martedì 19 settembre 2017

Ricostruire ex novo il Fiat 2000 perduto

lastampa.it
andrea cionci

Ispirati da un nostro articolo, alcuni appassionati di veicoli storici varano l’ambizioso progetto


Carro M15 della Spa Militare

Prendere spunto da un giornale e rimboccarsi le maniche per ricostruire, in dimensioni reali, il più grande carro armato della Prima Guerra mondiale. Sembra una follia, ma è successo proprio così: protagonisti l’articolo de La Stampa del 7 aprile scorso dedicato al carro armato Fiat 2000 e il gruppo di appassionati di veicoli storici Spa Militare, di San Marino.


Il parco mezzi della Spa Militare

Cuore e acciaio
L’associazione possiede già un carro medio M 15, un’autoblindo Ab 41 e un carro d’assalto L3, tutti modelli degli anni ’30-’40, perfettamente restaurati e funzionanti anche se – naturalmente -inoffensivi. Spa Militare restaura nella sua piccola, ma specializzata officina autocarri, autovetture militari e mezzi speciali delle due guerre mondiali prediligendo quelli di costruzione nazionale. Molti modelli della collezione sono pezzi rarissimi. Il varo dell’impresa di ricostruzione del Fiat 2000 è stato annunciato in esclusiva al nostro giornale con l’approssimarsi del grande raduno dei carristi che si terrà a Pordenone dal 29 settembre al 1° ottobre per celebrare i 90 anni della specialità che fu costituita ufficialmente nel 1927 col il Reggimento Carri armati.

«Da almeno vent’anni sognavamo – spiegano da Spa Militare - di ricostruire dal nulla un carro armato, ma quando abbiamo letto il servizio de La Stampa sul Fiat 2000 ci siamo finalmente decisi. Quello storico modello di carro compie il centesimo anniversario proprio quest’anno e vogliamo tentare di ricostruirlo in tempo per il novembre 2018, anniversario della Vittoria».


Il Fiat 2000 sfila per le strade di tripoli, 1919

Il gigante perduto
Il Fiat 2000 fu il primo carro armato italiano, una montagna di metallo costruita in due soli esemplari oggi irrimediabilmente perduti. Era il più grande e pesante fra i corazzati di tutti gli eserciti belligeranti nella guerra del ’14-’18 e fu il primo ad essere dotato di cannone in una torretta girevole. All’epoca, era decisamente innovativo anche se, in territorio alpino, avrebbe avuto vita dura con le sue 40 tonnellate di stazza e i suo 6 km orari di velocità media. La sorte dei due prototipi costruiti dalla Fiat è ormai stata chiarita: uno è sparito - chissà dove - nel deserto di Libia dopo aver partecipato alla campagna di Cirenaica del 1919-20 e l’altro, custodito in una caserma di Bologna, finì in fonderia subito dopo la guerra.


Fiat 2000, progetto

“Il carro dei folli”
Il gruppo di soci di Spa militare (che riprende il nome di un’antica fabbrica di mezzi pesanti poi confluita in Fiat) annovera imprenditori, funzionari pubblici, professionisti e ha già raccolto una quantità di fotografie e parte dei disegni costruttivi. Il motore già c’è: uno dei soci metterebbe a disposizione un “sei cilindri in linea” di derivazione aeronautica, originale d’epoca, che è pressoché identico a quello che venne usato per i due prototipi. Le maglie dei cingoli potranno essere fuse secondo i disegni ritrovati, mentre le corone (ingranaggi delle ruote motrici) saranno riprodotte con lastre d’acciaio intagliate al laser. Per quanto riguarda l’armamento, si procederà a realizzare simulacri, ovviamente inerti, del cannone da 65 mm - posto in torretta e delle ben sette mitragliatrici Fiat mod. 1914 in cal. 6,5 mm.

L’associazione ha anche già acquistato dal mercato antiquario il modello originale in scala 1/5 realizzato direttamente dalla Fiat nel 1917 che servì per la costruzione del carro armato. Tutto quello che non si riuscirà a reperire dai progetti originali, sarà ricostruito con il programma Autocad. I progettisti del gruppo sono già a buon punto. «Vorremmo lanciare un appello – continuano da Spa Militare – a tutti coloro che possiedono foto e disegni riguardanti il Fiat 2000. In particolar modo, vorremmo chiedere alla Fiat di aiutarci nella ricerca dei piani costruttivi originaliprobabilmente ancora sepolti in fondo al loro vastissimo archivio».

Costo dell’operazione? Circa 300.000 euro, uno scherzo per un grande sponsor, un sforzo notevolissimo per l’associazione. Se il progetto andasse in porto, si potrebbe ridonare all’Italia uno dei pezzi di storia militare e industriale più importanti e interessanti, oggetto della curiosità degli appassionati del settore di tutto il mondo. Il mezzo si potrebbe poi ripagare tramite il noleggio per manifestazioni militari e rievocative, film, mostre e musei.


Dimostrazione con Fiat 2000 e Ft 17

Padri nobili
Tra i patron morali dell’iniziativa, il conte Filippo Bennicelli, 78 anni, discendente non solo del famoso Adriano detto il conte Tacchia, lo spiritoso e vivace personaggio romano di fine ‘800, ma anche del generale Alfredo Bennicelli che fu il vero padre del Fiat 2000 e, più in generale, del carrismo italiano.

Nel ’17, era capitano e aveva l’incarico di ufficiale di collegamento tra inglesi e francesi. Con mille difficoltà, riuscì a esaminare, in Europa occidentale, sia i carri alleati che quelli catturati ai tedeschi e prese parte, con i carristi francesi, alla battaglia della Somme. Qui rimase favorevolmente colpito dal loro carro Schneider CA1 di cui riuscì a far inviare un esemplare in Italia per valutare un acquisto. I cugini d’oltralpe furono però avarissimi: Su 120 carri che il governo italiano voleva comprare dai francesi, gli stessi concessero appena quattro Renault Ft 17. Così, Bennicelli, mentre seguiva la costruzione del Fiat 2000, organizzò una spettacolare dimostrazione con i corazzati appena comprati tanto da convincere le Commissioni ad acquistare la licenza dalla Francia per costruire 1400 copie italiane dell’FT 17, i Fiat 3000. Partiva così la storia del carrismo italiano.

«Ho un ricordo vivido dello zio Alfredo ricorda Filippo Bennicelli – era un gigante che ci aiutava a riparare i nostri giocattoli. Era una figura molto autorevole, ma anche dotato di una particolare dolcezza con noi bambini. Il progetto di ricostruire il Fiat 2000 onora grandemente la nostra famiglia».


Carro veloce L 333 della Spa Militare

Errori di valutazione
Nonostante l’impegno di Alfredo Bennicelli, finita la Grande Guerra, la specialità carristi non fu mai molto implementata dalle nostre alte gerarchie militari, purtroppo, va detto, con una certa miopia. L’orografia montana dei nostri confini settentrionali, non faceva supporre che, un giorno, cingoli italiani avrebbero dovuto solcare i deserti africani o le steppe russe. Pertanto, si puntò su carri armati piccoli e veloci che potessero percorrere le mulattiere alpine. Come upgrade del Fiat 300, furono prodotti in massa i carri leggeri d’assalto L3, quelli che vengono ancor oggi ricordati con un epiteto (che generalmente fa infuriare i carristi): le “scatole di sardine”.

In realtà, si trattava di un progetto piuttosto valido, almeno per l’esplorazione. Leggero e veloce,con dimensioni paragonabili a quelle di un’utilitaria, l’L3/33 aveva due uomini a bordo, un pilota e un mitragliere. Poteva essere armato con mitragliatrici, lanciafiamme e poteva rimorchiare un cannoncino anticarro. In Etiopia, gli L3 svolsero egregiamente il loro compito, ma già l’anno dopo, nella Guerra di Spagna, il confronto con i carri pesanti sovietici - dotati di ben maggiore potenza di fuoco e corazzature più spesse - dimostrò l’obsolescenza della loro concezione.


Carristi della Divisione Ariete con carri M14

I carri M
Dal 1938 era stato messo in produzione il carro medio M 11/39 poi superato dai modelli M 13-14-15. Erano definiti “carri di rottura” in quanto dovevano servire per sfondare gli schieramenti nemici. Il calibro dei loro cannoni da 37 o 47 mm e le loro corazze rimanevano sempre, comunque, inferiori rispetto ai carri nemici. Solo il valore dei carristi italiani e la loro precisione nel tiro, mirato a colpire gli avversari ai cingoli, poteva ottenere qualche risultato. Purtroppo, il ritardato ingresso in servizio fece sì i carri M riuscirono ad essere finalmente impiegati efficacemente a massa solo a partire dal 19 novembre 1941. Un anno dopo, ad El Alamein, vale la pena di ricordare che ben due divisioni carristi del Regio esercito (la celebre Ariete e la Littorio) si fecero completamente annientare per salvare la ritirata del grosso delle fanterie dell’esercito italiano.

Un problema fu, per molto tempo, la mancanza di apparati radio. Gli ordini alle formazioni venivano impartiti con bandierine esposte in torretta: stop, via, destra, sinistra, rallentare, accelerare. Nel corso della guerra furono messi in progettazione anche un carro sahariano adatto alla guerra nel deserto e uno pesante, il P 40/26, questo prodotto, secondo fonti tedesche, in soli venti esemplari dopo l’8 settembre ‘43. Era un carro che si avvicinava ai T 34 sovietici, agli Sherman americani e ai Panzer IV tedeschi, ma non fece in tempo ad entrare in linea nei reggimenti italiani.

Brigata corazzata Ariete in addestramento, 2016

Il raduno dei carristi a Pordenone
Il raduno dei carristi previsto a fine mese nel capoluogo friulano (dove è di stanza la brigata corazzata Ariete) avrà un programma denso di appuntamenti. Il 27, inaugurazione di una mostra di modellismo in Corso Garibaldi; il 29 alzabandiera della manifestazione; il 30 una conferenza, moderata da Lieta Zanatta, sulle trasformazioni dell’Esercito più significative degli ultimi anni con la partecipazione di Toni Capuozzo, Fausto Biloslavo, Andrea Angeli. Le conclusioni saranno affidate a un ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito che illustrerà le prospettive sull’impiego dei corazzati, visti gli attuali scenari internazionali.

La giornata si chiuderà con un concerto della Fanfara dell’11° Reggimento Bersaglieri e la partecipazione di tre tenori del coro della Scala di Milano. Il 1° vi sarà lo schieramento dei Reparti in armi e lo sfilamento del Reggimento di Formazione dei “Carristi d’Italia” con tutte le associazioni afferenti. Come spiega il Gen. C.A. Salvatore Carrara, Presidente dell’Associazione Carristi: «Il nostro sodalizio si propone di tenere vivo nei carristi l’amore per la Patria, lo spirito di corpo, il culto delle gloriose tradizioni della specialità e la memoria dei suoi Caduti, di promuovere e cementare i vincoli di solidarietà fra tutti i militari in congedo ed in servizio della Specialità, assistere moralmente e materialmente i soci e le famiglie. Il raduno sarà anche l’occasione per ricordare il Gen. Enrico Maretti, carrista sapiente, eroe pluridecorato dell’Africa Settentrionale».


Replica russa di carro tedesco Tigre

Il raduno offrirà anche risonanza al progetto di ricostruzione del Fiat 2000, per raccogliere energie, fondi, documentazione tecnica e contributi vari destinati all’impresa. All’estero hanno già ricostruito ex novo alcuni carri armati rari, come avvenuto in Russia e in Belgio dove sono stati replicati fedelmente due modelli tedeschi, rispettivamente un Tiger e un Panther. La ricostruzione filologica del Fiat 2000 sarebbe il primo caso in Italia e, con ogni probabilità, il primo al mondo per un carro della Grande Guerra. 

Jonathan Ive, lo zen e l’arte di costruire Apple Park

lastampa.it
bruno ruffilli

Il lancio di iPhone X ha coinciso con il debutto pubblico del nuovo campus dell’azienda a Cupertino. Dove lo spirito di Steve Jobs rimane vivo in ogni dettaglio dell’architettura e del paesaggio


Lo Steve Jobs Theater

Sir Jonathan Ive è stanco e visibilmente emozionato: “Ci ho lavorato per otto anni, non c’è stato giorno che non abbia pensato a questo posto”, dice. Il capo del design di Apple, responsabile dell’hardware e del software, è nello store del campus appena inaugurato. Sta pagando una decina di t-shirt a tiratura limitata che si vendono solo qui e costano 40 dollari l’una.

Apple Park è un’idea folle che diventa realtà, un po’ come l’iMac, l’iPod, l’iPhone, l’iPad, tutti disegnati da Ive, a stretto contatto con Steve Jobs. Il fondatore di Apple è morto il 5 ottobre 2011 , ma quattro mesi prima la sua ultima uscita pubblica è stata per partecipare a una seduta del consiglio comunale di Cupertino e presentare il nuovo campus. Il progetto è stato sviluppato dallo studio dell’archistar inglese Norman Foster, ma Ive ha supervisionato ogni dettaglio. “Ho disegnato anche le maniglie delle porte”, racconta. Sono curve, di metallo, ma qui tutto è curvo, e di metallo, vetro, pietra o legno.

Curve sono le pareti dello Steve Jobs Theater dove è stato presentato l’iPhone, curvi gli spigoli dei tetti, i bordi delle panchine, le aperture dei contenitori per gli asciugamani di carta nei bagni. Impressionante la scala del Centro Visitatori, dove si trovano l’Apple Store e la caffetteria, gli unici due spazi aperti al pubblico: il corrimano è composto di blocchi di materiale composito simile alla pietra, senza spigoli, ed è raccordato ai gradini con una curva. Più facile da pulire, si immagina, ma chissà se davvero è questo il motivo per cui è realizzata così, visto che decine di addetti cancellano all’istante ogni minima traccia di sporco. “Steve era affascinato e ispirato dal paesaggio californiano, dalla sua luce e dalla sua ampiezza.

Era il suo luogo prediletto per riflettere. Apple Park cattura il suo spirito incredibilmente bene,” ha detto qualche mese fa Laurene Powell Jobs. Ed è per questo che la prima voce a risuonare dal palco in questo giorno speciale è quella di Jobs, fragile, e incerta: “Creare qualcosa con il massimo amore e la massima cura significa trasmettere una parte di sé al mondo”. “Era la cosa giusta da fare”, osserva Ive, che è stato l’alter ego del fondatore di Apple per quindici anni, dal primo incontro quando tornò a Cupertino dopo l’esilio di Next al privatissimo ultimo saluto pochi istanti prima che morisse. A unirli una comunanza spirituale, una passione e una dedizione instancabili, come si legge anche nella biografia di Jobs scritta da Walter Isaacson.

Lo spirito di Jobs era nella musica prima e dopo l’evento (i Beatles), e ancora aleggia dopo che i giornalisti arrivati da tutto il mondo hanno lasciato Apple Park e spento le telecamere. Soffia una leggera brezza, il sole comincia a calare. L’atmosfera è serena, quasi zen. D’altra parte qui lo zen è di casa, e A Zen’s mind, a Beginner’s Mind di Shunryu Suzuki era uno dei libri preferiti di Steve Jobs, che seguiva la dottrina, ovviamente a modo suo. Così Apple Park è un luogo di lavoro, ma anche un simbolo zen.

Dentro è vuoto: come si legge nel Tao te Ching, “è il foro centrale che rende utile la ruota”. L’edificio principale ha un’area complessiva di 260.000 m2 e all’interno potrebbe trovare posto l’intero Pentagono. In realtà ospita un prato, un laghetto e alberi da frutta. Albicocchi, come quelli che nell’infanzia di Jobs crescevano proprio lì, intorno a quella che allora era la sede di Hewlett Packard. “E quando cresceranno gli alberi di prugna sarà ancora più bello”, dice Ive.

La presentazione dell’iPhone X si è tenuta nello Steve Jobs Theater, un auditorium sotterraneo da 1000 posti, sormontato da una hall cilindrica in vetro di 6 metri per 50, coperta da un tetto piatto che pare sospeso nel nulla. I vetri li produce un’azienda tedesca, una italiana pare sia stata chiamata per le pareti divisorie. L’auditorium sorge su uno dei punti più alti del campus, affacciato sui prati e sull’edificio principale, dove i lavori sono appena finiti: alcuni dipendenti si sono trasferiti qui già ad aprile, altri arriveranno nel corso dell’anno, per un totale di circa 12 mila persone. L’ufficio di Jobs nel vecchio campus di Infinity Loop 1 è rimasto come lo aveva lasciato prima di morire.

Oggi però il cuore di Apple è il laboratorio di Ive, che nel nuovo complesso occuperà un piano di un edificio separato dal corpo centrale. Nel centro visitatori si può vedere Apple Park per intero, grazie alla realtà aumentata: un grande plastico bianco, inquadrato con un iPad, si anima e prende vita, mostra il consumo di energia e il movimento dell’aria. È alimentato interamente a energia rinnovabile, con un impianto fotovoltaico da 17 megawatt sul tetto dell’edificio centrale. Grazie alla ventilazione naturale non richiede riscaldamento nè condizionamento per nove mesi all’anno. Il complesso si trova a meno di due chilometri dalla sede attuale (che rimane attiva), occupa una superficie di circa 708.000 m2 e include un centro fitness per i dipendenti, laboratori di ricerca e sviluppo.

Jony Ive non è salito sul palco dell’auditorium, ha solo prestato il suo accento british per raccontare in un video le meraviglie del nuovo iPhone X nel solito video porno-hi tech di Apple. Da vicino sembra timido, anche se il fisico massiccio induce a pensare diversamente. Ringrazia cortese dei complimenti, stringe la mano e paga le sue t-shirt con il logo dell’astronave di Cupertino. Va via, su una Range Rover nera parcheggiata appena fuori dal centro visitatori, dove c’è il punto di arrivo delle auto Lyft e Uber e un paio di posti per le auto elettriche. Ha scelto lui il tono di grigio delle lampade e il carattere usato per cartelli e segnaletica (lo stesso del marchio iPhone, in bianco su fondo nero).
I costi della realizzazione di Apple Park sono stimati intorno ai 5 miliardi di dollari.

In ogni particolare celebra la vita e la passione di Steve Jobs, ma è nel complesso che ne concretizza lo spirito: “I valori di Steve Jobs continuano a guidarci”, ripete più volte Cook. “Accoglieremo menti giovani, vedremo passare di qui il futuro di Apple”, dice. Per il passato non c’è posto: “Abbiamo bisogno di spazio”, disse il fondatore quando fece liberare i locali del museo Apple, dove era conservato un esemplare dell’intera produzione fin dal primo computer del 1976. Non basta aver creato un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perché la vita è un continuo movimento, e l’unica cosa che rimane costante è il cambiamento. Come una ruota che gira intorno a un centro vuoto. 

Samsung ha in mano i destini dell’iPhone X: produce un componente fondamentale del nuovo smartphone Apple

repubblica.it
Kif Leswing

La parte più importante del prossimo iPhone Apple (che secondo i rumors dovrebbe chiamarsi X, mentre l’8 e l’8 Plus saranno semplici upgrade del 7) è il suo schermo, che tutti si aspettano utilizzerà un nuovissimo tipo di tecnologia di visualizzazione, chiamata OLED.E l’unica azienda che può farli su larga scala, rispettando gli standard di Apple, è anche il suo principale concorrente nel mercato degli smartphone: Samsung.

“L’offerta di pannelli OLED per iPhone è controllata interamente da Samsung e non da Apple”, ha scritto Ming-Chi Kuo, analista di KGI Securities, in una nota di Apple Insight visionata da Business Insider.“Questo spiega perché, prima di tutto, Samsung ha un potere di contrattazione più elevato e, in secondo luogo, perché il modulo del pannello OLED ha probabilmente un costo di 120-130 dollari per unità (contro il prezzo del modulo LCD da 5,5 pollici a 45-55 dollari per unità )”, ha continuato. “Questo è anche il motivo per cui Apple ha urgente bisogno di trovare un secondo fornitore di OLED“.

Apple ha bisogno di milioni di schermi OLED. Kuo ha previsto in precedenza che tra i 45 e i 50 milioni di “iPhone OLED” sarebbero stati assemblati nel prossimo anno, anche se solo tra i 2 e i 4 milioni di unità dovrebbero essere costruite in questo trimestre. Kuo ha fornito un’idea d’insieme di come Samsung sia coinvolta nel processo produttivo: sta fornendo alcune parti, tra cui un pannello OLED e un pannello a sfioramento OLED, ma li sta anche combinando con i moduli di altre società,
per poi spedirli a Foxconn per l’assemblaggio finale.

Questa è una grande responsabilità per un singolo fornitore – e suggerisce che qualsiasi rallentamento a Samsung Display potrebbe influenzare la disponibilità degli iPhone. Ci sono già molti segnali che mettono in guardia sulla possibilità  che l‘offerta di iPhone 8 potrebbe essere scarsa questo autunno. Kuo ha anche detto che Apple “potrebbe abbandonare” il suo scanner di riconoscimento delle impronte digitali, TouchID.

“Crediamo che il modulo 3D Touch potrebbe essere sfavorevole alla prestazione di scansione per il riconoscimento delle impronte digitali con tecnologia under-display”, ha scritto Kuo, suggerendo che i futuri iPhone potrebbero dover scegliere tra Touch 3D, una funzionalità che rende i touchscreen sensibili alla pressione, e il TouchID scanner di impronte digitali che è stato incluso in tutti i nuovi iPhone negli ultimi anni.

Le note Apple Insight di KGI Securities sono rivolte agli investitori che potrebbero voler acquisire una quota nei fornitori di Apple. Un grafico dettagliato incluso nella nota identifica 16 aziende che contribuiscono fornendo parti per lo schermo che coprirà il prossimo iPhone:


KGI Securities
Un dettaglio interessante: Kuo ha fatto notare che Canon Tokki era l’unico fornitore di apparecchiature fondamentali per Samsung, come già segnalato da Bloomberg. Kuo ha scritto che la maggior parte di queste aziende continuerebbero a essere fornitori per i modelli iPhone del prossimo anno, il che li destina ad un’ulteriore crescita.

Apple lancerà i suoi nuovi iPhone il 12 settembre. Al di là dell’iPhone OLED, Apple dovrebbe lanciare altri due modelli più simili agli attuali dispositivi iPhone in vendita e che prevedono di utilizzare l’ultima tecnologia LCD, ma con altri miglioramenti, tra cui una ricarica  più veloce e una alloggiamento probabilmente ridisegnato, con custodia in vetro. Ma la maggior parte degli appassionati di gadget vorrà l’iPhone OLED, che assicura più spazio allo schermo ma su un telefono più piccolo, dispone di una nuova videocamera frontale 3D e può essere sbloccato scansionando il volto dell’utente.

Ecco come potrebbe essere, secondo indiscrezioni e articoli:

YouTube/MKBHD

Niente bacio alla miss dopo la vittoria: “Sono musulmano”

lastampa.it
lodovico poletto

Il baby-ciclista che ha vinto a Rivara: la religione me lo vieta


Omar Amid mentre ritira i premi e si gode il suo momento di celebrità

Alla fine, saper dire no, è soltanto una questione di coraggio. Anche se sei - e neanche troppo fuori di metafora - nell’Olimpo. Omar Amid, ha 16 anni, un lievissimo velo di peli sul viso che sono un primo accenno di barba, e la faccia da adolescente. E domenica scorsa sulle strade del Canavese, a Rivara, ha portato a casa la prima vittoria stagionale in una corsa ciclistica: il Memorial Francesco Data Guido Tessiore. Quelli che conoscono il mondo del ciclismo dilettante su d i lui - atleta della Pedale Biellese - non avrebbero puntato un euro. Ma certe giornate vanno così, tutto cambia all’ultimo, e Amid è arrivato primo. Applausi. Strette di mano. Pacche sulle spalle: «Sei un grandissimo».

Poi la scena cambia. Ci sono le premiazioni, le squadre premono per andare via, si sta facendo tardi. Ci sono ragazzi che arrivano anche dalla Toscana: il viaggio di ritorno a casa è lungo. Ma in paese c’è la cerimonia di insediamento del nuovo parroco. Il sindaco Gianluca Quarelli è in chiesa. Tutti fremono, ma il primo cittadino non può mancare. È la tradizione. Quando arriva iniziano le premiazioni. Omar Amid è il numero uno. Lo speaker lo chiama. Lo aspetta un cronografo e un premio in denaro, ovviamente la coppa e il tradizionale bacio delle miss. Lo spumante? No, quello non c’è: sono tutti minorenni.

La scena si ferma. Amid si avvicina al padre, sussurra: «No il bacio no». Il padre lo dice sottovoce allo speaker: «Siamo musulmani. Non è il caso». Ora, se ci sia stato imbarazzo, o che qualcuno abbia avuto da ridire, non si sa. Di certo è che Omar, figlio di marocchini arrivati trent’anni fa in italia, italianissimo, studente al terzo anno di un Itis a Biella, ritira i premi, si gode gli applausi, il suo viso s’imporpora un po’.

Cinque giorni dopo la vittoria Omar ha ripreso la sua vita. E suo padre, Abderrazak spiega che è stata una scelta di coscienza, fatta in piena autonomia dal figlio: «Siamo musulmani. Rispettiamo le donne. La nostra fede non permette questo scambio di baci». Lui, che ha un nome importante che vuol dire - più o meno - lo schiavo di Dio, del «datore» è orgoglioso. «Ne avevamo parlato anche prima della gara. Che c’è di male?». Nulla, assolutamente nulla. È quella scelta che colpisce, e colpisce la forza di portarla avanti nonostante tutto: la vittoria, l’adrenalina a mille, magari anche un po’ di imbarazzo a salire su un podio a 16 anni. Sentendosi un po’ un Eroe, con la maiuscola. «

E se ci fosse stato dell’alcol tra i premi Omar non lo avrebbe preso. È una scelta, la nostra scelta di vita. Noi rispettiamo le leggi, siamo buoni cittadini. Ma qui c’entra la nostra cultura». E, ovvio, la religione.  Omar è fiero di aver detto no e lo dice: «Lo rifarei». Suo padre, Abderrazak, insiste sui principi: «Lo dico ai miei figli. Siete uguali a tutti gli altri, ma la vostra cultura è differente. Omar è italiano, è di origini arabe ed è musulmano. Ed è credente». Insomma dire no al bacio era una scelta, ovviamente obbligata, per uno come lui: «E tutti hanno rispettato questa decisione. Non ci sono state battute e nessuno si è irritato».

Insomma è finita così: con la foto di rito, i premi le strette di mano. Consentite, almeno quelle. Scusi signor Abderrazak perché i baci no? «Ma perché uno può baciare la madre, la sorella, la moglie. Ma una donna estranea no. Non si può fare questo. Ripeto: è questione di rispetto e di tradizioni». D’accordo. Omar è stato coraggioso e forte due volte. La prima in gara - 88 chilometri - perchè ha viaggiato ad una media di 39,6 chilometri l’ora. La seconda sul palco. Perché, alla fine, chi altro avrebbe detto no ad un bacio di due miss? 

Trentacinque anni fa moriva la Principessa Grace

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francesco de leo



C’era una volta una donna affascinante, di innata classe, eleganza e raffinatezza. Coniugava una naturale semplicità ad uno stile sofisticato. Aveva un portamento regale, un irresistibile glamour, dei tratti aristocratici e dei bellissimi occhi azzurri.

Il 6 maggio del 1955, nel periodo in cui Cannes ospita il festival più importante del mondo, Grace Kelly, la diva più fotografata e ammirata dell’epoca, è annoiata da ricevimenti e conferenze stampa. Fingendosi una semplice turista, decide di sfuggire alle attenzioni dei paparazzi e di recarsi a Monaco. Dopo aver visitato il Museo Oceanografico, la macchina che l’accompagna punta al Palazzo del Principe, guardiano di una tradizione secolare ed edificato nel 1215.

L’attrice, per cui il maestro del brivido Alfred Hitchcock aveva perso la testa, quel giorno aveva i capelli biondi annodati sulla nuca in uno chignon ornato di fiori bianchi. Durante la visita, in un corridoio del palazzo, l’incontro con il Principe Ranieri III di Monaco, fortuito secondo la leggenda. Fu amore a prima vista. Passeggiarono insieme attraverso i giardini e i cortili dell’antica fortezza. 

Ranieri cominciò da allora a scriverle lettere d’amore accettando poi l’invito della famiglia Kelly a trascorrere il Natale a Philadelphia, dove Grace annunciò alla stampa che lo avrebbe sposato. L’anno dopo, nello stesso palazzo di quel primo incontro, quella coppia, che aveva permesso al più piccolo Paese del mondo di raggiungere una fama internazionale, celebrò il suo matrimonio civile, consacrato il mattino dopo nella Cattedrale di Monte Carlo. La stampa lo definì «il matrimonio del secolo». 
La storia di quella donna così bella, che aveva lasciato Hollywood per amore di un principe e aveva incantato il mondo, sarebbe terminata tragicamente il 14 settembre del 1982. Un terribile incidente automobilistico, avrebbe spezzato la vita della Principessa di Monaco e per sempre la felicità del principe.

Perché un sottomarino Usa ha issato la bandiera dei pirati

lastampa.it
Lorenzo Vita

U.S. Navy photo by Lt. Cmdr. Michael Smith/Released

Lo scorso 11 settembre, la marina degli Stati Uniti ha rilasciato alcune immagini del sommergibile Uss Jimmy Carter – ultimo della classe Seawolf – mentre rientrava nella base navale di Kitsap, nello Stato di Washington. Niente di eccezionale, se non per un particolare estremamente rilevante fotografato da Ian Keddie: il sottomarino faceva sventolare due bandiere sulla torretta: una, la bandiera degli Stati Uniti d’America; l’altra, la Jolly Roger, la bandiera dei pirati. La Jolly Roger viene issata sulle unità della marina statunitense (ma non solo) soltanto in un caso particolare, e cioè quando tornano alla base dopo aver compiuto una missione particolarmente importante.

L’uso della Jolly Roger sui sottomarini è una tradizione derivante dalla marina britannica. Sembra infatti che tutto ebbe inizio da una dichiarazione dell’ammiraglio Arthur Wilson, First Lord of the Sea della Royal Navy, che nel 1901 disse con disgusto che i sommergibili erano qualcosa di scorretto e di profondamente “anti-inglese” e che avrebbe fatto di tutto per catturare gli equipaggi dei sottomarini nemici e impiccarli come pirati. Passarono gli anni e, durante la prima guerra mondiale, il sottomarino britannico HMS E9 affondò un incrociatore tedesco. Il comandante Max Horton dell’E9 ordinò al suo equipaggio di issare una Jolly Roger sulla torretta mentre tornava trionfalmente nel porto, memore della battuta dell’ammiraglio Wilson.

Tale

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jena

Irma ha provocato parecchi danni ma poi ha perso potenza. Tale e quale a Renzi.

Trump mette al bando Kaspersky dagli uffici federali: “Un rischio per la sicurezza degli Usa”

lastampa.it
bruno ruffilli

Il sospetto è che l’azienda russa possa entrare nelle reti americane e fornire informazioni riservate al Cremlino. La replica del Ceo: “Accuse infondate, collaboriamo con governi di tutto il mondo per battere il cyberterrorismo”



L’amministrazione Trump ha chiesto ieri alle agenzie governative statunitensi di disinstallare i prodotti Kaspersky da tutte le reti e i computer. La motivazione: la società di sicurezza informatica di Mosca sarebbe vulnerabile all’influenza del Cremlino e utilizzare il suo software antivirus potrebbe quindi mettere a rischio la sicurezza nazionale.

La decisione arriva una settimana dopo la denuncia della senatrice democratica Jeanne Shaheen, che in un articolo sul New York Times aveva lanciato accuse pesantissime: «Il Cremlino ha hackerato le nostre elezioni presidenziali, sta conducendo una guerra cibernetica contro i nostri alleati della NATO e sta sondando le opportunità di usare tattiche simili contro le democrazie in tutto il mondo».

Per la senatrice del New Hampshire, la minaccia per la sicurezza di agenzie federali, governi locali e statali e privati cittadini viene da «prodotti software antivirus e di sicurezza creati da Kaspersky Lab, un’azienda di Mosca con ampi legami con l’intelligence russa». La soluzione è una sola: «Per porre fine a questa allarmante vulnerabilità della sicurezza nazionale, sto avanzando una proposta di legge bipartisan che vieti al governo federale di utilizzare software prodotti da Kaspersky Lab».

La discussione va avanti da tempo, e l’FBI indaga da mesi sull’influenza della Russia nelle ultime elezioni americane. Qualche settimana fa, Kaspersky era stata esclusa dalla lista dei fornitori della General Service Administration, l’ufficio che tratta i contratti e gli acquisti per conto del governo federale. Poi sono arrivate le ammissioni di Facebook, che ha rivelato come una società russa (la “Internet Research Agency”) abbia manipolato il dibattito pubblico in vista delle elezioni usando centinaia di account falsi sul social network.

Così ieri il Dipartimento della Sicurezza interna (DHS) ha emanato una direttiva per le agenzie federali ordinando di identificare i prodotti Kaspersky sui sistemi informativi entro 30 giorni e smettere di usarli entro 90 giorni. L’ordine si applica solo alle agenzie governative civili e non al Pentagono, ma i responsabili dell’intelligence degli Stati Uniti avevano già spiegato all’inizio di quest’anno che i prodotti Kaspersky non sono usati per le reti militari. Il DHS ha espresso preoccupazione «per i legami tra alcuni funzionari Kaspersky e l’intelligence e altre agenzie governative della Russia, e per i requisiti previsti dalla legge russa che consentono alle agenzie di intelligence statali di richiedere assistenza da Kaspersky o addirittura di costringere l’azienda a intercettare comunicazioni che transitano attraverso le reti russe».

Come ha fatto più volte negli ultimi mesi, Kaspersky Lab ha dichiarato le accuse «assolutamente infondate», spiegando che le leggi russe sulla condivisione dei dati si applicano in realtà solo a internet provider e a operatori telefonici. «Nessuna prova credibile è stata presentata pubblicamente da persone o organizzazioni, e le accuse si basano su affermazioni false e presupposti inesatti», dichiara l’azienda in una nota. Eugene Kaspersky, su Forbes, parla di «balcanizzazione» di internet, accusa gli Stati uniti di protezionismo, e ricorda come la sua azienda abbia aiutato a scoprire e combattere episodi importanti di cyberterrorismo. Per il presidente della società russa, il crimine informatico si combatte con la collaborazione tra stati e aziende, senza limiti geografici.

Inoltre, prosegue la nota, «più dell’85% del fatturato dell’azienda proviene dall’esterno dei confini russi, un’ulteriore dimostrazione che una collaborazione non appropriata con qualunque governo sarebbe dannosa per il suo bilancio». 

Ciaone ius soli

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti

Il Pd alza bandiera bianca: salta la cittadinanza facile agli immigrati



La sinistra e il governo archiviano lo ius soli, il progetto di legge che si proponeva di estendere in modo indiscriminato e senza garanzie la cittadinanza italiana a chiunque sia nato e nasca in Italia.
Più che un ripensamento si è trattato di una resa, la presa d'atto che oggi non ci sono in Senato numeri sufficienti per una sicura approvazione. La legge è ritirata, e noi sospendiamo la raccolta di firme per fermare questa legge scellerata che abbiamo aperto nei giorni scorsi in contrapposizione a quella - di segno opposto - che La Repubblica, avendo da tempo perso il polso del Paese e quello della politica, lanciò tra i suoi (soliti) intellettuali di riferimento, sempre pronti a sposare cause perse.

Persino il Papa, e sottolineo questo Papa, alla fine ha dovuto ammettere che la solidarietà e l'accoglienza sono pericolose se escono dai binari della legalità e delle garanzie reciproche. E che quindi bene fa uno Stato a tutelare se stesso e i profughi regolando i flussi e ponendo condizioni. Un concetto semplice, per nulla razzista, che le forze politiche e culturali del centrodestra sostengono da sempre. Bene, un nuovo ius soli, così come partorito dalla sinistra e già approvato alla Camera, sarebbe andato in senso esattamente opposto, cioè a una mera legalizzazione dell'illegalità con tutti i rischi e le conseguenze del caso.

Ben venga che i figli degli immigrati, ovunque siano nati, frequentino le nostre scuole e giochino con i nostri figli, ovvio che siano curati adeguatamente nei nostri ospedali e che nulla manchi loro. Ma «diventare italiano» è altro, è molto di più che un diritto. La Patria non è la terra dove casualmente nasci, Patria è - letteralmente - la «terra dei padri» e per farne parte non basta un certificato, non certo una leggina approvata a colpi di maggioranza - o addirittura con la fiducia - da un parlamento a fine corsa e delegittimato.

Comunque prima bisogna essere sicuri di avere ripreso il controllo del rubinetto che regola le entrate. Perché l'Italia può certamente essere per molti ma non per tutti. Decidiamo noi, non la mafia degli scafisti e dei trafficanti di uomini.

La sindaca tigre

lastampa.it
mattia feltri

Nel 2006 sul blog di Beppe Grillo compare un post dal titolo «Chi ha paura della zanzara tigre?». Si sostiene che i pesticidi in uso provocano tumori, malformazioni, danni al cervello, e non combattono le zanzare, anzi le aumentano, oltre ad aumentare i profitti delle aziende. Molto meglio usare metodi naturali, dice il blog. Undici anni dopo, aprile 2017, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, stende un’ordinanza per la prevenzione delle malattie trasmesse dalla zanzara tigre. Ricorda un vecchio caso, dimenticato, di un’epidemia di febbri Chikungunya del 2007 in Emilia. Si raccomanda di svuotare i vasi di fiori e asciugare l’acqua piovana.

Quanto alla disinfestazione, ci penserà il comune con prodotti non invasivi. I disinfestatori ricorrono al Tar: ma come, abbiamo comprato tonnellate di insetticida, e adesso lo mettono fuorilegge? Dovevano dircelo prima. Il Tar però dà ragione al sindaco. L’assessore Pinunccia Montanari esulta: «La nostra ordinanza è la prima nel suo genere, basata sulla prevenzione, su prodotti biologici e sulla drastica riduzione di sostanze ad elevata tossicità. La tutela della salute dei cittadini, la salvaguardia dell’ambiente e la conservazione della biodiversità prevalgono sugli interessi economici delle ditte di disinfestazione.

La nostra ordinanza è destinata a fare scuola». (Registrati sei casi di febbri Chikungunya a Roma, otto quartieri definiti a rischio, bloccate le donazioni di sangue di un milione e duecentomila romani, si sta procedendo con una nuova disinfestazione). 

La denuncia: "Boldrini contro la Costituzione". E la Procura apre fascicolo contro di lei

ilgiornale.it
Gabriele Bertocchi

Dopo la sua denuncia di Niki Dragonetti, imprenditore di Frosinone, la Procura di Cassino ha aperto un fascicolo sulla la Presidente della Camera, Laura Boldrini

Vi ricordate di Niki Dragonetti, l'imprenditore di Frosinone ed esponente provinciale di Popolari per l'Italia, che ha denunciato Laura Boldrini per un suo post su Twitter? Ecco dopo la sua denuncia la Procura di Cassino ha aperto un fascicolo contre la Presidenta della Camera.

I motivi della denuncia

Dragonetti ha deciso di sporgere denuncia per un tweet della Boldrini in cui scriveva: "Europa, resistenza a cedere quote sovranità. Ma il traguardo va raggiunto o prevarranno disgregazione e populismo". Secondo l'imprenditore questa frase è un atto contrario alla Costituzione. Infatti, come spiegava su Il Tempo:

"La cessione di sovranità dell'Italia in favore dell' Europa rappresenta indiscutibilmente - si legge nella denuncia -la fine dell'Italia quale nazione libera e indipendente, ciò è esattamente quello che accadrebbe in caso di occupazione militare del paese". Secondo Dragonetti, le parole della presidente sarebbero punibili come reato di istigazione a delinquere. Perché? Semplice: la Boldrini con quelle frasi avrebbe chiesto agli italiani di compiere un atto anti-Costituzionale, perché la sovranità appartiene solo al popolo e non può essere certo delegata completamente a organi sovranazionali come la Ue

"La mia denuncia che in realtà voleva essere una provocazione - precisa Dragonetti a Il Tempo- si è rivelata una sorta di piede di porco che ha aperto un vaso saturo. Gli italiani, anche quelli che non hanno un preciso ideale politico, sono stanchi di dover subire. Stanchi di dover lottare per la sopravvivenza quotidiana. Non si tratta di essere razzisti o pacifisti. Come può un pensionato di 80 anni pensare di denigrare chi è diverso per razza o religione? Il problema è che la nostra bella Italia non è in grado di sopportare un peso così grande. Non eravamo pronti per l'introduzione dell'Euro e non eravamo pronti per accogliere così tante persone". 

E ancora: "Siamo al default politico ma sembra che ancora nessuno lo abbia capito. Le forze dell'ordine, oramai sempre più prive di uomini e mezzi, vengono sbeffeggiate se provano a ristabilire un ordine. I magistrati denigrati se aprono inchieste sulle Ong. Insomma con l'avvento della Sinistra renzo-boldriniana si è pensato più alla tutela degli interessi delle caste che del vero motore della nostra nazione: il popolo che è e resta sempre Sovrano. Nonostante la signora Boldrini abbiamo provato a toglierci questo diritto". Ora la palla passa alla Procura che dopo l'apertura del fascicolo deciderà il d farsi.

Corte Ue: illegali i divorzi privati islamici. E in Tunisia le donne potranno sposare i non musulmani

repubblica.it

Secondo il giudice, chiamato a esprimersi sul ricorso di una donna siriano-tedesca, lo scioglimento unilaterale del matrimonio viola il principio di non discriminazione di genere sancito dalla Carta dei diritti fondamentali. Intanto, una nuova norma consentirà alle donne tunisine di sposare finalmente chi vogliono

Corte Ue: illegali i divorzi privati islamici. E in Tunisia le donne potranno sposare i non musulmani

Lo scioglimento unilaterale del matrimonio islamico davanti a un tribunale religioso non è da considerarsi legale: la Corte di Giustizia dell’Unione europea si esprime sui cosiddetti divorzi privati musulmani, dopo il ricorso di una donna siriano-tedesca. Secondo il giudice della Corte Ue, i cosiddetti divorzi privati islamici violano il principio di non discriminazione di genere sancito dalla Carta dei diritti fondamentali, in quanto (in base alla sharia) sono soltanto i mariti a poterli richiedere. Non vanno inoltre riconosciuti entro i confini dell’Unione europea, poiché pronunciati senza la decisione di un’autorità giurisdizionale o pubblica con effetto costitutivo.

Protagonista della vicenda finita sul banco della Corte di Giustizia Ue, è la coppia siriano-tedesca formata da Soha Sahyouni e Raja Mamisch, entrambi residenti in Germania: nel 2013, il marito si è recato in Siria per chiedere il divorzio dalla moglie e il suo rappresentante ha pronunciato la formula di rito davanti a un tribunale religioso. Successivamente, la donna ha sottoscritto una dichiarazione nella quale “riconosceva di avere ricevuto tutte le prestazioni che, secondo la normativa religiosa, le erano dovute in base al contratto di matrimonio e a causa del divorzio unilaterale del marito, liberandolo da ogni obbligo nei suoi confronti”.

Di rientro in Europa, l’uomo ha chiesto il riconoscimento del divorzio in Germania, ottenendolo davanti al Tribunale regionale superiore (Oberlandesgericht) di Monaco di Baviera, che ha applicato il regolamento Roma III dell’Unione europea, che consente alle coppie internazionali di designare in anticipo, di comune accordo, la legge applicabile al divorzio o separazione personale. Un provvedimento però contestato dalla moglie, che ha portato il tribunale tedesco ad adire la Corte di Giustizia europea.

A differenza del legislatore tedesco, la Corte europea ha però giudicato il regolamento non applicabile, perché il tribunale religioso non appartiene a un Paese e il divorzio è stato garantito unicamente sulla base di una dichiarazione d’intenti dell’uomo. Inoltre, «il diritto siriano non conferisce alla moglie le medesime condizioni di accesso al divorzio concesse al marito». Pertanto, i divorzi richiesti in tali circostanze non andrebbero mai riconosciuti dagli Stati membri dell’Unione europea. 

In Tunisia, intanto, una nuova norma sancisce una libertà finora negata alle donne: da oggi potranno finalmente sposare chi vogliono, una possibilità vietata da una legge del 1973, che fino a ieri permetteva loro di unirsi in matrimonio unicamente con musulmani. La nuova legge porta la firma del ministro tunisino della Giustizia, Ghazi Jeribi, per il quale il divieto finora applicato va contro la Costituzione, ma anche contro gli accordi internazionali sottoscritti dalla Tunisia.

La svolta arriva dopo il discorso pronunciato in agosto dal presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, durante la Festa della Donna, in occasione della quale ha dichiarato di voler giungere all’uguaglianza assoluta tra i due sessi attraverso due proposte, che hanno scatenato accese polemiche nel mondo musulmano.

La prima è stata la creazione di una Commissione delle libertà individuali e dell'uguaglianza, incaricata di stilare un rapporto sulle riforme necessarie per arrivare alla parità, nel rispetto della Costituzione del 2014 e delle norme internazionali dei diritti umani. In cima alle questioni da affrontare, l’uguaglianza della donna sul piano ereditario. La seconda proposta era appunto la revisione della circolare del 5 novembre 1973 che impediva alle tunisine di scegliere chi sposare.

Una libertà che va ad aggiungersi a un altro importantericonoscimento dei diritti delle donne tunisine: l'approvaizone della legge contro la violenza di genere e lo stop alla norma che consentiva il matrimonio riparatore, una sorta di "perdono" per gli stupratori, abolito in estate.

Fossi

lastampa.it
jena@lastampa.it

D’Alema, Bersani, Speranza, Epifani, Scotto, D’Attorre, Stumpo, forse arriva anche Fratoianni… Fossi in Pisapia tornerei a fare l’avvocato.

Genova, profughi "schedati" per colpire le onlus negligenti

ilgiornale.it
Anita Sciarra

Profughi "schedati" a Genova: il Comune vuole vederci chiaro sull'attività delle onlus che usano fondi pubblici



Profughi "schedati" dalla polizia municipale "per colpire le onlus negligenti". Il Comune di Genova ha scelto questa strada per verificare se le associazioni che hanno in carico i migranti, con i fondi messi a disposizione dallo Stato, stiano realmente portando avanti i programmi di integrazione.

Come spiega l'assessore comunale alla sicurezza, Stefano Garassino, in un'intervista a Repubblica: "Il fenomeno dell'accattonaggio degli immigrati davanti ai supermercati e a ogni angolo delle strade, sta assumendo proporzioni enormi: sono dappertutto. Forse è questione di poca attenzione da parte di qualche onlus, ma abbiamo anche il sospetto che qualcuna, diciamo poco seria, se ne stia approfittando e non faccia seguire il percorso di inserimento sociale, pensando solo a incassare soldi pubblici. Dei contribuenti".
 
L'amministrazione ha deciso di creare un database e inviare report periodici alla prefettura, dopo una serie di controlli di routine effettuati dalla polizia municipale.

I vigili hanno notato che molti giovani richiedenti asilo politico dormono spesso per strada o chiedono l'elemosina anche per tutta la giornata, mentre dovrebbero essere nei centri di accoglinza. "Arrivano alle 8 di mattina e se ne vanno alle 8 di sera. Lo Stato paga per il loro vitto e alloggio. Devono seguire dei corsi di integrazione, di alfabetizzazione, di educazione civica. Imparare l'italiano e l'inglese. Invece, molti di loro passano le giornate a non fare niente. Come mai?", si chiede l'assessore Garassino, nell'intervista a Repubblica.

Così, la polizia municipale ha iniziato a raccogliere una serie di dati (quante volte un profugo è stato identificato, in che punto della città e cosa stava facendo) che vengono periodicamente trasmessi all'ufficio immigrazione della prefettura. Se c'è un caso sospetto, scattano le verifiche. "Sia chiaro che non si tratta di una caccia all'immigrato - conclude l'assessore Garassino -, ma solo un tentativo di fare chiarezza su alcuni aspetti dell'accoglienza. Il nostro lavoro si limita a uno screening, spetta alla prefettura verificare se le associazioni rispettano i bandi. Non a noi. Un letto per dormire però può significare anche speculazione. La maggior parte delle associazioni compiono bene il loro lavoro, ce ne sono alcune su cui nutriamo seri dubbi".

Giappone, i villaggi fantasma rivivono coi giovani contadini

lastampa.it
 cristian martini grimaldi

Il governo ripopola l’Hokkaido pagando i 20enni per trasferirsi in campagna


Molti giovani partiti per un’esperienza temporanea, spinti dagli incentivi hanno deciso di traslocare

Solo pochi anni fa i giornali lanciavano l’allarme: «moltissimi villaggi del Giappone rischiano di sparire per sempre». Si parlava di oltre 200 comunità già scomparse nel primo decennio del nuovo secolo, in particolare si puntava il dito sulla provincia di Hokkaido, dove quasi il 10% delle città era a rischio estinzione. A chi addossare le colpe? A tutti quei giovani che si trasferivano in massa nelle grandi città per realizzare le proprie ambizioni professionali.

Poi, complice anche il disastro nucleare di Fukushima, le cose hanno iniziato a cambiare. È maturata una consapevolezza più profonda sulle responsabilità verso l’ambiente, parole come «sostenibilità» e «slow life» hanno preso a circolare in un Paese che sino a quel terribile disastro del 2011 aveva già pianificato la costruzione di altre centrali atomiche per soddisfare il futuro fabbisogno energetico.

E ancora i tanti, troppi scandali di morti da superlavoro (karoshi), da sempre nervo scoperto del Giappone moderno, sono stati il detonatore di un nuovo rivoluzionario trend: lo chiamano con un inglesismo «downshift», ovvero il passaggio da uno stile di vita economicamente gratificante, ma iper-stressante, a uno meno ambizioso ma per altri versi più soddisfacente. Da quel momento i villaggi popolati di soli anziani immersi nelle valli di montagna e destinati a un lento tramonto hanno cominciato ad attirare proprio quei giovani che venivano additati come la principale causa del loro declino.

Un decennio fa il piccolo villaggio di Iketani, di soli 13 abitanti, circondato da foreste nel cuore della prefettura di Niigata stava per scomparire. La situazione era diventata disperata dopo che un forte terremoto aveva colpito la regione danneggiando strade e campi agricoli. Gli anziani avevano deciso per la loro sopravvivenza di traslocare in un altro villaggio e abbandonare la terra protetta da generazioni dai loro antenati. Ma il terremoto, piuttosto che un colpo di grazia, si è rivelato una benedizione: ha infatti portato giovani volontari in soccorso dei residenti, i quali dopo aver sperimentato tutti i vantaggi di una vita di campagna, non ultimo la qualità dei rapporti umani che lega l’intera comunità, hanno deciso di restare, tanto che dieci anni dopo il numero degli abitanti è più che raddoppiato.

A favorire il cambiamento di sensibilità a livello politico ed aiutare i piccoli villaggi a sopravvivere, c’era stato nel 2008 il Furusato Nozei, l’istituzione della «tassa per la città natale». È diventato possibile donare denaro alla propria città natale e ridurre le imposte per l’importo donato.

Ma perché i giapponesi dovrebbero donare soldi ai piccoli comuni? Per senso di appartenenza e la soddisfazione di compiere un gesto di alto valore civico. Non è un caso che i bambini delle scuole medie imparino a memoria la canzone «furusato», i cui diritti appartengono ancora al ministero dell’Educazione che l’aveva creata nei primi anni del ‘900: «Non possiamo dimenticare il nostro villaggio», dice il testo, «sia la pioggia sia il vento mi ricordano il mio caro villaggio; dopo aver coronato il mio sogno voglio poter tornare nel mio piccolo villaggio!».

Non solo il Furusato Nozei, ma nel 2009 era nato anche il progetto Chiiki Okoshi Kyryoku-tai (cooperazione per lo sviluppo delle aree rurali), che aveva l’obiettivo di far sperimentare la vita di campagna a centinaia di giovani volenterosi, questa volta però con un cospicuo viatico finanziario. Se all’inizio il programma aveva faticato a prendere quota (solo 89 partecipanti il primo anno) il passa parola attraverso i social lo ha reso popolare e già nel 2013 gli aderenti erano quasi 1000. Lo scorso anno 4000. Ma la vera notizia è che più della metà dei giovani (tra i 20 e i 30 anni) partiti per fare un’esperienza temporanea di vita «alternativa» hanno invece finito per restare.

La tassa a favore dei piccoli villaggi è stata l’humus che ha permesso alla retorica ambientalista, lontana dai problemi della gente, di materializzarsi in una terapia miracolosa per l’agonizzante Giappone rurale. Molti piccoli centri dimenticati hanno registrato un enorme aumento di turisti e un modesto incremento della popolazione. Hokkaido è oggi una delle prefetture che ha incassato di più grazie alle nuove politiche. Denaro che, sperano i 5 milioni di abitanti della regione, verrà reinvestito in infrastrutture e servizi.

lunedì 18 settembre 2017

Noli, polemica per la targa dedicata a ragazzina uccisa dai partigiani: l'Anpi: "Era fascista"

liberoquotidiano.it

Noli, polemica per la targa dedicata a ragazzina uccisa dai partigiani: l'Anpi: "Era fascista"

È polemica a Noli, piccolo comune del savonese, per l'iniziativa di Enrico Pollero, consigliere comunale di centrodestra, di ricordare Giuseppina Ghersi, ragazzina di 13 anni violentata e uccisa dai partigiani con una targa nella piazza dedicata ai fratelli Rosselli. La storia della tredicenne di Savona uccisa pochi giorni dopo la Liberazione ritorna d'attualità e stavolta fra le polemiche, come scrive Il Secolo XIX.

"Dopo aver letto la storia di Giuseppina Ghersi ho pensato che bisognava fare qualcosa per ricordare una bambina di 13 anni uccisa senza motivo. Per ricordare lei, non chi ha combattuto dalla parte sbagliata" racconta il consigliere secondo cui "dall'altra parte non c'erano solo criminali e disgraziati". Pollero punta a una "vera riappacificazione" sostenuto dal sindaco della cittadina del ponente ligure, medaglia d'oro della Resistenza. La targa dovrebbe essere inaugurata il prossimo 30 settembre. L'associazione partigiani è subito insorta. "Siamo assolutamente contrari. Giuseppina Ghersi era una fascista.

Protesteremo con il Comune di Noli e la prefettura" dice Samuele Rago, presidente provinciale dell'Anpi, "eravamo alla fine della guerra , è ovvio ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili", spiega. Parole da cui ha preso le distanze Bruno Spagnoletti, dirigente Cgil in pensione. "Non riesco a capire come si possa giustificare l'esecuzione di una bambina di 13 anni", ha affermato.

Il lato amaro del cioccolato, le foreste spazzate via per far posto alle piantagioni illegali di cacao

lastampa.it

Allarme dell’organizzazione ambientalista Mighty Earth: l’altissima richiesta sta causando una massiccia deforestazione in alcuni Paesi africani come il Ghana e la Costa d’Avorio



La produzione del cioccolato consumato in tutto il mondo sta causando una massiccia deforestazione in alcuni Paesi africani come il Ghana e la Costa d’Avorio, dove gli alberi vengono spazzati via per far posto a coltivazioni illegali di cacao. A lanciare l’allarme è l’organizzazione ambientalista Mighty Earth, che pubblica il rapporto «Chocolate’s Dark Secret».


AP

Stando all’indagine, «una grande quantità di cacao usato nel cioccolato prodotto da grandi industrie dolciarie - tra cui Mars, Nestlé, Hershey’s, Godiva - è stato coltivato illegalmente in parchi nazionali e altre aree protette del Ghana e della Costa d’Avorio, i due più grandi produttori mondiali di cacao».

In alcuni parchi nazionali, denunciano gli ambientalisti, oltre il 90% dei terreni è stato convertito in piantagioni di cacao. «Solo il 4% della Costa d’Avorio rimane densamente coperto da foreste, e l’approccio “laissez faire” delle compagnie del cioccolato ha portato a una vasta deforestazione anche in Ghana».



L’impatto negativo è anche sugli animali. In Costa d’Avorio, si evidenzia nell’indagine, la deforestazione ha ristretto l’habitat degli scimpanzé a piccole aree, mentre la popolazione di elefanti si è ridotta ad appena 200-400 esemplari.

Napoli ricorda i 100 anni dalla Grande Guerra

lastampa.it
antonio emanuele piedimonte

Le bombe sganciate dai tedeschi, la canzone che diventerà (per tre anni) inno nazionale, i soldati feriti affidati al medico-santo Giuseppe Moscati: la città ricorda eroismi, sacrifici e ferite con una due giorni di eventi


L’LZ 127 Graf Zeppelin, lo zeppelin più famoso

La notte in cui uno Zeppelin bombardò Posillipo e la Galleria, la nascita della canzone di E.A. Mario che diventerà l’inno nazionale italiano, il futuro santo Giuseppe Moscati alla guida del Reparto ospedaliero militare. Nell’anniversario della prima guerra mondiale Napoli ricorda quei giorni di eroismi e sacrifici con una due-giorni organizzata dal Corpo della Croce rossa militare italiana insieme con il Museo delle arti sanitarie di Napoli. Si comincia alle 11 di venerdì 15 settembre con l’omaggio ai caduti e a chi si prese cura dei tanti feriti con la mostra “La Croce rossa nella Grande Guerra”, allestita nel cortile del complesso monumentale degli Incurabili, per secoli il più grande ospedale del Meridione. L’esposizione, che sarà visitabile sino a dicembre, conduce il visitatore tra gli oggetti della drammatica quotidianità di quei difficili anni.

Un percorso che va dall’assistenza sanitaria che i soldati ricevevano nel nosocomio (dove venivano inviati direttamente dalla prima linea) a quella garantita nei tanti ospedali da campo, antesignani di quelli che qualche decennio dopo si chiameranno Mash (“Mobile army surgical hospital). Ma anche, grazie alla lettura delle cartoline inviate dal fronte, la testimonianza dello strazio patito da mamme, sorelle, mogli e fidanzate che avevano i loro uomini nelle lontane trincee del Piave e delle Alpi orientali (in tutta Italia furono mobilitati milioni di giovani). Turbamenti che si fonderanno con i sentimenti scatenati da una canzone che da Napoli arrivò a rimbombare sulle prime linee italiane e contribuì non poco alla riscossa italiana, come ricorderà Armando Diaz: «La vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale».

QUEL “PIAVE” NAPOLETANO CHE FU INNO NAZIONALE ITALIANO
“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio/ dei primi fanti il ventiquattro maggio;/ l’esercito marciava per raggiunger la frontiera/ per far contro il nemico una barriera!”: ancora oggi si ricordano più queste che le parole di Mameli, frutto del genio artistico di E. A. Mario, al secolo Giovanni Ermete Gaeta, cresciuto nel borgo di Sant’Antonio Abate, cuore della Napoli più popolare, nel retrobottega di una barberia (era la casa di famiglia), il quale, tra canzoni, poesie, prose e saggi finirà con il conquistarsi un posto nell’empireo dei grandi autori e compositori italiani.

Repubblicano e massone come molti intellettuali del tempo, aveva scritto “La leggenda” sull’onda emotiva seguita alla disfatta di Caporetto, trasformando l’amarezza in uno “tsnumani” di orgoglio e patriottismo che un suo amico napoletano, il cantante Raffaele Gattordo (nome d’arte Enrico Demma), portò nelle trincee con la sua voce (combatteva nelle fila dei bersaglieri).

I versi accompagneranno anche la storica vittoria della “Battaglia del Solstizio”, come la chiamò Gabriele D’Annunzio (circa 240mila morti nei due schieramenti). Nell’epico scontro, che cambiò le sorti della guerra, rimase ferito anche Ernest Hemingway che, diciottenne, si era arruolato volontario con la Croce Rossa come autista di ambulanze. Nel 1943 la canzone del Piave fu adottata come inno nazionale italiano tra il 1943 e il ’46, e senza l’opposizione di De Gasperi (offeso perché il poeta napoletano non aveva voluto scrivere un brano per la nascente Democrazia cristiana) non sarebbe non stato sostituito da Mameli.

LO ZEPPELIN DEL PRIMO BOMBARDAMENTO AEREO SU NAPOLI
Tra gli oggetti esposti – grazie anche al contributo di alcuni collezionisti privati e alla disponibilità dell’Asl Napoli1 e della Regione Campania – si fa notare una scheggia di una bomba, una di quelle che caddero sulla città nella notte tra il 10 e l’11 marzo 1918, sganciate da un dirigibile Zeppelin della Marina imperiale tedesca. In quello che fu il primo aereo bombardamento aereo su Napoli gli aviatori teutonici fecero tutto con la consueta diligenza – il lungo viaggio dalla base in Bulgaria, il posizionamento a 4800 metri di altitudine (al di là della portata dei cannoni antiaereo e delle fotoelettriche) – tranne i calcoli necessari a centrare e distruggere i bersagli.

E così le tonnellate di esplosivo invece di finire sugli stabilimenti bellici dell’area flegrea esplosero su Posillipo, i Quartieri Spagnoli, la zona dei Granili, piazza del Municipio, via Toledo (danneggiando tra l’altro due chiese, la Galleria Umberto I, un ospizio di suore).

Solo sulla via del ritorno gli ordigni dell’aeromobile colpirono l’Ilva di Bagnoli, che era tra gli obiettivo del raid. Il bilancio fu di diciotto morti e un centinaio di feriti, meno grave di quanto si era temuto ma da quel momento la popolazione vivrà nel costante terrore di altri attacchi aerei. Anni dopo un’inchiesta appurò che un allarme aereo era partito dalla costa adriatica ma il comandante della contraerea napoletana dormiva e nessuno lo svegliò (finirono tutti sotto processo). Inoltre, come rivelerà l’onorevole Chiesa in un intervento al parlamento, anche il centralino del Comune rimase muto e perciò non si riuscì a far interrompere l’illuminazione cittadina.

GIUSEPPE MOSCATI, UN MEDICO-SANTO PER I SOLDATI FERITI
Forse anche in memoria di un fratello militare morto per una caduta da cavallo, all’inizio del conflitto bellico Giuseppe Moscati aveva fatto richiesta di poter andare al fronte per dare il suo contributo alla patria. Domanda rigettata perché il medico napoletano (d’adozione) era già una leggenda vivente e non si voleva correre il rischio che potesse accadergli qualcosa. Il futuro santo fu perciò dirottato alla direzione del Reparto medico militare, che venne allestito nella stessa cittadella sanitaria dove aveva studiato da studente, si era formato e ora dirigeva un reparto come primario: gli “Incurabili”, sulla collina di Caponapoli.

E sfogliando i registri del nosocomio si scopre che Moscati si occupò personalmente di ben 2524 soldati, salvando la vita a molti di essi sia con la diagnosi giusta (era uno dei suoi “doni”) sia evitando di farli tornare al fronte perché troppo compromessi fisicamente o psicologicamente. C’è da considerare anche che le autorità militari, sapendo di poter contare su un fuoriclasse della medicina, fecero inviare all’ospedale napoletano molti feriti gravi e con loro anche diversi soldati nemici (la lontananza dal fronte diminuiva le possibilità di spionaggio).

LE CELEBRAZIONI: INCONTRI, CONCERTI, TESTIMONIANZE
Oltre ai vertici della Croce rossa, dell’Asl, della Regione e del Museo delle arti sanitarie, alla Alla kermesse interverranno anche la nipote di E.A. Mario, Delia Catalano, gli allievi del Conservatorio musicale “San Pietro a Maiella”. E, grazie a una sinergia attivata tra il Provveditorato agli Studi e il museo, anche gli studenti delle scuole (si comincia con l’istituto tecnico “Volta”), che nei tre mesi potranno assistere a reading, perfomance e convegni scientifici sul tema della guerra. Appuntamento clou di sabato 16 (alle 18), invece, sarà il concerto della Banda militare del Centro di mobilitazione tosco-emiliano della Croce rossa. Spiega il professor Gennaro Rispoli, medico-chirurgo e fondatore e direttore del Museo delle arti sanitarie:

“Innanzitutto ai più giovani vogliamo ricordare non solo le brutture della guerra ma anche la generosità e la professionalità mostrata nell’accoglienza ai feriti. E rammentare la figura di Moscati, il ruolo di grande responsabilità che il futuro santo svolse con rigore e umanità agli Incurabili. Testimonianza importante – conclude – è pure quello della musica, che divenne un supporto fondamentale per battere prima del nemico la nostalgia di casa e l’angoscia dell’assalto. I versi della ricca produzione canzonettistica partenopea riecheggiano con intatta potenza la voglia di pace di una gioventù che non poté vivere il suo tempo”.

Totani o calamari? Il fatto non sussiste, ma si torna in aula

ilmattino.it
di Cristina Cennamo



Il danno e la beffa per  Enrico Schettino, amministratore della catena di ristoranti Giappo che in Campania ha aperto 12 ristoranti che danno lavoro ad oltre 100 giovani. Dopo essere stato assolto perché il fatto non costituisce reato, leggi un processo penale che si è concluso come spesso accade con un nulla di fatto, l'imprenditore si è visto incolpare ad un anno di distanza per l'opposta ragione che rappresentava, per assurdo, la sua prima difesa.

«Un anno fa, esaminando tra  cento campioni - racconta Schettino sul suo profilo Facebook - il personale della Asl riscontrò che un'insalata proposta come di calamari sarebbe stata, invece, di totani. Ovviamente, non potevo saperlo: il prodotto ci viene fornito come calamari, con etichettatura precisa sul nome ed il fornitore, una multinazionale che esporta in tutti i continenti non aveva mai ricevuto questa eccezione da nessun'ente sanitario mondiale. Per l'Asl, però, trattavasi di frode».La differenza, a ben vedere, è minima. Le tipologie sono similari nell'aspetto, appartenendo alla stessa famiglia, anche se il prezzo varia.

Il prodotto infatti, spiega ancora Schettino, si presenta sminuzzato e già condito con un colore differente dal naturale: impossibile percepirne la differenza, anche all'occhio dello chef più esperto. Soltanto tramite un laboratorio di analisi è possibile individuare questa differenza. Forte di una laurea in legge e di una carriera da avvocato alle spalle, Schettino è ricorso quindi alle vie legali assistito dai legali Savarese e Valenti e nel corso del processo il pubblico ministero, ascoltati i testi ed esaminate le prove documentali ha concluso per l'assoluzione stante l'assoluta mancanza di responsabilità dell'imputato mancando l'elemento della consapevolezza: il Giudice ha deciso quindi per l'assoluzione ritenendo che il fatto non costituisce reato.

Tutto è bene quel che finisce bene, insomma. Peccato che poco prima della sentenza l'Asl di competenza abbia riesaminato lo stesso prodotto, nello stesso locale. Il menù era stato adeguato alle analisi del primo rilievo, la dicitura calamari sostituita con totani. Ma il secondo esame ha accertato che quello stesso prodotto, servito da un fornitore diverso ma con identica confezione e sembianze, sono effettivamente calamari. E sul menù ormai era riportata una dicitura differente. Si aprirà, quindi, un altro processo in cui, a pagarne le spese, è l'imprenditore? Una beffa in piena regola, insomma, che ha suscitato naturalmente l'ilarità dei tantissimi che hanno appreso dal web le vicissitudini legali dell'imprenditore.

«Non ho nulla contro l'Asl - conclude Schettino - che ha svolto solo il proprio lavoro ma in un settore così delicato quello della cucina giapponese, in cui viene trattato pesce crudo, andrebbero tutelati i clienti così come gli esercenti professionisti, mettendo in riga gli improvvisati. Noi di Giappo siamo attentissimi: facciamo formazione al nostro personale, teniamo corsi professionali di cucina giapponese e non abbiamo mai avuto alcuna segnalazione in oltre dieci anni di attività».

La legge del 416 bis compie gli anni. Denunce, arresti e detenuti non calano

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camilla cupelli


Totò Riina è un “condannato eccellente” per associazione mafiosa, considerato ex capo di Cosa Nostra

Denunce e arresti per l’associazione di stampo mafioso non calano significativamente nel tempo: è questa la fotografia restituita dai dati dell’Istat e della Direzione Investigativa Antimafia, che abbiamo analizzato in occasione dell’anniversario dell’approvazione della legge. Con l’ok definitivo del 13 settembre del 1982 la legge n. 646, conosciuta come “Rognoni-La Torre”, ha portato nel codice penale il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

I numeri
In base ai dati dell’Istat, il numero di denunce effettuato dalle forze dell’ordine all’autorità giudiziaria per 416 bis è andato progressivamente diminuendo tra il 2010 e il 2012, ma ha ricominciato a salire negli ultimi anni. Nel 2014 e nel 2015 si sono registrate rispettivamente 89 e 85 denunce, contro le 68 del 2012 e le 75 del 2013. Numeri comunque più bassi rispetto a un decennio fa: nel 2007 le denunce erano state infatti 140.

Per quanto riguarda i detenuti presenti nelle carceri, condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso, le cifre raccontate dall’Istat, invece, dipingono un quadro in peggioramento nel tempo. Mentre nel 2008 i detenuti per 416 bis erano 5.257, nel 2016 il numero è salito a 6.967 e, secondo i dati provvisori del 2017, aggiornati al 30 giugno, il numero arriva a 7.048.
Nel report semestrale della direzione investigativa antimafia si legge infine che nel 2016 le persone denunciate e arrestate per associazione a delinquere di stampo mafioso sono 2.619.

Se si aggiungono i soggetti denunciati e arrestati per 416 ter (scambio politico-mafioso) e condannati con aggravante del metodo mafioso (art. 7 D. L. 152/1991), la cifra sale a 4.792. Il dato più aggiornato sul sito del Ministero della Giustizia in merito ai procedimenti penali per delitti di criminalità organizzata di tipo mafioso è invece del 2013: si parla di un totale di 5.967 procedimenti contro noti e ignoti.

La legge n. 646
L’approvazione della legge venne accelerata dopo l’omicidio del segretario regionale siciliano del Partito Comunista Italiano, Pio La Torre, commesso il 30 aprile, e del prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, avvenuto il 3 settembre dello stesso anno. Nel testo si legge che «chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da due o tre persone è punito con la reclusione da tre a sei anni». L’associazione è considerata di tipo mafioso quando chi ne fa parte si avvale della «forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e omertà che ne deriva» per commettere delitti, acquisire attività economiche, concessioni, appalti pubblici o vantaggi, sia per sé che per altri.

Nelle recenti interpretazioni della giurisprudenza l’applicazione della pena per questo reato è stata allargata anche a forme non tradizionali di organizzazione mafiosa, ma che rispettano i requisiti del «vincolo associativo» e della condizione di «assoggettamento e omertà». Un caso esemplare è quello della mafia rumena a Torino: lo scorso giugno la Cassazione ha annullato le assoluzioni dall’accusa di associazione di stampo mafioso per i soggetti coinvolti nell’omonimo processo e ha ordinato un nuovo processo in Corte d’appello, proprio tenendo conto della nuova interpretazione giurisprudenziale. 

Rischia il fallimento l’autostrada “lumbard”

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michele sasso

Pedemontana, il tribunale decide sulla richiesta dei pm. Costi lievitati a 5 miliardi, il traffico non riesce a ripagarli


Il nastro d’asfalto dell’autostrada Pedemontana attira poco traffico rispetto alle previsioni. Fra i motivi: il costo troppo alto del pedaggio e il mancato collegamento diretto fra gli aeroporti di Milano Malpensa e di Bergamo Orio al Serio

Il sogno dell’autostrada tutta «lumbard» per collegare Varese e Como con Bergamo si sta trasformando in un incubo davanti al tribunale di Milano. La sezione fallimentare deciderà in questi giorni se accogliere la richiesta della Procura di dichiarare il fallimento della Società Autostrada Pedemontana Lombarda, ultimo presidente (gratis) Antonio Di Pietro. Un sogno di grandeur infrastrutturale fortemente voluto dalla Lega Nord di Umberto Bossi e Roberto Maroni che, come governatore, ha messo la faccia per costruire l’opera pubblica più controversa e cara d’Italia.Per completarla sarebbero necessari oltre 5 miliardi di euro. Costi che, a detta dei pm Filippini-Pellicano-Polizzi, che mesi fa hanno aperto un’inchiesta per falso in bilancio, la società non sarebbe in grado di fronteggiare:

«I bilanci evidenziano uno squilibrio finanziario della società che risulta sovraccaricata, quantomeno dal 2012, dal peso dell’indebitamento. Non vi è ancora oggi alcuna regolamentazione su tempi, modalità di finanziamento ed esecuzione dell’opera pubblica». Prorogare l’agonia della Pedemontana significa far lievitare anche i costi per i contribuenti. La lingua d’asfalto da 87 km (più 70 di viabilità locale) nasce in teoria in «project financing», cioè con il contributo maggiore a carico dei privati che, in cambio dello sforzo per la costruzione, incassano i pedaggi per 30 anni. Ben presto però si è scoperto che da una spesa iniziale di 4,1 miliardi si è saliti a 5 miliardi, bruciando tutto il finanziamento pubblico di 1,3 miliardi per appena un terzo dei lavori. E non c’è traccia di finanziatori o soggetti disponibili ad entrare nel capitale della società controllata da Regione Lombardia.

Finora Pedemontana spa si è difesa affermando che «nessun creditore ha mai manifestato criticità», ma dal 2011 si reggono su un prestito-ponte delle banche garantito proprio dal Pirellone. Soldi pubblici per soddisfare una mobilità su gomma già obsoleta. Troppo ottimistiche le stime di traffico e troppo onerosi i primi cantieri: le due tangenziali di Varese e Como e i 22 km da Lomazzo a Cassano Magnago (il paese di Bossi) hanno assorbito tutto. E la sequela di errori non finisce qui: manca il cuore del progetto, il collegamento tra gli aeroporti di Malpensa e Orio al Serio, che avrebbe consentito di incassare il pedaggio nella tratta più trafficata e rimanere a galla.

Anche i prezzi non hanno aiutato: percorrere la A59 tra Villa Guardia e Acquanegra (alle porte di Como) costa 62 centesimi. Altri 1,01 euro per la tangenziale di Varese. Totale tra i due capoluogo 4,71 euro. Per camion e autobus un conto al casello da 10 euro. Troppo per appena trentacinque chilometri. Sono prezzi superiori del 44 per cento rispetto alle stime iniziali che hanno disincentivato anche il traffico giornaliero: appena 31mila veicoli, invece dei 62 mila previsti.

Anche il sistema di pagamento “Free flow” si è rivelato un boomerang: niente caselli. Basta il telepass o l’applicazione per saldare il pedaggio. Peccato che il 25 per cento delle auto che sfrecciano non paghi. Addirittura 2 milioni gli svizzeri insolventi. E la scelta di inviare via posta gli avvisi di pagamento si è rivelata tragicomica: lo scorso gennaio sono stati trovati negli acquitrini di Albairate e Rosate, nell’hinterland milanese, 20 mila solleciti affidati ad una società di spedizioni palermitana. 

E dire che il governatore Roberto Maroni da varesino doc voleva riuscire dove in tanti avevano fallito e finalmente collegare la sua città con Bergamo senza passare da Milano. Tanto da non far pagare il pedaggio come «regalo in occasione di Expo 2015» ed evitare problemi alla circolazione nei sei mesi della manifestazione. Finita però la kermesse si è tornati alla normalità, con costi fuori controllo. I pedaggi più alti del Paese hanno scatenato le proteste dei sindaci che dopo il danno di cantieri aperti per anni, si sono ritrovati anche con la beffa del traffico scaricato sulle strade locali. La linea di Maroni rimane però quella dell’autostrada ad ogni costo, in previsione delle elezioni regionali della prossima primavera.

Nascono gli “ambulatori popolari” per stranieri, poveri e clandestini

lastampa.it
michele sasso

Per chi vive nel limbo della mancanza di documenti, ottenere una diagnosi o un certificato è un dramma, per questo alcuni medici si autofinanziano e curano chi non ha nulla.



Fa ancora caldo alle 7 di sera a Milano. Ahmed aspetta paziente il suo turno. Ha 27 anni ed è arrivato dall’Algeria da otto mesi, ha una brutta ferita alla mano e le uniche parole che conosce in italiano sono «Dottore, male». È in fila per essere visitato all’ambulatorio medico popolare di via dei Transiti.

A metà tra i popolosi e multietnici quartieri di via Padova e viale Monza, assiste gratuitamente tutti gli abitanti della zona, soprattutto migranti senza permesso di soggiorno. La fuga dalla sanità di base colpisce soprattutto gli “irregolari”: chi non ha la tessera sanitarià né il medico di base né tantomeno il codice Stp (straniero temporaneamente presente) che dà diritto alle cure di urgenza del Pronto soccorso e basta.

Pochi medici di base conoscono questo codice e ancora meno tra le comunità di nuovi arrivati. Risultato? Niente prescrizioni per esami o visite e addio prevenzione. Per chi vive nel limbo della mancanza di documenti anche un certificato o una diagnosi è un dramma. Occupano gli ultimi gradini della scala sociale e il diritto alla salute è un optinal per loro. Chi può va a farsi curare in stazione centrale dall’ambulanza della Croce Rossa, oppure nel centro per i migranti di via Sammartini. 

Tanti, tantissimi dimessi dopo l’ospedale o donne che hanno appena partorito approdano negli spazi affianco alla casa occupata dal centro autogestito Transiti 28. Ottocento ogni anno, quasi 20 mila persone curate dal 1994. Altre esperienze simili a Bologna e Napoli e piccoli sportelli ovunque c’è un centro sociale.

«Siamo nati più come progetto politico che come assistenza vera e propria, con l’idea di chiudere subito con l’estensione delle cure a tutti. È successo esattamente il contrario e oggi i migranti hanno meno diritti e noi siamo ancora qua», racconta la fondatrice dell’associazione ambulatorio medico popolare Francesca Di Girolamo. Nel frattempo, dopo anni di tentativi di sfratto, hanno trovato un accordo con il proprietario dello stabile e dal 2012 versano un affitto di 150 euro al mese. E per autofinanziarsi in programma hanno anche cene, presentazioni di libri e collette.

È la risposta dal basso alla mancanza di cure, una “sanità alternativa” che non tiene conto dei documenti di soggiorno che spinge i sette medici e altrettanti volontari dell’associazione nata su misura ad aprire questo spazio di appena 40 metri quadrati ogni lunedì e giovedì, dalle 19 a quando si finiscono le visite. Ancora Di Girolamo: «Ci sono sere che non c’è nessuno ed altre che arrivano 30 pazienti. Non facciamo ricette perché non possiamo, medichiamo e distribuiamo solo farmaci che ci hanno donato. Cerchiamo di indirizzare le persone, spiegare i propri diritti e nei casi più gravi chiamare l’ambulanza».

In più di vent’anni di attività sono cambiati anche i pazienti: fino a dieci anni fa erano persone del Maghreb, oggi sono soprattutto bengalesi che vivono nei dintorni. «Molti di loro vendono fiori ai semafori o tra i banchi del mercato. Condividono il letto con altre persone, vivono in tanti nello stesso appartamento. In queste condizioni di igiene precaria è facile che si presentino con dermatiti, allergie o un mal di schiena cronico dopo 14 ore di lavoro», spiega Pietro, 27 anni e una specializzazione in medicina d’urgenza.

Nello stesso piccolo spazio dell’ambulatorio negli anni sono spuntate altre iniziative: il telefono viola per parlare del disagio sociale e un consultorio tutto dedicato alle donne: cicli di incontri, contraccezione d’emergenza, informazioni sull’interruzione di gravidanza. Da un anno è in stand-by ma le volontarie sperano di riaprirlo «coinvolgendo altre donne, ginecologhe, ostetriche». Gode invece di ottima salute il progetto “Spampanato”, spazio psicologico di mutuo aiuto grazie all’idea di una psicologa argentina, Lulù. Non è terapia ma è uno scambio di sostegno psicologico per favorire l’integrazione tra chi è ancora spaesato.

Il senso di tutte queste ricette dal basso lo spiega Rosa, 33 anni, medico al Policlinico e volontaria: «Concettualmente è giusto e bello fare il medico per tutti. Per questo non è accettabile che la sanità non sia un diritto universale. Non possiamo negare la salute in nome del rispetto delle regole».