lunedì 29 agosto 2016

I partigiani e Albertazzi

Martin Venator



L’Associazione nazionale partigiani mena fendenti da tutte le parti pur di rendere manifesta la propria contrarietà alla cittadinanza onoraria a Giorgio Albertazzi da parte del comune di Volterra. Tale accanimento non sappiamo se definirlo liminare alla follia ideologica o alle pratiche di una dozzinale dialettica tutta italiana.

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Per Pia dè Tolomei di Lippa, vedova di Albertazzi, è una <<vergogna strumentale>>. Ma la signora si è contenuta mentre invece non bisogna lasciare la presa. Io parlerei invece di amenità allo stato puro. Di paranoia mista a manie di protagonismo con aggiunta, in qualche caso, di appannamento dato dall’età avanzata; anche se, visto che ci avviciniamo al 2017, non so quanti veri partigiani siano ancora in vita e quanti invece siano cascami che approfittano di quel mondo per farsi pubblicità.

Accusare Albertazzi del passato fascista significa non aver cognizione del tempo passato; non avere buon senso e soprattutto tirarsi fuori da ogni corretta logica di discussione civile.Peraltro, taluni loro refrain iniziano ad essere urticanti e potrebbero inficiare anche condivisibili battaglie come la contrarietà alle riforme costituzionali. Perché se le premesse di ogni loro pronunciamento sono sempre legate a stereotipi così antichi, significa marcare con un pregiudizio ogni singola valutazione.

L’ANPI sembra distante nel tempo e nello spazio dall’Italia del terzo millennio. Adotta un linguaggio obsoleto e la pretesa di rappresentare il nucleo più puro della nostra società democratica lascia esterrefatti. In una Italia strabordante di moralisti vorremmo francamente fare a meno di queste penose vicende. E soprattutto fare a meno dei moralisti.

L'Anpi fa resistenza contro un morto: Albertazzi

Paolo Bracalini - Lun, 29/08/2016 - 08:55

I partigiani contestano la cittadinanza onoraria: era repubblichino. La vedova: "Vergogna"



Un'estate piena di battaglie per l'Anpi. Dopo quella sul referendum, l'associazione partigiani (ma i reduci veri sono ormai una sparuta minoranza), l'Anpi fa la resistenza anche contro Giorgio Albertazzi, il grande attore toscano che però non può replicare perché nel frattempo è morto (lo scorso maggio).

Il problema è la cittadinanza onoraria che il Comune di Volterra ha attribuito all'attore, da tempo legato allo storico borgo toscano: lì Albertazzi aveva fondato nel 1995 un laboratorio teatrale, più volte ha recitato nel Teatro romano di Volterra, città che poi lo invitò a festeggiare i 90 anni come suo illustre (quasi) concittadino. Un afflato che però non è affatto condiviso dalla sezione locale dell'Anpi, che anzi «esprime disappunto e si dissocia in maniera netta» dalla concessione della cittadinanza onoraria all'attore. «Abbiamo atteso fino ad ora per non creare polemiche, ma ora vogliamo chiarire il motivo di questa nostra posizione che non riguarda i meriti artistici dell'attore ma la sua vicenda personale- attacca l'Anpi Volterra su Facebook allegando la foto di un partigiano impiccato.

Albertazzi è stato uno degli artefici della terribile repressione a seguito dei rastrellamenti sul Monte Grappa dal 20 al 27 settembre 1944, nell'ambito dell'operazione Piave da parte dei nazifascisti». Sull'accusa di essere stato un repubblichino «fucilatore di partigiani e disertori» Albertazzi ha dato la sua versione dei fatti nelle interviste e nei libri autobiografici. «La fama di fascista non me la sono mai scrollata di dosso. Andai a Salò come tanti ragazzi, convinto che lì si combattesse per l'Italia, consapevole che in quel momento stavo dalla parte di chi già aveva perso. Io non mi pento di quanto ho fatto. A maggior ragione non mi pento di quanto non ho fatto.

E io non ho fucilato nessuno» ha raccontato Albertazzi, che militò nella Rsi col grado di sottotenente (anche Dario Fo fu un giovane repubblichino, ma l'Anpi non ha mai criticato il passato del premio Nobel). L'unica che può rispondere all'accusa dell'associazione partigiani è la vedova di Albertazzi, Pia dè Tolomei di Lippa, nobildonna fiorentina da lui sposata in tarda età: «Perché prendersela con Giorgio che non c'è più? - replica la vedova su La Nazione -. Si ricordino che l'Anpi è un istituto culturale pagato dagli italiani: e Albertazzi è stato un grande italiano, ha ricevuto i più alti riconoscimenti dallo Stato. Questa cosa è allucinante. Devo ricordarlo io che quello era un periodo di guerra civile?

Ci sono foto di partigiani illustri con teste mozzate, sbandierate, che hanno ucciso altri uomini. Mi chiedo: se Giorgio fosse stato dall'altra parte sarebbe stato migliore? È solo una speculazione vergognosa verso chi non può più difendersi».

Mai pentito di aver aderito a Salò»

Stefania Vitulli - Dom, 29/05/2016 - 09:08

Rimase in prigione per quasi due anni dopo la guerra



«Di che cosa dovrei pentirmi? Non amo il pentimento, un sentimento cattolico che disprezzo».
Così dieci anni fa nel volume di interviste I grandi vecchi (Mondadori), Giorgio Albertazzi rispondeva ad Aldo Cazzullo a proposito della sua appartenenza fascista e poi della sua scelta a favore della Repubblica Sociale, scelta condivisa con molti personaggi dello spettacolo, compreso Dario Fo. «Un uomo è ciò che ha fatto, ma anche ciò che pensa. Io avevo 18 anni, tiravo di boxe, ero forte e veloce. Partigiani in giro non ce n'erano, e devo dire che non ne ho mai visti, se non nella primavera del '45».

Non si è mai pentito, di quella ormai antica appartenenza, Albertazzi, nemmeno in una delle molte, provocatorie, indagatrici interviste che sono seguite negli anni a quella scelta, dopo che quel diciottenne era diventato un attore di straordinario successo e talento. Non ha mai però ammesso ciò di cui alcuni documenti parevano accusarlo: ovvero di aver fatto parte, se non addirittura di aver comandato, da repubblichino, un plotone di esecuzione.

Per il sottotenente Giorgio Albertazzi infatti, era ancora lontano il debutto del 1949 nel Troilo e Cressida diretto da Luchino Visconti al Maggio Fiorentino. Sicché, quando i partigiani apparvero, lui non esitò a sparare: così raccontò un diario della Legione Tagliamento, due pagine dattiloscritte ritrovate tra le carte di un processo intentato dal Tribunale di Milano a 13 legionari dopo la liberazione.

Insieme al sottotenente Prezioso e al comandante tenente Giorgio Pucci, Terza Compagnia, 63°, battaglione M., Albertazzi, sempre secondo i documenti, si impegnò a guidare, nel settembre del 1944, il grande rastrellamento sul Grappa, denominato «operazione Piave». Se ne sapeva poco o nulla, di quell'azione ma soprattutto del ruolo dell'attore quando, proprio nel 2006, il settimanale Micromega, anticipato da un estratto clamoroso sul Corriere della Sera, pubblicò il Diario.

Sebbene potesse fare appello a ragioni familiari per la sua adesione a Salò di suo zio Alfio, fascista, fu picchiato a morte dopo la caduta di Mussolini dichiarò sempre di essere stato spinto da «istinto anarchico», lo stesso che molti anni dopo lo indirizzò a sinistra: «Andai a Salò da ribelle... Scelsi non coloro che si erano già arresi, che disprezzavo, bensì la causa perduta contro il conformismo piccolo borghese, che già si preparava ad acquattarsi nelle pieghe della Resistenza... Forse non dovrei dirlo non sta bene! ma io i partigiani li ho sempre visti scappare, le poche volte che li ho visti».

Così aveva scritto in un passo della sua autobiografia, Un perdente di successo (Rizzoli), alla quale fece seguito lo sdegno di Sestino, il paese in provincia di Arezzo che lo accusava, ancora nel 1989, di aver aperto il fuoco contro Ferruccio Manini, disertore di Salò fucilato a luglio del 1944. E nella festa del mezzo secolo post-liberazione non esitò a definirsi, in una intervista a Repubblica, fascista, se fascista sta per colui che «ama il proprio paese, ne difende i confini, è coraggioso».

Londra cerca di salvare la corona della regina Vittoria

Erica Orsini - Lun, 29/08/2016 - 08:45

Dono del marito alla sovrana, è da tempo finita in mano a un privato. Si cerca un acquirente milionario



Londra - Divieto d'espatrio per i gioielli delle sovrane inglesi. Anche per quelli che non sono esposti alla Torre di Londra.

È il caso del diadema di nozze della Regina Vittoria, valutato cinque milioni di sterline e messo in vendita dall'attuale proprietario che però finora non ha trovato nessun cittadino britannico disposto a sborsare una simile cifra e ha quindi deciso di offrire il prezioso cimelio sul mercato estero. La Commissione governativa per l'esportazione delle opere d'arte e d'interesse culturale ha deciso di vietare la vendita, nel disperato tentativo di tenere in patria l'antico gioiello. Il divieto rimarrà valido fino al 27 dicembre e potrebbe venir esteso fino al prossimo 27 giugno nel caso in cui si facesse avanti un compratore inglese disposto a sborsare un milione di sterline in più rispetto al prezzo iniziale, ipotesi giudicata piuttosto improbabile visti i tempi che corrono.

È una storia amara quella di questa corona, disegnata dallo stesso principe Alberto insieme ad una spilla che richiama lo stesso motivo e regalata alla futura moglie il giorno prima delle loro nozze. Il gioiello, adornato da zaffiri e diamanti, fu realizzato nel 1842 dal gioielliere Joseph Kitching al costo di 415 sterline. Gli undici zaffiri e le altre gemme utilizzate per la corona provenivano da altri preziosi che erano stati donati alla stessa Victoria dallo zio e predecessore Guglielmo IV e dalla Regina Adelaide. Il diadema fu uno dei gioielli più amati da Victoria, che lo indossa anche in un famoso ritratto realizzato dal pittore Franz Xaver Winterhalter. Sarà anche l'unico gioiello che la sovrana sarà disposta a portare nel 1866, alla cerimonia d'apertura del Parlamento, la sua prima uscita pubblica dopo la morte dell'amatissimo marito avvenuta nel 1861.

Ci si aspetta che un oggetto così amato rimanga per sempre nel patrimonio culturale del suo Paese, invece le cose non sono andate così. Il diadema fu infatti regalato da Giorgio V e dalla Regina Mary alla principessa Mary che l'ebbe in dono in occasione del suo matrimonio nel 1922 con il Visconte Lascelles. Le cronache dell'epoca non chiariscono i motivi che indussero la principessa a disfarsi della corona che fu venduta ad un antiquario londinese e finì poi nelle mani del proprietario attuale.

Non essendo parte dei gioielli della Corona come altri appartenuti alla Regina Vittoria, non esistevano impedimenti legali alla vendita del diadema, che ora rischia persino di finire nelle mani di qualche ricco collezionista estero. Il governo ha fatto quel che è in suo potere per impedire che ciò accada, ma il divieto d'esportazione è temporaneo. «Questo diadema evoca il gusto romantico dell'epoca e il modello è divenuto familiare attraverso le sue numerose riproduzioni - ha spiegato Philippa Glanville, membro della Commissione per l'esportazione all'estero delle opere d'arte -. Sarebbe una grande perdita vederlo lasciare il Paese».

Concorda sul punto anche il ministro della Cultura Hancock che si augura di essere in grado di mantenere il gioiello nel Regno Unito «e di poterlo esporre in pubblico negli anni a venire». Quasi un invito all'acquisto fatto alla Famiglia Reale che potrebbe farsi avanti, riscattare il diadema e restituirgli il posto che merita tra i gioielli della Corona. Per ora però il Palazzo non ha risposto all'appello. E del resto è risaputo, la Regina ai gioielli preferisce i cani.

Il patto dell'Amatricia(na)

Alessandro Sallusti - Dom, 28/08/2016 - 15:14

Servono misure per evitare nuove tragedie. Vanno vartae subito. E per farlo ci vuole il concorso di tutte le forze politiche perché sicurezza e dolore non hanno colore

«Dove era Dio?», si è chiesto ieri il vescovo davanti alle bare allineate e allo strazio dei parenti superstiti.

Nelle grandi tragedie i funerali non sono solo conforto collettivo e riproposta del mistero della fede. Sono anche lo spartiacque tra il momento del dolore, che è silenzio e rispetto, e quello della ripartenza. Esattamente come accade in una famiglia numerosa quando manca un congiunto, unita e contrita in chiesa davanti alla bara, il giorno successivo in ordine sparso e con avvocati al seguito davanti al notaio per la spartizione dell'eredità. Che in questo caso è davvero tanta roba. I morti di Amatrice e Accumoli ci lasciano un patrimonio enorme di responsabilità che se non siamo degli incoscienti avidi dobbiamo spartirci equamente.

Lo abbiamo scritto e ci crediamo: quando la terra si squarcia in quel modo sotto i tuoi piedi c'è poco da fare. Non tutto è colpa, dolo, malaffare in un Paese urbanizzato nei secoli e ad alto rischio sismico. Le ricette del «rischio zero» sono teorie economicamente e materialmente incompatibili con la realtà. Ma questo non vuole dire arrendersi all'ineluttabile, non perseguire i colpevoli delle malefatte. Vuole dire che se il dolore stampato ieri sulla faccia di Mattarella e di Renzi non è maschera di circostanza, da domani si deve cambiare.

Chi vuole aumentare la sua sicurezza ristrutturando casa deve poterlo fare in pratica e non solo in teoria. Un Paese che spende un miliardo e mezzo all'anno per assistere gli immigrati non può lasciare senza finanziamento leggi di protezione civile per i suoi cittadini che già esistono. Un sistema bancario in eccesso di liquidità (sembra un paradosso ma è così) non può non agevolare finanziamenti salvavita garantiti, per esempio, dallo Stato stesso. Chi spende i suoi soldi in sicurezza deve avere agevolazioni fiscali importanti e immediate. Chi vuole assicurare i suoi beni dalle calamità deve poterlo fare a condizioni eque.

Misure del genere, se le lacrime di oggi non sono ipocrite, vanno varate subito. E per farlo ci vuole il concorso di tutte le forze politiche perché sicurezza e dolore non hanno colore. Ci vuole un patto dell'Amatricia(na), che la gente capirebbe molto più di quello del Nazareno. Ci vogliono statisti.

Google punirà i siti con pubblicità fastidiose

La Stampa
andrea signorelli

Saranno penalizzati nei risultati di ricerca, l’obiettivo è migliorare l’esperienza da mobile



Google ha annunciato sul suo blog ufficiale che i siti che fanno un uso eccessivo di pop-up e pubblicità interstiziali (le schermate che appaiono mentre stiamo leggendo un articolo e che si possono chiudere solo dopo aver cliccato sulla X) verranno penalizzati nei risultati del suo motore di ricerca. La punizione ha lo scopo di migliorare l’esperienza da mobile: soprattutto sugli smartphone, trovare il tasto da cliccare per chiudere la pubblicità può essere un’impresa ostica; inoltre questo tipo di pubblicità rallenta il caricamento della pagina e causa un maggiore consumo di dati.

A partire dal 10 gennaio 2017, come spiegato nel comunicato, “Google abbasserà il posizionamento dei siti i cui contenuti non sono facilmente accessibili”. Faranno eccezione i pop-up informativi sull’utilizzo dei cookies, quelli relativi ai log-in al sito e quelli che usano una quantità di spazio “ragionevole” e che si possono chiudere facilmente.

Come sottolineato da Google, l’algoritmo del suo motore di ricerca sfrutta centinaia di segnali per capire quali pagine offrono i contenuti migliori. Di conseguenza, un articolo ricco di informazioni, sul quale però appaiono i pop-up, continuerà a essere preferito a un articolo poco interessante, ma sarà penalizzato rispetto a un articolo ugualmente ben fatto e privo di pubblicità fastidiose.

Fino a un paio d’anni fa, Google prendeva in considerazione solo la qualità informativa della pagina. Dal 2014, invece, ha iniziato a premiare i siti con la migliore accessibilità: ottimizzati per il mobile e i cui contenuti fossero criptati con il protocollo “https”. La necessità di essere ben posizionati sul motore di ricerca di Mountain View, che è sempre la prima o seconda fonte di traffico dei siti, potrebbe adesso convincere molte pagine internet a fare a meno delle pubblicità più odiate dagli utenti.

Tradisce il marito online: separazione non addebitabile alla moglie

La Stampa

Relazione ‘virtuale’ per la moglie. Ciò, però, non è sufficiente per addebitarle la crisi coniugale. Inutili le proteste del marito.



Relazione. Nessun dubbio, sia chiaro, sul fatto che la donna «ha intrapreso una relazione, via internet, con un altro uomo», a matrimonio ancora in piedi. Nonostante tutto, però, quel comportamento, pur censurabile, non è valutabile come causa della «rottura coniugale».Per i giudici, quindi, sia in Tribunale che in Appello, è impossibile «addebitare la separazione» alla donna.

Confermato, invece, l’obbligo dell’uomo di provvedere al «mantenimento della moglie», versandole 500 euro al mese, e a quello «dei due figli», con un assegno mensile da 1.000 euro. A suo carico, peraltro, anche «il 70 per cento delle spese straordinarie», cioè «mediche, scolastiche e ludico-sportive», necessarie per la prole. Rottura. A chiudere la vicenda provvedono ora i magistrati della Cassazione (ordinanza n. 14414 del 14 luglio 2016). E anche il loro pronunciamento è sfavorevole all’uomo.

A loro avviso «la relazione via internet» della moglie non è da considerare come causa principale della «crisi coniugale». Di conseguenza, la rottura del matrimonio non è addebitabile al comportamento della donna. Ciò perché il tradimento online si è concretizzato «quando era già maturata», evidenziano i magistrati, «una situazione di intollerabilità della convivenza, dovuta anche a episodi di violenza posti in essere dal marito» tra le mura domestiche e «documentati da certificati medici».

Per quanto concerne i rapporti economici, infine, appare evidente la posizione di forza del marito. Significativo anche il «comportamento processuale» da lui tenuto e consistito nella «omessa presentazione della denuncia dei redditi». Logico, quindi, confermare gli obblighi dell’uomo nei confronti della moglie e dei figli.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Che cos’è il Ttip, cosa prevede e perché sta facendo discutere

La Stampa
alberto abburrà

Potrebbe cambiare il commercio e insieme le vite dei cittadini di Usa e Ue. Ma ci sono tante incognite tra opportunità e rischi. I pareri a confronto di favorevoli e contrari



Rivoluzionario o dannoso. Opportunità o condanna. Il dibattito sul Ttip si fa sempre più acceso; è materia complessa, ma toccando da vicino la vita dei cittadini merita di essere approfondita. In attesa di capire gli sviluppi delle trattative, abbiamo provato a fare chiarezza sui contenuti, sui nodi ancora aperti e soprattutto sulle ragioni dei favorevoli e contrari.

CHE COS’È
Il Ttip letteralmente “Transatlantic Trade and Investment Partnership” in Italiano viene definito “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti”. È un accordo commerciale tra Gli Stati Uniti e l’Europa che prevede di integrare i due mercati attraverso l’abbattimento delle barriere economiche (i dazi) e quelle non tariffarie (regolamenti, norme e standard). L’obiettivo è consentire la libera circolazione delle merci nei rispettivi territori.

TEMPI E PASSAGGI PER L’APPROVAZIONE
Le trattative sono iniziate nel 2013 e sono tuttora in corso. L’obiettivo (non dichiarato) è quello di arrivare alla firma definitiva prima delle presidenziali Usa previste per l’8 novembre, ma viste le criticità che sono emerse negli ultimi mesi sembra davvero difficile che questo possa accadere. Usa e Ue stanno lavorando per giungere almeno a un documento di impegno condiviso. Se si concretizzerà la firma, il Ttip dovrà essere sottoposto al Parlamento europeo e, in caso di parere favorevole, ai 28 Stati membri dell’Ue che avrebbero facoltà di bloccarlo.

LE RAGIONI DEI FAVOREVOLI
Usa e Ue insieme rappresentano un mercato che vale il 50% del Pil mondiale (e oltre il 30% del commercio). Eliminare le barriere sarebbe l’opportunità di dare vita alla più grande area di libero scambio del mondo (800 milioni di consumatori). Una condizione fondamentale per far ripartire i consumi, favorire l’export e aumentare il livello di occupazione. 

LE RAGIONI DEI CONTRARI
Un mercato globale così vasto non giocherebbe a favore di aziende, consumatori e ambiente perché porterebbe a un impoverimento della legislazione europea in materia di tutele. In particolare sarebbero a rischio la salute dei cittadini e la sopravvivenza delle piccole e medie imprese minacciata dallo strapotere delle multinazionali Usa. 

I PUNTI CRITICI
- Ricadute sul Pil
- Cibo e sicurezza alimentare 
- Tutela dei prodotti tipici e del “Made in”
- Diritti dei lavoratori e occupazione
- Ambiente
- Controversie legali
- Farmaci
- Cosmetica, chimica e principio di precauzione

RICADUTE SUL PIL
I fautori del Ttip prevedono una ricaduta sul Pil (al 2027) tra i 68 e i 199 miliardi di euro per l’Ue e tra i 50 e i 95 miliardi per gli Usa. Uno studio del “Centre for Economic Policy Research” di Londra realizzato per la Commissione Ue ha stimato che l’aumento del Pil significherebbe una maggiore ricchezza di 545 euro a famiglia (ogni anno). Ma ci sono analisi che dicono il contrario. Il centro di ricerche austriaco Ofse per esempio stima che l’accordo farebbe perdere al budget europeo 2,6 miliardi l’anno. 

CIBO E SICUREZZA ALIMENTARE
Oggi i tempi per ottenere il via libera all’esportazione di prodotti Ue in Usa sono proibitivi. Ci sono casi di attesa fino a 12 anni e i dazi talvolta rendono anti-economica l’operazione (per alcuni prodotti si supera il 100%). Il timore però è che l’abbattimento delle barriere apra le porte a prodotti Usa che finora sono vietati: verdure ogm, carne con ormoni e antibiotici, verdure trattate con pesticidi. In generale il rischio è quello di andare incontro a un abbassamento degli standard igienici e sanitari perché la legislazione Usa è meno stringente di quella europea rinunciando a etichettatura e tracciabilità dei prodotti. L’eurodeputato del Pd e presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale per la trattativa, Paolo De Castro, però assicura: «I principi su cui si basano i livelli di protezione dei cittadini-consumatori non sono oggetto di discussione». 

TUTELA DEI PRODOTTI TIPICI E DEL “MADE IN”
Secondo i favorevoli, il Ttip offrirebbe una forte opportunità per l’export verso gli Usa anche e soprattutto per quei Paesi che hanno produzioni di qualità in settori di nicchia come l’Italia: dalla moda ai gioielli, ma anche il cibo e il design. Per il fronte del no l’apertura delle frontiere e la revisione delle legislature penalizzerebbe invece i prodotti di qualità che si vedrebbero schiacciati dal peso della grandi multinazionali. Sempre il centro di ricerche austriaco Ofse calcola che nel caso dell’Italia, delle 210 mila imprese che esportano le prime dieci detengono il 72% del volume totale, e dunque beneficerebbero maggiormente del trattato. Le altre soffrirebbero trovandosi a fare i conti con l’inevitabile invasione di prodotti made in Usa. 

DIRITTI DEI LAVORATORI E OCCUPAZIONE
Nelle intenzioni dei promotori l’allargamento dei mercati dovrebbe provocare un aumento dell’occupazione snellendo le procedure e favorendo lo spostamento di forza lavoro. Il fronte del no invece ritiene che questo metta a rischio i diritti dei lavoratori che notoriamente nel vecchio continente godono di tutele e condizioni migliori. Su questo punto i promotori stimano che l’aumento delle produzione e quindi la ricchezza derivata sarebbe tale da compensare eventuali perdite in materia di diritti.

Sul tema è intervenuta anche Tiziana Beghin, capo delegazione del M5S al Parlamento europeo: «Pensate al “Nafta” (il North American Free Trade Agreement, ndr). Negli Stati Uniti invece dei 500 mila posti di lavoro in più, ce ne sono stati un milione in meno. E in Messico nel solo settore agricolo si sono persi 2 milioni di posti di lavoro, spazzati via dalla produzione dei grandi agro-business. Questo è quello che succede quando si mettono due sistemi diversi a competere». E anche il centro di ricerche austriaco Ofse stima che l’occupazione non aumenterebbe. 

AMBIENTE
Oltre al tema del cibo e della sicurezza alimentare, l’approvazione del Ttip potrebbe interessare anche l’ambiente e il mondo dell’energia. Per esempio Usa e Ue hanno normative molto diverse in tema di estrazioni. Greenpeace denuncia che l’apertura del nuovo mercato globale potrebbe causare l’abolizione dei limiti per la ricerca di petrolio mediante la tecnica del fracking o ancora facilitare l’esportazione da sabbie bituminose (tecniche ad alto impatto ambientale). Anche Legambiente ha espresso forti perplessità sul Ttip invitando alla mobilitazione.

CONTROVERSIE LEGALI
Un’altra novità sarebbe la creazione di appositi tribunali speciali (Isds) che avrebbero il compito di risolvere le controversie (sul trattato) tra aziende straniere e governi nazionali senza doversi affidare alla giustizia ordinaria. «Un nuovo sistema giudiziario, gestito da giudici nominati pubblicamente e soggetto a regole di controllo e di trasparenza – si legge nel documento approvato dai parlamentari Ue - dovrebbe sostituire le corti arbitrali private». Un modo per snellire e le procedure e accorciare i tempi, ma secondo i contrari al Ttip la forza delle multinazionali potrebbe falsare la concorrenza. Una grande azienda statunitense potrebbe infatti citare in giudizio un Paese europeo denunciano un’irregolarità, cosa impossibile per una piccola media impresa.

FARMACI
I sostenitori del Ttip sostengono che una collaborazione tra la Food and Drug Administration (Usa) e la European Medicines Agency (Ue) migliorerebbe la sicurezza dei farmaci e dei dispositivi medici: negli Usa per esempio protesi e valvole cardiache sono soggette a normative molto stringenti. Chi si oppone al Trattato invece reputa l’apertura del mercato molto rischiosa: in Europa i prezzi vengono stabiliti tra case farmaceutiche e governi, in più i principi attivi alla scadenza dei brevetti possono essere utilizzati per dar luogo a medicinali generici. In futuro la pressione delle grandi case farmaceutiche Usa potrebbe impedirlo.

COSMETICA, CHIMICA E PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
Anche nel campo della cosmetica i promotori vedono grandi opportunità. Francia e Italia che sono tra i principali Paesi esportatori potrebbero beneficiare di nuove fette di mercato. Il problema riguarda le oltre 1300 sostanze che l’Ue considera a rischio per la salute. In Usa se ne contano solo 11. E questo approccio riguarda più in generale tutta le sfera della chimica: la legislazione europea è basata sul cosiddetto “principio di precauzione” secondo cui un prodotto o una sostanza vengono autorizzati solo se c’è un’evidente assenza di rischi. In Usa invece è sufficiente l’assenza dell’evidenza di un rischio. Se le procedure dovessero essere riviste al ribasso a farne le spese potrebbero essere i consumatori.

domenica 28 agosto 2016

Le spie russe venute dal freddo svanite nel nulla negli Stati Uniti

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Le morti (presunte) del colonnello Alexandr Poteyev e del compagno Sergei Tretyakov. Le due «talpe» che avevano beffato il Kgb passando informazioni chiave alla Cia

Nel circolo rosso, il colonnello Alexandr Poteyev

WASHINGTON Nome: Alexandr Poteyev. Anni: 64. Grado: colonnello. Incarico: vice responsabile del Dipartimento S del servizio esterno russo. L’agente che è scomparso due volte, il protagonista di una spy story dove nessuno vuole scrivere la fine. Torniamo per forza all’inizio, al 2010. L’ufficiale scappa dopo aver tradito una decina di spie dormienti negli Stati Uniti. Lo hanno «esfiltrato» — come si dice in gergo — facendolo arrivare in treno prima in Bielorussia, quindi in Germania. Da qui ha spiccato il volo verso il rifugio statunitense, accolto dalla Cia e da una nuova vita. La seconda sparizione è più recente, risale al mese di luglio, quando è circolata la notizia della sua morte, sempre negli Usa. Una fine misteriosa che ha lasciato dubbi in chi crede sia una «coincidenza» costruita a tavolino dai maghi di Langley.
Il 2010 l’anno del grande «tradimento» di Poteyev
In altre parole il suo decesso sarebbe un trucco per sottrarlo alla vendetta del Cremlino. Fantasie, ribattono altri, è finito sotto terra per una malattia, anche se concedono che poteva diventare un target di un’operazione «bagnata», di un omicidio. Ma c’è anche chi arriva a sostenere che Alexandr non sia mai esistito e che la sua vicenda altro non sia che un modo per coprire «buchi» o colui che davvero ha spifferato le informazioni riservate. In realtà la giustizia russa non lo ha dimenticato: su di lui pesava una condanna a 25 anni di prigione, sia pure in contumacia. Verdetto accompagnato da allusioni a conti da regolare. A Mosca non l’hanno presa certo bene.

Poteyev ha fatto un danno immenso fornendo i nomi e dati di un network costruito con la classica pazienza dallo Svr. Coppie con figli, uomini d’affari e la bella Anna Chapman, russi che vivevano come americani e da americani in alcune grandi città. Miravano alle informazioni economiche, agli ambienti di Wall Street, al mondo degli affari. Erano dei «clandestini», con una doppia vita. Non li avrebbero mai beccati se il loro responsabile non li avesse fregati per poi fuggire di gran fretta usando il passaporto del fratello. Un’uscita rocambolesca accompagnata da un semplice messaggio alla moglie: «Cerca di prenderla con calma. Parto per sempre, anche se non volevo. Ma non ho scelta. Ripartirò da zero e cercherò di aiutare i ragazzi»..
La storia parallela del compagno Tretyakov
Promesse che non sappiamo se abbia mantenuto. La vita dei transfughi non è mai facile, spesso sono vittime di paranoie, sono inseguiti dalle ombre. E li attende un sentiero tortuoso. Come la storia di Sergei Tretyakov, il «compagno», deceduto nel 2010 — sempre quell’anno maledetto — in Florida. Anche lui era membro dell’intelligence russa e come Poteyev è diventato una talpa degli americani, garantendo montagne di dritte sull’apparato spionistico e i miliardi lucrati all’epoca di Saddam Hussein nell’operazione di baratto cibo-petrolio.

È stata la compagna Helen a dare l’annuncio ai media dicendo che si trattava di «morte naturale». Una precisazione per evitare — aggiungeva — che da Mosca affermassero di averlo eliminato. Tutto però troppo semplice per essere accettato senza una coda di voci, dallo strozzamento a causa di un boccone andato per traverso alla grave malattia. Inevitabile. Uno 007 non può spirare in pace.

27 agosto 2016 (modifica il 27 agosto 2016 | 21:53)

Centoventi anni fa la guerra più breve della storia

Giovanni Vasso - Sab, 27/08/2016 - 16:04

Passato alla storia come "The forty minutes work", nel 1896 il conflitto tra la Gran Bretagna e il sultano di Zanzibar sgradito a Londra



Giusto centoventi anni fa scoppiava (e finiva) la guerra più breve della storia. Alla Gran Bretagna bastarono appena trentotto minuti, per riportare di forza Zanzibar sotto il suo controllo.

Tutto cominciò quando, sei anni prima, la Germania del Kaiser e il Regno Unito decisero di spartirsi le sfere di influenza nell’Africa Orientale. Bismarck potè entrare in Tanganica (l’odierna Tanzania) mentre sua maestà britannica accettò di fare del misterioso e lussureggiante Zanzibar un suo protettorato, cosa che divenne ufficiale nel 1893. Tutto filò lisciò finché, dopo tre anni di regno, improvvisamente morì il sultano Hamad bin Thuwaini che garantiva assoluta obbedienza all’Union Jack. Era il 25 agosto e, asciugate le lacrime per la morte del sovrano, era giunto il tempo di scegliere un nuovo sultano.

Si fece subito avanti il cugino del sovrano defunto, Khalid bin Barghash. Entrò nel palazzo e si autonominò, semplicemente, nuovo sultano di Zanzibar. Solo che agli inglesi, Khalid non piaceva proprio per niente. E lui lo sapeva bene, al punto che si preparò a combattere. Allertò la sua guardia personale, armò in tutto 3mila miliziani e allestì l’artiglieria al Palazzo Reale mentre teneva pronta la sua personalissima nave da guerra reale.

Intanto Basil Cave, plenipotenziario britannico in zona, immediatamente fece preparare due navi da guerra, la Philomel e la Rush. A queste si unì da subito un’altra unità navale, lo Sparrow. Intanto le truppe furono allertate, arriveranno al porto di Zanzibar in tutto poco più di mille uomini. Per attaccare, però, aveva bisogno di formale permesso da Londra. E per ingannare l’attesa, fece arrivare altre due navi della Marina britannica, la Racoon e la Saint George.

Ottenuto l'agognato permesso, Cave inviò l’ultimatum a Khalid. Entro le nove, fuori dal Palazzo Reale. Alle 8, Khalid mandò un ambasciatore per trovare un accordo, l'inglese rifiutò ribadendo il diktat a cui il Sultano rispose picche lasciando scorrere il tempo senza abbandonare il suo posto, promettendo resistenza a oltranza.

Alle 9.02 venne aperto il fuoco. Alle 9.40 la bandiera reale venne ammainata e Khalid scappò dalle macerie della “reggia”. Trentotto minuti netti, meno di mezza partita di calcio, erano bastati per decimare la guardia del sultano (500 morti, a fronte di un unico ufficiale britannico leggermente ferito), indurre l’indesiderato sovrano a precipitosa fuga sotto la bandiera del Reich guglielmino (Khalid riparò in Tanzania e sarà definitavamente arrestato dagli inglesi nel 1916, durante la prima guerra mondiale) e a insediare sul trono l’amico Hamud, che governerà con la graziosa protezione britannica per sei anni.

A quella che in Gran Bretagna, forse troppo pomposamente, viene ancora ricordata come “guerra anglo-zanzibariana” sono state dedicate decine di libri. All'indomani della diffusione dell'impresa, questa divenne famosa sui giornali dell'epoca come "The Forty Minutes Work", una faccenda da quaranta minuti. In Africa, lo stesso episodio è ancora ricordato come una guerra disperata, combattuta su posizioni di netta disparità tecnologica e sullo sfondo della tensione diplomatica tra le grandi potenze europee che si spartivano, allora, il Continente Nero.

America, quelle città invisibili dei vip nascoste allo sguardo di Google view

Corriere della sera

di Serena Danna, inviata a New York

A Hidden Hills, un sobborgo a pochi chilometri da Los Angeles, la privacy conta più di tutto. Qui vivono personaggi famosi come la coppia Kardashian-West, Jennifer Lopez o Justin Bieber

La super villa di Kim Kardashian e Kanye West: valore: 20 milioni di dollari

NEW YORK A venti minuti di auto da Los Angeles c’è un sobborgo chiamato Hidden Hills, letteralmente «colline nascoste», dove vivono centinaia di celebrity. Disposte una accanto all’altra ci sono 648 abitazioni distinte dal grado di ambizione architettonica degli abitanti: lì attori, cantanti e registi possono passeggiare, pranzare e fare il bagno in piscina lontani dalle telecamere di Google View. Tecnicamente per Mountain View il quartiere non esiste.

Hidden Hills è un sobborgo in piena regola, in cui personaggi come Jennifer Lopez, Miley Cyrus, Kim Kardashian, hanno scelto di abitare per non rinunciare alla privacy. «C’è stato un tempo — ha detto al quotidiano inglese Financial Times David Forbes, consulente immobiliare per milionari — in cui le persone ci tenevano a sbandierare la propria ricchezza, ma le cose sono cambiate».

In effetti, se nel secolo scorso era anche il passaggio dal sobborgo al «centro» — con tanto di casa in vista — a sottolineare l’avvenuta trasformazione da aspirante celebrity in personaggio pubblico amato e invidiato da tutti, oggi il raggiungimento dell’obiettivo viene sempre di più rappresentato dal trasferimento in «comunità nascoste», dove le star vivono insieme ma isolate dagli occhi fisici e virtuali del mondo, pur di preservare un po’ di «normalità».

Una specie di nemesi del Grande fratello condotta in laboratorio. Per il momento, nessuno sembra lamentare, almeno pubblicamente il sacrificio. D’altronde — come scrive ilFinancial Times — «in un mondo sempre più connesso è la privacy il lusso più grande». Lo hanno capito gli agenti immobiliari e i costruttori locali che stanno moltiplicando quartieri come Hidden Hills in tutta la California: da Bredbury, dove vivono sportivi e tycoon cinesi, a Bell Canyon, patria di rapper e attori.

C’è da dire che la rivoluzione digitale ha causato danni materiali (e non solo) non da poco sulla vita dei vip. La possibilità di identificare attraverso Google Maps le loro abitazioni ha scatenato conseguenze di ogni tipo: dagli onnipresenti paparazzi ai tour organizzati in bus tra le ville, molto popolari nell’area di Los Angeles. Nel 2013 Philip Ferentinos, direttore di Starline Tours, uno dei più importanti tour operator specializzati in «turismo hollywoodiano», ha dichiarato al Wall Street Journal di avere 1.5 milioni di clienti ogni anno, con un aumento annuale del 50%.

Negli anni si sono moltiplicati siti Internet come celebrityaddressaerial.com che, incrociando informazioni immobiliari con quelle provenienti delle app di geolocalizzazione e dai siti di gossip, sono in grado di fornire con precisione gli indirizzi di persone famose.

A essere in pericolo non è solo l’immagine pubblica e privata di persone come Jennifer Lopez o Justin Bieber, ma la loro sicurezza. Agli albori della geolocalizzazione, un gruppetto di adolescenti con base a Calabasas, in California, turbò le notti dei personaggi dello spettacolo introducendosi nelle loro case per rubare. La banda, passata alla storia (anche del cinema grazie alla regista Sofia Coppola) con il nome «Bling Ring», tra l’ottobre del 2008 e l’agosto del 2009 svaligiò abitazioni, frigoriferi, cassetti e armadi delle celebrity per un valore complessivo di tre miliardi di dollari.

A nulla sono serviti negli anni gli sforzi i dei vip di preservare la diffusione di immagini sulle loro case, anzi. Per tutti vale ancora la lezione dell’attrice e cantante Barbara Streisand, che nel tentativo di rimuovere da un sito la foto della sua villa, ne provocò la diffusione virale. Il caso, conosciuto come «effetto Streisand» e diventato un classico per gli studiosi della comunicazione, ha avuto come unica conseguenza quella di intimidire i colleghi. Così, quei vip che accentrano sempre di più la gestione della loro immagine attraverso i social media provano a trasferire la chirurgia di Instagram nel loro ambiente di tutti i giorni.

Il giornalista di musica Ernest Baker ha raccontato di una serata trascorsa a casa del rapper Drake, a Hidden Hills, restituendo la noia e le restrizioni della situazione. Addirittura, come riporta il Guardian, il giornalista rischiava di non essere ammesso alla festa perché quella sera il rapper aveva superato il numero legale consentito di ospiti. Altro che party da sogno.

Bolivia, minatori in sciopero uccidono viceministro

La Stampa

Rodolfo Illanes sequestrato e picchiato a morte. La polizia ha arrestato 100 persone


Il viceministro dell’Interno boliviano Rodolfo Illanes

Minatori boliviani in sciopero hanno sequestrato e picchiato a morte il viceministro dell’Interno Rodolfo Illanes. In seguito, la polizia ha arrestato più di 100 persone che avevano preso parte alle proteste e ai blocchi nella zona di Panduro, 160 chilometri da La Paz, dove il viceministro si era recato per trattare con loro. Parlando ai media locali, Illanes aveva assicurato di essere in ottime condizioni e «protetto dai miei compagni», ma poco dopo è stato trovato il suo corpo senza vita. Il ministro dell’Interno, Carlos Romero ha confermato che Illanes è stato assassinato «in modo brutale e vigliacco».


REUTERS

La lotta
Il ministro della Difesa Reymi Ferreira ha assicurato in tv che «il governo non lascerà questo crimine impunito». I minatori chiedono più concessioni minerarie, norme meno stringenti per il rispetto dell’ambiente, il diritto a lavorare per aziende private e più rappresentanza sindacale. Negli scontri dei giorni scorsi sono rimasti uccisi tre minatori.

La Ue contro Google e i big Usa apre il fronte del diritto d’autore

La Stampa
marco bresolin

Atteso per metà settembre un provvedimento per far pagare i colossi del web



Sta per iniziare un nuovo round nella sfida che l’Unione europea ha lanciato a Google. Dopo le accuse di posizione dominante e di distorsione della concorrenza mosse nei mesi scorsi da Bruxelles, questa volta la Commissione europea è decisa a intervenire per proteggere il mercato editoriale europeo. In futuro Google e gli altri colossi del web come Facebook potrebbero essere infatti costretti a pagare agli editori i diritti per l’utilizzo delle notizie pubblicate sui loro motori di ricerca.

Il provvedimento è atteso per la seconda metà di settembre e nella bozza che sta circolando in questi giorni la Commissione spiega i motivi del suo intervento: da un lato «c’è in gioco la sostenibilità dell’industria editoriale europea», dall’altro c’è un rischio di «conseguenze sul pluralismo dell’informazione e sulla sua qualità».

Oggi, infatti, Google (e in modo diverso anche Facebook) decide liberamente (in base ai suoi algoritmi) quali notizie «offrire» a chi effettua ricerche nel suo motore e con quale priorità. Il link che rimanda al sito è accompagnato dal titolo dell’articolo e dall’incipit del testo. Da un lato questo porta traffico ai siti Internet, dall’altro però Google «sfrutta» le notizie offerte dalle testate. Spesso a costo zero, anche se in molti casi ci sono stati accordi tra il colosso del web e alcuni editori. Ma per le singole aziende non è facile negoziare perché, come nota la bozza della Commissione, Google parte da una posizione molto forte.

Nello specifico, il provvedimento riguarda i «neighbouring rights», i «diritti connessi» al diritto d’autore che si distinguono da quest’ultimo perché non riguardano l’opera in sé ma la sua offerta al pubblico. La normativa europea sul copyright già protegge, per esempio, le etichette discografiche, le case cinematografiche o le emittenti radiotelevisive. «Si tratta di estendere questi diritti connessi anche alle aziende editoriali che producono informazioni» spiegano dalla Commissione Ue.

Su quali leve agirà Bruxelles? «Non vogliamo assolutamente introdurre una tassa sui motori di ricerca» puntualizza un portavoce dell’esecutivo. L’intenzione è di fornire una cornice giuridica che consenta alle singole aziende editoriali di avere una base solida sulla quale intavolare le trattative con multinazionali come Google. «Poi se una testata decide di cedere liberamente i propri contenuti senza farsi pagare sarà liberissima di farlo» ammettono dalla Commissione. Bruxelles di fatto vuole offrire un ombrello alle sue imprese. Non è stata ancora definita la durata di questa protezione. Gli editori vorrebbero estenderla per un periodo di 50 anni, a Bruxelles volano decisamente più bassi: si potrebbe iniziare con un periodo di 3-5 anni.

C’è infatti chi teme una reazione di Google, visto che in passato sono accaduti episodi poco piacevoli. Nel 2014 la Spagna aveva tentato di imporre al motore di ricerca di pagare i diritti agli editori: la risposta è stata la chiusura del servizio Google News in spagnolo. E in Germania, dopo simili tentativi, gli editori hanno gettato la spugna dopo aver notato un crollo nel traffico dei siti.
Le nuove norme si inseriscono in una più ampia riforma europeo del copyright. Un percorso che ha l’obiettivo di creare una sorta di mercato unico digitale europeo per ridurre le differenze tra Paese e Paese e permettere ai cittadini di usufruire degli stessi servizi in tutti gli Stati Ue «garantendo però al tempo stesso la protezione dei diritti d’autore alle imprese», puntualizza una fonte della Commissione.

Vespa, la più bella sei sempre tu: il raduno dal sapore vintage

La Stampa
aldo mano

Al castello di Racconigi con abiti d’epoca coordinati alle moto



Sembrano uscite da riviste di moda degli Anni Sessanta: abiti sotto il ginocchio, cappellini e borsette vintage. Uomini in camicia e bretelle a tenere su calzoni di lino. Guanti, occhiali, scarpe. Tutto in stile. Tutto abbinato alla Vespe sulla quali sono arrivati ieri a Racconigi, di fronte al castello che fu residenza sabauda. Sì, perché non si trattava di un semplice raduno per mezzi d’epoca, ma di abbinare eleganza del pilota al modello di Vespa utilizzato. Limite ulteriore: sono stati ammessi solo modelli costruiti prima del 1977. E visto che la prima Vespa scese in strada nel 1946 il gioco si è ristretto ad autentici appassionati da tutt’Italia e non solo.

La più «anziana»? Una 98 cc che risale al 1947, la prima versione dello scooter. La proprietaria è la milanese Carla Maria Brambilla che la ricevette come regalo per il suo 18° compleanno. Storie da entusiasmo per la guerra appena finita, di voglia di emancipazione che spinse un nonno a regalare la Vespa alla nipote. E lei l’ha conservata benissimo, scoprendo che il valore ha continuato a lievitare (oggi tra i 40 e i 50 mila euro).

Fino a Racconigi l’ha guidata il figlio della signora Brambilla, Roberto Pozzi: «Mamma ha ottantasei anni. Fino ad una decina di anni fa la Vespa la usava lei, tutti i giorni, a girare per Milano e fare le commissioni. Un po’ l’età, un po’ la salute, le hanno impedito di essere qui oggi. Me l’ha affidata tra mille raccomandazioni e con l’impegno di tornare con tante fotografie e raccontarle tutti i dettagli della giornata. Per lei è stata una passione che mi ha trasmesso. Una felicità poter guidare una Vespa così, perfetta in ogni dettaglio, scattante come quando la costruirono».

A Racconigi sono arrivati verso mezzogiorno, dopo aver percorso la strada che attraversa le cascine reali di Streppe e Migliabruna. Tra gli appassionati un pilota belga arrivato da Anversa con la moglie sulla loro Rally 200 del 1975, curata come un gioiello.

La passione per Vespa si respirava, ed era quasi tangibile girando per il paddock improvvisato, ed ascoltando i discorsi, gli scambi di idee ed dei partecipanti, molti dei quali si vedevano per a la prima volta, con i racconti delle avventure vissute in giro per l’Italia, tutta l’ Europa ed anche in alcuni paesi del nord Africa in compagnia della fedele due ruote.

Protagonista assoluta lei, la Vespa, nelle sue varie versioni, restaurate o conservate ancora intatte o quasi, come quando erano uscite dagli stabilimenti di Pontedera. Una giovane saviglianese, Laura Barbero, è arrivata con l’abito da sposa indossato quando era convolata a nozze a bordo di un’Ape, il veicolo commerciale della Piaggio a sua volta famoso ed usato in tutto il mondo.

«Dal ‘99 ad oggi mi sono passate fra le mani oltre 500 Vespe - commenta Fabio Cofferati, piacentino che di lavoro fa il restauratore di veicoli d’epoca – a tutt’oggi ne ho conservate personalmente 150». È tornato da poco da un lungo viaggio a Capo Nord e, nonostante i 35 gradi, indossa ancora la pesante pelliccia usata per il viaggio fra i ghiacciai. «Ci sarebbe una storia da raccontare, per ciascuna delle Vespe che ho restaurato. Qualcuna aveva bisogno solo di pochi ritocchi, mentre molte altre erano quasi distrutte.

Ho avuto difficoltà a reperire diverse parti di ricambio, alla fine alcune trovate girando fra i mercatini, altre fatte costruire da artigiani specializzati, senza discutere il prezzo – spiega – Fra i miei ricordi di vespista c’è il record stabilito due anni fa; 1735 chilometri, dal Brennero a Marsala in 23 ore e 23 minuti».

Terremoto, la lettera del vigile del fuoco sulla bara della piccola Giulia

Corriere della sera

di Giulia Cimpanelli

«Scusa se siamo arrivati tardi», «Anche se non mi hai conosciuto ti voglio bene»: le commoventi parole di Andrea, uno dei soccorritori, per la bimba



Una lettera sulla piccola bara. A scriverla per Giulia, 9 anni, morta sotto le macerie del sisma a Pescara del Tronto, è Andrea, vigile del fuoco che da quelle stesse macerie l’ha tirata fuori quando «purtroppo avevi già smesso di respirare», le scrive. I soccorritori sono riusciti invece a salvare la sorellina Giorgia di 4 anni. La mamma delle due bambine, ferita e ricoverata all’ospedale, è andata venerdì a portare l’ultimo saluto, in barella, alla sua Giulia.
Le parole del soccorritore
Queste le parole scritte dal vigile: «Ciao Piccola, ho solo dato una mano a tirarti fuori da quella prigione di macerie. Scusa se siamo arrivati tardi purtroppo avevi già smesso di respirare ma voglio che tu sappia da lassù che abbiamo fatto tutto il possibile per tirarvi fuori da lì. Quando tornerò a casa mia a L’Aquila saprò che c’è un angelo che mi guarda dal cielo e di notte sarai una stella luminosa . Ciao Giulia, anche se non mi hai conosciuto ti voglio bene. Andrea».

Quali spaghetti, qui c’è la morte”. La città seppellisce anche l’identità

La Stampa
mattia feltri

Oggi Amatrice avrebbe dovuto ospitare la sagra della pasta che l’ha resa famosa nel mondo. Nessuno ora ha voglia di parlarne: il passato di tutti si è fermato alle 3,36 di mercoledì



Quando la notte del terremoto il sindaco ha detto che «Amatrice non esiste più», non avevamo capito in pieno il significato dell’espressione. La fine di Amatrice ha ovviamente a che fare con tutto quello che abbiamo visto. Il centro spazzato via come per una manata dal cielo, l’azzeramento fisico di un centro storico piccolo e bello, la morte dei turisti e del turismo, dei negozi e del sostentamento, di molti bambini e del futuro che portano con sé.

Le conferme ai cliché
Con le telecamere sono arrivate troupe da tutto il mondo, dall’Inghilterra, dal Belgio, dalla Finlandia, dalla Francia, dalla Germania, dal Giappone. Una quantità inspiegabile, raramente s’era vista una mobilitazione simile e non ne capivamo le ragioni. I reporter stranieri arrivavano e filmavano già a qualche chilometro dal centro, felici di una conferma toponomastica ai loro clichés: «Benvenuti ad Amatrice, la città degli spaghetti all’amatriciana». Perché poi era un cliché che Amatrice accettava volentieri, anzi sollecitava, come dimostrano i cartelli stradali e i manifesti strappati.

La pasta col pomodoro, il pecorino e il guanciale sono la gloria e l’essenza della città; l’Hotel Roma, collassato a fianco al Corso, e dove sono morti parecchi ospiti, e l’albergo Castagneto, che resiste in piedi ma inagibile agli immediati margini del centro, si disputavano come in un derby l’eccellenza nella preparazione degli spaghetti. Il Roma con la fama del depositario della ricetta, una santuario per i villeggianti, e il Castagneto, più amato dai buongustai locali e specialmente dai reatini. Ieri, e poi oggi, al Roma e nel resto del paese si sarebbe dovuta tenere la cinquantesima edizione della sagra dell’amatriciana.

La festa attesa da un anno e infatti, come tutti sapete, Amatrice era piena per questo: una popolazione decuplicata da tre a trentamila, di modo che il destino facesse centro pieno. Andate a rivedere su Google l’allegria e l’orgoglio con cui si annunciavano le celebrazioni ed è banale - e dunque evidente, con tutta forza - lo straziante contrasto fra quello che doveva essere e quello che è, raccontato con minuzia in ogni cronaca. Di fronte alla scuola elementare, crollata in due fasi sotto due diverse scosse, c’è il piazzale ora occupato dalle camionette dei carabinieri: lì si regge in piedi un cartello scritto a mano che inibisce il parcheggio nei giorni 27 e 28 - ieri e oggi - per lasciar spazio ai tavoli dove si sarebbero alzate le forchette alla luna.

Il parcheggio continua a essere vietato in favore dei mezzi di soccorso. Appena sotto, in una specie di anfiteatro in cemento, da cui si assiste dal basso all’allucinante spettacolo delle rovine, qualche tavolo era già stato posto ed è rimasto lì, in un ampio spazio grigio e deserto; un involontario memoriale. A poche decine di metri si fanno le code per le medicine alla farmacia della Croce Rossa, per abiti e fette biscottate allo spaccio della Croce di Malta, negli uffici per le pratiche funerarie, ai bagni chimici nei campi della Protezione civile, al giardino dei senza nome per il riconoscimento dei morti non identificati, alla mensa per un pasto caldo, e cioè per un pasto non più speciale, da offrire al mondo, ma un pasto qualsiasi che il mondo ha offerto.

La cucina e la catastrofe
E fin qui sarebbe tutto normale: sarebbe il periodico trionfo del demonio. Ma venerdì, a un cronista che cercava di tirargli su il morale dicendogli che la miglior amatriciana del mondo si cucinava nel suo ristorante, il titolare del Castagneto ha risposto con uno sguardo smarrito. Che senso ha parlare di cucina davanti alla catastrofe? E infatti in questi giorni non se ne è mai parlato, si faceva molta attenzione a dimenticarsi le ragioni della fama di Amatrice, si lasciava il dettaglio a pochi pezzi storici e, appunto, alla bulimia evocativa dei giornalisti esteri.

Tutto quello che sembra rimanere di una tradizione così radicata è l’angoscia dei pastori per le greggi da raggiungere e accudire nelle frazioni lontane e da preservare dalla voracità dei lupi che - ha detto pochi giorni fa Sabatino, 83 anni - «la modernità ci ha portato sull’uscio», e quella degli allevatori di maiali, coi medesimi problemi. Le pecore e il pecorino, i maiali e il guanciale, ma era una pura conseguenza, non una rivendicazione.

Non abbiamo riflettuto su questa seconda distruzione di Amatrice. La città «non c’è più» perché è scomparsa dall’orizzonte e perché è scomparsa nella sua identità. Il pudore dei giornalisti e il disinteresse dei sopravvissuti sono il sintomo che insieme con le case e i negozi e le chiese si è sbriciolata la memoria: oramai non c’è motivo di ricordare qual era l’anima se non c’è più la fisionomia.

Oggi Amatrice è questa: stordita dal dolore, frenetica in un andirivieni ansiogeno di soccorritori e di rifugiati, una comunità per cui non c’è passato oltre le 3,36 del 24 agosto, in cui ognuno parla di sé per i figli e i genitori persi, per le condizioni della casa, e al massimo per le necessità del momento. Fine delle mura, fine della memoria, fine dell’identità, fine di sé. E questa non può essere l’ultima riga della storia.

sabato 27 agosto 2016

Il signor Burkini

La Stampa
massimo gramellini

Ora che il Consiglio di Stato francese ha sospeso il divieto di burkini innescato dalla bizzarra ordinanza di un sindaco della Costa Azzurra, ci si può finalmente concentrare sullo scandalo vero. Che non sono le povere musulmane costrette a vestirsi in casa e a svestirsi in spiaggia, ma i loro padri e mariti. L’ipocrisia di questa storia è consistita fin dall’inizio nel prendersela con le vittime anziché coi carnefici.

Ancora più ipocrite sono state certe femministe che hanno spacciato la scelta coprente delle islamiche per una manifestazione di libertà e di riappropriazione del corpo. Come se quelle donne, che ai tempi non democratici ma laici dello Scià e dei regimi militari si vestivano a loro piacimento, avessero deciso di colpo, e di propria iniziativa, di ripiombare nel Medioevo. Qualcuna ci sarà, non ne dubito. Ma molte altre stanno scontando sotto i nostri occhi volutamente distratti una forma di schiavitù.

Chi va a vivere in un posto avrebbe l’obbligo di rispettarne le leggi e i principi fondamentali. Uno dei quali, ancora di incompleta attuazione ma a cui siamo particolarmente affezionati, prevede qui da noi la possibilità per le donne di fare le stesse cose di un uomo senza chiedergli il permesso. Altro che multare le signore che indossano il burkini: ogni volta che vedo sfilare per le strade delle nostre città un maschio padrone e, due passi dietro di lui, delle fantasmine intabarrate negli scafandri di stoffa, mi domando se non esistano gli estremi per accusarlo di sequestro di persona. 

venerdì 26 agosto 2016

I Phone vulnerabile a spyware, le falle scoperte da attivista sotto attacco

La Stampa
carola frediani

L’incredibile storia di Ahmed Mansoor, il dissidente da 1 milione di dollari, preso di mira dai software spia di tre diverse società, l’ultimo dei quali ha portato ieri a un aggiornamento urgente dei telefoni Apple



Se ieri vi siete precipitati ad aggiornare il vostro iPhone (se non lo avete fatto, ora è il momento, andando su Impostazioni > Generali > Aggiornamento software), lo dovete ad Ahmed Mansoor, un attivista dei diritti umani degli Emirati Arabi Uniti che pochi giorni fa è stato attaccato con un malware, un software malevolo, in grado di violare un iPhone da remoto, senza che su questo fosse stato fatto precedentemente un jailbreak, cioè una procedura che aggira i suoi sistemi di sicurezza per installare software non autorizzati da Apple. Dunque si tratta del più insidioso, sofisticato e costoso degli attacchi.

IL DISSIDENTE DA TRE SPYWARE E 1 MILIONE DI DOLLARI
Tutta la storia di Mansoor - di cui avevamo parlato, e che avevamo intervistato, pochi mesi fa su La Stampa - è quasi incredibile perché negli anni questo ingegnere e blogger degli Emirati, noto difensore dei diritti umani al punto da aver ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, è stato attaccato da innumerevoli spyware, software spia, di almeno tre diverse società; perché quest’ultimo attacco sfrutta una catena di ben tre vulnerabilità fino a ieri sconosciute (in gergo, zero-days) dei telefoni Apple, al punto che ieri l’azienda di Cupertino è corsa a rilasciare un importante e urgente aggiornamento di sicurezza; e perché simili vulnerabilità nei mesi scorsi sul mercato degli attacchi informatici erano valutate intorno a 1 milione di dollari, come avevamo riferito in questo nostro reportage .

Non solo: l’episodio porta alla ribalta una società di spyware poco nota, l’israeliana-statunitense NSO Group (che avevamo già menzionato qui ), confermando voci di corridoio raccolte recentemente anche da La Stampa sulle sue capacità di attaccare da remoto perfino gli iPhone, considerati da gran parte degli esperti di sicurezza come i telefoni più sicuri. Ma su questo ci torniamo dopo.
Veniamo alla storia. Il 10 e l’11 agosto scorsi Ahmed Mansoor - noto attivista critico verso le politiche del governo degli Emirati, da anni colpito da vari tentativi di sorveglianza oltre che molestato più volte e arrestato per alcuni mesi nel 2011, attualmente impossibilitato a lasciare il Paese malgrado ancora lo scorso ottobre abbia ricevuto da Amnesty International un premio come difensore dei diritti umani - riceve sul suo iPhone due Sms che promettono rivelazioni sui detenuti torturati nel Paese e un link.

L’uomo, insospettito, gira i messaggi al Citizen Lab, un laboratorio sulla sorveglianza dell’università di Toronto che - insieme a un’altra società di cybersicurezza, Lookout Security - analizza i link, scoprendo che portavano a una catena di tre exploit zero-days, cioè di codici di attacco molto pregiati perché sfruttano vulnerabilità del software ancora sconosciute se non agli attaccanti (per cui ci sono stati “zero giorni” a disposizione dei produttori per chiudere le falle). I ricercatori hanno quindi avvisato Apple che si è mossa velocemente e ieri ha rattoppato le tre vulnerabilità con l’aggiornamento iOS 9.3.5, in concomitanza con la pubblicazione della ricerca.

L’ATTACCO SU IPHONE
Il trio di attacchi - che i ricercatori hanno soprannominato Trident e che hanno svelato ieri in un report - avrebbe fatto un jailbreak da remoto dell’iPhone 6 di Mansoor e installato un sofisticato spyware per sorvegliare l’attività dell’uomo, dalle telefonate WhatsApp e Viber alle chat, dall’uso silente del microfono e della videocamera del dispositivo alla sua geolocalizzazione. I ricercatori di Citizen Lab ritengono che sia la prima volta che un attacco di questo tipo, con jailbreak da remoto, su un iPhone sia stato scoperto nel mondo reale come parte di una campagna mirata.

Inoltre hanno ricondotto il malware e i link a una infrastruttura di server e a una suite di software spia di nome Pegasus connesse a NSO Group, un’azienda di origine israeliana, acquisita nel 2014 da una società di private equity americana, Francisco Partners Management, e valutata quasi un 1 miliardo di dollari. La portata e il costo dell’attacco, il coinvolgimento di NSO che venderebbe solo a Stati e il tipo di vittima fanno concludere ai ricercatori che dietro l’azione ci possa essere il governo degli Emirati Arabi Uniti.

IL COMMENTO DI MANSOOR
“Mi hanno mandato molti spyware diversi in questi anni e una volta hanno anche intercettato i codici di verifica via Sms per entrare nel mio account di posta Gmail, per cui diciamo che sono un utente più attento della media ora”, ha commentato ieri a La Stampa Ahmed Mansoor, raggiunto al telefono non lontano da Dubai. “Così quando ho visto quei messaggi mi sono insospettito e li ho girati a Citizen Lab. Perché continuano a prendermi di mira? Forse perché malgrado le intimidazioni non mi sono mai fermato con le mie attività sui diritti umani ed ho molte connessioni internazionali”.

Mansoor è stato oggetto di molti attacchi informatici. Nel marzo 2011 gli era stato inviato uno spyware nascosto in un finto pdf che i ricercatori di Citizen Lab allora attribuirono all’azienda FinFisher; nell’aprile dello stesso anno è stato imprigionato insieme ad altri attivisti per insulti ai governanti e poi “perdonato” a novembre 2011. Nel luglio 2012 è stato invece infettato da uno spyware - attraverso un documento Word - che Citizen Lab attribuì all’azienda italiana Hacking Team (per una ricostruzione di tutte queste vicende vedi questo nostro precedente articolo ).

Ora, in una sorta di tripletta della sorveglianza, sarebbe la volta dello spyware di NSO Group, dice il report dei ricercatori. Nelle scarne dichiarazioni rilasciate ai media, l’azienda dice di vendere solo a agenzie governative autorizzate e di seguire le leggi sulle esportazioni. (La Stampa ha contattato NSO Group per avere ulteriori dettagli ma non ha ancora avuto risposta e aggiorneremo nel caso).

NSO: BASSO PROFILO, ATTORE EMERGENTE
Ma cosa sappiamo di questa società? Nasce nel 2010 a Tel Aviv, e due dei suoi cofondatori, Omri Lavie e Shalev Hulio, sono ritenuti ex membri dell’unit 8200, una unità dell’esercito israeliano specializzata in intelligence elettronica - una omologa dell’americana Nsa - che ha sfornato molti imprenditori tech. Con quartier generale a Herzelia, Israele, NSO Group sviluppa un software di sorveglianza per dispositivi mobili, Pegasus, che vende ai governi per le loro indagini.

Si autodescrive come leader nella “cyber guerriglia cellulare e mobile” e ha sempre mantenuto, al contrario di altre aziende del settore, un profilo molto basso, al punto da non avere nemmeno un sito web. Nel 2014 è stata in parte acquisita dal fondo statunitense Francisco Partners Management, dopo l’ok del ministero della Difesa israeliano. Paradossalmente, è il leak dei documenti di Hacking Team avvenuto la scorsa estate che ci permette di avere qualche informazione in più sulla sua concorrente. 

Secondo alcune brochure finite online nel leak, almeno fino a un paio di anni fa NSO Group offriva due vettori di installazione di spyware da remoto su un telefonino: un vettore a zero click, che userebbe uno speciale Sms che apre un link automaticamente (via messaggi WAP push); e uno che prevede invece un clic da parte dell’utente (come accaduto nel caso di Mansoor).

Come avveniva già per Hacking Team e FinFisher, anche NSO Group usa una rete di proxy nascosti, cioè una catena di server intermedi per raccogliere le informazioni sottratte ai suoi target. La rete serve per mascherare il percorso delle informazioni e offuscare l’identità dei propri clienti. Secondo i commenti degli stessi sviluppatori di Hacking Team, emersi nel leak, lo spyware di NSO Group sarebbe solo per dispositivi mobili, mentre - almeno nel 2014 - a occuparsi di infettare computer desktop sarebbe stata un’altra azienda.

Ad ogni modo, da allora NSO Group - forse sfruttando anche le difficoltà incontrate da due sue concorrenti, FinFisher e Hacking Team, entrambe hackerate nel giro di un anno - sembra aver guadagnato posizioni in questo segmento di mercato. “Agli ultimi incontri dell’ISS, la fiera internazionale sugli strumenti di intercettazione usati da forze dell’ordine e intelligence, era presente e ben visibile”, racconta alla Stampa una fonte ben informata del settore. “Continua ad avere dei prezzi superiori alla media, ma si sta cercando di imporre come leader indiscusso nel campo dei trojan su piattaforme iOS e Android”.

E diceva anche di poter “infettare iOS aggiornati all’ultima versione senza interazione da parte dell’utente e/o senza jailbreak”. Questo dato, del jailbreak da remoto, sembra ora essere confermato. Inoltre - continua la mia fonte - appariva stretta la collaborazione con altre aziende israeliane come Ability, che dice di poter geolocalizzare e intercettare le telefonate e gli SMS di qualsiasi telefono nel mondo (ne avevamo scritto qui ).

In quanto al report di Citizen Lab, va detto che, secondo i suoi autori, Mansoor non sarebbe stato l’unico attivista preso di mira dal software di NSO Group, né gli Emirati gli unici possibili clienti. Anche Rafel Cabrera, un giornalista messicano molto critico nei confronti del suo governo, avrebbe ricevuto lo spyware. E tracce dello stesso sarebbero state rinvenute in Paesi come la Turchia, la Thailandia, il Kenia, l’Uzbekistan, la Nigeria, il Bahrein.

Hacking Team, arriva un nuovo socio straniero

La Stampa
carola frediani

Cambio di assetto societario per l’azienda milanese venditrice di spyware: il fondatore Vincenzetti sale di quota, ma compare anche una misteriosa fiduciaria cipriota



A quasi un anno dall’attacco informatico che l’ha colpita nel luglio 2015, Hacking Team - l’azienda milanese che vende spyware, software spia, a governi di molti Paesi - ha cambiato composizione societaria. Attualmente le quote azionarie sono divise tra l’amministratore delegato David Vincenzetti (all’80 per cento) e tra una sconosciuta società di Cipro, Tablem Limited (al 20 per cento).

Fino ad alcuni mesi fa le azioni dell’azienda erano spartite invece tra l’amministratore e fondatore Vincenzetti (che aveva il 32,85 per cento), il cofondatore Valeriano Bedeschi (11 per cento), Vittorio Levi, presidente di Panini spa (4,09 per cento), e da due fondi di venture capital, Innogest e Finlombarda Gestioni Sgr (entrambi al 26,03 per cento). Ricordiamo che Finlombarda Sgr era controllata da Finlombarda Spa, agenzia finanziaria pubblica della Regione Lombardia.

Ora, forse anche a seguito di quanto avvenuto negli ultimi mesi - a cominciare dall’attacco informatico subito dall’azienda milanese lo scorso luglio, che ha riversato online molti documenti interni, email e il codice sorgente del suo software - i fondi (e gli altri soci) si sono ritirati.

Oggi dunque la società italiana che vende spyware ad agenzie governative per le loro investigazioni - e che fino a poco tempo fa era il maggior fornitore al riguardo dei nostri servizi segreti, delle forze dell’ordine e delle procure, tanto da aver prodotto un’ondata di panico tra i nostri apparati nei giorni successivi all’hackeraggio - è ampiamente controllata dal suo storico fondatore ma con la partecipazione importante di una nuova e misteriosa società, la Tablem Limited, una fiduciaria di Cipro, con sede a Nicosia.

Interpellata dalla Stampa, Hacking Team preferisce non commentare, rimarcando solo come positivo il fatto che l’azienda sia più saldamente nelle mani del suo amministratore. Del nuovo socio - straniero - non rilascia commenti.

Hacking Team, fondata a Milano nel 2003 da Vincenzetti e Bedeschi, attorno a un pool di giovani informatici, si specializza da subito nella sicurezza offensiva e inizia a vendere sofware spia, in grado di infettare un pc o smartphone e di controllarne tutta l’attività da remoto, alle forze dell’ordine e all’intelligence italiane.

L’Italia però non resta l’unico cliente, e il business da via della Moscova si espande in molti Paesi, senza andare per il sottile. Proprio la presenza, tra i suoi clienti, di governi illiberali e repressivi suscita le prime reazioni da parte di gruppi di attivisti. Intanto l’azienda cresce, nel 2007 riceve dei finanziamenti, entrano Finlombarda Sgr e Innogest. Mentre il mercato estero si espande, iniziano ad essere pubblicati report che collegano l’uso degli spyware di Hacking Team, da parte di alcuni Paesi, alla sorveglianza di giornalisti e attivisti.

Nel marzo 2014 la Ong britannica Privacy International scrive una lettera pubblica al governatore Roberto Maroni e altri politici italiani: «Nel 2007 la Hacking Team ha ricevuto 1,5 milioni di euro da due fondi di venture capital. Uno dei fondi, Finlombarda Gestioni SGR Spa (FGSGR), ha come solo azionista Finlombarda Spa». La Ong chiedeva alla Regione chiarimenti sulla «adeguatezza di investire risorse pubbliche in tecnologie che permettono ai governi di sorvegliare in modo altamente intrusivo al punto da facilitare l’abuso di diritti umani».

Nel frattempo, internamente, i fondi di gestione iniziano a spingere per una exit, la vendita della società a terzi. Si puntava a una valutazione intorno ai 37 milioni di euro. Come avevamo scritto su La Stampa, già a partire dal 2013 si susseguiranno una serie di trattative tra l’azienda milanese e varie entità più o meno interessate ad acquistarla: i nostri servizi segreti esteri cioè l’Aise, due diverse società israeliane (Nice e Verint, che erano anche partner commerciali), i sauditi attraverso Wafic Said, noto imprenditore vicino alla famiglia reale di Ryad. Tutte trattative che alla fine non vanno in porto.

Il 2014 è anche un anno deludente in termini di bilancio rispetto alle aspettative. Alcuni dipendenti se ne vanno. In più le preoccupazioni per l’uso improprio di questi software da parte di Paesi autoritari aumentano la pressione sull’azienda, come avevamo raccontato qua. La botta arriva però nel luglio 2015, con un attacco informatico che trafuga e pubblica 400 GB di materiali riservati - e qualche settimana fa un hacker di nome Phineas Fisher è tornato a rivendicare quell’assalto, pubblicando anche un documento su come avrebbe fatto. Mentre il 31 marzo 2016 il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) revoca all’azienda l’autorizzazione globale per l’esportazione fuori dall’Europa che gli aveva concesso un anno prima.

Da quel momento la società deve ottenere autorizzazioni specifiche individuali per Paesi extraeuropei, invece del precedente via libera incondizionato. Hacking Team ha sempre assicurato, malgrado la concatenazione di eventi, di essersi rimessa in piedi, anche se - risulta alla Stampa - il numero di dipendenti è diminuito e da parte delle autorità italiane c’è stata molta cautela nel riutilizzo dei suoi software. Ora, nelle ultime settimane, il cambio degli assetti proprietari e l’entrata di un importante socio straniero, “protetto” da una fiduciaria. Secondo alcune voci raccolte dalla Stampa ma non confermate, il nuovo socio potrebbe essere collegato ad uno dei Paesi già in precedenza interessati ad Hacking Team.

L’Hack della NSA dimostra che Apple aveva ragione a opporsi all’FBI

La Stampa
andrea nepori

Il furto dei software di attacco dell’agenzia di spionaggio americana dimostra che la posizione di Cupertino nel caso di San Bernardino era giustificata: concedere le chiavi crittografiche di iOS ai federali sarebbe stata una pessima idea



L’hack della NSA reso pubblico la scorsa settimana ha assestato un duro colpo all’aura di inviolabilità e sicurezza assoluta dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana. Gli “Shadow Brokers”, un gruppo di hacker che secondo Edward Snowden ha base in Russia, è riuscito a rubare alcuni software di attacco usati da un gruppo di hacker “istituzionali” interni all’agenzia. Una parte dei dati è stata subito pubblicata, il resto è disponibile in forma cifrata. La chiave di decodifica è finita all’asta, pronta ad essere consegnata a chi avesse versato più bitcoin sul conto degli autori del furto. Wikileaks, nel frattempo, ha assicurato di essere già in possesso di tutto il bottino, che verrà diffuso a tempo debito.

APPLE AVEVA RAGIONE
Mentre esperti di settore ed ex-dipendenti dell’agenzia confermano la legittimità dei dati rubati - non c’è dubbio che siano malware d’attacco usati dalla NSA - dal fronte degli attivisti della privacy si leva un sonoro “ve l’avevamo detto”. “L’organo governativo che dovrebbe essere il migliore a conservare informazioni segrete, non è riuscito a tenere al sicuro neppure i suoi segreti,” ha detto Nate Cardoso, avvocato membro della Electronic Frontier Foundation, a BusinessInsider. “La posizione della NSA riguardo la sicurezza sembra basata sull’assunto che i segreti non trapeleranno mai. Che nessuno scoprirà lo stesso bug, che nessuno userà lo stesso bug, o che non ci sarà mai una falla”.

SCENARIO INEVITABILE
È esattamente il tipo di scenario che Apple ha prospettato nel giustificare il suo no all’FBI, qualche mese fa, che chiedeva all’azienda di creare una speciale versione di iOS capace di bypassare le sicurezze crittografiche del sistema. Lo scopo dei federali era quello di sbloccare l’iPhone 5C di Syed Farouk, il terrorista della strage di San Bernardino. Ma nulla avrebbe impedito all’FBI di riutilizzare quello strumento potentissimo per sbloccare altri iPhone in futuri, in altri casi, o di condividerlo con altre agenzie governative, come la NSA. Con il rischio che un hack come quello della settimana scorso (o magari un agente disattento, o peggio, corrotto) finisse per rendere pubblico un’arma pericolosissima. Una specie di passepartout digitale che potrebbe mettere a rischio tutti i dispositivi iOS, anche quelli più recenti dotati di misure di sicurezza avanzate, come l’enclave sicura.

VULNERABILITIES EQUITIES PROCESS
L’hack della NSA ha rinfocolato lo scontro sulle politiche di gestione dei bug da parte delle autorità federali statunitensi. Un’analisi dei tool rubati dagli “Shadow Brokers” ha infatti rivelato che la maggior parte delle vulnerabilità utilizzate dagli strumenti d’attacco dell’agenzia di sicurezza nazionale non sono mai stati rivelati alle aziende interessate. Una pratica comune, che l’amministrazione Obama ha cercato di limitare con il Vulnerabilities Equities Process, una serie di linee guida che le agenzie dovrebbero seguire per rivelare in sicurezza le debolezze dei software ai rispettivi produttori, nel caso il rischio pubblico sia più grande del possibile vantaggio d’intelligence. Norme che tuttavia non sono vincolanti, e che spesso, come dimostrato dal recente hack, la NSA sceglie di non seguire.

Tim lancia la eSim, la schedina virtuale: in arrivo sul nuovo smartwatch di Samsung

Corriere della sera
di PAOLO OTTOLINA


Una piccola, grande rivoluzione che verrà utilizzata soprattutto nella Internet-of-Things. Gli stessi compiti della vecchia Sim verranno svolti da un chip montato all’interno dell’orologio intelligente

eSim, cos’è e come funziona

Se provaste a smontarlo non trovereste nessuna scheda Sim al suo interno. Eppure lo smartwatch Gear 2 Classic 3G di Samsung si collega alla rete di telefonia mobile di Tim, che da oggi vende il dispositivo nel nostro Paese. Com’è possibile? È il primo segno di una piccola, grande rivoluzione che cambierà il modo in cui gli oggetti tecnologici che usiamo ogni giorno si collegano a Internet. L’orologio intelligente del marchio coreano è il primo esempio concreto dell’evoluzione della Sim, un piccolo pezzo di plastica e metallo che ha fatto parte delle nostre vite negli ultimi 20 anni. La Sim è destinata a sparire. O meglio a trasformarsi in una eSim, una electronic Sim.



I compiti della schedina - che finora dovevamo per forza inserire all’interno di smartphone, tablet e altri dispositivi per far sì che si collegassero alla rete mobile - con la eSim sono assolti da un chip montato all’interno dell’apparecchio. Attraverso Gear 2 in versione 3G sarà possibile effettuare chiamate, inviare e ricevere sms, ricevere notifiche, consultare email e i social network: il tutto in maniera indipendente dal telefono, grazie alla Sim virtuale. Come si attiva la connettività alla rete in assenza di una Sim? Basterà essere sotto rete wi-fi (sì, una qualche forma di connessione almeno per la prima volta è necessaria) e far leggere al dispositivo un QR Code, che scarica nello smartwatch i parametri necessari a collegarsi alla rete 3G/4G.

I vantaggi

Per Tim si tratta di un esperimento pionieristico ma estremamente indicativo di come sarà il futuro. Lo standard della eSim è ancora in via di piena definizione, dopo che proprio quest’anno è stato raggiunto un accordo sulla electronic Sim all’interno della Gsma, l’associazione mondiale che raggruppa oltre 800 operatori di telefonia. Che cosa cambierà per tutti? I vantaggi sono molti.

L’evoluzione delle Sim

Il primo è in termini di sicurezza. In caso di furto o smarrimento del proprio dispositivo, che sia un telefono o altro, attraverso l’operatore telefonico sarà possibile bloccarlo a distanza oppure rintracciarlo, visto che la Sim non sarà più estraibile a piacimento e sostituibile. Il secondo vantaggio sarà in termini di praticità: quando si volesse passare a un altro operatore non sarà più necessario andare in negozio, ottenerne una nuova e compilare scartoffie. Si potrà fare tutto attraverso un semplice menu del dispositivo.

Il terzo vantaggio sarà economico: se le regole e gli operatori lo consentiranno, ogni utente potrebbe crearsi un proprio portafoglio di offerte, attivando e disattivando i vari «bundle» in commercio. Ogni dispositivo potrebbe essere «multiSim» (oggi esistono gli smartphone Dual Sim): ipoteticamente, si potrebbe abilitare un pacchetto telefonate voce con Tim, un’offerta Sms con Vodafone, un piano dati con Wind e un bonus sul roaming estero con Tre. Ogni profilo tariffario sarà attivabile scaricando pochi bit attraverso la rete. Anche per soggiorni fuori Italia, con la eSim si potrà abilitare un operatore estero per il tempo necessario o per il traffico dati che ci occorre.

Internet delle cose e Sim

Un altro scenario possibile è legato a dispositivi diversi dagli smartphone o dai tablet: «indossabili» come orologi o bracciali, ma anche action cam, droni, sensori, elettrodomestici, sistemi di sicurezza e così via. Finora era necessario acquistare una Sim, attivare un abbonamento in più, inserirla fisicamente nel device.



Con la eSim si potrà fare molto più comodamente e sarà possibile anche attivare lo stesso numero di telefono su più dispositivi (telefono, tablet, orologio), che condividono lo stesso piano tariffario. Una possibilità per ora non attiva sul Gear 2 Classic 3G, ma che arriverà più avanti.

Una buona notizia per operatori e produttori

Lo scenario dell’«Internet delle cose» è quello che più ha smosso l’industria della telefonia nello spingere verso la eSim: la Sim virtuale spalanca un bacino potenzialmente enorme di nuove attivazioni per gli operatori, soprattutto in tutto quel mondo, poco noto al pubblico finale ma già immenso, di comunicazioni «machine to machine». Inserire una Sim fisica nelle macchine che comunicano tra loro è non solo costoso ma anche poco pratico (si pensi ai costi e ai tempi per sostituire centinaia o migliaia di Sim sparse per un Paese).



La eSim piace agli operatori perché moltiplicherà i profili attivi, puntando alla crescita dell’Internet delle cose. E perché si risparmiano molti dei passaggi intermedi finora necessari e la relativa burocrazia. La eSim piace anche ai produttori: lo spazio fisicamente occupato dalle Sim finora potrà essere utilizzato dagli ingegneri per altri usi, a partire dalla batteria (più grande è meglio è).

Il precedente

Il Gear 2 Classic 3G è il primo esempio di eSim in Italia. Ma un precursore è nell’iPad, che nelle ultime edizioni Apple ha venduto con a bordo la sua «Apple Sim» (iPad Pro 9,7 pollici è stato il primo modello con Apple Sim disponibile anche in Italia). Un concetto analogo all’eSim: attraverso un menu nelle impostazioni è possibile attivare un operatore mobile e garantirsi una connettività senza passare da un negozio di telefonia.



Visto il precedente non c’è da stupirsi se proprio un prossimo iPhone (non quello in arrivo a settembre ma quello del 2017) rinunciasse alla Sim per passare alla eSim: Apple in passato aveva sempre puntato sulla miniaturizzazione della Sim, adottando per prima la Micro Sim e poi la Nano Sim. «A inizio 2017 dovremmo vedere arrivare i primi smartphone e tablet con eSim, con qualche importante produttore in prima fila» ci ha detto Attilio Somma, Responsabile Business Innovation di Tim.

Perché non si può destinare il jackpot del SuperEnalotto ai terremotati

La Stampa
francesco zaffarano

La proposta lanciata da diversi politici è irrealizzabile. Ecco perché



Bella idea quella di trasformare i soldi del gioco d’azzardo in fondi a sostegno delle comunità colpite dal terremoto del Reatino. Bellissima. Fa anche comodo per qualche politico che decide di buttarla in polemica, chiamando in causa il governo per congelare il jackpot del Superenalotto e destinarlo ai cittadini di Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto. Peccato che non si possa fare.

La proposta è partita da Antonio Boccuzzi, deputato del Pd, ed è stata ripresa anche dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e dall’ex cattodem Paola Binetti. Piace molto anche in rete, dove ci sono diverse petizioni rivolte al governo. Tra le più grandi, informa Change.org, si segnala quella di Alessandro Gambino, con più di 2mila sostenitori, che chiede di usare i soldi del montepremi per aiutare «i connazionali in difficoltà».

Segue poi l’appello di Sabrina Antonetti, con più di 2600 firme, che chiede di devolvere i quasi 130 milioni di euro del Superenalotto «in aiuti indirizzati immediatamente a garantire assistenza alle vittime del tragico terremoto di Amatrice e tutti i paesi italiani coinvolti». Nella terza petizione più grande Antonio propone di destinare il montepremi in favore della Protezione Civile e della Croce Rossa che sono impegnate nei soccorsi.

Il problema è che il Superenalotto è un gioco d’azzardo gestito da SISAL, cioè da un’azienda privata. Non si capisce, quindi, come possa il governo decidere di destinare il jackpot ai terremotati. Tra l’altro, il montepremi del Superenalotto si forma sommando i soldi scommessi dai giocatori: si tratta, quindi, di un contratto che non può essere rescisso unilateralmente. Chi ha scommesso lo ha fatto a delle condizioni e non può vedersi sottrarre quella somma di denaro. Non è l’apologia del gioco d’azzardo ma, purtroppo, funziona così.

Quello che può fare il governo, se mai, è decidere di destinare ai terremotati il denaro che dalle scommesse finisce nelle casse pubbliche: SISAL opera su concessione dello Stato e sulle vincite si pagano le tasse.

Il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, non a caso, ha detto che l’iniziativa è «bella ma difficile da realizzare». Difficile che si possa intervenire sul Jackpot attuale (l’estrazione di questa sera mette in palio 128,8 milioni di euro, ndr), dal momento che il montepremi tecnicamente «appartiene» già ai giocatori che, nel corso dell’ultimo anno, a partire dal giorno successivo all’ultimo «6» centrato ad Acireale a luglio 2015, hanno investito circa 900 milioni di euro. Ed è altrettanto difficile che si riesca a prendere una decisione in tempo per l’estrazione di questa sera, ma effettivamente si sta lavorando su «una soluzione tecnica per destinare parte dei proventi della raccolta alla ricostruzione», anche se «non è detto che ci riusciremo», ha spiegato Baretta.