domenica 21 gennaio 2018

Tutto quello che sappiamo sul primo, fallito, assalto terroristico con droni-bomba

repubblica.it
Luigi Bignami

Nella notte del 5 gennaio 2018 e nelle prime ore del giorno successivo le forze russe presenti in Siria sono state attaccate da un corposo numero di veicoli aerei senza equipaggio. Lo ha fatto sapere il Ministro russo della Difesa. Non si trattava di aerei di grosse dimensioni senza pilota, gli UAVs, bensì di un gruppo composto da 13 piccoli droni che si sarebbero dovuti abbattere sulle forze russe.

Nessuno tuttavia, è riuscito a causare danni significativi, perché sette di loro sono stati distrutti dalle difese antiaereo e gli altri sono stati abbattuti utilizzando contromisure elettroniche messe a punto proprio per dirottare o bloccare droni facendoli atterrare intatti. Alcune fotografie di uno di questi droni mostrano un aereo rozzamente costruito, messo insieme utilizzando un carrello di legno e teli di plastica alimentato da un piccolo motore a combustibile liquido. Sotto le ali di quel drone e di altri simili vi erano diverse bombe costruite con alette di plastica stampate con  stampanti 3D.


Due droni fatti in casa che hanno partecipato all’assalto contro le forze russe in Siria. Facebook
Molti droni già utilizzati in passato trasportavano una videocamera che permetteva a piloti posizionati in remoto a pochi chilometri di distanza dal loro obiettivo, di guidarli a vista. Ma in questo caso – ha fatto sapere il Ministero della Difesa Russo – l’attacco è partito da più di 50 chilometri di distanza e i droni sono stati guidati dal GPS. Ciò significa che le coordinate dell’obiettivo erano conosciute in anticipo e posizionate all’interno del sistema di guida.

Il punto da cui sono partiti i droni non è stata localizzato perché, essendo costruiti in casa, non possono essere facilmente rintracciati con i sistemi che localizzano i punti da cui partono i missili o altre armi che producono calore. L’Isis, nel passato, aveva utilizzato droni di questo tipo, ma in questo caso non sembra essere stata la matrice dell’attacco, perché non risultano esserci basi in in vicinanza al punto da colpire. L’intelligence israeliana ha fatto sapere dal suo sito Debka.com  che secondo loro le fonti dell’attacco devono essere ricercate in un gruppo legato ad al-Qaida in quanto in un tweet del primo gennaio mostravano droni molto simili a quelli catturati dai russi.

Al momento il più imponente sciame di droni utilizzato per scopi militari, seppure in un test, è stato quello lanciato dall’Electronics Technology Group Corporation cinese che ha provato uno stormo di 119 droni. Che i droni siano all’attenzione di numerosi gruppi militari – anche governativi – è ormai noto da tempo. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno diversi programmi che studiano l’utilizzo di sciami di droni, da quello chiamato Perdix che utilizza micro-droni lanciati dall’aria, a LOCUST,  un progetto di sciami di droni lanciati da navi e un progetto di sciami di droni da lanciare da missili.

L’idea che sta dietro l’utilizzo di questi sciami è il fatto che un gran numero di piccoli droni economicamente poco costosi è in grado di sopraffare le difese che dipendono da pochi aerei o da un piccolo gruppo di missili. E l’esperienza gli sciami di droni utilizzati in Iraq e in Siria ha dimostrato che i piccoli doni sono difficili da abbattere anche con le mitragliatrici. Tuttavia far volare un gran numero di droni insieme richiede sofisticati software per tenerli in formazione e per evitare collisioni tra loro. Grandi passi in questo senso comunque, sono fatti anche da società private non militari in quanto sciami di droni sono sempre più utilizzati per spettacoli. Basti ricordare che al Las Vegas al Consumer Electronics Show sono stati utilizzati 250 droni di Intel mentre a dicembre la compagnia cinese Ehang ha mostrato uno sciame di ben 1.180 droni che volavano insieme per creare immagini e personaggi in cielo.

Shutdown, i dipendenti pubblici americani restano senza stipendio

repubblica.it
Luciana Grosso

Fermi tutti, l’America chiude. E lo fa a tempo indeterminato, nel senso letterale del termine, cioè che proprio non si sa fino a quando. Verosimilmente sarà solo per qualche giorno, ma nessuno per ora è in grado di dire fino a quando.

La dichiarazione dello shutdown, ossia della chiusura, è arrivata nel cuore della notte, quando da noi erano da poco passate le sei. In quel momento il Congresso ha dichiarato la sospensione delle uscite del governo federale. In pratica, detto in parole molto semplici, il Governo non ha più i soldi per pagare i suoi dipendenti e servizi. Non li ha non perchè non ci siano, ma perché Democratici e Repubblicani non sono riusciti a trovare un accordo sulla legge di Bilancio e nemmeno sulla proroga degli equilibri dello scorso anno, già in essere e che ci sarebbe potuti limitare e prorogare. Niente di tutto questo è successo e quindi lo Stato chiude fino a nuovo ordine. 


iStock
Cosa comporta questa serrata?
Difficile dirlo. Perché esiste una lista (che viene stilata di volta in volta quando lo shutdown viene proclamato) di servizi essenziali e non essenziali. I servizi essenziali, continuano ad essere erogati dallo Stato, anche se gli uomini e le donne che li svolgono non riceveranno nessuna retribuzione fino alla fine dello shutdown; quelli non essenziali, invece, vengono semplicemente sospesi, e chi li svolge rispedito a casa fino a nuovo ordine.


Federal Reserve. iStock
Business Insider America ha provato a mettere in fila quali servizi proseguiranno indisturbati (almeno dal lato degli utenti, non dal lato di chi svolge a cui tocca lavorare gratis) e quelli che invece saranno chiusi.

Secondo il sito USA rimarranno aperti:
Polizia, esercito, ospedali, poste, pattuglie di frontiera e personale degli aeroporti; vigili del fuoco; anche l’Fbi e l’ufficio del consulente speciale Robert Mueller che indaga sul Russiagate, dovrebbe restare operativo.


Febbraio 2017, a Washington Trump incontra i rappresentanti del settore aereo – foto di Win McNamee/Getty Images
Si fermeranno, invece, i servizi considerati non essenziali, ossia i parchi nazionali, musei, e buona parte degli uffici amministrativi. Con conseguenze non da poco. Se la chiusura di uno zoo può sembrare sopportabile (per quanto non lo sia del tutto, perché, per esempio, gli zoo anche se non sono servizi essenziali, vanno manutenuti di continuo) la chiusura degli uffici amministrativi è invece molto più pesante da gestire, perchè da lì passa buona parte delle attività del Paese. Basti pensare che, nel 2013, ai tempi dell’ultimo shutdown, furono ritardati i pagamenti di risarcimenti vari per più di 4 milioni di dollari.

Sempre nel 2013, la chiusura di 16 giorni dei parchi nazionali, comportò mancati introiti per 500 milioni; si chiuse la finestra amministrativa per finanziare il fondo per le donne indigenti; e più di mille domande di invalidità da veterani di guerra non furono esaminate.

Se il razzista è di sinistra. Inconsapevole, subdolo e radical chic: fenomenologia e origini del “razzismo hipster”

repubblica.it
Marianna Tognini



Nella maggioranza dei casi, si è portati a considerare il razzismo una sorta di ottavo peccato capitale, praticato da persone per lo più rozze, con una scarsa se non nulla conoscenza della storia e del mondo, mosse da un profondo terrore del diverso e barricate all’interno di un perimetro delimitato da ignoranza e stereotipi duri a morire.

Questa non è però assimilabile a regola universale, soprattutto se si considerano tutti coloro di orientamento liberal, dotati di un’istruzione universitaria, innegabilmente colti, che – appunto dall’alto di tale “supponenza culturale” – sempre più spesso si lasciano andare a battute razziste. La motivazione principale dietro alle loro freddure risiede nella convinzione si tratti appunto di innocue battute, o, meglio, di battute rese innocue dal retaggio dell’individuo che le pronuncia, che alla luce della sua educazione e del suo intelletto “non può essere preso sul serio”.

In casi come quelli sopracitati, più che di razzismo tout court è opportuno parlare di “razzismo hipster”, cosa di cui è stata per altro ultimamente tacciata anche Lena Dunham. La presa di posizione della creatrice di Girls nei confronti di Aurora Perrineau, per metà afroamericana e a suo parere rea di appartenere al 3% di donne che muovono accuse di stupro false, ha avuto come effetto – oltre a un’onda di sdegno da parte della stampa di mezzo mondo – anche le dimissioni dal collettivo Lenny Letter della scrittrice e (ormai) ex amica Zinzi Clemmons. La quale ha argomentato i motivi della sua decisione in una specie di “lettera pubblica” su Twitter, divenuta virale, invitando tutte le donne di colore a staccarsi dalla Dunham e ricordando alcuni momenti di quando entrambe frequentavano l’università:

«Avevamo e ancora abbiamo conoscenti in comune. Molti di loro sono come lei: bianchi, ricchi, con genitori influenti nel mondo dell’arte. Al college li evitavo per il loro ben noto razzismo, quello che io definisco razzismo hipster, che tipicamente usa il sarcasmo come copertura e assomiglia molto alla manipolazione mentale. Nel gruppo di Lena c’era una ragazza che usava spesso la parola che inizia con la N per fare l’audace e ogni volta che glielo si faceva notare rispondeva: “È solo uno scherzo!”».


Lena Dunham. Larry Busacca/Getty Images
Clemmons mette in luce le due principali peculiarità del razzismo hipster:
  • la prima, come spiegato in un’intervista al Guardian da Rachel Dubrosky, esperta di comunicazione per l’University of South Florida, è la sua leggerezza. Esso costituisce infatti
«una prerogativa dei bianchi, spesso progressisti, con una forte consapevolezza in merito al tema del razzismo. Il che li porta erroneamente a credere di poter dire e fare cose razziste, senza però sentirsi razzisti». Questa attitudine potrebbe essere sintetizzata come una sorta di auto-esenzione che, in virtù della cultura posseduta e dell’orientamento politico professato, è in grado di convincere chi se ne macchia di non essere davvero razzista.
  • La seconda è che il più delle volte il razzismo hipster è intriso di ironia e sarcasmo, e – classificato dunque come humour da strapazzo – tende a venire assai utilizzato nella comicità attuale.
Gli esempi non mancano, partendo da Tina Fey che lo scorso agosto – durante una puntata del Saturday Night Live a cui era stata invitata per parlare della manifestazione dei suprematisti bianchi a Charlottesville – scivola su una battuta a proposito di Thomas Jefferson e Sally Hemings, la schiava quattordicenne stuprata dall’ex presidente, definendola «quella ragazza sexy con la pelle chiara, vicino alla zangola per fare il burro».Anche la comica Amy Schumer si è dovuta difendere da diversi rimproveri causati da battute razziste che avevano come oggetto gli ispanici («In passato ho frequentato ragazzi ispanici, ma ora preferisco i rapporti consensuali»), per le quali si è successivamente scusata, assumendosi comunque piena responsabilità dell’accaduto.


Amy Schumer. Noam Galai/Getty Images for Meteor Shower
Definirlo un fenomeno recente si rivela errato, dato che già Carmen Van Kerckhove ne parlava su Racialicious più di dieci anni fa, nel tentativo di inquadrare i trend socio-culturali del 2006. Uno di questi era appunto il “razzismo hipster”, una «tendenza che abbiamo già notato nel 2005, all’apice dei Kill Whitey parties». Ciò a cui l’autrice si riferisce erano feste particolarmente in voga nel quartiere di Williamsburg, Brooklyn, che all’epoca stava subendo una rapida gentrificazione: gli hipster che vi partecipavano – WASP, è quasi inutile specificarlo – incalzati dal deejay Tha Pumpsta, si divertivano a emulare e parodiare la cultura black e hip hop con lo scopo di “uccidere il bianco che è in te”, sperando così di scrollarsi di dosso il white privilege e di sfuggire al rigido condizionamento che questo comporta.

Van Kerckhove include nelle sue argomentazioni anche Gwen Stefani, criticata dall’attrice e comica coreana Margaret Cho per utilizzare donne asiatiche (le Harajuku Girls) nei suoi video alla stregua di oggetti di scena, obbligandole sul set a parlare solo in giapponese, nonostante fossero americane. Di fronte alle accuse, la popstar reagì in modo piuttosto ingenuo, puntando il dito contro il razzismo altrui: «tutti fanno battute in merito alle ragazze giapponesi e agli stereotipi legati alla loro cultura. Non avrei mai pensato di finire lì in mezzo anche io». Oggi i Kill Whitey Parties non esistono più, Gwen Stefani ha concluso da tempo il suo progetto con le Harajuku Girls, ma il razzismo hipster pare invece profondamente radicato nella cultura popolare.

A tal punto che Noel Ransome ha stilato su Vice una guida, per capire se si appartiene alla categoria dei razzisti hipster, sottolineando la loro tendenza a usare persone o amici di colore come semplici oggetti per apparire più “cool” e ad appropriarsi indebitamente della cultura black per raggiungere determinati scopi o fare bella figura con determinate persone. Tra i vari segnali che vengono presi in considerazione, il più eclatante è rappresentato dal “parlare dei bianchi come se non si fosse bianchi“, che descrive in buona parte tutti coloro che si definiscono progressisti e non perdono un’occasione per elencare e dolersi dei mali che affliggono “la razza bianca” in generale, come se si trattasse di un problema che non li riguarda, sentendosi “liberi di offendere l’oppressore, perché troppo fighi per essere l’oppressore“.

L’altro lato della stessa medaglia è rappresentato dal numero sbalorditivo di persone bianche che si ostinano a non capire che non esiste un modo ironico per dire la N-word se non si è neri. Lo scorso novembre è stato chiesto allo scrittore Ta-Nehisi Coates se fosse giusto che i fan bianchi dell’hip-hop ripetessero le strofe dei rapper neri quando questi la utilizzano nelle loro canzoni. Come egli ha spiegato eloquentemente: no, non lo è. «Se sei bianco in questo Paese ti viene insegnato che tutto appartiene a te», ha aggiunto, «pensi di avere il diritto su tutto». In tal senso, ci si illude che un individuo di orientamento liberal – per di più con amici neri – abbia piena facoltà di usare la N-word senza risultare offensivo, ma, al contrario, quasi divertente, adducendo ad auto-giustificazione il fatto che, all’interno della comunità black, sia ormai “sdoganata”.

Il fil rouge che lega tutte le espressioni di razzismo hipster è – come fa notare la giornalista Arwa Mahdawi – la sua (finta) inconsapevolezza, e in particolare l’incapacità di ammettere il suo stesso razzismo; cosa che, per altro, è una delle caratteristiche connaturate al concetto originale di razzismo. «L’espressione del razzismo consiste fondamentalmente nel negare la sua espressione», aggiunge Ibram X Kendi, professore all’American University di Washington DC: se si guarda infatti alla storia e all’evoluzione delle idee razziste, è facile vedere come queste siano accomunate dalla negazione da parte di ciascun gruppo o teorizzatore che la propria ideologia sia, appunto, razzista. La spaccatura avviene dopo: laddove il razzismo si illude di trovare la spiegazione delle sue convinzioni nella scienza, nei testi sacri o nella sociologia, il razzismo hipster invece sdrammatizza, riducendo ciò che a tutti gli effetti costituisce un insulto infamante a una “semplice” battuta.

Se dunque la radice è comune, perché preoccuparsi e “qualificare” il razzismo odierno con il termine hipster?
Come spiega Rachel Dubrosky, tale definizione è importante perché «ci costringe a guardare ai molti modi in cui funziona il razzismo e ad andare oltre la semplice dichiarazione di intenti. Chiamarlo razzismo hipster ci permette di capire che, anche se qualcuno non avrebbe voluto essere razzista, in realtà lo era. E tale dinamica rende evidente che il razzismo non è il risultato di una mancanza di educazione formale e non è solo una prerogativa del presunto ignorante».

Il razzismo hipster è quindi legato al tempo che stiamo vivendo, ma è pure indiscutibile che da secoli molti individui professanti una fede progressista “inavvertitamente” perpetuino stereotipi razzisti mentre fingono di sfidarli. Nel suo libro The Definitive History of Racist Ideas in America, Kendi racconta la storia delle idee assimilazioniste, che – sebbene si considerino mosse da buone intenzioni – rifiutano una gerarchia biologica, preferendo una gerarchia culturale o comportamentale. L’autore a tal proposito porta l’esempio degli abolizionisti, i quali ritenevano che la schiavitù fosse sì sbagliata, ma al contempo credevano che questa avesse trasformato le persone di colore in bestie, e di conseguenza raccomandavano e sostenevano la loro civilizzazione.

Nel 1965, The Negro Family: The Case For National Action – noto anche come il Moynihan Report, scritto dall’omonimo sociologo sotto la presidenza di Lyndon Johnson – patologizzava con clamore le famiglie nere, sostenendo che i problemi affrontati da molti afroamericani dipendevano appunto dall‘instabilità delle loro strutture familiari. L’idea che nuclei problematici o “spezzati” siano la causa della disuguaglianza razziale negli Stati Uniti persiste ancora oggi, come è stato dimostrato da un articolo del 2015 uscito sul New York Times in occasione delle rivolte a Baltimora, nel quale David Brooks scriveva: «i veri ostacoli alla mobilità derivano da questioni di psicologia sociale, dalla qualità delle relazioni in una casa e un quartiere».

Analizzare così a fondo un fenomeno che di recente ha ricevuto parecchia attenzione da parte dei media (e qui c’è da ringraziare Lena Dunham) permette a chiunque di comprendere le motivazioni legate all’ipocrisia e all’ambiguità di quelle che sulla carta sembravano battute inoffensive, e di riflettere con cognizione di causa sulle loro implicazioni, ma non mancano all’appello coloro che, per puro spirito polemico, tendono a bollare l’intera faccenda come una rischiosa tendenza che mira a esacerbare il problema dell’accresciuta sensibilità razziale.

È di questa opinione Fraser Myers, che sul magazine Spiked definisce il razzismo hipster «un’altra espressione dell’ipersensibilità odierna che tende a definire razzista ogni interazione, espressione o atto», riducendolo alla mera demonizzazione di un humour (un po’ troppo?) tagliente o di «sinceri tentativi di apparire gentili e amichevoli con qualcuno».L’articolo si conclude con una riflessione sul nuovo pensiero razziale, che secondo l’autore «si presenta come una forza progressista e antirazzista, quando in realtà sta riaccendendo vecchi, cattivi pregiudizi trattando i neri come bambini. L’accusa di razzismo hipster è semplicemente l’ultima arma a disposizione di insidiose guerre culturali, un’arma che deve essere rapidamente resa inoffensiva».

Il tranello dietro a tali affermazioni è che si potrebbe essere tentati di ritenere il razzismo hipster non così grave come il razzismo professato dai suprematisti bianchi. Uno come Richard Spencer non è un razzista hipster, per intenderci. Ma non per questo bisogna ostinarsi a ignorare o a sminuire la pericolosità di un fenomeno assai più subdolo, che, nel migliore dei casi, tende a banalizzare l’esperienza delle persone. Correva l’anno 2012 quando su Jezebel il razzismo veniva definito come «un piccolo e astuto batterio. Non si limita ad arrendersi e a morire quando inghiottiamo i nostri antibiotici: si trasforma, si evolve e si nasconde in piena vista, finché d’improvviso, “Oh cavolo, ho perso un braccio”».

E, a quel punto, non c’è davvero niente su cui ironizzare.

Bill Gates e Steve Jobs hanno cresciuto i loro figli senza tecnologia, e questo dovrebbe insegnarci qualcosa

repubblica.it
Chris Weller

  • Le interviste a Bill Gates, Steve Jobs e altri personaggi dell’élite tecnologica rivelano costantemente che i genitori della Silicon Valley sono severi sull’uso della tecnologia
  • Un nuovo libro suggerisce che già anni fa c’erano chiari segnali del fatto che l’uso degli smartphone dovesse essere regolato
  • Tuttavia potrebbe esserci un modo per integrare la tecnologia nelle scuole evitando i suoi effetti dannosi
Gli psicologi stanno rapidamente imparando quanto possano essere pericolosi gli smartphone per i cervelli degli adolescenti.

La ricerca ha scoperto che il rischio di depressione per un bambino di terza elementare aumenta del 27% quando usa frequentemente i social network. I bambini che usano i loro telefoni per almeno tre ore al giorno hanno molte più probabilità di tentare il suicidio. E una recente ricerca ha rilevato che il tasso di suicidi tra gli adolescenti negli Stati Uniti ora eclissa il tasso di omicidi, con gli smartphone come forza trainante.

Ma i segnali circa il rischio rappresentato dagli smartphone sarebbero dovuti essere chiari da circa un decennio ormai, secondo gli educatori Joe Clement e Matt Miles, coautori del libro “Screen Schooled: due insegnanti veterani espongono come un uso eccessivo della tecnologia stia rendendo i nostri bambini più stupidi“.

Il fatto che le due più grandi figure tecnologiche della storia recente – Bill Gates e Steve Jobs – raramente abbiano permesso ai propri figli di usare gli stessi prodotti che hanno contribuito a creare, dovrebbe insegnarci qualcosa, sostengono Clement e Miles. “Che cosa sanno questi ricchi dirigenti tecnologici dei propri prodotti che i loro consumatori non conoscono?” gli autori hanno scritto. La risposta, secondo un crescente numero di prove, è il potere di creare dipendenza della tecnologia digitale.
‘Limitiamo la quantità di tecnologia che i nostri figli usano a casa’

Sung-Jun/Getty Images
Nel 2007 il fondatore di Microsoft ha programmato un limite di tempo davanti allo schermo quando sua figlia ha iniziato a sviluppare una malsana dipendenza ad un videogioco. Inoltre non ha permesso ai suoi figli di avere i telefoni cellulari fino a quando non hanno compiuto 14 anni. (Oggi l’età media di un bambino che riceve il primo telefono è 10 anni). Jobs, ceo di Apple fino alla sua morte nel 2012, ha rivelato in un’intervista del New York Times del 2011 che vietava ai suoi figli di usare l’iPad appena lanciato sul mercato. “Limitiamo la quantità di tecnologia che i nostri figli utilizzano a casa”, ha dichiarato Jobs al reporter Nick Bilton.

In una recente intervista sul canale di notizie online Cheddar, il co-creatore di iPod Tony Fadell ha ipotizzato che se Steve Jobs fosse vivo oggi, affronterebbe le crescenti preoccupazioni della società riguardo alla dipendenza dalla tecnologia. “Diceva sempre, ‘Ehi, dobbiamo fare qualcosa al riguardo'”, ha detto Fadell. In “Screen Schooled”, Clement e Miles sostengono che i ricchi genitori della Silicon Valley sembrano cogliere i poteri di dipendenza di smartphone, tablet e computer più di quanto faccia il pubblico in generale – nonostante il fatto che questi genitori spesso si guadagnino da vivere creando e investendo in quella tecnologia.

“È curioso pensare che in una moderna scuola pubblica, dove ai bambini viene richiesto di utilizzare dispositivi elettronici come iPad,” hanno scritto gli autori, “i bambini di Steve Jobs sarebbero stati gli unici a rinunciarci”. I bambini di Jobs hanno finito la scuola, quindi è impossibile sapere come il defunto cofondatore di Apple avrebbe reagito alla tecnologia educativa, o “edtech”. Ma Clement e Miles suggeriscono che se i figli di Jobs avessero frequentato una scuola ordinaria degli Stati Uniti oggi, avrebbero usato la tecnologia in classe molto più di quanto non facessero a casa da bambini.

Almeno questo vale per le scuole ordinarie, secondo i coautori. Un certo numero di scuole specializzate della Silicon Valley, come la Waldorf School, sono notevolmente low-tech. Usano lavagne e matite. Invece di imparare a codificare, ai bambini viene insegnata la capacità di cooperazione e il rispetto. Alla scuola Brightworks, i bambini imparano la creatività costruendo oggetti e frequentando le lezioni nelle case sugli alberi.
L’Edtech non sarà una panacea

BERTRAND LANGLOIS/AFP/Getty Images
Se c’è qualche concessione che Gates ha fatto sulla tecnologia, è nei vantaggi che offre agli studenti in determinati contesti educativi. Negli anni trascorsi da quando Gates ha implementato la sua politica, il filantropo miliardario ha avuto un vivo interesse per l’educazione personalizzata, un approccio che utilizza dispositivi elettronici per aiutare a personalizzare i piani di lezione per ogni studente.

In un recente post sul suo blog, Gates ha celebrato Summit Sierra, una scuola con sede a Seattle che analizza gli obiettivi personali degli studenti e escogita un percorso per arrivarci. Gli insegnanti nelle impostazioni di apprendimento personalizzate assumono più di un ruolo di coaching, contribuendo a spingere di nuovo gli studenti in pista quando rimangono bloccati o distratti.

La tecnologia in questi casi viene utilizzata nel modo più specifico possibile e in modi che Gates riconosce come utili per lo sviluppo di uno studente, non come intrattenimento. “L’apprendimento personalizzato non sarà un toccasana”, ha scritto. Ma Gates ha detto che “è fiducioso che questo approccio possa aiutare molti più giovani a ottenere il massimo dai loro talenti”.

sabato 20 gennaio 2018

Come scoprire se Apple sta rallentando il tuo iPhone

repubblica.it
Antonio Villas-Boas


L'iPhone 6 Plus e l'iPhone 6, Australia - Cameron Spencer/Getty Images

Apple ha recentemente ammesso pubblicamente di avere rallentato le prestazioni di alcuni iPhone dotati di batterie più vecchie al fine di prevenire arresti improvvisi. I più curiosi avranno sicuramente scoperto che non è così difficile capire se il proprio iPhone è rallentato.

Il rallentamento delle prestazioni è dovuto a un aspetto tecnico: con il deteriorarsi delle batterie nel corso del tempo, queste non riescono a gestire le elevate esigenze del processore degli iPhone. Per prevenire arresti improvvisi che si verificano quando il processore non riceve energia sufficiente, l’azienda ha messo un freno alla velocità dei processori dell’iPhone nelle unità che contengono le batterie in questione.

Secondo i critici Apple avrebbe dovuto essere più trasparente al riguardo. Quando i proprietari dei vecchi modelli di iPhone sperimentano prestazioni lente di solito acquistano un nuovo telefono. Ma se sapessero che le prestazioni più lente sono dovute a una batteria invecchiata, forse sceglierebbero di sostituirla, scelta sicuramente più economica rispetto all’acquisto di un nuovo iPhone.

Ecco allora come scoprire da soli se le prestazioni del proprio iPhone sono state rallentate.

1. Scarica la app che ti rivela la velocità del chip principale del tuo iPhone


Business insider

Si tratta dell’app gratuita Lirum Device Info Lite, che dà molte informazioni sull’attività interna dell’iPhone.
2. Controlla la velocità del chip principale del tuo iPhone

BI
 
Dalla schermata principale della app, schiaccia il tasto “menu” in alto a sinistra (tre linee orizzontali) > This Device > CPU > e confronta CPU Actual Clock con CPU Maximum Clock.
Se entrambi i valori sono uguali, allora il tuo iPhone non è stato rallentato.
Ecco le velocità dei chip per iPhone 6 e successivi

Flickr/Yanki01
Apple ha svelato la misura del rallentamento delle prestazioni per iPhone 6 e modelli successivi per prevenire arresti improvvisi.

Ecco le “clock speed” originali — le misure della velocità di un chip — di questi modelli:

iPhone 6 e 6 Plus: 1,4 GHz
iPhone 6S e 6S Plus: 1,84 GHz
iPhone SE: 1,84 GHz
iPhone 7 e 7 Plus: 2,34 GHz

Nota: se hai una versione meno recente di iOS il tuo vecchio iPhone potrebbe non essere stato rallentato

Per l’iPhone 6, 6S, e SE, la funzione che rallenta le prestazioni di Apple è stata introdotta in iOS 10.2.1. Se possiedi uno di questi telefoni ma con una versione più vecchia di iOS, le tue prestazioni non verranno rallentate. Per la generazione iPhone 7, la funzione di rallentamento di Apple è stata introdotta in iOS 11.2. Se possiedi un iPhone 7 con versioni precedenti di iOS, allora le sue prestazioni non verranno rallentate.
Potrebbe comunque essere utile far sostituire la batteria da Apple anche se il tuo vecchio iPhone non è stato rallentato

Thomson Reuters
Se il chip principale del tuo vecchio iPhone sta funzionando ancora alla velocità prevista, potresti comunque approfittare del programma di sostituzione delle batterie di Apple, scontato per un anno da 89 a 29 euro. È probabile che la potenza delle batterie del tuo vecchio iPhone sia calata nel corso dei mesi o degli anni in cui l’hai utilizzato. Puoi così avere una batteria migliore con la nuova offerta di sostituzione da parte di Apple a 29 euro.
Il modo migliore di controllare la durata della batteria del tuo vecchio iPhone è di portarlo a un Apple Store
Non tutte le app che misurano il livello di invecchiamento della batteria sono affidabili al 100%. In alcuni casi potrebbero addirittura dirti che la batteria si è deteriorata appena hai comprato il telefono. Ho potuto osservare percentuali molto variabili circa la salute della batteria del mio iPhone 6S Plus con alcune di esse. Il modo migliore per monitorare la salute della batteria è di portarlo a un Apple Store fissando un appuntamento: un Apple Genius sottoporrà il tuo iPhone ai test Apple.

Generalmente Apple raccomanda una sostituzione quando la batteria del tuo iPhone riesce ad accumulare solo l’80% della sua capacità originaria. Tuttavia con il programma di sostituzione della batteria, l’ho fatto sostituire anche al 90% della capacità. Puoi metterti in contatto con il team di supporto Apple telefonicamente o addirittura su Twitter per scoprire se devi sostituire la batteria, ma non riceverai informazioni specifiche circa la salute della batteria del tuo iPhone, ma solo se la batteria è “a posto” o no.

In una dichiarazione rilasciata a proposito del rallentamento delle prestazioni, Apple ha detto che pubblicherà all’inizio dell’anno anche un aggiornamento del software iOS “con nuove funzioni che forniscono agli utenti maggiore visibilità sulla salute della batteria dei loro iPhone, in modo che possano osservare da soli se le loro condizioni influenzano le prestazioni”.

20 anni fa scoppiava lo scandalo Lewinsky. Ecco che fine ha fatto Monica

repubblica.it
Michal Kranz


Monica Lewinsky. Pascal Le Segretain/Getty Images

Questa settimana sono 20 anni da quando gli investigatori hanno iniziato a esaminare la relazione tra l’ex presidente Bill Clinton e la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky, che alla fine ha portato all’impeachment di Clinton nel dicembre 1998, cambiando per sempre la politica americana. Ma mentre molti americani oggi la associano solo al suo ruolo nel clamoroso scandalo, Lewinsky si è costruita una carriera nella vendita al dettaglio, nella pubblicità e, più recentemente, nella difesa dei diritti sociali.

L’anno scorso si è unita a centinaia di altre donne nella campagna #MeToo su Twitter.

Ecco come Lewinsky è passata dall’essere una celebrità contro la sua volontà a essere un’attivista pubblica, vent’anni dopo essere stata spinta sotto i riflettori pubblici:
Gli eventi che alla fine portarono all’impeachment di Clinton si svolsero mentre Lewinsky era una stagista non retribuita della Casa Bianca tra il 1995 e il 1996. Lewinsky avrebbe  avuto in questo periodo una decina di incontri sessuali con l’ex presidente.

Foto ufficiale della Casa Bianca del 17 novembre 1995 a pagina 3179 del rapporto del Consigliere indipendente Kenneth Starr sul Presidente Clinton, che mostra il Presidente Clinton e Monica Lewinsky alla Casa Bianca. La Casa Bianca / AP
Dopo che Lewinsky andò davanti gli investigatori nell’estate del 1997, la storia venne alla luce nel gennaio 1998. Rispondendo alle accuse mosse contro di lui dai media, Clinton fece la sua ormai famosa smentita: “Non ho avuto rapporti sessuali con quella donna”.

Clinton fa ‘no’ con il dito durante la sia famigerata dichiarazione che negava una relazione con Lewinsky. Greg Gibson / AP
Clinton fu infine imputato nel dicembre 1998, ma non fu riconosciuto colpevole di spergiuro. Nel frattempo, lo status di celebrità di Lewinsky stava appena iniziando a crescere.

Clinton, pochi minuti prima che il comitato giudiziario della Camera votasse per incriminarlo. Greg Gibson / AP
La celebrità di Lewinsky è esplosa nel 1999. Ha collaborato a un libro che racconta la sua versione della relazione, è stata intervistata da Barbara Walters della ABC in “20/20” ed è stata al centro di un’intensa attenzione dei media.

Lewinsky durante la sua intervista con Walters su ABC. Youtube/aliot77
Nel settembre 1999 ha anche lanciato una linea di borse e nel 2000 ha iniziato a comparire in pubblicità per la compagnia di prodotti dietetici e programmi per la perdita di peso Jenny Craig che le ha richiesto di perdere circa 20 kg. Era stata vittima di bullismo da parte dei media per il suo peso in numerose occasioni.

Monica Lewinsky mostra una delle borse della sua collezione primaverile a una cliente in un grande magazzino di New York, mercoledì 22 marzo 2000. AP Photo / Richard Drew
Negli anni successivi allo scandalo, Lewinsky si trasferì nel West Village a New York City e divenne parte attiva della scena sociale di Manhattan: ha partecipato a serate di gala e  incontrato celebrità.

Lewinsky nel 2002. AP
Ha anche brevemente presentato un reality show su Fox intitolato “Mr. Personality”, per il quale ha inizialmente ricevuto un buon giudizio dalla critica. Lo show, comunque, è presto precipitato nei rating.

Lewinsky. AP Photo/Soile Kallio
Nel 2005, tuttavia, Lewinsky ha deciso di lasciare i riflettori pubblici per conseguire un master in psicologia sociale presso la London School of Economics. È stata assente dagli occhi del pubblico per diversi anni.

AP Photo/Nick Ut
Ma nel 2014, dieci anni dopo il suo esilio autoimposto dalla vita pubblica, Lewinsky è tornata col botto. Ha scritto un pezzo su Vanity Fair riguardo all’affare Clinton e ha iniziato una campagna per combattere il tipo di cyberbullismo che ha subito durante e dopo che lo scandalo è diventato pubblico.

Lewinsky mentre tiene un discorso TED sul cyberbullismo nel 2015. Screenshot/YouTube
Nel 2017, ha ampliato la sua campagna contro il cyberbullismo e ha preso parte al movimento #MeToo che fa luce su violenza sessuale e molestie sessuali. Il suo tweet ha fatto riferimento alla Women’s March che si è tenuta a gennaio 2017.

Lewinsky a un raduno anti-cyberbullismo nel mese di novembre 2017. STRMX2 via AP
Nonostante la luce negativa in cui è stata inizialmente rappresentata dopo lo scandalo di Clinton, Lewinsky si è trasformata in un’appassionata sostenitrice dei diritti delle donne. Il suo attivismo e il suo impatto continuano a crescere, ma ora alle sue condizioni.

Monica Lewinsky nel 2015. Lionel Cironneau/AP

Il Papa: “Dolore e vergogna per il danno irreparabile degli abusi”

lastampa.it
andrea tornielli

Francesco nel suo primo discorso in Cile chiede perdono per le violenze commesse dai preti: «Appoggiare con tutte le forze le vittime, impegnarsi perché non si ripetano». E invita le autorità politiche ad ascoltare i poveri e «i popoli indigeni i cui diritti devono ricevere attenzione»


Papa Francesco nel suo discorso al palazzo della Moneda

Nel Paese dell’America Latina cattolica in cui la Chiesa ha perso molta della sua credibilità di fronte all’opinione pubblica e che è attraversato da moti di protesta, Francesco sceglie di incominciare chiedendo perdono. Di fronte allo scandalo provocato dal caso di padre Fernando Karadima, carismatico e influente sacerdote riconosciuto colpevole dalla Santa Sede di abusi sui minori nel 2011, e ad altri casi avvenuti in Cile, Papa Bergoglio afferma di provare «dolore e vergogna» per «il danno irreparabile» che gli abusi hanno provocato «ai bambini». Dal 2000 a oggi nel Paese, secondo i dati forniti da BishopAccountability.org sono circa 80 i preti cattolici accusati di abusi sui minori.

La forte richiesta di perdono da parte del Pontefice, oltre ad essere un riconoscimento di responsabilità per l’incapacità della Chiesa di tutelare i più piccoli, è un modo per cercare di rasserenare il clima della visita, dato che padre Karadima è stato il formatore di molti sacerdoti e alcuni di questi più vicini a lui sono diventati vescovi nel Paese: il caso più scottante è quello di Juan Barros, nominato da Francesco vescovo di Osorno dopo essere stato Ordinario militare. Da anni ormai è contestato in diocesi da gruppi di fedeli per la sua vicinanza a Karadima.

Davanti al palazzo presidenziale della Moneda, ideato dall’architetto italiano Gioacchino Toesca, edificio che prende il nome dall’essere stato destinato in epoca coloniale ad ospitare la zecca, Bergoglio è stato accolto dalla presidente uscente de Cile, la signora Michelle Bachelet Jeria, figlia di un generale dell’aviazione imprigionato e ucciso dopo il golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973. Il Papa ha quindi attraversato i due grandi cortili interni dove lo attendevano le autorità, il corpo diplomatico e i rappresentanti del mondo civile e della cultura.

Nel suo discorso di benvenuto Bachelet, a tratti commossa, ha detto: «Santità, la riceviamo con affetto e speranza. La sue parole incoraggiano alla solidarietà e alla tolleranza, e ci aiutano a combattere l’ignoranza e l’egoismo. Siamo orgogliosi di averla con noi». La presidente ha ricordato anche la visita di trent’anni fa di Giovanni Paolo II, in cui il Papa polacco «ha conosciuto un paese ferito in cui mancava la libertà. È bello poter dire che il Cile adesso è un altro, diverse strade ci hanno portato a trovare lo sviluppo, a rendere forte la democrazia, guardando i cittadini come persone e non come consumatori, come lei ci ha insegnato. In questi trent’anni siamo passati dal dolore alla speranza, dalla paura alla fiducia». 

Bachelet ha elencato le sfide che oggi spettano al Cile: tutelare le famiglie, creare posti di lavoro e rispettare l’ambiente alla luce della Laudato sì. «Sappiamo che abbiamo dei debiti verso la società e che ci dobbiamo unire per sconfiggere le diseguaglianze. Abbiamo bisogno anche di chiudere il debito con il popolo Mapuche - ha aggiunto - ci vergogniamo della vulnerabilità che soffre la nostra infanzia, anche con loro abbiamo un debito». «Non possiamo dimenticare che fu la mediazione di un Papa a far evitare la guerra, e non dimentichiamo i membri della Chiesa cattolica che hanno dato la vita per coloro che erano perseguitati nel paese». Prendendo la parola, Francesco ha ricordato che il Cile «si è distinto negli ultimi decenni per lo sviluppo di una democrazia che gli ha permesso un notevole progresso».

Ha osservato che le recenti elezioni politiche, le quali hanno portato alla designazione del nuovo presidente Sebastián Piñera Echenique, sono state «una manifestazione di solidità e maturità civica» raggiunta, ancor più significativa dato che proprio quest’anno si commemorano i 200 anni dalla dichiarazione di indipendenza». Il Papa ricorda, alludendo alla dittatura pur senza nominarla, che il popolo cileno «ha dovuto affrontare diversi periodi turbolenti riuscendo tuttavia – non senza dolore – a superarli». Francesco ha quindi ricordato che pace e diritti non sono mai scontati e «ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti, e condurle a mete ancora più alte. Il bene – ha spiegato – come anche l’amore, la giustizia e la solidarietà, non si raggiungono una volta per sempre; vanno conquistati ogni giorno».

Bergoglio ha invitato a non dimenticare che in Cile, nonostante le sue conquiste economiche e sociali, «molti nostri fratelli soffrono situazioni di ingiustizia che ci interpellano tutti». Ecco allora il compito: «Continuare a lavorare perché la democrazia e il sogno dei vostri padri, ben al di là dei suoi aspetti formali, sia veramente luogo di incontro per tutti» e dove «tutti, senza alcuna eccezione, si sentano chiamati a costruire casa, famiglia e nazione». Un Cile «generoso e accogliente», con un popolo e delle autorità politiche capaci «di ascoltare».

«Questa capacità di ascolto – ha continuato - assume un grande valore in questa nazione, dove la sua pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni tentativo di parzialità o supremazia e che mette in gioco la capacità di lasciar cadere i dogmatismi esclusivisti in una sana apertura al bene comune». È indispensabile ascoltare, «ascoltare i disoccupati, che non possono sostenere il presente e ancor meno il futuro delle loro famiglie».

Ascoltare «i popoli autoctoni, spesso dimenticati, i cui diritti devono ricevere attenzione, e la cui cultura protetta, perché non si perda una parte dell’identità e della ricchezza di questa nazione».Bisogna ascoltare «i migranti, che bussano alle porte di queste Paese in cerca di miglioramenti e, a loro volta, con la forza e la speranza di voler costruire un futuro migliore per tutti». Bisogna ascoltare «i giovani, nella loro ansia di avere maggiori opportunità, specialmente sul piano educativo e, così, sentirsi protagonisti del Cile che sognano, proteggendoli attivamente dal flagello della droga che si prende il meglio delle loro vite».

Francesco ha poi chiesto di «ascoltare i bambini che si affacciano al mondo con i loro occhi pieni di meraviglia e innocenza, e attendono da noi risposte reali per un futuro di dignità. E qui – ha detto scandendo bene ogni parola con il volto serio e teso – non posso tralasciare di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini dai ministri della Chiesa.Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta», aggiunge il Papa interrotto dagli applausi.

Infine, invita a prestare «un’attenzione preferenziale alla nostra casa comune», incoraggiando «una cultura che sappia prendersi cura della terra» senza limitarsi ad offrire soltanto «risposte specifiche ai gravi problema ecologici e ambientali che si presentano», ma anche «l’audacia di offrire uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico».

Il miracolo del cane Buddy: cieco e ammalato, sopravvive cinque giorni nel gelo

lastampa.it
fulvio cerutti



Buddy è cieco e ha il cancro, ma ha dimostrato una voglia di vivere fuori dal comune. Questo cane di razza Goldengoogle di 13 anni è sopravvissuto a cinque terribili notti al gelo rannicchiato sotto una finestra di una casa in Minnesota. Un vero e proprio miracolo. «Ieri sera abbiamo trovato questo cane sotto la nostra finestra. Ero sceso al piano di sotto per cambiare un sacco di biancheria e, per qualche ragione, che credo dipenda solo dalla volontà di Dio, mi è capitato di guardare fuori dalla nostra camera da letto - racconta Emily Raguse su Facebook -. Quel povero cucciolo ha mosso la testa quel tanto che basta per vederlo».



La donna si è subito data da fare: ha preso quel cane che ormai era diventato un blocco di ghiaccio e lo ha portato al caldo in casa, vicino al camino e ha continuato a incoraggiarlo: «Forza amico, i soccorsi saranno qui presto». Probabilmente ancora alcune ore fuori e sarebbe morto. Ma il piccolo Buddy aveva ancora voglia di vivere.



Leggendo sulla targhetta che aveva al collo, Raguse è riuscita a risalire al suo proprietario e ha scoperto che il cane era scomparso da mercoledì scorso, dunque è rimasto al freddo per cinque lunghi giorni. «Mi dispiace solo di non averlo trovato prima. Mi si spezza il cuore di sapere che è stato solo e al freddo per così tanto tempo. Sono felice che sia tornato a casa con la sua famiglia».

Addio ad Anna Campori, Giovanna nel “Corsaro Nero”

lastampa.it
alessandra comazzi


ANSA
Anna Campori con Totò in una foto di scena del film “Un turco napoletano” tratta da Wikipedia

Era lei, Giovanna la Nonna del Corsaro Nero. Era Anna Càmpori, morta ieri a Roma, nella stessa sua casa di Trastevere dove nacque, durante la prima guerra mondiale. Aveva 100 anni. Ebbe una lunga carriera nel teatro di rivista, lavorò molto con Totò, Rascel, Panelli Steno, Corbucci, Dino Risi. Nel 2013 il suo ultimo ruolo-cammeo nel film di Daniele Lucchetti «Anni Felici». Ma la grande popolarità le arrivò con la tv e con quel mitico personaggio.

La mia generazione è in grado di cantarlo in qualsiasi momento. «Un doppio hurrà per Nonna sprint/ la vecchia che è più forte di un bicchiere di gin/ la sola sua vista fa venire uno shock/ e tutti i suoi nemici metterà kappaò»: era un motivetto che ci piaceva tanto, che tutti i bambini degli Anni ’60 del ‘900, i primi cresciuti con la tv in casa, ricordano. «Giovanna, la nonna del Corsaro Nero» fu uno dei «Programmi che hanno cambiato l’Italia» secondo Walter Veltroni (Feltrinelli). E anzi, il ricordo è inversamente proporzionale alla reale presenza: perché intorno alla «Giovanna» c’è mistero.

C’è un giallo alla «Chi l’ha visto?». E’ scomparsa, lei e tutto il girato. La prima edizione dello sceneggiato per ragazzi, datata 1961, in onda dalla Rai di Torino, fu effettivamente trasmessa in tempi in cui non era possibile registrare. Ma poi si andò avanti fino al 1966, e le cose erano cambiate: con l’arrivo dell’Ampex si registrava su nastri magnetici. Eppure, di quel mitico sceneggiato non v’è traccia: essendo diventato intanto un vero oggetto di culto, la memoria lo mantiene vivo, la negazione di sé lo perpetua. 

I programmi televisivi cominciavano alle 17,30, con la Tv dei ragazzi per l’appunto. Prima, il monoscopio. E le storie della nonna del Corsaro Nero erano uniche, fiabesche, esotiche, l’archetipo della nonnità forte, ben prima di Nonno Libero. Di questo sceneggiato per ragazzi si continua a parlare in contumacia: non ci sono più le puntate, ma sono stati ritrovati i bozzetti e i meravigliosi costumi di Rita Passeri. Autore era Vittorio Metz, lo scrittore e umorista; regista Alda Grimaldi detta Dada, sempre brillantissima, di cui, racconta Ermanno Anfossi, «tutti i maschi erano cotti»; protagonisti, oltre ad Anna Càmpori,

Pietro De Vico, che nella vita era suo marito, attore napoletano che debuttò a sei mesi in una commedia di Scarpetta: interpretava il nostromo balbuziente Nicolino, e aveva un indice di gradimento del 100 per cento; e poi il maggiordomo, Giulio Marchetti, che ripeteva sempre «mi sia consentito il dire, signora contessa». La coreografa era Susanna Egri e il cameraman Bruno Gambarotta: lavoro interessantissimo, colto e pop nello stesso tempo, già allora si parodiavano le canzoni famose. Basti dire, sulle note di Morandi: «Andavo ai cento all’ora per non essere infilzato».

La caccia al profumo della vaniglia cambia il volto del Madagascar

lastampa.it
Lorenzo Simoncelli

Le piantagioni della spezia si moltiplicano a danno dell’ecosistema Gli ultimi cicloni che hanno colpito l’isola hanno fatto triplicare i prezzi


Un coltivatore di vaniglia in Madagascar mentre apre i baccelli per estrarne i semi prima del processo di essicazione. La produzione è totalmente manuale e sottopagata

«Un profumo di vaniglia come questo non lo avete mai provato». Recita così l’ultima campagna pubblicitaria della Bath & Body Works, azienda americana produttrice di profumi e bagno schiuma, pronta a lanciare l’ultima fragranza intrisa di vaniglia selvatica del Madagascar. Una tipologia particolare della spezia che impiega tre anni prima di poter esser colta e cha ha raggiunto la quotazione di 2200 dollari al chilo, quattro volte superiore alla vaniglia tradizionale. Dal noto profumo J’adore di Christian Dior, alle barrette di cereali della Nestlé, all’ultimo gelato di McDonald’s, la corsa all’ultimo baccello di vaniglia del Madagascar è ufficialmente partita.

Nell’ultimo anno e mezzo, anche a causa dei cicloni che hanno colpito l’isola dell’Oceano Indiano e ne hanno ridotto la produzione, i prezzi sono triplicati passando da 200 a 600 dollari al chilo, inferiori solo allo zafferano. Le esportazioni verso l’America sono passate da 232,8 milioni di dollari a 402,4 milioni di dollari (dati del Dipartimento del commercio americano) con una richiesta sei volte superiore rispetto a tre anni fa. Si stima che i prodotti in commercio a base di vaniglia siano oltre 18 mila, ma soprattutto la crescita esponenziale del cibo dietetico ha contribuito a trasformare il Madagascar, da dove proviene l’80% della vaniglia globale, in un’industria da 1,75 miliardi di dollari all’anno.

Un boom che sta costringendo i coltivatori della spezia ad assumere guardie armate. Nel Nord-Est del Paese, dov’è concentrata la maggior parte delle piantagioni all’interno della giungla malgascia, il numero di furti della pianta rampicante da dove si produce la vaniglia è aumentato in modo esponenziale. «Non avevo mai visto così tanti ladri in 30 anni di attività – ha detto il signor Mandondona, uno dei tanti coltivatori della regione della Sava nel Nord-Est dell’isola al «Wall Street Journal» – prima rubavano qualche sacchetto, adesso, invece, sradicano piantagioni intere e sono stato costretto a contrattare guardie armate». La domanda ha oltrepassato le 3 mila tonnellate all’anno, una richiesta superiore alla produzione che sta costringendo i coltivatori ad accelerare i processi di produzione e ridurne quindi la qualità. 

«Le multinazionali alimentari non tengono conto che la lavorazione della vaniglia in Madagascar è ancora manuale e non riesce a stare dietro alla richiesta industriale» ha detto Jean Cristophe Peyre, direttore generale di Flor Ibis Sarla, un produttore ed esportare della preziosa spezia. Un processo lungo e complesso che può durare fino a quattro anni. La pianta rampicante, importata dal Messico nel 1800 e che rientra nelle famiglie delle orchidee, impiega tre anni per produrre il fiore, che ha un solo giorno a disposizione per essere impollinato manualmente. Solo nove mesi dopo il baccello sarà pronto e serviranno ancora tre/sei mesi per l’essiccazione. In media per realizzare un chilo di vaniglia sono necessarie seicento piante. 

Una richiesta così fuori controllo che sta portando alcuni dei grandi produttori industriali ad usare prodotti sintetici come il Vanillin. Con l’obiettivo dichiarato di voler «riorganizzare» la filiera, il Fondo Livelihoods, un fondo l’investimento che punta sui piccoli agricoltori ma che è finanziato da giganti dell’agroindustria, ha deciso di investire 2 milioni di dollari nella regione di Sava, quella dove si produce l’85% della vaniglia malgascia. Il progetto, secondo la stampa locale, prevede la formazione di cooperative, l’inserimento di agronomi, per migliorare la produttività e la gestione.

«L’essere umano è esposto fin dalla nascita con il latte materno al sapore della vaniglia – sostiene Pamela Dalton, del Monell Chemical Senses Center di Filadelfia – fin da bambini si crea così una sorta di astinenza che ci porta ad apprezzare e ricercare i prodotti con questa spezia». Un business che sembrerebbe una manna dal cielo per l’isola che rimane uno dei Paesi più poveri al mondo: 158° su 188 nell’Indice delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano. E, invece, i coltivatori, sui circa seicento dollari al chilo a cui viene venduta, riescono a fatturare solo un terzo del totale, da dividere poi tra i numerosi lavoranti che manualmente seguono la lavorazione. 

Cannonate del dio Tara o tecnologie innovative? Il mistero delle sfere di pietra del Costa Rica

lastampa.it



Sfere quasi perfette. Realizzate in pietra. Senza che per ora nessuno ne conosca la ragione. Sono le oltre trecento petrosfere che si trovano in Costa Rica, nell’area del delta del Diquís e sull’Isla del Caño. Note come Las Bolas, le sfere sono comunemente attribuite all’estinta cultura Diquís (per questo talvolta dette sfere Diquís), civiltà pre-colombiana indigena che fiorì dal 700 al 1530 dopo Cristo.

La loro scoperta risale agli ’30, quando gli operai della United Fruit Company, che stavano bonificando terreni nella Valle di Diquí per piantare alberi di banano, iniziarono a scovare un gran numero di sfere di pietra quasi perfettamente rotonde. La più grande di queste palle apparentemente artificiali ha un diametro superiore a due metri e pesa oltre 16 tonnellate. 

Dopo la loro scoperta in poche sono rimaste nei siti di ritrovamento: molte sono finite ad abbellire giardini e ville dei ricchi del Paese, mentre altre sono state poste in palazzi governativi nella capitale San José o in altre città del Paese.



Una delle sfere è conservata in Plaza Democracia a San José, capitale del Paese

Ma su di loro rimane ancora un velo di mistero: mentre si sa che sono state realizzate in granodiorite solida, una roccia ignea molto dura da lavorare, rimangono da spiegare con quale tecnica siano state realizzate e soprattutto perché la popolazione antica avesse deciso di realizzarle. Alcune leggende locali raccontano che gli abitanti nativi erano in possesso di una tecnica in grado di ammorbidire la roccia, consentendogli di plasmarla e modellarla a loro piacimento. Una leggenda simile racconta che gli antichi possedessero una particolare sostanza liquida ottenuta dalle piante, capace di rendere la pietra morbida e facile da modellare. 



Ma ci sono anche spiegazioni ancora più mitologiche: per alcuni sarebbero “palle di cannone di Tara”, venerato come dio del tuono, che utilizzava un cannone gigante per sparare i suoi colpi verso Serkes, divinità dei venti e degli uragani, al fine di mandarlo via dai suoi territori. Altri ancora ritengono che siano i resti della cultura di una civiltà antica, poi sommersa e scomparsa come una sorta di Atlantide dei Caraibi. Immancabili anche le leggende che le vorrebbero create dagli extraterrestri. Quel che è certo è che sono un vere opere d’arte che nel giugno 2014 sono state inserite dall’Unesco nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

venerdì 19 gennaio 2018

Google elimina 60 app e giochi dal Play Store: contenevano annunci pornografici

lastampa.it
Lorenzo Longhitano

Il colpevole è un malware che si è annidato anche all’interno di app destinate a un pubblico di bambini



Nuovi problemi di sicurezza all’interno del Play Store di Google riservato ai dispositivi Android: nel corso delle scorse ore la casa di Mountain View ha dovuto fare piazza pulita di circa 60 app apparentemente innocue ma in realtà veicolo di un fastidioso malware. Lo ha rivelato la stessa multinazionale, la quale ha agito sulle indicazioni della società di sicurezza informatica Check Point che per prima ha individuato la minaccia. Il malware in questione è pericoloso per diversi motivi, ma quello per cui sta attirando l’attenzione è principalmente uno: si nasconde all’interno di app e giochi destinati a un pubblico di bambini e al loro interno mostra annunci pubblicitari che contengono nudi e altri riferimenti pornografici. Check Point in effetti ha battezzato il malware “AdultSwine”, anche se di motivazioni per temerlo ce ne sono almeno altre due.

Innanzitutto AdultSwine, ben nascosto all’interno delle app scaricate, porta il telefono a visualizzare dei finti avvisi di sicurezza; lo scopo è quello di spingere gli utenti a scaricare finti software di protezione specifici, che però non sono che altri malware camuffati. Il codice malevolo può inoltre visualizzare messaggi a comparsa fraudolenti, come pubblicità o finti concorsi, che tentano di trarre in inganno chi usa il telefono e convincerlo a fornire il proprio numero di telefono; il dato, se fornito, viene utilizzato per l’iscrizione a servizi a pagamento. A conti fatti la minaccia, per trasformarsi in un danno reale, richiede di cascare in tranelli piuttosto specifici, per evitare i quali basta rifiutarsi di scaricare app sotto l’insistenza delle notifiche e di fornire il proprio numero di telefono in risposta a messaggi di provenienza dubbia.

Più complesso da risolvere è l’eventuale danno che AdultSwine può arrecare a giovani utenti esposti a contenuti decisamente inappropriati per la loro età. A questo riguardo i passi necessari a prevenire situazioni del genere in futuro sono due: il primo è controllare che sul telefono non sia ancora installata una delle app rimosse (la lista si può consultare sul sito allestito da Check Point ), ed eventualmente cancellarla; il secondo — non importa che la situazione sul Play Store sia già stata risolta né che sia in costante miglioramento — è evitare di installare o di far installare app della cui provenienza non si sia assolutamente certi: alcuni dei giochi contaminati risultavano infatti essere stati scaricati più di un milione di volte, segno che neanche questo tipo di metrica si può considerare da sola come garanzia di qualità.

Una app di Google ti dice a quale quadro somigli

lastampa.it
Andrea Daniele Signorelli

Basta scattare un selfie per scoprire quale ritratto d’artista ricordiamo di più



Nel corso dei secoli, la vanità dell’uomo è rimasta immutata. Se un tempo, però, ci volevano ore e ore per soddisfare il nostro narcisismo – restando immobili mentre qualche pittore ci ritraeva – adesso è sufficiente prendere in mano lo smartphone e scattare una foto. Due mondo così lontani, come la pittura e la mania di fotografarci in continuazione, vengono oggi messi direttamente a confronto dalla nuova funzione della app Arts and Culture di Google (disponibile sia in versione Android che iOS ).

Scattandovi un selfie direttamente attraverso l’applicazione – che nasce come uno strumento per soddisfare tutte le curiosità sull’arte – e aspettando il tempo necessario al caricamento, potrete infatti scoprire qual è il celebre ritratto che vi somiglia di più. Considerando le potenzialità virali di una funzione del genere, non stupisce che un’applicazione culturale sia schizzata in cima alle classifiche non appena hanno iniziato a circolare i primi “selfie-ritratto” (con risultati più o meno convincenti).

La funzione è già disponibile anche in Italia, ma non è ancora stata diffusa a tutti. Per trovarla, andate sulla pagina principale e scorrete finché non trovate la dicitura “Is your portrait in a museum?”. Se non compare, significa che dovrete aspettare ancora un po’ prima di venire accostati a un autoritratto di Van Gogh o di Frida Kahlo (che sembrano essere i due più gettonati) oppure sentirvi offesi come questa ragazza, che minaccia ironicamente di fare causa a Google.

Sesso con bambini in cambio di cibo: nessun processo ai soldati francesi in missione in Africa

lastampa.it

I magistrati hanno respinto la causa perchè contro di loro ci sono solo le testimonianze dei minori


Foto d’archivio del campo profughi

Nessun processo perché «le uniche testimonianze che si hanno sono i racconti dei bambini, senza altre prove indipendenti». È questa la motivazione data dai magistrati l’Oltralpe che hanno respinto una causa contro almeno 13 soldati francesi in missione di pace nella Repubblica Centrafricana, accusati di abusi sessuali nei confronti di minori africani, «ripagati» con razioni di cibo e beni di prima necessità.

Una inchiesta che ha imbarazzato la Francia, così come le Nazioni Unite - anche se, all’epoca dei fatti, gli uomini non stavano lavorando per i Caschi Blu -, come ora sta imbarazzando la decisione a non procedere. Le accuse sono gravissime: sei bambini, di età compresa tra i 9 e i 13 anni, hanno descritto gli abusi subiti dai soldati nel campo profughi dell’aeroporto internazionale di Bangui M’Poko, capitale della Repubblica Centrafricana, da dicembre 2013 al giugno 2014. Quattro hanno raccontato di essere stati fisicamente abusati mentre altri due di aver assistito agli abusi, in cambio di cibo e altri regali.

La notizia, riportata da Reuters, e ancor prima dal New York Times, ricostruisce una vicenda inquietante, con tanto di commissioni d’indagine e informative passate da scrivania a scrivania, e tenute sotto il massimo riserbo. A portare alla luce il caso è stata l’associazione Aids Free World, che ha fornito al quotidiano britannico The Guardian copia di quei documenti nell’aprile del 2015. I giudici hanno completato la loro revisione delle accuse lo scorso 20 dicembre e ora hanno ufficialmente annunciato che non porteranno avanti le accuse contro i soldati francesi perché «alcune testimonianze sono state giudicate incoerenti» e «non c’è modo per confermare le accuse», anche se «non si può escludere che gli abusi hanno avuto luogo».

Paula Donovan di Aids Free World ha reagito con rabbia alla notizia: «Questa è una farsa - riporta il Ny Times -. Se dei soldati africani avessero abusato sessualmente di ragazzini parigini l’indagine non si sarebbe conclusa sino a quando ogni autore non fosse stato messo dietro le sbarre». Intanto l’ong Ecpat ha detto a Reuters che non esclude la possibilità di fare appello alla decisione dei magistrati.

75 anni dopo un cane dell’esercito Usa premiato per il suo eroismo durante la II Guerra Mondiale

lastampa.it
fulvio cerutti



Un cane dell’esercito americano che ha attaccato una postazione armata di mitragliatrice durante la Seconda Guerra mondiale è stato insignito con la più alta onorificenza prevista in Gran Bretagna per il coraggio degli animali. Chips, un incrocio fra Pastore Tedesco e un Husky, ha ricevuto la Dickin Medal per le sue eroiche azioni durante lo sbarco su una spiaggia siciliana nel 1943. Secondo le testimonianze dei militari presenti, durante lo sbarco i soldati statunitensi e britannici si trovarono subito sotto il fuoco nemico. 



Fra questi anche il cane Chips e il suo conduttore John Rowell. Ma mentre tutti cercavano un riparo, l’eroico quattrozampe riuscì a sfuggire al controllo di Rowell e si diresse verso la postazione nemica da cui partivano raffiche micidiali. Pochi istanti dopo l’ingresso del cane dentro la baracca, il fuoco smise. E un soldato venne trascinato fuori da Chips che lo stava afferrando con i denti alla gola. La medaglia è stata assegnata dall’organizzazione no-profit Pdsa (People’s Dispensary for Sick Animals) in una cerimonia tenutasi al Rooms Churchill War a Londra. Il riconoscimento è stato ritirato dal 76nne John Wren di Long Island, il cui padre ha donato Chips per lo sforzo bellico.



Jan McLoughlin, il direttore generale del Pdsa, ha detto che Chips potrebbe «finalmente avere il suo posto nei libri di storia come uno dei cani più eroici che abbiano mai servito con l’esercito degli Stati Uniti».

10 anni di MacBook Air: nel 2008 Steve Jobs cambiava il futuro dei laptop

lastampa.it
Luca Scarcella

«È il notebook più sottile al mondo», affermava il co-fondatore di Apple a una platea in visibilio



Il 15 gennaio 2008 Steve Jobs presentò il primo MacBook Air. «È il notebook più sottile al mondo», affermò il co-fondatore della Mela alla platea del Macworld 2008, pochi giorni dopo l’annuale Consumer Electronics Show di Las Vegas, dove Bill Gates annunciò che nel giugno dello stesso anno avrebbe lasciato il timone di Microsoft. Jobs fece il suo ingresso sul palco, e dopo circa 3 minuti di introduzione, in cui mostrò alcuni dati di rapporto tra il nuovo MacBook Air e il laptop che all’epoca era considerato il più sottile di tutti, il Sony TZ Series, prese una busta di carta da ufficio, che sembrava contenesse solo fogli anziché un computer, e la folla rimase scioccata. Conteneva il nuovo portatile Apple, che avrebbe cambiato il futuro dei laptop.

A quel tempo, i rivali di Apple avevano sul mercato laptop sottili e leggeri, ma erano tutti spessi almeno un pollice, e pesavano intorno ai 3 chili, con schermi di 8 o 11 pollici. Il colosso di Cupertino riuscì invece a creare il MacBook Air, con una forma a cuneo in modo che la parte più spessa fosse comunque più sottile di quella anteriore (più snella) del Sony TZ Series. Un’impresa di ingegneria e design notevole.

Apple decise di eliminare l’unità CD, introducendo un trackpad multi touch e uno slot SSD. Una sola porta USB 2.0, una micro-DVI, e un jack per le cuffie: il necessario. Il prezzo di base del nuovo MacBook Air era però poco concorrenziale: costava infatti 1799 dollari, un prezzo alto anche per gli standard odierni. Oggi la vendita del MacBook Air in Italia parte da 1129 euro, ed è un prodotto che non vede un aggiornamento di design e hardware da tre anni, lasciando spazio al MacBook Pro da 13 e 15 pollici, e al MacBook da 12 pollici.

Dopo dieci anni, pare che il MacBook Air stia vivendo il suo canto del cigno, a meno di sorprese da Cupertino.

Caso Moro, il post choc dell'ex brigatista sulla strage di via Fani

ilgiornale.it
Eugenia Fiore

L'ex "Primula Rossa" Barbara Balzerani ha pubblicato un post su Facebook. Dura la reazione di un altro ex brigatista, Raimondo Etro: "Vergogna"



"Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?". A due mesi dall'anniversario di via Fani, il 16 marzo 1978, spunta questo post su Facebook. La pubblicazione su uno dei giorni più bui della storia della Repubblica, dal tono sembrerebbe ironica, ma fa tutt'altro che ridere se a scriverla è proprio l'ex terrorista delle Brigate Rosse Barbara Balzerani: l'unica donna a partecipare alla strage di via Fani, quando Aldo Moro venne rapito e cinque uomini della sua scorta furono crivellati di colpi e uccisi.

Il post choc è stato scritto il 9 gennaio ed è stato in seguito cancellato. Prima di sparire, però, la battuta è stata letta da un altro ex brigatista, Raimondo Etro. L'uomo non l'ha presa per niente bene e ha scritto una lettera aperta per chiedere alla donna di "tacere" e "avere rispetto per i caduti". Le sue parole sono state riportate dal Corriere: "Dopo avere letto il suo commento su Facebook nel quale – goliardicamente dice lei – chiede di "essere ospitata oltre confine per i fasti del quarantennale"... avendo anch’io fatto parte di quella setta denominata Brigate rosse...provo vergogna verso me stesso...e profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice".

L'ex terrorista poi rincara la dose e confronta la schizofrenia dei brigatisti a quella di oggi dei fondamentalisti islamici. "Lei dimentica che chi le permette di parlare liberamente...è proprio quello Stato che noi volevamo distruggere...così pregni di quella stessa schizofrenia che al giorno d’oggi affligge i musulmani che da una parte invidiano il nostro sistema sociale, dall’altra vorrebbero distruggerlo". Raimondo Etro ha avuto un ruolo non indifferente nel sequestro di Aldo Moro. L'uomo ricorda sempre al quotidiano di essersi occupato di custodire le armi usate il giorno della strage. "C’erano un kalashnikov, una mitraglietta, alcune pistole. Le ebbi, mi pare, da Morucci o Casimirri, le tenni in casa di mia madre per un po’, vicino piazza Mazzini...".

La mamma di Luca, Facebook e la morte

lastampa.it
ANTONELLA BORALEVI


Cristina Giordana dopo la discussione della tesi del figlio Luca Borgoni

Dove abitano, i morti? Nei cimiteri, dove ogni tanto ricevono visite? Nel cuore di chi resta? La mamma di Luca Borgoni aveva scelto di farlo vivere prestandogli la sua vita. Cristina Giordana è andata a discutere la laurea al posto di suo figlio. Ha tenuto aperto lei il suo profilo Facebook , scrivendoci al posto di Luca. Ha vissuto la vita di suo figlio. Come poteva. Per quanto poteva. Poi Facebook se n’è accorto. Ha applicato le regole. La pagina, da ieri, è diventata “in memoria”.

La mamma di Luca, adesso, cosa farà? Sta già facendo tanto, signora Giordana. Con la sua tenacia , con quel sorriso che aveva in viso il giorno in cui aveva discusso la laurea in biologia, al posto di suo figlio. Fa qualcosa di enorme. Ci mette sotto gli occhi il miracolo dell’amore materno. Che non distingue. Ama e basta. Ci dice, pacatamente, che i morti non sono perduti per noi. Ci dice che abitano nella stanza accanto.

E se adesso non potrà più parlare su Facebook al posto di suo figlio (le regole sono necessarie ), apra lei la sua pagina,signora. E ci racconti di lui. E anche di sè stessa.

https://facebook.com/antonellaboralevi
www.antonellaboralevi.it

Dall’Antitrust multa da 23 milioni a Poste Italiane

lastampa.it

Punita la posizione dominante nel mercato del recapito degli invii multipli di corrispondenza. L’azienda presenterà ricorso al Tar



L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per 23 milioni di euro Poste Italiane per un abuso di posizione dominante nel mercato del recapito degli invii multipli di corrispondenza ordinaria, ossia quegli invii che i grandi clienti business come le banche, le assicurazioni e le compagnie telefoniche mandano ai propri clienti (es. estratti conto, avvisi di scadenza, bollette). 

In particolare, spiega l’Authority, «la strategia escludente, attuata sin dal 2014 da Poste Italiane a danno dei concorrenti - entrati in questo mercato a seguito della liberalizzazione dei servizi postali - è consistita nell’offrire ai propri clienti finali condizioni economiche e tecniche non replicabili dai concorrenti almeno altrettanto efficienti, i quali necessariamente devono ricorrere ai servizi di Poste Italiane per il recapito nelle zone rurali e meno densamente abitate del Paese (aree extra urbane), dove è presente solo Poste Italiane». Inoltre, aggiunge l’Antitrust, «Poste Italiane ha implementato una strategia di recupero dei volumi di posta affidati alla concorrenza, ricorrendo a sconti e condizioni selettivi e fidelizzanti, tra l’altro, condizionando gli sconti praticati ai clienti finali all’affidamento esclusivo di tutti gli invii o di una parte sostanziale degli stessi».

«L’istruttoria ha altresì accertato che la strategia anticoncorrenziale di Poste Italiane - ex monopolista che ancora oggi detiene una consolidata posizione dominante sul mercato in questione - ha prodotto concreti effetti sulle dinamiche concorrenziali; infatti, Poste Italiane è riuscita a recuperare numerosi clienti e ad aumentare ulteriormente la propria quota di mercato, a danno degli altri operatori postali attivi sul mercato», conclude l’Antitrust.

Ma secondo fonti vicine al dossier, l’azienda ritiene di aver sempre condotto un comportamento rispondente agli indirizzi normativi e alle logiche di mercato, in un contesto altamente competitivo a tutela della qualità del servizio. Per questo motivo, ha intenzione di presentare ricorso al Tar del Lazio ritenendo inadeguata, e in contrasto con la normativa di riferimento, la sanzione comminata in un procedimento peraltro iniziato nel giugno 2016 e protrattosi per quasi 2 anni di istruttoria.

Diaspora silenziosa dal Pd dei non renziani che decidono di non ricandidarsi: da Ichino a Chiti, da Tonini a Bindi...

repubblica.it
Angela Mauro

Mercoledì la direzione Dem sulle deroghe per premier e ministri. Punto interrogativo su Manconi, in lista Giuliano Da Empoli. Intesa con Verdini, forse



Giuliano Da Empoli dentro. Luigi Manconi chissà. Di certo diranno addio alle Camere diversi parlamentari Dem tra i meno renziani o non renziani, quasi fosse una nuova diaspora silenziosa dopo la scissione del febbraio scorso. Fuori per scelta propria Pietro Ichino, Vannino Chiti, Giorgio Tonini, Massimo Mucchetti oltre a Anna Finocchiaro e Rosi Bindi, che lo hanno annunciato già prima della pausa natalizia. E invece sull'alleanza tra Pd e Ala di Denis Verdini ancora non è detta l'ultima parola, anche se è materia scottante per il Nazareno: dal quartier generale renziano continuano a fioccare dinieghi e silenzi.

Mercoledì alle 18 il segretario Dem Matteo Renzi riunisce la direzione nazionale del partito. Non è ancora quella decisiva sulle candidature per le politiche (c'è tempo fino al 29 gennaio). Ma servirà a stabilire le deroghe per i parlamentari che si ricandideranno pur avendo già maturato i 15 anni in Parlamento, limite previsto dallo Statuto. Anche Manconi è tra coloro che avrebbero bisogno di deroga per correre. E su di lui, simbolo della battaglia sullo ius soli, capofila dello sciopero della fame a staffetta sostenuto da amministratori, società civile e ministri (Delrio) per ottenere la nuova legge sulla cittadinanza (invano), si addensano punti interrogativi.

A sostegno della ricandidatura di Manconi firmano anche il ministro Carlo Calenda e Emanuele Macaluso, sottoscrizioni fresche di oggi che si vanno ad aggiungere ad altri nomi pesanti: i genitori di Giulio Regeni, Ermanno Olmi e Massimo Cacciari, Dacia Maraini e Agnese Moro, il filosofo pur vicino a Renzi Massimo Recalcati, Padre Guido Bertagna e Gianni Amelio, gli scrittori Elena Stancanelli e Nicola Lagioia e tanti altri. Molti sono rappresentanti di aree lontane dal Pd: la ricandidatura di Manconi potrebbe servire a riavvicinarle, potrebbe essere il tentativo di recuperare un pezzo di immagine pubblica dopo il fiasco sullo ius soli. E invece Renzi tentenna.

Di per sé, il segretario non gradisce che le petizioni gli impongano la linea. Anche se c'è da vedere: di petizione a sostegno di una sua corsa elettorale parla anche il campano Franco Alfieri, capo della segreteria del governatore Vincenzo De Luca, ex sindaco di Agropoli noto per "le fritture di pesce" da offrire in campagna elettorale per acchiappare voti, come gli disse in un comizio della campagna referendaria il presidente della Regione Campania, lodandolo per le sue qualità "clientelari". Sarà no anche per Alfieri?

Renzi intanto su Manconi non si scalda. Nessun tweet, nessun incontro per sostenerne la causa, nessuna mossa sullo stile di quelle fatte per Paolo Siani, il fratello di Giancarlo, giornalista ucciso dalla Camorra, in lista Pd in Campania, porta-bandiera della battaglia Dem contro la criminalità organizzata. Sullo ius soli invece nessun simbolo e nessuna battaglia, anche in campagna elettorale. Anzi: a maggior ragione in una campagna elettorale che vede virare a destra la maggior parte delle forze politiche in campo.

Quanto alle altre deroghe, dopo i mugugni nei territori, il segretario ha deciso di restringerle a pochi casi: il premier Paolo Gentiloni e i ministri che ne necessitano (Minniti, Pinotti, per esempio) e pochissimi altri (tra i parlamentari di sicuro ne avranno bisogno Roberto Giachetti, deputato ed ex candidato Pd al Comune di Roma, e l'ambientalista Ermete Realacci). Non ne avrà bisogno Luigi Zanda, capogruppo al Senato che sarà candidato sempre a Palazzo Madama nel collegio 'Roma 1'. Ma molti altri vecchi con alle spalle 15 anni di esperienza in Parlamento, hanno deciso di farsi da parte.

E così non saranno ricandidati il veltroniano Giorgio Tonini, attuale presidente della Commissione Bilancio del Senato. E anche Vannino Chiti, capofila della battaglia contro la legge costituzionale poi bocciata dal referendum 2016, non si ricandida. Stessa scelta per Massimo Mucchetti, ex del Corriere, candidato nelle liste Pd nel 2013 dall'allora segretario Pierluigi Bersani: con Renzi non ha nulla a che spartire. Ma anche Pietro Ichino, giurista e giornalista, una delle personalità inizialmente vicine al segretario toscano, considera terminata la sua esperienza da parlamentare. In attesa delle decisioni del partito Beppe Fioroni, che si mette a disposizione del segretario. E non tornano in Parlamento Rosi Bindi e Anna Finocchiaro.

Nel caso degli ultimi citati, si tratta di personalità che in Parlamento ci hanno trascorso una vita intera o quasi. Dunque avrebbero bisogno delle deroghe. Ma comunque il 'gruppone' di chi si fa fuori da solo è composto da nomi non particolarmente legati a Renzi, anche se si sono collocati in maggioranza Pd al congresso (vedi Tonini, per esempio). E' come se, al termine di una legislatura faticosa anche dal punto di vista dei rapporti con il segretario, in molti abbiano deciso di farsi da parte per non chiedere il favore della deroga, per chiudere un ciclo politico, per alzare bandiera bianca forse rispetto a un Pd profondamente cambiato.

Oltre all'economista Tommaso Nannicini, che mercoledì presenterà in direzione i cento punti del programma Pd, sarà in lista anche Giuliano Da Empoli, intellettuale, personalità del renzismo fin dall'inizio, scrittore che ha accompagnato il segretario in numerose visite istituzional-politiche all'estero, anche quando era premier.Quanto alle alleanze, ancora il cerchio non si è chiuso intorno al Nazareno. Anzi: i cerchi. Perché oltre all'intesa con i Radicali di Tabacci e Bonino (ancora aperta), oltre a quella (già chiusa) con i Verdi e i Socialisti della lista 'Insieme', non è escluso un accordo con Ala di Denis Verdini.

Nonostante le smentite ufficiali del Pd. Lo schema cui i verdiniani stanno lavorando sarebbe quello di resuscitare il vecchio simbolo dei Repubblicani, l'Edera, e candidarsi così, alleandosi poi con i Dem. Un meccanismo che consentirebbe agli 'eredi' di La Malfa di non raccogliere le firme per correre, permetterebbe a Verdini di candidare i suoi in collegi sicuri in Toscana (tipo l'ex direttore del 'Giornale della Toscana' a Prato), al Pd porterebbe voti sul proporzionale anche nel caso in cui la lista Ala-Pri non raggiungesse il 3 per cento. E' un'offerta che al Pd hanno difficoltà ad accettare pubblicamente e che comunque per ora viene subordinata al fatto che in lista non ci sia Denis, il garante del patto del Nazareno con Berlusconi. Solo così, ragiona una fonte Dem, l'intesa potrebbe risultare meno indigesta all'elettorato democratico. Se pure, chissà.

Un selfie con la bicicletta di Coppi per entrare nella storia dello sport

lastampa.it
valentina frezzato

Alessandria, da domani al museo esposta la Bianchi del campione


La «Bianchi» sulla quale Coppi vinse Giro e Tour del 1949 (da sinistra Roberto Livraghi, il collezionista Gianfranco Trevisan con la compagna Dorina)

Quel telaio carta da zucchero, il manubrio che la trasforma in un ariete e la borraccia argentata, ben salda davanti. Linee che hanno fatto l’epopea del ciclismo. Qualcuno, fortunato, ha assistito a quelle imprese epiche: su questa bici Fausto Coppi vinse tutto. Era il 1949 e l’inseparabile Bianchi lo portò sulla vetta (vera e del podio) del Giro d’Italia e del Tour de France. Pedivelle e raggi leggendari che, da domani, verranno esposti in un museo, ma solo per tre mesi.

Il collezionista Gianfranco Trevisan l’ha prestata («scortata» da Padova, da dove è venuto con la compagna Dorina qualche giorno fa) al Museo «Acdb-Alessandria Città delle biciclette», nato da pochi mesi e già «in volata», perché iniziative e ospiti saranno davvero tante in questo primo anno di vita. La bicicletta sarà al «suo» posto dalla settimana prossima, nella sala dedicata a Fausto Coppi, dove fino a due settimane fa è stata ospite anche l’ultima bicicletta del Campionissimo, utilizzata al Trofeo Baracchi del 4 novembre 1959.

La storia
La Bianchi di dieci anni prima è stata completamente restaurata, ma per chi sa notare i dettagli, ecco quella «sbeccatura» che indica una caduta, probabilmente la famosa della quinta tappa, Rouen-Saint Malo, che non fermò il Campionissimo. Anzi, probabilmente gli donò grinta. Il Museo «Alessandria Città delle biciclette» (a Palazzo Monferrato in via San Lorenzo) partecipa alla «Giornata dei selfie nei musei» con un’apertura straordinaria, domani:

«Il selfie può assumere un significato diverso se incontra l’arte, perché la forma di autoscatto contemporanea può diventare mezzo di divulgazione del patrimonio artistico e culturale» è l’obiettivo del «Museum Selfie Day». Da «Acdb» si potrà immortalare anche la Bianchi, la bici della fuga epica nella tappa Cuneo-Pinerolo che con Coppi «uomo solo al comando», che staccò il secondo di ben dodici minuti. «Quella fuga - ricorda Roberto Livraghi, segretario della Camera di commercio di Alessandria, l’ente che a cui si deve l’allestimento del museo - è componente fondamentale di un mito che non dà segni di usura e che, anzi, avvicinandosi l’anno del centenario della nascita, cioè il 2019, sembra diventare di giorno in giorno più affascinante».

Il record
Sempre domani, arriverà la Legnano usata da Coppi nel 1942, quando stabilì il record dell’ora al Vigorelli; un prestito a sorpresa del Museo del ciclismo Madonna del Ghisallo di Magreglio. Un altro paragrafo importante in questo racconto su due ruote. Dalle 18 ci saranno anche Paolo Tullini e Paolo Amadori, autori di «Le bici di Coppi», uscito con una seconda edizione nel 2017, dopo il ritrovamento di due bici del Campionissimo, tra cui quella che Faustino Coppi ha lasciato in prestito ad «AcdB» fino a qualche giorno fa, ora esposta al Museo dei Campionissimi di Novi Ligure. Fra i primi a visitare il museo di Alessandria, il giorno dell’inaugurazione, c’era Davide Cassani, ct della nazionale di ciclismo, che così ha sentenziato: «Qui si entra nella storia dello sport e del ciclismo». E, da oggi, nel mito di Coppi.