martedì 21 febbraio 2017

X-Agent, il malware per Mac che ruba informazioni anche da iPhone e iPad

lastampa.it
antonio dini

Dalla Russia arriva un software capace di spiare i computer Apple e addirittura recuperare dati riservati dal backup dei dispositivi mobili collegati. Ma difendersi non è difficile



Dopo il partito democratico americano adesso si scopre che gli hacker russi vanno all’attacco di Apple. O meglio, dei suoi computer (considerati relativamente più sicuri dei concorrenti Pc con Windows), con uno spyware che ruba le informazioni private.

La rete di hacker russi APT28, che secondo gli esperti è collegata al governo russo e ad ambienti della criminalità organizzata di quel Paese, sarebbe il soggetto dietro alla versione di un malware che adesso prende di mira MacOS, il sistema operativo dei computer Apple e che finora hanno avuto una esposizione ai rischi da virus e intrusione digitale relativamente molto più bassa dei Pc con il sistema operativo di Microsoft a bordo.

Il malware che attacca il Mac si chiama X-agent ed è particolarmente efficace nello spiare gli utenti: ruba e invia a indirizzi internet anonimi (in una lunghissima catena di nodi di Pc zombi in modalità “comando-e-controllo”) le informazioni contenute sul Mac: contatti dalla rubrica, informazioni sulla posizione, lista delle app installate, fotografie conservate sul computer e vari altri dati. Inoltre, ed è una capacità ancora più insidiosa, X-agent attacca anche il backup di iPhone e iPad sincronizzati con quello specifico Mac, cercando anche qui di rubare password, immagini, informazioni riservate. 

X-agent non nasce per Mac: il malware era già stato scoperto esistere anche per Windows e addirittura per Linux, considerato un sistema operativo potenzialmente molto ben difeso dalle insidie informatiche dei malintenzionati. Perché l’attacco dei pirati russi collegati dal 2007 al Cremlino abbia successo e X-agent possa essere installato, occorre la involontaria collaborazione degli utenti Mac. Questi infatti devono autorizzare l’installazione di quello che può sembrare un innocuo aggiornamento ad esempio di un finto programma per la sicurezza Mac come MacKeeper, notoriamente violato dai malintenzionati (il suggerimento è di cancellare subito MacKeeper o di non installarlo mai). 

Lo strumento gratuito più accreditato per difendere o bonificare il Mac da questo tipo di attacchi è l’antimalware gratuito Avast oppure il prodotto commerciale Malwarebytes.

@antoniodini

Da ZTE arriva Gigabit, lo smartphone ultraveloce per la rete 5G

lastampa.it
marco tonelli

Atteso al Mobile World Congress 2017 che si aprirà a breve a Bercellona, sarà il primo dispositivo in grado di raggiungere la velocità in download di 1 Gigabit al secondo. Ma potrà sfruttarla solo in pochissime città



Sono già molte le anticipazioni del Mobile World Congress, la più grande fiera mondiale della telefonia che si aprirà a Barcellona la settimana prossima. E una riguarda la cinese ZTE, che dovrebbe annunciare il primo smartphone in grado di raggiungere la velocità di 1 Gbps per secondo in download. Il tutto grazie alla compatibilità con la rete 5G, ancora in via di sviluppo. Gigabit (questo forse il suo nome) sarà compatibile con i video in 4K e la realtà virtuale, senza dimenticare la possibilità di registrare filmati panoramici a 360 gradi. Inoltre, grazie alla connessione ultraveloce, sarà anche possibile accedere in maniera istantanea ai dati salvati sul cloud. 

E se non sono ancora stati rivelati dettagli sull’hardware installato, si potrebbe trattare del modem LTE X16 di Qualcomm: l’unico in grado di raggiungere queste prestazioni. E potrebbe essere abbinato al processore Snapdragon 835, caratteristica principale della linea S8 di Samsung, che dovrebbe essere annunciata il prossimo 29 marzo.

Insomma, ZTE potrebbe battere sul tempo il colosso coreano. Ma pochi potranno utilizzare al meglio il nuovo smartphone: a ottobre dello scorso anno, in Australia è stata lanciata la prima rete cellulare al mondo in grado di trasmettere dati fino a un Gigabit al secondo. Un progetto che diventerà operativo entro la fine delkl’anno. Stesso destino per una linea analoga che vedrà la luce negli Stati Uniti. Mentre per quanto riguarda il nostro Paese, i primi esperimenti inizieranno nel 2018, ma per il debutto se ne parlerà nel biennio 2020/2022. 

Durante il Mobile World Congress, ZTE non ha previsto un evento ufficiale dedicato a Gigabit, ma lo presenterà insieme ad alcuni dispositivi della linea Blade, anch’essi annunciati dall’azienda di Shenzen. 

Gemelli

lastampa.it
jena@lastampa.it

La sinistra italiana costretta a giocare tra Renzi e D’Alema, i gemelli dell’autogol.

Vivere sicuri online nell’era dell’economia aperta

lastampa.it
lorenza castagneri

La sfida del presente è garantire la sicurezza informatica: qualche consiglio su come fare per cittadini e aziende

Si lavora dal cellulare e sul tablet. In metro, in trasferta, se non direttamente da casa o da qualunque parte del mondo, come freelance. Chi va in ufficio condivide la sua postazione con altri. E tra i “nuovi colleghi” ci sono sempre più i sistemi di intelligenza artificiale, come i bot. Succede già oggi e succederà sempre di più spesso. Ma nell’era dell’”open economy”, l’economia aperta, come l’hanno definita Samsung e The Future Laboratory in uno studio presentato qualche giorno fa a Londra, la priorità resta la sicurezza delle informazioni digitali. 

LA SICUREZZA INFORMATICA NEL QUOTIDIANO
Quasi il 70 per cento dei giovani ammette di non pensare troppo a questo aspetto. Sembra un concetto astratto. Non lo è. Prendiamo il caso di un tecnico informatico lavoratore autonomo che sta contribuendo al progetto di un nuovo smartphone per un’azienda X. I manager si stanno rendendo conto che quella persona dovrà avere accesso soltanto alle informazioni che riguardano strettamente il suo compito. Gli altri dati, che potrebbero essere ceduti a un concorrente, vanno tenuti ben protetti. 
Scena 2: il dipendente sfrutta lo smart working e lavora al bar. Anche qui le aziende iniziano a pensare che servano paletti: ok se ci si limita a rispondere alle mail, no se si sta sviluppando un prodotto innovativo.

Quello va fatto in ufficio, lontano da orecchie indiscrete, dove la rete è sicura. È una questione anzitutto di fedeltà aziendale e di riservatezza. Di etica. Ma pure di tecnologia. Nel 2020, le macchine connesse saranno, si stima, 7,3 miliardi. Non si parla di computer e telefoni. Ma delle linee nelle fabbriche. Addirittura delle scrivanie, ipotizza qualcuno. E urge attivarsi per proteggere la mole di preziosi dati che produrranno giorno dopo giorno. «La sensibilità delle aziende sul tema è cresciuta . Sia le grandi sia le piccole e medie imprese si stanno attivando per rendere meno obsoleti i loro sistemi di sicurezza», racconta Antonio Bosio, direttore Product&Solution di Samsung Electronics Italia, che da anni, anche con incontri, cerca di sensibilizzare gli attori economici sul tema. 

I PRIMI PASSI PER ESSERE SICURI
E allora, che cosa bisogna fare per essere sicuri online? «Io credo serva un cambio culturale - risponde -. Un dipendente non può scrivere la password del suo computer su un post-it attaccato allo schermo». Nemmeno si deve condividere i codici di accesso con i colleghi. E prima ancora, bisogna impostare chiavi di accesso sicure, cosa scontata ma ancora rara. Sono piccoli gesti, che possiamo fare tutti. Come pure non collegarsi a reti Wi-Fi pubbliche non abbastanza protette. In questi casi è importante installare sui propri dispositivi un VPN, cioè un virtual private network che cripta le nostre informazioni mettendole al sicuro dagli hacker. Basta scaricare una app. Ce ne sono tante. Gli abbonamenti costano pochi euro all’anno. 

IL CASO DI KNOX
Lo stesso principio è alla base di Knox, il sistema di sicurezza che da quattro anni è presente sugli smartphone, sui tablet e sugli smartwatch di Samsung. Cos’è? Compare sullo schermo con un’icona, come una qualsiasi app. Accedendovi, si entra in uno spazio di lavoro parallelo, dove si ritrovano le altre app: Internet, le mail, la fotocamera. 

Si tratta di un “telefono nel telefono”. Tutte le informazioni cercate o prodotte qui dentro, fotografie incluse, non si ritrovano nelle app Internet, mail o galleria che ci sono sullo smartphone al di fuori di Knox. Per ripescarle si deve entrare in Knox e scrivere per ogni app una password. Di più: come detto, lì dentro i dati sono crittografati. Dunque se anche una spia riuscisse a violare il sistema si ritroverebbe in mano un pugno di informazioni incomprensibili. 

Insomma: è come avere uno smartphone personale e uno aziendale in uno, quest’ultimo rappresentato da Knox. «Il fatto di aver messo a punto questo software appositamente per i nostri stessi hardware, cioè i nostri prodotti è una garanzia in più», riprende Bosio. «Assicuriamo la sicurezza, senza limitare la libertà degli utenti. È questa la sfida: riuscire a bilanciare i due aspetti».

Un cellulare su due è usato solo per Sms e telefonate

lastampa.it
 di Marco Moretti

Complici i piani tariffari, i messaggini sono più utilizzati delle app per chattare come WhatsApp in Francia, Belgio, Regno Unito, Portogallo, Svezia, Danimarca, Polonia, Russia, Usa, Canada e Australia



Nel mondo quasi la metà di chi possiede un cellulare (il 47%) lo usa solo per fare telefonate e inviare sms, una percentuale che è però destinata a diminuire rapidamente nei prossimi anni, scendendo al 29% nel 2030. A dirlo è una ricerca della Gsma, l’associazione che riunisce le aziende operative nella telefonia mobile, condotta in 56 Paesi che rappresentano l’80% della popolazione mondiale.Stando all’indagine, gli sms sono molto apprezzati anche dove è diffusa la presenza di smartphone e connessioni a internet. Complici i piani tariffari con gli sms illimitati, i messaggini sono più utilizzati delle app per chattare come WhatsApp in Francia, Belgio, Regno Unito, Portogallo, Svezia, Danimarca, Polonia, Russia, Usa, Canada e Australia.

Guardando al coinvolgimento dei cittadini, e cioè alla frequenza e alla varietà d’uso del telefonino da parte dei gli utenti, Corea del Sud e Qatar si trovano al primo posto, seguiti dagli Usa, mentre l’Italia è diciassettesima. Chiudono la classifica il Congo e l’Etiopia. Sempre in base ai dati, a livello globale il 72% dei possessori di smartphone usa il dispositivo per cercare informazioni su prodotti e servizi, ma solo il 48% lo usa anche per fare acquisti. Un dato che, dicono gli analisti, mostra l’esistenza di uno spazio di crescita per il mobile commerce. 

lunedì 20 febbraio 2017

Il “telefono della morte” di Hitler venduto all’asta per 243 mila dollari

lastampa.it



Il telefono usato personalmente da Adolf Hitler negli ultimi 2 anni della II Guerra Mondiale per impartire i suoi ordini di morte, ritrovato nel bunker sotto la Cancelleria a Berlino, dove con Eva Braun, Hitler si suicidò, è stato battuto al’asta per 243.000 dollari negli Stati Uniti. Originalmente un normale telefono nero in bachelite nera della Siemens, modello standard della Wermacht (l’esercito tedesco) venne poi dipinto di rosso e ci venne inciso il nome del dittatore nazista, la svastica e l’aquila emblema del Terzo Reich.

Trovato nel maggio del 1945 nel bunker dalle truppe sovietiche, che per prime entrarono a Berlino, era stato valutato tra i 200.000 ed i 300.000 dollari dalla case d’aste “Alexander Historical Auctions” in Maryland che non ha rivelato né la nazionalità né ovviament l’identita dell’acquirente.
Faceca’ parte di un lotto di “memorabilia” naziste ma è considerato come probabilmente l’arma più letale dell’intero arsenale del Terzo Reich: era tramite quel telefono che Hitler decideva le sorti di un Paese, una città o un intero popolo.

Il telefono di Hitler venne donato dagli ufficiali sovietici al generale di brigata britannico Sir Ralph Rayner durante una visita nei resti del bunker. Il figlio del generale lo ereditò e ha deciso di venderlo.

Case e conti correnti: ecco i tesori segreti del clan Fini-Tulliani

ilgiornale.it

Massimo Malpica - Dom, 19/02/2017 - 23:12

Per essere dilettanti senza esperienza, costretti a liquidare le proprie società una dopo l'altra perché regolarmente in perdita, il tesoretto messo su dai Tulliani non è da buttare via. 

Ne traccia una mappa abbastanza dettagliata il decreto di sequestro preventivo del gip romano Simonetta D'Alessandro, snocciolando case e indirizzi per un controvalore di diversi milioni di euro, contro i circa sette che la famiglia avrebbe riciclato da Corallo secondo l'accusa. C'è la metà di un appartamento di 155 metri quadrati in via sulle Mura a Capranica Prenestina, in provincia di Roma, intestata a Sergio Tulliani.

E l'altro 50 per cento di quota della casa di tre vani e della cantina di 11 metri quadri nel palazzo di famiglia, in via Raffaele Conforti, a Roma, sempre intestata a Sergio. Che in quell'edificio è proprietario anche (sempre a metà con la moglie) di una casa di cinque vani al piano terra, con cantina e box auto. E ancora Sergio si è visto sequestrare le quote (al 50 per cento anche queste) di un appartamento A/2 di 6,5 vani con cantina e box auto, nella vicinissima via Ago, a un tiro di schioppo dal quartier generale della famiglia, e di un'altra casa di 128 metri quadri nell'elegante quartiere di Monteverde, in viale dei Quattro Venti, per finire con la casa al mare dei Tullianos, 86 metri quadri per un totale di sette vani in via Caterattino, a Sabaudia.

A questo piccolo impero del mattone vanno aggiunti gli immobili di Elisabetta dei quali il gip ha ordinato il sequestro. Una casa di 4 vani nella centralissima via Sardegna, a pochi metri da via Veneto, un locale C/1 di quasi 70 metri quadri in via Corbino, nel quartiere Portuense, e un palazzetto di tre piani e nove vani più magazzino di 50 metri quadri a Rocca di Mezzo, in provincia dell'Aquila.
Last but not least, ecco Giancarlo. Nell'elenco degli immobili sequestrati ci sono i 247 metri quadrati (per complessivi 9 vani) su quattro livelli dell'immobile di via Raffaele Conforti numero 70-80, con box auto per 62 metri quadri. E Giancarlo in via Conforti, ma al civico 52, aveva anche un'altra casa di 76 metri quadri al quarto piano, con cantina e ben due box auto.

Se questo è il tesoro degli «immobiliaristi per caso», dall'ordinanza saltano fuori anche altre pedine del Monopoli targato Tulliani. Per esempio un'ennesima casa nella strada di famiglia, al 52 di via Conforti, che Elisabetta acquista il 14 luglio del 2010 per circa mezzo milione di euro utilizzando, secondo la procura, parte dei soldi (2,4 milioni) che Corallo aveva mandato sui conti di papà Sergio, con la «celebre» causale «decreto 78/2009», quello che favoriva la Atlantis alle prese con il mercato delle slot in Italia. Da quel bonifico pesca 12 assegni non trasferibili da 100mila euro anche Giancarlo, per comprare sempre a luglio 2010 il villino bifamiliare di via Conforti, questo però oggetto di sequestro.

Va da sé che il pezzo forte dell'asset immobiliare di famiglia era la casetta monegasca. Con Giancarlo ed Elisabetta indicati come «riciclatori» sia al momento dell'acquisto da An con lo schermo delle offshore Printemps e Timara che per la più recente e fruttuosa cessione. Quando nel 2015 l'appartamento passa di mano per 1,3 milioni di euro, la cifra se la spartiscono i due fratelli. Ma i Tulliani senza Corallo e le offshore, scrive il gip, «lasciano tracce grossolane». Tanto che quando rivendono la casa nel Principato, fanno «appena in tempo per ricadere in pieno regime di incriminazione per autoriciclaggio».

La nebulosa della sinistra: sigle, nomi e tribù

repubblica.it
di CONCITA DE GREGORIO

Da Rifondazione agli ex dc, il mondo progressista è diviso. Ecco come

La nebulosa della sinistra: sigle, nomi e tribù

CHI STA con chi. Per andare dove. Per fare cosa. Il disorientamento dei lettori di questo giornale e degli ostinati elettori del centrosinistra è lo stesso di tutti quelli, fra noi, che non siano cultori della materia o interessati a un seggio, spesso entrambe le cose. Nel giorno in cui si chiude il congresso di Sinistra Italiana e il Pd si riunisce in assemblea proviamo a fare una mappa, certamente in difetto di distinguo. La trasformazione dei partiti novecenteschi di sinistra in nebulosa mediatica prevede una certa approssimazione, ce ne scusiamo. Da sinistra verso destra.

Rifondazione comunista. Esiste, resiste e si avvia al decimo congresso: a Spoleto dal 31 marzo al 2 aprile. La guida ostinato Paolo Ferrero: piemontese, ex Democrazia proletaria, ministro della Solidarietà sociale nel secondo governo Prodi. Nel periodo della campagna per il No ha riconquistato visibilità, ricontattato settori del sindacato di base e associazioni storiche come l'Anpi. Conta sull'energia di Eleonora Forenza, europarlamentare barese, eletta con più di 20 mila preferenze ai tempi della lista Tsipras. Riferimento di movimenti universitari, ricercatori precari. Completamente assente da alcuni territori, ne governa altri. Ha una filiera istituzionale di consiglieri e assessori. A Palermo, per esempio, è forza di governo a sostegno di Leoluca Orlando.

Dema. Il movimento del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, si ispira al manifesto delle città ribelli: capofila Barcellona di Ada Colau. Joan Subirats, ideologo del neo-municipalismo: "Gli Stati sono finiti. Saranno le città ribelli a cambiare l'Europa". In collegamento col movimento di Varoufakis, ambisce a diventare la Podemos italiana o almeno il riferimento della sinistra civica: comitati per la casa, ambientalismo, beni comuni. Stefano Rodotà sarà il 21 febbraio all'istituto per gli studi filosofici di Marotta. Molto seguito da Micromega, coniuga effervescenza giovanile e intellettualità. Nuovo meridionalismo. Neopopulismo antisistema che mostra capacità di governo. Interessante il rapporto fra De Magistris e Michele Emiliano, spesso insieme nelle foto. Per Emiliano una sorta di ‘certificazione di sinistra', all'opposto di quello che fu la foto di Vasto per Vendola e Di Pietro.

Sinistra Italiana. A congresso a Rimini. SI (ex Sel) è stata finora un gruppo parlamentare senza partito, rischia di uscire dal congresso come partito senza gruppo parlamentare. A contendere la segreteria al delfino di Vendola, Nicola Fratoianni, c'era infatti Arturo Scotto che fino a fine gennaio ha fatto tesseramento con il suo gruppo: Ciccio Ferrara, Marco Furfaro Michele Piras, Massimiliano Smeriglio. A fine gennaio il contrordine compagni: il gruppo è uscito per unirsi al movimento di Pisapia che, insieme a quello di D'Alema, potrebbe formare un gruppo parlamentare e comunque assicura in caso di elezioni un maggior numero di seggi. Pontiere con Pisapia è Ciccio Ferrara, napoletano, storico uomo macchina di Vendola, in ottimi rapporti con Bersani. All'uscita del gruppo Claudio Fava ha scritto "not in my name". Attivi al congresso Cofferati, Mussi, Landini, D'Attorre e Tomaso Montanari. Da seguire, oggi, l'intervento dell'ex sindaco di Molfetta Paola Natalicchio in una foto altrimenti per soli uomini, con la notevole storica eccezione di Luciana Castellina.

Possibile. Di Pippo Civati, antesignano del dissenso al renzismo. A fine gennaio affollata assemblea a Parma, in prove di dialogo con Pizzarotti. Molto attiva e amata Beatrice Brignone, Senigallia, subentrata in Parlamento a Enrico Letta. Luca Pastorino, sindaco ligure, ha ottenuto un eccellente risultato alle regionali portando tuttavia alla vittoria di Toti.

Campo Progressista. Tandem Pisapia-Boldrini, raggiunto dalla porzione di SI traghettata da Ferrara e Smeriglio, braccio destro di Zingaretti, ex Rifondazione, ex Sel, sinistra laziale post veltroniana presente in quasi tutte le assise del momento, siano D'Alema Pisapia o Emiliano. Una confluenza, questa, che porta al gruppo una quindicina di parlamentari. Inoltre: Maria Pia Pizzolante dai giovani di Tilt, Simone Oggionni, 1984, da Esse Blog. Dalla Puglia Dario Stefàno, dalla Sardegna Luciano Uras in singolare coincidenza di destinazione col suo antagonista Michele Piras. I rapporti del gruppo Pisapia con Renzi sono buoni, ottimi quelli con D'Alema, sospesi quelli con SI. Decisivo capire se si farà il gruppo parlamentare con quelli di ConSenso, in caso di scissione Pd.

Campo aperto. Gianni Cuperlo. La voce ferma, coerente della sinistra Dem. Per il Sì al referendum, contro la scissione del partito.

ConSenso. I comitati per un nuovo centrosinistra lanciati da D'Alema il 28 gennaio scorso sono il fulcro della galassia. Scissione o no passa da lì. La forza di D'Alema e quella di Pisapia possono formare subito un gruppo parlamentare e contano su almeno venti seggi in caso di elezioni, dice chi fa i conti. D'Alema era ieri alla riunione di Emiliano ma non sarà oggi all'assemblea Pd.

Democratici socialisti. Triangolo di opposizione a Renzi: Enrico Rossi Michele Emiliano Roberto Speranza. Emiliano, presidente Puglia, è motivato alla scalata. Si presenta da sinistra, su scala nazionale, dopo aver praticato le larghe intese in Puglia: la stagione post-Vendola è cresciuta sul bilico post ideologico caricando pezzi organici e storici del centrodestra locale. Una sinistra marsupiale, che tiene dentro e nutre - così zittisce - l'opposizione. Negli enti, nei consorzi, nelle partecipate.

Giovani turchi/1. Andrea Orlando. Ligure, radici nel Pci. Da tenere molto d'occhio nel suo lavoro di tessitura silenzioso. In dialogo con gli ex popolari e con l'area Dem di Dario Franceschini. Orlando, ministro di Giustizia sia con Renzi che con Gentiloni, è uno dei più quotati antagonisti per il dopo Renzi, in alternativa a Emiliano.

Giovani turchi/2. Matteo Orfini, ex braccio destro di D'Alema ora renzianissimo, dal gruppo Rifare l'Italia alla presidenza del partito passando per l'operazione Roma, affossamento di Marino e consegna della città al M5S. Con Francesco Verducci, in ascesa, vengono dal gruppo della fondazione Gramsci. Scuola Vacca. Studiosi, strutturati, prudenti.

Area Dem. Dario Franceschini dà le carte, e da molto tempo. Ora in asse con Gentiloni e Mattarella, radici cattoliche. Istituzionali. Con Debora Serracchiani sono l'ossatura di un possibile Pd post-renziano e centrista, il vero ostacolo all'operazione D'Alema. Il vero nemico di chi tenta di scalare il partito da una, vera o presunta, sinistra.

Movimento lombardo. Il Pd di Milano e lombardo, snobbato dalle cronache, è il più vitale. Esprime pezzi di governo. Maurizio Martina, renziano ma non troppo, bergamasco, ex segretario cittadino poi regionale. Cristina Tajani, Milano In, appena entrata nel Pd da Sel/Si. Pierfrancerco Majorino e Pierfrancesco Maran hanno governato e governano le politiche della mobilità, migranti e urbanistica. Lia Quartapelle, deputata. Un pd che parla inglese, coworking e startup, e dialoga coi piani alti e lavora in basso. Capoluogo politico della sinistra che ha vinto e governa in Comune. La parte viva del Pd.

Tangentopoli si fermò davanti al Pci. D'Ambrosio disse: "Mani pulite è finita"

Stefano Zurlo - Sab, 18/02/2017 - 08:27

Il pm del Pool nel '93 mi confessò: il marcio è già emerso. Ecco perché le mazzette "rosse" non travolsero il partito

A volte modesti dettagli aiutano a capire. A volta la concatenazione precisa degli avvenimenti può sfuggire nel frastuono generale. A maggior ragione se l'epopea di cui parliamo è quella di Mani pulite, oggi sotto i riflettori per il venticinquesimo compleanno.

L'opinione pubblica si è divisa, anzi accapigliata, perché il Pool non riuscì a espugnare Botteghe oscure, così come aveva travolto il ponte di comando della Dc e del Psi. E ciascuno dei protagonisti a distanza di tanto tempo racconta i passaggi di quella storia controversa e cerca di spiegare perché lo squadrone di Mani pulite si arenò davanti alle mura della cittadella rossa.

Dunque, un piccolo episodio può fornire gocce di informazione a chi vuol capire, senza teoremi e tabù. Era la primavera del 1993 e lavoravo per l'Europeo, il settimanale di casa Rizzoli. Il direttore Myriam De Cesco mi aveva chiesto di seguire proprio l'indagine milanese che stava squassando i palazzi del potere. Un pomeriggio arrivai dunque a Palazzo di giustizia. Era la prima volta o una delle primissime occasioni che avevo di entrare nel tempio della giustizia italiana.

Com'è sempre stato da quelle parti, a dispetto di mille annunci di cambiamento e razionalizzazione delle abitudini e dei comportamenti, a quell'ora non c'era nessuno o quasi e io mi aggiravo, perplesso, per quei lunghissimi corridoi che mi ricordavano i quadri di De Chirico. Conoscevo a grandi linee l'intricata geografia del Palazzaccio, se non altro perché figlio di avvocati, ma vagavo con un certo disagio in quegli ambienti, sonnacchiosi a quell'ora, in cui si stava riscrivendo la storia d'Italia.

Mi ritrovai nell'interminabile corridoio della Procura, al quarto piano, il punto nevralgico della rivoluzione di rito ambrosiano. Camminavo e qualcuno mi veniva incontro: era Gerardo d'Ambrosio, il procuratore aggiunto, il coordinatore del Pool, in quel momento con Di Pietro, Borrelli, Davigo e Colombo uno degli uomini più famosi d'Italia. Mi squadrò, io mi presentai. Due minuti, qualche battuta con il suo inconfondibile timbro napoletano denso di ironie e umorismo, poi il procuratore mi rifilò la notizia che quasi non entrava nella mia testa: «Mani pulite è finita».

Lui parlava, io ascoltavo sgranando gli occhi, incredulo per lo scoop che stavo arpionando senza nemmeno aver buttato l'amo. La sostanza del ragionamento era che il più era stato fatto. Tangentopoli era stata svelata e il marcio attaccato. Formulai qualche domanda, tornai in redazione pronto a ricevere i complimenti della direzione che puntualmente arrivarono.

Capivo e non capivo il perché di quella clamorosa confessione. Come mai un magistrato così navigato si era spinto fino a quel punto? Preparai il pezzo che fu pubblicato nei giorni successivi con grande enfasi e fu ripreso dai telegiornali. Lui, visto l'inevitabile clamore, accennò un mezzo dietrofront, qualcosa smentì e qualcosa smussò ma il messaggio era chiaro.

E quella «lettera» aveva un destinatario: Tiziana Parenti, il pm del Pool che indagava sulle presunte mazzette versate proprio al Pci-Pds e cercava di avanzare su quello che allora i quotidiani chiamavano pomposamente il fronte orientale di tangentopoli. In quelle settimane cruciali l'inchiesta era arrivata davvero a un passo da Botteghe oscure. Molti osservatori ritenevano che la svolta fosse vicina. Ancora un po' e pure il vecchio, glorioso Partito comunista sarebbe franato sotto il piccone del Pool. C'erano grandi aspettative, ma anche enormi difficoltà. Per la struttura del partito e dei suoi quadri, gente all'antica che non era certo disposta a piegarsi davanti al vento di Mani pulite.

I personaggi alla Greganti, per capirci, rimanevano in cella senza fiatare, alimentando leggende e voci di ogni tipo. Certo, non correvano come centometristi per raccontare a Di Pietro quel che sapevano e inguaiare qualcun altro come facevano i loro colleghi del pentapartito. C'erano poi i rapporti complicati della Parenti con il resto del Pool: la pm, già alle prese con un contesto ostico, non godeva di grande simpatia e stima presso gli altri magistrati. Fuori le claque si dividevano: la Parenti veniva beatificata dai moderati, D'Ambrosio, da sempre icona della sinistra e in una futura seconda vita, anni dopo, parlamentare dei Ds, scaldava le platee dei compagni. E poco importava che a proposito di piazza Fontana e della morte di Pinelli non avesse sposato la vulgata più facile che voleva l'anarchico vittima della violenza di Stato.

Quell'intervista arrivò in testa alla pm come un missile. O almeno così la prese lei: qualche settimana dopo, incrociandola nel solito corridoio, fu lei a dirmi poche parole colme di sconforto: «Quell'articolo mi ha delegittimato». Chissà cosa replicherebbe D'Ambrosio che oggi purtroppo non c'è più e non può ribattere. Probabilmente la partita sarebbe finita allo stesso modo. Chissà. Alla fine gli assediati si salvarono e il partito pagò un prezzo tutto sommato accettabile alla grande tempesta: gli arresti decimarono la corrente dei miglioristi, scaricati come succursale dei corrotti del Psi. Il fronte orientale, che era stato fatale a Napoleone, lo fu anche a Mani pulite. E quella sconfitta, inattesa, raffreddò gli entusiasmi di una parte del Paese. Cominciava, fra divisioni e spaccature, un'altra storia che va avanti ancora oggi.

La balena in realtà era uno squalo: la vera storia di Pinocchio, alcune cose che forse non sapevi

repubblica.it
di Francesco de Augustinis

Una storia che tutti conoscono fin da bambini, celebrata e diffusa in tutto il mondo anche grazie al cartoon Disney. Ma siamo sicuri di sapere davvero tutto sul burattino più famoso di sempre?

Foto apertura

Chi non conosce a menadito l’intera storia di Pinocchio? Il simpatico e sventurato burattino di legno, forgiato dal povero Mastro Geppetto, che viene assistito dalla Fata Turchina e deve affrontare mille peripezie prima di trovare la retta. Oppure no? Una delle più note fiabe di tutti i tempi, l’opera di Collodi ha avuto una lunghissima serie di riedizioni e di trasformazioni, da quando nel 1881 apparve per la prima volta a puntate su “Il giornale per i bambini” con il titolo “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”.

Oltre al successo che accolse la storia man mano che veniva pubblicata, il libro conobbe una fortuna tale che dura ancora ai giorni d’oggi e ad esso furono dedicati altri racconti, film, opere d’animazione, e via dicendo. Tra le più note, il “Pinocchio” Disney, datato 1940 -coetaneo di Fantasia e di poco successivo al capostipite Biancaneve e i sette nani-, lo sceneggiato televisivo del 1972 firmato Luigi Comencini e infine l’opera del 2002 di Benigni.

Una miriade di interpretazioni e adattamenti, che ha creato -in particolare per quanto riguarda il caso Disney- un po’ di confusione sulla vicenda originale. 0Soprattutto se siete tra quanti si sbalordiscono a scoprire che il Grillo Parlante nella vera storia viene schiacciato e ucciso da Pinocchio con un martello alla prima apparizione, ecco quello che dovete sapere sulla vera vicenda del burattino più famoso del mondo.

1) Pinocchio parlava già prima di essere un burattino

pinocchio
Pinocchio non fu animato quando aveva fattezze di burattino, ma era già vivo come pezzo di legno. Un tronco che nelle prime fasi della storia impazza per il paese, atterra i passanti e persino i Carabinieri, abbatte banchi di frutta, fino a fermarsi davanti la porta di Geppetto che lo modella mentre è già parlante.

2) La morte del Grillo Parlante Il Grillo Parlante rappresenta la coscienza di Pinocchio. Per questo, nella prima fase della vicenda, il burattino non sopporta la sua ramanzina mentre sta frugando nella casa del padre, e senza fare tanti complimenti lo spiaccica con una mazzetta. Il grillo riapparirà comunque, nelle vesti di fantasma, in diverse occasioni durante il romanzo, perseverando nella sua intenzione di redimere il burattino.

3)  I mille volti della Fata Turchina

Fata Turchina

La Fata Turchina nel libro non agisce da sola ma ha “al suo servizio” tutta una sfilza di animali, tra cui un barboncino-cocchiere, un gruppo di topi che tirano la carrozza e una lumaca-messaggero. La fata nel corso della vicenda cambia diversi ruoli, sebbene sia sempre riconosceibile dal colore dei capelli.

4) Lo squalo e il naso L’animale che mangia Geppetto e Pinocchio non è una balena, che fu un’invenzione Disney, ma uno squalo gigante. Allo stesso modo, la storia del naso di Pinocchio, che cresce ad ogni bugia detta dal burattino, nel libro caratterizza solo un episodio del racconto mentre sarà il celebre cartone animato a farne il motivo centrale della storia.

5) Un tragico finale Nelle prime intenzioni di Collodi, la storia avrebbe dovuto concludersi in tragedia, con l’impiccagione del burattino. A mettere in atto la terribile esecuzione sono il Gatto e la Volpe, che dopo aver derubato e legato lo sventurato protagonista, lo appendono ad un ramo di una quercia.

6) La svolta turchina Quando questo drammatico finale fu pubblicato, alla 15esima puntata, l’effetto sui giovani lettori fu terribile, tanto che l’editore spinse l’autore ad allungare la storia, attraverso l’intervento di un bellissimo ragazzo dai capelli blu – una delle “versioni” in cui appare la Fata Turchina nella storia.

7) Le mille fatiche di Pinocchio 

volo pinocchio

L’impiccagione non è l’unica terribile angheria che Pinocchio deve subire nell’arco della vicenda, pur spesso meritandola con azioni altrettanto riprovevoli. Ad esempio, il burattino viene immerso “cinque o sei volte” nella farina, fino a renderlo bianco dalla testa ai piedi e del tutto simile ad una marionetta di gesso, per poi essere cucinato dentro una pentola! In un altro passaggio al burattino viene infilato “al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni d’ottone”, per fare la guardia come un cane.  O ancora, dopo essere trasformato del tutto in un asino, è vestito come una ragazza e costretto a fare danze assurde, o a saltare nei cerchi sul palco.

8)  Azione legale Paragonando il film Disney all’opera originale di Collodi si legge evidente lo sforzo del cartone di rendere più simpatico, dolce e innocente il povero burattino. La storia fu stravolta al punto tale che il nipote di Collodi chiese ai tempi al governo italiano di intentare causa alla Disney per aver eccessivamente americanizzato la creazione dello zio.

C'era una volta l'ottavo continente, oggi sommerso: è la Zealandia

repubblica.it

Una nuova ricerca pubblicata sul Journal of The Geological Society Of America ridisegna gli antichi continenti, aggiungendone uno oggi in gran parte sommerso e situato a est dell'Australia

C'era una volta l'ottavo continente, oggi sommerso: è la Zealandia
(Credits: N. Mortimer / GSA Today)

UN ottavo continente potrebbe andare ad aggiungersi ai sette già conosciuti: è la Zealandia e, secondo i geologi, è sommerso per il 94% dalle acque dell'Oceano Pacifico. Si trova a est dell'Australia e le sue terre emerse oggi sono conosciute come Nuova Zelandia e Nuova Caledonia. Un 'piccolo' continente mai considerato tale fino ad ora e che, come è spiegato nello studio Zealandia: Earth's Hidden Continent pubblicato dal GSA Today Archive del Journal of The Geological Society Of America, si estendeva per ben 4,9 milioni di metri quadrati di terra, più o meno 2/3 dell'Australia, dalla quale si sarebbe ''separato'' tra i 60 e gli 85 milioni di anni fa. E la cui frattura ancora adesso è visibile sulla costa del Queensland, lungo il Cato Trough, dove le due croste continentali distano solo 25 km l'una dall'altra.

''Non è solo un nome da aggiungere alla lista dei continenti conosciuti'' ha spiegato l'autore della ricerca alla Bbc, Nick Mortimer, aggiungendo che ''l'esplorazione delle terre sommerse ci aiuterà a comprendere meglio la coesione e la frammentazione della crosta continentale''. A ipotizzare l'esistenza della Zealandia era stato già nel 1995 Bruce Luyendyk, geofisico dell'Università della California. Ancora oggi studiamo i movimenti tettonici che hanno modificato nel millenni la crosta terrestre e gli scienziati formulano nuove ipotesi, tali da potere riscrivere la storia del nostro pianeta rispetto a quella che studiamo oggi sui libri scolastici.

E' recente un altro studio, firato da un team di geologi dell’Università di Witwatersrand, che ridisegna gli antichi continenti individuandone un altro nelle terre sommerse sotto le isole Mauritius: è Mauritia, frammento dell'antico continente Gondwana (dalla cui rottura oltre 200 milioni di anni fa si formarono Africa, India, Australia, Sud America e Antartide) e staccatosi dal Madagascar 80 milioni di anni fa, per venire poi ricoperto dalle eruzioni vulcaniche successive.

La Corte europea: Travaglio arrenditi

Mariateresa Conti - Sab, 18/02/2017 - 15:45

Confermata la diffamazione ai danni di Previti



Sperava, come il suo arcinemico mr B., di trovare un giudice a Strasburgo. Si ritrova invece, sommo sfregio, con un metaforico «arrenditi» dei giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo.

La libertà di espressione del direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio, hanno deciso gli eurogiudici, non è stata scalfita dalla doppia condanna (2008 e 2012) che i giudici italiani gli hanno inflitto per aver diffamato il signor P. al secolo Cesare Previti. Il ricorso del giornalista è inammissibile. Cane non mangia cane, toga non mangia toga. E così Strasburgo, cui Travaglio si era rivolto nel 2014, ha dato ragione ai giudici romani che per due volte avevano sentenziato che l'articolo di Travaglio dal titolo «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia», pubblicato sull'Espresso nel 2002, era lesivo per Previti.

Infatti il giornalista, parlando di una riunione sul caso Dell'Utri, aveva citato solo in maniera parziale una dichiarazione del colonnello dei carabinieri Michele Riccio «generando così nel lettore - scrive la Corte - l'impressione che il signor P fosse presente e coinvolto negli incontri riportati nell'articolo». Di qui l'assoluzione dei colleghi giudici: «Come stabilito dai tribunali nazionali, tale allusione era essenzialmente fuorviante e confutata dal resto della dichiarazione non inclusa dal ricorrente nell'articolo». E feroce contrappasso per Travaglio. Dura lex, sed lex.

Ungheria, sindaco bandisce gay e musulmani "L'Europa agli europei"

repubblica.it
ANDREA TARQUINI

Alla Bbc il primo cittadinodel villaggio di Asotthalom: "Qui siamo tutti bianchi, europei e cristiani, vogliamo mantenere questa situazione e non vogliamo immigrati o omosessuali". A far discutere la decisione della sua giunta di vietare affiggendo espliciti cartelli, la costruzione di moschee e l'uso del velo islamico

Ungheria, sindaco bandisce gay e musulmani "L'Europa agli europei"

BUDAPEST - Molti in Europa criticano il popolare premier ungherese Viktor Orbàn, pochi sanno con quali sfide dell'ultradestra egli fa i conti a casa. Un esempio, come narrato dalla Bbc britannica e ripreso ieri dall'agenzia italiana Dire, è ad Asotthalom, la graziosa cittadina a un passo dalla frontiera ungherese-serba e dalla barriera che la chiude per arginare la grande migrazione.

Il sindaco locale, Laszlo Toroczkai, membro di Jobbik (il partito di destra radicale che contesta nello Orszaghàz, il Parlamento nazionale, la maggioranza nazionalconservatrice della Fidesz di Orbàn, membro dei Popolari europei) ha varato dure leggi contro la residenza in loco dei musulmani, e anche severe restrizioni contro l'amore e le coppie omosessuali. Provvedimenti che appaiono contrari alle leggi ungheresi e alle stesse direttive del governo di maggioranza nazionalconservatore liberamente eletto (2010) e rieletto (2014).

Per ordinanza del giovane sindaco, è vietato ad Asotthalom indossare abiti strettamente musulmani, è vietato a qualsiasi muezzin lanciare appelli alla preghiera, è vietato anche costruire moschee. Sebbene i musulmani residenti siano appena due, e descritti come integrati e pacifici dagli abitanti intervistati dalla Bbc.

"Siamo tutti bianchi, europei, cristiani, vogliamo mantenere questa tradizione", ha detto il sindaco all'emittente britannica, aggiungendo di ritenere che è in corso una "guerra contro la cultura musulmana". E ancora: "Vogliamo dire benvenuto prima di tutto a gente dall'Europa occidentale che non vuole vivere in una società multiculturale, non vorremmo attirare musulmani nella nostra città, per la quale è molto importante preservare le proprie tradizioni; se un gran numero di musulmani arrivasse qui sarebbe incapace di integrarsi nella comunità cristiana".

Sempre secondo il resoconto della Bbc, il sindaco ha spiegato: "Vediamo che esistono in Europa occidentale vaste comunità di musulmani che si sono mostrate incapaci di integrarsi, e non vogliamo vivere la stessa esperienza qui... Vorrei che l'Europa appartenga agli europei, l'Asia agli asiatici e l'Africa agli africani".

Asotthalom, una deliziosa tipica cittadina agricola ungherese, con le strade ad angolo retto come a Torino, ampi giardini, case decorose in vecchio stile magiaro-asburgico, fu investita dalla grande ondata migratoria nel 2015, quando il premier Orbàn decise di reagire blindando il confine. La maggioranza dei migranti, profughi, immigrati illegali che vi passarono tentarono poi di proseguire verso altrove (Austria, Germania, Svezia) o furono poi radunati in centri di raccolta ungheresi, oppure espulsi perché ritenuti non in regola.

La nuova legislazione cittadina vieta di indossare lo hijab e altri indumenti musulmani o islamisti, vieta la preghiera e l'appello alla preghiera del muezzin, e anche la manifestazione pubblica di amore tra coppie omosessuali. Quest'ultima disposizione in particolare è in contrasto con la prassi della vita quotidiana nella vivace, giovanile capitale di tendenza Budapest, e di altre città del paese. E il governo di Orbàn non ha mai adottato simili misure. Il sindaco si è anche premurato di prevenire la costruzione di moschee. Chi le costruirebbe, quando ad Asotthalom vivono appena due musulmani, non è chiaro.

D'altra parte, dal 2015 gli abitanti di Asotthalom (cittadina con pochissima polizia) si sono sentiti spaventati e insicuri davanti alla massa di migranti in arrivo prima della costruzione della barriera di filo spinato lungo il confine a pochi chilometri a sud.

"Avevamo paura delle masse di migranti che camminavano attraverso la nostra cittadina, ho passato lungo tempo chiusa a casa da sola con i miei figli, avevo paura", ha detto alla Bbc la signora Eniko Undreiner. I gay fanno meno paura, sempre secondo le interviste volanti dei residenti raccolte dall'emittente britannica. Una citazione: "Alcuni gay vivono da noi, ci capita di parlare, sono molto gentili, poi ciò che fanno a casa loro non ci riguarda, siamo tutti esseri umani". Budapest metropoli globale è comunque lontana, negli animi ogni paese ha una sua capitale diversa dalla provincia profonda.

Amazon e Google riportano il telefono fisso nelle case degli americani

lastampa.it
bruno ruffilli

Gli assistenti personali come Alexa e Home con un semplice aggiornamento potrebbero essere in grado di fare e ricevere chiamate: tornerebbe così il vecchio apparecchio da salotto, senza cornetta e con molte più funzioni. Ma c’è un problema



Uscito dalla porta, il telefono fisso potrebbe rientrare dalla finestra, mascherato da altoparlante. Amazon e Google vorrebbero infatti aggiungere ai loro speaker - chiamati rispettivamente Echo e Home - la capacità di fare e ricevere telefonate. L’indiscrezione arriva dal Wall Street Journal, che sottolinea come una funzione simile potrebbe far diminuire gli affari, già in calo, degli operatori di telefonia fissa, e distogliere l’attenzione dagli smartphone. La nuova funzione potrebbe arrivare sugli speaker già nel corso di quest’anno, anche se ci sono ancora dei nodi da sciogliere relativi alla privacy, ai regolamenti della telefonia e ai servizi d’emergenza, scrive il quotidiano.

Quello degli speaker bluetooth è un settore in espansione, ma soprattutto per i grandi della tecnologia come Amazon e Google, è un pretesto per poter utilizzare le rispettive intelligenze artificiali su un nuovo supporto, che non sia nè un computer nè uno smartphone. Prima o poi si attende un apparecchio del genere anche da Apple, che può contare su Siri, forse il primo assistente digitale ad aver conosciuto un grande successo di pubblico, dal momento che è integrato nell’iPhone.

Di recente, anche Sonos, che produce sistemi audio multiroom molto evoluti e molto diffusi, ha annunciato di essere al lavoro per introdurre sui nuovi modelli di speaker la compatibilità con entrambi gli assistenti digitali domestici più diffusi. Sarà quindi possibile controllare gli impianti intelligenti della casa, ma anche fare ricerche, fissare appuntamenti, leggere mail e scrivere messaggi e molto altro. Per questo è però necessario che il sistema sia sempre in ascolto: sa in ogni momento cosa facciamo, e nel caso interviene proattivamente. Ad esempio, avvisa se il volo che dobbiamo prendere è in ritardo, permette di cambiare la prenotazione del ristorante e avvisare gli amici che arriveremo più tardi.

Ascolterebbe anche le telefonate, perché l’idea è che tutte le interazioni con lo speaker avvengo tramite la voce. Dunque bisognerà dire ad esempio: «Ehi Google, chiama la mamma». Così un ostacolo all’uso degli speaker intelligenti come telefoni potrebbe essere rappresentato dalle preoccupazioni per la privacy, visto che gli altoparlanti sono in grado di registrare le conversazioni. Questa capacità è finita sulla stampa statunitense nel dicembre scorso, quando la magistratura ha chiesto ad Amazon di consegnare le registrazioni dello speaker presente in una casa dell’Arkansas in cui era stato commesso un omicidio, richiesta respinta da Amazon. 

Morto in carcere lo “sceicco cieco”, mente del primo attacco alle Torri Gemelle

lastampa.it
giordano stabile

Un furgone-bomba esplose nel parcheggio sotterraneo: avrebbe dovuto causare l’implosione delle Torri Gemelle. L’attentato fallì, ma provocò 6 morti e 1.042 feriti


Il parcheggio distrutto del World Trade Center

E’ morto in un carcere di massima sicurezza americano lo “sceicco cieco”, mente del primo attentato alle Torri Gemelle. Omar Abdel Rahman scontava una pena all’ergastolo in North Carolina.
Rahman era stato l’ideatore dell’attacco del 26 febbraio 1993, in cui venne fatto esplodere nel parcheggio sotterraneo di una dei due grattacieli un pulmino imbottito con mezza tonnellata di esplosivo ad alto potenziale. L’obiettivo era far crollare la Torre 1 sulla Torre 2 e uccidere migliaia di persone. Ma l’edificio resse all’urto e nell’attacco invece morirono 6 persone.

Rahman è il primo terrorista islamista a essere riuscito a colpire sul suolo americano. La sua azione ha ispirato poi Osama bin Laden, che con l’attacco aereo dell’11 settembre 2001 è riuscito invece a far crollare i grattacieli e a uccidere tremila persone innocenti.

Omar Abdel Rahman aveva 78 anni ed era malato da tempo. I suoi famigliari hanno chiesto di poterlo seppellire in terra araba e la salma potrebbe essere portata in Qatar, secondo indiscrezioni sui media arabi.

Germania: distruggete quella bambola, può spiarvi

lastampa.it
carola frediani

Cayla, giocattolo connesso e interattivo, diventa illegale nel Paese. Perché considerato un dispositivo che può spiare di nascosto




Immaginate la situazione. Una madre che si mette a fracassare la bambola regalata qualche mese prima ai figli. Questi che le chiedono attoniti cosa sta facendo e perché. E lei che risponde: è un dispositivo di spionaggio e lo Stato ha ordinato di distruggerlo. Questa scena inverosimile rischia di avvicinarsi alla realtà per un certo numero di famiglie tedesche. Perché in Germania l’Autorità garante delle telecomunicazioni ha appena messo al bando Cayla, una bambola interattiva. Non solo non è più possibile venderla ma non si può neppure detenerla. Chi l’ha acquistata dovrà distruggerla, scrivono vari media tedeschi

E la ragione per cui il giocattolo è diventato fuori legge è forse ancora più surreale. La bambola è accusata di essere un dispositivo che, celando la propria funzione sotto le spoglie di un oggetto innocuo, può essere usato per registrare e trasmettere di nascosto conversazioni private. E come tale viola la sezione 90 della legge nazionale sulle telecomunicazioni. Per capire la questione facciamo un passo indietro. Cayla è una bambola interattiva, alta 45 cm, che fa domande, ascolta e risponde agli interlocutori. Per farlo si appoggia (via Bluetooth) a una app abbinata, da scaricare su smartphone, attraverso la quale si collega a internet. Quindi da un lato, per conversare, attinge a una serie di frasi programmate; dall’altro registra e analizza le conversazioni e le domande che gli sono rivolte, le converte in testo e usa poi la app per cercare risposte su internet. In passato erano emersi timori diversi per questa attività, segnalati da diverse associazioni di consumatori nel mondo. 

Le preoccupazioni erano principalmente tre: 
- la privacy sulle frasi e i dati registrati dalla bambola. Ovvero dove finiscono e che utilizzo ne fanno l’azienda produttrice (Genesis Toys) e la società che le fornisce la tecnologia di riconoscimento vocale (Nuance)?

- il rischio (effettivo, come dimostrato da alcuni ricercatori) che qualcuno da vicino violi il sistema attraverso la connessione Bluetooth e usi la bambola per ascoltare quello che viene detto; 
- la possibilità, più remota forse ma certamente inquietante, che allo stesso modo qualcuno usi la bambola per parlare a chi la sta usando.

Ora, uno studente di legge tedesco, Stefan Hesse, ha dimostrato che Cayla violerebbe la legge sulle telecomunicazioni (e l’Autorità garante ha poi concordato su questa valutazione) perché è possibile collegarsi alla bambola anche a metri di distanza, attivando microfono e altoparlanti.

Il giocattolo interattivo era già entrato nel mirino di diversi Paesi, insieme al cugino i-Que, robot prodotto dalla stessa azienda. L’agenzia norvegese di protezione dei consumatori aveva per prima sollevato la questione. «Avevamo identificato 5 problemi principali: sicurezza, privacy, diritti dei consumatori, marketing nascosto e prospettiva di genere», ha commentato a La Stampa, Fynn Myrstad, direttore della sezione digitale dell’agenzia. 

In particolare, le preoccupazioni dei norvegesi erano sulla mancanza di sicurezza («chiunque può prendere controllo del gioco attraverso un telefono, rendendo possibile ascoltare o parlare attraverso la bambola», scrive un comunicato dell’agenzia); e sulla privacy dei dati («qualsiasi cosa detta alla bambola è trasferita all’azienda americana Nuance Communications, che si riserva il diritto di condividere le informazioni con terze parti»). 

Il tema della privacy dei dati raccolti e trasferiti sui server del produttore era stato sollevato anche da un reclamo della associazione americana EPIC lo scorso dicembre alla Federal Trade Commission, l’agenzia americana per la protezione del consumatore. Su quella falsariga in Italia si era mosso anche il Codacons, con un esposto al Garante della privacy e al Ministero dello sviluppo economico, per accertare eventuali violazioni dei diritti nel nostro Paese su questo tema.

Nel caso tedesco sono però i problemi di sicurezza del giocattolo, ovvero la possibilità di usare lo strumento da parte di terzi per spiare su conversazioni, ad aver violato la legge. «Peccato che le leggi europee siano insufficienti quando si tratta di privacy e sicurezza digitale, per cui la Germania ha dovuto fare ricorso a un articolo molto punitivo sullo spionaggio che rischia di far multare gli stessi consumatori», scrive oggi l’agenzia norvegese da cui è partita l’analisi tecnica del giocattolo. «Chiediamo nuove regole europee sui giocattoli connessi, che includano anche altre minacce e non solo quelle legate ai ferimenti o soffocamenti».

La vicenda di Cayla è interessante anche perché si stanno diffondendo sempre di più giocattoli connessi, parlanti e via dicendo (come nel caso della nuova Barbie). Ma gli standard di sicurezza e privacy sembrano essere ancora al di sotto delle aspettative.

I 5 miti da sfatare sul Tutor

Luca Romano - Sab, 18/02/2017 - 16:12

Il Tutor è uno dei nemici più temuti dagli automobilisti: ecco in cinque miti da sfatare sul rilevatore di velocità sulle strade

Il Tutor è uno dei nemici più temuti dagli automobilisti. Ma su questo strumento proprio tra chi guida girano alcune leggende che spesso confondono gli automobilisti.

Come riporta quattroruote, il primo mito da sfatare riguarda la corsia d'emergenza. In tanti credono che percorrendola si sfugge alle rilevazioni del Tutor. Da una decina d'anni su tutta la rete autostradale i Tutor sono stati dotati di sistemi di rilevazione anche per le corsie d'emergenza. L'infrazione costa 442 euro e la sospensione della patente. Un altro punto da chiarire riguarda il passaggio sotto i portali. In molti credono che con un passaggio in mezzo alle due corsie si evita il Tutor. Falso, la telecamrea controlla tutte le corsie. Poi c'è la velocità: qualcuno crede che una velocità superiore ai 250 km/h non venga di fatto rilevata. Il Tutor riesce a registrare qualsiasi violazione dei limiti di velocità. Poi c'è anche il fattore meteo.

Tra le leggende più comuni c'è quella che vede il Tutor fuori uso in caso di pioggia o di notte. Il Tutor di fatto è attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 indipendentemente dalle condizioni atmosferiche. Ma va detto che su alcuni tratti sono sotto controntrollo solo in alcune ore del giorno. Infine per chi crede che non possa essere utilizzato come rilevatore di velocità istantanea c'è un'amara sorpresa: il Tutor funziona come una sorta di autovelox. Ogni singolo portale infatti è predisposto per la rilevazione della velocità istantanea. Ma finora la polizia stradale ha usato il sistema solo per rilevare la velocità media tra due tratti.

Macchie e puntini, così la corrosione mette a rischio i compact disc

lastampa.it
marco tonelli

Rivestimenti di scarsa qualità e sostanze dannose (presenti nei libretti e nelle copertine) riescono a compromettere le speranze di vita dei cd. Che nacquero con la promessa di essere indistruttibili

Nel 1981, durante una puntata del programma della BBC Tomorrow’s World, il conduttore Kieran Prendeville esaltava le qualità del neonato Cd: indistruttibile e destinato a durare a lungo. Insomma, il disco ottico era (ed è) considerato il supporto perfetto per gli appassionati e i collezionisti. Ma già dalla seconda metà degli anni ‘80, produttori ed esperti si accorsero del contrario: Cd-Rom e Laser Disc sono a rischio corrosione, con il risultato di non poterli più utilizzare per ascoltare musica o guardare un film.

UN PROCESSO IRREVERSIBILE
Nel 1988, Nimbus (uno dei più importanti produttori inglesi) realizzò uno studio sul fenomeno e arrivò alla conclusione che molti Cd-Rom potrebbero autodistruggersi nel giro di dieci anni. Secondo i tecnici dell’azienda, l’utilizzo di coloranti e sostanze chimiche può causare abrasioni della superficie del disco. Inizialmente le case discografiche sottovalutarono il problema: per i produttori di contenuti era limitato a pochi casi isolati. In realtà si trattava di un fenomeno molto diffuso. Intervistata dal sito web Tedium, l’esperta in preservazione dei materiali della libreria del congresso americano Michele Youket, combatte tutti i giorni con un processo (per ora) irreversibile. Infatti, sono molti i casi di esemplari danneggiati tra quelli che compongono la collezione dell’archivio. “Il deterioramento si verifica in tre forme differenti: nella decolorazione, nei piccoli puntini, e nelle macchie ai bordi - spiega la donna - questi problemi si verificano anche con il miglioramento dei rivestimenti protettivi”.

A RISCHIO ANCHE LE COPIE SIGILLATE O QUASI MAI APERTE
Le sostanze chimiche capaci di rovinare i dischi, molte volte sono contenute nei libretti e nelle copertine di carta. Di conseguenza ad essere a rischio possono essere anche le copie sigillate o quasi mai aperte. Philips and Dupont Optical è stato uno dei maggiori produttori di Cd al mondo. Tra il 1988 e il 1993, ha stampato compact disc con un rivestimento protettivo sensibile allo zolfo presente nel booklet e nella carta che ricopre la custodia. A partire dal 1991, l’azienda è stata costretta a sostituire una parte dei dischi venduti: si erano decolorati e la qualità del suono si era degradata.
Nonostante la gravità del problema, non è detto che ci si debba aspettare la distruzione completa del patrimonio musicale o filmico.

In alcuni casi, anche con la presenza di errori nella memoria, i contenuti sono ancora riproducibili grazie ai circuiti di correzione e alla ridondanza. E per quanto riguarda la presenza di abrasioni, le escoriazioni della parte inferiore del disco sono meno gravi rispetto ai graffi che compaiono sulla superficie superiore. Tutto questo grazie agli standard di sicurezza che proteggono la parte interna. Secondo Youket poi, sarebbero da preferire i Dvd ai Cd. I primi infatti, sono dotati di maggiore resistenza alle sostanze chimiche. Infine, il rischio corrosione è più alto per i dischi riscrivibili, a causa della presenza di coloranti organici. E allo stesso tempo,tendono a usurarsi più facilmente. 
Un altro aspetto da non sottovalutare, è la cura con cui si conservano i Compact disc. Tenerli in luoghi umidi o al contatto con la luce solare, accorcia la vita dei nostri dischi preferiti. E in questo caso, la colpa non è solo delle macchie.

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Fiera di mia figlia che delinque

repubblica.it
Concita De Gregorio

Un momento degli scontri fra polizia e studenti a Bologna

 Da una lettera di Marina Ricci

Bologna. Scontri di piazza fra studenti e polizia durante le proteste per i tornelli “da banca” fatti mettere dal rettore Francesco Ubertini al 36 di via Zamboni, la biblioteca di Discipline umanistiche: i tornelli consentono di entrare solo chi sia in possesso di badge. Tornelli “neo-liberali”, “tornelli Gelmini” nelle cronache dei collettivi. Il 36 è luogo “aperto” della città, “luogo d’incontro e di diritto allo studio” – scrivono gli studenti di Univ-Aut sul sito dell’Antagonismo universitario. “E’ un luogo dove entrano persone che spacciano e si bucano”, replica il sindaco Virginio Merola, Pd, che appoggia il rettore.

Due ragazzi arrestati per “forte propensione a delinquere”, parole del giudice Roberto Mazza, moltissimi identificati dai filmati e “attenzionati” dalla polizia. Molte lettere. Tra tante quella della madre di Ilaria, 19 anni, di Cremona, fuorisede a Bologna, matricola a Filosofia. Si definisce “la madre di una delinquente”, avverto istintiva diffidenza. L’intervento dei genitori (certi genitori) a tutela dei figli è spesso per i ragazzi una sventura aggiuntiva. Quei padri che alle elementari si riuniscono perché imparare a memoria le tabelline per i bambini è stressante, alle medie si parlano in chat tutto il giorno facendo un caso di ogni infantile parola, alle superiori vanno a portare le palle di Natale per l’albero, durante l’occupazione. Se i genitori togliessero le mani.

Chiamo dunque Marina Ricci con qualche diffidenza. Ha scritto: “Giornali e tv danno notizie distorte di quello che sta succedendo. Quando ho visto la brutalità delle cariche e della irruzione della celere in biblioteca ho provato per un attimo dolorosissimo il desiderio, da madre che vuole proteggere l’incolumità fisica della sua “ bimba”, il desiderio di avere una figlia “al sicuro”, una che pensi ai propri interessi e si preoccupi solo di quelli. Sono invece felice che mia figlia si associ a delinquere con altri che sanno alzare la testa dai libri pur amandoli come lei li ama”. E’ una frase cruda, ne parliamo a lungo al telefono.

Marina Ricci è medico, neuropsichiatra dell’età evolutiva. Contraria, certo, a ogni forma di violenza. Sua figlia non fuma neppure tabacco, studia con profitto, vuole fare l’insegnante. Ha frequentato il liceo classico e un centro sociale, a Cremona. In entrambi i luoghi circolavano droghe, forse al liceo di più, dice. I venditori si arricchiscono nell’illegalità, sono ovunque ci siano consumatori: fuori e dentro le scuole, le università, le discoteche, i concerti sulla spiaggia. Qualcuno vende qualcuno compra, qualcun altro no. Dipende da come sei fatto, da chi sei: nessun tornello impedisce lo spaccio.

In piazza Verdi, fuori dalla Facoltà, c’è la polizia e ci sono gli spacciatori. Non barriere fisiche ma culturali è quello che dobbiamo costruire. Le alternative esistenziali al senso di smarrimento che causa qualunque dipendenza. Dice Marina: “Sono spaventata e orgogliosa insieme. Temo per mia figlia, certo, ma sono fiera che sappia combattere contro un sistema che vuole ragazzi passivi consumatori di università-azienda e biblioteche-banche. Sono fiera che abbia la passione di pretendere un mondo che apre, non chiude”.

Ha ragione Marina. La passione è un antidoto più potente dei tornelli. Non è la droga che genera il vuoto, è il contrario.

Altro che paradiso: ai Caraibi c'è un'isola grande come piazza Navona con 1.200 abitanti

lastampa.it
noemi penna

Altro che atollo sperduto nel cristallino Mar dei Caraibi. Pur trovandosi in un paradiso circondato dalla barriera corallina, Santa Cruz del Islote è l'isola più affollata al mondo. Ha una densità abitativa quattro volte superiore a quella di Manhattan. E pur essendo grande poco meno di piazza Navona, su quest'isoletta caraibica a due ore di barca dalla città colombiana di Cartagena vivono in 1.200. Unico vantaggio: non ci sono le zanzare.




L'isolotto in questione misura appena 0,012 chilometri quadrati e lo spazio è talmente poco che alcune costruzioni si estendono sopra l'acqua, sostenute da palafitte. L'unica area non occupata dai 90 appartamenti, due negozi, un ristorante e una scuola è una piccola piazza dove i bambini si ritrovano per giocare a pallone. Ma non durante le maree, dove viene completamente risucchiata dall'acqua.



Santa Cruz del Islote nasconde una densità abitativa di 100 mila persone per chilometro quadrato. Non ha un sistema fognario, non c’è acqua corrente e l’energia elettrica funziona grazie ad un unico generatore, per appena cinque ore al giorno.



A portare l’acqua potabile sull’isola sono le navi della Marina Militare colombiana, in missione ogni tre settimane. Insomma, non proprio un paradiso, anche se i suoi abitanti non sarebbero così d'accordo.




Questo perché a Santa Cruz del Islote non esiste criminalità e si vive secondo i ritmi della giornata, mangiando quello che il mare ha da offrire, lontano dalle violenze e le lotte tra bande di narcotrafficanti per il controllo del territorio colombiano. Aggiungete poi il fatto che, nonostante il bel clima, non è presente neanche mezza zanzara, e avrete scoperto il perché.



La leggenda narra che oltre 150 anni fa un gruppo di pescatori della città costiera di Baru si accampò casualmente su questo isolotto disabitato mentre era alla ricerca di nuove acque dove gettare le reti. I pescatori rimasero così sorpresi dal fatto che sull’isola non ci fossero zanzare (cosa molto rara nella zona) e dormirono così bene quella notte che decisero di rimanerci per sempre. Nei secoli è rimasto quindi un posto da cui si va via solo da morti. Proprio perché sull'isola non c'è abbastanza spazio per un cimitero.

L’Australia autorizza l’abbattimento controllato di oltre un milione di canguri nel 2017

lastampa.it
fulvio cerutti



Quasi un milione e mezzo di canguri saranno uccisi legalmente quest’anno in Australia. Il piano governativo di abbattimenti controllati, scrive il quotidiano britannico Independent, prevede di ridurre il numero dei marsupiali per evitare danni all’ambiente e alle altre specie animali. Una decisione che ha fatto infuriare gli ambientalisti che temono rischi per la sopravvivenza della specie: «Gli abbattimenti controllati si andranno a sommare alle uccisioni illegali e agli incidenti automobilistici. Saranno milioni e milioni ogni anno gli esemplari uccisi» spiega Brad Smith, segretarrui dell’associazione Upper Hunter Valley Wildlife Aid group.



In Australia le autorità danno ai proprietari terrieri tante etichette quanti sono i canguri che sono autorizzati ad abbattere. Etichetta che deve essere attaccata alla carcassa per certificare che l’abbattimento sia stato legale. Tuttavia gli ambientalisti raccontano: «Spesso gli agricoltori semplicemente sparare per dare i canguri in pasto ai loro cani. È un’attività illegale, ma se avviene sulla proprietà di un contadino, che può accorgersene? Chi andrà a controllare? Ci sono persone che escono fuori di casa e sparano, uccidendone il numero che vogliono».

domenica 19 febbraio 2017

Caro Papa Francesco si sbaglia il terrorismo islamico esiste

Magdi Cristiano Allam - Sab, 18/02/2017 - 21:03



Non è la prima volta che Papa Francesco scende in campo per assolvere l'islam dalla responsabilità del terrorismo di chi sgozza, decapita, massacra e si fa esplodere urlando «Allah è il più grande».

L'ha fatto all'indomani della strage dei vignettisti di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 a Parigi, arrivando a giustificare l'atrocità dell'Isis per avere rappresentato in modo irriverente Maometto. L'ha fatto all'indomani del barbaro sgozzamento il 26 luglio 2016 in una chiesa a Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, dell'anziano sacerdote cattolico Jacques Hamel da parte di due giovani terroristi islamici francesi.

Cinque giorni dopo, domenica 31 luglio, quasi fosse la Chiesa a doversi discolpare e quasi fosse la cristianità a dovere tendere la mano all'islam, fu consentito agli imam di entrare nelle chiese in Italia e in Francia, di salire sugli altari affiancati dal sacerdote e di recitare i versetti del Corano in arabo. Fu la prima volta in assoluto che accadde in 1.400 anni di storia dell'islam. La Chiesa per 1.400 anni ha sempre condannato l'islam, ha sempre condannato il Corano, ha sempre condannato Maometto. Non c'era mai stata una così formale e plateale legittimazione dell'islam come religione.

L'affermazione di Papa Francesco fatta ieri all'università Roma Tre, «non esiste il terrorismo cristiano, non esiste il terrorismo ebraico e non esiste il terrorismo islamico», è un passo ulteriore nell'accreditare il relativismo religioso. Mettere sullo stesso piano ebraismo, cristianesimo e islam, assolvendoli indistintamente e acriticamente perché sarebbero le «tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche», sostenendo che tutte e tre adorerebbero lo stesso Dio «clemente e misericordioso», ci impone la conclusione che l'islam è una religione legittima a prescindere dai suoi contenuti e dai comportamenti violenti dei suoi adepti.

Papa Francesco sbaglia nel sovrapporre in modo automatico la dimensione della persona con la dimensione della religione. Il cristianesimo si fonda sull'amore del prossimo, il cristiano è tenuto ad amare cristianamente il musulmano a prescindere dalla sua fede, ma non a legittimare la sua religione anche se i suoi contenuti sono del tutto incompatibili con la fede cristiana, perché l'islam condanna l'ebraismo e il cristianesimo di miscredenza e legittima l'uccisione dei miscredenti.Sarebbe sufficiente che Papa Francesco ascoltasse più attentamente i sacerdoti e i vescovi cristiani e cattolici d'Oriente, che conoscono bene l'arabo e il Corano, che hanno subito la discriminazione e patito la persecuzione islamica per il semplice fatto di essere cristiani.

Papa Francesco sbaglia facendo propria la tesi che ha prevalso in seno ai vertici della Chiesa, secondo cui il nemico da combattere è la secolarizzazione della società e la diffusione dell'ateismo, specie tra i giovani. In questo contesto si è giunti alla conclusione che l'islam sarebbe un alleato perché mantiene comunque in piedi l'idea di Dio. Si tratta di un tragico errore perché non è lo stesso Dio. Non c'è nulla che accomuna il Dio Padre della cristianità con l'Allah islamico che nei versetti 12-17 della Sura 8 del Corano tuona «getterò il terrore nel cuore dei miscredenti. Colpiteli tra capo e collo (...) Non siete certo voi che li avete uccisi, è Allah che li ha uccisi».

Papa Francesco sbaglia promuovendo un immigrazionismo che sta auto-invadendo l'Europa di milioni di giovanotti islamici. Come può immaginare che la rigenerazione della vita e la rivitalizzazione della spiritualità in questa Europa decadente possa realizzarsi con la sostituzione della nostra popolazione con una umanità meticcia e con l'avvento dell'islam? Il continuo riferimento storico sulle contaminazioni etniche che hanno connotato la storia dell'Europa è sbagliato, sia perché si è trattato di popolazioni cristiane o che hanno aderito al cristianesimo, sia soprattutto perché l'Europa e la Chiesa hanno potuto salvaguardare la propria identità e la propria civiltà solo perché hanno combattuto e sconfitto gli eserciti invasori islamici a Poiters (732), con la Reconquista (1492), a Lepanto (1571), a Vienna (1683).

Papa Francesco si ricordi che tutto il Mediterraneo era cristiano fino al Settimo secolo. E che in meno di 200 anni dopo la morte di Maometto nel 632 le popolazioni cristiane al 98% che popolavano la sponda orientale e meridionale del Mediterraneo furono violentemente sottomesse all'islam. Per averlo evocato nella sua Lectio Magistralis a Ratisbona il 12 settembre 2006 Benedetto XVI fu messo in croce fino a quando fu costretto a rassegnare le dimissioni.

Papa Francesco probabilmente sa già tutto ciò e pertanto non possiamo continuare a dire che sbaglia. Dobbiamo avere l'onestà intellettuale e il coraggio umano di dire che Papa Francesco sta consapevolmente ottemperando a una strategia finalizzata alla legittimazione dell'islam come religione costi quel che costi, anche se culminerà nel suicidio della Chiesa.

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