domenica 18 febbraio 2018

Viaggio nel feudo campano dei Dei Luca, dove il seggio va di padre in figlio

espresso.repubblica.it
di Susanna Turco, foto di Gianni Cipriano per L’Espresso

Parenti in lista. Fedelissimi. Signoria assoluta. Un sistema clientelare blindato. A Salerno il governatore è tutto. E nel Cilento c’è Franco “frittura” Alfieri a fare incetta di voti

Viaggio nel feudo campano dei Dei Luca, dove il seggio va di padre in figlio

Nell’attesa che Piero De Luca, figlio d’arte, s’affacci in Parlamento, al quale è predestinato grazie alla candidatura blindata col Pd, alla campagna elettorale ci pensa papà il governatore. Come avviene per quasi tutto il resto. In queste elezioni dove, sul dorso della Campania, sbalzano come da un legno ritorto gli snodi politici che attraversano il resto del Paese - dalla prova post grillina di Luigi Di Maio candidato a Pomigliano d’Arco, fino alla battaglia tra le anime di Forza Italia sulle spoglie-non-spoglie di Silvio Berlusconi, passando per gli impresentabili in lista e il tramonto dei partiti - è proprio il sistema De Luca a raccontare una linea di frontiera.

Del Pd renziano, ma non solo. Parenti in lista. Signorie assolute. Regionalismi. Fedeltà senza cedimenti. Nostalgie di mondi di una volta, mescolate a un populismo che tiene fuori tutti gli avversari. Come raccontano ad Agropoli, a proposito del deluchiano di ferro Franco Alfieri, l’ex sindaco ormai detto «re delle fritture» per una battuta di De Luca sulla sua capacità a fare clientela, anche lui pronto a sbarcare alla Camera: «Non esistono i grigi, o stai con lui, o contro. E se non stai con lui, sei fuori».

A questo giro di valzer, il sistema fa un passo ulteriore. Con le accortezze del caso. A quattro settimane dal voto, ad esempio, in giro per la regione De Luca junior, 37 anni, avvocato, imputato, e candidato - detto da taluni salernitani «Giovane Favoloso» con un qualche rassegnato sarcasmo - non si trova da nessuna parte. Fa riunioni a porte chiuse in hotel degni di un film di Matteo Garrone, campagna elettorale quasi blindata, concessioni ai media col contagocce: ai quotidiani locali ha dato una triplice intervista nel giorno della discesa in campo; con l’Espresso si è reso inafferrabile («siamo dovuti scappare», l’ultima involontaria ammissione dell’ufficio stampa dopo giorni di inseguimento).In fondo, a mostrarsi troppo, ha tutto da perdere.

Vincenzo (De Luca) m'è padre a me

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Al contrario, De Luca senior, Vincenzo detto Enzo, già sindaco di Salerno modello faraone egizio, dal 2015 governatore, è prontissimo e onnipresente. Conferenze stampa, accordi, benedizioni, taglio di nastri. La campagna elettorale la fa lui. Eccolo a Marcianise, provincia di Caserta, assistere al librarsi in volo degli otto droni che controlleranno la Terra dei fuochi (40 milioni di euro l’investimento).Eccolo inaugurare la posa della prima pietra per l’ampliamento - da 150 a 400 posti letto, progetto da 80 milioni di euro - dell’ospedale privato di Pineta Grande, a Castel Volturno, di nuovo provincia di Caserta. Terra che fu di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario berlusconiano che ha condanne non definitive per 25 anni complessivi, ritenuto fra l’altro dai giudici di primo grado referente nazionale del clan dei Casalesi.

Collegio, questo di Caserta, dove il primogenito del governatore, De Luca junior, nel listino proporzionale del Pd, è secondo i pronostici destinato ad essere eletto. Una zona della quale il padre parla volentieri. «Un territorio meraviglioso, Caserta, lasciatemi un momento parlare di Caserta: era una delle regioni orfane, oggi sta avendo mai come prima una attenzione straordinaria dal governo regionale», gorgheggia col suo tono baritonale De Luca senior, davanti agli amministratori, al suo pubblico, ai suoi elettori. Un’attenzione concreta, da persona che conosce il valore di una frittura così come quello di una «rivoluzione»: dai «600 posti letto in più per Caserta nel nuovo piano ospedaliero appena approvato dalla Regione» (cioè da lui), fino ai «quasi 200 privati che hanno risposto alla chiamata» (la sua) «e sono pronti a investire sul litorale domizio 5 miliardi e 200 milioni», perché «voi neanche riuscite a immaginare le decine di migliaia di posti di lavoro che possiamo ricavare», conclude fregandosi le mani.

Piena applicazione, insomma, di quel comandamento - «fare la clientela come Cristo comanda» - enunciato alla perfezione a una settimana dal referendum del dicembre 2016. Ora attivo ed operante in una Campania dove De Luca si appresta a fare qualcosa di inedito: non tanto mandare avanti il rampollo, quanto riuscirci stando ancora nel pieno del potere. «Solo Umberto Bossi lo aveva fatto», nota Isaia Sales in un intervento sul Mattino dedicato ai «figli di», nel quale di De Luca manca solo il cognome. Piero De Luca come Renzo Bossi. Dopo il Trota, il Triglia. Erede di una Dynasty che oltre a lui prevede il fratello minore Roberto, assessore al Bilancio a Salerno e predestinato anche lui a salire.

Insieme con una manciata di fedelissimi, posizionati a vari livelli, dal comune al Parlamento.Dove sia il Pd , in tutto ciò, lo dice la geografia meglio di tutto. Nella sede di Salerno, al primo piano di un edificio nascosto alla strada, le tapparelle sono abbassate, la porta chiusa. È giorno pieno, in sezione dominano i neon e il deserto. Sono previste riunioni per la campagna elettorale? «Se vuol lasciare il numero di telefono», è la gentilissima e laconica risposta dell’unica sentinella del fu presidio democratico. Del resto è da anni che De Luca interpreta maggioranza e opposizione, in un sistema che viene descritto come «militarizzato», in cui qualsiasi dissenso interno è ormai scalzato via.



Poco lontano, nella centrale via dei Principati, è in corso una riunione mezza carbonara dei De Luca, al comitato di Piero. C’è il padre, i due figli, il sindaco Enzo Napoli facente funzioni di De Luca al comune, ulteriore notabilato di contorno. Parlano dietro i finestroni di un ex negozio di abbigliamento, al primo piano. I passanti dello struscio li guardano, da sotto in su, come si fa al passaggio delle statue dei santi in processione. «Noi siamo innamorati di Enzo De Luca, e siamo sicuri che votare il figlio sarà come votare il padre», sillaba una signora piena di perle. E sono pochissime, nei bar come tra i giovani dell’università, le voci che si discostano. E quando il consenso manca, vien sostituito da un silenzioso imbarazzo, in questo sud dove la famiglia fa le veci del partito.

«Vincenzo m’è padre a me»: ricordano adesso che, giusto alla chiusura della campagna da governatore, un grosso manifesto ispirato a “Miseria e nobiltà” anticipava così l’oggi. Vincenzo, magari averlo per padre. Quattordici casi di candidature familiari solo in Campania (e non solo del Pd). «Un andazzo che si adatta questa fase fatta di partiti che sono semplici emanazioni del centro e dei potentati locali», e dove «l’abbassamento della qualità politica ha reso le famiglie più audaci nel proporre i rampolli», nota ancora Sales. Dicono in città che De Luca abbia trattato il suo pacchetto di fedelissimi direttamente con Renzi.

E quando si è dovuto chiudere, ha mandato il figlio assieme con la segretaria regionale Pd Tartaglione, in modo che ci si ricordasse di tutto. Il risultato, magnifico. Lui, De Luca jr, rinviato a giudizio nel crack Ifil (ma l’udienza prevista per fine gennaio è appena slittata al 14 marzo, cioè dopo il voto, per indisposizione di un componente del collegio) oltre che a Caserta è candidato all’uninominale a Salerno: sarà nella stessa scheda col ministro dell’Interno Marco Minniti, capolista al proporzionale. Un accostamento che nel Pd salernitano alcuni - in camera caritatis - confessano trovare stridente; «Fa venir voglia di votare Grasso», confessano.

A ogni buon conto, appresso a Minniti c’è Eva Avossa, 25 anni da vicesindaca di Salerno, pronta a fare da segnaposto anche in Parlamento. Al Senato uninominale c’è Tino Iannuzzi, la cui fede deluchiana è alla base della deroga che si è fatta per poterlo ricandidare. A sud di Salerno, blinda il Cilento un fedelissimo ormai dotato di una sua notorietà. È Franco Alfieri, il capo staff che giusto De Luca inchiodò a un destino, volendo elogiare la sua capacità di «fare la clientela» con una battuta sulle «fritture di pesce» che ormai lo insegue («Sta cercando le fritture?», ironizza adesso persino il cameriere che serve crocchette all’inaugurazione di un suo comitato elettorale).



In effetti Alfieri, un De Luca di ascendenza diccì, è abituato al plebiscito, proprio come il governatore. All’inaugurazione del suo comitato a Vallo di Lucania campeggia in rosso una gigantografia della mappa del suo collegio. Novantasei comuni, che lui vuol conquistare tutti: nuovo record dopo essere stato il sindaco più giovane d’Italia a Torchiara, e il più votato con oltre il 90 per cento ad Agropoli, governata direttamente per dieci anni, e indirettamente sia prima che dopo.Indagato, processato, ma sin qui sempre alla fine assolto o prescritto, Alfieri ha anche in questo una storia simile a De Luca.

Adesso la sua candidatura ha fatto infuriare pure Antonio Vassallo, figlio del sindaco pescatore Angelo, ucciso con nove colpi di pistola nel 2010. «È indegna, il Pd non usi più il nome di mio padre», aveva attaccato Vassallo jr contro Alfieri, accusandolo di non aver ascoltato le denunce del padre su un caso di appalti sospetti, all’epoca in cui era assessore della provincia. Lui si dichiara estraneo, comunque è determinato a lasciarsi quella storia alle spalle: «C’è chi mi avversa? Se ne farà una ragione», risponde messo alle strette, con la spietatezza della verità. Il Pd è questo. Il 76,5 per cento che De Luca mobilita a favore di questo o quel segretario. Lui, loro. E chi lo avversa se ne fa una ragione. Il partito è lui, sono loro, Renzi attira poco, il Pd ancora meno. Persino il «notoriamente clientelare» Afieri potè poco quando in ballo c’era il referendum di Renzi.

«Ci provai, ma non ci fu niente da fare nemmeno ad Agropoli». Pensano la stessa cosa gli amministratori locali del Pd che sono andati asentire De Luca jr, in un incontro a porte chiuse all’Hotel Vanvitelli di Caserta, tra i divani in velluto rosso, i lampadari in vetro di murano alti dodici metri, le riproduzioni della primavera di Botticelli. Il partito sono loro, altroché: «Renzi non lo devo nemmeno nominare, altrimenti la gente smette di ascoltare» si confidano l’uno con l’altro dopo la riunione, davanti a un aperitivo. Mentre parlano del figlio, «che però non è come il padre».

In Russia alla scoperta di Jasnaja Poljana, la casa museo dello scrittore Tolstoj

lastampa.it
Andrea Battaglini


Scruttoi e inchiostro (foto di Andrea Battaglini)

In genere le case-museo degli scrittori sono piuttosto squallide, noiose o di fatto false e inconsistenti soprattutto quando sono allestite con regia esponendo presunti oggetti e arredi in teoria appartenuti all’autore ma in realtà provenienti da brocanter della zona, e più o meno d’epoca. Raramente restituiscono il sapore e l’atmosfera che ci si aspetta e ci si figura. Così è, in parte, anche per la casa di Tolstoj a Mosca.



Gli esterni della casa museo (foto di Andrea Battaglini)


La casa dei giardinieri oggi (foto di Andrea Battaglini)

Sarà invece il viaggio in treno dalla magnetica ma convulsa capitale che conduce, anche se solo a duecento chilometri di distanza, nel mezzo della silente e ipnotica campagna russa in inverno distesa tra grandi silenzi bianchi che fanno letteratura o sarà l’emozione di visitare la casa di un incomparabile e abnorme “forza dell’intelletto e della natura” artefice di una scrittura universale, ma la maison di Jasnaja Poljana dove Tolstoj visse e stese anche la Karenina e Guerra e Pace richiama il corteo di fatti, gli episodi salienti, gli aspetti minuti della vita quotidiana che perpetuano le avventure, le crisi e il pensiero di Lëvočka, come era affettuosamente chiamato Lev Nikolaevič.



Di un genio nato proprio qui 190 anni fa, in una “roccaforte letteraria inaccessibile” acquattata a 12 chilometri a sud ovest di Tula. Per non dire della sua tomba: un tumulo d’erba senza croce nel “posto della bacchetta verde” in una parte della “foresta del Vecchio Ordine” proprio in mezzo alle betulle che, conforme alla sua concezione di vita e di morte, integrano verticalizzandolo il paesaggio. Da brividi.


La tomba di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


La tomba di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)

“Seppellitemi là dove sarò morto nel cimitero più modesto, se accadrà in una città, e nella bara più a buon mercato come si farebbe per un mendicante” scrisse il 27 marzo del 1895. Da tempo famosissimo morirà lontano, nella stazione ferroviaria di Astapovo, ma nella sepoltura sono state rispettate le sue volontà.  Nel giugno del 1921 la tenuta venne nazionalizzata e divenne formalmente il suo museo memoriale. Fu Alexandra Tolstaja, figlia dello scrittore, la prima direttrice del museo dedicato al celebre padre e per anni il direttore del museo è stato Vladimir Tolstoj, uno dei discendenti di Lev Nikolaevič. Il museo contiene gli effetti personali e i mobili, così come la sua biblioteca di ventiduemila volumi editati in trentanove lingue.




Lo studio con lo scrittoio di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


Lo studio con lo scrittoio di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)

La tenuta contiene la villa dello scrittore, la scuola da lui fondata per i figli dei contadini e un parco dove si trova la sua tomba disadorna. I Tredici figli di Tolstoi, di cui quattro morirono durante l’infanzia, nacquero a Jasnaja Poljana, sullo stesso divano di pelle verde dove aprì gli “occhi mobili” lo stesso Tolstoj e che si trova ancora nel suo studio accanto alla sua scrivania. “Quando visse e lavorò a Jasnaja Poljana, Tolstoj si svegliava alle sette del mattino, faceva esercizi fisici e camminava nel parco prima di iniziare la sua attività” racconta Elena Alekhina che cura le relazioni internazionali della casa-museo dove ogni mese si tengono letture filologiche e incontri scientifico-letterari.


La poltrona mobile di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)

Nella casa ospitò quasi tutte le più importanti figure culturali ed artistiche del suo tempo: Čajkovskji, Cechov, Turgenev, Gorkji, i pittori Valentin Serov e Ilya Repin. Non riuscì mai a incontrare Dostoevskji. Quello che sorprende è che l’atmosfera che aleggia negli interni della piccola dépendance della villa ereditata dalla madre principessa Volkonskaja e dove visse per quasi 50 anni, sprigiona il sapore di una casa ancora vissuta, abitata non dalle babuške che vigilano sui visitatori ma da Lev medesimo e dalla moglie Sof’ja Andreevna; sembra di sentire i litigi tra l’autore di “Resurrezione” e Sof’ja irritata per il suo egoismo, per la sua fissazione per il popolo “amato di un amore ardente” che lo allontanava dalla famiglia e che le fece scrivere “ …se solo potessi ucciderlo e creare al suo posto un altro uomo identico a lui, lo farei volentieri” (Diari, 16/XII/1862).


La camera da letto di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


La camera da letto della figlia di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


Seconda camera da letto (foto di Andrea Battaglini)

O ancora: “Stanotte non riusciva a dormire, è schizzato via dal letto e si è messo a camminare avanti e indietro nel salone respirando affannosamente e intanto, ovviamente, mi lanciava accuse feroci” ( S.A. Tolstoja, Diari 16/XII/1890). Voci e pensieri che rimbalzano tra i ritratti di I.N. Kramskji e di Repin, tra i piatti apparecchiati nella sala da pranzo dove campeggiano orologi a pendolo e ben due pianoforti e la camera da letto monacale sul cui tavolo è rimasta la copia dei Karamazov che stava leggendo prima di abbandonare segretamente Jasnaja nell’ottobre del 1910 per morire in viaggio, ammalato, poco dopo.


Sala da pranzo con i ritratti di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


Sala da pranzo con i ritratti di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)

A proposito del tavolo da pranzo… giova ricordare che la cucina apprezzata dallo scrittore era semplice, modesta rispetto a quella consumata dalla famiglie nobili dell’epoca. Levocka non amava pasti abbondanti come risulta dai libri di ricette della moglie: i nomi dei piatti, in francese che allora era la lingua usata dalla nobiltà russa, risultano altisonanti (mele à la Dophine, fagiolini à la maître d’Hotel, salsa pomme d’amour, pollo à la majonaise) ma di fatto erano pietanze facili da cucinare. Negli ultimi vent’anni poi lo scrittore divenne vegetariano anche se mai rinunciò a uova e latticini.

Campeggia anche un macchina da scrivere Remington che non utilizzò mai. Non a caso tutto è rimasto intatto: la famiglia vi abitò fino al 1919 e nel 1921 quando fu nazionalizzata grazie a Kalinin nulla cambiò. Durante l’occupazione nazista la nipote di Tolstoj, Sof’ja Alexandra ottenne due vagoni per caricare libri, mobili e oggetti salvandoli nella Siberia occidentale. Ancora oggi le didascalie, pochissime e in russo, risalgono alla notte dei tempi.

sabato 17 febbraio 2018

L’intelligence Usa contro Pechino: “Non comprate telefoni cinesi”

ilgiornale.it
Roberto Vivaldelli

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Accantonata ufficialmente la War on Terror, Russia e Cina sono tornate a essere gli “avversari” prediletti degli Stati Uniti, le grandi potenze che cercano di sfidare l’egemonia americana nel mondo. Ad ufficializzarlo è stato lo stesso presidente Donald Trump nel suo primo discorso strategico sulla sicurezza nazionale pronunciato il 18 dicembre scorso: “Russia e Cina mirano a rendere le economie meno libere e meno corrette, ad accrescere la loro forza militare, a mettere sotto controllo l’informazione e i dati per reprimere le loro società ed espandere la loro influenza”, affermò The Donald, accantonando, almeno in parte, le velleità isolazioniste della campagna elettorale.

Una guerra che si combatte soprattutto a colpi di battaglie cibernetiche, come dimostrano le parole dei sei direttori delle agenzie di intelligence pronunciate durante un’udienza pubblica al Senato, i quali hanno ufficialmente sconsigliato l’uso degli smartphone dei produttori cinesi Huawei e Zte da parte dei consumatori americani. Secondo l’intelligence Usa, infatti, gli smartphone prodotti in Cina sarebbero impiegati da Pechino per azioni di spionaggio e non sarebbero sicuri.

La guerra Usa contro gli smartphone cinesi

Le preoccupazioni sulla potenziale minaccia rappresentata dagli smartphone cinesi, in gran parte prodotti da uno dei principali concorrenti di Apple, Huawei, sono state espresse martedì durante un’udienza al Senato dinanzi all’Intelligence Comittee. A testimoniare c’erano i capi di sei agenzie di intelligence – Christopher Wray dell’Fbi, Mike Pompeo della Cia, Michael Rogers dell’Nsa, il direttore dell’Intelligence Nazionale (Dni) Dan Coats, Il capo della Defense Intelligence Agency (Dia) Robert Ashley e quello della National Geospatial Intelligence Agency Robert Cardillo.

Il timore degli Stati Uniti è che la Cina voglia sostituire gli Usa come “la nazione più potente e influente sulla terra” e uno dei mezzi impiegati da Pechino per minare l’egemonia di Washington sarebbe, secondo l’intelligence americana, quello di inondare il mercato statunitense con i suoi smartphone. “La mia principale preoccupazione oggi è rappresentata dalla Cina, e in particolare da aziende cinesi come Huawei e Zte Corp, le quali hanno legami profondi e diretti con il governo di Pechino”, ha detto il presidente del Senator Intelligence Committee Richard Burr.

I sei capi dell’intelligence contro Pechino

Tutti i direttori delle agenzie di intelligence americane hanno ampiamente sostenuto le tesi di Burr.  “Siamo profondamente preoccupati del rischio che qualsiasi azienda o entità legata a governi stranieri che non condividono i nostri valori possa guadagnare posizioni di potere all’interno della nostra rete di telecomunicazioni”, ha osservato Chris Wray, direttore dell’Fbi.“Tale posizione permette di esercitare pressione o controllo sulla nostra infrastruttura e offre la possibilità di condurre campagne di spionaggio”.  “Questa è una sfida che nel tempo non potrà che essere sempre più difficile”, ha aggiunto il direttore dell’Nsa, l’Ammiraglio Michael Rogers.“Bisogna analizzare a lungo e a fondo delle aziende come queste”, ha aggiunto.

Huawei e il mancato ingresso nel mercato Usa

In una nota ufficiale, Huawei ha sottolineato di “monitorare gli sviluppi al Congresso”, ma non ha commentato direttamente l’audizione del comitato dei servizi segreti. La società cinese ha evidenziato la sua posizione dominante in molti mercati al di fuori degli Stati Uniti, in cui i suoi telefoni superano Apple, come i paesi dell’Europa centrale ed orientale. “Operiamo in 170 paesi in cui c’è piena fiducia da parte dei governi e clienti e i nostri prodotti non sono soggetti a rischi relativi alla cybersecurity più elevati rispetto ad altri fornitori”, ha affermato Huawei.

A gennaio, come riporta la Reuters, i legislatori del Congresso americano hanno promosso un’azione di lobbying contro At&t Inc, invitandola a tagliare i legami commerciali con Huawei e a opporsi ai piani dell’operatore telefonico China Mobile Ltd per entrare nel mercato statunitense. A causa delle forti pressioni ricevute da parte del governo, At&t è stata costretta a rivedere i suoi piani e la partnership con le aziende cinesi, che al momento non sono riuscite a penetrare nel mercato americano.

Corleone, i Riina non vogliono pagare le tasse. Le commissarie del Comune fanno scattare la diffida

repubblica.it
SALVO PALAZZOLO

Ninetta Bagarella e la figlia Lucia rischiano un pignoramento. La moglie di Provenzano ha invece già pagato due rate

Corleone, i Riina non vogliono pagare le tasse. Le commissarie del Comune fanno scattare la diffida
Ninetta Bagarella e il figlio Salvo, al funerale del boss Totò Riina

Totò Riina, il capo dei capi di Cosa nostra, è morto da quasi due mesi, ma i suoi cari non rinunciano ai sacri (e criminali) principi di famiglia. Le tasse non si pagano. Mai un Riina ha pagato allo Stato.E, adesso, la famiglia del boss non vuole proprio saperne di pagare la tassa sui rifiuti, con tanto di arretrati: la vedova, Ninetta Bagarella, deve circa 600 euro; la figlia Lucia, circa 400. Da settembre, le tre commissarie che reggono il Comune dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose hanno inviato più di un sollecito, il messo non è riuscito neanche a consegnare la cartella esattoriale.

Così, adesso, è scattata la diffida. Ultimo avviso. Se entro 120 giorni, non avverrà il pagamento, la pratica passerà automaticamente all’Agenzia delle Entrate, che provvederà – com’è prassi in questi casi – a un pignoramento o al blocco delle autovetture di proprietà dei morosi. A Corleone non era mai accaduto, nella precedente gestione del Comune era addirittura scattata una curiosa sanatoria fiscale per i mafiosi e le loro famiglie, che continuavano tranquillamente a non pagare le tasse.

Ora, invece, la musica è cambiata. E anche qualche famiglia di irriducibili si è adeguata alle regole.Ad esempio, la vedova dell’altro capomafia di Corleone, Bernardo Provenzano. La signora Saveria Benedetta Palazzolo doveva 1100 euro, ha chiesto di rateizzare e ha già pagato due quote. Un gesto che ha creato un certo scalpore in paese. Per gli onesti, un segno concreto di ritorno alla normalità. Totò Riina, invece, sarebbe andato su tutte le furie: non solo per il pagamento, ma anche di più per le rate. Lui, il capo dei cap,i lo ripeteva sempre negli ultimi tempi in carcere, negando di aver mai trattato con lo Stato: “Questo Provenzano è proprio un carabiniere, ma perché collabora con quella gente?”. Insomma, con lo Stato non si tratta. Neanche con una rata.

I Riina, invece, continuano a ripetere come un disco incantato di essere nullatenenti. E passano da un’intervista all’altra: le due figlie del padrino tengono a ribadire che non rinnegano il padre, e che nulla sanno dei tesori (mai sequestrati) di famiglia, quelli di cui il genitore parlava in carcere (“Se recupero pure un terzo di ciò che ho, sempre ricco sono”). Più che il toccante racconto di un figlio segnato da un triste destino, sembra il lucido messaggio da fare arrivare a qualcuno (i prestanome del tesoro?). Intanto, Lucia, accompagnata dal marito Vincenzo Bellomo, si è concessa di recente un'altra trasferta lontano dalla Sicilia: nel Bergamasco, a Riva di Solto, per una mostra dei suoi quadri, una mostra molto particolare, si poteva partecipare solo su invito di un'associazione locale. Ufficialmente, un'iniziativa di beneficienza. Sembra che un anonimo benefattore abbia offerto una grossa cifra.

San Valentino nel vicolo più romantico d’Italia dove i baci sono l’unico modo per attraversarlo

lastampa.it
noemi penna



Dall’odio, un’inno all’amore. Vicolo Baciadonne di Città della Pieve è ritenuto uno dei più romantici e stretti d’Italia. È stata creata per separare le proprietà confinanti di due vicini in perenne lite fra loro. Ma anno dopo anno è stata l’arguta fantasia popolare a cambiare il suo destino.Lo stretto tunnel non supera gli 80 centimetri di larghezza e costringe i passanti a incontri «molto ravvicinati», tanto da «sfiorarsi le labbra». Una caratteristica che ha commutato il vicolo da confine conteso a passaggio dell’amore, che ogni San Valentino diventa un punto di ritrovo per innamorati.



La conformazione urbanistica di questa cittadina umbra risale alla prima metà del Tredicesimo secolo, a quando l’antica Castel della Pieve, già sottomessa da Perugia fin dal 1188, si affermò come libero Comune. Ed è proprio nel suo borgo medievale che si trova il Baciadonne, il vicolo dell’amore, che anche quest’anno farà da cornice all’evento «Love Street», con tanto di contest fotografico su Facebook e Instagram con l’hashtag #vicolobaciadonne.



Il dedalo di vie di Città della Pieve è famoso in tutto il mondo. Si snoda tra via Fiorenzuola (la strada dei mercanti fiorentini), piazza di Spagna, piazza XIX Giugno (l’ex piazza del Mercato), e include due strade molto particolari. Si tratta di via del Barbacane, che deve il suo nome al rincalzo difensivo delle mura medievali prospicienti, e di vicolo Baciadonne, appunto, che s’incontra poco dopo l’oratorio di Santa Maria dei Bianchi, dove è conservata L’adorazione dei Magi del Perugino.



Il Baciadonne ha una larghezza variabile, che oscilla fra i 53 e gli 80 centimetri. Misure che lo rendono molto stretto, ma certo il vicolo più piccolo d’Italia. A detenere il record italiano è un vicolo del borgo di Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno. Non ha un nome ma è largo appena 43 centimetri, per poi restringersi più in alto sino a 38 centimetri. A contendersi il podio di quest’insolita classifica è anche la Ruetta di Civitella del Tronto, largo anch’esso 43 centimetri.



A livello mondiale, invece, il Guinness di strada più stretta del mondo spetta a Spreuerhofstrasse, a Reutlingen, in Germania, a una quarantina di chilometri da Stoccarda, che nel punto più stretto misura appena 31 centimetri.

Su Chrome arriva l’adblocker di serie, ecco come funziona

lastampa.it
ANDREA NEPORI

Da oggi sulla versione più recente del browser di Google sarà disponibile una funzione per il blocco delle pubblicità fastidiose che non rispettano gli standard della Coalition for Better Ads


Un’immagine dal sito del browser Google Chrome

Dopo l’annuncio ufficiale di giugno e i test condotti in beta nel corso degli ultimi mesi, oggi la nuova funzione per il blocco delle pubblicità arriva sulla versione pubblica di Chrome. L’adblocker di serie del browser di Google è diverso dai tradizionali plugin che già oggi si possono installare su computer e smartphone , perché è ottimizzato per filtrare soltanto le pubblicità ritenute troppo invadenti e fastidiose, ma non i banner e le inserzioni testuali più inoffensivi. Il giudizio sulla qualità degli annunci non è lasciato all’utente: il filtro è impostato sulla base dei “Better Ads Standards” elaborati dalla “Coalition for Better Ads”, un consorzio di settore di cui fa parte anche Google.

Controllo dei filtri
La presenza di un adblocker sul browser di un’azienda che nel 2017 ha incassato 90,5 miliardi di dollari dalla pubblicità online (il 71% circa del fatturato complessivo) è una contraddizione solo in apparenza. Il settore degli adblocker oggi è dominato da aziende e soluzioni open source che permettono il blocco indiscriminato degli annunci. Grazie alla popolarità di Chrome (market share del 63%, più di due miliardi di installazioni attive), Google può sperare di invertire la tendenza dominante, spingendo verso il filtraggio “leggero” delle pubblicità secondo i parametri decisi da un ente su cui esercita un controllo diretto.

“Il nostro obiettivo non è quello di bloccare le pubblicità; vogliamo invece migliorare l’esperienza d’uso per tutti gli utenti Web”, dicono da Google. “A febbraio il 12,42% dei siti che non rispettavano i Better Ads Standards hanno risolto le proprie criticità e ora passano il nostro controllo. È il risultato che speravamo di ottenere, cioè aiutare i siti a risolvere in maniera autonoma le esperienze pubblicitarie più invasive, a beneficio di tutti gli utenti Web”.

Quali pubblicità verranno bloccate
Per spiegare in maniera semplice quali tipologie di pubblicità verranno limitate dall’adblocker di Chrome, gli ingegneri di Google hanno pubblicato un’infografica con le tipologie di annunci ritenute più fastidiose sulla base delle ricerche della “Coalition”.



Tra gli annunci che non passano il filtro di Google sulle versioni desktop dei siti ci sono i pop-up, gli annunci con il conto alla rovescia che coprono i contenuti, i video che partono in automatico, i banner giganti impossibili da chiudere. Sulle versioni smartphone i siti devono evitare inoltre gli annunci a tutta pagina che limitano lo scorrimento e le pubblicità con immagini intermittenti, oltre a limitare la densità di annunci complessivi nella pagina.

Filtro a livello di network
Le pubblicità che non rispettano le indicazioni non verranno bloccate in automatico dall’adblocker di Google. Big G ha scelto un approccio moderato che passa per la valutazione della qualità degli annunci su pagine prese a campione, con l’assegnazione di tre possibili esiti: “passing”, se è tutto a posto, “warning”, se Google rileva pubblicità invasive, o “failing”, se dopo la segnalazione da parte di Big G il proprietario del sito non si adopera per rivedere la qualità dei propri annunci. I webmaster possono seguire la valutazione del proprio sito tramite la “Ad Experience Report API”. Maggiori dettagli sullo stato della qualità degli annunci sono disponibili inoltre nell’Ad Experience Report accessibile dalla Search Console (già webmaster tool) di Google.

Dall’azienda non hanno precisato tuttavia se questa valutazione potrà influire anche sul posizionamento delle pagine nei risultati di ricerca. Al proprietario di un sito vengono dati 30 giorni dal momento della valutazione per risolvere le criticità riscontrate dai sistemi di Google. Nel caso ciò non avvenga, il sito finisce in una specie di lista nera e Chrome procederà a bloccare gli annunci presenti, compresi quelli distribuiti tramite DoubleClick o AdSense, due servizi pubblicitari di proprietà di Big G. All’utente che visualizzasse la pagina verrà mostrato un pop-up (somma ironia) con cui il browser avviserà del blocco del contenuto pubblicitario.

Dallo stesso pannello l’utente avrà la possibilità di visualizzare comunque gli annunci sulla pagina, disattivando il filtro automatico di Chrome per il sito visitato.

A processo l’ex gendarme del Papa che picchiava la moglie

lastampa.it
EDOARDO IZZO



Andrà a processo l’ex funzionario della Gendarmeria Vaticana (il corpo di polizia che si occupa anche della sicurezza di Papa Francesco) indagato con l’accusa di violenze fisiche e psicologiche sulla moglie, una giornalista di Tv2000. I due, sposati dal 2015, avrebbero visto vacillare il loro rapporto nel giro di poco. Tantissime le liti fino all’ultima, avvenuta a marzo scorso al termine della quale la donna stanca delle violenze perpetrate ha deciso di sporgere denuncia. Nello specifico in quella lite, il gendarme di 39 anni, avrebbe impugnato un martello minacciando la moglie di morte. 

Dalle carte emergono particolari inquietanti: il gendarme (ora espulso dal corpo) spesso «strattonava la moglie, spintonandola colpendola con schiaffi, pugni cagionandole lesioni», tutto aggravato dai futili motivi. Ma non basta. Il gendarme la offendeva in malo modo e la minacciava, addirittura in un’occasione con un martello. Il referto medico, citato negli atti descrive il «trauma cranico con ematoma regione frontale, frattura spina nasale, frattura costale destro arco lat. XI, frattura scomposta falange primo dito piede destro». Fratture che i medici hanno giudicato guaribili in 15 giorni.

Oggi il gip di Roma Lorenzo Ferri - sulla scorta delle indagini del pool antiviolenza dell’aggiunto Maria Monteleone - ha deciso per il rinvio a giudizio dell’indagato che, dopo essere stato espulso dalla Gendarmeria, sarà costretto ad affrontare il processo che inizierà il prossimo 13 giugno davanti al giudice Monocratico di Roma. 

Ci risiamo con i "compagni che sbagliano"

lastampa.it
Alessandro Sallusti



Che cosa lega lo scandalo delle molestie sessuali su donne disperate da parte dei volontari delle organizzazioni umanitarie a quello dei rimborsi grillini? Apparentemente nulla, ma non è così.
Entrambi i casi sono la prova che il moralismo è sempre merce avariata, quello che conta è solo la moralità dei singoli uomini. Ci hanno fatto credere che i volontari - soprattutto se terzomondisti - e i grillini sono santi per definizione, quasi per legge, e chi invece non condivide le loro tesi, dei poco di buono. Dividere gli uomini per come la pensano e non per quello che sono è razzista più che dividerli per il colore della pelle. E noi di destra, in questo senso, siamo alla stregua dei perseguitati.

Che differenza c'è tra il fascista di Macerata (pazzo) che spara agli immigrati e il comunista di Piacenza che attenta alla vita dei carabinieri? Perché quelli di CasaPound, ma anche la stessa Meloni, per alcuni sindaci di sinistra non possono sfilare o fare comizi in campagna elettorale mentre a Toni Negri, ideologo pregiudicato delle Brigate rosse e dei suoi assassini vengono spalancate le porte delle università per tenere lezioni ai nostri ragazzi?

Nei grillini, nelle organizzazioni umanitarie e nella sinistra c'è del marcio esattamente come in qualsiasi altro ambito. Ed è un marcio più pericoloso perché negato, mascherato, minimizzato dai mondi di appartenenza e purtroppo spesso anche dal sistema mediatico. C'è voluto l'avvento di Trump per rompere il muro di omertà che proteggeva l'immoralità e la violenza privata del magico mondo di Hollywood che per anni ha sostenuto i Clinton e la sinistra americana (altro che le cene eleganti e innocenti - di Arcore portate proprio da loro a simbolo dell'inferiorità etica della destra).

Questo giornale è nato per dare almeno una voce a chi non voleva sottomettersi alla falsa e pericolosa verità di Toni Negri. Nel nostro piccolo, anni dopo, continuiamo a farlo non accettando lezioni, tanto più di morale ed etica, da grillini e terzomondisti che, come dimostrano i fatti di questi giorni, urlano a «ladri», «fascisti» e «razzisti» solo per poter rubare e menare loro in santa pace o fare orge, con i soldi delle nostre donazioni, insieme alle donne di colore che dovrebbero salvare e redimere.
E non crediamo alla favola dei «compagni che sbagliano», usata ieri dai comunisti e oggi da Di Maio per non ammettere di essere ciò che erano e sono: incubatori di terroristi i primi, e di ladroni i secondi.

Nel Tunnel dell'amore dove la natura ha intrecciato ad arte il nascondiglio dei militari sovietici

lastampa.it
noemi penna



A Klevan, in Ucraina, la natura ha intrecciato ad arte alberi, piante rampicanti e arbusti formando un vero e proprio tunnel vegetale, ribattezzato, non a caso, il Tunnel dell’amore.  Attraversandolo si ha come la sensazione di esser inghiottiti dalla natura. D’estate la vegetazione è rigogliosa. In autunno il verde lascia spazio ai colori caldi mentre d'inverno si trasforma in un paesaggio cristallizzato, coperto di neve. Insomma, in ogni stagione, il Tunnel dell’amore rimane uno dei luoghi più suggestivi e romantici che esistano. Un verdissimo abbraccio lungo un chilometro fra le foreste dell’Ucraina, spettacolare esempio di architettura al naturale.




E pensare che si tratta di una creazione para-militare. Il verdissimo tratto di ferrovia si trova non lontano dal villaggio di Orzhiv, dove la linea si divide in due. Una porta a Klevan e l’altra a una base militare, attiva durante la Guerra fredda. Gli alberi sono stati deliberatamente piantati lungo i binari proprio per nascondere il trasporto di materiale militare. A fare il resto ci ha pensato la natura, trasformando un luogo di guerra nella patria degli innamorati.




E' anche per questo che il Tunnel dell’amore è una scoperta abbastanza recente. Ma in pochi anni è diventato un luogo amato dalle coppie, che vengono a passeggiare tenendosi per mano, per scambiarsi promesse d’amore e che lo scelgono come scenografia per il loro album di nozze.



Però fate bene attenzione: qualche treno passa ancora, anche se marcia molto piano. Generalmente trasportano tronchi di betulle provenienti da tutta l’Ucraina, portati a Orzhiv per essere trasformati in pannelli di compensato. Insomma, tutto surreale e fiabesco quanto vero e reale, proprio com'è l'amore.

Scoperta la beffa del tennista che non lo era

lastampa.it
stefano semeraro


AFP

Fidatevi dei giornalisti, non della prima cosa che leggete su internet. Dei giornalisti seri curiosi e tenaci come Ben Rothenberg, giornalista americano del New York Times che indagando e incrociando le notizie è riuscito a smascherare il caso del finto tennista macedone Darko Grncarov, che per mesi ha ingannato tutti – compresi Serena Williams, Martina Navratulova, l’Adidas e la BBC – spacciandosi per un giovane che dopo essere stato colpito da un ictus intendeva tornare a gareggiare.

Una storia commovente, di quelle che colpiscono il cuore, peccato che fosse totalmente falsa. Postando i suoi presunti progressi, i suoi falsi incontri e allenamenti con giocatori del calibro di Troicki e Simon, facendosi addirittura intervistare da qualche tabloid (l’inglese Metro), Darko si era conquistato tweet di ammirazione da parte dell’ex pro James Blake, ora diventato telecronista («spero di commentare tante tue partite importanti») e messaggi di incoraggiamento da parte dell’Adidas (che però ha specificato di non avergli offerto nessun contratto) e di Serena Williams.

Grncarov era stato anche abile ad assumere un profilo aperto verso le questioni sociali, dichiarandosi a favore dei matrimoni omosessuali, peccato che una volta partito il circuito di lui non comparisse traccia. Così Rothenberg ha iniziato a incuriosirsi e intervistando Troicki e altri ha scoperto quello che in realtà era un segreto di Pulcinella: Darko ha giocato solo un incontro da juniores, in Montenegro, perdendolo peraltro 6-0 6-0, tutto il resto è frutto della sua fantasia. Per carità, non una grande novità. Anche in ambiti ben più alti. Negli anni ’90 il romanziere e traduttore americano Frederic Prokosch pubblicò un affascinante libro di memorie, Voci (in Italia è tradotto da Adelphi), che raccontava dei suoi incontri e della sua familiarità con alcuni colossi della letteratura del

Novecento, da Hemingway a Nabokov, da Eliot a Brecht. Solo dopo decenni si è scoperto che Prokosch aveva inventato tutto o quasi. 

L’arte di ribellarsi

lastampa.it
Mattia Feltri

Qui, qualche tempo fa, ci chiedevamo a chi precisamente dovesse rendere giustizia il processo per il suicidio assistito di dj Fabo. Ce lo chiedevamo perché dj Fabo desiderava farla finita per scampare a sofferenze a lui insopportabili, e la madre e la fidanzata lo avevano assecondato non in un inno alla morte ma in un inno alla libertà, quella di preferire le tenebre all’irrimediabile strazio. Chi era la vittima di questa storia? Chi era stato offeso e meritava risarcimento?

E perché valutare una punizione a Marco Cappato, leader dell’associazione Luca Coscioni, costellazione radicale, se una vittima non c’è? Ora abbiamo capito a chi doveva rendere giustizia. Ieri la Corte d’assise ha sospeso il processo per chiedere alla Corte costituzionale se sia ragionevole giudicare un uomo, Cappato, che ne ha aiutato un altro, dj Fabo, a godere del diritto di rifiutare le cure in caso di malattia irreversibile o terminale, e del diritto al rispetto della persona, che comprenderebbe una fine dignitosa.

Ora tocca alla Corte, ma intanto abbiamo capito a chi si doveva rendere giustizia: a noi. Alla libertà di disporre della nostra vita se crediamo ci appartenga, e di non disporne se crediamo appartenga a Dio. E fin qui il processo è già servito a rendere giustizia a un’idea: quando si ritiene che la legge e la morale siano in conflitto, quando si ritiene che la legge non sia all’altezza della morale, non si scende in piazza mascherati sfasciando vetrine e bancomat, si fa molto di più: come Cappato si mette sul piatto la propria libertà per ottenere la libertà di tutti.

Medici senza Frontiere si autodenuncia: “Da noi 24 casi di molestie o abusi sessuali”

lastampa.it

Diciannove persone sono state licenziate, mentre gli altri membri del personale sono stati sanzionati in altri modi


LAPRESSE

Medici senza Frontiere ha reso noto che nel 2017 ha ricevuto segnalazioni su 40 casi di molestie nelle proprie strutture, 24 dei quali di abusi sessuali, che sono stati identificati da indagini interne dell’organizzazione.  Diciannove persone sono state licenziate, mentre gli altri membri del personale sono stati sanzionati in altri modi. Msf, mentre infuria la bufera su Oxfam, precisa che la «leadership si è impegnata inequivocabilmente a combattere gli abusi».

Nel 2017, rende noto l’organizzazione, c’erano più di 40.000 membri dello staff che lavoravano sul campo e ci sono stati 146 reclami o segnalazioni di reclami riguardanti «abuso di potere, discriminazione, molestie e altre forme di comportamento inappropriato». Msf sottolinea: «Ci aspettiamo che tutto il personale rispetti i nostri principi guida, come stabilito nella nostra carta», ossia «fornire assistenza alle popolazioni in difficoltà e rispettare il nostro codice etico professionale.

Per noi, questo significa non tollerare alcun comportamento da parte del nostro personale che sfrutti la vulnerabilità degli altri o dei dipendenti che sfruttano la loro posizione per guadagno personale».
Msf rileva poi che, «anche se le segnalazioni di abusi attraverso i nostri meccanismi di reclamo sono in costante aumento, i comportamenti scorretti continuano a essere sottostimati oggi».

Musei gratis anche ai cattolici

ilgiornale.it
Vittorio Sgarbi

I valori cristiani sono in crisi o minacciati. In Francia un prete è stato ucciso



I valori cristiani sono in crisi o minacciati. In Francia un prete è stato ucciso in chiesa.
La civiltà cristiana, come quella egizia, è universale. Dobbiamo anche noi favorire e rifondare appartenenza e identità. Per questo sono fondamentali i musei, che sono luoghi di formazione; e il primo obiettivo di ogni governo dovrebbe essere, per i musei pubblici, la gratuità dell'accesso, al di là del loro tema e della loro vocazione. L'investimento sulla bellezza e sulla cultura non può non riguardare gli istituti di formazione. Un museo statale è come una biblioteca, al servizio della conoscenza. Le preoccupazioni di Giorgia Meloni sono relative ad agevolazioni che sembrano, più che integrare, discriminare una parte di umanità per ragioni culturali e religiose, con il risultato di privilegiare i musulmani.

Considerando la loro distanza ed estraneità dalle nostre istituzioni e dai nostri musei, mi era sembrato che lo sconto alle coppie arabe, proposto dal direttore del museo egizio di Torino, fosse sulla giusta strada di una consapevole integrazione (in consonanza con il Museo egizio del Cairo). Ma trovo altrettanto, e più, coraggiosa la proposta che mi viene da ambienti cattolici, in tempi di crisi e di conflitti, di fare il medesimo sconto alle coppie cristiane in visita a musei di arte italiana, in larga parte di ispirazione religiosa. Ed è ovvio che la riduzione per chi si dichiara cristiano debba essere praticata anche dai Musei vaticani che, pur in un altro Stato, poggiano sulla città di Roma, capitale universale del cristianesimo.

Quanto si parla dei Leader del Centro-Sinistra su internet

lastampa.it
Pier Luca Santoro

In collaborazione con DataMediaHub, l’analisi delle conversazioni sul web relativamente ai principali schieramenti in corsa per le elezioni del 4 Marzo. Stavolta ci occupiamo di Renzi, Emma Bonino, Beatrice Lorenzin e gli altri


Dopo che la settimana scorsa abbiamo esaminato la presenza in Rete dei leader del centro-destra, proseguiamo quest’oggi il lavoro di analisi* delle conversazioni sui social relativamente ai quattro principali schieramenti in corsa per le elezioni del 4 Marzo approfondendo invece quelli del centro-sinistra. Prendiamo dunque in considerazione le citazioni, il passaparola, a partire dal 7 Gennaio, su Twitter, Facebook, Instagram, YouTube, Tumblr, Blog, Forum e Siti di News, relativamente a Matteo Renzi, Emma Bonino, Beatrice Lorenzin, Angelo Bonelli e Riccardo Nencini, e Philipp Achammer per il Südtiroler Volkspartei.

Matteo Renzi dal 7 Gennaio ad oggi totalizza 585.639 citazioni per un totale di 3.8 miliardi di impression potenziali, di quelle che gli addetti ai lavori definiscono le “opportunity to be seen”, ovvero le opportunità che il totale dei post hanno avuto di essere viste. Un dato da calibrare decisamente al ribasso poiché mediamente le visualizzazioni effettive si attestano attorno al 5%. Si tratta comunque di un esposizione mediatica online che si aggirerebbe dunque attorno a 190 milioni di visualizzazioni effettive.

Delle oltre 585mila menzioni il 13% ha un “sentiment” (le emozioni e le reazioni suscitate associate alle verbalizzazioni che lo citano) positivo mentre quello negativo si attesta ad oltre il doppio al 31%.  Le citazioni di Renzi sono prevalentemente associate al partito di cui è il leader con “Renzi e il PD” che raccoglie poco mento di un quinto (19.6%) del totale delle menzioni. Seguono “Renzi e Berlusconi”, in evidente riferimento alle ipotesi di “inciucio” con circa 81mila citazioni, pari al 14% del totale, e “Partito di Renzi” con un peso del 5%.

Tra le fonti più autorevoli che citano il Segretario del Partito Democratico nel periodo preso in considerazione troviamo un articolo di inizio anno del Wall Street Journal, uno di Reuters di fine Gennaio, e quello di The Economist della scorsa settimana. In tutti e tre i casi, seppur da prospettive diverse si parla del “crack”, del declino del PD. Infine, a titolo di curiosità, diciamo, si segnala che l’autore più prolifico in assoluto è tal Massimo che dedica a Renzi la bellezza di 1.531 tweet. Un’affezione che non è esattamente un atto di amore, per usare un eufemismo.



Meno di un quinto rispetto a quelle per Renzi le citazioni di Emma Bonino che tra il 7 Gennaio ed il 12 Febbraio si attestano a 104.662. 550 milioni le “opportunity to be seen”, così come definite, pari ad un valore effettivo stimabile in 27.5 milioni di visualizzazioni effettive. Dato quest’ultimo al quale, nell’analisi conclusiva di riepilogo complessivo, tenteremo di dare un AVE (Advertising Equivalent Value), ovvero un valore che indichi l’equivalenza se tale presenza ed esposizione mediatica fosse stata a pagamento attraverso la pubblicità tradizionale invece che grazie al passaparola in Rete e sui social da parte delle persone.

Le emozioni, i sentimenti specifici associati alle citazioni, che categorizzano i post sulla base della ricorrenza di sei categorie: Felicità, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Sorpresa e Paura, che citano la leader dei Radicali, vedono una netta prevalenza della felicità che pesa il 63% del totale delle sei tipologie di emozioni succitate. Ciononostante, anche in questo caso a prevalere è un “sentiment” negativo che pesa il 30% del totale delle citazioni contro l’11% di emozioni positive.

Si tratta di una costante che, oltre che per quanto riguarda Renzi, avevamo già evidenziato nell’analisi relativa ai leader della coalizione opposta e che parrebbe essere un orientamento generale, un “termometro” dell’avversità verso la politica, ed i politici, nell’insieme a prescindere dallo schieramento politico come, sia il Trust Barometer di Edelman nell’edizione 2018, pubblicato di recente, che le stime, che danno l’astensionismo tra 30 ed il 35% degli aventi diritto al voto, parrebbero confermare. Un segnale “forte” da non trascurare a meno di venti giorni dal voto mentre gli “indecisi” appaiono in deciso calo con l’avvicinarsi della data. Non a caso è proprio il termine “Votare” quello maggiormente associato alle citazioni di Emma Bonino.



Sotto le 100mila, a quota 71.644, le citazioni per la Ministra della Salute, leader di Civica Popolare ed alleata del PD, per un totale stimato di 20.5 milioni di visualizzazioni effettive. Ancora una volta a prevalere è un “sentiment” negativo che pesa il 30% del totale delle citazioni contro l’12% di emozioni positive. Al nome della Lorenzin il tema maggiormente associato è quello dei “Vaccini” e di “Bambini non Vaccinati” che nell’insieme pesano il 30% del totale dei post che citano la Ministra. 

Contrariamente a Renzi ed alla Bonino, alla quale il NYTymes pochi giorni fa ha dedicato un articolo in cui si chiede “Ha preso il cuore degli italiani. Ma riuscirà a prendere i loro voti?”, per la Lorenzin nessuna attenzione da parte delle edizioni online delle testate internazionali, ed è proprio un articolo di questo giornale tra quelli in cima alla classifica dei post maggiormente influenti che la riguardano. La ministra riceve, come nel caso di Renzi, “le attenzioni” di Massimo che le dedica 282 post nel periodo preso in considerazione. Una media di 7.8 post al giorno, che anche in questo caso non sono esattamente di affetto nei suoi confronti.

Anche i cluster, le aggregazioni tematiche, delle conversazioni sui social mostrano come in riferimento alla Lorenzin vi sia sempre una prevalenza del tema vaccini. Una connotazione estremamente specialistica che, seppur riguardi un tema rilevante quale la salute, non prenderà certamente il cuore degli italiani che solitamente nel periodo pre-elettorale badano ad aspetti più concreti, più tangibili, legati al loro portafoglio e dintorni, per dirla in una battuta.


Nettamente inferiore la visibilità in Rete e sui social di Angelo Bonelli e Riccardo Nencini, rispettivamente a capo dei Verdi e del Partito Socialista all’interno della lista Insieme, lista “ulivista” alleata del PD, che vede la presenza anche del “prodiano” Giulio Santagata. La lista, che di recente si è lamentata degli scarsi spazi concessi in televisione, dovrebbe, almeno, provare a sfruttare, nel senso positivo del termine, meglio i social nella campagna elettorale che, tra le altre cose ha sancito la definitiva scomparsa del manifesto elettorale come medium di propaganda.

2.257 le citazioni per Bonelli e addirittura sotto le 500 (426) quelle per Nencini. Unico “guizzo” il live su Facebook , grazie ad ANSA, del leader dei Verdi, che però anche in questo caso non pare raccogliere folle oceaniche, per usare un eufemismo. Del resto basta una rapida occhiata alle fanpage dei candidati dove tra olive all’ascolana e video che definire amatoriali è fargli un complimento, per vedere come l’engagement sia ai minimi termini. Non pervenuto Philipp Achammer pressoché inesistente in Rete e sui social.

Infine, come era già emerso dall’analisi della scorsa settimana, si conferma che nel complesso, per i post per i quali è stato possibile identificare il genere delle persone vi è una netta prevalenza maschile, a conferma, pare davvero, che la politica in Rete - e fuori? – sia “affare per uomini”.



[*] Analisi a cura di DataMediaHub , effettuata su dati The Fool/Crimson Hexagon. 

La funzione Protect di Facebook spia tutti i vostri movimenti

lastampa.it

Andrea Daniele Signorelli

Presentata come strumento per la sicurezza dei dispositivi mobile, è in verità un vero e proprio spyware che controlla gli utenti anche quando non usano il social network



Da un certo punto di vista, Facebook è già di suo un gigantesco spyware, che analizza e controlla tutti i nostri comportamenti sul social network per targettizzare la pubblicità che riceviamo sul newsfeed. Ma siccome i dati raccolti non sono mai abbastanza , il social network ha deciso di sfruttare uno strumento per la sicurezza come Protect – che trovate sulla app di Facebook cliccando prima sulle tre righe in basso a destra e poi scorrendo lungo la sezione “esplora” – per monitorare la nostra attività online in ogni momento, anche quando non usiamo la piattaforma fondata da Mark Zuckerberg.

Selezionando la voce Protect, venite infatti indirizzati sull’App Store o sul Play Store. Qui vi verrà chiesto di scaricare l’applicazione Onavo Protect (compagnia di cybersecurity acquistata da Facebook nel 2013), allo scopo di proteggere i vostri dati personali e garantirvi così la “serenità mentale” (come promesso nella pagina di presentazione). Onavo Protect è fondamentalmente una VPN (rete virtuale privata) in grado di avvisarvi, per esempio, se il sito che state per visitare è dannoso o la rete wi-fi alla quale siete connessi non è protetta.

Per fare questo, però, Protect raccoglie tutti i dati relativi al vostro comportamento su mobile. Nella descrizione della app in inglese si legge: “Per garantire questo ulteriore strato di sicurezza (...) Onavo raccogliere i dati del tuo traffico mobile. Questo ci aiuta a migliorare il servizio analizzando il comportamento sui siti internet, sulle app e i tuoi dati. Poiché siamo parte di Facebook, usiamo queste informazioni anche per migliorare i prodotti e i servizi di Facebook, conoscere quali prodotti e servizi hanno valore per gli utenti e creare esperienze migliori”.

Per gli utenti italiani, invece, scoprire le conseguenze in termini di privacy dell’utilizzo di Protect è praticamente impossibile: la descrizione dell’applicazione si limita a sottolineare in che modo Onavo garantisca la sicurezza, segnalando solo come fornisca “servizi analitici per sviluppatori”. Il social network di Mark Zuckerberg, quindi, non si accontenta più di conoscere tutto ciò che facciamo su Facebook, ma usa un VPN come testa d’ariete per spiare ogni nostro movimento su mobile. E se già è curioso che nella versione in inglese le precisazioni sul funzionamento di Protect siano sepolte in fondo alla descrizione, il fatto che nella versione italiana non siano proprio presenti è molto grave.

Guerra delle mance negli Usa

ilgiornale.it



Dare la mancia al cameriere di un ristorante è una regola non scritta accettata da tutti negli Stati Uniti. Una sorta di tassa implicita che permette, ai clienti, di misurare lo stato di “soddisfazione” per il servizio ricevuto, dandogli un valore economico. Al contempo assicura un sensibile ritocco di stipendio a favore dei camerieri. Se la mancia è molto bassa o non viene data, evidenzia la delusione da parte dell’avventore. “Tips are not an option” (le mance non sono opzionali), scrivono quasi tutte le guide per turisti, raccomandandosi di lasciarle sempre, tra il 15 e il 20% del conto, che però, è bene ricordarlo, non prevede la voce “coperto e servizio”.

Ma perché parliamo delle mance su questo blog? Come scrive l’Huffington Post l’amministrazione Trump starebbe valutando di cambiare le regole sulle paghe di chi lavora in bar e ristoranti, con una modifica che permetterebbe ai titolari di decidere come suddividerle tra il personale. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione, a cui evidentemente i camerieri si oppongono, perché verrebbero privati di una bella fetta del loro stipendio. A beneficiare delle mance sarebbe anche il personale che lavora in cucina: cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti e altre categorie che ricevono salari bassi. La redistribuzione delle mance può essere vista come una misura di sinistra (guadagnare meno, guadagnare tutti), che punta a ridurre le disparità salariali tra chi lavora nello stesso locale ma in posizioni diverse.

Tra chi beneficia della mancia e chi, invece, se la sogna, solo perché non si trova a contatto con i clienti. Ma è davvero una mossa di sinistra? Per capirlo vediamo cosa fece Barack Obama. Nel 2011 il Dipartimento del lavoro fissò una regola in base alla quale le mance ricevute appartengono ai dipendenti e non possono essere loro tolte, per girarle anche agli altri dipendenti. La mossa oggi allo studio punta a smantellare questo meccanismo, garantendo ai datori di lavoro di disporre delle mance a loro piacimento (suddividendole tra chi vogliono), purché ai lavoratori sia riconosciuta la paga minima federale (7,25 dollari l’ora).

I proprietari dei ristoranti potrebbero decidere di alzare volontariamente la paga minima ai loro dipendenti, perché in questo modo avrebbero la possibilità di mettere le mani sulle mance. Qualcuno, in effetti, già lo fa, anche se non potrebbe. La guerra è appena iniziata.

venerdì 16 febbraio 2018

Le spese olimpiche della Corea del Nord? Pagate da Seul

lastampa.it
Paolo Brusorio

L’annuncio del ministero dell’unificazione sudcoreano: altro passo verso il disgelo tra i due Paesi in conflitto



La Corea del Sud che paga le spese di viaggio ai nordcoreani: quella che doveva essere l’Olimpiade della guerra fredda, dei bottoni pronti da schiacciare ha preso i contorni di un infinito tavolo delle trattative. L’ultima riguarda il pagamento della spese alla folta delegazione di Pyongyang qui a PyeongChang, uno scioglilingua nato per sottolineare le differenze tra i due Paesi ma che in un futuro neanche tanto remoto potrebbe rivelarsi sorpassato: per la misione nordcoreana il ministero dell’unificazione di Seul avrebbe pagato 2,6 milioni di dollari, una spesa che comprende vitto e alloggio come si sarebbe detto una volta. Il gruppone tutto spesato comprende le cheerleader, l’orchestra, gli atleti del taekwondo impegnati nelle esibizioni, una delle quali anche a Casa Italia, e il personale che viaggia con loro. Sul quale è meglio non indagare

La folta delegazione, che appare e scompare nelle varie venues olimpiche, sarebbe alloggiata in hotel a cinque stelle intorno alla zona di Pyeongchang, il cuore dei Giochi, mentre i 22 atleti nordcoreani sono al villaggio a spese del Comitato olimpico internazionale, ha tenuto a far sapere il portavoce del ministero della comunicazione Baik Tae-hyun. Contempiraneamente lo stesso ministero comunica di non perdere di vista le sanzioni previste dalle Nazioni Unite per chi, in un modo o nell’altro, sostiene il programma di armamento di Kim Jong-sun. Sarà una lunghissima partita e a giocarla ovviamente non vedremo solo le due Coree, ma i passi fatti in una sola settimana di Olimpiade nessuno li avrebbe mai previsti. Nemmeno Donald Trump.

M5S, 10 coinvolti nel caso rimborsi. Di Maio assicura: via chi ha tradito

ilmattino.it



Per Luigi Di Maio questa storia sarà un «boomerang» che si ritorcerà contro gli altri partiti. Ma intanto nel giorno in cui l'eurodeputato David Borrelli, esponente di primo piano del Movimento e dell'associazione Rousseau, lascia il M5S, le liste di Di Maio perdono pezzi. Cinque parlamentari uscenti, di cui quattro candidati sono fuori dal M5S. Bel problema se e quando verranno rieletti. Ma non ci sta, il giovane capo dei 5Stelle, a farsi inchiodare dagli altri leader sulla croce delle mancate restituzioni di qualche parlamentare del Movimento.



ELENCO
E in soccorso arriva anche Beppe Grillo, a Roma per qualche ora. Poi, al ritorno, registra un video: «In fondo - dice - abbiamo donato 23 invece di 24. Ma dovete capire che queste dieci, dodici persone, chi sono non lo so, hanno una malattia che si chiama Sindrome Compulsiva di Donazione Retroattiva ed io la conosco bene questa sindrome perché colpisce anche molti genovesi. Ci siamo rimasti male, voglio dire, anche io ci sono rimasto male, tanti attivisti ci sono rimasti male, vorrebbero andare sotto casa di questi e far casino, lasciate stare».

Di Maio stamattina si recherà al Mef per chiedere un elenco più dettagliato dei versamenti. Ci sono cinque infedeli già ammessi dal M5S: Andrea Cecconi, Carlo Martelli, Maurizio Buccarella, Ivan Della Valle, Emanuele Cozzolino che annunciano di lasciare il M5S e altri cinque rivelati ieri sera dalle Iene. «La stragrande maggioranza è in regola», ricorda però Di Maio. Di prima mattina si presenta allo sportello bancario di Montecitorio in compagnia dell'inviato delle Iene e mostra le sue donazioni: in 5 anni 193.000 euro rimborsati e 177.000 da rinuncia a indennità da vicepresidente.

Ma gli autori dell'inchiesta a fine giornata parlano anche di Silvia Benedetti, Massimiliano Bernini, Elisa Bulgarelli, Giulia Sarti e Barbara Lezzi che avrebbero «falsificato le restituzioni». E sarebbero solo «i primi nomi». In serata, però molti di loro, a partire da Massimiliano Bernini, che ha 334 mila euro di restituzioni fresche, annunciano querela. Mentre dal Mef frenano sulla pubblicazione dei tabulati perché deve espressamente esserci il consenso di tutti i coinvolti. Per chi ha «tradito» Di Maio conferma il pugno duro e prepara il modulo di rinuncia all'elezione, quello fatto firmare a Dessì: «Saranno cacciati» ripete.

Provocando la corsa agli sportelli. Non tutti però sono stati richiamati a fornire le pezze d'appoggio: i controlli sarebbero stati richiesti solo per quelli sospetti. Tra questi c'è la senatrice Barbara Lezzi che si salva in corner: chiarisce che ha un solo bonifico non andato a buon fine «presumibilmente per carenza di fondi» e colmato con un nuovo versamento «che ho provveduto ad eseguire questa mattina». Così si giustifica anche la Benedetti. Bannati su Fb invece i primi tre parlamentari che non hanno saputo giustificare i loro ammanchi: se ne accorge il dem Michele Anzaldi: «Le pagine facebook di Cecconi, Martelli e Buccarella sono scomparse».

Si corre sommessamente ai ripari: «È evidente che al prossimo giro dovremo creare un fondo intermedio per fare un controllo ulteriore e per verificare l'entrata di questi fondi che restituiamo», annuncia Alessandro Di Battista a Di Martedì su La7.