mercoledì 28 settembre 2016

Le case discografiche contro l’ultima frontiera della pirateria: il download da YouTube

La Stampa
luca castelli

Parte la campagna contro lo «stream ripping»: con una doppia iniziativa legale in USA e UK, major ed etichette indipendenti denunciano un sito che trasforma i video in brani musicali



Era da un po’ di tempo che non si sentiva parlare di pirateria musicale su Internet. Non che la crociata dell’industria discografica contro la copia non autorizzata di brani online fosse conclusa, ma ci eravamo ormai abituati a veder puntati altrove i riflettori dei media e dei comunicati stampa: soprattutto sulle magnifiche sorti della musica in streaming e sulle polemiche a essa collegate, come quella del «value gap» contro YouTube. Baie dei pirati, P2P e filesharing sembravano ormai lontane suggestioni di un altro decennio, quello trascorso tra l’invenzione di Napster (1999) e la nascita di Spotify (2008).

A riportarci un po’ indietro nel tempo arriva adesso una nuova dichiarazione di guerra delle case discografiche, che tuttavia - anche questo è un inevitabile segno del cambiamento - prende di mira un bersaglio ben diverso rispetto a quelli degli anni passati: lo «stream ripping». Con questo termine si identifica la pratica di scaricare sul proprio computer o smartphone un file che in teoria sarebbe disponibile solo in streaming. Un passaggio che è reso possibile da diversi servizi gratuiti online e che viene utilizzato soprattutto in rapporto con i giganteschi archivi di YouTube: si digita l’indirizzo del video e si ottiene la versione audio in MP3. Uno di questi servizi si chiama Youtube-MP3.org (nomen omen) ed è il nuovo nemico dell’industria.

L’operazione contro Youtube-MP3.org, prima e probabilmente non ultima tappa della campagna contro lo «stream ripping», è stata annunciata dalla International Federation of Phonographic Industry (la confindustria globale della musica registrata), è promossa sia dalle major che dalle etichette indipendenti e si è per ora concretizzata con una denuncia depositata in una corte federale della California e con un procedimento avviato dalla British Phonographic Industry nel Regno Unito. In entrambi i casi, l’obiettivo è la società tedesca PMD Technologie UG, che controlla YouTube-MP3.org. Le associazioni discografiche chiedono la chiusura del sito e i danni economici. Per il responsabile della PMD Philip Matesanz non si tratta di una prima volta: nel 2012, quando aveva 21 anni, finì nel mirino di Google più o meno per la stessa ragione.

A quanto ammontino i danni economici reali dello «stream ripping» per l’industria, in un settore iper-liquido come quello della musica digitale, è difficile dirlo. Ma le dimensioni del fenomeno denunciate dalle major non sono di poco conto. Un paio di settimane fa, il Music Consumer Insight Report 2016 commissionato da IFPI riportava che nella fascia dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni il 49% degli intervistati avevo ammesso di aver utilizzato servizi di «stream ripping» negli ultimi sei mesi (in crescita rispetto al 41% dell’anno precedente). Sempre secondo l’industria discografica, Youtube-MP3.org è il pesce grosso del settore: responsabile di circa il 40% dei download in tutto il mondo, con 60 milioni di utenti unici mensili.

La passione di Silvio

La Stampa
massimo gramellini

Nell’intervista per i suoi primi ottant’anni, Berlusconi confessa che la politica non lo ha mai appassionato. Detta da uno che è stato tre volte presidente del Consiglio, ha molestato televisivamente gli italiani e fatto persino un accordo con Scilipoti pur di restare al potere, l’affermazione suonerebbe bizzarra, se non fosse la più sincera da lui mai pronunciata.
La politica lo ha sempre annoiato. Cenare parando i rutti di Bossi, raccontare barzellette al manichino di Fini, insegnare l’italiano a La Russa, trattare Alfano da statista, fregare sistematicamente D’Alema facendogli credere di essere intelligente. Un lavoraccio per chi era abituato a volteggiare da mattina a sera tra le gambe scoperte di calciatori e ballerine.

Berlusconi ha detestato la politica come Agassi il tennis. Resta da chiedersi perché si sia sottoposto a questo tormento, saltuariamente alleviato dalle cene eleganti di Arcore. Per impedire all’Italia di cadere nelle mani dei comunisti Ciampi e Prodi, dice lui. Ma è troppo modesto. A spingerlo all’estremo sacrificio è stato il dovere morale di accrescere il Pil (prodotto ingordo lordo) dell’unico italiano che gli sia mai stato veramente a cuore, a parte forse Massimo Boldi, e che ogni mattina gli sorrideva davanti allo specchio. 

Almeno

La Stampa
jena@lastampa.it

Consoliamoci così: quando il ponte sullo stretto sarà finito, almeno Renzi non sarà più premier.

Omega2, il computer microscopico da 5 dollari

La Stampa
lorenzo longhitano

A metà tra una scheda Arduino e un computer Raspberry Pi, servirà soprattutto a inventori e maker che lavorano nell’ambito dell’Internet delle Cose per connettere i loro prodotti in Rete


Nell’immagine promozionale scattata dal fotografo un piccolo chip riposa placido accanto a una ciliegia delle stesse dimensioni: si chiama Omega2 e non è un semplice microprocessore, ma un computer fatto e finito, completo di processore da 580 MHz, 64 MB di memoria RAM e 16 MB dedicati allo stoccaggio dei dati. Onion Corporation, la startup di Boston che lo produce, definisce Omega2 come un incrocio tra la scheda di sviluppo Arduino (con la quale è compatibile) e l’impostazione modulare di un altro micro computer già diventato famoso nel corso degli ultimi anni, Raspberry Pi .

Le specifiche tecniche del gadget in effetti sono risibili se comparate a quelle della maggior parte dei prodotti di elettronica di consumo, ma Omega2 non deve far girare giochi e social network su schermi ad altissima definizione: i suoi ambiti di utilizzo sono lo sviluppo di prodotti smart e l’Internet delle Cose, e tra le sue missioni c’è quella di portare online a basso costo oggetti inanimati per farli comunicare tra loro e con i loro proprietari. Online perché a bordo di Omega2 sono presenti un modulo Wi-Fi e una speciale versione di Linux, che fanno in modo che il gadget possa comunicare e ricevere comandi anche dall’altra parte del mondo; a basso costo perché il prezzo della versione base è di appena 5 dollari.



La struttura del dispositivo è modulare. Omega2 può accogliere schermi LCD, modem per il collegamento cellulare, antenne Bluetooth e GPS, e le potenzialità che offre sono numerose: oltre a supportare i linguaggi di sviluppo più diffusi include un’interfaccia grafica per inventare facilmente istruzioni e programmi. Onion Corporation ha avviato la produzione di Omega2 in questi giorni, dopo aver raccolto tramite crowdfunding la cifra di 778mila dollari: il gadget sarà disponibile a partire da dicembre.

Dio non è cattolico, ma forse neppure Papa Francesco lo è"

Camillo Langone - Mar, 27/09/2016 - 08:11

Il j'accuse del filosofo: "Bergoglio non ha aggiornato la dottrina, l'ha demolita"



Se Costanza Miriano è la mia madrina spirituale, Flavio Cuniberto è il filosofo che non sono, lo studioso coi quattro quarti di dottorale nobiltà, il professore universitario che scrive di cattolicesimo contemporaneo così come di romanticismo tedesco, l'autore di saggi su Friedrich Schlegel, di cui se mi concentro riesco a ricordare l'esistenza, e su Jacob Böhme, per il quale devo ricorrere obbligatoriamente a Wikipedia.

Non me ne vergogno: solo Dio è onnisciente. Ma sono consapevole di essere un cattolico di strada e la seconda intervista di un Cattolico Perplesso, ossia di un semplice cristiano turbato dalle contraddittorie novità che diuturnamente giungono da Roma, e perciò assetato di certezze, la faccio a un cattolico accademico.

La prima domanda è uguale per tutti. Da quando un imam ha parlato nel duomo di Parma, raccontando dal pulpito la fola di Maometto uomo di pace (col prete a fianco assentente e zittente l'unico fedele che ha osato obiettare), io non vado più a messa nel duomo di Parma: faccio bene o faccio male?
«Trovo inammissibile la presenza in cattedra di un imam, o di qualunque altro dignitario religioso non cristiano, nel corso di una liturgia cattolica. Ciò non ha a che fare col rispetto, che nel mio caso è massimo, per le religioni non cristiane, ma col rischio enorme della confusione tra le fedi religiose (chiamalo sincretismo o come vuoi). Perché allora non concelebrare la messa insieme a un rabbino, a un imam, a un pastore luterano?».

Ad Assisi, durante gli incontri ecumenici, ci sono arrivati vicino.
«Ne siano o meno consapevoli, le autorità cattoliche che promuovono queste iniziative si muovono sulla scia del famigerato Parlamento delle religioni, celebrato a Chicago nel 1893 su iniziativa della Teosophical Society. Così il culto religioso diventa una commedia dell'arte, con le varie maschere sul palcoscenico. Sulla domanda circa il duomo di Parma sono in difficoltà. Alla fine direi: la messa cattolica è la somma convergente delle due liturgie, la parola e l'eucarestia. Fino a quando non toccheranno i due capisaldi non importano né il luogo né l'omelia né il celebrante».

Tu sei corresponsabile del mio sbigottimento. In Madonna povertà. Papa Francesco e la rifondazione del cristianesimo scrivi che la Evangelii gaudium e la Laudato si' sembrano «un programma rivoluzionario nel senso più giacobino della parola: un dittico post-cristiano». Con la Amoris laetitia abbiamo un trittico?
«Certo, con la Amoris laetitia abbiamo un trittico giacobino che sovverte il vecchio ordine per aprire una nuova era. Si potrebbe introdurre un nuovo calendario: siamo nell'anno quarto dell'Era Bergoglio».

Papa Francesco ha detto che Dio non è cattolico. Questa affermazione ispira una domanda antipatica: Papa Francesco lo è?
«Ha ragione Bergoglio a dire che Dio non è cattolico (Dio non va a messa): ma neanche Bergoglio è cattolico. Naturalmente si comporta come se lo fosse, ma non lo è. Per ragioni che non è possibile riassumere in una breve intervista (i colpi di maglio che ha inferto ad alcuni punti-chiave della dottrina cattolica sono tali che non ha senso parlare di aggiornamento: si tratta di una vera e propria demolizione)».

Mi piacerebbe si riparlasse di cattocomunismo, parola che nessuno usa più proprio ora che la cosa dilaga. Tu hai scritto che la Evangelii gaudium torce il Nuovo Testamento per fargli dire ciò che si vuole dica: beati i poveri nel senso sociopolitico del termine. Se non è cattocomunismo questo...
«L'idea stravolta di povertà che esce dai documenti papali (facendo strage della Scrittura) eleva alla sfera dogmatica il vecchio pauperismo cattolico. Che si possa parlare di cattocomunismo ho qualche dubbio, il discorso di Bergoglio sull'appianamento delle disuguaglianze somiglia piuttosto alla strategia della sinistra tardo-capitalista, i cui magnati, da Bill Gates a Soros, finanziano ONG a tutto spiano. L'elemento rivoluzionario non è tanto l'ideologia marxista ma la sovversione dei vincoli tradizionali (la famiglia naturale ad esempio), la sparizione del concetto di peccato e un materialismo di fondo, corretto in senso panteistico».

Un dettaglio della Laudato si' che mi ha gettato nello sconforto è stato l'elogio della raccolta differenziata. Manca solo la maledizione contro gli inceneritori ed ecco il programma dei Cinque Stelle. Perché la Chiesa spreca le proprie energie in questioni così tecniche, così opinabili e così lontane dal cuore della fede?
«La pagina dell'enciclica ha dell'incredibile: le virtù del buon consumatore tardomoderno diventano le nuove virtù evangeliche. Temo che la Chiesa, non solo Bergoglio, si aggrappi a questi temi perché ha la sensazione di affondare e crede di trovare lì un punto d'appoggio, un surrogato identitario. In effetti sta affondando perché ha perso di vista (nei documenti papali è evidente) la propria dimensione spirituale. Non esiste più una spiritualità cristiana, se non in poche oasi marginali. L'esperienza del divino è totalmente ignorata nei documenti papali (non basta citare di qua e di là le fonti canoniche: questa è routine protocollare). Vedo, per dirla tutta, un ateismo strisciante, che arriva al vertice della gerarchia. Il discorso del papa a Cracovia è stato, in questo senso, esemplare. Non esiterei a definirlo il discorso di un papa ateo».

Tu che vivi a Perugia e insegni Estetica in quell'università, come te la spieghi la chiesa di Fuksas a Foligno, quella specie di centrale nucleare conficcata nel cuore dell'Umbria che sta facendo scappare i fedeli? Non dal punto di vista di Fuksas, che fa il suo mestiere di architetto nichilista, ma da quello dei vescovi della Cei che l'hanno approvata...
«Il problema, come giustamente sottolinei, sono i vescovi. Occupandomi di Estetica aggiungerei che lo scadimento pauroso della cosiddetta arte sacra è lo specchio di una crisi spirituale. Perché la bellezza appartiene alla dimensione spirituale. Una vecchia formula dice: Ars orandi, ars credendi (Dimmi come preghi e ti dirò quale è la tua fede). Ne propongo una parafrasi: Ars aedificandi, ars credendi (Dimmi come costruisci le tue chiese e ti dirò qual è la tua fede). Il cemento di Fuksas è una prova dell'esistenza del Maligno».

Crocefisso in TV, meno male!

Alessandro Bertirotti

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È tutta questione di… libertà.

In effetti, mi attendevo quest’altra espressione effervescente, come scrissi nei confronti della pratica dello sbattezzo, e specialmente da parte di qualche esponente politico che vive, evidentemente, di queste cose così importanti per il benessere del Paese, sloganato come #CasaItalia.

Ho scritto che è questione di libertà: sì, e della giornalista. Se è libero di fare satira contro i mussulmani un giornale francese (letto peraltro da poco più di 10.000 persone, praticamente nessuno…) che per questo tutti difendono e non si è invece d’accordo quando la satira è contro le vittime di un terremoto, sarà il caso che questi atei, davvero impegnati, si facciamo vedere in tv più spesso. Più che altro per verificare se qualcuno li ascolta. Così, anche loro avranno la possibilità di testimoniare il vuoto di cui sono legittimamente portatori. Nessuno di noi toglie loro questa possibilità, dal momento che è iniziato anche Xfactor, il Grande Fratello Vip, e tra poco inizieranno altre stupidaggini slot machine.

Ogni individuo è dunque libero di testimoniare, specialmente quanto è così evidente come nel caso della giornalista, oppure nel mio, seppure in misura alquanto minore rispetto alla televisione e in questo giornale, la propria convinzione, ossia ciò che è parte della propria storia di vita. Se qualcuno non gradisce questa convinzione, all’interno anche di una dimensione statale come nel caso della Rai, può cambiare canale, rivolgendosi ad altri canali statali che testimoniano altro. Forse, il problema è che la maggioranza degli italiani continua ad essere e rimanere cattolica, praticante e a guardare Rai Uno.

Forse, non avendo statistiche alla mano, non posso esserne certo, ma ho il vago sentore che possa essere così. E, come al solito, in questo meraviglioso paese vi sono le levate di scudi della minoranza. Che si faccia una televisione statale anche la minoranza, e che chieda sovvenzioni statali, no? Sono certo che ce la farà, legittimamente, e che avrà anche le sovvenzioni.

Le coop non fiutano più l'affare: senza soldi scaricano i migranti

Claudio Cartaldo - Mar, 27/09/2016 - 09:08

Oltre 20mila migranti potrebbero dover lasciare i centri di accoglienza. Le associazioni che gestscono i centri vantano crediti milionari con lo Stato



Vetimila migranti liberi di circolare in Italia, senza controllo e senza assistenza. Il Belpaese è sull'orlo di una crisi che può mettere a rischio la sicurezza pubblica: mancano 600 milioni di euro per i servizi di assistenza e le cooperative che gestiscono i centri di accoglienza sono pronte a "sospendere il servizio" e scaricare i profughi sulle strade delle città.

Il Viminale senza soldi per i migranti

È notizia di ieri che il ministero dell'Interno sia in deficit di risorse per la gestione dei migranti. Servono 600 milioni subito, 1 miliardo entro la fine del 2016. Il Viminale ha chiesto al Mef di sbloccare le risorse, ma ancora non è arrivata risposta: al momento sono stati erogati solo 50 milioni. Un'inezia. Da sei mesi il ministero non paga le aziende che forniscono i servizi all'interno degli Sprar e dei centri di prima accoglienza, così come sono rimaste con i rubinetti chiusi le Coop che hanno partecipato ai bandi per l'accoglienza diffusa.

Le Coop scaricano i profughi

Il debito di Alfano nei confronti delle coop ammonta a 250 miloni di euro. La gestione dei 160mila migranti attualmente ospitati è alto: tra i 25 ai 45 euro al giorno per ogni immigrato. Un salasso. Ed ora la pacchia è finita: per le coop così come per i richiedenti asilo. Il presidente delle Confcooperative ha detto al Corriere: "Non ci sono mi stati ritardi così eclatanti e oltre al rischio altissimo di non poter più provvedere assistenza, c'è anche un probema legato all'occupazione. Da oltre sei mesi i dipendenti non ricevono lo stipendio, siamo al collasso".

Nato da tre genitori. Povero Abrahim

Martin Venator



Mai mettere limiti alla Tecnica, la dea del nostro tempo; quella con la ‘T’ maiuscola tanto bistrattata dai più strenui paladini del progresso. Essi infatti non credono al quadro deterministico che spesso la realtà impone ad ognuno. Sono convinti che l’uomo sia responsabile e capace di fermarsi un attimo prima di delegare definitivamente tutto alle ‘macchine’.

Ne ho trattato ampiamente in un mio recente volume (Umanità al tramonto. Critica della ragion tecnica) e perciò non mi attardo sulle analisi filosofiche, etiche o teologiche, così come non mi soffermo sul fatto che la nostra tracotanza prima o poi sarà punita (i Greci lo avevano capito qualche millennio fa).

Restiamo ai fatti. E i fatti ci dicono che solo oggi, dopo cinque mesi dalla nascita, si è saputo che in Messico, è nato Abrahim Hassan con una procedura che permette di sostituire i mitocondri difettosi della cellula uovo della madre con quelli di una donatrice sana. In sintesi, questo essere umano è nato dal Dna di tre genitori.

Ripeto per chi si fosse distratto e non avesse compreso bene l’ultimo mio rigo: questo bambino è nato da tre genitori; un pezzo del codice genetico della madre, uno del padre e un altro di una donatrice sana sono stati tecnicamente utilizzati per creare una nuova vita, che si spera perfetta. La madre aveva infatti dei mitocondri difettosi e per evitare che il figlio ereditasse il problema hanno pensato di risolverlo in questo modo. Creando un piccolo ariano messicano, insomma.

Già negli anni ’90, si erano tentati simili esperimenti ma i bambini nacquero con ‘disordini genetici’. Sì, perché questa è la terminologia da loro usata. Poi, con la dovuta serenità, quando le acque si saranno calmate, ci spiegheranno cosa vuol dire ‘disordini genetici’. Una mezza idea credo di averla, ma meglio non approfondirla.

Un’altra certezza però l’abbiamo. Questa tecnica, per ora approvata solo nel Regno Unito, nel giro di un decennio, quando saranno superate tutte le reticenze e le perplessità, farà parte del patrimonio scientifico del pianeta perché, come diceva Jacques Ellul, <<la tecnologia non avanza mai in direzione di qualcosa […].

Dato che possiamo sbarcare sulla luna, che cosa potremmo fare lì e a quale scopo? […]. Quando i tecnici hanno raggiunto un certo livello di competenza nel settore delle comunicazioni, dell’energia, dei materiali, dell’elettronica, della cibernetica ecc., tutti questi elementi si sono combinati e hanno mostrato che avremmo potuto esplorare il cosmo ecc. Ciò è stato fatto perché poteva essere fatto. E questo è tutto>>.

Questo è purtroppo lo snodo della intera questione. Oramai non importa se una tal cosa possa avere un profilo etico riconoscibile o meno. Ciò che ci preoccupa è se può essere ‘tecnicamente fatta’ oppure no. E visto che quasi tutto può essere ‘tecnicamente fatto’, procediamo spediti verso la sparizione della ‘umanità’.

Camionisti dall’Est, fermiamo questa “tratta”

Pierluigi Bonora



La sciagura stradale che ha visto protagonista un camionista slovacco di 63 anni che, con il suo “bestione”, ha travolto una vettura uccidendo due adulti e lasciando i loro tre piccoli in condizioni disperate, deve far riflettere. L’incidente è accaduto sulla Torino-Milano. L’autista, uno dei tanti in arrivo dall’Est e pagato 500 euro al mese, era ubriaco fradicio. Allo stato pietoso in cui gli agenti della Stradale lo hanno trovato e arrestato, è da aggiungere il fatto che aveva percorso circa 1.300 chilometri in 48 ore e doveva guidare per altri 400 chilometri prima di raggiungere la meta, Pordenone.

Ancora una volta, soltanto alla luce di una tragedia, il problema torna alla ribalta. Ma quanti sono i camionisti stranieri ingaggiati per uno stipendio misero che si mettono alla guida di camion sulle nostre strade e autostrade, senza che il datore di lavoro si accerti sul loro stato psico-fisico e sul comportamento solitamente tenuto alla guida? Si parla di circa 10.000, in costante aumento negli ultimi cinque anni. Per la maggior parte proverrebbero da altri lavori. Costano poco (500 euro al mese) e non si fanno problemi a macinare chilometri su chilometri (basta manomettere il cronotachigrafo). Le provenienze: Slovacchia, Serbia, Romania, Bulgaria.

Oltre ad alzare il gomito, non osservano i normali turni di riposo. Insomma, si comportano da “fuorilegge”, nuocendo dramaticamente all’immagine della categoria, di coloro che svolgono il lavoro seriamente e rispettando le regole. Eppure viaggiano, con la complicità di chi accetta di ingaggiarli. Il problema non è nuovo. Franco Fenoglio, presidente di Unrae Veicoli Industriali, lo aveva denunciato fin dallo scorso anno attraverso lo studio “L’esodo dell’autotrasporto: cause, conseguenze e rimedi”. Un capitolo di questo studio riguardava proprio il costo del lavoro:

“Il costo di un autista in Italia supera anche quello rilevato nell’Ovest Europa, dove è già garantito il salario minimo europeo”. In Italia un autista costa 60.200 euro l’anno, nell’Ovest Europa 40.500 e nella fascia Est 26.000. Da qui l’invito di Unrae Veicoli Industriali “ad adottare un salario minio armonizzato a livello europeo onde evitare il cosiddetto dumping sociale”. Ma non se ne è fatto niente e le tragedie continuano. A regnare sono caos e anarchia. Il mondo della logistica deve cambiare strada, imboccando quella di una maggiore trasparenza.

E visto che la riforma del Codice della strada è ancora in discussione, sarebbe il caso di inserire una legge che aumenti i controlli su chi si mette alla guida dei “bestioni”, partendo proprio dalle aziende che che li assoldano, con provvedimenti severi a carico di chi sgarra, sia da una parte sia dall’altra. Questa pericolosa e vergognosa”tratta” di camionisti low cost dall’Est deve finire, per il bene di tutti.

Ma quale democrazia, gli italiani vivono sotto dittatura

Andrea Pasini



Democrazia. Che cos’è la democrazia? Mi affido al dizionario Treccani: “Forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e garantisce ad ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico”, poi mi viene in mente la situazione italiana. In Italia il popolo non conta più nulla, gli italiani si sono dimenticati cosa vuol dire andare alle urne per la composizione del Parlamento. Abbiamo visto succedersi Mario Monti, Enrico Letta ed ora quella cariatide di Matteo Renzi assistendo ad autentici colpi di Stato. Una vera e propria volontà di estromettere la gente comune dalle decisioni della politica, il tutto effettuato in silenzio senza che nessuno alzi la testa.

Recentemente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dichiarato che la sovranità appartiene alla gente, bene era tanto tempo che le mie orecchie non sentivano un discorso del genere, ma la realtà dei fatti è diversa. Intano i poteri forti hanno deciso, grazie ai burattini che ci governano, di renderci schiavi, animali da traino verso il precipizio. Impedirci di andare a votare è un crimine, un crimine gravissimo. Così facendo le alte sfere pilotano i propri interessi disegnandosi su misura le normative, in confronto le leggi ad personam di Silvio Berlusconi sono una favola per bambini.

Pianificano e studiano le mosse migliori per tutelare i propri interessi, riuscendo liberamente ad arrivare dove vogliono senza nessun impedimento. Ci stanno togliendo tutto, la dignità in primis.
Il Premier fiorentino viene contestato, puntualmente, in ogni angolo d’Italia, ma è arrivato a dire, in maniera quantomeno supponente, che a lui la scorta non serve. Non serve perché è la gente che lo protegge, una visione che rasenta la follia. La realtà che diventa distorta, in ogni città in cui Renzi si è recato solo l’intervento delle Forze dell’ordine ha impedito che venisse linciato. Continui scontri si succedono, continui insulti piovono sul governo, ma la tracotanza dei forti non ha limiti e non conosce vergogna.

La disoccupazione dilaga e continua a salire, le tasse crescono a velocità vorticosa, Equitalia ha la spocchia di mettere spalle al muro migliaia di nostri concittadini, compresi i piccoli-medi imprenditori, privandoli anche dell’aria per respirare. I clandestini, per contro, vengono sostenuti con soldi, cibo ed alloggi. E’ di questi giorni la notizia che in provincia di Pavia, sindaci ed agenzie immobiliari commissionate dalle istituzioni sono alla ricerca di immobili da destinare agli immigrati.

Capite? Mentre gli italiani affondano, il governo volge la testa dall’altra parte. Il business dell’immigrazione non conosce latitudine, non conosce timore. Continuiamo a pagare per stranieri e rom che a loro volta non sanno neanche com’è fatta una cartella esattoriale. Vivono alla giornata e nessuno fa niente per fermare una criminalità, ogni giorno, sempre più dilagante. La politica, giocando a mosca cieca, depotenzia in maniera volontaria Polizia e Carabinieri che ad oggi hanno un solo compito, quello di evitare l’aggressione fisica da parte del popolo, esausto, ai danni dei vertici dei palazzi di cristallo. La parte vitale della nazione non conta niente.

La gente muore di fame, in senso letterale, ma il nuovo Pd, la nuova generazione di sinistra, i rottamatori del vecchio girano  per il paese parlando di referendum. Un referendum farsa, creato su misura per l’ego smisurato del nostro primo ministro. Qui manca il companatico da mettere nel piatto, manca il lavoro, le aziende chiudono, i negozi abbassano le serrande, i giovani rimarranno disoccupati a vita, gli anziani percepiscono dopo anni e anni di lavoro e sacrifici una pensione da fame, ma loro se ne fottono. Dettano legge e ci trattano come burattini, per poi essere bistrattati da Angela Merkel che impone all’Italia i suoi comodi e dall’ambasciatore americano, John Phillips, che si è permesso di dire che qualora vincesse il no, al prossimo referendum sulla Costituzione, per l’Italia sarebbe una tragedia.

Ci dicono che senza l’Europa falliremmo, che gli investitori scapperebbero e che per tutti noi sarebbe la fine. Come scavarsi la fossa con le proprie mani, in solitaria. Ma invece basta guardare l’Inghilterra, dove ha trionfato la lungimiranza del Brexit, per renderci conto di come l’Unione Europea sia la causa di ogni nostro malanno. Il paese della Regina Elisabetta è in perfetta forma ed ha ripreso il suo cammino su basi più solide, basta leggere i dati che provengono dalla borsa e dalla ripresa della sterlina. Allontanarsi da Bruxelles e soci è l’unica soluzione per salvarsi, per tornare ad essere sovrani, per tornare ad essere padroni della moneta che circola da Bolzano a Palermo.

Abbiamo bisogno che i nostri soldi rimangano tra questi confini, così da essere investiti per gli italiani, senza se e senza ma. Qui tutti ci raccontano una marea di frottole e ci prendono per stolti. Non dobbiamo farci prendere per i fondelli da quattro traditori rivoltanti. Veniamo trattati come spazzatura da chiunque e la nostra classe dirigenze non è in grado, non ha le palle, di dire NO! ad un meccanismo atto a schiacciarci. Rimaniamo inermi davanti ai capetti che hanno deciso, dall’alto di Strasburgo, che l’Italia deve fallire. Queste persone devono capire che noi non ci sottometteremo mai. Bisogna tirare fuori il coraggio e mandare a casa questi codardi da strapazzo.

A questo punto una domanda mi sorge spontanea e la rivolgo a chi sostiene questa Europa nonostante tutto. Come mai da quando siamo entrati nell’Unione Europea restiamo a crescita zero sotto tutti i punti di vista? I dati positivi sono un ricordo lontano, cancellato dal tempo, ma siamo qui a farci imporre di comprare prodotti dall’estero e, per esempio, realizzare la mozzarella con il siero congelato di latte straniero. Ma vi rendete conto? Il nostro olio, proveniente per lo più dal meraviglioso Salento, viene buttato via se non addirittura eradicati gli ulivi.

Ed in tutto questo i vari Jean-Claude Juncker ci chiedono di misurare i cetrioli da raccogliere nei campi e che al mercato le banane e le zucchine da vendere devono essere quelle esclusivamente dritte. Vi rendete conto da che pagliacci veniamo comandati? Siamo dei vigliacchi e per questo seguiamo come un cagnolino scodinzolante gli Stati Uniti d’America, rovinando ogni rapporto fruttifero con la Russia. L’embargo nei confronti di Mosca che ci è costato miliardi e miliardi di euro, rovinando imprese e i lavoratori italiani. Assurdità di quest’epoca. I nostri governanti fanno il loro gioco non il nostro ed hanno toccato il fondo. Ora spetta a noi ribellarci.

www.ilgiornale.it

Alternative al divorzio: la relazione sabbatica

La Stampa
G.M.

Un ‘congedo’ temporaneo dalla vita coniugale per salvare il rapporto: un’opzione che diverse coppie sperimentano

Separazione

L’anno sabbatico è quel periodo di pausa che ci si prende dal lavoro o dallo studio per dedicarsi a qualcos’altro. O semplicemente per riposarsi. In molti concordano nell’efficacia di un congedo temporaneo, per rinfrescare la mente, formarsi, fare nuove esperienze. E tornare alla vita di prima con rinato entusiasmo. E allora, si è chiesto qualcuno, se funziona con il lavoro perché non potrebbe far bene anche ad una relazione? La ‘relazione sabbatica‘ è una formula che sempre più coppie sperimentano quando la vita in comune non va più a gonfie vele. Un’alternativa alla separazione, o peggio al divorzio. Ne ha parlato Emma Thompson un paio di anni fa, consigliandola caldamente a tutte le coppie in crisi, e da allora la discussione sull’efficacia del ‘congedo amoroso’ si è infittita.

Relazione sabbatica: perché
Le coppie di lunga data affrontano sempre (o quasi) alcuni momenti critici. Il tran tran quotidiano, l’abitudine, la passione che affievolisce, il sentimento che si fa sempre più fraterno. Oppure sempre più astioso. Condividere gli impegni di una vita (casa, figli, obblighi vari) e allo stesso tempo rimanere uniti e innamorati come il primo giorno non è esattamente facile. Anzi, forse è la sfida più dura. Ecco che il concetto di relazione sabbatica, di congedarsi temporaneamente dalla propria routine, può essere un modo per ritrovare il legame.

Secondo la dottoressa Sonjia Kenya (fonte) il congedo “può motivare le persone a diventare partner migliori e riaccendere la scintilla”. “Stare lontano dal partner è spesso un modo di ricordare i pregi l’uno dell’altro, di sentirne la mancanzaafferma la terapista di coppia Sheri Meyers. Quando poi si torna insieme il rapporto migliora perché se ne è compresa l’importanza. E anche perché prendersi una pausa dalla propria vita a volte è semplicemente rilassante.

Partire per poi tornare, perché no? 
Partire per poi tornare, perché no?
Come funziona?
Il presupposto della relazione sabbatica è che entrambi i partner contano di tornare insieme dopo il periodo di pausa. Al contrario della separazione, il cui esito è incerto. Ovvio che nessuno può sapere cosa riserva il futuro, ma di base questa opzione la sperimentano le coppie che non vogliono lasciarsi. La gestione della separazione sta alla coppia. C’è chi si separa per un anno intero, chi per due o tre mesi l’anno va a vivere altrove, chi lo fa su base settimanale (4 giorni assieme e 3 no, per esempio).
I contro
Ci sono anche dei contro naturalmente. E se durante il ‘congedo’ uno dei due partner si rende conto di stare meglio da solo? Secondo la psicologa Jo Hemmings (fonte) la relazione sabbatica non risolve i problemi. Piuttosto li scansa “Bisogna scavare alla radice dei problemi di coppia. Se i periodi di separazione sono piacevoli, occorre farsi delle domande. Può essere una risorsa, ma anche un rischio.” Perlomeno, anche se si finisce per divorziare, spiega l’avvocato familiarista Hayley Trovato “Le decisioni prese con odio e rancore sono inevitabilmente cattive decisioni. Prendersi una pausa può anche servire a considerare tutta la questione in modo più empatico e avere un divorzio dignitoso“.

L’ultrasinistra catalana: “Via la statua di Colombo a Barcellona, è un genocida”

La Stampa
francesco olivo

I consiglieri della Cup: il navigatore genovese fu uno strumento del nazionalismo spagnolo contro i popoli indigeni



Chi arriva a Barcellona la nota subito, in fondo alla Rambla, davanti al porto c’è la statua di Cristoforo Colombo che indica il mare, l’uomo che scoprì l’America “aprendo un genocidio contro le popolazioni indigene da parte dei colonizzatori”.

Parole dei consiglieri della Cup, la formazione anticapitalista, parte della maggioranza nel parlamento catalano, che chiede di abbattere la scultura. Come fosse un dittatore sconfitto, il navigatore genovese (nessuno pare ormai contenderne i natali) più che nella lotta anti coloniale, finisce nell’esasperata polemica antispagnola della formazione dell’ultrasinistra catalana: “Colombo - si legge nella proposta di legge - fu strumento del nazionalismo spagnolo aggressivo contro tutti i popoli che ha oppresso e che opprime”.
 
La Cup non si limita a voler togliere di mezzo il monumento gli ornamenti alla base della colonna, ma pretende che il 12 ottobre, la data della scoperta, non sia più festa nazionale, in quel giorno, infatti, nel Paese iberico si celebra “la hispanidad”, “ovvero l’esaltazione di un genocidio”, secondo la Cup. L’estrema sinistra indipendentista chiede anche la ritirata del monumento del marchese di Comillas, Antonio López, discusso banchiere e filantropo della metà dell’Ottocento, che in realtà sarebbe stato coinvolto nella tratta degli schiavi nei Caraibi.

Caos valvole termosifoni. Ecco come uscirne

La Stampa
sandra riccio

Poche informazioni e preventivi gonfiati per l’installazione dei contatori. Le associazioni chiedono una proroga al governo. Molti non sanno che la spesa si può evitare



Entro fine anno le famiglie che vivono in condominio (con un riscaldamento centralizzato) dovranno installare le nuove valvole termostatiche, pena sanzioni e multe. L’obbligo è stato introdotto dalla Ue, nel 2012, con l’obiettivo di una maggiore efficienza energetica nelle case di tutti noi. E’ stato poi tradotto in norma con due decreti legislativi del 2014 e del 2016.

Occorre fare i lavori entro fine anno. Il vero termine però sarebbe ottobre quando nei palazzi parte l’impianto di riscaldamento. Sono moltissime le famiglie che si ritrovano in questi ultimi giorni a dover capire che lavori fare e quali spese affrontare. Le informazioni sono poche e la confusione è grandissima. Molti non sanno che la spesa si può evitare. I costi variano a seconda della ditta installatrice, del tipo di condominio e delle singole città.

Si parla di una spesa media per singola valvola tra gli 80 e i 100 euro a radiatore ma dalle segnalazioni che abbiamo ricevuto dai nostri lettori, sul mercato ci sono preventivi complessivi anche da 3mila euro ad appartamento, a cui tante volte si aggiungono altri lavori, riguardanti magari caldaie datate da sostituire. La cifra finale può addirittura lievitare verso i 10mila euro ad appartamento. Una somma stratosferica soprattutto se rapportato al valore dell’immobile che, in tante province italiane, dopo il crollo dei prezzi delle case, è ormai intorno ai 60-90mila euro di media. 

Tra chi ci ha scritto c’è anche qualche proprietario di immobile che si è visto costretto a chiedere un prestito in banca per poter affrontare questa spesa confusa e dubbia (non tutti gli appartamenti risparmieranno. Alcuni, per esempio gli ultimi piani, finiranno per pagare di più).

LA PROROGA
La speranza di molti è che arrivi una proroga dell’ultimo minuto. Su questo sta lavorando l’Uppi, il sindacato dei piccoli proprietari di casa, che entro fine mese è deciso a chiedere al governo un rinvio dei termini. Anche Confedilizia auspica uno spostamento in avanti dei termini: «Speriamo in una proroga ma la normativa europea non è elastica in questo senso – dice Antonio Nucera di Confedilizia -. Invece sulla disapplicazione delle sanzioni ci pare sia più facile lavorare». La legge prevede multe di importi che variano da Regione a Regione e partono da un minimo di 500 euro, fino ad arrivare a 2.500 euro a proprietario. Va detto che nel primo anno ci sarà comunque la possibilità di proseguire con il conteggio per millesimi.

LE VIE D’USCITA
Pochi sanno tuttavia che la spesa può essere evitata se i lavori risultano essere non efficienti in termini di costi e sproporzionati rispetto al risparmio energetico eventuale. E’ il caso, per esempio, di un condominio che non è coibentato e ha dispersioni di calore che rendono del tutto inefficace un lavoro sulle valvole. Vale lo stesso per le spese eccessive da affrontare, che sì prevedono detrazioni fiscali e possono essere ammortizzate negli anni, ma restano comunque eccessive rispetto all’obiettivo da raggiungere soprattutto poi se l’impianto già di per sé consuma poco perché costruito in anni in cui i consumi erano ridotti. «Le ditte che in questi mesi stanno installando gli impianti tendono a dire che il lavoro va fatto e punto – dice Rita Sabelli, esperta di normative e regolamentazioni dell’Aduc -. Occorre invece valutare bene, caso per caso, e capire se davvero ha senso procedere».

IL TESTO DI LEGGE (D.lgs.102/2014 art.16 commi 6/7 introdotti dal D.lgs.141/2016) dice che: 
6. Nei casi di cui all’articolo 9, comma 5, lettera b), il proprietario dell’unità immobiliare che non installa, entro il termine ivi previsto, un sotto-contatore di cui alla predetta lettera b), è soggetto ad una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 2500 euro per ciascuna unità immobiliare. La disposizione di cui al presente comma non si applica quando da una relazione tecnica di un progettista o di un tecnico abilitato risulta che l’installazione del contatore individuale non è tecnicamente possibile o non è efficiente in termini di costi o non è proporzionata rispetto ai risparmi energetici potenziali.

7. Nei casi di cui all’articolo 9, comma 5, lettera c) il proprietario dell’unità immobiliare, che non provvede ad installare sistemi di termoregolazione e contabilizzazione del calore individuali per misurare il consumo di calore in corrispondenza di ciascun corpo scaldante posto all’interno dell’unità immobiliare, è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 2500 euro per ciascuna unità immobiliare. La disposizione di cui al primo periodo non si applica quando da una relazione tecnica di un progettista o di un tecnico abilitato risulta che l’installazione dei predetti sistemi non è efficiente in termini di costi.

COME FARE?
Deve essere un tecnico a stendere una relazione in cui dice che il lavoro non riesce effettivamente a soddisfare l’obiettivo previsto dalla norma. Occorre quindi rivolgersi agli esperti. 
Confedilizia, per esempio o le camere di commercio, che hanno sedi su tutto il territorio nazionale, mettono a disposizione degli esperti che possono preparare la relazione che poi dovrà essere esibita alle Regioni in caso di controlli eventuali al palazzo.

martedì 27 settembre 2016

Rimborsi elettorali, Di Pietro condannato a pagare più di 2 milioni di euro al movimento di Occhetto e Chiesa

repubblica.it
di MONICA RUBINO

L'ex pm aveva incassato indebitamente nel 2004, tramite un'associazione parallela, anche la quota di finanziamenti pubblici destinati al gruppo politico "Il Cantiere", alleato dell'Idv alle europee di quell'anno. Il legale: "Chiederemo i danni anche alla Camera"

Rimborsi elettorali, Di Pietro condannato a pagare più di 2 milioni di euro al movimento di Occhetto e Chiesa

Al termine di una serie di ricorsi incrociati, il Tribunale di Roma ha appena emesso un decreto ingiuntivo che condanna Antonio Di Pietro a pagare 2 milioni e 694mila euro di rimborsi elettorali al movimento dei riformisti di Achille Occhetto e Giulietto Chiesa, alleato dell’Idv alle Europee del 2004.

Il “Cantiere” – questo il nome del gruppo politico del quale faceva parte anche il giornalista Elio Veltri – avrebbe dovuto ricevere poco più di 5 milioni di euro, ma non percepì nemmeno un centesimo di quei fondi pubblici. Che furono incassati da un’entità parallela rispetto al partito dell’ex pm, e cioè dall’Associazione Italia dei Valori, composta dallo stesso Di Pietro, sua moglie Susanna Mazzoleni e la tesoriera Silvana Mura.

La Camera ha però sborsato finanziamenti a un soggetto giuridico che per legge non aveva nessun titolo per incassarli, poiché non era né un partito né un movimento politico. Di Pietro – che in quella tornata elettorale fu eletto eurodeputato assieme a Chiesa – è quindi chiamato ora a risarcire personalmente, in quanto socio del sodalizio a tre, con la metà dell’importo originario l’associazione di Chiesa, che di fatto è ancora esistente.

"A prescindere dalle dinamiche interne tra politici – aggiunge l’avvocato Francesco Paola che ha difeso Occhetto e Chiesa e ha scritto a quatto mani con Elio Veltri il libro “I soldi dei partiti” – questa vicenda mette in evidenza la scandalosa noncuranza con cui l’ufficio di Presidenza della Camera ha gestito i rimborsi elettorali, senza fare nessun controllo e pregiudicando inevitabilmente i naturali equilibri politici. Se quei soldi fossero arrivati nelle mani giuste, oggi il gruppo di Giulietto Chiesa sarebbe sicuramente in Parlamento".

La decisione del tribunale di Roma non ha precedenti e introduce elementi forti sulla tutela dei diritti di partecipazione politica in Italia. Da parte sua Chiesa si augura che si possa mettere la parola fine a una querelle che si trascina da una decina d’anni: "Sono stato totalmente privato – spiega l’ex eurodeputato – del contributo che la legge e la Costituzione mi garantivano per proseguire la mia attività politica, che è stata gravemente lesionata. L’epilogo di questa vicenda è una vittoria della legge".

Il gruppo di Chiesa e il suo avvocato non si fermeranno: "Chiederemo anche i danni alla Camera - annuncia Paola - che deve assumersi la piena responsabilità come ente pagatore di fondi erogati indebitamente". Da parte sua Di Pietro preferisce non commentare la notizia: "Non faccio dichiarazioni, mi dispiace", ci ha risposto al telefono.

La famiglia Tenco contro Mogol (e Giletti): «Quante bugie su Luigi: gli hanno mancato di rispetto »

Corriere della sera

di Matteo Cruccu

I parenti del cantautore scomparso nel 1967, contestano la ricostruzione del paroliere e del presentatore sulle ultime ore e sul funerale: «Offesa la memoria di un ragazzo »



Un parterre de roi importante per celebrare colui che viene ritenuto il più grande paroliere della nostra musica leggera, Giulio Rapetti in arte Mogol: da Ramazzotti alla Nannini, da Gino Paoli a Franco Battiato, si sono radunati tutti su RaiUno, sabato scorso, per festeggiare gli 80 anni della fu anima gemella di Battisti e non solo.
Durissimo comunicato
Tutto bene con i numerosissimi presenti, i problemi sono sorti invece con gli assenti: non Lucio, con la vedova del quale Mogol ha avuto una lunga controversia legale (poi vinta), ma Luigi Tenco. La ricostruzione del suo rapporto con lo sfortunato e geniale cantautore e delle ore che precedettero la sua morte, oltreché del suo funerale, non è piaciuta affatto alla famiglia di Tenco che con un durissimo comunicato ha contestato le parole di Mogol. Il compositore aveva infatti affermato di aver cercato di dissuadere il cantautore a partecipare a quel Festival del 1967 che gli sarebbe risultato fatale con l’eliminazione della sua «Ciao Amore Ciao» e il suicidio conseguente. «Abbiamo invece i telegrammi che aveva scritto all’epoca con le richieste di partecipare a Sanremo» controbatte la famiglia. Mogol dice poi di non aver visto Tenco nella fatidica notte precedente al suicidio, ma secondo i parenti si «contraddice poi con la frase “io l’ho vissuta quella notte perché gli ho parlato”».
«Mancato di rispetto»
Ma la cosa che fa infuriare in assoluto la famiglia è quella secondo cui Mogol sostiene di «essere andato ai funerali ai quali parteciparono altre 8 o 9 persone»: Mogol, in realtà, non venne avvistato alle esequie, al contrario di pochissimi altri colleghi (Fabrizio De André e la moglie di Gino Paoli), come in effetti testimoniano pure le cronache dell’epoca. Ma a Ricaldone, il piccolo paese in provincia di Alessandria dove il cantautore era nato, vennero 2000 persone «comuni» e la chiesa non bastò a contenerli tutti. Le accuse dei familiari poi si dirigono a Giletti secondo cui nelle parole di «Ciao Amore ciao» ci fosse «già scritto...il desiderio di porre fine alla sua vita...», quando invece il cantante fu costretto a cambiare titolo al brano che aveva «contenuti e valori sociali». Insomma, la trasmissione avrebbe mancato «di rispetto al ragazzo di 28 anni che Luigi era, offendendone persino la memoria». Una sconfessione in piena regola, come se, a quasi mezzo secolo dalla sua improvvida scomparsa, Luigi Tenco non riuscisse a trovare ancora pace.

Quando Buttiglione inviò il cv in inglese. In viaggio tra le carte dc

Corriere della sera

di Marco Demarco

Emergono dalla relazione originale sul caso Lockheed, per cui Moro disse che la Dc non si sarebbe fatta processare nelle piazze, ai solleciti degli avvocati per le spese processuali

Il congresso dc del 1982 (Contrasto)
Il congresso dc del 1982 (Contrasto)

Il citofono c’è ma non funziona, e bisogna aspettare che qualcuno venga ad aprire. È dunque in questo modesto e polveroso appartamento in ristrutturazione nel centro di Avellino che alla fine è venuta a spiaggiarsi la balena bianca. Dal pleistocene democristiano agli ultimi giorni di vita: quel che resta del partito di De Gasperi e Fanfani, Andreotti e Martinazzoli è tutto tra queste quattro mura. È in cantina, tra un salotto accatastato e suppellettili varie. «He has taught classes and seminars in Pontificial Institute for Family and Marriage in Rome...». La prima cartellina che spunta fuori è quella con il curriculum di Rocco Buttiglione. Correva l’anno 1994, l’ultimo della storia Dc, e Mino Martinazzoli, il segretario della fine, doveva nominare un responsabile etico del partito, ormai già inseguito dai balenieri di Tangentopoli.

Gli avevano segnalato quello che allora veniva definito «il filosofo del Papa», e così Martinazzoli si trovò tra le mani un curriculum scritto a mano e per giunta in inglese. Lo passò agli uffici perché provvedessero alla traduzione e ora è finito tra i resti dell’archivio amministrativo della Dc che proprio Buttiglione, sollecitato da Gianfranco Rotondi, ha lasciato che si trasferisse nella sede avellinese, la stessa che per anni ha ospitato la Fondazione dedicata a Fiorentino Sullo, il maestro scomodo di De Mita. In cantina c’è ancora una vecchia foto di un comizio in città: De Gasperi è ben visibile, Sullo non più, «cancellato» per damnatio memoriae.

In quest’archivio, che gentilmente Rotondi da alcuni giorni offre in visione a chi lo vuole consultare, c’è di tutto un po’: dalla relazione originale sul caso Lockheed, per cui Moro disse che la Dc non si sarebbe fatta processare nelle piazze, ai solleciti degli avvocati per le spese processuali accumulate negli anni. E tra i legali che scrivono c’è chi, scoraggiato dai ritardi nei pagamenti, rinuncia del tutto ai compensi; chi mette una pietra solo sopra i rimborsi spese; e chi invece alla fine riesce finalmente ad ottenere (c’è la fotocopia) anche un assegno di duecento milioni di lire.

Carte lette e rilette dalla Guardia di Finanza mentre Citaristi, lo storico amministratore della Dc, inanellava i suoi 77 avvisi di garanzia. Dunque, senza più alcuna rilevanza giudiziaria. Diverso, invece, il discorso sul valore politico della documentazione. Qualcosa potrebbe venire fuori proprio sul caso Moro, perché qui sono finite anche le registrazioni audiovisive di tutte le Direzioni nazionali, comprese quelle convocate quando il partito fu chiamato a decidere sul ricatto dei terroristi. Le voci di allora sono incise su vecchie cassette da riversare: si spera in ricercatori finanziati da un’università romana.

Il valore nostalgico, invece, è indubbio. Rotondi si muove tra questi faldoni come un nipote affettuoso tra gli album di famiglia. Li tira fuori dagli scaffali, li spolvera, li sfoglia e sospira: «Questo sì che era un partito! Questa sì che era politica!». Tutto, per lui, assume un valore trascendente. Perfino le raccomandazioni, «testimonianze di un partito-mamma più che di un partito-Stato». Perfino le lettere riservate (di cui restano solo le buste vuote) di magistrati amici che si esprimevano sull’opportunità di certe candidature «conferma di un tempo in cui le istituzioni collaboravano...».

Perfino l’ossessione del controllo dell’editoria locale, generosamente finanziata, come si legge nei bilanci ingialliti, «per arginare la dilagante egemonia del Pci». A proposito: cosa ci faceva, tra i periodici fiancheggiatori, quella Realtà comunista che per tutto il 1961 ha ricevuto dalla Dc un contributo mensile di 368.453 lire? «Sarà stata una sorta di infiltrazione editoriale», spiega candido Rotondi.

La parentesi apertasi nell’aprile ’48, quando la Dc prevalse sul fronte delle sinistre, si era ormai chiusa nel giugno del ’53, anno in cui la sconfitta sulla legge maggioritaria rimise in gioco il Pci: ecco perché la comunicazione e la propaganda divennero di colpo decisive. «I giornali — ricorda Rotondi — furono la patologia dei conti della Dc. Il Popolo assorbiva gran parte dei bilanci, per non parlare del Mattino di Napoli». Nel 1960, ad Avellino la segreteria provinciale spese 10 milioni di lire per acquistare apparecchi tv. A Napoli 5 milioni.

Richiamavano gente nelle sezioni. E, nel suo Veneto, Antonio Bisaglia portava la contabilità dei titoli e delle colonne che il Gazzettino dedicava ai parlamentari democristiani. Si arriva così fino a Flaminio Piccoli che invita la segreteria amministrativa nazionale a non indulgere con i pubblicitari delle tv private, soprattutto quelle di Silvio Berlusconi, perché «sono convincenti nel proporre i loro spot, ma poi bisogna pagarli».

Sul filo dei ricordi, Rotondi insegue una suggestione. E se dopo tanto penare fosse venuto il tempo per un ritorno della Dc? «Ogni tanto torna questa ipotesi. Ma questa volta c’è il referendum istituzionale. E questa volta i De Mita, i Bianco, i Cesa sono tutti per il No. Potremmo chiedere a Buttiglione, che ne è l’ultimo proprietario, il simbolo dello scudo crociato. E da qui ripartire. Ne ho anche parlato con Berlusconi...».

26 settembre 2016 (modifica il 27 settembre 2016 | 11:35)

La denuncia di Milano: in città 1700 migranti di troppo

La Stampa
simone gorla

Per l’assessore alle politiche sociali il ministero dell’Interno dovrebbe assegnarli ad altre città. Il sistema dell’accoglienza è al collasso



La richiesta di aiuto, questa volta, arriva forte e chiara. A Milano ci sono almeno 1700 migranti di troppo, persone che «rappresentano una zona grigia, perché hanno chiesto asilo dopo settimane, oppure l’hanno richiesto in altre città, o sono stati respinti da altri Paesi» e che non possono restare nel sistema di accoglienza cittadino già vicino al collasso. A dirlo è l’assessore milanese alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, che a Palazzo Marino snocciola le cifre del 2016 e dice chiaro e tondo che i conti non tornano.

Sono 3680 i richiedenti asilo in città: «Di questi 422 sono inseriti nel sistema Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), 508 sono transitanti, 1050 sono inseriti nel sistema nazionale di redistribuzione sul territorio». Gli altri? Non spettano al capoluogo lombardo e, secondo Majorino, dovrebbe farsene carico il ministero dell’Interno assegnandoli ad altri comuni: «Milano sull’accoglienza ha già fatto tanto e continuerà a fare - l’assessore al Welfare– ma ora chiediamo un radicale cambio di passo ». 

Lo aveva già scritto il sindaco Giuseppe Sala: il ripensamento del sistema di accoglienza non può più essere rimandato, perché le strategie che funzionavano solo dodici mesi fa oggi sono inadeguate. Da ottobre 2013 Milano ha accolto 106 mila profughi, di cui 21mila bambini, ma «fino al gennaio di quest’anno la quasi totalità era composta da transitanti, cioè persone in attesa di andare in altri paesi. Ora siamo passati dal 2 all’80 per cento di richiedenti asilo in Italia». Con un aumento vertiginoso delle presenza di migranti in città. Il campanello di allarme della giunta milanese trova pronta l’opposizione di centrodestra, che schiera i suoi pezzi da novanta. 

Il primo ad arrivare in Consiglio comunale è il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, in mano una tabella con i dati del ministero dell’Interno: «Solo il 5 per cento di chi è sbarcato ha avuto riconosciuto la status di profugo. In Italia abbiamo 2800 profughi e alcune decine di migliaia di ciabattanti e questuanti, molestanti che io non voglio più in giro per Milano». In aula tocca a Stefano Parisi, capogruppo dell’opposizione a Milano, alzare la voce: «Il problema è grave e pesante: manca del tutto un piano chiaro, mentre Sala e Renzi cambiano idea ogni giorno». Per l’ex candidato sindaco, l’assessore Majorino e il sindaco, con le loro denunce, «scoprono una verità che noi avevamo denunciato già mesi fa». 

Le responsabilità per Parisi partono dal governo che «ha una politica ondivaga nei confronti dell’Unione europea, che fa sì che non ci vengano date le risorse» mentre «il sindaco deve decidersi a tirare per la giacchetta Renzi e Alfano, dato che nel “patto per Milano” non c’era una parola sui migranti». Alla fine, solo su una cosa la maggioranza e l’opposizione a Milano si trovano d’accordo: la città non potrà fare più di così, ora tocca agli altri dare una mano. 

Sì o No?

La Stampa
jena@lastampa.it

Il 4 dicembre la minoranza del Pd voterà forse.

Scusate le spalle

La Stampa
massimo gramellini



Hillary Clinton entra in una sala di Orlando (Florida) per un comizio e il pubblico delle prime file si volta di scatto simultaneamente col telefonino sguainato. Non è un atto di noia preventiva e neppure di insubordinazione di massa, ma il bisogno insopprimibile di rimpinguare l’archivio dei soggetti illustri immortalati al proprio fianco. Ho sentito un cantante rimpiangere i bei tempi in cui per strada gli strappavano i vestiti: adesso gli saltano accanto con una piroetta e cliccano. Del resto al Louvre soltanto qualche polveroso storico dell’arte fa ancora la coda per vedere la Gioconda. Le persone normali la fanno per scattarsi un selfie con lei. E se poi gli chiedi com’era la Gioconda, rispondono: un po’ sfocata.

Per fortuna la vita ha le sue ironie. Di tutti i reporter compulsivi di Orlando che hanno rischiato il torcicollo per entrare nella Storia, l’unica ad averla fatta davvero con questa foto simbolo di un’epoca è la donna che, invece di puntare l’obiettivo su se stessa, lo ha girato sugli altri. C’è da dire che si tratta della fotografa ufficiale di Hillary. Altrimenti forse si sarebbe fatta un selfie anche lei. 

Digitalizzata la prima mappa in cui compare il nome «America»

Corriere della sera

di Andrea Indiano

Composta nel 1507 dal cartografo tedesco Martin Waldseemüller, è conservata nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti a Washington. Ora accessibile a tutti

La mappa Universalis Cosmographia di Martin Waldseemüller del 1507

Una delle mappe più importanti al mondo è quella disegnata nel 1507 dallo studioso Martin Waldseemüller: la preziosa carta, chiamata Universalis Cosmographia, deve la sua fama al fatto di essere il più antico documento esistente nel quale compare il nome America. La decisione del cartografo tedesco fu presa in omaggio ad Amerigo Vespucci, che per primo riconobbe che le terre da lui scoperte appartenevano a un nuovo continente. La mappa è conservata alla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti a Washington, ma fra poco sarà accessibile a tutti grazie a internet.
Il Museo Galileo di Firenze
Per favorirne la fruizione da parte di un pubblico più vasto infatti, il Museo Galileo di Firenze ha realizzato un sito web che permetterà agli utenti di tutto il mondo di esplorare virtualmente l’antica mappa. L’edizione online sarà in italiano e in inglese e non solo darà accesso alla grande quantità di informazioni contenute nella mappa, ma ricostruirà anche il contesto storico e culturale nella quale fu prodotta. Il progetto sarà presentato il 7 ottobre in anteprima mondiale proprio nel luogo dove la grande carta è conservata a Washington e poco dopo sarà accessibile a tutti al sito http://mostre.museogalileo.it/waldseemuller (che diventerà attivo dopo la presentazione).
Acquistata per 10 milioni di dollari
La grande carta, unica copia superstite di una tiratura di mille esemplari, fu ritrovata nel 1901 dallo storico e cartografo gesuita Joseph Fischer nella biblioteca del castello del principe Johannes di Walburg-Wolfegg in Germania. È stata poi acquisita per 10 milioni di dollari dalla Library of Congress, che possiede la collezione di carte più ricca del pianeta. La mappa, che è formata dall’assemblaggio di dodici fogli, raffigura il Nuovo Mondo come un continente separato, documentando così l’idea rivoluzionaria di Vespucci che segnò il tramonto della tradizionale tripartizione del mondo in Europa, Asia e Africa. Non a caso, è stata soprannominata il certificato di nascita dell’America.
Versione virtuale
Nella sua versione virtuale, le dodici tavole che compongono la mappa corrisponderanno nella home page ad altrettante porte di accesso, suddivise in circa duecento sezioni che comprendono 41 filmati e 25 animazioni 3D (realizzati dal Laboratorio multimediale del Museo Galileo) per un totale di oltre due ore e mezzo di filmati digitali in italiano e inglese. Le sezioni possono essere esplorate in maniera sequenziale, oppure l’utente può muoversi liberamente consultando la mappa del sito e selezionando gli argomenti di proprio interesse. Sulla carta, riprodotta ad altissima risoluzione (54x30 mila pixel), si potranno inoltre visualizzare tutte le iscrizioni latine lasciate da Waldseemüller, tradotte in italiano e inglese: 159 cartigli, 185 regni e province, cento toponimi del Nuovo Mondo, oltre alle numerose indicazioni cosmografiche presenti sulla cornice graduata che circonda la rappresentazione del globo terracqueo a forma di cuore.
Due anni di lavoro
«Il progetto ha richiesto circa due anni di lavoro, in gran parte occupati dall’elaborazione grafica delle immagini e dalla costruzione delle animazioni 3D che rappresentano uno degli elementi di forza del sito web», spiegano gli addetti del Museo Galileo che si sono occupati della trasposizione sul web del documento. «Sono animazioni che spiegano i metodi di proiezione cartografica in uso nell’antichità e nel primo Rinascimento, il funzionamento degli strumenti per la navigazione, i viaggi oltre oceano di Colombo e Vespucci e il modo in cui Waldseemüller ha operato per eseguire la sua dettagliata rappresentazione dell’intero globo terrestre. Per eseguire tutto questo è stato necessario un lavoro di collaborazione diretto tra il responsabile scientifico, i grafici e i tecnici informatici. Il responsabile scientifico ha lavorato un po’ come il regista di un film, guidando passo per passo l’elaborazione delle immagini e dei filmati con la stesura di dettagliati storyboard e il controllo continuo di ogni fase dell’elaborazione grafica».
La mappa che ha cambiato la storia
Gli utenti tra le altre cose potranno anche accedere a un ricco gruppo di mappe e libri scansionati ad alta risoluzione e disponibili attraverso la biblioteca digitale del Museo Galileo e imparare a disegnare una mappa per capirne i principi proiettivi. Determinante per la riuscita del lavoro è stata anche la sponsorizzazione dell’Ente Cassa di risparmio di Firenze e la collaborazione con la Library of Congress di Washington che ha messo a disposizione i file ad alta risoluzione della mappa da loro custodita, e le competenze dei loro esperti di cartografia antica. Il tutto è confezionato in modo da poter essere apprezzato da ogni categoria di lettori: studenti, studiosi o semplici amatori che con un semplice clic potranno mettere mano a una delle mappe che ha cambiato la storia del mondo.

26 settembre 2016 (modifica il 26 settembre 2016 | 09:48)

lunedì 26 settembre 2016

Referendum truffa. Il quesito scritto dai banca Etruria

Alessandro Sallusti - Sab, 24/09/2016 - 15:02

Un presidente del Consiglio e il suo ministro per le Riforme non hanno il diritto di imbrogliare i cittadini in modo così smaccato



Passino le bugie, le promesse non mantenute, le sceneggiate sui palcoscenici internazionali per mascherare i fallimenti.

Ridicolo, ma ci può stare per disperazione, spacciare una crescita dello 0,7 per un successo (la Spagna, per esempio, cresce del 3). Gli italiani ci hanno fatto l'abitudine al Renzi venditore di fumo, semplicemente non fanno più caso a ciò che dice. Ma la truffa no, un presidente del Consiglio e il suo ministro per le Riforme non hanno il diritto di imbrogliare i cittadini in modo così smaccato.

Mi riferisco al quesito che hanno deciso di stampare sulla scheda che troveremo nelle urne dell'imminente referendum sulla riforma del Senato. Che reciterà (faccio una sintesi): «Vuoi tu ridurre il numero dei parlamentari e diminuire i costi della politica?».

Chiunque, a una simile domanda non può che rispondere: sì, certo. Ma non è così. Mi spiego. Sarebbe come se ci chiedessero: «Vuoi pagare meno tasse?», senza dirci che se diciamo «sì» ci tolgono la pensione e dimezzano lo stipendio. Oppure. «Vuoi bene alla mamma?», evitando di avvisarci che parallelamente tolgono la mutua a tutta la famiglia.

Avremo modo di spiegare, in maniera documentata e dettagliata, nelle prossime settimane, perché votando «sì» non solo non cambierà un bel niente ma ci ritroveremo ancora più sudditi di uno Stato ingordo, padrone e invadente. Per ora ci limitiamo a mettervi in guardia da un premier e da un governo di truffatori che usano, come hanno fatto i loro amici e parenti con le banche (il caso Etruria spiega molte cose) metodi spregiudicati con cittadini indifesi in quanto sprovveduti in materia e in buona fede.

Ad affidare il nostro destino al duo Renzi-Boschi rischiamo la stessa fine di chi ha affidato i suoi risparmi alla Etruria, banca di famiglia. Le riforme vanno fatte, eccome. Ma non questa, non così, non con trucchi e imbrogli, non prendendoci in giro. E non è neppure vero che «meglio poco di niente» se quel «poco» peserà come un macigno sulle libertà politiche e sulle regole della democrazia. Ma soprattutto mi rifiuto di farmi prendere per il naso da Maria Elena Boschi, che serafica ieri ha spiegato:

«La domanda referendaria è esattamente il titolo della legge». Senta, bella signora, chi ha scritto quel titolo guarda caso proprio in quel modo truffaldino? Buon sangue non mente, ma mi creda: ai Boschi abbiamo già dato.

Londra: rinvenuti scheletri di «cinesi» in cimitero di epoca romana

Corriere della sera

di Angelo Piemontese

Vissuti tra il II e il IV secolo d. C.. Finora un solo ritrovamento simile in Puglia. Il rapporto tra impero romano e cinese è documentato, ma non ci sono fonti sulla presenza di individui asiatici. Le ipotesi: mercanti o discendenti di schiavi

Gli scavi a Southwark (Museum of London)

I primi cinesi a Londra? Arrivarono quando l’attuale capitale inglese si chiamava Londinium ed era sotto il dominio dell’antica Roma. Nel moderno quartiere di Southwark, che all’epoca era un villaggio sulle rive del Tamigi, gli archeologi hanno infatti ritrovato, scavando in un antico cimitero romano, gli scheletri di due individui di origine asiatica vissuti tra il secondo e il quarto secolo d. C., molto probabilmente cinesi, a giudicare dalla morfologia delle ossa. Finora solo un altro scheletro di questa etnia di età romana è stato rinvenuto nei confini di quello che era l’impero dei Cesari, nel sito di Vagnari, a Gravina di Puglia, in provincia di Bari.
I rapporti tra Roma e la Cina
«La notizia è estremamente interessante», commenta Maria Teresa Grassi, docente di storia romana alla Università statale di Milano, «perché il rapporto tra romani e cinesi è ben documentato, per esempio da indumenti di seta con disegni orientali trovati a Palmira, città siriana snodo di importanti commerci a quell’epoca. Ma della presenza fisica di abitanti della Cina nelle provincie romane, soprattutto in Britannia, non ci sono fonti: mi sorprende davvero il fatto che siano giunti così a occidente».
Interrogativi
La scoperta effettuata dai ricercatori del Museum of London e pubblicata su Journal of Archaeological Science getta dunque nuova luce sui flussi migratori dell’antichità tra Asia ed Europa, ma solleva anche inediti interrogativi. Roma era infatti una città multietnica, popolata da persone provenienti da ogni angolo dell’impero: schiavi catturati durante le campagne di conquista in nuovi territori, artigiani specializzati trasferitesi dove era richiesta la loro abilità e migranti giunti alla ricerca di fortuna prevalentemente dall’Africa. Insomma, già duemila anni fa Roma era un’attrazione per i popoli del bacino del Mediterraneo. «Siamo portati a pensare che la globalizzazione sia un fenomeno moderno», spiega la professoressa Grassi, «ma già dalla preistoria gli uomini intraprendevano lunghi viaggi spinti dalla molla del commercio».
Rari contatti diretti
Sebbene tra romani e cinesi ci fosse un fiorente traffico di merci, soprattutto importazioni di seta e spezie, i due popoli si guardarono sempre con reciproca diffidenza, entrando raramente in contatto diretto e conducendo i loro scambi tramite intermediari. Cosa ci facevano dunque due cinesi nel periodo di massimo splendore dell’impero romano in un sobborgo di Londra? Per gli archeologi inglesi resta un mistero, anche se le ipotesi formulate e al vaglio degli studiosi sono molteplici.

Forse erano mercanti in viaggio d’affari, forse discendenti di schiavi orientali: Rebecca Redfern, del Museum of London, sostiene che i due cinesi potrebbero essere stati venduti da trafficanti indiani a qualche patrizio romano come servitori esotici. «Sono plausibili entrambe le supposizioni, anche se personalmente propendo più per l’idea che fossero commercianti; però non è da escludere che siano stati proprio loro l’oggetto della transazione: tutto ciò che proveniva dall’Estremo oriente passava infatti dall’India, compresa la vendita di schiavi, una delle voci più redditizie dei commerci di allora», dice l’esperta.
Il cimitero degli «stranieri»
Ma c’è un’altra intrigante possibilità presa in esame dai ricercatori inglesi. Nel cimitero di Southwark sono stati trovati infatti i resti di 22 soggetti e grazie ad accurate analisi effettuate da esperti forensi dell’Università del Michigan è emerso che erano tutti stranieri: almeno quattro africani e cinque provenienti dal zone affacciate al Mediterraneo, oltre ai due presunti cinesi. Il fatto che fossero sepolti allo stesso modo e nello stesso luogo degli abitanti locali fa supporre che potrebbero essere stati «immigrati» di seconda generazione, che avevano acquisito lo status sociale degli indigeni. Ma avevano mantenuto le loro tradizioni, almeno a tavola: analisi con radioisotopi hanno permesso di scoprire le loro abitudini alimentari, prevalentemente a base di vegetali, molto diverse da quelle dei nativi locali che seguivano invece una dieta ricca di risorse acquatiche del vicino Tamigi.
Gli scambi e i mescolamenti
«Non la vedo come un’ipotesi assurda», afferma Grassi. «Però in mancanza di altre prove mi sembra prematuro parlare di una Chinatown dell’antichità». Accanto ai resti di una giovane donna è stato poi rinvenuto un coltello con il manico in avorio forgiato a forma di leopardo, una lavorazione tipica degli antichi cartaginesi. Rilevamenti con radioisotopi sui denti della ragazza hanno confermato che era cresciuta in Africa, ma l’analisi del Dna ha rivelato che la giovane aveva occhi azzurri e che la madre proveniva dall’Europa dell’est. «Non c’è da stupirsi: già Alessandro Magno si era spinto secoli prima ai confini tra India e Cina e molti greci e macedoni al suo seguito si erano poi stabiliti in quei luoghi remoti. In età romana diverse genti d’oriente sono volontariamente confluite nel ricco impero occidentale», conclude la professoressa.

25 settembre 2016 (modifica il 25 settembre 2016 | 10:37)