mercoledì 29 marzo 2017

Memeo junior come il padre. Il giudice: devastare le città è solo un'azione squadrista

ilgiornale.it
Luca Fazzo - Mer, 29/03/2017 - 08:42

Altro che antagonisti o no Tav: sono "squadristi". Un giudice del tribunale di Milano l'ha scritto in una sentenza



Milano - Altro che antagonisti o no Tav: sono «squadristi». Testuale. In tempi di dilagante buonismo giudiziario verso gli incappucciati che trasformano i cortei in sarabande di violenze e distruzioni (da ultima, l'assoluzione in appello a Milano dell'unico condannato per devastazione per i fatti del Primo Maggio) arriva una sentenza fuori dal coro: che cerca di riportare nei binari del diritto (e del buon senso) il trattamento giudiziario dei violenti, ricordando l'impatto che le loro imprese hanno sulla vita civile del Paese.

E, en passant, offre un interessante dettaglio sulla continuità generazionale, di padre in figlio, tra le violenze degli anni Settanta e le loro repliche al giorno d'oggi. La sentenza depositata nei giorni scorsi dal giudice Guido Salvini, presidente della Prima sezione del tribunale milanese, riguarda un episodio di tre anni fa: l'attacco con spranghe ed esplosivi alla sezione del Partito democratico di via Archimede.

A mettere il Pd nel mirino degli attentatori, l'appoggio alle opere dell'Alta velocità ferroviaria in Val Susa, uno dei cavalli di battaglia preferiti del movimento antagonista. Nella notte tra il 20 e il 21 novembre 2013, da una Opel Agila scendono in due, mentre un terzo resta alla guida, cercano di sfondare la porta di ingresso, non ci riescono, allora collocano un grosso petardo sulla finestra accanto e lo fanno esplodere distruggendola: ma è la finestra della casa accanto, dietro cui dorme un ignaro cittadino che si trova i vetri fino in camera.

Un passante prende la targa dell'Agila: è intestata alla mamma di un giovane militante dello Zam, uno dei centri sociali più arrabbiati dell'area milanese. Il cellulare intestato al padre del ragazzo è attivo a quell'ora, alle 2,20, proprio in quella zona. Da quel numero, pochi minuti prima, partono una serie di telefonate verso un altro numero intestato a un nome che riporta dritto nel cuore degli anni di piombo: Giuseppe Memeo detto «Terun», militante delll'Autonomia Operaia e poi dei Proletari Armati per il Comunismo. È lui l'uomo che appare nella foto-simbolo di quegli anni, mentre a gambe larghe in via De Amicis spara sulla polizia: un giovane agente, Antonino Custra, rimane ucciso.

Oggi Memeo ha un figlio, anche lui militante dell'Autonomia, che spesso usa quel telefono: e, secondo la sentenza, era nel gruppetto che tre anni fa dà l'attacco alla sede del Pd in via Archimede.
Memeo junior non può venire giudicato perché la Procura non lo ha neanche incriminato; per il suo compagno, incastrato dalla targa dell'auto e dai telefoni, la Procura aveva comunque chiesto l'assoluzione. In aula, il giovanotto aveva ammesso che l'auto apparteneva alla madre e che ogni tanto la usava pure lui, ma ha aggiunto che spesso la prestava anche agli amici, e quella notte proprio non poteva dire chi la guidasse: «Io di sicuro in via Archimede non c'ero ma proprio non so ricordarmi dove passai quella notte».

Dei petardi, della maschera antigas, dei manuali di guerriglia urbana che gli sono stati sequestrati in casa, ha spiegato che si trattava solo di materiale da studio e da collezione. Il giudice Salvini non gli crede e lo condanna a sei mesi con la condizionale. E quel che conta sono le motivazioni: «All'interno degli atti di violenza politicamente motivati si tratta di un episodio minore, ma il suo significato non deve comunque essere sottovalutato.

Si tratta di un'azione che aveva come finalità quella di spaventare e intimidire i frequentatori di un circolo di un partito colpevole di avere in merito a un determinato una posizione diversa da quella del movimento no Tav. Quello che è avvenuto la notte del 21 novembre 2013 semplicemente un attacco, il cui il valore simbolico è ben più significativo del danno materiale, portato alla libertà altrui di esprimere liberamente opinioni politiche diverse da quelle degli aggressori: una azione definibile come squadrista».

Apple sempre più verde: meno inquinamento, più riciclo

lastampa.it

Pubblicato l’annuale rapporto sui fornitori: l’impegno per l’ecologia e le energie rinnovabili prosegue e coinvolge anche i fornitori. Uno solo dei quali è italiano

Apple ha appena pubblicato il consueto report annuale sulla responsabilità dei fornitori, disponibile su questa pagina . Dopo gli anni dei suicidi alla Foxconn, Apple ha cominciato a prendere molto sul serio le condizioni di lavoro non solo dei diretti dipendenti ma anche dei fornitori. Una delle prime mosse pubbliche di Tim Cook poco dopo il suo insediamento come Ceo fu appunto visitare gli impianti cinesi, e da allora molte cose sono cambiate.

Nel 2016, l’azienda di Cupertino ha effettuato controlli su 705 fornitori e ha verificato che il rispetto del limite massimo di 60 ore nell’arco della settimana lavorativa ha raggiunto il 98%; sono stati risolti 22 casi di violazione dei diritti umano e/o dei lavoratori.

“L’impegno di Apple verso un approvvigionamento responsabile - si legge nel report - è stato esteso al di là dei minerali ‘conflict-free’ arrivando ad includere per la prima volta il cobalto. Per il secondo anno consecutivo, il 100% delle fonderie e raffinerie dello stagno, tungsteno, tantalio, e oro (3TG) utilizzato da Apple stanno partecipando a controlli indipendenti di terze parti”. Apple ha anche collaborato con numerose organizzazioni non governative, tra cui Pact, per garantire una formazione di base sulla salute e sulla sicurezza nelle attività minerarie artigianali e creare programmi per aiutare i bambini a continuare a frequentare la scuola.



Per la prima volta i fornitori di Apple hanno raggiunto il 100% di validazione UL del programma “zero rifiuti in discarica” per tutti i siti di assemblaggio finale in Cina. Dal 2013, il programma Clean Water di Apple ha risparmiato oltre 14 milioni di metri cubi di acqua, sufficienti a fornire ad ogni persona sul pianeta 18 bicchieri di acqua. Il report completo è qui , e scorrendolo si trovano altri numeri interessanti: 99 % della carta è riciclata o arriva da foreste sostenibili, l’immissione di biossido di carbonio nell’atmosfera è scesa di 150.000 tonnellate rispetto al 2015, che corrisponde all’inquinamento prodotto da 31.000 automobili in un anno.

Nel 2016, Apple ha coinvolto in attività di formazione oltre 2,4 milioni di lavoratori sui loro diritti come lavoratori dipendenti. Dal 2008, più di 2 milioni di persone hanno partecipato al programma SEED di Apple (Supplier Employee Education and Development). Il programma offre la possibilità di ottenere titoli di istruzione superiori, di partecipare a corsi di formazione professionale, e frequentare lezioni di varie arti, finanza e lingue.

Qui invece l’elenco dei principali fornitori di Apple : figura solo un’azienda italiana, la ST Microelectronics.

Gli Stati Uniti cancellano le tutele della privacy online. Si potranno vendere i dati degli utenti

lastampa.it

Il Congresso smantella le regole varate da Obama. La denuncia delle associazioni dei consumatori: «Così saremo sempre controllati»



Il Congresso degli Stati Uniti ha azzerato le tutele della privacy su internet. Seguendo l’analoga mossa del Senato, la Camera dei Rappresentanti (con 215 voti a favore e 205 contrari) ha abolito ieri la normativa che avrebbe imposto ai provider di ottenere il consenso degli utenti statunitensi per poter vendere alle agenzie pubblicitarie la cronologia delle loro ricerche o le app scaricate.

Ora manca solo la firma del presidente Donald Trump ma la Casa Bianca ha già fatto sapere di sostenere lo smantellamento delle regole varate lo scorso ottobre, nell’era di Barack Obama, dalla Federal Communication Commission (Fcc), l’agenzia Usa per le comunicazioni, che sarebbero dovute entrare in vigore il prossimo 4 dicembre. La risoluzione è stata approvata sfruttando il “Congressional Review Act”, lo strumento per impedire l’entrata in vigore di nuove norme federali e assicurare che non vengano ripresentate in futuro nella stessa forma. 

PRIVACY AZZERATA
Senza tali restrizioni, gli internet provider come Comcast, Verizon o At&t potranno vendere al miglior offerente la cronologia delle ricerche, informazioni preziose per gli inserzionisti pubblicitari che avranno a disposizione profili altamente personalizzati. Dalle ricerche web emergono dati che vanno dalle abitudini di acquisto alle preoccupazioni relative alla salute, dai ristoranti preferiti alla la musica che si ascolta, da dove si va in vacanza alla nostra banca, fino ai nostri orientamenti sessuali, religiosi, politici. Non a caso, At&t, in vista dell’entrata in vigore delle norme per la tutela della privacy alla fine dell’anno, aveva già ipotizzato un canone ridotto per chi accettava di cedere tutti i dati di navigazione. Non ne avrà più bisogno. 

LA POLEMICA
«Perché volete dar via tutti i vostri dati personali con il semplice scopo di consentire la loro vendita? Datemi una buona ragione per cui Comcast dovrebbe sapere quali siano i problemi medici di mia madre», ha provocatoriamente dichiarato il deputato democratico Mike Capuano, contestando la decisione dei repubblicani di smantellare l’eredità di Obama. «La scorsa settimana ho comprato biancheria su internet - ha insistito Capuano - perché tutti dovrebbero conoscere la mia misura o quale colore ho scelto?». Per contro, la deputata repubblicana Marsha Blackburn ha definito le norme sulla tutela della privacy abolite «una grande morsa del potere del governo» che avrebbe danneggiato i contribuenti. «Sono grata alla Camera - ha dunque sottolineato in una nota - per il fatto di aver preso questa importante decisione che tutela i consumatori e le future innovazioni di internet».

“COSÌ SAREMO SEMPRE CONTROLLATI”
La Electronic Frontier Foudation (Eff), un’organizzazione per la tutela dei diritti civili nel mondo digitale, denuncia il rischio di essere controllati in ogni aspetto della nostra vita e la messa a repentaglio della sicurezza informatica. «Eff continuerà la battaglia per ripristinare il nostro diritto alla privacy su tutti i fronti», è stato assicurato in un comunicato, annunciando ricorsi legali. La cancellazione delle tutele, e questa è una delle argomentazioni dei repubblicani, consentirà ai provider internet di accedere al ghiotto mercato della pubblicità on line, oggi dominato da Google e Facebook, che però non sono indispensabili come gli Isp per l’accesso al web e consentono di cancellare la cronologia delle ricerche. 

Il Washington Post sottolinea come il prossimo passo del Congresso potrebbe essere quello di mettere in discussione la neutralità della rete, cioè il principio in base al quale il traffico internet debba essere trattato allo stesso modo, senza discriminarne l’accesso, ovvero senza che i provider possano trattare in modo diverso dati e connessioni dando priorità ad alcuni servizi a scapito di altri.

Samsung spegne il Galaxy Note 7, mercoledì il lancio dell’S8

lastampa.it

L’azienda coreana pensa a un piano di riciclo per gli smartphone che comprende la vendita di dispositivi ricondizionati, destinati anche al noleggio, dove le autorità e gli operatori lo consentono



Si abbassa definitivamente il sipario sul Galaxy Note 7, il telefono ritirato dal mercato per problemi alla batteria. Con un aggiornamento da remoto Samsung disabiliterà la funzionalità di ricarica per quei dispositivi rimasti in circolazione, si presume prevalentemente per collezionismo. E pensa a un piano di riciclo per gli apparecchi che comprende anche la vendita di dispositivi ricondizionati, destinati anche al noleggio, dove le autorità e gli operatori lo consentono.

L’azienda ora punta tutto sul telefono del rilancio, il Galaxy S8, che sarà presentato il 29 marzo a New York e di cui circolano in rete molte indiscrezioni. Ad ottobre 2016 Samsung ha annunciato lo stop della produzione del Galaxy Note 7 dopo i problemi di surriscaldamento ed esplosione alla batteria, confermati anche da una indagine interna della società. Dopo l’interdizione sui voli da parte delle autorità di diversi paesi, l’azienda coreana ha deciso un programma di ritiro e sostituzione degli smartphone. Su oltre 3 milioni di Galaxy Note 7 venduti a livello globale sono ancora in circolazione nel mondo alcune decine di migliaia di pezzi, si presume per interesse collezionistico.

Per disincentivare i possessori, Samsung ha deciso nel tempo di rendere sempre più inutilizzabile il dispositivo attraverso aggiornamenti software. Di volta in volta hanno limitato l’accesso alla rete o ridotto le funzionalità della batteria fino ad arrivare a quello più definitivo annunciato poche ore fa. Entro fine marzo arriverà un aggiornamento che disabiliterà totalmente la ricarica: il Galaxy Note 7 potrà essere utilizzato solo collegandolo all’alimentatore, diventando in pratica un telefono fisso. Una prospettiva che rende complicato poter continuare ad utilizzarlo nella quotidianità e in mobilità. Inoltre, il colosso coreano ha anche stabilito delle regole per garantire che i Note 7 vengano riciclati in modo ecologico, recuperando i metalli preziosi e i componenti elettronici, questi ultimi da destinare solo ad attività di test di produzione.

Il leader mondiale di smartphone, tv e microchip che nei conti ha superato l’impatto del Galaxy Note 7, ora punta tutto sul nuovo smartphone. Il rilancio d’immagine potrebbe passare infatti per il Galaxy S8 che sarà presentato tra due giorni a New York. E da settimane circolano in rete diverse indiscrezioni sul rivale diretto dell’iPhone. Avrà un display da 5,8 pollici contro i 5,1 pollici dell’S7 mentre la versione Plus arriverà a 6,2 pollici. Il display sarà sempre più pieno grazie alle cornici assottigliate ai lati, ci sarà lo sblocco tramite la scansione della retina, un processore potenziato, la ricarica veloce. La novità software dovrebbe essere l’assistente virtuale Bixby, rivale del Siri di Apple. L’arrivo sul mercato è atteso a fine aprile. 

L’ultimo volo dello Sparviero Va in scena l’aereo scomparso

ilcorriere.it
di Sara Bettoni

A Varese una compagnia porterà in teatro l’intrigo del bombardiere Savoia Marchetti scomparso mel 1941 e ritrovato in Libia nel 1960



Alle 5 di pomeriggio del 21 aprile 1941 il trimotore da combattimento S.M. 79, ribattezzato «Sparviero», si alza in volo da Berka, base italiana in Libia. Ha l’ordine di attacco, lancia un siluro contro un convoglio inglese nel Mediterraneo. Da quel momento sparisce. La storia del velivolo con il marchio della Savoia Marchetti di Sesto Calende rimane sospesa per vent’anni. Solo nel 1960 la sabbia del deserto restituisce — in parte — i resti di quella missione, a 400 chilometri di distanza da dove avrebbero dovuto essere.

Un altro salto nel tempo e la vicenda dell’apparecchio S.M.79 si riannoda al punto di origine, Sesto Calende. Qui è nata la squadra che porterà sul palcoscenico il mistero dell’aereo inghiottito dal deserto libico. «Vogliamo raccontare il lato nascosto della storia», spiega Antonio Zamberletti, scrittore e sceneggiatore varesino. Scopre lo «Sparviero» a Volandia, il museo del Volo dell’aeroporto di Malpensa. La ricostruzione del velivolo lo colpisce, l’intrigo irrisolto lo seduce. L’autore si mette quindi al lavoro per allestire la narrazione. «Penso a un monologo — specifica — che sappia tratteggiare anche il contesto».

Al centro della scena la lunga marcia del primo aviere Giovanni Romanini, armiere 25enne all’epoca dei fatti. Le sue ossa sono state il punto di partenza del ritrovamento. Erano a 90 chilometri dall’aereo. A scoprirle, il 21 luglio del 1960, una squadra di italiani in cerca di petrolio. Forse l’aviere si era incamminato per cercare aiuto. Di lui sono rimasti la borraccia, l’orologio e la targhetta di una chiave che ha rivelato il suo nome. Altri resti umani e la sagoma ricurva del «Gobbo maledetto» (altro nomignolo del trimotore) riappaiono invece qualche mese dopo a un’altra squadra di esploratori.

«Vorrei provare a immaginare i pensieri e le paure di Romanini — spiega lo sceneggiatore —. Probabilmente mentre camminava sotto il sole ricordava la famiglia, casa sua a Parma». Al racconto si accosteranno documenti, filmati e testimonianze forniti dall’ufficio storico dell’Aeronautica militare. «Ma abbiamo contattato anche i vecchi operai della Siai Marchetti — prosegue Zamberletti — per tenerli informati». Il testo andrà in scena tra settembre e ottobre 2017, a Varese e in altri teatri. Si procede a ritmi serrati. Nei giorni scorsi è stato girato un video di presentazione all’Idroscalo di Sesto, là dove un tempo si collaudavano gli aerei prodotti in zona. Il primo aviere Romanini avrà il volto di Massimo Barberi, attore sestese, la regia sarà curata da Elisa Strada.

Poi ci sono gli story editor Giorgio Martignoni, che lavora anche per Walt Disney, e Rossana Girotto. La parte tecnica e di fotografia è affidata a Barbara di Donato e Raffaele Ferrazzano. «Siamo una squadra a tutti gli effetti, ciascuno gioca un ruolo fondamentale» spiega Zamberletti. La parte più difficile del progetto? «Tutto, a partire dai finanziamenti». Il budget minimo stimato è di 12 mila euro, da raccogliere grazie a una campagna di crowdfunding che partirà la prossima settimana. E poi c’è la paziente ricerca di tutti i dettagli della storia, per provare a ricomporre in modo verosimile l’ultimo volo dello «Sparviero».

Sparare sulla Croce Rossa

corriere.it
di Massimo Gramellini

Nei pressi di Torino c’è un’ambulanza con un paziente grave a bordo che per evitare l’ingorgo imbocca a sirene spiegate una strada contromano. Ma ecco che due Batman di borgata le si parano davanti come a un posto di blocco, intimandole l’alt. Il codice della strada è uguale per tutti. Uno vale uno. E per addolcire il rigore dei nuovi giacobini non basta che quell’uno abbia un camice bianco, una croce rossa dipinta sulla fiancata e un malato rantolante a bordo. Nel nuovo mondo della rabbia che rende ottusi, l’Autorità e l’Istituzione sono per definizione inaffidabili.

Favorisca la patente, chiedono all’autista dell’ambulanza i due poliziotti improvvisati, uno dei quali è un tassista e probabilmente vive la strada come un sopruso continuo da cui riscattarsi. Pur di non perdere altro tempo, l’autista innesta la retromarcia e si rimette in fondo all’ingorgo: arriverà in ritardo e il malato si salverà solo per il rotto della cuffia. Ma i due giustizieri issano su Facebook lo scalpo fotografico dell’ambulanza in ritirata, commentando euforici: «Vergogna, vergogna!».

Sembra un selfie dell’Italia 2017. Un malato grave, a bordo di un’ambulanza che cerca di destreggiarsi nel traffico, rischia di crepare per eccesso di zelo da parte di chi, sentendosi dalla parte giusta della strada, si irrigidisce nel rispetto presunto delle regole. Senza capire che la sua testa prevenuta è un cimitero di astrazioni, mentre dentro l’ambulanza c’è quel che rimane della vita. Anche della sua.

29 marzo 2017 (modifica il 29 marzo 2017 | 07:08)

I brand lasciano YouTube, la rivolta al dominio senza controlli

corriere.it

di Gianluca Mercuri



La scorsa settimana è stata davvero difficile per Google: grandi aziende hanno sospeso le loro campagne pubblicitarie su YouTube (che appartiene a Big G) dopo aver scoperto, grazie a un’inchiesta del Times, che i loro annunci erano associati a video di propaganda razzista o jihadista e ne avevano involontariamente foraggiato gli autori. Per il gigante del web, una perdita di milioni di dollari. Il caso potrebbe avere effetti importanti, perché mette a rischio il dominio incontrollato di Google (e Facebook) sull’industria pubblicitaria, il loro bullismo gentile nei confronti dei media tradizionali e, alla lunga, la (forse troppo) grande influenza che hanno sulle nostre vite.

Non abbiamo a che fare infatti solo con una perdita in termini di reputazione, come nello scandalo delle fake news che ha costretto il social network a introdurre meccanismi di verifica (tutti da verificare a loro volta). Qui si tratta di soldi: Google, come Facebook una macchina da pubblicità, viene colpita al core (business). Finora, come spiega il Guardian, i signori della Silicon Valley hanno contato sulla naiveté degli inserzionisti. I brand non sanno nemmeno dove finiscono i loro annunci. Il «programmatic advertising» promette loro una «targetizzazione» precisa, gli fa cioè credere che il loro messaggio raggiungerà le persone giuste nel modo giusto.

Ma è tutto sulla parola: i network non danno mai i dati, mentre si calcola che la somma che gli inserzionisti perdono quando i loro annunci sono aperti da bot anziché da persone sia pari al 20% del mercato. Promettendo salvaguardie più efficaci e più controllo sui contenuti, Google e Facebook ammettono di fatto di essere media company e non asettiche piattaforme non responsabili di ciò che divulgano. E l’industria pubblicitaria potrà ora essere meno in soggezione nei confronti dei giganti che controllano il 90% del mercato online e prosciugano i proventi degli editori. È sulla trasparenza che servono passi. Da giganti.

27 marzo 2017 (modifica il 28 marzo 2017 | 00:37)

La nuova sterlina a dodici lati: sarà la moneta più sicura del mondo

corriere.it
di Paolo Virtuani

Dal 28 marzo nelle tasche dei cittadini britannici. Ha sofisticati sistemi per rendere difficile la contraffazione. Sostituirà la moneta tonda da 1 sterlina, di cui il 3% degli esemplari in circolazione si ritiene falso

Dodici lati

Da martedì 28 marzo è disponibile la nuova moneta da 1 sterlina. La particolarità è che, a differenza di quella che andrà a sostituire, non è rotonda ma dodecagonale, ossia ha dodici lati.

Tre pence

La forma richiama la moneta da 3 pence lanciata nel 1937 che all’epoca lasciò molto perplessi i cittadini britannici. Infatti venne pochissimo usata fino agli anni della seconda guerra mondiale quando, un po’ per la scarsità delle monete in bronzo da 1 penny e un po’ perché si riconosceva anche al tatto nel buio dei rifugi antiaerei, divenne popolare. La threepenny (così venne soprannominata) rimase popolare fino al 1971 quando venne ritirata dalla Zecca reale nel periodo in cui entrò in uso il nuovo sistema monetario decimale.


Più sottile

La nuova moneta è più sottile (2,8 millimetri contro 3,15) e meno pesante (8,75 grammi contro 9,5). Sarà però più grande: il diametro è di 23,43 millimetri contro i 22,50 di quella vecchia. Al momento quella nuova però non è utilizzabile negli apparecchi in cui si può pagare con le monete perché non ancora adeguati ad accogliere una moneta dodecagonale.


La più sicura

Secondo la Zecca reale sarà la moneta più sicura al mondo grazie a un complicato sistema di ologrammi che a seconda dell’angolazione modificano la forma della £ (simbolo della sterlina) nel numero 1. Inoltre sono presenti altri sistemi di sicurezza realizzati all’interno della moneta che non sono stati divulgati


Non sempre è un successo

Introdurre una moneta nuova non sempre è un successo. La gente si abitua alle monete (e alle banconote) e occorre un po’ di tempo prima che quelle nuove vengano accettate. Per esempio il doppio fiorino (quattro scellini) del 1887 con l’immagine della regina Vittoria non piaceva proprio a nessuno. Tanto che dopo appena quattro anni venne ritirato dalla circolazione.



È tutta in oro zecchino e pesa 100 chili, il valore nominale è di 1 milione di dollari canadesi, quello reale di 3,7 milioni di euro. La «monetona», chiamata la Grande foglia d’acero, è stata rubata il 27 marzo dal Museo di Berlino. Era stata data in prestito dal 2010 da una collezione privata, è spessa tre centimetri e ha un diametro di 53 centimetri.

La moneta che piace (ai ladri)

È tutta in oro zecchino e pesa 100 chili, il valore nominale è di 1 milione di dollari canadesi, quello reale di 3,7 milioni di euro. La «monetona», chiamata la Grande foglia d’acero, è stata rubata il 27 marzo dal Museo di Berlino. Era stata data in prestito dal 2010 da una collezione privata, è spessa tre centimetri e ha un diametro di 53 centimetri.

(Ap)
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martedì 28 marzo 2017

Quegli incontri segretissimi tra Almirante e Berlinguer

lastampa.it
fabio martini

I due leader si vedevano di nascosto alla Camera il venerdì sera per scambiarsi informazioni sugli opposti estremismi. Nel libro “Destra senza veli” di Adalberto Baldoni scene e retroscena inediti di 70 anni di storia dal Msi ad An, fino all’ attuale diaspora


Giorgio Almirante durante una manifestazione del MSI in Piazza Castello a Torino, nel 1971

Sul finire degli anni Settanta, in gran segreto, Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante – leader carismatici del Pci e dell’Msi - iniziarono ad incontrarsi: di solito il venerdì all’imbrunire, quando alla Camera dei deputati non circolava più nessuno, perché se si fosse saputo che quei due usavano parlarsi, la notizia avrebbe fatto scandalo. Militanti ed elettori del Pci e dell’Msi non avrebbero capito. Erano anni nei quali i parlamentari comunisti e missini non prendevano un caffè insieme neanche per cortesia e invece, ad un certo punto, i due leader cominciarono a vedersi.

Siamo nel 1978-79 e personaggi così diversi si trovavano a condividere una comune preoccupazione: che il terrorismo brigatista e quello neofascista potessero infangare la credibilità di due partiti, Pci e Msi. Insidiando entrambe le denominazioni: le Br erano comuniste, i terroristi di estrema destra erano neo-fascisti. I due leader decisero di scambiarsi idee e informazioni utili ad entrambi. Perché negli anni Settanta, dopo aver tenuto per decenni nel proprio grembo spinte opposte, i due partiti si trovarono a fare i conti con la propria storia: per il Pci i brigatisti appartenevano all’ “album di famiglia”, come scrisse Rossana Rossanda; per l’Msi alcuni terroristi che sparavano per strada erano stati in “famiglia” sino a pochi mesi prima.

Tremila nomi
Gli incontri Berlinguer-Almirante sono tra i tantissimi episodi editi, inediti o poco conosciuti, contenuti nel libro “Destra senza veli”, scritto da Adalberto Baldoni (giornalista e scrittore di destra atipico, da sempre fuori dagli schemi), sulla storia dell’Msi e poi di An, fino all’attuale diaspora. Settecento pagine, un indice che comprende oltre tremila nomi (impresa da Guinness dei primati), il libro dà soddisfazione a chiunque voglia ritrovare dettagli e senso di una storia politica, soprattutto per una caratteristica: della lunga e vivacissima storia missina Baldoni non nasconde nulla, contribuendo a restituire l’originalità di una vicenda che ha coinvolto milioni di persone, ma è stata totalmente ignorata dalla stragrande maggioranza degli italiani, di più generazioni.

Al netto di tante teste calde, di tanti picchiatori violenti e di qualche avventuriero, il libro - come scrive Gennaro Malgieri in una vibrante introduzione – racconta ”la storia di una passione civile come poche altre se ne sono viste”, perché ”la politica era davvero bella una volta”, “ci si incanagliva, affettuosamente e anche rancorosamente, girando attorno a tattiche e strategie”, tra militanti e dirigenti nostalgici di una storia autoritaria ma immersi in un contesto democratico che li induceva a ”confronti e scontri, lacerazioni, non di rado amori”, con le idee che ”illuminavano vite raminghe e soddisfatte ed accendevano giornali, libri, precarie case editrici”.

“Rosso e nero”
E proprio alla vivacissima produzione di cultura politica che fermentò in quel mondo ostracizzato e ghettizzato, il libro di Baldoni (edito dalla editrice Fergen, dei fratelli Gennaccari) dedica alcune delle pagine più originali. In quell’area politica fermentarono riviste, gruppi dai nomi bizzarri, il primo e irriverente “Bagaglino”, le vacanze militanti dei Centri Hobbit, il gruppo sportivo Fiamma, una miriade di radio, un giornale come il “Secolo d’Italia” fucina di bravi giornalisti ma anche di futuri politici, da Fini a Gasparri, da Urso a Storace.

Appartengono a quel fermento anche iniziative originalissime e trasversali. Come il locale pop “Rosso e nero”, fondato nel 1966 dallo stesso Baldoni. Criticato dagli ambienti più conservatori dell’Msi, sull’onda di un grande successo, il locale (presto ribattezzato “Dioniso”) era frequentato anche da giovani di sinistra: sui muri l’immagine di Che Guevara si mischia a quella croce celtica, si esibiscono personaggi come Lucio Dalla, gruppi come l’Equipe 84, i Nomadi, i Pooh.



La foto simbolo del Sessantotto

Quella breve stagione di mischiamento destra-sinistra nella comune contestazione del “sistema” culmina nel Sessantotto: le prime occupazioni universitarie vedono protagonisti giovani di entrambe le parti politiche. Al punto che una delle foto-simbolo di quella stagione – quella che coglie un gruppo di ragazzi sulla scalinata di Valle Giulia a Roma – non ritrae, come comunemente si immagina, giovani di sinistra ma invece di destra, alcuni dei quali faranno parlare di loro, per diversi motivi: Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, Mario Michele Merlino, Guido Paglia. Nel libro si ripercorrono tutti i passaggi della storia delle destra italiana con un’attenzione ai personaggi più incisivi: i leader (Romualdi, Michelini, Almirante, Rauti,

Fini) ma anche personalità che per le idealità e l’esempio hanno lasciato un’impronta: Mirko e Marzio Tremaglia, Beppe Niccolai, Teodoro Buontempo, Pinuccio Tatarella, Tomaso Staiti di Cuddia. Una storia, quella della destra italiana, finita nella diaspora. Una chiave per capire quella storia e una coesione persa forse per sempre, la offre Gennaro Malgieri: la destra si è dispersa perché caduta in azzardi politicisti, che hanno finito per perderla come comunità, perché, ”questa era la sua forza: una comunità di destino”, nella quale ”i principii dell’autorità, della gerarchia, il culto della memoria storica e del primato della politica, della lealtà e della fedeltà valevano più di ogni altra considerazione”.

Dal comprimere i dati alla chiusura delle app Sette accorgimenti per risparmiare i Giga di Internet

corriere.it
di Maria Rosa Pavia

Usare determinate opzioni del cellulare quando non si è coperti da wi-fi può farci raggiungere velocemente la famigerata extra soglia. Ecco le dritte per evitare di rimanere senza rete

Connessi senza spendere troppo

Ascoltare un brano su Youtube, inviare una foto a un’amica, aggiornare lo status su Facebook. Queste attività quotidiane che ci portano ad avere una vita, almeno parzialmente, mediata dallo schermo di uno smartphone, possono incidere in maniera rilevante sul proprio budget. Non a caso, la quantità di Giga per la connessione a Internet è sempre la voce meno generosa nelle tariffe proposte dagli operatori telefonici. Sul tema ironizza anche Rovazzi nel suo ultimo singolo «Tutto molto interessante» in cui canta: «L'offerta che proponi è così piena di vantaggi, due minuti, mezzo Giga, tremila messaggi».



Per evitare di raggiungere la famigerata extra soglia - divoratrice dei risparmi dei consumatori poco avveduti – è necessario ricorrere ad alcuni accorgimenti. Anche per scongiurare il rischio che, oltre alle somme a propria disposizione, il termine della connessione coincida con altre conclusioni: «Stavo per fidanzarmi ma ho finito i Giga» è una frase, ormai diventata virale, che rappresenta l’essenzialità della connessione per portare avanti i propri rapporti sociali.

Usare il wi-fi

Sì, a volte può essere così semplice. Basta ricordarsi e mettere da parte l’eventuale imbarazzo nel chiedere la password. Molti comuni italiani offrono una copertura wireless anche se con risultati altalenanti. Ma basta varcare la soglia di un bar e di un ristorante per rimanere connessi: ormai la maggioranza degli esercizi pubblici offre questo servizio. Quando ci si trova a casa di amici, poi, sebbene la netiquette imponga di evitare di navigare in situazioni sociali, si può sempre chiedere la password del wi-fi per l’invio di un messaggio whatsapp o messenger di emergenza.


Ricorrere al Bluetooth

Per evitare il consumo di dati che deriva dal trasferimento di qualsiasi tipo di file, se ci si trova in prossimità del contatto cui si desidera condividerli, ci si può affidare al Bluetooth. Metodo vecchio ma efficace.


Limitare streaming e video chiamate

Scaricare in streaming, in particolare video di alta qualità, può liquidare rapidamente la quantità di Giga disponibile dalla vostra offerta. Sempre meglio, in questo caso, limitarsi quando si è coperti solo da rete mobile. Stesso discorso vale per le video chiamate: vere e proprie mangiatrici di Giga.


Passare a browser «comprimi dati»

Ci sono browser che consentono di ridurre il traffico per la navigazione da smartphone o da tablet. Uno di questi è Opera Mini, gratuito, e che - in base ai dati ufficiali- permette di consumare il 90% dei dati in meno. Tra l’altro, Opera consente anche di comprimere i video, basta accedere in impostazioni e selezionare compressione video. Un'altra piattaforma di navigazione amica del consumatore è Uc browser. Se, però, siete affezionati a Chrome, basta usare un accorgimento: accedere alle impostazioni e attivare l’opzione «Riduci l’utilizzo dei dati». Il prezzo da pagare è un leggero rallentamento al momento del download delle pagine, ma si evita il consumo del 30% dei dati.


No ad aggiornamenti e upload automatici

È necessario disattivare l’aggiornamento automatico delle applicazioni e consentirlo solo sotto rete wi-fi. Stesso discorso vale per gli upload automatici, ossia le sincronizzazioni di foto, video o altri dati su iCloud o Google+.


Usare whatsapp in modo furbo

Chi si affida a Whatsapp per le chiamate oltre che per l’invio di messaggi può usare un’opzione per il risparmio dei dati presente nel software. Basta accedere alle impostazioni, selezionare utilizzo dati e selezionare la voce Consumo dati ridotto. Nella stessa schermata ci sono anche voci relative al download automatico dei file: assicuratevi di aver impostato “Quando connesso tramite wi-fi” per scaricare file audio, video e documenti.


Evitare troppe applicazioni in background

Le app consumano dati anche quando non sono attive, per esempio per condividere informazioni fornite dal Gps. Per eliminare il problema alla radice basta andare su Impostazioni – utilizzo dati per trovare la lista delle app attive e dei dati che stanno utilizzando. Selezionandone una è possibile selezionare l’opzione “limita dati in background”. I nomi dedicati a queste opzioni variano da dispositivo a dispositivo ma hanno pari funzionalità. In generale, cercate di utilizzare quei servizi di cui ritenete necessari gli aggiornamenti in tempo reale. Ci sono applicazioni ad hoc come Onavo Extend che caricano le immagini solo quando si scorre lo schermo e comprimono i dati scaricati durante la navigazione. Un’altra app simile è Opera Max. Entrambi i software possono essere scaricati gratuitamente.

Luci della città

lastampa.it
mattia feltri

Dopo i casi di Palermo e Bologna, quello di Roma autorizza il dubbio che i Cinque stelle abbiano qualche serio problema con la raccolta delle firme. Forse per disattenzione, o per disorganizzazione, o per disinvoltura (disonestà no, non ci permetteremmo). Poi che il 70 per cento dei romani abbia votato Virginia Raggi dovrebbe spingere tutti ad andarci piano: non sarà un cavillo da legulei, per quanto i cavilli sappiano essere seri, a dichiarare discutibile il risultato. E però viene in mente che i buoni (per autoincoronazione) tendono da millenni a fare come gli pare perché lo fanno a fin di bene, e soltanto perché il resto del mondo fa come gli pare, ma a fin di male. Ed è così che si va dritti all’arbitrio. Ma l’aspetto più comico della vicenda è lo sdegno degli altri partiti:

Raggi spieghi! Le regole! Bugiardi! Un coro di geremiadi, soprattutto di Pd e Forza Italia, due partiti che negli anni non hanno dimostrato una venerazione sacrale per le regole, e ora arresi alla miseria del dibattito. Per capire come funziona la testa dei grillini, e per amore delle nostre città, è forse più utile ricordare che il New York Times, disinteressato agli abusi d’ufficio di Raffaele Marra, ha scritto una intera pagina sulle luci di Roma: da settimane si stanno sostituendo le vecchie luci gialle con nuove ed economiche luci bianche a led, di modo che i vicoli un tempo fiammeggianti paiono ora celle frigorifere. Ecco, che il bello sia incasellabile alla voce degli sprechi, dice molto dell’Italia che si ha in mente. Molto più di una firma farlocca.

Italiani, l’immaginazione applicata alla guerra

lastampa.it
andrea cionci

Le mongolfiere da osservazione, i modellini di mirabolanti teleferiche e di fortini coloniali “portatili”, i mimetismi per cannoni e le foto scattate dai piccioni viaggiatori: viaggio tra i segreti del Museo del Genio a Roma (visitabile su richiesta)


L’aerofono, antenato del radar, fu utilizzato durante l’ultima guerra da soldati non vedenti

Museo del Genio o del genio? Il pur facile gioco di parole si presta a descrivere bene una delle realtà museali più interessanti d’Italia (visitabile su richiesta). Si tratta dell’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio, un colosso in travertino da 4400 mq situato sul Lungotevere della Vittoria, a Roma. Al suo interno sono conservate le testimonianze della più alta espressione dell’inventiva italiana applicata all’uso militare, ma non solo.

Dalle Guerre d’Indipendenza fino al secondo conflitto mondiale, troviamo la prima radio da campo di Marconi, il prototipo di telefono di Meucci, le mongolfiere da osservazione, i modellini di mirabolanti teleferiche e di fortini coloniali “portatili”, il primo aereo di uso bellico, i mimetismi per cannoni e, ancora, insieme alle fotografie realizzate dai piccioni viaggiatori, un’intera colombaia militare perfettamente conservata. Materiali di una straordinaria tecnologia pre-digitale tutta tesa a superare i limiti imposti dalla terra, dall’aria e dall’acqua.

Un museo da record
Lo stesso Museo, voluto per accogliere le prime collezioni curate, fin dal 1906, dal Gen. Mariano Borgatti in Castel Sant’Angelo, è il frutto di un “superomistico” cimento costruttivo dato che fu edificato in soli due anni, dal 1937 al 1939. Il Ten. Col. Gennaro De Matteis, che lo progettò, ebbe l’intuizione di creare uno dei primi edifici museali appositamente costruiti con criteri espositivi. La sua pianta, a percorso circolare, è ideata in modo da guidare il visitatore attraverso le varie sale secondo un percorso coerente e continuo.

Oltre a ricordare le glorie conquistate sui campi di battaglia, il Museo testimonia l’intima connessione che vi è sempre stata tra società civile e Genio militare, l’arma tecnica per eccellenza, che, nelle recenti emergenze sismiche e meteorologiche, si è particolarmente distinta. Nonostante sia poco conosciuto in Italia, architetti, storici dell’arte e ingegneri di tutto il mondo vengono a visitare questo museo anche per la sua raccolta di progetti architettonici antichi, alcuni dei quali risalenti al 1600. Va ricordato, infatti, che l’Architettura stessa nacque, di per sé, per fini militari, applicandosi alla costruzione di ponti, fortezze, castelli. 


Arruolati i non vedenti

Tra i mille cimeli conservati, spicca l’unico esemplare di Aerofono ancora esistente, l’antenato del radar che fu usato soprattutto durante l’ultima guerra. E’ uno strumento consistente in due enormi “orecchie” metalliche, padiglioni che servivano per captare in lontananza il sopraggiungere di aeroplani nemici e localizzare, con ottima approssimazione, la loro direzione.
Questo dava modo al personale contraereo di indirizzare fasci di luce verso gli apparecchi in arrivo e, agli artiglieri, di direzionare opportunamente il tiro dei cannoni. La cosa più interessante è che gli aerofoni venivano gestiti da soldati ciechi i quali, grazie al particolare sviluppo dell’udito, riuscivano a identificare modello, distanza, e perfino quota dei velivoli nemici. Nel 1939, una legge - voluta da Mussolini in persona – aveva consentito ai non vedenti di arruolarsi nella Milizia Contraerea e nell’Artiglieria costiera in questo ruolo speciale.

L’addestramento si svolgeva tramite un apparecchio simulatore, sempre conservato nel Museo, che riproduceva registrazioni dei motori degli aerei dell’epoca. Molti reduci che, durante la Grande Guerra avevano perso la vista, si arruolarono con entusiasmo e al provvedimento fu dato un certo risalto propagandistico, con lo stile tipico del periodo: “Con le pupille spente, appuntate sincronicamente sulle invisibili strade del suono, i ciechi sembrano implorare nelle deprecate tenebre che nuovamente si abbattono sull’Europa il rapido avvento di quella giustizia che il Duce ha, da tanti anni, annunziata e cui, infallibilmente, il suo genio ci guida”.

Furono 832 i non vedenti arruolati e svolsero i loro compiti contraerei fino alla fine della guerra, considerato che l’Italia non valorizzò in modo adeguato i pur fruttuosi esperimenti sulle onde elettromagnetiche che i nostri ricercatori avevano compiuto fin dai primi anni ’30, né il prototipo di radar che la Germania ci aveva messo a disposizione.


Quelle visioni diventarono opere d’arte

Un referto medico descrive le visioni sonore di queste “sentinelle uditive”: il rombo lontano dei velivoli produceva nella loro immaginazione una sorta di codice composto da macchie e forme colorate. Il giovane artista abruzzese Alessandro Cicoria si è ispirato a questo fenomeno e, in giugno, esporrà presso l’Istituto di Cultura Svizzero, a Roma, una serie di opere ispirate alle immagini interiori degli aerofonisti. Per trasferire sulla carta le rarefatte sensazioni visive dei soldati non vedenti, l’artista ha fabbricato da solo dei gessetti colorati particolarmente friabili. 

La colombaia militare
Di grande interesse è anche la colombaia del Regio Esercito, conservata nel cortile del Museo, che fu usata in entrambe le guerre mondiali. Come spiega il Prof. Giacomo Dell’Omo, ornitologo che, tutt’oggi, utilizza una colombaia militare (svizzera) per i suoi studi sui piccioni viaggiatori: ”L’uso di questi uccelli è, come noto, antichissimo, ma si è protratto anche fino alla seconda guerra mondiale poiché a differenza delle trasmissioni radio, i colombi non potevano essere intercettati. Un soldato addetto (il colombofilo) doveva passare almeno tre ore al giorno in compagnia dei volatili, affinché questi prendessero, con l’uomo, la dovuta dimestichezza. Bastavano due settimane di ambientamento perché una colombaia semovente, spostata in qualsivoglia posizione sul territorio, potesse essere riconosciuta come base di ritorno dai colombi e consentire alle retrovie di ricevere i messaggi dalle prime linee”. 


L’aereo Bleriot

Il capostipite di tutti gli aerei militari italiani è lì, in una delle sale: il monoplano monoposto Blériot XI, con cui il Capitano di artiglieria Carlo Piazza compì il primo volo operativo su truppe nemiche il 28 ottobre 1911, durante la Guerra di Libia. Il velivolo, con le sue ruote da bicicletta, i tiranti a vista e la carlinga in tela e compensato appare spaventosamente fragile, ma offre, allo stesso tempo, un’idea delle capacità e del coraggio del suo pilota. Nonostante il vento impetuoso e la nebbia fitta, l’impresa di Piazza dimostrò che l’aereo permetteva l’osservazione delle mosse del nemico con un enorme profitto tattico. 


Le vetrate di Cambellotti
Il sacrario, vero fulcro simbolico del Museo, è illuminato dai colori delle vetrate disegnate da Duilio Cambellotti (1876-1960) l’eclettico artista pioniere dell’Art Nouveau italiana. La finestratura dell’abside riprende episodi della vita di S. Barbara, protettrice dell’Arma e, in basso, scene realistiche delle varie specialità operative dei genieri. Invenzione, simbolo e pura stilizzazione per illuminare di colori irreali un ambiente dedicato alla memoria dei Caduti del Genio militare. 

lunedì 27 marzo 2017

Apple ci pensa: un dispositivo per trasformare iPhone e iPad in MacBook

repubblica.it
di ALESSIO AMORUSO

Il brevetto per questa soluzione hardware è stato depositato dall'azienda di Cupertino che vuole espandere le funzionalità dei suoi smartphone e tablet con una serie di nuovi accessori dedicati per rendere i dispositivi dei potenziali laptop

Apple ci pensa: un dispositivo per trasformare iPhone e iPad in MacBook

APPLE potrebbe introdurre nel prossimo futuro una nuova generazione di accessori per migliorare la produttività. Questa informazione emerge da un interessante brevetto depositato dall'azienda presso gli uffici dell'U.S. Patent and Trademark Office (USPTO) lo scorso martedì. La particolarità dei brevetti risiede nella modularità dei concept descritti, una sorta di evoluzione in chiave Apple di quanto visto con Asus Padfone e Padfone 2. Nell'idea dell'azienda di Cupertino, sarà possibile utilizzare un iPhone o un iPad per dare vita ad un dispositivo 2 in 1 in stile Macbook. In questo modo si andranno ad unire fisicamente e filosoficamente le differenti linee di prodotti della casa.

Le due versioni distinte di accessori ruotano attorno alla stessa idea adattandosi alle caratteristiche di ciascun dispositivo. Il primo caso di utilizzo prevedere un iPhone e il nuovo accessorio. Stando alle immagini, permetterebbe di espandere le funzionalità dello smartphone aggiungendo un display più grande e una tastiera qwerty meccanica. L'iPhone provvederebbe a fornire la potenza di calcolo necessaria, l'elaborazione grafica, la connettività e fungere da touchpad. L'accessorio servirebbe principalmente ad espandere le dimensioni del display dello smartphone, magari implementato anche le funzionalità touchscreen. Inoltre verrebbe fornita una tastiera e ampliata l'autonomia grazie alla batteria integrata.

Per quanto riguarda iPad invece, il brevetto depositato ricalca a grandi linee alcuni accessori già presenti sul mercato. Infatti si tratta principalmente di una struttura in grado di alloggiare verticalmente il tablet e offrire al contempo una tastiera qwerty completa e un trackpad. Si spera anche una serie di porte aggiuntive per collegare eventuali accessori o chiavette.

Per poter sfruttare al meglio questi accessori, Apple dovrebbe introdurre maggiori ottimizzazioni ad iOS in modo tale da unificare l'esperienza utente con quella di MacOS, approccio che però fino a ieri l'azienda di Cupertino non solo si è sempre rifiutata di seguire ma ha anche apertamente criticato nei competitor. Allo stato attuale dei sistemi operativi mobile però resta vero che l'aggiunta di una tastiera o di un trackpad non porterebbe grossi vantaggi.

Apple potrebbe e dovrebbe sfruttare i feedback ricevuti dai dispositivi pensati per la produttività come iPad Pro. Non a caso anche Samsung si sta muovendo nell'unificazione dell'esperienza mobile e desktop con la DeX Station e Galaxy S8.

Android 8, ecco le prime novità della versione preliminare

lastampa.it
andrea nepori

Con la prossima generazione del sistema operativo per smartphone e tablet di Google la batteria durerà di più. Ecco alcune funzioni svelate dall’anteprima per gli sviluppatori, in attesa di conoscere il nome ufficiale: per ora si chiama “O”



Google ha diffuso la prima versione preliminare di Android 8. In attesa che il nome ispirato ad un dolcetto venga annunciato ufficialmente (a maggio, alla Google I/O), il successore di Nougat per adesso viene indicato come “Android O”. L’anteprima del sistema operativo è destinata solamente agli sviluppatori, che potranno testare le proprie applicazioni in vista del lancio ufficiale, più avanti quest’anno. Alcune delle novità principali, però, sono già state rese note dagli ingegneri di Big G in un post sul blog ufficiale di Android .

La novità più importante riguarda la gestione dei processi in background. Il numero di funzioni di sistema a cui le app potranno accedere quando non sono aperte è stato limitato, come accade su iOS di Apple, in modo da tagliare drasticamente il consumo di batteria. E’ una delle novità che Hiroshi Lockheimer, SVP responsabile dello sviluppo di Android e Chrome OS, aveva già preannunciato in una recente intervista con la Stampa .

L’altra grande novità sono i “canali” di notifica: con Android 8 sarà possibile categorizzare le notifiche in base al loro contenuto. In questo modo si potrà decidere in maniera granulare, app per app, quale tipologia di messaggi ricevere sempre e quali invece relegare silenziosamente all’elenco delle notifiche. 

Android 8 introduce anche il Picture in Picture, cioè la possibilità di ridurre un video ad un piccolo riquadro per continuare a vederlo quando si apre un’altra applicazione. Aggiunta inoltre la possibilità di selezionare un’app di default per la gestione delle password, che si integrerà così con le nuove API per il riempimento automatico dei campi di autenticazione a livello di sistema.

Le altre novità annunciate da Google riguardano principalmente gli sviluppatori. Non grandi rivoluzioni ma un perfezionamento dell’esistente, come è normale per un sistema operativo che si appresta a compiere 12 anni.Le icone adattabili, ad esempio, permettono di realizzare una singola grafica che i vari dispositivi potranno tagliare a piacimento, a seconda della forma preferita dal tema in uso.

Novità anche per la gestione colore e per la qualità della trasmissione audio ad alta fedeltà tramite Bluetooth, grazie al supporto al Codec LDAC. Nessun segno, come previsto, di una possibile convergenza tra il sistema operativo mobile e Chrome OS, come invece suggerivano alcune indiscrezioni trapelate a fine anno. 

«Sono entrambi sistemi operativi di successo e continuiamo a passare funzionalità da uno all’altro. Di recente, ad esempio, abbiamo portato le app di Android su Chrome OS e il sistema di aggiornamenti di Chrome OS su Nougat, l’ultima versione di Android», aveva spiegato Lockheimer a La Stampa. «Ma non ci sarà nessuna convergenza, sono destinati a dispositivi diversi. Ormai è chiaro che gli smartphone non sostituiscono tablet, e i tablet non sostituiscono del tutto i laptop. Sono dispositivi destinati a soddisfare esigenze diverse con sistemi operativi integrati, ma separati».

Con il computer alla ricerca del prezzo migliore: ecco come si compra online in Italia

lastampa.it
andrea nepori

I dati del comparatore di prezzi Idealo mostrano che 8 italiani su 10 acquistano tramite ecommerce almeno una volta al mese, soprattutto libri, vestiti e accessori oppure prodotti elettronici



Compriamo online un po’ più spesso dei consumatori britannici, lo facciamo quasi sempre da PC ma usiamo sempre più spesso anche lo smartphone e il tablet. E’ il ritratto delle abitudini di acquisto digitali nel nostro Paese che emerge da uno studio realizzato dal comparatore di prezzi Idealo in collaborazione con i sondaggisti di Survey Sampling International (SSI).

Online e offline, alla pari
«L’incrocio dei dati a cui abbiamo accesso internamente, assieme a quanto emerge dal sondaggio che abbiamo condotto con SSI, ci ha dato un quadro molto chiaro delle modalità di acquisto online dei nostri connazionali», spiega Paolo Primi, Marketing Manager di Idealo, durante un incontro nella sede dell’azienda a Berlino. «Uno degli aspetti più interessanti è l’integrazione del canale digitale e di quello fisico: almeno un italiano su tre visita i negozi della propria città per confrontare o provare i prodotti prima di comprare online; ma sempre un italiano su tre fa esattamente il contrario: confronta online per poi acquistare in negozio». 


Comparazione dei prezzi

La comparazione dei prezzi online è cosa seria, e vale milioni. Nella sede di Berlino di Idealo - una vecchia fabbrica a più piani ristrutturata nel cuore del quartiere di Kreuzberg - lavorano circa 700 dipendenti, di cui 15 italiani. In Germania il comparatore di prezzi del gruppo Axel Springer domina il mercato. In Italia è dietro a TrovaPrezzi ma ha superato - per visibilità e numero di prodotti comparabili - i francesi di Kelkoo. 

Del resto anche nel nostro Paese, come in molti altri mercati, il prezzo è l’aspetto più importante per chi compra online: è la discriminante che può trasformare la semplice intenzione di acquisto in un ordine andato a buon fine.

«Gli italiani acquistano online principalmente perché si trovano i prezzi migliori», racconta Primi, il cui lavoro per la divisione marketing di Idealo spesso è analogo per mansioni a quello di un data journalist. «Il prezzo è un movente tanto forte da mettere in secondo piano la scelta dell’ecommerce da cui effettuare l’acquisto. Basta anche una piccola differenza, ad esempio, affinché l’utente medio preferisca ad Amazon un negozio online meno conosciuto, da cui magari non ha mai comprato prima».

In Italia il confronto dei prezzi prima di un acquisto è pratica molto diffusa. Ma curiosamente avviene con metodiche che rischiano di essere poco efficaci. «Gli italiani comparano i prezzi, è vero, ma spesso non lo fanno nel modo migliore», afferma Primi. «Dal nostro studio emerge che il 66% degli intervistati li confronta sui marketplace, il 63% lo fa sulla piattaforma dell’ecommerce da cui acquisterà. Una pratica che non aiuta a trovare sempre i prezzi migliori e non evita le insidie del dynamic pricing, la pratica che consente di alzare e abbassare i prezzi a seconda del profilo dell’utente. Solo il 44% dice di passare prima per un comparatore di prezzi».

La fiducia
I numeri di Idealo e SSI mostrano che nel 2017 l’atavica diffidenza verso l’acquisto online e la paura del “pacco” (in senso lato) sono diminuite in maniera sensibile. L’82% dei consumatori dice di conoscere i sigilli di sicurezza e di verificarne la presenza sul sito dell’ecommerce prima di un acquisto, ma più della metà degli intervistati non è stato in grado di riconoscere nemmeno una certificazione. Tra le più popolari ci sono TrustedShop (nota al 19% del campione), Trustpilot (16%) e Netcomm (16%). 

«La vera differenza la fanno le opinioni di chi ha già acquistato lo stesso prodotto», dice Primi. «I commenti positivi di altri utenti influenzano un acquisto più di una certificazione di sicurezza. Un utente su due si convince a effettuare il primo ordine da un ecommerce grazie alle recensioni positive».

Come paghiamo?
Quando si tratta di finalizzare l’acquisto, però, la diffidenza verso i sistemi di pagamento elettronico emerge eccome. La carta di credito collegata ad un conto bancario è usata solo dal 20% del campione. Paypal, preferito dal 60% degli utenti, domina il mercato, mentre il 14% degli intervistati dice di affidarsi alla Postepay, la carta di debito prepagata di Poste Italiane. Sopravvive anche il contrassegno (cioè il pagamento alla consegna, nonostante sia offerto sempre più raramente dagli shop online) mentre solo il 2% paga tramite bonifico, un’operazione più macchinosa e soprattutto più lenta. 

Chi compra cosa, dove
Il quadro anagrafico che emerge dal sondaggio di Idealo mostra che gli acquisti online sono dominio degli over 30. Nelle fasce comprese tra 35-44 anni e tra i 45-54 anni si concentrano gli acquirenti assidui, cioè coloro che comprano online almeno due o tre volte al mese. Nelle fasce ai due estremi, ovvero 18-34 e over 55, gli acquirenti sporadici (uno o due acquisti all’anno) sono la maggioranza. 
Interessante notare, inoltre, che l’acquisto online è pratica principalmente urbana: i consumatori che ordinano più spesso da Internet abitano principalmente nei grandi centri; nelle comunità più piccole (meno di 10.000 abitanti), abbondano gli acquirenti occasionali.

I prodotti più acquistati sono i libri e audiovisivi. In tanti, forse spinti soprattutto dalle politiche di “reso facile” di molti ecommerce, si fidano di Internet anche per rifarsi il guardaroba: vestiti, scarpe e accessori sono la seconda categoria merceologica per popolarità. Al terzo posto dispositivi elettronici ed elettrodomestici. «La classifica dei prodotti più acquistati online è inversa rispetto alle categorie su cui si effettua più spesso il confronto prezzi», dice Primi. «Pochissimi consumatori fanno comparazione su libri e contenuti multimediali, mentre la pratica è molto diffusa prima dell’acquisto di uno smartphone o di un microonde».

Gender Gap
Dallo studio emerge, infine, una triste conferma del gender gap italiano: gli uomini acquistano online più spesso delle donne (1 su 3, contro 1 su 4). Un’analisi separata pubblicata da Idealo a inizio marzo mostra tutto il peso della cosiddetta Pink Tax, la “tassa rosa”. Nel caso di prodotti di profumeria e cosmesi le donne sono vittime di discriminazione sui prezzi nel 64% dei casi: lo stesso prodotto costa mediamente di più nella versione da donna rispetto a quella maschile. E da un confronto tra le percentuali di acquisto online emerge una sorprendente correlazione con il Gender Inequality Index, l’indicatore delle diseguaglianze di genere calcolato dalla Nazioni Unite. 

«Abbiamo notato che nei paesi in cui le donne acquistano di più online c’è maggiore parità di genere», conclude Primi. «Significa che una percentuale più alta di acquirenti donne corrisponde a migliori condizioni di salute, istruzione, presenza politica e partecipazione socio-economica per la popolazione femminile». 



I dati di Idealo sull’ecommerce in Italia sono disponibili nell’ebook gratuito “L’ecommerce in Italia: le nuove abitudini di acquisto online”.

Ora anche il Parlamento indaga sulle navi delle Ong Mistero sui finanziamenti

lastampa.it
francesco grignetti

La denuncia del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che ha raccontato in Parlamento tutti i suoi dubbi e le perplessità quanto al lavoro delle navi umanitarie che stazionano di fronte alla Libia e caricano a bordo migliaia di migranti, ha convinto la Commissione Difesa del Senato che era necessario avviare immediatamente un’indagine conoscitiva. «Ci sono - spiega il presidente della commissione, il senatore Nicola Latorre, Pd - troppi punti interrogativi. Vogliamo chiarirci, rispondere a qualche curiosità... E chissà se non aiuteremo a svelare qualche magagna». Va da sè che il governo non è contrario all’iniziativa, anzi.

L’inchiesta dei senatori partirà con la convocazione dell’ammiraglio Enrico Credendino, responsabile della missione Eunavformed, di Vincenzo Melone, comandante generale della Capitaneria di porto, del responsabile di Frontex. Saranno invitate poi tutte le Ong impegnate con imbarcazioni nell’area del Mediterraneo. «L’indagine - conclude Latorre - sarà uno strumento importante per mettere a disposizione del Parlamento e del governo tutto il materiale utile per eventuali iniziative che si renderanno necessarie». Il sospetto, che dopo le parole di Zuccaro è anche più di un sospetto, ma una pista investigativa, è che qualcuna tra le Ong sia finanziata da chi ha interesse ad alimentare il flusso dei migranti. Il metodo è sempre lo stesso: seguire i soldi. E non si esclude che, seguendo i soldi, potrebbero venire sorprese sconcertanti sia su chi fa da sponda in Italia, sia all’estero. 



La spesa per le navi umanitarie in effetti è imponente. Le Ong sono associazioni di volontariato che noleggiano navi per l’occasione a prezzi da capogiro. Una di loro, la «Moas», con sede a Malta, spende 400 mila euro al mese per affittare due droni con cui pattugliano le acque libiche; hanno poi due navi in mare e l’affitto di una nave costa circa 300 mila euro al mese. Si consideri che nell’autunno scorso ce ne erano ben 13 davanti alla Libia. Anche in questo inizio di 2017, nonostante alcune Ong ancora non siano pronte, il 50% dei salvataggi in mare lo stanno facendo loro. E questi sono i numeri: 20.674 persone raccolte in mare dall’1 gennaio al 22 marzo, 42,66% in più rispetto agli stessi giorni del 2016. 



Per ora, però, sono supposizioni. Ma se si ascoltano i senatori di destra, l’indagine dovrà essere propedeutica a contrastare in tutti i modi queste Ong. «Lungi dal limitarsi alla loro funzione umanitaria, di fatto stanno contribuendo al trasporto di clandestini in Italia, alimentando le attività di trafficanti di persone e degli scafisti», accusano Paolo Romani, Maurizio Gasparri e Bruno Alicata, Forza Italia.

E la questione dei migranti diventa, una volta di più, motivo per avanzare sospetti su manine straniere. Agli occhi dei leghisti, infatti, non sfugge la gran presenza di Ong tedesche tra quelle che soccorrono i migranti davanti alle coste libiche per scaricarli in Italia. Ed è nuova benzina sul fuoco delle polemiche con Berlino: «C’è un problema politico di fondo - dice Alessandro Pagano, Lega - cui qualcuno deve rispondere. La Cancelliera è stata interrogata da qualcuno in merito o ci troviamo per l’ennesima volta succubi e sotto scacco dei tedeschi?». Gli fa eco Paolo Grimoldi: «Il governo italiano impedisca l’ingresso in acque territoriali italiane, utilizzando le navi della nostra Marina militare, a queste navi straniere che violano le convenzioni internazionali. Se non verrà impedito lo sbarco di queste navi, si renderanno complici dei nuovi trafficanti».

Spiare il partner sullo smartphone? Più facile di quel che sembra

lastampa.it
lorenzo longhitano

Il software esiste ed è disponibile per pochi euro, ma a volte non è neppure necessario. Ecco come tutelarsi



Partner e compagni di vita spiati e controllati ventiquattro ore su ventiquattro, abusando degli stessi strumenti utilizzati da organizzazioni e governi per monitorare terroristi e dissidenti. È l’ultima denuncia che parte dalla rivista Forbes e secondo la quale, nel variegato mondo degli sviluppatori di software per la cyber sorveglianza, sarebbe in vigore una pratica preoccupante: vendere sottobanco, a comuni cittadini, potenti software normalmente riservati a soggetti ben più facoltosi. La pericolosità delle soluzioni elencate da Forbes sta nella loro capacità di insediarsi silenziosamente ed efficacemente all’interno di uno smartphone per spifferarne i segreti a chi sta in ascolto, ma ottenere mezzi meno raffinati ma in qualche modo efficaci a scopi così meschini è anche più semplice di quanto riferito dalla rivista.

Strumenti come Stalkscan sembrano all’apparenza innocui, ma se usati con le intenzioni sbagliate possono rivelarsi molto pericolosi. Il sito in questione permette gratuitamente di esplorare il profilo Facebook di chiunque alla ricerca di informazioni lasciate pubbliche, ma normalmente nascoste nei meandri del sito: tramite la comoda interfaccia si possono visualizzare i luoghi visitati, gli eventi in programma e i like alle foto sui profili altrui in pochi clic. Oltre a Facebook, altri siti e servizi ormai onnipresenti nella nostra vita digitale si possono trasformare in armi. Ancora non tutti sanno che un normale account Google collegato allo smartphone non contiene soltanto email e informazioni sui contatti, ma anche uno storico degli spostamenti registrati tramite il GPS del telefono: un dettaglio attivato per impostazione predefinita e accessibile da ogni computer o dispositivo.

In questi casi il pericolo deriva da informazioni che non vengono adeguatamente protette, la cui responsabilità dovrebbe gravare sulle spalle di chi le produce; esistono però molti altri strumenti ugualmente facili da reperire, che permettono di carpire dati personali e privati dagli smartphone o dai computer delle vittime senza che questi ultimi ne siano consapevoli in alcun modo. In particolare, chiunque abbia accesso fisico al dispositivo da spiare può installarvi qualunque tipo di software: da

semplici keylogger, ovvero programmi che registrano ogni lettera digitata sulle tastiere virtuali, fino a soluzioni più complesse offerte in abbonamento a poche decine di euro al mese, in grado di tenere traccia di ogni tipo di attività — dalle chiamate ai messaggi, da Facebook a eventuali conversazioni su Tinder. Basta avere il tempo di caricare il software a bordo e di impostarlo adeguatamente: le informazioni raccolte vengono spedite di nascosto all’indirizzo scelto, tramite la connessione Wi-Fi o cellulare del dispositivo.

Per fortuna tutelarsi da questo genere di intrusioni non è difficile. Gli occhi indiscreti su Facebook e dintorni si neutralizzano imparando a stringere le maglie della propria privacy sui social network, sia tramite le impostazioni, sia con un uso più oculato di questi mezzi; gli account online in generale vanno poi protetti evitando di condividerne le password (anche quelle relative a servizi apparentemente innocui) e attivando le verifiche in due passaggi su tutti i siti che le prevedono; per difendersi dalle app spia, invece, basta in teoria impostare una password sicura sul telefono o evitare di lasciarlo in mani altrui, se necessario anche quando si tratta del partner.

Bollette di luce e gas: i diritti (calpestati) dei consumatori ai tempi del mercato libero

lastampa.it
veronica ulivieri

Dai contratti non richiesti ai conguagli-salasso: solo nel 2016 quasi 45 mila reclami allo Sportello dell’Autorità per l’energia



Contratti attivati senza il consenso dell’utente, fatturazione di consumi vecchi di dieci anni, conguagli che per amor del vero sarebbe meglio chiamare salassi. La lista delle pratiche commerciali scorrette nella fornitura di luce e gas è lunga. Solo nel 2016, lo sportello per i consumatori dell’Autorità per l’energia ha ricevuto quasi 45mila reclami, che superano i 250 mila se si inizia a contare da dicembre 2009, quando il servizio è stato attivato. L’impennata c’è stata nel 2014: in un solo anno si sono sfiorate le 120mila denunce allo sportello. Oggetto più frequente, non sorprende, proprio le fatturazioni e i contratti.

Una giunga in cui per gli oltre 9 milioni di famiglie che oggi sono passate al mercato libero dell’energia elettrica e per i circa 6 milioni di utenze domestiche presenti in quello del gas non è facile destreggiarsi. Valeria Graziussi, avvocatessa che collabora da anni con il Codacons, ne sente ogni giorno di cotte e di crude. I casi più conosciuti sono quelli dei contratti di fornitura attivati senza l’ok dell’utente. “I dati personali e il consenso del consumatore vengono carpiti con l’inganno. Ci sono venditori porta a porta che si intrufolano nelle case e iniziano a fare domande, con la promessa di bollette più convenienti.

In diversi casi queste pratiche vengono messe in atto anche al telefono: il sì pronunciato dall’utente per confermare l’esattezza dei dati, per esempio, viene utilizzato in modo ingannevole come assenso all’attivazione della fornitura”. Oggi però non è più possibile concludere contratti solo al telefono: “Devono essere sempre confermati da un documento cartaceo firmato dall’utente. E proprio quando in seguito a reclami chiediamo la copia cartacea ai gestori, spesso non ne sono in possesso. E qui casca l’asina, perché il contratto si rivela non valido”.

Ma il repertorio delle truffe in cui può incappare il consumatore è ampio: “In diversi casi il gestore fattura consumi più vecchi di 5 anni, che in realtà sono prescritti e dunque non più richiedibili. In altri si emettono per molto tempo fatture basate sui consumi presunti, per poi presentarsi dal consumatore dopo anni con un conguaglio altissimo. In altri casi ancora le aziende ostacolano il diritto di recesso degli utenti, facendo finta di non aver ricevuto la lettera di disdetta”. 

A giugno 2016 l’Antitrsut ha sanzionato per oltre 14,5 milioni di euro i cinque big dell’energia Acea, Edison, Eni, Enel Energia ed Enel Servizio Elettrico. Sanzioni di recente ci sono state anche per HeraComm, Geko (ex Beetwin) e Green Network. “I provvedimenti riguardano i meccanismi di fatturazione e le ripetute richieste di pagamento per bollette non corrispondenti a consumi effettivi, nonché gli ostacoli frapposti alla restituzione dei rimborsi”, ha fatto sapere l’Autorità, chiarendo poi pochi mesi dopo che “le procedure adottate dalle società citate mirano d’ora in avanti ad assicurare un consenso consapevole all’attivazione di una nuova fornitura”.

Le aziende sanzionate si sono assunte impegni precisi nei confronti dell’Antitrsut e dopo la stangata sembra che stiano facendo i compiti a casa. Ma intanto sono in corso “procedimenti volti ad accertare eventuali violazioni del Codice del Consumo” da parte di Estra Energie ed Estra Elettricità, Enegan e Iren Mercato. Un altro procedimento per inottemperanza delle indicazioni dell’Antitrust è in corso contro Green Network.

A questi aspetti si aggiunge un’altra questione molto dibattuta: la scarsa trasparenza nei confronti dell’utente sui propri consumi, anche nell’epoca dei contatori elettronici. “Non possiamo pensare che una persona debba scendere in cantina a leggere i kilowattora consumati. È necessario comunicare con il consumatore in base a parametri chiari e comprensibili, come gli euro spesi”, spiega Roberto Napoli, esperto di temi energetici e già docente del Politecnico di Torino. “Alle bacchettate dell’Europa sul tema, l’Italia ha risposto che i cittadini possono fare richiesta dei dati. Ma perché impelagarsi in procedure burocratiche quando con un’App le persone potrebbero monitorare i dati dei propri consumi? Dati che tra l’altro sono degli utenti e non dei gestori”.

Su questi temi sta lavorando anche la Commissione europea, che a luglio 2015 in una comunicazione alle altre istituzioni comunitarie ha lanciato un programma di azioni per tutelare i consumatori, realizzare nel concreto le reti intelligenti e attuare un’efficace protezione dei dati che si genereranno con la creazione di smart grid. L’iniziativa propone un “New Deal per i consumatori energetici”, ma in Italia, fa notare ironico il professor Napoli, questo tende piuttosto “ad assumere le sembianze di un New Peel, nel senso che le tasche dei consumatori vengono sempre più pelate da azioni per lo meno confusette e birichine”.

@veroulivieri

Fatima, presto santi i due pastorelli che videro il segreto

lastampa.it
andrea tornielli

Approvato il miracolo attribuito ai piccoli veggenti. Il Papa sarà nel santuario portoghese il 12 e 13 maggio, per il centenario. Intanto sul web circolano testi apocrifi attribuiti a suor Lucia


Da sinistra a destra: Lucia, Francesco e Giacinta, i tre veggenti di Fatima

Papa Francesco ha approvato il miracolo attribuito all'intercessione di Francesco e Giacinta Marto, fratello e sorella, i due pastorelli veggenti di Fatima insieme alla loro cugina Lucia, entrambi beatificati da Giovanni Paolo II nel maggio 2000. «Il Santo Padre Francesco - informa una nota vaticana - ha ricevuto questa mattina in udienza» il cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei santi» e ha autorizzato il dicastero a promulgare, tra gli altri anche il decreto riguardante «il miracolo, attribuito all’intercessione del beato Francesco Marto, nato l’11 giugno 1908 e morto il 4 aprile 1919, e della beata Giacinta Marto, nata l’11 marzo 1910 e morta il 20 febbraio 1920, fanciulli di Fatima».

L'annuncio arriva a meno di due mesi dal viaggio che Francesco farà nella cittadina portoghese, sede di uno dei santuari mariani più visitati al mondo, per celebrare il centenario delle apparizioni iniziate il 13 maggio 1917 e conclusesi l'ottobre successivo. Si tratta dell'apparizione che più ha segnato la storia del Novecento, per la sua carica profetica e forte connotazione geopolitica (sul ruolo della Russia) legate alla famosa terza parte del segreto.

Tutto lascia pensare che il Papa, in occasione della visita e della messa già programmata per la mattina del prossimo 13 maggio sulla grande piazza antistante il santuario, possa canonizzate i due veggenti. L'eventuale annuncio della data sarà però ufficializzato nel corso del concistoro previsto per il 20 aprile. Il vescovo di Leiria-Fatima, António Augusto dos Santos Marto, commentando la notizia ai microfoni di Radio Renascença ha affermato che la canonizzazione in quel giorno «sarebbe proprio la ciliegina sulla torta. Tutti lo desideriamo, però sarà il Santo Padre a decidere».

Nella Cova da Iria, una zona di pascolo, nel maggio 1917 tre pastorelli, Lucia dos Santos (10 anni) e i suoi cuginetti Francesco (9 anni) e Giacinta Marto (7 anni), videro una «donna vestita di bianco con in mano un rosario», che diede appuntamento a loro per il 13 dei mesi successivi, per un totale di sei incontri, fino al 13 ottobre 1917, data dell’ultima apparizione. In quel giorno migliaia di persone assistettero al cosiddetto «miracolo del sole»: l’astro prese a roteare e sembrò ricadere sui presenti.

L’evento fu attestato anche dal cronista di un quotidiano portoghese anticlericale. Oltre all’invito alla preghiera e ai sacrifici di espiazione in favore dei peccatori, la Madonna affidò ai veggenti un segreto diviso in tre parti. Le prime due furono rivelate negli anni Quaranta del secolo scorso. L’ultima, conosciuta come il Terzo segreto di Fatima, è stata resa nota soltanto nell’anno 2000, dopo la beatificazione di Francesco e Giacinta.

A impressionare chi si avvicini alla storia di questi bambini, è il cambiamento della loro vita e la loro pronta adesione alle richieste dell'apparizione, accompagnata dalla capacità di infliggersi penitenze per l'espiazione dei peccati dell'umanità che difficilmente si potrebbe immaginare potesse auto-prodursi. Qualcosa aveva veramente sconvolto le loro vite, fino ad allora semplici e spensierate.Nel 1944 suor Lucia scrisse la terza parte del segreto, affidandola al suo vescovo. Successivamente la Santa Sede richiederà il testo, che viene trasferito in Vaticano a metà degli anni Cinquanta, ormai al crepuscolo del pontificato di Pio XII. Il primo Papa a leggerlo è il suo successore, Giovanni XXIII, il quale lo fa conoscere ad alcuni collaboratori e membri del Sant’Uffizio, decidendo però di non pubblicarlo.

Il medesimo atteggiamento viene da Paolo VI, che si reca a Fatima per chiedere la pace minacciata dalla guerra nucleare. Giovanni Paolo II, profondamente devoto alla Madonna, secondo la documentazione conservata negli archivi della Congregazione per la Dottrina della fede, legge il terzo segreto soltanto dopo l’attentato che subisce il pomeriggio del 13 maggio 1981, giorno della memoria liturgica di Fatima, alle ore 17.17.

Il Papa viene gravemente ferito dai colpi esplosi da Alì Agca, perde moltissimo sangue e arriva ormai in fin di vita al Policlinico Gemelli. Un lungo intervento gli salva la vita: il proiettile, penetrato nel corpo, non ha leso alcun organo vitale. Giovanni Paolo II, dopo aver studiato il testo della profezia, si identifica con il Papa colpito, che nella visione però viene ucciso dopo aver salito una montagna ed essere passato attraverso tanti corpi di martiri.

Negli ultimi anni, alcuni gruppi fatimiti e alcuni giornalisti hanno messo in dubbio il fatto che sia stato rivelato tutto il segreto, a vanzando l’ipotesi dell’esistenza di due testi separati: il primo, quello della visione, è stato svelato. Il secondo, quello che conterrebbe l’interpretazione data dalla Vergine alla visione, sarebbe stato derubricato dai Pontefici a elucubrazione della veggente e “archiviato” con le tante comunicazioni, lettere, bobine registrate che lungo gli anni suor Lucia dos Santos aveva inviato in Vaticano. È la tesi dell’“allegato mancante”: secondo alcuni parlerebbe di castighi che stanno per abbattersi sull’umanità, secondo altri si tratterebbe della crisi di fede nella Chiesa.

Alcuni hanno addossato la responsabilità della mancata pubblicazione del presunto testo mancante al cardinale Tarcisio Bertone, che nel 2000 era segretario della Congregazione per la dottrina della fede e dunque il vice del cardinale Joseph Ratzinger. È stato infatti lui a gestire i rapporti con suor Lucia e la pubblicazione del segreto. Bisogna però osservare che la tesi di contrapporre Bertone a Ratzinger e a Papa Wojtyla, non regge.

Bertone era un autorevole esecutore delle volontà del Pontefice e del suo diretto superiore, il Prefetto Ratzinger. Se Giovanni Paolo II avesse stabilito di non pubblicare qualcosa del segreto, sarebbe stata una decisione interamente sua, della quale anche Ratzinger doveva essere al corrente. Inoltre - stiamo sempre parlando di una mera ipotesi - una volta divenuto Benedetto XVI, anch'egli avrebbe ritenuto opportuno continuare a tenere segreto il presunto allegato.

È vero che ci sono indizi che sembrerebbero suggerire l’esistenza di un secondo testo. Fra questi le divergenze di date riguardo al trasferimento del plico da Leiria in Vaticano (4 aprile 1957 o 16 aprile 1957) e sul luogo di custodia (l’Archivio segreto del Sant’Offizio o l’appartamento del Pontefice); e poi sulla data di lettura da parte di Giovanni XXIII (nel 1960 o il 21 agosto 1959), di Paolo VI (il 27 marzo 1965 o il 27 giugno 1963) e di Giovanni Paolo II (nel 1978, pochi giorni dopo l’elezione al pontificato, o fra il 18 luglio e l’11 agosto 1981, dopo l’attentato di Alì Agca).

Alcune di queste incongruenze potrebbero essere spiegate più semplicemente con l'esistenza di due copie dello stesso testo, una conservata negli archivi dell'ex Sant'Uffizio e un'altra nella scrivania del Papa. Attorno a Fatima è proliferata una letteratura apocalittica e sensazionalista che poco o nulla ha a che fare con il cuore del messaggio mariano e con la semplice fede vissuta dei due pastorelli cugini di suor Lucia che ora stanno per diventare santi. Sono state pubblicate varie versioni (apocrife) del testo mancante. 

L'ultimo caso è quello di un giornalista spagnolo che ha ripreso e pubblicato in un libro un presunto manoscritto di suor Lucia (senza averne l'originale, ma soltanto una copia ricevuta anonimamente per email) nel quale si parla dell'apostasia nella Chiesa, di un falso Papa dallo sguardo diabolico - nel 2010 il falso Papa venne indicato dai fatimiti apocalittici amanti dei complotti in Benedetto XVI, oggi in Francesco - e della roccia della fede che viene sradicata da Roma per essere conservata a Fatima. Un testo peraltro già noto da almeno sette anni e già fatto a pezzi nella sua credibilità.

È pieno di incongruenze (dalle date che non tornano all'uso di certe parole) ma è stato negli ultimi giorni rilanciato lasciando in qualche modo balenare la sua autenticità da quanti non perdono occasione di scagliarsi contro l'attuale Pontefice anche a costo di divulgare patacche.

Terrorismo, il Viminale espelle marocchino: «Italiani miscredenti»

corriere.it

L’uomo, 44 anni, sposato con un’italiana che sui è convertita all’islam, si era radicalizzato da tempo, rifiutando di prestare giuramento per ottenere la cittadinanza italiana perché l’osservanza della Costituzione avrebbe violato i dettami shariatici

Con un provvedimento firmato dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, è stata eseguita l’espulsione di un cittadino marocchino, per motivi di sicurezza dello Stato, con un volo diretto in Marocco. Con questo rimpatrio, il ventiseiesimo del 2017, salgono a 158 i soggetti gravitanti in ambienti dell’estremismo religioso, espulsi con accompagnamento alla frontiera dal gennaio 2015 ad oggi. Si tratta di un uomo di 44 anni, residente a Santhià (Vercelli) e coniugato con una cittadina italiana convertita all’islam. L’uomo era stato segnalato a seguito di approfondimenti investigativi nell’ambito di indagini condotte dalla Digos di Vercelli per aver manifestato un percorso di radicalizzazione che lo aveva portato a considerare l’Italia un paese di miscredenti, non idoneo alla permanenza della sua famiglia.
La nota del Viminale
Inoltre, spiega una nota del Viminale, nel 2012 il marocchino aveva rifiutato di prestare giuramento per ottenere la cittadinanza italiana, confidando ad alcuni connazionali che l’accettazione dello status avrebbe offeso la sua religione e che l’osservanza della Costituzione avrebbe violato i dettami shariatici. Le indagini investigative acquisite sulla deriva radicale del cittadino marocchino sono state poi confermate anche da elementi della comunità islamica vercellese, dove in passato ha svolto funzioni di imam. Rintracciato il 25 marzo a Torino, all’esito dell’udienza di convalida, è stato espulso dal territorio nazionale e rimpatriato con un volo diretto in Marocco.

26 marzo 2017 (modifica il 26 marzo 2017 | 13:28)

Da 40 anni in marcia alla ricerca del figlio. La storia di Taty e delle madri di Plaza de Mayo

lastampa.it
filippo femia

In Argentina la Giornata della memoria per ricordare il golpe del 1976. L’attivista 86enne: «Chiedo solo di riavere i resti del mio Alejandro, poi potrò morire in pace»


Taty Almeida, 86 anni, membro della Madres de Plaza de Mayo Linea Fundadora

Buenos Aires, 30 aprile 1977. Una decina di donne è ferma in Plaza de Mayo, davanti al palazzo presidenziale. Disperate, reclamano informazioni sui figli scomparsi senza lasciare traccia. Il 24 marzo dell’anno prima un colpo di stato ha instaurato una dittatura militare in Argentina. Le “adunate” di più di tre persone sono proibite, un agente si avvicina alle donne e ordina a muso duro: «Circolare». Loro obbediscono, alla lettera. E iniziano a camminare intorno alla piramide della piazza. Da allora non si sono più fermate: la marcia delle Madres di plaza de Mayo prosegue ogni giovedì, con un fazzoletto bianco in testa. E quella di oggi sarà una ronda speciale, nel giorno che ricorda il golpe a poche settimane del 40° anniversario delle Madres. 


AP

LE “PAZZE” DI PLAZA DE MAYO
Locas, le chiamavano con scherno i militari. «Sì, eravamo pazze. Di dolore – racconta Taty Almeida, 86 anni, membro delle Madres de Plaza de Mayo Linea Fundadora – E pazze perché protestare contro la giunta militare era pericolosissimo». Ha la voce roca e tonante di chi è chiamato a un’arringa in pubblico. Ma il tono si fa improvvisamente dolce quando ricorda il figlio Alejandro: «Se lo sono preso quando aveva 20 anni. Dico sempre che è stato lui a partorire me, non il contrario: se sono diventata quella che sono oggi, lo devo a lui».

La nuova Taty nasce nel 1980, quando si unisce alle Madres abbandonando le amicizie degli ambienti conservatori. «La mia famiglia era piena di militari - racconta - ma capii subito che nessuno di loro mi avrebbe restituito Alejandro. Rischiai moltissimo a unirmi alle altre madri. E poi temevo che mi credessero una spia». In quegli anni non sono più un segreto le atrocità della dittatura. Come i centri clandestini di tortura e i “voli della morte”, aerei che gettavano in mare, ancora vivi, militanti, studenti e sindacalisti. 



UNA LOTTA LUNGA 40 ANNI
Oggi alcune delle madri camminano a stento, aggrappate ai bastoni, altre sono costrette in sedia a rotelle. La loro lotta, però, non si ferma. Ma ha ancora senso questa marcia quarant’anni dopo? Taty abbozza un sorriso, poi risponde quasi rabbiosa: «Oggi è più importante che mai. Noi Madres siamo sempre meno, scenderemo in piazza fino all’ultimo respiro ma non sopravviveremo fino a vedere l’ultimo genocida in carcere. Dovranno essere i giovani a continuare la nostra lotta». A loro chiede di esigere verità e giustizia per i 30 mila desaparecidos, «ma solo nei tribunali: la violenza non ha mai ragione. E poi lottate per tutte le cause che ritenete giuste: non lasciatevi scorrere la vita addosso con indifferenza».

MACRI NEL MIRINO
Molti responsabili della sanguinosa dittatura argentina sono morti, come Jorge Rafael Videla. Ha ancora senso parlare di giustizia? «La giustizia impiega tempo. Forse è troppo lenta, ma avanza. Anche se il governo Macri prova a mettere i bastoni tra le ruote», spiega Taty. L’attuale presidente finisce spesso nel mirino delle Madres. Specie da quando ha proposto, prima di fare retromarcia, di togliere il 24 marzo dalla lista delle festività nazionali: «Vuole cancellare la storia, non gli importa nulla dei diritti umani. Si preoccupa solo per le sue aziende», attacca. 

L’UNICO RIMPIANTO
Oggi Taty ha sei nipoti e due bis-nipoti, di cui snocciola i nomi con orgoglio. Quando le si chiede se si è pentita di qualcosa, non esita a rispondere: «Assolutamente nulla. Ho un solo rimpianto: non aver potuto parlare con mio figlio della sua militanza. Per proteggermi, non mi raccontò mai nulla del suo impegno politico». «Sono certa - aggiunge - che dovunque sia, Alejandro mi guarda con orgoglio e pensa “Continua così, mamma, non ti arrendere”». E un desiderio prima di andarsene? «Ritrovare i resti di Alejandro, solo allora potrò andarmene in pace. Da quando hanno fatto sparire i nostri ragazzi non ci hanno mai restituito i corpi. Non abbiamo un posto dove andare a posare un fiore o pregare». 


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LA SPERANZA DAL DNA
Le speranze di Taty e le altre Madres sono affidate alle squadre di antropologi forensi che ancora oggi cercano di identificare e rintracciare i figlie e nipoti desaparecidos. Ancora oggi i test del Dna restituiscono alcuni figli sottratti ai genitori legittimi e affidati a famiglie vicine ai militari negli anni neri della dittatura. “Scoperte” che riaprono la ferita di una delle pagine più buie del secondo dopoguerra. 



UNA LEZIONE DI CORAGGIO
Oggi come quarant’anni fa le Madres danno una lezione di speranza e coraggio a tutti. «A chi attraversa momenti bui o pensa di non farcela più, dico: “Se ce l’abbiamo fatta noi, tutti possono andare avanti”», spiega Taty. Come disse lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano «in Argentina le locas di plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale perché si rifiutarono di dimenticare in un momento di amnesia obbligatoria».

Nel 2015, insieme a Massimo Carlotto e Renzo Sicco (Assemblea Teatro, Torino) Taty ha pubblicato “Orfana di figlio. I giovedì della Madres de Plaza de Mayo” per l’editrice torinese Claudiana (collana Calamite, 200 pp, euro 13,90), con prefazione di Erri De Luca e postfazione di Sepúlveda. Scrive De Luca: «Solo le madri sanno essere orfane dei figli. L’Argentina divorò la sua gioventù nel decennio Settanta del secolo che ha sprecato più vite. Una generazione manca, senza neanche la pace di una tomba a riceverla».