomunicazioni, dalla sensoristica alle tecnologie mediche avanzate, dall’informatica a Internet fino alle energie alternative, che non affondi le radici in ricerche sviluppate originariamente per finalità spaziali. 

L’eredità ideale consiste nella consapevolezza che l’uomo è in grado di affrontare sfide straordinarie. E poi c’è l’eredità ecologica: fu con la visione della Terra dallo spazio, una sfera azzurra sospesa nel buio, che l’umanità acquistò la consapevolezza della fragilità ambientale del pianeta sul quale siamo nati.

sabato 22 luglio 2017

Pensieri

lastampa.it
jena@lastampa.it

Ogni mattina Renzi si sveglia con lo stesso pensiero: “Oggi cosa dico per farmi odiare di più?”

Fuori

lastampa.it
jena@lastampa.it

Per evitare il rischio che un domani D’Alema lo faccia fuori, Pisapia si fa fuori da solo oggi.

Accuse

lastampa.it
jena@lastampa.it

Interrogato dai magistrati Lotti ha respinto tutte le accuse, perfino quella di chiamarsi Luca.

Mentre gli italiani muoiono di fame, il PD discute di far chiudere la spiaggia Fascista e di mettere in galera chi posta vignette sul Duce ma sulla spiaggia calabrese che inneggia al comunismo nessuno fa polemica

ilgiornale.it



Libertà. Quest’estate, mentre il solleone brucia tutta la penisola, le penne tricolori ci hanno insegnato che non tutte le spiagge sono frequentabili. In che senso? Ve lo spiego subito. In quel di Chioggia, conosciuta anche come Venezia in piccolo, Gianni Scarpa gestisce uno stabilimento balneare, quello di Punta Canna, definito dai media di ogni latitudine e longitudine la spiaggia fascista. Apriti cielo o meglio apriti mare, alla Mosè per intenderci. Interrogazioni parlamentari, politici in subbuglio, Fiano e Boldrini in testa, indagini della Digos, commenti scandalizzati da parte dei sociologi da salotto e forche caudine su tutti i palinsesti per l’imprenditore veneto. Il vescovo locale, Adriano Tessarollo, è entrato a gamba tesa sulla vicenda, deprecando il malizioso caso mediatico nato attorno al bagnasciuga.

“Del resto ci andava anche il segretario Pd. La verità è che perdiamo solo tempo a correr dietro a queste stranezze. E lui, tra le sue mura di casa, quelle frasi continuerà a dirle”. Per arrivare alla stoccata decisiva da parte del prelato: “Viviamo in un mondo di grande confusione, di cose che non funzionano; e discutono leggi come quella sull’apologia di fascismo. Come se non ci fosse altro da fare per i magistrati”. Benedetto sia il buon senso, quando manca la libertà di parola. Così, Matteo Salvini, si è recato sulla spiaggia incriminata ed ha esternato la sua vicinanza al proprietario del lido. “Come dargli torto”, proferisce il leader del Carroccio, mentre si fa ritrarre, sui suoi profili social, davanti ad un cartello che recita la frase:

“Quanto sarebbe bello il mondo se ognuno di noi si facesse i c***i suoi”. Gioco, partita, incontro. Lo “scoop” dell’estate lo ha firmato, all’alba di questo luglio, il giornalista de La Repubblica Paolo Berizzi. Il cacciatore di nazisti. Eppure c’è in Italia chi campa indagando sul nulla, sull’astratto, sulle idee e sulla goliardia diventando paladino della libertà (vietate in questo caso). Berizzi, dovere di cronaca, è lo stesso che il 12 maggio 2015 pubblicò un articolo dai toni: “Il bimbo di quattro anni che fa il saluto fascista: i genitori lo correggano o lo cacceremo dall’asilo”. Fatto, peraltro, mai avvenuto. Il corrispondente del quotidiano diretto da Mario Calabresi è stato condannato, per tale articolo, dall’ordine dei giornalisti di Milano. Ma la caccia alle streghe può continuare, indisturbata.

Anzi come ricorda Il Primato Nazionale: “Nel 2009 ha pubblicato uno dei tanti libri-inchiesta sulla galassia nera, il dimenticabilissimo Bande Nere. Nell’appendice fotografica, l’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa compariva in uno scatto con un uomo descritto come un affiliato alla ndrangheta. Si trattava, in realtà, di un carabiniere. Bompiani dovette ritirare tutte le copie messe in commercio e correggere l’errore”. Venghino siori, venghino. Vi rendete conto? E queste porcherie non hanno fine, mentre i colpevoli non vengono mai scoperti dalla giustizia italiana. Lo spettacolo dell’inesistenza, con tante indignazioni e con i diritti della democrazia vietati, è dietro l’angolo.
Francesco Boezi, redattore de Il Giornale, alcuni giorni fa ha pubblicato un pezzo dal titolo:

“La spiaggia in Calabria inneggia al comunismo. ​Ma nessuno fa polemica”. All’interno possiamo leggere: “Se il lido Chioggia è finito su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali, infatti, un altro caso riguardante una spiaggia d’Italia sembra essere sfuggito alle cronache. O quasi. A Roccella Jonica, località della Calabria, è solito svolgersi un campo politico organizzato dal ‘Fronte della Gioventù Comunista’. ‘Guerriglia’, questo il dolce nome dell’iniziativa, è giunto ormai alla terza edizione e tra canzoni inneggianti a via Rasella, striscioni antimperialisti, convegni, conferenze, tornei sportivi e carrellate di bandiere con falce e martello, i comunisti del domani progettano il futuro politico della loro organizzazione.

In Calabria, insomma, l’ideologia comunista prende beatamente il sole. E nessuno, probabilmente, si è mai scandalizzato più di tanto. Un certo doppiopesismo sui totalitarismi del 900′, del resto, affligge le analisi giornalistiche di parecchi”. Sia chiaro, qui nessuno vuole vietare gli spazi del pensiero altrui, ma rimarcare come l’Italia sia la nazione dei due pesi e delle due misure. La spiaggia calabrese sì, la spiaggia veneta no. Lo decide la polizia del pensiero orwelliano. Benvenuti nel 1984, il sole colpisce alla testa degli stolti. Il filosofo, Adriano Scianca, soppesa fascismo e comunismo alla luce del tentativo di inasprimento delle pene ai piedi della cosiddetta Legge Scelba. “Il comunismo, dunque, da noi non è vietato perché in Italia non abbiamo avuto una dittatura comunista.

Ma perché non l’abbiamo avuta? Proprio perché c’è stato il fascismo. Quando nasce il fascismo, l’Italia è in pieno biennio rosso. Un periodo che lo storico Emilio Gentile, non certo tenero con i fascismi, ha descritto mettendo in evidenza un’ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del paese, condotti in gran parte dal partito socialista massimalista all’insegna di una imminente rivoluzione per instaurare anche in Italia, con la violenza, la dittatura del proletariato, come annunciava il nuovo statuto che il Partito socialista aveva adottato nel 1919′”. Sul finale si legge:

“Se l’Italia non ha conosciuto i gulag, le fucilazioni di massa, il manicomio per i dissidenti, la miseria e la carestia non è stato per la maggiore bontà dei comunisti nostrani rispetto a quelli di altre nazioni, ma solo perché i fascisti hanno politicamente e militarmente impedito questo scempio”. Si possono aprire capitoli infiniti, parallelismi infiniti, ma non si possono processare le idee a prescindere. Mentre tutto brucia, mentre i nostri diritti vengono calpestati teleimbonitori da strapazzo ci portano fuori strada. Ci raccontano storie assurde, spacciandole per difesa dei nostri diritti. “Se si elimina la libertà di parola, le facoltà creative inaridiscono”, ancora una volta torniamo a George Orwell. Menti aride per il trionfo del vuoto cosmico, sorseggiando caipirinha in riva al mare.

Buona estate all’italiana. Mi raccomando continuate a farvi prendere in giro da questa massa di giornalisti, politicanti e pseudo-filosofi. Persone pronte a raccontarci che se nel 2017 fai il saluto romano, acquisti un accendino o un calendario con l’effige del Duce, nella tua attività commerciale scrivi alcune frasi che riportano alla memoria del Ventennio, posti sui social immagini inerenti al fascismo sei un delinquente, vai denunciato, processato e possibilmente chiuso in galera. Ma non finisce qui. Perché, in tal caso, sei un individuo da emarginare e mettere alla berlina. Mentre tutto scorre ed il politicamente corretto trionfa, strangolandoci tutti.

www.ilgiornale.it www.andreapasini.it

Sisma, scandalo sulle casette ​spartite dalle Coop vicine al Pd

ilgiornale.it
Giovanni Neve - Ven, 21/07/2017 - 11:14

Vito Giuseppe Giustino esultava dopo il terremoto del Centro Italia. Ecco tutti gli appalti assegnati a coop rosse e i rapporti col Pd



Ridevano gli imprenditori dopo il sisma che ha messo in ginocchio un anno fa Amatrice, Accumoli e il resto del Centro Italia. E c'erano buoni motivi. La ricostruzione, le casette in legno, i soldi. Tanti. Nelle intercettazioni della procura, le risate sono quelle di Vito Giuseppe Giustino, 65enne di Altamura (Bari), presidente del Cda della società cooperativa l'Internazionale. Perché tanta gioia? A ricostruire gli interessi sul terremoto di Giustino è Repubblica, che insieme un intreccio di scandali sulle casette per terremotati che si sarebbero spartite alcune coop vicine al Pd. Una scoperta un po' tardiva quella del quotidiano diretto da Calabresi, visto che ilGiornale ne aveva parlato mesi fa (leggi).

Nel Centro Italia ad oggi sono state consegnate solo 396 casette sulle 3.830 totali attese. A montare le prime casette di legno ad Accumoli è stata infatti proprio la coop di Giustino. L'Internazionale è socia (insieme ad altre 200 coop) del Consorzio Nazionale Servizi (Csn), colosso delle cooperative con sede a Bologna e un piede in Legacoop. Il Csn, scrive Repubblica, "risulta come primo classificato in due dei tre lotti della maxi-gara per la fornitura in tutto il Paese di moduli abitativi di emergenza (le casette antisismiche), dal valore totale di 1,18 miliardi di euro, bandita da Consip nel 2014 e aggiudicata nell'agosto del 2015". Poco prima del terremoto, il Csn firma un accordo con la Protezione Civile per consegnare fino a 6mila casette.

In realtà alla fetta di torta partecipano in tanti, visto che dopo le prime 850 assegnate al Csn, anche il Consorzio Stabile Arcale di Impruneta se ne è aggiudicate 750 e tante altre a scendere, fino ad arrivare a 6mila. Passano tre mesi e l'Italia trema. Accumoli, Amatrice e Norcia si sgretolano. I cittadini rimangono senza casa ed hanno bisogno di una sistemazione. Renzi promette: le casette entro Natale. Siamo a luglio e ancora in molti sono rimasti senza. La macchina sembra essersi impantanata. Il Csn, scrive Repubblica, "sceglie, tra le sue associate, chi può sostenere un notevole onere finanziario e gli affida il lavoro. Ad ottobre l'altro terremoto aumenta il fabbisogno, e la Cns dispiega nel cratere otto grosse aziende".

In Umbria l'incarico sarebbe stato assegnato "alle due consorziate Gesta e Kineo, le quali hanno comprato impianti e kit di montaggio da due imprese ternane, la Italstem e la Cosptecnoservice". Una assegnazione che fa incuriosire molti, visto che Cosptecnoservice si occuperebbe di pulizie e cartelle stradali e deve appoggiarsi a Vipal per realizzare le casette. Chi è il presidente del Cda di Cosp? Danilo Valenti, legato alla governatrice Pd dell'Umbria, Catiuscia Marini. Valenti, ricostruisce Repubblica, "è vice presidente di Legacoopservizi, della quale Marini è dipendente in aspettativa; nelle occasioni pubbliche si fanno vedere spesso insieme; la sua società risulta tra i finanziatori della campagna elettorale di Marini". Senza mancre di partecipare alle cene di autofinanziamento di Matteo Renzi.

Discorso simile per la seconda classificata nella gara per le casette di legno. Il Consorzio Arcale, infatti, ha tra i soci " la Sistem Costruzioni srl, uno dei più quotati produttori in Europa di moduli in legno lamellare e alluminio, il cui amministratore delegato è Emanuele Orsini". Che tra le altre cose appare tra i promotori dei comitati elettoriali pro-Renzi del 2012. Il nome della Arcale appare tra le carte dell'inchiesta su Consip portata avanti dalla procura di Napoli. Scrive il Gip che Alberto Bianchi, renziano e presidente della Fondazione Open, si sarebbe occupato di "sponsorizzare presso Marroni (Luigi, l'ex ad di Consip) un'azienda classificatasi seconda per la realizzazione delle casette in legno per i terremotati di Amatrice". Bianchi nega e promette querele.

In giornata la Protezione civile ha chiesto approfondimenti circa la corretta prosecuzione dell'esecuzione degli ordinativi fatti dalle regioni per la consegna delle Sae. "Il Consorzio Nazionale Servizi (CNS) - si legge nel comunicato - chiarisce che i lavori assegnati alla consorziata “L’Internazionale” sono in fase di ultimazione per quanto riguarda il Comune di Accumoli nella Regione Lazio. Il Consorzio ha provveduto a richiedere all’Internazionale un riscontro urgente e puntuale rispetto a quanto appreso dalla stampa e alle eventuali misure adottate nei confronti dei vertici della società, al fine di garantire il regolare operato della propria associata e continuare a rispondere in maniera efficace all’emergenza nazionale.

Naturalmente, in relazione a tutte le prestazioni che riguardano l’Internazionale, il Consorzio si impegna ad adottare le misure più adeguate contemplate dalla propria regolamentazione interna che si rendessero necessarie a garantire la corretta esecuzione dei lavori e, al tempo stesso, la propria attività e reputazione imprenditoriale. Il CNS confida che gli accertamenti in corso possano concludersi nel più breve tempo possibile, così da poter agire tempestivamente nel pieno rispetto della trasparenza e della legalità".

Migranti politici (il trailer)

lastampa.it
mattia feltri

Nel novembre del 2013 cinquantanove migranti politici lasciano i gruppi parlamentari di FI per fondare Ncd e restare nel governo Letta, poi nel governo Renzi, poi nel governo Gentiloni.

Nel frattempo: Alberto Giorgetti torna in FI, Paolo Naccarato arrivato dalla Lega passa a Gal, Antonio D’Alì torna in FI, da Sc arriva Gabriele Albertini, Sveva Belviso lascia Ncd e fonda AltraDestra, dal M5s passando dal Misto arriva Fabiola Anitori, Ncd si fonde con Udc e nasce Ap, Giuliano Cazzola passa al Misto, Barbara Saltamartini passa alla Lega, da FI arriva Antonio Marotta, alle comunali Ap a Milano è col centrodestra, a Isernia col centro, a Napoli col centrosinistra, poi Pietro Langella passa con Denis Verdini, Nunzia De Girolamo torna in FI, Massimiliano Salini torna in FI, Gaetano Quagliariello con Luigi Compagna, Andrea Augello, Vincenzo Piso e Eugenia Roccella lascia Ap e fonda Idea, Carlo Giovanardi lascia Ap coi Popolari Liberali e si fonde con Idea, Renato Schifani torna in FI, Alessandro Pagano passa alla Lega, Antonio Azzollini torna in FI, al referendum mezza Ap è per il sì, mezza Ap è per il no, Ap si scinde, Angelino Alfano scioglie Ap (intesa come Area popolare) e fonda Ap (intesa come Alternativa popolare), Giuseppe Esposito passa all’Udc, Maurizio Sacconi passa a Energie per l’Italia, mercoledì Enrico Costa ha lasciato Ap e forse tornerà in FI, ieri Massimo Cassano è tornato in FI, Maurizio Bernardo è passato al Pd. E questo è solo il trailer.

Gli hacker insidiano i droni DJI

lastampa.it
marco tonelli

L’azienda russa Coptersafe vende programmi e hardware per permettere ai droni cinesi di volare in luoghi vietati o superare certe altitudini. E in forum e gruppi Facebook vengono condivise le istruzioni per alterare il funzionamento dei velivoli



Coptersafe è un’azienda russa che vende programmi e hardware modificati in grado di permettere ai droni Dji di volare in luoghi vietati (come gli aeroporti ad esempio) o superare certe altitudini. Ma non solo, in rete sono disponibili diversi tutorial in cui viene illustrato come aggirare il geofencing, la modalità che traccia un perimetro prestabilito in cui il dispositivo deve circolare. Senza dimenticare forum e gruppi Facebook, dove vengono condivise le istruzioni per alterare il funzionamento dei droni.

Per questo motivo, la società cinese ha annunciato di aver aggiornato il software e rimosso le versioni vulnerabili dai server. «Continueremo a monitorare la situazione, tenendo sotto controllo ogni segnalazione e in futuro, rilasceremo nuovi aggiornamenti senza ulteriori annunci», spiega DJI, in una dichiarazione ufficiale inviata a La Stampa. «Non siamo responsabili per le prestazioni di un drone modificato e condanniamo fermamente il comportamento di tutte quelle persone che tentano di modificare il loro velivolo per un uso illegale e non sicuro», dichiara nello stesso comunicato, il responsabile della sicurezza Victor Wang.

Insomma, da una parte Coptersafe, che, distribuisce versioni modificate di modelli come Phantom 4, in grado di superare le restrizioni nel software che gestisce il sensore gps. Senza dimenticare, i programmi che riescono ad eludere limiti di altitudine e velocità di un altro dispositivo: il Mavic Pro. Dall’altra, ci sono i forum e le piattaforme online. Ad esempio solo qualche giorno fa, l’utente Finisterre ha rilasciato su Github, un programma capace di sfruttare le falle del sistema di sicurezza. Il tutto per poter modificare il meccanismo di funzionamento dei velivoli. Mentre su Facebook , sono presenti gruppi e pagine fan nati per combattere la battaglia per il controllo dei propri droni, come riferisce a Motherboard l’amministratore del forum segreto ThatDumbDronie.

Da alcuni giorni, i membri iscritti a questa pagina, si sono accorti che non erano più disponibili i download dei software dei modelli DJI, per questo motivo hanno già scaricato e archiviato tutte le vecchie versioni (modificabili) del programma, in modo da poterle installare nei velivoli.

Un veterinario salva una cagnolina che i proprietari volevano sopprimere

lastampa.it
cristina insalaco



I proprietari volevano sopprimerla, ma il veterinario le ha salvato la vita. La cagnolina si chiama Bella, ed era stata portata in clinica perché i padroni pensavano che fosse paralizzata. «Ha sei settimane e non cammina più: è il momento di sopprimerla», aveva detto il proprietario. Ma quando l’uomo è uscito dalla clinica, il veterinario ha deciso di non seguire le sue indicazioni. Ha chiamato Piper Wood, la fondatrice di «Hand in Paw», un gruppo di soccorso per animali in California, e si sono accordati per portare Bella nel loro centro.



Qui hanno scoperto che la cagnolina non era paralizzata, ma soffriva di ipoglicemia. «Forse i suoi proprietari non la stavano nutrendo abbastanza, e il suo zucchero nel sangue era troppo basso», ha detto Wood. Sono così bastate un po’ cure del veterinario, e il quattro zampe si è ripreso rapidamente. Quando è arrivata nel centro, era molto silenziosa e soprattutto spaventata, ma grazie alla giusta attenzione e all’amore dei volontari, ha anche riacquistato la fiducia e la sicurezza in se stessa. 



Poi, un paio di settimane fa, Bella è stata adottata da una famiglia della zona. «Quando l’ho portata nella sua nuova casa - ha raccontato Wood - l’ho vista giocare per la prima volta. Si stava divertendo con 10 giocattoli diversi e correva dappertutto». Aggiunge: «Oggi la cagnolina è davvero felice: si sente a casa, è serena». 



Bella è stata senza dubbio fortunata nell’avere avuto una seconda possibilità, ma Piper Wood spiega che ci sono purtroppo ancora molti animali che vengono soppressi per malattie facilmente curabili: «Se le persone non sono pronte ad affrontare i problemi di salute di un animale, è meglio evitare di adottarlo. E’ un gesto d’amore per il quattro zampe». 

Amri, ecco il conto per la salma. Ma Sesto san Giovanni si rifiuta di pagare

ilgiornale.it

Il Comune di Milano invia la fattura a Sesto San Giovanni per il deposito della salma di Anis Amri, terrorista di Berlino. Ma il sindaco Roberto Di Stefano, eletto dalla coalizione di centrodestra: "Non pagheremo"



Per concludere la sua lunga fuga, Anis Amri - il terrorista della strage di Berlino - scelse, il 23 dicembre dell'anno scorso, Sesto San Giovanni: qui, davanti alla stazione ferroviaria, fu fermato per un controllo dalla polizia, aprì il fuoco sugli agenti e fu fulminato dalle pallottole di risposta.

Per Sesto fu uno choc, anche perché non si capiva - e non si capisce tutt'ora - cosa avesse portato l'estremista nella ex Stalingrado d'Italia. Ma ora si arriva alla beffa: la fattura per le spese di custodia del corpo di Amri, che il Comune di Sesto si è vista recapitare ieri. Chissà come avrebbe reagito la vecchia giunta di sinistra che amministrava Sesto sino alla primavera scorsa.

Ma la reazione del nuovo sindaco non si fa attendere ed è assai brusca: "Siamo alla follia - dice Roberto Di Stefano, eletto dalla coalizione di centrodestra - sono esterrefatto, quella per per oltre sei mesi era un'ipotesi assurda e irrealizzabile in Italia è incredibilmente diventata realtà. I miei uffici mi hanno appena mostrato la fattura del Comune di Milano, pari a un importo di 2.160,18 euro, con la quale viene chiesto all'Amministrazione Comunale di Sesto San Giovanni di pagare le spese di 'deposito salma' del terrorista Anis Amri, autore della strage di Berlino. A scanso di equivoci dico subito che mi opporrò con ogni mezzo a questa vergognosa e offensiva richiesta e che i soldi dei miei cittadini mai saranno utilizzati per far fronte a questa richiesta".

La salma del terrorista è rimasta parcheggiata all'obitorio del Comune di Milano, in piazza Gorini, per oltre sei mesi - dal 23 dicembre 2016 al 29 giugno 2017 - senza che nessuno la reclamasse, dopo che erano stati eseguiti gli accertamenti medico legali (che hanno accertato che Amri aveva fatto in un passato recente uso di droghe, ma che nel momento del conflitto a fuoco era lucido) infine è stata spedita in Tunisia. "Non mi interessa assolutamente nulla - dice il sindaco Di Stefano - se la legge nazionale prevede che le spese post-mortem di una persona non reclamata siano a carico del Comune in cui la stessa è morta.

Qui stiamo parlando di un mostro che non merita alcuna pietà. Per questo ho già provveduto a scrivere al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al ministro degli Esteri Angelino Alfano e al sindaco di Milano Giuseppe Sala, per comunicare loro che Sesto San Giovanni non pagherà mai nulla. Se proprio ci tengono provvedano loro. Noi anche nel rispetto di Fabrizia Di Lorenzo, vittima italiana di quella strage, e di tutte le altre persone morte in attentati terroristici di matrice islamista, oltre che in segno di attenzione delle Forze dell'Ordine, non destineremo mai un euro per saldare questa fattura".

Montesilvano, scontro tra immigrati senegalesi e Comune

ilgiornale.it
Francesco Curridori - Ven, 21/07/2017 - 20:44

A Montesilvano, a una settimana dalla lettera che il sindaco Francesco Maragno aveva inviato al premier Gentiloni e al ministro Minniti per parlare dell'emergenza migranti, è arrivata la protesta dei senegalesi sfrattati da due palazzi



A Montesilvano, in provincia di Pescara, a una settimana di distanza dalla lettera che il sindaco Francesco Maragno aveva inviato al premier, Paolo Gentiloni e al ministro dell'Interno, Marco Minniti per parlare dell'emergenza migranti, arriva la protesta della comunità senegalese.

Qualche centinaia di immigrati e alcuni italiani sono scesi in piazza per partecipare alla manifestazione indetta dalla comunità senegalese a sostegno degli extracomunitari sgomberati che vivevano abusivamente nel 'ghetto' di via Ariosto, due complessi, in una delle zone più turistiche della città.  

"Chiediamo al sindaco Maragno di mantenere le promesse: aveva detto che ci avrebbe aiutato a trovare 20 appartamenti - ha detto Samba del comitato via Ariosto - non chiediamo case popolari ma appartamenti da pagare e in regola. Lui sa bene che quando ci rechiamo nelle immobiliari appena scoprono che siamo reduci di via Ariosto ci voltano le spalle e ci negano le promesse fatte, nonostante siamo in grado di pagare tutto. Questa manifestazione è contro questa ingiustizia e lui lo sa: manifestiamo contro questi sgomberi selvaggi e contro i fascisti che alimentano le paure di Montesilvano".

Nella lettera di una settimana fa il sindaco aveva ricordato che Montesilvano "è ospitale, accogliente e dotata di numerose strutture alberghiere. Proprio in alcuni di questi hotel hanno trovato accoglienza anche numerosi migranti, ospitati nei Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria)" ma "a questi ultimi si aggiungono anche moltissimi extracomunitari che, senza alcun titolo per rimanere sul suolo italiano, persino destinatari di decreti di espulsione, occupano abusivamente gli angoli più belli di questa cittadina, danneggiando il sistema economico e turistico locale".

Le palazzine di via Ariosto che erano state trasformate in una centrale dello spaccio e della contraffazione come ricorda a Prima di noi l’assessore comunale, Valter Cozzi, che parla di "atteggiamenti dissoluti e imbarazzanti" e aggiunge: "Abbiamo accordato fin dall’inizio piena fiducia nei confronti di tutti i rappresentanti della comunità senegalese, offrendo collaborazione e accoglienza nelle strutture alberghiere. Tuttavia non siamo stati ripagati con la stessa moneta". "Abbiamo promosso incontri ma, cosa ancora più importante, ci siamo posti in prima linea per supportarli nella ricerca di abitazioni alternative, offrendo loro sistemazioni temporanee.

Tuttavia abbiamo dovuto scoprire, con grandissimo rammarico, che alcune delle persone che sono state ospitate per diversi giorni hanno avuto atteggiamenti di assoluta inciviltà, causando numerosi problemi al personale impegnato nella gestione della struttura alberghiera e disturbo agli ospiti che condividevano gli stessi spazi. Non sono mancati danni materiali, per i quali peraltro dovrà essere l’Ente e quindi la comunità montesilvanese a farsene carico; atteggiamenti dissoluti ed imbarazzanti, ulteriormente aggravati dall’abuso di alcool e di sostanze stupefacenti", conclude l'assessore.

Il Comune di Pisa revoca cittadinanza onoraria a Mussolini

ilgiornale.it
Raffaello Binelli - Ven, 21/07/2017 - 15:55

Il Consiglio comunale di Pisa ha revocato l'onoreficenza al capo del fascismo, concessa nel lontano 1924. Dopo un acceso dibattito in consiglio comunale è arrivata la votazione



Nella tarda serata di giovedì il Consiglio comunale di Pisa ha tolto la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, concessa il 23 maggio 1924.




I lavori del consiglio, conclusisi intorno alle 22, hanno visto un acceso dibattito. A seguire i lavori, tra il pubblico, c'era anche il presidente dell’Anpi di Pisa, Bruno Possenti: "La cittadinanza onoraria è un riconoscimento che il Consiglio Comunale attribuisce a personalità che meritano la gratitudine di una intera comunità. Mussolini non ha meriti verso la città di Pisa, né verso l’Italia, né verso l’umanità. Quello di oggi è un atto politico di grande valore soprattutto in un momento in cui razzismo, xenofobia e apologia del ventennio sono presenti in maniera preoccupante nella nostra società. L’Anpi ringrazia il consigliere comunale Giovani Garzella (Pisa è, ndr) che ha portato questo provvedimento all’attenzione del Consiglio Comunale e quanti lo hanno sostenuto". 

La proposta è passata anche coi voti favorevoli del sindaco Marco Filippeschi e del presidente del Consiglio Comunale, Ranieri Del Torto. Hanno votato contro i consiglieri Filippo Bedini e Maurizio Nerini, entrambi della lista "Noi Adesso Pisa -Fdi-An. Non hanno partecipato al voto Raffaele Latrofa (Pisa nel cuore), Riccardo Buscemi (Fi-Pdl) e Virginia Mancini (Fi-Pdl).

Quest'ultima, capogruppo di Forza Italia, in una nota su Facebook aveva scritto: "Nessuno di noi può dimenticare gli errori o gli orrori del nazifascismo, nessuno di noi può giustificare un periodo buio e grondante di sangue italiano, nessuno può dimenticare gli orrori derivati dalle leggi razziali, peraltro molte delle quali promulgate proprio a Pisa, in San Rossore, nel 1938, quattordici anni dopo l'evento in discussione, nessuno dimentica uno stato di polizia oppressore degli oppositori, per contraltare si potrebbero addurre almeno cento cose positive del periodo fascista, facilmente consultabili ed elencabili (dall'istituzione dell'Inps, ai vaccini obbligatori, all'istruzione obbligatoria, al piano di case popolari etc), ma non è questo il punto, anche una sola persona che paga con la vita, oscura ovviamente, tutto il buono, anche una sola vita stroncata deve bastare ad ammainare per sempre i vessilli insanguinati".

L’antipatico bergoglio

ilgiornale.it




12439435_1164043223619282_6016850058839688217_n

Io, un Nonno Buono, fortunatamente, l’ho avuto. Anzi, due! 

Di mio Nonno Nino, ricordo la proverbiale bontà e la generosità. Anche un suo dolore incarnato, ingoiato e mai rigettato dopo la morte di Nonna Serafina. Glielo si leggeva negli occhi. E sulla nuca. Sì, aveva la nuca piegata dalla riverenza verso il ricordo di una moglie persa troppo presto.

Di mio Nonno Rocco, non ho ricordi fisici: ero troppo piccolo quando Lui è passato nel mondo a fianco. Ma i racconti di un’intera famiglia me lo fanno respirare come esempio di dedizione a figli e moglie, al lavoro, e ai rapporti di amicizia e parentela. Tutti Lo ricordano come un uomo che ha saputo abbracciare cristianamente la sofferenza di una malattia che lo ha paralizzato e punito a letto per anni. Di Entrambi mi arrivano perle di saggezza che io provvedo ad indossare e, quindi, a demandare. Il loro sapere contadino è così nobile e profondo che non ha necessità di essere rielaborato: è potente così com’è!

E non ha avuto necessità di entrare in seminario, diventare prete, vescovo, cardinale e vescovo di Roma, per prendere corpo. Non ha bisogno di essere vomitato da una finestra all’ultimo piano, né sputacchiato davanti ad un microfono acceso e trasportato da servi inutilmente riverenti davanti ad un vecchio qualsiasi. Già! Bergoglio, un vecchio qualsiasi. Perché Papa non lo è mai diventato! E nonno non ce lo facciamo diventare.

Parla, si muove, si veste, mangia e favoleggia come qualsiasi scapolone pensionato, frustrato e parcheggiato all’angolo della piazzetta del quartiere. Non si eleva al Cielo e non accompagna il Divino sulla Terra: semplicemente, si muove, senza infamia e senza lode, fra le parole del Vangelo, fin troppo personalizzato. (C’è da chiedersi se, nascosto ai fotografi, vada a curiosare davanti ai cantieri dei lavori in corso fra i viali vaticani…)

Anzi! A volerla dire tutta, molto spesso loda il peggio e biasima il meglio.

Un signore banale in tonaca bianca che, fra l’altro, banalizza riti, liturgie, Misteri, Verità e Vie. Che non da risposte e non pone domande: si limita, come solo “i più vecchi” fra gli anziani sanno fare,  a sputare sentenze coniate assieme a rubli staliniani fuori corso. Un comunista senza sensi di colpa, miracolosamente coperto dal manto della Misericordia Divina e che sta destabilizzando i Credenti Cristiani Cattolici e cancellando ben duemila anni di Fede, spesso incarnata fino al martirio in nome di Gesù Cristo.

A volte, da umile credente in faticoso cammino, mi chiedo se mi serva la sua compagnia. Finora, ci ho rinunciato, preferendogli ben più corposi e sostanziosi predecessori. Papi veri. Difensori della Fede Cristiana. Della Parola di Dio. Dei dogmi salvifici.

Personalmente, lo trovo antipatico e respingente. Amico di tutti i nemici della Chiesa Cattolica. E separato dalla Chiesa di Roma dalla stessa distanza fisica che rende due mondi il nostro e il suo.
Eh, sì, viene dalla e per la “fine del mondo”. (parziale citazione argentina, con aggiunta calabra)
#frameeme #BenedettoXVIèPapa