lunedì 11 dicembre 2017

La tuta di Steve McQueen verso un’asta da record. Supererà anche gli abiti di Lady Diana

lastampa.it
vittorio sabadin

In vendita da Sotheby’s a New York, il suo valore è stimato in almeno 500 mila dollari


AFP

La tuta da pilota che l’attore Steve McQueen indossava nel film “Le Mans” sarà battuta all’asta mercoledì prossimo da Sotheby’s a New York. Si prevede che sarà venduta a non meno di 500 mila dollari e diventerà così il capo di abbigliamento più costoso mai messo all’asta. Persino i leggendari abiti di Lady Diana, il Travolta dress che indossò per ballare con l’attore alla Casa Bianca e il Revenge dress che portò per vendicarsi di Carlo con un vestito molto sexy, hanno avuto quotazioni largamente inferiori.

Tutto quello che Steve McQueen ha toccato nell’ambiente automobilistico sembra valere oro. La Porsche 917 K che ha guidato nel film “Le Mans” è stata battuta in agosto a Pebble Beach per 14 milioni di dollari, diventando la Porsche più costosa esistente. L’ultima Porsche 911 dell’attore ha superato il milione di dollari e la sua ultima Ferrari è stata battuta per 6 milioni nel 2014, superando di quattro volte la base d’asta.

Il fatto è che chiunque sia appassionato di automobili e di corse è appassionato anche di Steve McQueen e dei suoi film. De “La grande fuga” molti ricordano solo lo spettacolare salto del filo spinato che lui compie con una Triumph Trophy TR6, mascherata come se fosse una BMW bellica; di “Bullit” sono leggendarie le sue corse per le salite e discese di San Francisco sulla Mustang 390 GT Hatchback. Ma è “Le Mans” il film che nessuno può dimenticare, perché resta ancora oggi, insieme a “Grand Prix” di John Frankenheimer, uno dei migliori film sulle corse automobilistiche. Girato nel 1971 negli stessi luoghi dove si disputa ogni anno la mitica 24 Ore, ha avuto uno scarso successo al botteghino, ma è stato rivalutato dal tempo ed è diventato un film di culto a tal punto che nel 2015 è stato girato e messo in vendita un DVD che racconta i retroscena delle riprese.

Uno degli elementi che hanno reso mitico il film è proprio la tuta che Steve McQueen indossava nella parte di uno dei piloti della Gulf, la scuderia che gareggiava con le Porsche 917 K contro le Ferrari 512. Le auto erano quelle vere e originali che partecipavano alla corsa, ma le vetture italiane dovettero essere noleggiate da un importatore belga, perché Enzo Ferrari, dopo avere saputo che la sceneggiatura prevedeva la vittoria della Porsche, si era rifiutato di fornire le sue auto ufficiali alla produzione.

Una delle foto più famose di Steve McQueen è stata scattata proprio durante la lavorazione di Le Mans, e lo mostra mentre, indossando la tuta che ora va all’asta insieme al casco, saluta il pilota Eric Stahler della Ferrari mostrandogli il dorso della mano sinistra e alzando l’indice e il medio. Il “two fingered salute” di McQueen fu molto imitato all’epoca ed è rimasto ancora oggi uno degli elementi del suo inconfondibile stile di malinconico uomo di ghiaccio.

La lavorazione di “Le Mans” cominciò con il regista John Sturges, che però ebbe subito numerosi scontri con McQueen sul copione. Sturges immaginava una storia d’amore che avesse come sfondo le corse, McQueen voleva un film sulle corse con sullo sfondo una storia d’amore. Vinse lui e il regista fu rimpiazzato con Lee H. Katzin, che ha girato alcune tra le più spettacolari riprese di una gara montando le cineprese su alcune auto che partecipavano alla 24 Ore.

Il film comincia con quasi 15 minuti di silenzio assoluto. McQueen, nella parte del pilota Michael Delaney, va con la sua Porsche 911 a vedere il punto nel quale c’era stato l’anno prima un incidente che lo aveva coinvolto. Ma non c’è bisogno di dialoghi: gli appassionati riconoscono subito il tracciato della Maison Blanche, e tutto quello che vogliono sentire è il rombo dei motori. 

Il diritto di essere Italiani per cultura e identità: sì allo “ius sanguinis”

ilgiornale.it
Susy De Martini



Ho visitato ieri la meravigliosa mostra su Michelangelo al Metropolitan ed ho provato un orgoglio immenso. Uscendo, ho pensato al sentimento opposto: la rabbia, magistralmente evocata da Oriana Fallaci nei confronti di chi quell’orgoglio lo vuole distruggere. L’identità e la cultura italiana sono ben definite da secoli e non possono essere messe a rischio dal pericoloso buonismo di alcuni, intenzionati a rendere italiano chi italiano non è per nulla. Questa è la storia di chi sta lottando dall’estero per tutti noi affinché la cittadinanza italiana possa essere trasmessa, senza limiti, ai nostri discendenti.

Si è svolta pochi giorni fa a Roma l’assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) che rappresenta non solo i 5 milioni di italiani iscritti all’AIRE ma anche i loro discendenti, stimati fra i 40 ed i 60 milioni. Praticamente un’altra Italia, ricca di giovani e meno giovani capaci e desiderosi di rientrare nel loro Paese di origine per ripopolarlo e rivitalizzarlo, alla faccia di chi straparla dicendo che l’Italia ha necessità degli immigrati africani per sopravvivere alla diminuzione delle nascite!

culturaidentita
Questi i nostri fieri connazionali che si sono opposti al pensiero unico di chi si finge Democratico che vorrebbe un’Italia non più Italiana: in prima fila il Movimento Associativo degli Italiani all’Estero (MAIE) con ben tre parlamentari che si sono battuti come leoni: Riccardo Merlo, Mario Borghese e Claudio Zin ed il Comandante Arcobelli, rappresentante CGIE del Nord America, tenace quanto volitivo. Esplicito il nome del giornale on-line del MAIE: ItaliaChiamaItalia, diretto dall’ottimo Ricky Filosa. Non è certo da meno Forza Italia, che ho l’onore di coordinare negli USA, grazie al suo Coordinatore Mondiale: il senatore Vittorio Pessina instancabile nell’unire tutte le forze di Centro Destra all’Estero per vincere.

Insieme aderiamo con convinzione alla rete di #CulturaIdentità.
Pagina Facebook di #CulturaIdentità: facebook.com/culturaidentita

Stresa vince la causa al Tar: tornerà la tassa di sbarco sulle Isole Borromee

lastampa.it
luca gemelli

La giustizia amministrativa ha dato ragione al Comune. Il contributo sarà dovuto da tutti coloro che sbarcheranno


La riscossione della tassa di soggiorno sarà affidata ai gestori dei servizi di trasporto

Si riaffaccia la tassa di sbarco, il contributo di 50 centesimi per ogni isola, istituito nel 2014 a carico del servizio di linea della Navigazione Lago Maggiore e poi sospeso nel 2016 quando doveva essere esteso anche ai motoscafi privati del servizio non di linea. Il contributo sarà dovuto da tutti coloro che sbarcheranno sulle isole e la riscossione è affidata ai gestori dei servizi di trasporto. 

Il via libera è arrivato dal Tar Piemonte, che ha deciso sul ricorso presentato nel 2014 dal ministero dei Trasporti per conto della Navigazione Lago Maggiore: respingendo in toto le tesi della Navigazione, difesa dall’avvocatura dello stato, il Tar ha chiarito che il Comune di Stresa, difeso dall’avvocato Teodosio Pafundi, introducendo la tassa di sbarco, non ha violato il principio di alternatività con l’imposta di soggiorno sancito dalla legge.

«Il principio di alternatività non preclude all’ente locale di applicare l’imposta di soggiorno nei confronti di coloro che soggiornino sulla restante parte del territorio comunale, cioè sulla terraferma, senza approdare sulle isole» si legge nella sentenza dei giudici amministrativi. Stresa al momento di applicare la tassa di sbarco, aveva introdotto l’esenzione dalla tassa di soggiorno per i clienti degli alberghi delle Isole Borromee per rispettare la norma, che definisce la tassa di soggiorno come alternativa a quella di sbarco. «Siamo molto soddisfatti di questo giudizio, che ha accolto in pieno le nostre ragioni - sottolinea il sindaco di Stresa Giuseppe Bottini - e intendiamo ripristinare l’applicazione della tassa, che avevamo sospeso in via cautelativa». 

Il gettito nominale potrebbe quindi essere vicino al milione di euro l’anno se si tiene conto del numero di ingressi che avvengono ai Palazzi Borromei, a cui vanno aggiunti tutti quei turisti, che sbarcano sulle isole senza visitare i Giardini nonché quelli che vanno sull’Isola Pescatori. «Con queste risorse si potrebbe mettere mano ad opere per migliorare la fruizione da parte dei visitatori» aggiunge Bottini.

La tassa potrebbe scattare dal prossimo 1 febbraio o dall’1 marzo. «Non credo a effetti negativi sui flussi - sottolinea Paco Garofoli, titolare dell’Albergo ristorante Belvedere dell’Isola Pescatori - non ricordo una riduzione di visitatori nel periodo precedente di applicazione. Se queste nuove risorse permetteranno di fare una manutenzione adeguata alle Isole, evitando che il sistema di controllo e riscossione diventi complicato o troppo costoso, non vedo risvolto negativo».

Così la rete 5G connetterà il mondo

lastampa.it
Andrea Daniele Signorelli

Nei prossimi anni, un miliardo di persone sfrutterà la nuova tecnologia di trasmissione dati, che renderà la internet of things una realtà



In un periodo in cui si parla tantissimo di realtà aumentata, internet of things e blockchain, si presta meno attenzione alla tecnologia che consentirà a queste innovazioni di esprimere le loro potenzialità: il 5G. La quinta generazione di trasmissione dati mobile permetterà infatti di passeggiare sempre immersi nella augmented reality, di dare vita all’industria 4.0 e di vivere in città in cui miliardi di smart-oggetti (auto autonome, sensori, telecamere e quant’altro) comunicano tra di loro. Tutto ciò, grazie a una velocità massima di 1 gigabit al secondo (contro i 100 megabit attuali) e a una latenza (ovvero il tempo d’attesa perché avvenga la connessione) di pochissimi millisecondi.

Secondo quanto riportato nell’ultimo Mobility Report di Ericsson, un miliardo di persone sarà connessa in mobilità grazie al 5G entro il 2023, garantendo copertura a oltre il 20% della popolazione mondiale. La diffusione di una tecnologia che, ancora oggi, è in fase di sperimentazione inizierà però solo nel 2019 e non procederà in maniera uniforme: i primi a utilizzare il 5G saranno infatti Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone e Cina. L’Europa Occidentale, di cui fa parte anche l’Italia (che ha da qualche tempo iniziato la fase di test), rappresenterà il 16% degli abbonamenti entro il 2023.



A giudicare dai dati raccolti da Ericsson, i millennials ripongono aspettative molto realistiche nel 5G: il 26,6% si aspetta una velocità maggiore, il 13,4% una connessione ancora migliore del wi-fi, l’11% che gli abbonamenti siano meno costosi e il 10% un’affidabilità maggiore. Attese comprensibili, ma che impallidiscono di fronte alle promesse della nuova tecnologia di trasmissione dati, che dovrebbe rendere affidabile la guida a distanza dei droni, la comunicazione tra le auto autonome e il controllo in remoto dei robot impiegati nell’industria 4.0 (o addirittura alle prese con operazioni chirurgiche).

Per quanto riguarda l’intrattenimento, diventerà invece possibile utilizzare la realtà virtuale anche in mobilità (per esempio durante i grandi eventi musicali e sportivi) e scaricare film in alta definizione in pochi secondi; mentre si diffonderanno sempre di più i video a 360°. Tutto questo, inevitabilmente, porterà a un consumo di banda sempre maggiore: nei prossimi sei anni il traffico globale da dispositivi mobili aumenterà di 8 volte, raggiungendo la cifra di 100 Exabyte al mese.



Si tratta di una tendenza ormai consolidata: basti pensare che solo nell’ultimo anno il traffico dati mondiale è cresciuto del 65%, a causa soprattutto della diffusione degli smartphone in paesi come l’India e del ruolo sempre più importante giocato dai video, che già oggi rappresentano il 55% del traffico. Quando i cosiddetti video immersivi inizieranno a diffondersi, questa percentuale aumenterà fino al 75%. Il risultato è che, in Europa Occidentale, passeremo dai 4 GB al mese consumati mediamente oggi fino ai 28 GB del 2023; mentre negli Stati Uniti si arriverà addirittura a 48 GB per ogni mese. La speranza è che i piani dati delle compagnie telefoniche crescano altrettanto rapidamente.

“Spot retrogrado e sessista”. L’azienda di gioielli finisce nel mirino

lastampa.it

Pioggia di commenti alla campagna pubblicitaria dopo la segnalazione di un utente su Facebook. Il marchio precisa: «Siamo stati fraintesi»


La pubblicità comparsa nella metropolitana di Milano

«Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?». Quando la foto della campagna pubblicitaria dell’azienda di gioielli Pandora ha iniziato a girare sul web, qualcuno ha sperato in uno scherzo. O almeno che si trattasse di materiale d’archivio risalente agli Anni ’50. 

E invece è stato partorito dalla mente di un copywriter nell’Italia nel 2017. E fa bella mostra di sé nelle stazioni della metropolitana di Milano, nei giorni in cui inizia a scatenarsi la corsa ai regali di Natale. «Cara Pandora, per Natale vorremmo soprattutto rispetto», scrive su Facebook Lefanfarlo, pagina Facebook di un’organizzazione no-profit dedicata a «burlesque, vita e donne» che per prima ha postato la foto scattata ieri pomeriggio dall’utente “Laki Hancock” alla fermata metro Duomo, uscita via Torino.

Il risultato è una pioggia di commenti. Qualcuno la prende con ironia: «Io vorrei un pigiama felpato e tigrato, grazie». Qualcun altro resta interdetto: «Grazie a voi ho realizzato che è stupido buttare i soldi per un bel bracciale: per quest’anno solo rispetto a costo zero, anche se trovo ancora più stupido chiedere una cosa che si dovrebbe dare per scontata sempre, solo per Natale... Se comunque pensate che così si combatta il sessismo... PS: Pandora ringrazia per essere cadut* nel tranello e averle fatto un bel po’ di pubblicità gratuita!».

L’azienda ha provato ad arginare la polemica con un comunicato che invita a «non fraintendere» il messaggio. «Quante di noi a Natale hanno ricevuto qualcosa di non gradito? Questa iniziativa nasce proprio da una ricerca che ha evidenziato come la maggior parte delle donne a Natale riceva sempre il regalo sbagliato».  Ma il risultato, a giudicare dai commenti, non è quello sperato. «Cara Pandora - scrive su Facebook l’utente Aurelia Tirelli - noi preferiamo i regali sbagliati ai messaggi sbagliati...i primi possono non essere particolarmente graditi, i secondi sono veramente sgraditi, ritirate la campagna, questo tipo di marketing sessista probabilmente non andava bene neppure a mia nonna, oggi è ampiamente fuori luogo».

Kevin e Dazz, cani eroi dell’Afghanistan rischiano la soppressione

lastampa.it



Kevin e Dazz hanno servito l’esercito di Sua Maestà nella provincia di Helmand, in Afghanistan. I due cani in forza fra le fila delle truppe britanniche hanno salvato centinaia di vite aiutando i soldati a individuare mine ed esplosivi.



Quattro anni fa sono rientrati in patria per godersi la meritata pensione, ma il suo destino rischia di essere davvero beffardo: «Non possono essere affidati a nessuna famiglia, sono pericolosi» e le autorità militari sono orientate a sopprimerli la prossima settimana. Una decisione che ha riaperto le polemiche degli animalisti come già accadde nel 2013 quando due cani dedicati alla sicurezza del principe William vennero uccisi tre giorni dopo il suo addio alla carriera militare.



Ma i loro ex colleghi umani non ci stanno: «Le persone che hanno lavorato a stretto contatto con questi cani sono devastati dalla notizia che i due animali verranno uccisi. Non esiste un protocollo per decidere se ex cane militare deve essere soppresso o no. Il comandante decide e basta. È un modo terribilmente crudele di trattare animali che hanno dato così tanto. Faremo qualsiasi cosa per salvarli» si legge in una lettera-appello inviata al Defence Animal Centre.



Pronta la risposta dell’esercito britannico: «Quando è possibile ci impegniamo a dare una nuova casa ai cani che hanno lavorato con noi. Purtroppo ci sono occasioni in cui questo non è possibile». Ma c’è chi non ha voluto arrendersi ed è stata lanciata una petizione online per fare pressione sul ministero della Difesa e salvare Kevin e Dazz.

Argentina e desaparecidos, condannati all’ergastolo i piloti dei “voli della morte”

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filippo femia

Storica sentenza contro 48 ufficiali della dittatura. La battaglia dei figli di ex militari liberi: processateli per le loro atrocità


I familiari delle vittime hanno festeggiato fuori dal tribunale con cori e pianti

Un urlo collettivo e catartico. Abbracci. Lacrime di gioia. Il giudice ha appena finito di leggere la sentenza che ha condannato 48 imputati per i crimini commessi durante la dittatura argentina (1976-1983). Le immagini scorrono sul maxi schermo fuori dal tribunale di Buenos Aires. La folla di familiari delle vittime, sopravvissuti e attivisti per i diritti umani esulta. Una scena che si ripete per oltre tre ore - la durata della lettura delle sentenze: 29 ergastoli, 19 condanne dagli 8 ai 25 anni - scandita da cori: «Finirete come i nazisti, ovunque fuggirete vi verremo a cercare».

Quella di mercoledì è una sentenza storica, dopo cinque anni di udienze, nel più importante processo contro la dittatura: la maxi causa dell’Esma, la famigerata Escuela mecanica della Marina trasformata in un centro di tortura. Tra i condannati per sequestri, torture e omicidi c’è Alfredo Astiz, soprannominato l’«angelo della Morte», già in carcere per un precedente ergastolo. Nel 1977 si infiltrò tra le Madres di plaza de Mayo, le donne in cerca dei figli desaparecidos, fornendo informazioni all’intelligence. Tre fondatrici dell’associazione, tra cui Esther Ballestrino, amica di Papa Francesco, due monache francesi e altri 7 attivisti vennero rapiti e uccisi.

Ma la condanna che passerà alla storia è quella contro Mario Daniel Arrù e Alejandro Domingo D’Agostino, due piloti dei cosiddetti «voli della morte». Un metodo di sterminio con cui la dittatura uccise 4 mila persone. I prigionieri politici venivano drogati – «Tranquilli, andate in un centro di recupero», veniva loro sussurrato – prima di essere caricati sugli aerei e gettati, ancora in vita, nell’Atlantico.

Mercoledì sei persone sono state assolte, molte altre non sono mai state processate. Come Julio Verna, ex medico che anestetizzava col Pentotal gli oppositori prima dei «voli della morte». Dopo anni di silenzio ha confessato i suoi crimini al figlio Pablo. Lui, un legale 44enne, ha tentato di portarlo in tribunale. Ma il codice penale argentino vieta ai figli di testimoniare contro il proprio padre. Per questo Pablo Verna ha presentato al Congresso un disegno di legge per modificarlo: «Oggi le mie accuse valgono zero». Per la sua battaglia si è unito a un collettivo di figli di ex militari, Historias Desobedientes, che chiedono di processare i padri a piede libero.

Del gruppo fanno parte 40 persone. In comune hanno il cognome macchiato dal sangue e un senso di colpa difficile da cancellare. «Mio padre massacrava di botte mia mamma e io mi chiedevo: “Se tratta così i suoi familiari, cosa può fare agli sconosciuti?”», racconta Laura Delgadillo, 50 anni. Il padre è morto da uomo libero. Prima di andarsene ha pronunciato parole che la figlia ancora non decifra: «Mi ha chiesto scusa: non ho mai capito se per le violenze in famiglia o per le atrocità commesse». La dittatura ha creato una frattura profondissima. Carnefici da una parte, vittime dall’altra. Historias Desobedientes ha scardinato questa logica. «Siamo il pezzo mancante della storia argentina - dice Patricia Isasa, 57 anni - Una crepa in questo tragico mosaico». I figli che rompono il patto del silenzio dei padri militari.

«È spaventoso pensare che mio papà impugnasse gli elettrodi per la tortura con le stesse mani con cui mi accarezzava», racconta Analía, 34 anni, figlia di Eduardo Kalinec. Per tutti era Dottor K, uno dei più feroci aguzzini, condannato all’ergastolo nel 2010. «All’inizio non sapevo, poi non volevo vedere, alla fine ho aperto gli occhi», spiega Analia. Nessuno dei militari si è pentito, né ha aiutato a trovare le fosse comuni dei desaparecidos. «“Io ho difeso la patria”, ripeteva mio padre», dice Analia. Il suo coraggio è stato un affronto imperdonabile per la famiglia. «Tutti hanno smesso di parlarmi per difendere il papà». Ma non si è pentita. «Io la notte dormo serena, mio padre deve prendere sonniferi per zittire i fantasmi che lo tormentano».

"Voglio tornare in Nigeria": poi attacca i carabinieri

ilgiornale.it
Gabriele Bertocchi

Un 25 nigeriano ha devastato la caserma dei carabinieri di Piacenza e poi ha ferito un militare. Il profugo è stato sottoposto a un Tso e denunciato alle autorità

Un ragazzo nigeriano di 25 anni ha dato in escandescenza nella stazione dei carabinieri di via Caccialupo a Piacenza. Prima ha urlato "voglio tornare in Nigeria", poi si è fatto più violento: ha distrutto alcuni materiali della caserma e ha attaccato un militare.

L'aggressione

Il nigeriano è stato bloccato e trasportato al pronto soccorso per un Tso, trattamento sanitario obbligatorio. Il giovane si è introdotto nella caserma urlando la sua intenzione di voler tornare al suo Paese d'origine, la Nigeria. Dopo pochi istanti ha iniziato a prendersela con ogni arredo presente nel locale: ha buttato a terra diversi oggi, ha rotto un computer che si trovava sulla scrivania di un militare.

I carabinieri presenti hanno tentato a più riprese di fermalo. Per bloccare il giovane, in evidente stato di alterazione psicofisica, sono dovuti intervenire anche gli agenti della Radiomobile e i poliziotti delle volanti chiamati in aiuto. Nella colluttazione un carabiniere è rimasto ferito e, immediatemente scortato all'ospedale, è stato medicato. La prognosi è di alcuni giorni.
Il nigeriano dopo essere stato caricato di forza sull'ambulanza ha cercato la via della fuga. Dopo essere stato sottoposto ad un Tso è stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, come riporta Il Piacenza.

Domodossola, sorpresa a fare la pipì in piazza: arriva una multa di 5 mila euro

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Sanzione di 400 euro anche a una signora che non ha raccolto la deiezione del cane


Piazza Mercato a Domodossola

Una multa di 5 mila euro ai genitori di una minorenne pizzicata a urinare in piazza Mercato, 400 euro di sanzione a una signora che non ha raccolto la deiezione del proprio cane in piazza Repubblica dell’Ossola e 70 euro a tre minorenni che avevano scambiato l’aiuola di via Osci per una pista ciclabile. È l’esito dei primi due mesi di funzione del sistema di videosorveglianza installato nel centro storico di Domodossola. «I risultati cominciano ad arrivare pur dovendoci confrontare con i tempi inderogabili previsti dalle procedure della pubblica amministrazione. - ha fatto sapere il sindaco Lucio Pizzi -. Entro questa primavera verranno installate altre dodici telecamere, che andranno a coprire il resto del nostro bel centro storico garantendo un più efficace controllo»

Dieci euro al mese fino al 2038: così il cliente pagherà la parcella dell’avvocato

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Questo il mondo con cui un imprenditore di 72 anni dovrà riconoscere l’onorario per la causa vinta



Ci vorranno 23 anni perché un avvocato barese ottenga l’intera parcella da un suo ex cliente che, pur avendo vinto la causa, non lo ha mai pagato. Il legale lo ha difeso per anni, ne ha ottenuto il proscioglimento, ma poi è stato costretto a rivolgersi alla giustizia per ottenere quanto gli era dovuto, una parcella da 2800 euro. Il cliente debitore, un imprenditore senese, oggi ha 72 anni e, stando alla decisione del Tribunale di Siena, dovrà pagare 10 euro al mese fino al 2038.

La storia è iniziata a Bari otto anni fa, dove l’imprenditore lavorava, ed è finita nel cuore della Maremma Toscana dove poi, ormai pensionato, l’uomo è tornato a vivere. Una vicenda giudiziaria che ha attraversato i tribunali civili e penali di due regioni, a suon di decreti di condanna, ingiunzioni di pagamento, atti di precetto e pignoramenti. E anche quando i giudici gli hanno dato ragione, al danno del mancato pagamento e della ventennale rateizzazione dell’onorario, si è aggiunta per l’avvocato barese la beffa di dover pagare a sua volta un legale che lo rappresentasse in questa causa oltre alle spese di registrazione dell’ultima sentenza, pari a più di 200 euro.

L’imprenditore, nell’aprile 2014, viene prosciolto dall’accusa di omesso versamento di contributi previdenziali (risalente al 2009). Le richieste di pagamento della parcella da parte dell’avvocato barese cominciano a maggio di quello stesso anno, con raccomandate e numerosi successivi solleciti, fino al ricorso per decreto ingiuntivo presentato al Giudice di pace di Bari per l’importo di 2.793,45 euro, divenuto esecutivo a dicembre 2014. Ma il cliente ancora non paga. Segue un atto di precetto di pagamento e, dal marzo del 2015, ad occuparsi della vicenda è un nuovo Tribunale, quello di Siena. Su richiesta del legale barese, i giudici toscani emettono questa volta un atto di pignoramento presso l’Inps.

Dalle verifiche, però, risulta che l’imprenditore percepisce una pensione mensile di complessivi 630 euro, troppo pochi per ottenere l’intero credito vantato dall’avvocato. Viene quindi inizialmente effettuata una trattenuta cautelativa di 25 euro, ridotti a 10 euro al mese - a partire da giugno 2015 - quando il giudice dell’esecuzione del Tribunale di Siena si pronuncia definitivamente sulla vicenda. Da allora sono passati 30 mesi. Il legale ha quindi intascato ad oggi 300 euro dei quasi 2.800 che gli spettano, neppure sufficienti a coprire le spese già sostenute per reclamare il proprio diritto ad essere pagato per il lavoro svolto.

Sinistra

lastampa.it
jena@lastampa.it

Dicevamo: “Gramsci Togliatti Longo e Berlinguer”.
Diciamo: “Speranza Civati Grasso e Fratoianni”. 

Quante trombe d’aria colpiscono l’Italia?

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paolo magliocco

Dall’inizio dell’anno sarebbero state 66, ma ne sappiamo ben poco



Le trombe d’aria, o tornado, sono fenomeni molto violenti e di breve durata: di solito si esauriscono in poche decine di minuti anche se possono resistere persino un’ora. La tromba d’aria che ha colpito venerdì 1 dicembre Sanremo, arrivando fino in città, sarebbe stata piuttosto breve e non ha causato danni alle persone. Siccome sono molto veloci e si verificano in uno spazio limitato (hanno una misura alla base di qualche centinaio di metri e di solito percorrono qualche decina di chilometri) è difficile registrarli e classificarli. Un database europeo raccoglie tutte le segnalazioni di eventi meteorologici estremi (http://www.eswd.eu/) usando varie fonti, compresi i giornali.

La raccolta permette di disegnare mappe per singole zone e per ogni tipo di fenomeno. Quella che vedete in questa pagina rappresenta tutte le segnalazioni di tornado in Italia dall’inzio dell’anno: ben 66, compresa la tromba d’aria di San Remo, quella che ha colpito Livorno il giorno prima e quella che si è verificato al Lido di Casalbordino, in Abruzzo, lunedì 27 novembre. In media sono 6 al mese. Per l’intera Europa e dal 1950 le segnalazioni sono state oltre 9700. Anche se il lavoro di questo database è su base volontaria e dunque rischia di non essere completamente rigoroso, è stato utilizzato da studi scientifici.

Uno, realizzato da ricercatori britannici e tedeschi lo scorso anno e pubblicato dalla American Meteorological Society lamenta proprio la scarsa attenzione in Europa a questi fenomeni atmosferici, che negli Stati Uniti sono monitorati in modo molto più attento. E sottolinea come il pericolo rappresentato dai tornado nel nostro continente sia decisamente sottostimato, nonostante provochino danni, feriti e morti. Secondo questo lavoro i tornado effettivamente avvenuti in Europa in 65 anni (fino al 2015) sarebbero in realtà 5478, ma mostra anche come, almeno dal 2000, il loro numero sia aumentato, così come il numero di quelli che provocano morti e feriti. 

I tornado in realtà non sono tutti uguali. Il database europeo non consente di distinguerli per intensità, mentre negli Stati Uniti e in Canada viene utilizzata una scala (Scala di Fujita) con sei livelli diversi individuati sulla base della distruzione causata che sulla velocità dei venti. Il livello più alto della scala corrisponde a tornado on venti superiori a 320 chilometri orari, ma si stima che possano arrivare anche a 500 chilometri orari.

Può darsi che la crescita mostrata dallo studio sia dovuta anche all’aumento esponenziale nell’uso dei mezzi di comunicazione, dai telefonini alla possibilità di segnalare e collezionare quello che succede attraverso internet: su YouTube è presente una raccolta ormai ricchissima di video di tornado. Studi sul cambiamento climatico segnalano come questi eventi estremi siano probabilmente destinati ad aumentare con l’aumento di energia nell’atmosfera. Gli autori restano convinti in ogni caso che il fenomeno in Europa andrebbe preso molto più sul serio e tenuto sotto osservazione. 

Tre ricercatori italiani hanno analizzato gli ultimi dieci anni e hanno stabilito che nella Pianura padana fino all’Adriatico settentrionale i tornado sono più frequenti in primavera e fino all’inizio dell’estate, mentre sulle coste tirreniche e ioniche il maggior numero si verifica nella tarda estate e in autunno. Un lavoro interessante, ma che conferma quanto poco sappiamo in Italia e in Europa di questi eventi. Negli Stati Uniti il monitoraggio è continuo e sul sito Ustornadoes si possono trovare notizie aggiornate giorno per giorno e mappe con il numero medio di tornado per ogni periodo dell’anno e per ogni Stato dell’Unione.

Gatti sopravvivono al freddo scaldandosi a vicenda

lastampa.it
noemi penna



Solo tre fratellini sono sopravvissuti al freddo. La cucciolata è stata trovata in Oregon, sotto un porticato. E i sopravvissuti si sono fatti forza a vicenda, ma soprattutto scaldato l’uno con l’altro, in attesa di qualcuno che si prendesse cura di loro. A salvare Leela, Kif e Phyllis è stato il Cat Rescue and Adoption Network di Springfield. «Si sono dimostrati dei veri combattenti», racconta Jessi Weaver. «Kif è il più dolce di tutti, ma probabilmente avrà problemi alla vescica per tutta la vita. E anche se rimane solo per pochi minuti, diventa subito triste». E Leela e Phil «sembrano sapere che il loro fratellino ha delle esigenze speciali e gli riservano tantissima attenzione».



Fortunatamente, nonostante l’inizio di vita in salita, i tre fratellini sono stati presi in affidamento tutti insieme. «Leela è il gatto più coraggioso che abbia mai incontrato. Ama arrampicarsi ed esplorare. Phil adora tutto ciò che si muove e i grattini alla pancia». E tutti e tre insieme «Sono anche eccellenti scalda piedi». I gattini orfani ora sono felici e sempre più inseparabili. Si tengono su di morale l’uno con l’altro «in attesa di un posto che potranno chiamare casa per sempre».

Allarmi siam fascisti

lastampa.it
Mattia Feltri

Che gli skinhead dell’irruzione di Como sembrassero quattro scappati di casa non deve indurre in inganno: i peggiori hanno sempre vinto quando sono stati sottovalutati. Ma non sono quei pischelli, non soltanto loro, a richiamare su una dilagante fascisteria italiana. Se il fascismo sa travestirsi da democrazia o da dittatura del popolo (Simone Weil), se significa anche opprimere chi non la pensa come te (Sandro Pertini), significa affermare non sono un partito sono il popolo (Giovanni Gentile), considerare il liberalismo individuale un fantoccio (Benito Mussolini), distruggere la concezione liberale dello stato di diritto in favore dello stato d’eccezione (Carl Schmitt), trovare il capro espiatorio (Salvatore Lupo), allora

inventarsi un reato e un’aggravante a settimana sull’emergenza del momento, chiedere e ottenere inasprimenti delle pene, invocare condanne esemplari invece che giuste, imbastire processi su tv, giornali e social network, volere a tutti i costi un colpevole urlando fuori i nomi, manganellare online il mostro del giorno, cercare motivi inconfessabili e turpi nelle opinioni dell’avversario ridotto a nemico, imporre al parlamentare fedeltà al partito, sottometterlo a ogni spiffero dell’autorità giudiziaria, gridare ai traditori, alle cospirazioni, dichiarare criminali le etnie e le religioni anziché gli individui, cedere al vento dei sondaggi, affidarsi al plebiscito della rete, e tutto e il contrario di tutto in nome degli italiani, allora questo è il nostro esercizio giornaliero di inconsapevole e intimo fascismo. 

domenica 10 dicembre 2017

60 nomi di bambini vietati nel mondo

repubblica.it
Rachel Gillett Samantha Lee


In alcuni Paesi non puoi chiamare tuo figlio 'Facebook'. Reuters/Carlo Allegri

  • Negli Stati Uniti, i genitori possono dare ai loro bambini praticamente tutti i nomi che vogliono.
  • Ma altri Paesi del mondo sono più severi sui nomi dei figli.
  • Alcuni nomi sono vietati perché i funzionari credono che possano danneggiare il bambino, altri per mantenere l’identità culturale del Paese.
I genitori negli Stati Uniti hanno un ampio margine di manovra quando si tratta di dare un nome ai loro figli.

Basta guardare ai fratelli Adolf Hitler e JoyceLynn Aryan Nation Hons come esempio. Sebbene si possa contestare che quei nomi ebbero comunque delle ripercussioni, i loro genitori erano totalmente all’interno dei loro diritti legali secondo la legge del New Jersey nel dare ai loro bambini questi nomi di ispirazione nazista. E mentre alcuni stati hanno limitazioni sui nomi che i genitori possono dare ai propri figli per determinati motivi pratici, la Costituzione statunitense offre ai genitori una grande autonomia nell’allevare i propri figli.

Altri Paesi, però, hanno una visione diversa sui nomi, molti perché pensano che se un genitore non ha a cuore l’interesse del proprio bambino quando li assegna, è responsabilità del governo intervenire. E altri Paesi sono particolarmente preoccupati per il mantenimento dell’identità culturale. In Italia una delle norme che regolano il nome è stata aggiornata nel 2000 (DPR 396) da un precedente provvedimento del 1939. Non si può imporre a un bambino lo stesso nome del padre (come in America con il “Jr.”), come anche di fratelli o sorelle viventi. È però decaduto il divieto per i termini geografici, anche se c’era tolleranza, ad esempio, per “Italia”; “Asia” era accettato in quanto nome della ninfa greca figlia di Oceano e Teti, madre di Prometeo.
Ecco alcuni dei nomi vietati in tutto il mondo:
La Francia non permetterà un nome se i tribunali concordano che porterebbe a una vita di derisioni
In Francia, i segretari locali del certificato di nascita devono informare il loro tribunale locale se sentono un nome di un bambino contrario ai migliori interessi del bambino. Il tribunale può quindi proibire il nome se è d’accordo, e lo farà soprattutto se ritiene che il nome potrebbe portare a una vita di derisione. Esempi di nomi vietati in Francia: Nutella, Fragola, Demonio, Principe William, Mini Cooper
La Germania ha una serie di rigorose norme per l’attribuzione del nome a un bambino
La Germania ha un certo numero di restrizioni per il nome dei neonati, tra cui: nessun nome di genere neutro; nessun cognome, no a nomi di oggetti o nomi di prodotti; e nessun nome che potrebbe influire negativamente sul benessere del bambino o portare all’umiliazione. Esempi di nomi vietati in Germania: Osama Bin Laden, Khol, Merkel, Adolf Hitler
Anche la Svizzera ha un elenco di regole rigorose
Come la Germania, anche la Svizzera ha un certo numero di restrizioni per la denominazione dei figli, e il magistrato svizzero deve approvare tutti i nomi dei figli. In generale, se il nome è considerato dannoso per il benessere del bambino o offensivo per un terzo, non sarà approvato. Altre regole comprendono non dare a un ragazzo un nome da ragazza o viceversa, nessun nome di personaggi biblici cattivi, nessun nome di marca, nessun nome di luoghi e cognomi. Esempi di nomi vietati in Svizzera: Giuda, Chanel, Parigi, Schmidt, Mercedes
In Islanda, i nomi dei bambini devono allinearsi con la struttura linguistica e il sistema di ortografia convenzionale dell’Islanda
A meno che entrambi i genitori non siano stranieri, i genitori in Islanda devono presentare il nome del proprio figlio al Registro nazionale entro sei mesi dalla nascita. Se il nome non è nell’elenco dei nomi approvati del registro, i genitori devono chiedere l’approvazione del nome al Comitato di denominazione islandese.

Circa la metà dei nomi presentati viene rifiutata per aver violato i rigorosi requisiti di denominazione dell’Islanda. Tra questi requisiti, i nomi devono essere in grado di avere finali grammaticali islandesi, non possono essere in conflitto con la struttura linguistica dell’Islanda e devono essere scritti secondo le regole ordinarie dell’ortografia islandese. Quindi, ad esempio, se un nome contiene una lettera che non compare nell’alfabeto islandese (ad esempio, le lettere C, Q e W), sarà vietato. Esempi di nomi vietati in Islanda: Zoe, Harriet, Enrico, Ludovico, Duncan
La Danimarca consente solo i nomi di un elenco pre-approvato
La Danimarca ha un elenco di circa 7.000 nomi per bambini approvati e se la scelta del nome non rientra, bisogna chiedere l’autorizzazione e sottoporre la scelta del nome al Dipartimento investigativo dei nomi dell’università di Copenaghen e presso il Ministero degli Affari Ecclesiastici.Più di 1.000 nomi vengono riesaminati ogni anno e quasi il 20% viene rifiutato, per lo più per ortografia scorretta. Esempi di nomi vietati in Danimarca: Jakobp, Ashleiy, Scimmia, Pluto
Nella maggior parte dei casi, la Norvegia non permetterà di utilizzare un cognome come nome
La Norvegia ha allentato le sue leggi di denominazione dei bambini negli ultimi anni, ma ha mantenuto due disposizioni fondamentali. Il nome non sarà accettato se viene considerato uno svantaggio importante per la persona o per altri motivi forti. E non si può scegliere un nome che è già registrato nel registro della popolazione norvegese come cognome o secondo nome (in Norvegia i nomi intermedi sono essenzialmente altri cognomi). L’eccezione è se il nome ha origini o tradizioni come nome in Norvegia o all’estero o ha tradizione in una cultura che non distingue tra il nome e il cognome. Quindi nominare il bambino con uno dei cognomi più popolari in Norvegia, come Hansen o Haugen, non sarebbe consentito. Esempi di nomi vietati in Norvegia: Hansen, Johansen, Olsen, Larsen
La Svezia vieta i nomi che considera “ovviamente inadatti” oppure offensivi
La Svezia vieta i nomi che potrebbero causare offese ad altri o disagio per colui che lo porta.
Vieta anche altri nomi che sarebbero considerati ovviamente inadatti come nomi. I genitori devono presentare il nome proposto del loro bambino entro tre mesi dalla nascita all’Agenzia delle Entrate Svedese e potrebbero essere soggetti a multe per non aver registrato un nome. Esempi di nomi vietati in Svezia: Metallica, Superman, Ikea, Elvis, Brffgxxllrmhyjakòjgjsdroèjkq1111134
La Malaysia considera “indesiderati” i nomi che sono animali, insulti, numeri, nomi onorari o reali e cibo
La Malaysia ha un elenco di nomi che considera “indesiderati” e che verrebbero successivamente vietati. Nell’elenco di nomi inaccettabili ci sono animali, insulti, numeri, nomi onorari e reali e cibo.Esempi di nomi vietati in Malaysia: Ular (serpente), Woti (rapporto sessuale), Sor Chai (pazzo)Una parte del Messico ha un elenco di nomi esplicitamente vietati che sono considerati derisori, che non hanno senso o imbarazzanti Una legge passata a Sonora, in Messico, vieta esplicitamente 61 nomi che sono considerati derisori, mancanti di significato o imbarazzanti. Le autorità dicono che l’obiettivo è quello di proteggere i bambini dall’essere oggetto di bullismo a causa del loro nome. Esempi di nomi vietati in Messico: Facebbok, Rambo, Escroto (scroto), Hermione, Batman
I genitori in Nuova Zelanda che vogliono dare un nome ai bambini che ha più di 100 caratteri non possono farlo
In Nuova Zelanda, ai genitori è vietato dare nomi che causerebbero offese, che siano più lunghi di 100 caratteri o che assomigliano a un titolo e un rango ufficiale. Esempi di nomi vietati in Nuova Zelanda: Lucifero, Sex Fruit, Fat Boy (ragazzo grasso), Talula does The Hula from Hawaii
Il Portogallo ha un elenco di nomi di 82 pagine che indica quali sono accettati e quali no
In Portogallo i nomi dei bambini devono essere tradizionalmente portoghesi, specifici di genere e pieni, ovvero niente diminutivi. Per rendere le cose più semplici per i genitori, il Paese offre un elenco di nomi di 82 pagine che indica quali sono accettati e quali no. Esempi di nomi vietati in Portogallo: Nirvana, Rihanna, Jimmy, Viking, Sayonara
Nomi che sono considerati “troppo stranieri” o blasfemi non sono accettati in Arabia Saudita
Il governo saudita ha bandito più di 50 nomi ritenuti “troppo stranieri”, inappropriati, blasfemi, o non in linea con le tradizioni sociali o religiose del paese. Esempi di nomi vietati in Arabia Saudita: Binyamin (Benjamin, Beniamino, per il nome del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu), Malika (regina), Malak (angelo), Linda, Alice.

Quattro miti da sfatare sulla schiavitù negli Stati Uniti. E qualche verità da tenere a mente

repubblica.it
Daina Ramey Berry*, The Conversation


Cinque generazioni di una famiglia di schiavi. Shutterstock

Le persone credono di sapere più o meno tutto a proposito della schiavitù negli Stati Uniti, ma non è così. Pensano, ad esempio, che la maggior di parte degli schiavi africani sia arrivata direttamente nelle colonie americane, ma non è così che andò. Si parla di una schiavitù durata 400 anni, ma non è vero. Si dice che negli stati del Sud ogni famiglia possedesse degli schiavi, ma ciò non accadde. Altri dicono che è stato molto tempo fa, ma non è passato tutto questo tempo.

La schiavitù è tornata alla ribalta di recente. Dalla scoperta dell’asta di 272 schiavi che permise alla Georgetown University di rimanere in attività, alla polemica sul libro di testo edito da McGraw-Hill, dove gli schiavi sono stati chiamati “lavoratori venuti dall’Africa”, al memoriale della schiavitù costruito alla University of Virginia, gli americani hanno avuto modo di tornare a parlare di questo difficile periodo della loro storia. Alcune di queste discussioni sono state caratterizzate da controversie e conflitti, come a proposito della studentessa della University of Tennessee che ha contestato la sua docente rispetto alla realtà delle unità familiari di schiavi. Come studiosa della schiavitù presso la University of Texas ad Austin, non posso che approvare il pubblico dibattito e la rinnovata familiarità che il popolo americano sta mostrando con la propria storia.

Devo comunque notare come ci siano diversi preconcetti sulla schiavitù, come il conflitto avvenuto alla University of Tennessee ha messo in evidenza. Ho passato la mia vita lavorativa sfatando i miti sulla “peculiar institution”. Obbiettivo dei miei corsi non è stato vittimizzare un gruppo, magari per celebrarne un altro. Piuttosto, provare a delineare la storia della schiavitù in tutte le sue forme, per trovare un senso alle origini dell’ingiustizia sociale e mostrare le radici dell’attuale discriminazione. La storia della schiavitù aggiunge contenuti vitali al dibattito attuale, contrastando la distorsione dei fatti, le bufale di internet e la scarsa conoscenza, dalla quale cerco sempre di mettere in guardia i miei studenti.

Quattro miti sulla schiavitù

Primo mito: La maggioranza dei prigionieri africani arrivò in ciò che sarebbero poi diventati gli Stati Uniti.
La verità: solo poco più di 300.000 prigionieri, vale a dire il 4-6% del totale, arrivò direttamente negli Stati Uniti. La maggioranza delle persone ridotte in schiavitù arrivò invece in Brasile e nei Caraibi. Una notevole quantità di africani resi schiavi arrivò nelle colonie americane dopo essere passati per i Caraibi, dove furono “maturati”, abituati alla vita in schiavitù. Passarono mesi o anni a riprendersi dalle brutali traversie del “Middle Passage”, il ciclo commerciale attraverso il quale milioni di africani furono trasformati in merci. Una volta abituati alle fatiche della schiavitù, molti furono poi avviati alle piantagioni su suolo americano.
Secondo mito: La schiavitù è durata 400 anni.
La cultura popolare è piena di riferimenti a un’oppressione durata 400 anni. Sembra esserci una confusione tra la Transatlantic Slave Trade (1440-1888) e l’istituzione della schiavitù, una confusione rafforzata dalla Bibbia, Genesi 15,13: Allora il Signore disse ad Abramo: «Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni». Si può poi ascoltare “All Black Everything” (2011) di Lupe Fiasco, un artista hip hop sostenitore della teoria dei 400 anni, che immagina un’America senza schiavitù:
11
[ritornello]
Non saprai mai
Se saresti mai potuto diventare
Se non ci hai mai provato
Non vedrai mai
Siamo rimasti in Africa
Non siamo mai andati via
Così come non ci sono schiavi nella nostra storia
Non erano navi di schiavi, non c’era miseria, chiamami pure pazzo
Vedi, mi sono addormentato e ho fatto un sogno, era tutto nero, dappertutto

[strofa 1]
Ah, e non siamo stati neanche sfruttati
L’uomo bianco non è intimidito, quindi non lo ha distrutto
Non lavoriamo gratuitamente, vedi, dovevano assumerla
L’abbiamo costruita insieme, infatti siamo considerati come loro
In questi primi 400 anni, vedi, ci siamo divertiti


La verità: la schiavitù non è certo propria degli Stati Uniti, è stata parte della storia di quasi ogni nazione, da quella della civiltà greco-romana alle forme contemporanee di traffico degli esseri umani. La parte americana della storia è durata meno di 400 anni.


Asta di schiavi in Carolina del Sud. Wikimedia
In che modo, quindi, è possibile calcolare la durata della schiavitù in America? La maggior parte degli storici ha fissato la data d’inizio del fenomeno al 1619: venti africani citati come “servitori” arrivarono in Virginia, a Jamestown, su una nave olandese. È comunque importante notare che non erano i primi africani sul suolo americano. I primi africani arrivarono alla fine del 16° Secolo, non come schiavi ma come esploratori, insieme a portoghesi e spagnoli. Uno dei più conosciuti di questi “conquistadores” era Estevanico, che viaggiò attraverso il Sud-Est da ciò che è oggi la Florida fino al Texas. Prendendo in considerazione negli Stati Uniti la schiavitù in quanto possesso materiale di uno schiavo, considerando come data di inizio il 1619 e come fine il 13° Emendamento del 1865, otteniamo una durata di 246 anni, non di 400.
Terzo mito: Tutti i Sudisti possedevano schiavi.
La verità: meno del 25% di tutti gli abitanti del Sud possedevano schiavi. Il fatto che solo un quarto della popolazione degli stati meridionali possedessero effettivamente degli schiavi è ancora adesso sconcertante per molte persone. Questo fatto porta una luce storica sulle moderne discussioni su disuguaglianza e riparazioni.

Prendiamo il caso del Texas.
Fino alla sua costituzione, lo stato della Stella Solitaria aveva avuto un periodo più breve di schiavitù connotata dal possesso personale, rispetto ad altri stati: dal 1845 al 1865, questo perché Spagna e Messico occuparono la regione per quasi metà del 19° secolo, applicando politiche sia di riduzione sia di abolizione della schiavitù. Tuttavia, il numero di persone colpite da iniquità nella retribuzione e nella ricchezza è lo stesso sconcertante. Nel 1860, la popolazione in schiavitù ammontava a 182,566 individui, ma gli schiavisti erano il 27% della popolazione, controllavano il 68% delle posizioni governative e il 73% della ricchezza. Sono cifre impressionanti, ma in Texas oggi il divario retributivo è se possibile ancora più rigido, con il 10% dei contribuenti che si porta a casa il 50% degli introiti.
Quarto mito: La schiavitù è roba di molto tempo fa.
La verità: negli Stati Uniti gli afroamericani sono stati liberi per meno tempo di quanto non siano stati in schiavitù. Facciamo due conti: i neri sono liberi da 152 anni, il che significa che la maggior parte degli americani sono a solo due o tre generazioni dalla fine della schiavitù. Non è molto tempo fa. Nello stesso periodo, comunque, i gruppi familiari che esercitarono la schiavitù hanno costruito le loro fortune su questa istituzione, generando una ricchezza alla quale gli afroamericani non hanno mai avuto accesso, poiché il loro lavoro era forzato. La successiva segregazione razziale mantenne poi le disparità di ricchezza, e la discriminazione aperta o nascosta limitò di fatto gli sforzi di ripresa degli afroamericani in questo senso.

Il valore degli schiavi

Economisti e storici hanno esaminato dettagliatamente gli aspetti del fenomeno schiavistico, durante tutta la sua esistenza. Il mio lavoro entra in questo dibattito occupandosi del valore dei singoli schiavi e dei modi nei quali le persone soggette a schiavitù reagivano all’essere trattati come merce. Erano venduti e comprati come oggi potemmo vendere una macchina o del bestiame. Erano regalati, ceduti o ipotecati nello stesso modo in cui oggi vendiamo le case. Si catalogavano, e si assicuravano come oggi amministreremmo i nostri patrimoni o proteggeremmo i nostri valori.


“Grande vendita di schiavi scelti”, New Orleans 1859, Girardey, C.E. Natchez Trace Collection, Broadside Collection, Dolph Briscoe Center for American History
Le persone soggette a schiavitù erano rivalutate a ogni stadio della loro esistenza, da prima della nascita fino alla morte. Gli schiavisti consideravano le donne per la loro fertilità, proiettandone l’incremento di valore. Mentre gli schiavi crescevano, i loro proprietari ne accertavano il valore secondo un sistema basato sulla quantità del lavoro che avrebbero potuto svolgere. “A1 Prime” era il termine usato per uno schiavo di prima categoria, che potesse svolgere il massimo lavoro possibile in un giorno. Il valore scendeva su una scala di quarti, da tre quarti a un quarto, fino a zero, grado tipicamente riservato ad anziani o ai bondpeople (persone in cattività, un altro termine per schiavi) diversamente abili.

Ad esempio, Guy e Andrew, due maschi di prima categoria venduti nella più grande asta della storia degli Stati Uniti, nel 1859, ebbero due diverse valutazioni. Guy fu valutato $ 1,280, mentre Andrew $ 1,040 perché “aveva perso l’occhio destro”. Un inviato del New York Tribune riferì come “il valore di mercato dell’occhio destro nel Sud è di $ 240”. I corpi schiavizzati erano ridotti a valore monetario, stabilito di anno in anno, a volte di mese in mese, per la loro intera esistenza e oltre.

Per gli standard di oggi, Andrew e Guy varrebbero circa 33.000-40.000 dollari.
La schiavitù era un’istituzione economica molto diversificata, ottenendo mano d’opera gratuita per i contesti più diversi: piccole aziende agricole, monoculture, piantagioni, perfino per le università in contesti urbani. Questa diversità si rifletteva anche nei prezzi.
Le persone schiavizzate si resero conto di essere trattate come merci.

Fui venduta e separata da mia madre quando avevo tre anni”, ha ricordato Harriet Hill, della Georgia. “Me lo ricordo! Come aver tolto il vitello alla mucca”, raccontò nel 1930 durante un’intervista alla Works Progress Administration. “Siamo esseri umani”, disse alla sua intervistatrice. Chi era in cattività capiva la propria condizione. Anche se Harriet Hill era troppo piccola per ricordare il suo prezzo di quando aveva tre anni, si ricordava di essere stata venduta per $ 1,400 quando ne aveva 10: “Non lo potrò mai dimenticare.”

La schiavitù nella cultura popolare

La schiavitù è parte integrante della cultura americana, ma la principale rappresentazione visiva di questa istituzione per 40 anni è stata la miniserie televisiva Radici, fatta eccezione per una manciata di film indipendenti (e non molto conosciuti) come Sankofa, di Haile Gerima, o il brasiliano Quilombo. Oggi iniziative dal basso come l’esperienziale Slave Dwelling Project, dove gli scolari passano la notte in capanne da schiavi, fino a recenti sketch comici dal Saturday Night Live, la schiavitù statunitense è di nuovo in primo piano.Nel 2016 i network A&E e History hanno trasmesso Roots: the Saga of an American Family, un remake della precedente miniserie Radici, che esprime i risultati di quattro decadi di nuovi studi. 12 anni schiavo, di Steven R. McQueen, è stato un successo al box office nel 2013, mentre le web serie Ask a Slave e The Underground con Azia Mira Dungey hanno conquistato la ribalta al network WGN America.

In meno di un anno di attività lo Smithsonian National Museum of African American History ha totalizzato oltre un milione di visitatori. Questo elefante seduto in mezzo alla storia degli Stati Uniti inizia lentamente ad essere messo a fuoco. La schiavitù in America è realmente avvenuta, e stiamo ancora vivendo le sue conseguenze. Credo che siamo finalmente pronti ad affrontarla, a imparare a conoscerla e a considerarne il significato nella storia americana.

Nota dell’editore: questa è una versione aggiornata di un articolo originariamente apparso il 21 ottobre 2014.

Questo articolo è tradotto da The Conversation. Per leggerlo in lingua originale vai qui
* Associate Professor of History and African and African Diaspora Studies, University of Texas at Austin

sabato 9 dicembre 2017

L’algoritmo detta i turni. Rivolta per i licenziati. “Trattati come mobili”

lastampa.it
Niccolò Zancan

A Milano cacciata la madre di un ragazzo disabile. Il colosso svedese: “Non può fare quello che vuole”


Uno store dell’Ikea. Dopo due ore di sciopero nel giorno del licenziamento della donna, i sindacati faranno un presidio a Corsico, nel milanese, il 5 dicembre

È un algoritmo a decidere i turni di lavoro per i 6500 dipendenti dell’Ikea in Italia. Lo fa una volta ogni sei mesi, a settembre e marzo, sulla base di uno schema prestabilito che contempla il flusso dei clienti, il numero dei lavoratori impiegati e le esigenze di ogni singolo reparto. Schiacciata sotto questa macchina fredda ha trovato il licenziamento per «giusta causa» la signora Marica Ricutti, 39 anni, separata, madre di due figli piccoli, di cui uno disabile. Era impiegata all’Ikea di Corsico, periferia di Milano, dal 1999: non aveva mai ricevuto un richiamo e nemmeno una contestazione sulla sua professionalità. 

La signora Ricutti sapeva bene, però, che non avrebbe potuto entrare al lavoro alle 7 del mattino, come previsto dal nuovo turno assegnatole dall’algoritmo al reparto ristorante. Soprattutto il martedì, non era possibile. Quel giorno deve portare suo figlio in un centro specializzato dove sta seguendo una terapia. Ecco perché ha cercato più volte di incontrare il capo del personale. Ha spiegato i suoi problemi, ottenendo rassicurazione verbali. Solo a quel punto, convinta di essere stata compresa, ha accettato lo spostamento nel nuovo reparto. «Mi avevano detto che avrebbero tenuto conto della situazione, non mi sarei mai aspettata un trattamento del genere». 



Nessuno ha cambiato il suo turno. Il cervellone non ha previsto eccezioni. L’algoritmo contemplava sempre lo stesso orario: 7 del mattino. Per quattro volte la signora Ricutti ha timbrato il cartellino alle 9, come nel suo orario precedente. Era il 3 di ottobre quando ha ricevuto la prima lettera di contestazione della sua carriera. Il 13 novembre è stata convocata per fornire spiegazioni. Ma quello che ha detto non ha convinto i responsabili dell’azienda. Infatti, ecco la lettera datata 21 novembre 2017, oggetto: «Licenziamento per giusta causa». Così scrive «Ikea Italia Retail Srl» senza un nome al fondo, se non quello della licenziata: «Gentile signora Ricutti, abbiamo attentamente valutato le giustificazioni da Lei rese in data 13 novembre 2017, in cui non sono stati in alcun modo smentiti i fatti contestati, risultando anzi da Lei ammessi.

La Società non può pertanto che ritenere confermati i gravi fatti a Lei addebitati. Sia considerati singolarmente che, a maggior ragione, nel loro complesso hanno fatto venire meno il vincolo fiduciario che è presupposto indispensabile di ogni rapporto di lavoro e sono di una gravità tale da non consentire la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto di lavoro. Pertanto, sulla base di…, siamo costretti a comunicarle, ai sensi dell’articolo 2119…, il licenziamento per giusta causa. Le competenze di fine rapporto verranno corrisposte non appena effettuati i relativi conteggi. Distinti saluti».

Ma cosa ha fatto di così grave la signora Ricutti? «Niente, assolutamente niente», dice Marco Beretta della Filcams Cgil Milano. «L’unica contestazione riguarda proprio quei pochi ingressi con due ore di ritardo. Cercava in quel modo di sollevare l’attenzione sul suo problema. Visto che tutti gli altri tentativi per trovare una mediazione si erano rivelati inutili. Quel che fa più male di questa storia, è che stiamo parlando di una lavoratrice che ha diritto alla protezione della legge 104, che tutela le madri con figli disabili. Come ha ben detto Marica Ricutti, lei non stava chiedendo un privilegio».

Ecco perché dopo due ore di sciopero nel giorno del licenziamento, i sindacati il 5 dicembre faranno un presidio davanti all’Ikea di Corsico per stigmatizzare l’accaduto. Marco Beretta è profondamente amareggiato: «A dispetto delle campagne pubblicitarie sempre così sensibili ai temi sociali, l’Ikea dimostra di considerare i lavoratori soltanto dei numeri da tagliare per abbassare i costi. Come dei mobili. Da montare e smontare a piacimento». 

Otto ore di lavoro al giorno, più una di pausa. Stipendio: 1250 euro al mese. La signora Ricutti adesso sta male. «Ho sempre cercato di comprendere le ragioni dell’azienda, ma forse adesso sta venendo meno il valore della dignità umana», ha detto in un’intervista all’HuffPost. «Andrò avanti. Impugnerò il licenziamento accanto alla Cgil». Il suo caso non è isolato. Proprio ieri, un lavoratore dell’Ikea di Bari, padre di due bambini piccoli, è stato licenziato per una pausa più lunga del consentito: 5 minuti. Molti altri lavoratori hanno segnalato problemi di adattamento all’algoritmo. «È un’azienda che è cambiata radicalmente negli ultimi anni», dice Fabrizio Russo, il segretario nazionale della Filcams Cgil. «Rifiuta qualsiasi mediazione sindacale». 

Cosa dice l’Ikea di tutto questo? «Negli ultimi 8 mesi Ricutti ha lavorato meno di 7 giorni al mese. Nell’ultimo periodo, in più occasioni, si è autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso nè comunicazione di sorta, mettendo in grave difficoltà i colleghi». E ancora: «Da lei gravi episodi di insubordinazione». 

La rivoluzione delle culle piene

lastampa
Gianni Riotta

Qualche tempo fa la Fondazione Nardini organizzò a Bassano del Grappa, tra le pittoresche «Bolle» dell’architetto Fuksas un incontro sul «Capodanno 2050»: statistici come Enrico Giovannini, demografi come Jack Goldstone, gli economisti Moises Naim e Bill Emmott ruppero il silenzio su uno dei tabù più intrattabili da noi, la crisi delle nascite. Al brindisi dell’1 gennaio 2050 gli africani, oggi 1,2 miliardi, saranno 2,6 miliardi, gli europei, oggi inclusa la Russia 745 milioni, saranno invece appena 736 milioni. La Cina si fermerà, da 1,3 miliardi a 1,39, superata dall’India, da 1,35 miliardi a 1,7. La Cina deve diventar ricca prima di diventare vecchia, gli Stati Uniti, 325 milioni di cittadini adesso 397 nel 2050, avranno presto una base attiva più vasta ed educata di Pechino.

In Italia, (60 milioni 2017, 56 nel 2050), parliamo poco di culle vuote, forse perché Mussolini premiava le famiglie numerose e penalizzava i single, sotto l’occhiuto controllo dell’Ufficio Centrale Demografico, varato nel 1937. In Francia i sussidi alla maternità hanno funzionato, ma i costi pesano troppo sui bilanci di anni magri. Non stupisce dunque che, tre giorni fa, il presidente russo Vladimir Putin, il più astuto statista tra i leader del nostro tempo, abbia lanciato la sua nuova campagna demografica, investendo due miliardi di euro in un piano di sussidi che concederà ad ogni nuova mamma russa 150 euro al mese per un anno e mezzo, alla nascita del primogenito. Putin sa che la Russia, già colpita dai 20 milioni di morti della Seconda guerra mondiale, declina rapidamente dalla fine dell’Urss, 146,9 milioni all’ultimo censimento, 5 in meno dalla notte dell’ammaina bandiera rossa al Cremlino, 1991.

E come può Putin corroborare l’ambiziosa agenda imperiale, davanti alla Cina egemone di Xi Jinping e all’America che vede in declino, se il Paese si svuota per emigrazione, scarsa natalità, aspettativa di vita in calo, alcolismo, in comunità use all’aborto di stato come anticoncezionale? Con sagacia Putin addossa le colpe dei pochi nati al passato, il conflitto finito tre generazioni or sono, «la crisi economica e la paralisi sociale dei primi Anni 90», insomma tutto tranne che la realtà presente, in una nazione che governa ormai da 17 anni. Anche sulla demografia però, Vladimir Vladimirovic Putin si conferma tattico di classe, più incerto stratega.

Non saranno infatti i 150 euro al mese a convincere le giovani moscovite o le coetanee contadine dei distretti di «Terra Nera», fertile regione agricola in boom grazie alle sanzioni Usa-Ue, a diventar mamme, perché, scrive su «Foreign Affairs» il professor Goldstone, «Non è in realtà chiaro quali riforme promuovano davvero la natalità». 52 anni fa il futuro senatore Daniel Moynihan divise l’America con il suo rapporto sulla crisi fatale che affliggeva le famiglie afroamericane nei ghetti. Il presidente Johnson reagì aiutando le ragazze madri con sussidi, ma la misura, anziché stimolare nascite, moltiplicò rassegnazione, povertà, droghe, piccola criminalità.

Il mondo smetterà di affollarsi giusto nel 2050, a un picco di 9,17 miliardi di esseri umani, Occidente anziano e poco abitato, Asia e Africa con una popolazione giovane, povera, stipata in megalopoli violente, un trend epocale che non saranno i 150 euro di Putin a invertire. Ma il presidente russo ha ben altro in mente che non il Capodanno 2050. Per capire cosa leggete il secondo volume della monumentale biografia di Stalin, appena pubblicato dallo storico Stephen Kotkin: in un discorso alla Conferenza Industriale Sovietica del 1931, stretto da carestia e ritardi nel creare una base industriale moderna, il dittatore sovietico si appella all’insicurezza antica dell’anima russa:

«I khan mongoli vi hanno umiliato, come i bey turchi, i baroni svedesi, i signori giapponesi e i capitalisti anglo-francesi, siete deboli e vi calpestano, solo quando sarete potenti vi daran ragione…». Con il fantasma delle culle vuote Putin evoca le umiliazioni storiche, perché la gente si stringa intorno a lui. Funzionerà per il consenso forse, ma non per le cicogne, quelle sono attratte, nei Paesi sviluppati, solo dall’emigrazione, vedi Stati Uniti che crescono, senza sostegni alla natalità, grazie a chi cerca una nuova vita. Un fenomeno che la Russia, per ora, non sembra poter conoscere.

Robe di Kappa, ritrovato il ragazzo del logo. Ora manca la modella

repubblica.it
di GUIDO ANDRUETTO

Continua la ricerca dei protagonisti del simbolo del marchio torinese. Renzo Ricciardi, la metà maschile di una pubblicità storica, oggi ha 68 anni e vive in Sardegna. Lancia l'appello alla compagna sul set fotografico (di cui non ricorda il nome): "Rivediamoci dopo mezzo secolo"

Robe di Kappa, ritrovato il ragazzo del logo. Ora manca la modella
Renzo Ricciardi, modello di Robe di Kappa, a 19 anni

Hanno trovato lui, ora manca lei. Manca l'altra metà del cielo, anzi del celebre logo di Robe di Kappa, marchio di abbigliamento sportivo lanciato nel 1968 dall'imprenditore e creativo torinese Maurizio Vitale. Schiena contro schiena, ripresi in controluce, i due ragazzi, lui e lei, un modello e una modella, ormai quasi cinquant'anni fa venivano immortalati durante uno shooting in uno studio fotografico di via Pomba, nel centro storico di Torino. A scattare fu Sergio Druetto, fotografo torinese e amico di Vitale.

Dopo la notizia diffusa da "Repubblica" della ricerca tentata più volte da BasicNet, il gruppo di Marco Boglione di cui fa parte Robe di Kappa (con Kappa, Jesus Jeans, K-Way, Superga e Sabelt) per scoprire l'identità dei due ex giovani del '68, e magari per ritrovarli in occasione del cinquantennale, si sono fatti vivi sia il modello che il fotografo, ma della modella non si sa ancora nulla. L'ex ragazzo del logo si chiama Renzo Ricciardi e oggi ha 68 anni, come l'anno in cui posò per la Kappa (oggi visibile sulle maglie del Napoli). Ricciardi vive a Santa Teresa Gallura in Sardegna. Nelle stagioni giovanili lavorava a Torino, appunto, come modello e Druetto lo aveva voluto per diversi servizi, tra cui quello commissionato da Vitale.

Successivamente, Ricciardi aveva abbandonato il lavoro nella moda e si era dedicato a quella che diventerà "la grande passione della mia vita: le immersioni subacquee".I ricordi dell'esperienza come modello restano nitidi, anche se della modella con cui condivise il set fotografico oggi rammenta poco. "A Torino in quegli anni c'era una creatività pazzesca - racconta -, io facevo il modello, era un vero lavoro, e grazie a Sergio Druetto venni chiamato per posare nudo per una campagna pubblicitaria per la nascente Robe di Kappa.

Ci furono diversi provini fotografici, le prime volte con una modella francese, poi con un'altra ragazza. Fu per me una grande emozione quando vidi per strada le gigantografie del logo in cui ero ritratto. Ero giovanissimo, avevo 19 anni. Da lì a poco avrei smesso di fare quel mestiere e mi sarei dedicato alle immersioni in mare che mi hanno portato in Sardegna, dove ho aperto il primo approdo turistico a Santa Teresa Gallura". Scherza Ricciardi: "Resto, comunque, uno degli uomini ombra più famosi al mondo".

Sergio Druetto, fotografo in pensione, oggi risiede nel tranquillo paese di Pino Torinese, sulle colline attorno al capoluogo. "Con Renzo siamo rimasti amici e ci siamo tenuti in contatto per diversi anni, per perderci di vista solo nelle ultime stagioni. Conservo ancora tutti gli scatti originali e i negativi delle fotografie che feci sui set per Vitale e l'azienda. Ovviamente si vede bene la faccia della ragazza, che oggi dovrebbe avere una settantina d'anni, come Ricciardi. Di lei non seppi più nulla dopo quella sessione di scatti, dal giorno dopo non l'ho più incrociata.

Non ricordo neppure come si chiamava. E di documenti non c'è traccia, a parte le foto. Mi auguro che lei si riconosca e si faccia sentire come ha fatto Ricciardi, avvertito da amici e parenti che conoscevano la vera storia del logo". Manca poco più di un mese al 2018 e al cinquantennale della Robe di Kappa. Manca solo lei.

La toponomastica dell’antimafia ricostruita sulle mappe di Google

lastampa.it
DILETTA PARLANGELI

Lo storico Marcello Ravveduto ha censito, grazie all’applicazione My Maps, la i nomi delle strade dedicate ai protaginsiti della lotta al crimine organizzato



Non è la storia di Google Maps, ma la Storia italiana su Google Maps. Esiste una mappa che racconta come i comuni italiani abbiano scelto di rappresentare l’antimafia attraverso i nomi delle vittime della criminalità organizzata. Marcello Ravveduto, saggista e docente di Public and Digital History all’Università di Salerno, ha utilizzato l’Archivio digitale nazionale dei numeri civici delle strade urbane (Anncsu) gestito dall’Istat, per rintracciare tutti i toponimi relativi a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (i dati sono del Censimento del 2011, gli unici disponibili su scala nazionale). Utilizzando l’app My Maps di Google poi, ha geolocalizzato i comuni che hanno intitolato una strada, un viale, una via, un vicolo, un largo, o magari una piazza, ai due magistrati.

“Per leggere i dati conviene fare una proporzione tra il numero di intitolazioni rispetto al numero dei comuni: in percentuale, è più alta al Sud” spiega Ravveduto. Se considerando i numeri assoluti potrebbero risultare più alti al Nord, valutando il numero di intitolazioni in rapporto a quelle delle municipalità, il risultato cambia. Quello che c’è al di là delle tabelle però, è il modo in cui la toponomastica “ingloba le grandi narrazioni della nazione”. E’ un racconto collettivo che si fa storia tangibile e concreta: attraverso il nome di una strada, gli avvenimenti storici diventano immediatamente patrimonio del discorso collettivo, fuori da aule e libri.

“Il 96% delle vittime della mafie è meridionale” dice Ravveduto, e sono quelle vittime ad essersi aggiunte alla fila di difensori della libertà e delle istituzioni, come lo furono i partigiani, fino al collasso dei partiti e l’addio alla Prima Repubblica. I giudici Falcone e Borsellino sopra tutti, riconosciuti universalmente come avversari dei poteri che attaccano la Costituzione, a prescindere dal colore politico dei comuni (è l’Eurispes stesso a individuare, con le loro morti, la fine della Prima Repubblica, ricorda lo studioso).

“Attraverso l’uso pubblico della memoria vengono veicolate le posizioni valoriali di questo o quel partito”, spiega lo storico. Ragione per cui la retorica dell’antimafia è stata anche utilizzata in sede pre-elettorale, per dichiarare intenti (le delibere di intitolazioni tali restano, fino alla fine del processo burocratico necessario). Al contrario, come a Palermo, sono capitati casi di intitolazione immediata (con Capaci) che sono stati poi comunicati alla Prefettura – come da prassi necessaria – solo dieci anni dopo. Leggendo le intitolazioni si riesce a delineare anche la storia delle regioni: quelle centrali sono da sempre più ricettive all’assorbimento delle resistenze storiche, da quelle antifasciste a quelle dell’antimafia (a Cesena c’è via Giancarlo Siani, giornalista morto per mano della camorra). “Libero Grassi ucciso da Cosa Nostra, al Sud si trova nelle strade di zone residenziali, mentre al Nord nelle aree industriali, perché imprenditore”.

Per leggere la mappa della toponomastica dedicata a Falcone e Borsellino, è necessaria una legenda: gli aghi azzurri, la maggioranza, indicano i comuni che hanno intitolato “un’area di circolazione” (dicitura dell’Istat) ad ognuno dei magistrati (via Falcone, via Borsellino); quelli arancioni i comuni che hanno intitolato “un’area di circolazione” solo a Falcone; i rossi indicano hanno intitolato “un’area di circolazione” solo a Borsellino. Gli indicatori verdi sono per i comuni che hanno intitolato a entrambi i giudici (Via Falcone e Borsellino); infine, gli aghi gialli indicano i comuni che hanno intitolato almeno “un’area di circolazione” a uno o entrambi i magistrati, ma che non risultano nel censimento Anncsu del 2011.

E Dio volle respirare…

ilgiornale.it



.. … Per poter morire.

Sì, Dio volle poter morire da umano, per pagare da sé il debito del peccato originale. Difatti,  quale umano avrebbe mai potuto saldare un debito così grande col Creatore? Ad aver “sbagliato” erano stati Adamo ed Eva, esseri ancora perfetti, poiché “fatti a immagine e somiglianza” di Dio stesso. Umani, e, dunque, imperfetti lo diventarono dopo l’arrogante disubbidienza. Invece di “diventare uguali al Signore”, eterni, onnipotenti e onniscienti, infatti, i nostri progenitori acquistarono la nefandezza della malattia e della morte. Per se stessi e per noi, loro discendenti futuri, per tutti i secoli.

La Misericordia divina, amorevolmente trasportata verso ogni propria creatura, non poteva certamente abbandonarci alle conseguenze di quel peccato originale. Un’eredità infamante per noi che, non colpevoli, nascevamo con un debito pesantissimo sul groppone. E, così, decise di farsi umano e sacrificarsi fino alla morte più infamante, per amore di Dio stesso.

Ma come avrebbe potuto, Dio, farsi umano, se non nascendo da donna? E quale donna avrebbe mai potuto essere Madre di Dio, nascendo anch’ella con la tara del peccato originale? Ecco, dunque, la Benevolenza del creatore: Maria, pur donna, nacque monda da qualsiasi peccato, Immacolata alla nascita e anche nella Concezione, e tale restò per tutta la Sua vita terrena. Senza alcun peccato.
Visse. Gioì e patì. Pianse per la morte di suo Figlio Gesù di Nazareth, il Cristo. Esultò per la sua resurrezione. Si addormentò. Fu Assunta in Cielo, in corpo e anima. Ed Incoronata da Dio Regina dei Cieli e della Terra.

Dentro la metafora, la Verità.

Questa è la nostra meravigliosa religione. La nostra radice. Il nostro cammino e il nostro futuro. (Credenti e non.)
Questo è il significato del Natale! Non solo un albero illuminato, non solo un panettone o una catasta di regali costosi.

Natale è Dio che, Caritatevole, si rende piccolo e umano, per saldare da sé quel nostro debito nei Suoi stessi confronti, che pur ci aveva creato per amore. Natale è il simbolo della Compassione, della Misericordia, dell’Amore. Pregi divini, sempre; ma anche, a volte, umani.

A Natale si prega. Si riunisce la famiglia. Si condivide. Si riflette.
A Natale, ci si scambia piccoli doni. Per ricordare il Dono di sé dell’Altissimo ad ognuno di noi.
A Natale, i Cristiani chiedono perdono per i torti. E riconquistano la propria anima.

Natale è un Battesimo che si ripete ogni anno.
E, a Natale, si costruisce il Presepe, dono di Francesco d’Assisi all’Umanità.

Ditelo a chi non piacciamo, a chi ci ammazza con le bombe, gli attentati, le scimitarre, i coltelli.

Ditelo agli antiCristo in tonaca e ai politici papponi. Ai massoni scomunicati. Ai mafiosi scomunicati.

Ai comunisti scomunicati. Ditelo a quelli che ci odiano perché indossiamo la Croce nel cuore, sul petto, sulle pareti di casa o dell’ufficio. Dite loro che quella Croce è la benevolenza di Dio. Che ci credano o no.

Buon dicembre 2017 A.D.

Giovane disabile venduta dal padre ottiene giustizia dopo 18 anni

lastampa.it
marco benvenuti

L’uomo è in carcere condannato a 8 anni, ma è l’unico riconosciuto colpevole: gli altri uomini coinvolti non sono stati identificati o il reato è prescritto


La ragazzina venne trovata con un’ex guardia giurata: le indagini fecero emergere le responsabilità dei genitori

Per avere giustizia ha atteso diciotto anni. Disabile, oggi affidata a una comunità, quando era ancora minorenne (all’epoca andava alla scuola media) veniva «venduta» dai genitori a clienti molto anziani, amici e conoscenti della coppia. Anche i due nonni avevano abusato di lei. Decine e decine di incontri sessuali con uomini di cui la ragazza sapeva spesso dire solo un nome o una professione.

Morti o prescrizioni
La giustizia è arrivata tardi e tra l’altro è stata parziale: va a punire solo un colpevole, il padre. Molti degli uomini che hanno avuto appuntamenti con la ragazzina, infatti, non sono mai stati identificati; altri se la sono cavata prima ancora dell’udienza preliminare, per prescrizione dei reati. La madre e altri due clienti, invece, sono morti nelle more di un processo partito tardi. Dei quattro condannati a Novara nel 2011, due sono stati assolti in Appello. E un terzo, una sorta di padre putativo cui la ragazza veniva affidata in più occasioni, è stato prosciolto in Cassazione per prescrizione.

Il silenzio del paese
Alla fine, nella drammatica storia di disagio e di ripetute violenze sessuali, solo il padre della giovane, G.G., pagherà per quanto accaduto nel silenzio di un paese alle porte della città, dove tanti sapevano e pochi hanno parlato: nei giorni scorsi l’uomo è stato raggiunto dal personale della Squadra Mobile che gli ha notificato un ordine di carcerazione per scontare una condanna a 8 anni di carcere. Dopo un rimpallo in Cassazione, che aveva annullato con rinvio a una nuova Corte d’Appello. La vittima ha subito ogni genere di umiliazione. L’imputato ha atteso quasi vent’anni per essere riconosciuto colpevole: si è fatta addirittura fatica a rintracciarlo per portarlo in carcere. Tutto è venuto alla luce il 5 giugno 1999: dopo pedinamenti e servizi di osservazione della polizia, era stata trovata in campagna in compagnia di un habitué, ex guardia giurata, in atteggiamenti inequivocabili. L’uomo era finito in manette.

L’aiuto della professoressa
A lui si era arrivati grazie a un’insegnante di sostegno che aveva raccontato al preside le confidenze della bimba. Venne fuori uno scorcio di vita familiare raccapricciante di cui, il processo ne dà atto, molti erano a conoscenza. Quando andava alle elementari, la bambina era stata costretta ad assistere ai rapporti sessuali di papà e mamma, per imparare. Aveva solo undici anni quando incontrò i primi clienti: abiti succinti, trucco, profumo, «conciata come una prostituta», secondo i testimoni. E poi botte e minacce se per caso diceva «no». Un’interminabile serie di abusi in luoghi appartati. Il pretesto con cui la convincevano a frequentare uomini più anziani di lei era quasi sempre uguale: «Così impari bene a leggere».