mercoledì 18 marzo 2009

Scagionato dopo 27 anni dal test del dna

condannato all'ergastolo per omicidio era innocente

LONDRA - «E' bellissimo essere nuovamente libero, sono estasiato» ha affermato Sean Hodgson, l'uomo accusato dell'omicidio di una ventiduenne, Teresa de Simone, strangolata nella sua auto in un parcheggio di Southampton nel 1979. Hodgson, che soffre di gravi disturbi mentali, era stato condannato all'ergastolo nel 1982 anche perchè si era dichiarato più volte colpevole ma secondo la difesa l'uomo sarebbe un bugiardo cronico e le sue affermazioni sarebbero state false.

In seguito alla richiesta degli avvocati, quindi, il caso è stato riesaminato nello scorso novembre e dopo ventisette anni l'esame dna lo ha scagionato. All'epoca dell'0micidio i test non erano ancora in uso e l'appello presentato dalla commissione per la revisione delle pene non è stato contestato dalla procura in modo da garantire la rapida scarcerazione dell'uomo. Sean Hodgson è una delle persone rimaste più a lungo in una prigione di Sua Maestà a causa di un errore giudiziario

18 marzo 2009

Cani randagi? Li educano i carcerati

Istituto minorile di Treviso: 60 ore di lavoro comune per ammansire gli animali ed educare i detenuti alla pazienza


TREVISO - Sessanta ore per educare i cani randagi a vivere in comunità e insegnare agli «educatori» pazienza e autocontrollo. Sono le linee portanti di un progetto incrociato fra l’Istituto penale per i minorenni di Treviso, il canile sanitario dell’azienda Usl n.9, l’Ente nazionale per la protezione animali (Enpa), la Lega anti vivisezione (Lav), l’Unione italiana sport per tutti (Uisp) e un centro cinofilo privato. Un progetto per stimolare nei giovani le migliori potenzialità educative che una simile convivenza può esprimere.

Da un lato, spiegano i promotori, si tratta di addestrare i cani alle regole base della convivenza che dovranno poi osservare nelle famiglie adottanti. Dall’altro, per i ragazzi, affinare qualità come la pazienza, la tolleranza, l’accettazione delle frustrazioni e l’autocontrollo, ma anche lavorare in gruppo, acquisire capacità organizzative e sperimentare valori quali il rispetto, la lealtà, la solidarietà e l’accettazione dei propri limiti.

Inoltre potrebbe aprirsi la possibilità, per i ragazzi detenuti, una volta espiata la pena, di approfondire le tecniche di addestramento in vista di un eventuale sbocco lavorativo. Il progetto, chiamato «Altro che bastardi», si svolge nelle ore del corso, durante le quali un istruttore cinofilo ed una operatrice Uisp guidano 4 ragazzi del minorile nell’educazione di quattro cani abbandonati ospiti del canile.


17 marzo 2009(ultima modifica: 18 marzo 2009)

Br, Ichino: libertà negata, un euro per ogni giorno

di Luca Fazzo

Milano - Un euro per ogni giorno di libertà negata. La libertà di muoversi in bicicletta, di insegnare liberamente, di vivere come una persona normale. A Pietro Ichino, avvocato, professore universitario e deputato del Pd, questa libertà è stata negata dai brigatisti che progettavano di ucciderlo e che da anni lo costringono a vivere blindato. Nell'aula del processo ai brigatisti parlano stamattina i legali del giuslavorista. Chiedono anche loro, come il pm Ilda Boccassini, che gli uomini delle nuove Br siano condannati. E che debbano risarcire il professore per avere cambiato in modo irrimediabile la sua vita.
“Quanto vale un giorno di ordinaria libertà?”. E' la domanda che i difensori di Pietro Ichino pongono alla Corte d'assise. E' una liberta, spiegano, che non si può quantificare e monetizzare. Nè, d'altronde, esistono precedenti cui fare riferimento. Così, alla fine, il risarcimento che Ichino chiede alla corte è un risarcimento simbolico: un euro al giorno, per ogni giorno in cui il professore è stato costretto a vivere blindato, per colpa dei brigatisti che si erano infiltrati persino nelle sue aule, tra i suoi studenti. dalle gabbie, i “duri” del partito armato assistono in silenzio all'intervento della parte civile. Quando, alcune settimane fa, Ichino era venuto in aula a farsi interrogare, gli imputati erano stati meno calmi, e sul professore erano piovuti insulti carichi di disprezzo. A Ichino - come a Marco Biagi e Massimo D'Antona - i brigatisti contestano le sue proposte di riforma del mercato del lavoro. E' per colpa loro, nella rozza ideologia brigatista, che gli operai perdono il lavoro. Alla fine, però, dalle gabbie chiede la parola Alfredo D'Avanzo, il duro del gruppo. Vuole contestare l'attendiblità di una intercettazione telefonica in cui, secondo l'accusa, i brigatisti si organzzano per imprese di autofinanziamento.
D'Avanzo ammette e rivendica - nel suo linguaggio - le rapine, ma esclude che le nuove Br possano avere trafficato droga. “Non siamo pacifisti, e quello che facciamno lo rivendichiamo. L'esproprio proletario è un attacco alla ricchezza capitalistica. Ma il traffico di droga fa parte di un sistema che noi abbiamo sempre combattuto. Viva la rivoluzione”. Dal pubblico si leva un accenno d'applauso, ma finisce subito. D'Avanzo, comunque, saluta a pugno chiuso.

Stop ai nomi impossibili

18 marzo 2009| Simone Traverso


Gessicah, Kjara, Maicol, perfino Hashjah e Sciantal. O ancora Mahatma e Addison. È boom di nomi stranieri, storpiati, sgrammaticati, a volte ridicoli nel Tigullio. Lo sanno bene alla procura della Repubblica di Chiavari dove, da tre settimane a questa parte sono letteralmente subissati di segnalazioni da parte degli uffici comunali dello Stato civile. Il caso più eclatante è senza dubbio quello di un bimbo appena nato che i genitori volevano a tutti i costi chiamare “Bottom”.

Forse mamma e papà erano affascinati dal nomignolo straniero o volevano regalare al figlio un nome davvero unico. Peccato che in lingua inglese quella parola significhi “fondo”, ma nel linguaggio parlato sia utilizzata per indicare il sedere. il tribunale ha provveduto ad accogliere la richiesta della procura di Chiavari e ha imposto al neonato un altro nome, ben più normale: «Giorgio, se non ricordo male - ammette il procuratore Luigi Carli -I familiari del piccolo, residenti nell’entroterra, probabilmente non sapevano nemmeno che cosa volesse dire quel nome che avevano scelto per il loro figliolo, ma tant’è insistevano.

Pretendevano di chiamarlo Bottom». Lo stesso pm Carli conferma: «Negli ultimi venti giorni ho ricevuto almeno sei segnalazioni da parte degli uffici anagrafici presenti sul territorio di competenza del tribunale di Chiavari». Un vero e proprio boom, testimoniato anche da Mario Lanata, dirigente dello Stato civile di Chiavari: «L’incremento c’è stato, ma le ragioni non le conosciamo. D’altro canto la legge parla chiaro. È il decreto del presidente della Repubblica numero 396 del 2000 a dettare le linee guida in materia di nomi e cognomi. Innanzitutto vi è divieto assoluto di imporre lo stesso nome del padre, di un fratello o di una sorella vivente, ma anche cognomi come nomi o nomi ridicoli o che possano procurare vergogna».

La normativa del 2000, che modifica il Regio Decreto del 1939, nega anche la possibilità di mettere nome “Esposito” ad orfani e trovatelli, perché il comma 3 dell’articolo 34 del Dpr 396 proibisce di imporre «nomi o cognomi che facciano intendere l’origine naturale, o cognomi di importanza storica o appartenenti a famiglie particolarmente conosciute nel luogo in cui l’atto di nascita è formato», per quanto concerne figli di cui non sono conosciuti i genitori. «Per fare un esempio a noi vicino - spiega il procuratore Carli - nella Riviera di Levante non si potrebbe dar nome Giuseppe Garibaldi a un bimbo appena nato».

Si tratta di limitazioni che possono apparire a volte eccessive, ma la realtà con cui devono confrontarsi ogni giorno magistrati e ufficiali giudiziari va oltre le attese: «Ho visto nomi storpiati, tradotti dall’inglese in un italiano sgrammaticato - dice ancora il pm chiavarese - nomi sentiti alla tv, alle soap opera e trascritti senza badare troppo all’uso corretto della lingua. Così sono capitati Gessicah, Maicol. Eppoi Hashjah... c’erano più acca che vocali. La Procura si è opposta, ma non so ancora come andrà a finire. Ad altri che volevano chiamare il figlio Mahatma, grande anima in sanscrito, ho suggerito di ripensarci... in fretta». In effetti a decidere sui nomi contesi è il tribunale.

«Va detto che l’Anagrafe non può “vietare” un nome - spiega ancora Lanata del Comune di Chiavari - Il comma 4 dell’articolo 34 del D.P.R. 396/2000 prevede che, di fronte ad un genitore ostinato, l’ufficiale, dopo aver informato il dichiarante, può trasmettere gli atti al Procuratore della Repubblica che, a sua discrezione, può attivarsi per chiedere una sentenza di rettifica del nome».



L’ultimo caso? Giusto ieri mattina: mamma e papà vogliono imporre al loro figlio un nome che in realtà è un cognome. «Uno dei genitori è straniero - conclude Carli - Probabilmente basterà chiarire alcuni dettagli per risolvere la faccenda. Dire loro che in Italia proprio non si può. La maggior parte delle volte, i genitori finiscono per essere ragionevoli».

LA CHIESA. «Il nome indica la propria identità più profonda e per questo bisognerebbe sceglierlo con attenzione, privilegiando il nome di un Santo o comunque un nome cristiano». Lo dice don Calogero Marino, vicario della Diocesi di Chiavari e parroco di Santa Maria Madre della Chiesa a Lavagna, che di battesimi ne celebra e ne ha celebrato. «Mai rifiutato il battesimo, certo a volte non è facile. Di fronte a certe scelte si rimane un po’ interdetti. Quando non si condivide la decisione dei genitori, si parla con loro, si cerca di comprenderne le ragioni.

Molto dipende dall’educazione che mamma e papà hanno avuto in precedenza, prima della cerimonia di battesimo. D’altronde si battezza il bimbo nella fede dei genitori, ma negare il Sacramento a un neonato... quello mai. Che colpa può avere un piccolo se i genitori scelgono per lui un nome originale?» La mania esterofila denunciata dai Comuni del Tigullio alla procura della Repubblica di Chiavari non allarma la Diocesi: «Non ho avuto la percezione netta di un incremento, accade ciclicamente che le famiglie si appassionino a un nome straniero piuttosto che a quelli della tradizione cristiana. Così si parla con loro, li si convince, magari, ad affiancare al nome straniero, quello di un Santo».

Ad ogni modo, ci sono sempre meno Maria e Giuseppe. Mentre crescono Giorgia, Sofia, Giulia e Davide, Filippo, Alessandro. È il risultato del bilancio anagrafico 2008 dei nati a Rapallo, Chiavari, Sestri Levante, Santa Margherita e Lavagna. A Rapallo, su 229 bebè residenti (119 femmine e 100 maschi), i nomi più gettonati sono Sofia, Beatrice, Giorgia e Martina per le femmine, Alessandro, Jacopo e Lorenzo per i maschi. A Chiavari, su 180 (82 maschi e 98 femmine) nuovi nati: Davide e Sofia sono i nomi più scelti. A Sestri Levante, 119 (57 maschi e 62 femmine) bebé: Filippo, Davide e Andrea i nomi “azzurri” più apprezzati, Martina e Sofia quelli “rosa” preferiti. A Lavagna, su 74 (43 maschi e 31 femmine) neonati, i nomi più ricorrenti sono Filippo, Andrea, Christian, Edoardo, Samuele e Tommaso, Giulia e Caterina. A Santa Margherita, infine, i nuovi nati erano 51: 21 maschi e 30 femmine. Vanno forte Sofia, Alice, Giorgia e Marta, Edoardo, Giacomo e Stefano.

Battisti, slitta ancora la decisione

18 marzo 2009

I difensori chiedono la scarcerazione perché il reato sarebbe prescritto

Il Supremo tribunale federale (Stf) del Brasile ha ancora una volta rinviato l'esame del caso di Cesare Battisti. Lo riferiscono all'Ansa fonti del Tribunale. Il relatore del caso, Cezar Peluso, dovrebbe inviare oggi i documenti sul caso in Italia, e il nostro Paese avrà a sua volta cinque giorni di tempo per un parere sulla nuova richiesta di liberazione dell'ex terrorista avanzata dai legali dello stesso Battisti, dal marzo del 2007 detenuto in un carcere vicino Brasilia.

Lo scorso venerdì, i difensori hanno infatti chiesto il suo rilascio, sostenendo che i crimini per i quali Battisti è stato condannato in Italia sono prescritti dal 13 dicembre 2008, vent'anni dopo la prima decisione della giustizia italiana, termine che secondo la giustizia brasiliana danno appunto luogo alla caduta in prescrizione della condanna.

Una volta che il parere dell'Italia sarà ricevuto da Peluso, questi girerà la richiesta alla procura generale del Brasile, che - ricordano le fonti - non ha a sua volta «alcun termine massimo» di tempo per pronunciarsi.

Castrazione chimica per gli stupratori Benefici carcerari per chi l'accetta"

La Lega propone un emendamento al decreto legge. Il trattamento sarà effettuato su base volontaria. L'opposizione insorge: "Una barbarie. Fini intervenga"


Roma, 18 marzo 2009

Fa discutere l'emendamento al decreto legge sulla sicurezza presentato dalla Lega in materia di stupri. Il Carroccio, infatti, ha proposto che solo ai condannati per violenza sessuale che decidano di sottoporsi volontariamente alla castrazione chimica, attraverso la somministrazione di determinate sostanze, possano essere applicati i benefici carcerari ‘esclusi' dal dl.

Nella proposta si stabilisce che spetta al giudice indicare, in un suo provvedimento, quale sarà la struttura pubblica in cui eseguire il trattamento e quale il metodo da applicare. Con lo stesso provvedimento si stabilisce quale sia l’ufficio di polizia giudiziaria nel quale il soggetto si deve presentare il giorno dopo ogni somministrazione delle sostanze previste. Sarà sempre il magistrato a definire i giorni di presentazione tenendo conto non solo del tipo di trattamento da seguire, ma anche dell’occupazione lavorativa e del posto in cui la persona condannata per stupro vive.

Per chi si sottopone alla castrazione chimica c’è la possibilità di entrare in un programma di recupero psicoterapeutico da parte dell’amministrazione penitenziaria che può avvalersi di centri convenzionati.

''La proposta di modifica - ha spiegato la relatrice del testo Carolina Lussana - prevede che la castrazione chimica possa essere chiesta su base volontaria e ovviamente potra' essere reversibile. Se l'interessato si presterà a questo tipo di trattamento potrà ottenere benefici carcerari''.

Indignata la risposta dell'opposizione che parla di "barbarie" e si appella al presidente della Camera Fini. "O si tratta provocazioni, che dimostrerebbero l’irrispettoso ‘uso’ del Parlamento da parte della maggioranza, oppure dobbiamo preoccuparci seriamente perche’ si vuole tornare ad un barbaro giustizialismo che fa leva sull’emotivita’ popolare, ma che non risolve le problematiche’’, dice la capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti.

"Se sulla giustizia - prosegue - continuiamo in questa direzione non mi stupirei che a breve dalla maggioranza venga proposto un ritorno alla legge del taglione. Nel merito della castrazione chimica - precisa - sono molto meravigliata perché quella norma, già presente nella proposta di legge della Lega sulla violenza sessuale, era stata ampiamente discussa e criticata in commissione tanto da non essere stata riproposta nel testo unificato neanche dalla relatrice Lussana".

"Si tratta comunque di una proposta sbagliata - prosegue - con effetti non sicuri e durevoli dal punto di vista scientifico, che non può in ogni caso essere introdotta attraverso un emendamento ad un decreto legge in quanto incide sulla libertà personali e sul diritto alla salute. Inoltre si tratta di una norma che non garantisce le donne perché non prevede nessun tipo di osservazione specialistica e programmi di effettivo recupero della personalità dei condannati per violenza sessuale’’. ’’Insomma - conclude Ferranti - si tratta di emendamenti barbari che auspichiamo che il presidente Fini dichiari inammissibili".

Isabella Biagini su una panchina

Come una barbona: vivo con 650 euro

 

 

MILANO — Dalla copertina di Playboy ad una desolata panchina. E con addosso una coperta, jeans, scarpe di plastica. Così è stata ritratta da Oggi Isabella Biagini, star della tv e del cinema anni '60 e '70, con quasi 30 film girati in quella che allora sembrava una brillante carriera (Ieri e oggi: guarda la foto).

La donna, oggi 65enne, vive nella sua casa a Roma ma spiega: «Mi sono informata per una casa di riposo, ma con la pensione che ho nessuno è disposto a prendermi. È per questo che ogni tanto prendo su la mia coperta, il mio cane, e vado per strada. Diciamo che mi sto allenando per quella che potrebbe essere la mia vita futura: una vita da barbona».

Una dolorosa confessione quella rilasciata al settimanale, in cui l'attrice parla della sua metamorfosi fisica e morale. Sola, dopo aver perso la madre e la figlia, di 36 anni, ora la Biagini al mondo ha solo il cagnolino che stringe negli scatti.

«La gente dice: guarda com'è ingrassata. Sfido chiunque a non ingrassare quando la sola cosa che puoi permetterti di comprare, con 650 euro di pensione al mese, è un piatto di pasta».

Bologna e i fascicoli spariti Saltano 2.321 processi

Dimenticati in un armadio. La scoperta degli 007 di Alfano

Riguardano udienze a citazione diretta con pena fino a 4 anni: furti, truffe, lesioni colpose, infortuni sul lavoro

Dal nostro inviato  Marco Imarisio




BOLOGNA - Chiamatelo pure l'armadietto della vergogna. Un normale mobile da ufficio a due ante, addossato ad un muro nella cancelleria della Procura di Bologna. Anonimo, probabilmente grigio. A stupire è il contenuto, 2.321 fascicoli di indagine per i quali il Tribunale aveva fissato la data d'inizio del processo. Ma invece di procedere con le citazioni a giudizio, ovvero le notifiche alle parti interessate, quei procedimenti sono stati messi sotto chiave. Ad ingiallire fino al sopraggiungere, nella maggioranza dei casi, della morte naturale, ovvero la prescrizione.

Senza che nessun pubblico ministero sentisse la necessità di chiedere dove fosse andata a finire la sua inchiesta. La somiglianza con l'originale si limita al contenitore. Il vero armadio della vergogna, quello che per quarant'anni nascose i fascicoli sulle stragi naziste in Italia, rivelò una storia di connivenze e volontà politica. Ma nel suo piccolo, anche l'omologo bolognese rappresenta qualcosa. La difficoltà della magistratura a fronteggiare carichi di lavoro crescenti. Oppure, una certa incuria da parte dei titolari di quei procedimenti e dei loro superiori che non può essere spiegata soltanto con le carenze di personale amministrativo e di mezzi. Dipende da come la si guarda. Come al solito, quando si tratta di giustizia.

Quel che colpisce è l'entità dello spreco nascosto dietro a quella cifra. Prendere i 2.321 fascicoli, che riguardano processi a citazione diretta, che prevedono pene fino a quattro anni. C'è di tutto, furti, truffe, ricettazione, appropriazioni indebite, lesioni colpose, infortuni sul lavoro. La gran massa di quello che negli uffici giudiziari viene definito «ordinario », anche se le definizione non è lusinghiera per chi li ha dovuti subire, quei reati. In termini di «fatturato», è più di un decimo delle notizie di reato che si accumulano in un anno. Ogni dieci procedimenti, ne è andato perso uno. Adesso, moltiplicare 2.321 per il lavoro degli investigatori, i soldi spesi per perizie e intercettazioni.

Tutto evaporato, tutto inutile, perché nessuno ha sentito il bisogno di prendere in mano quei fascicoli pronti per il processo. La scoperta avviene alla fine del 2008, nel mezzo di una ispezione ordinaria disposta dal ministero della Giustizia che si è conclusa soltanto a febbraio. La visita è dovuta all'eterno conflitto tra la magistratura inquirente bolognese e quella giudicante. La Procura accusa il Tribunale di lavorare a rilento, addirittura ignorando le richieste sempre più pressanti di fissazione dei processi. Addirittura quantifica il numero dei procedimenti per i quali ha chiuso le indagini e predisposto al citazione a giudizio, senza che venisse mai fissata l'udienza.

Il Tribunale risponde con una parziale ammissione di colpa. Tutto vero, dice. Ma a noi risultano «solo» 8-9000 fascicoli, antecedenti all'anno in corso. Comunque tanti. Degli altri, quelli che mancano per arrivare a quota 11.000, non ne sappiamo nulla. Il mistero dura poco, anche se sul suo scioglimento le versioni divergono. Quella più romanzata prevede la scoperta dell'armadietto da parte degli ispettori ministeriali. In Procura sostengono invece di che si tratti del risultato di una indagine interna, avviata dal procuratore Silverio Piro, reggente dell'ufficio in attesa che il Csm trovi un successore a Enrico De Nicola, andato in pensione nel luglio del 2008.

Comunque sia, 2.321 fascicoli per i quali i processi sono stati fissati, ma nessuno che in Procura abbia messo la firma per farli partire. L'incombenza spetta all'ufficio notifiche, ovvero alla cancelleria. La spiegazione della responsabile è disarmante. Non ce la facciamo, dice, a tenere questi ritmi di lavoro. E quindi ci siamo tenuti i fascicoli nell'armadio.

Il danno, e naturalmente pure la beffa. Perché la scelta di «nascondere» alla vista gli incartamenti nasce dal ritorno sulla retta via del tribunale, che dopo tanti solleciti della procura, e un nuovo presidente, dall'inizio del 2008 ha cominciato a dedicarsi maggiormente al processo penale, cercando di «smaltire» il più possibile l'arretrato. Il nuovo e più virtuoso corso avrebbe però prodotto un curioso effetto collaterale, il crollo dell'ufficio udienze. Dopo la scoperta, la responsabilità delle notifiche è tornata di competenza dei pubblici ministeri. «A causa della delicatezza della questione», Piro sceglie di non commentare, limitandosi a sottolineare come con il tribunale «vi sia un clima di ritrovata armonia ».

Le scuse ci sarebbero anche, i tagli alla giustizia, eccetera. E queste cose succedono anche altrove. Mai però con questi numeri, che lasciano lo spazio a parecchie domande. Per quale ragione si è scelto di delegare la gestione delle notifiche dei procedimenti «ordinari» alla cancelleria? Possibile che nessun magistrato abbia mai chiesto conto della sorte dei suoi fascicoli? E infine, perché da parte dei vertici della procura non è stato fatto alcun controllo? Gli ispettori del ministero hanno sentito il bisogno di un supplemento di indagine, sottolineando come il caso bolognese sia «abnorme». Vergogna forse no, ma le belle figure sono decisamente un'altra cosa.

Nostalgia canaglia: e ora "l’Unità" rimpiange anche il vecchio Msi

di Michele Brambilla


I bei fascisti d’antan, che ormai anche gli ex missini si guardano bene dal tirar fuori dal proprio mausoleo, sono stati rimpianti ieri nientemeno che da l’Unità, che all’imminente scioglimento di Alleanza Nazionale ha dedicato quattro pagine, con una fotona in prima titolata «Ultime fiamme».

Tra poco infatti gli eredi del Msi, che a loro volta sono gli eredi di Salò, confluiranno nel Popolo della Libertà e all’Unità non nascondono la nostalgia canaglia. «Dal partito della fiamma al partito del predellino», comincia l’articolo di Oreste Pivetta, che così prosegue: «Visto a che punto siamo arrivati, viene da rimpiangere gli anni in cui nacque il primo, il partito di Almirante, di Romualdi, di Michelini, di Servello, di De Marsanich, di Nencioni».

A noi pareva di ricordare che tutti costoro, a sinistra, piacevano di più a testa in giù. E Pivetta con onestà lo riconosce, scrive che «noi, figli della sinistra ortodossa, guardavamo con orrore» a certa gente, però insomma, noi compagni eravamo «comunque forti della consapevolezza che, siccome inneggiare al fascio era considerato apologia di reato, il partito fascista sarebbe stato di per sé, per titolazione stessa, passibile di cancellazione per via costituzionale, salvo poi frenare chiedendosi dove sarebbero finiti i “neri”».

Adesso, invece. Adesso l’Unità scrive che siamo qui a «ritrovarci, sessantatré anni dopo la nascita del Movimento sociale italiano (che qualcuno traduceva in Mussolini sempre immortale) a chiedere la grazia all’erede di Almirante, e ora presidente della Camera, di dare una mano in difesa della Costituzione».

Erano belli, i tempi del manganello e del doppiopetto. I tempi in cui «Roma accolse l’onorevole Giorgio Almirante quando si presentò a Botteghe Oscure nel giugno del 1984», ricorda Pivetta. «Da poco era stata allestita la camera ardente per Enrico Berlinguer e il settantenne capo dei neofascisti italiani, esponente della repubblichina di Salò, Almirante il fucilatore, rese omaggio al grande, amato, indimenticabile capo dei comunisti italiani». C’era anche Giancarlo Pajetta, il partigiano “Nullo”, all’ingresso della camera ardente, e l’Unità rammenta che «l’incontro tra Pajetta e Almirante fu rispettoso».

Altri uomini, altra destra. Mica come quella di oggi. E poveri ex missini. Alleanza Nazionale, scrive il giornale fondato da Gramsci e quasi affondato da Soru, è ahimè «costretta all’angolo dalla voracità compulsiva di Berlusconi». Pivetta, angosciato, ha dentro una domanda che non gli dà pace: «Mi sono sempre chiesto come alcune persone (lo stesso Fini), forti di una cultura politica poco condivisibile ma indiscutibile, potessero ritrovarsi con Berlusconi, onnivoro per gli interessi suoi, del tutto estraneo all’abc della politica».

E così. Sono passati quarantanove anni dalla battaglia di Genova, scoppiata per l’indignazione di fronte alla pretesa del Msi di tenere in città il proprio congresso. Quaranta dalla strage di piazza Fontana e trentacinque da quelle dell’Italicus e di piazza della Loggia, tutte «stragi fasciste», e l’Unità di allora invocava lo scioglimento del Msi.

Una trentina dagli anni di piombo e dalla conventio ad excludendum. Solo una quindicina dal grido d’allarme per la presenza di Gianfranco Fini e Alessandra Mussolini ai ballottaggi per l’elezione a sindaco di Roma e di Napoli. Anche allora i fascisti non dovevano parlare. Ora l’Unità pubblica un’ampia intervista a donna Assunta Almirante a sostegno della tesi che si stava meglio quando si stava peggio.

Tipica della cultura di destra, la sindrome del nostalgismo sembra aver contagiato, ormai da un pezzo, quel che resta della sinistra. Prima dei missini erano stati rimpianti a più riprese i vecchi democristiani: quelli sì che avevano radici popolari, quelli sì che avevano un senso dello Stato, quelli sì che sapevano tenere a freno le ingerenze del clero. La rivalutazione di Almirante segue di pochi anni quelle di Moro e Fanfani, di Piccoli e perfino di Andreotti, di Zaccagnini e perfino di Forlani.

Tutta gente che per anni è stata dipinta come un branco di ladri, di servi della Chiesa e dell’America, di complici dei mafiosi, di registi della strategia della tensione, di burattinai di servizi segreti deviati.
Si potrebbe pensare che in fondo è quel classico, umanissimo rimpianto del passato che poi è il rimpianto della giovinezza perduta: lo stesso irrefrenabile moto dell’animo che ci porta a chiudere gli occhi e sognare la bicicletta senza cambio, la tv in bianco e nero, la gazzosa con la pallina di vetro, gli immangiabili bastoncini di liquirizia, le interurbane con i gettoni telefonici.

E invece no, invece è l’eterna strategia della demonizzazione dell’avversario del momento, che non solo fa sempre schifo ma è sempre peggiore del precedente. Basterà pazientare qualche decennio per leggere su l’Unità, o su quel che le succederà, un editoriale intitolato «I bei tempi del conflitto di interesse», e un’articolessa su quanto era meglio Berlusconi che in fondo non rubava perché era ricco di suo e poi dava posti di lavoro. Ci sarà, allora, un nuovo mostro da abbattere, un nuovo pericolo per la democrazia.

E si scriverà che nel 2009 sì che c’era un governo «forte di una cultura politica poco condivisibile ma indiscutibile», con la Carfagna che comunque aveva fatto la legge sullo stalking, Bondi che sapeva scrivere poesie, Calderoli che almeno una laurea ce l’aveva, Bossi che in fondo era un figlio del popolo, Frattini che non aveva mai un capello fuori posto, Tremonti che s’era inventato la social card.

Quanto a Maroni sì, aveva detto che bisognava essere cattivi con i clandestini: ma con i terroni era comprensivo. Può darsi che perfino a Gasparri e Cicchitto troveranno qualche virtù. Così scriveranno, un giorno. Ma noi non ci saremo.

Precedente Galimberti e la filosofia del riciclo

di Redazione

La mania del copia incolla non sembra limitarsi all’ambito filosofico. Anche Roberto Saviano, autore di Gomorra sembra aver deciso di prendere lezioni dal professor Umberto Galimberti, «pizzicato» dal Giornale in uno dei più clamorosi casi di clonazione editoriale multipla degli ultimi anni. Il caso che ha coinvolto il filosofo di Repubblica è partito il 17 aprile del 2008 quando il nostro quotidiano ha rivelato, con un attento confronto testuale svolto dallo studioso Roberto Farneti, che alcune pagine del Saggio L’ospite inquietante, con cui il docente di Ca’ Foscari è rimasto nelle classifiche di vendita della saggistica per molti mesi, erano state copiate dal libro della professoressa Giulia Sissa, Il piacere e il male. L’«incidente», ossia il riciclo di frasi di Giulia Sissa, senza virgolette e senza note, è stato riconosciuto dallo stesso Galimberti pochi giorni dopo. In un intervista rilasciata a un nostro cronista ammetteva: «In quelle pagine ho rielaborato una recensione del 23 aprile 1999... Mi piacevano le frasi della Sissa, le ho rielaborate, e poi a dieci anni di distanza non mi ricordavo più cosa fosse suo e cosa mio...».
Caso chiuso? No per niente, perché si trattava tutt’altro che di un incidente isolato. A pochi giorni di distanza il Giornale ha scoperto che, questa volta in un articolo di Repubblica, il professor Galimberti aveva «clonato» alcune pagine di un libro della studiosa Alida Cresti (Nell’immaginario cromatico). In questo caso era addirittura intervenuto, con un’ordinanza, il tribunale civile di Roma, in data 30/5/2006 dichiarando che «il Galimberti nel proprio articolo ha riprodotto pedissequamente interi brani del libro della Cresti...». Ma nemmeno questa scoperta ha chiuso la vicenda, il filosofo Salvatore Natoli ha denunciato ad Avvenire di aver subito una serie di altre «clonazioni» documentabili. Dopo queste nuove scoperte il professor Galimberti si è chiuso in uno sconcertante silenzio da cui non è più uscito. Nemmeno quando il 6 giugno il professor Guido Zingari ha raccontato al Giornale come anni prima (1986) Galimberti avesse saccheggiato il suo saggio Heidegger. I sentieri dell’essere utilizzandolo per il suo Invito al pensiero di Heidegger. A un ulteriore controllo è poi risultato che due dei testi che contenevano brani saccheggiati a Zingari e a Natoli erano stati presentati da Galimberti per il suo concorso da professore ordinario di filosofia. Secondo il rettore di Ca’ Foscari «in un caso del genere deve intervenire il ministero per la creazione di un giurì su richiesta di un cattedratico... Non può agire l’Università». E lì il caso Galimberti si è «ufficialmente» chiuso (escludendo il fatto che in un articolo del 6 luglio Il Giornale denunciava, inascoltato, altre numerose clonazioni...).

Roberto mi ha saccheggiato e pensare che eravamo amici»

di Redazione


Simone Di Meo, perché ha citato per danni Roberto Saviano?
«Se colleghi e avvocati napoletani sfottono chiamandomi “il Saviano dei poveri” ci sarà un perché».

Si spieghi meglio.
«La causa per plagio, chiamiamola così, si sviluppa su due livelli. Il primo è la mancata citazione, nel libro, di alcune parti di miei articoli che sono state letteralmente saccheggiate e riproposte senza alcuna variazione. Una sorta di copia-incolla di pezzi miei e di altri cronisti. In altri casi non c’è la traslazione integrale, ma Saviano ci gira intorno, usa spesso termini e riferimenti precedentemente utilizzati dal sottoscritto. Gli esempi sono numerosi».

E il secondo livello del (presunto) plagio?
«Ci sono notizie che sono state da me pubblicate su Cronache durante la faida di Secondigliano che sono diventate parti integranti della narrazione di Gomorra senza, anche qui, alcun riferimento alle fonti. Cioè a me. Di questi passaggi non esiste traccia in atti giudiziari, in agenzie di stampa o in reportage giornalistici».

Non le sembra di esagerare? Saviano di fonti importanti ha sempre detto di averne consultate tante...
«Sul capitolo di Secondigliano, Roberto ha preso tanta roba da me ed ha attinto a piene mani dal mio immenso archivio. Un giorno venne in redazione per intervistarmi, era ancora un free lance. Parlammo tantissimo, gli diedi casse di materiale, ci sentimmo anche dopo, al telefono e via mail. Lo aiutai sempre. Dopodiché scomparve non appena Gomorra andò in stampa. Non lessi subito il libro ma quando alcuni avvocati e diversi colleghi iniziarono a parlare di scopiazzature palesi di articoli a mia firma, allora lo acquistai. Ben scritto, indubbiamente. Un prodotto di marketing più che culturale. Di inedito, però, aveva davvero poco, e non solo perché riportava i contenuti di cronache locali. Leggendo quanto riportavano persone che frequentano il suo blog ho saputo che lui non mi avrebbe citato per il mio bene, non voleva che passassi per un cronista che utilizzava informazioni pericolose. Per non dire poi della sua presenza all’udienza del boss Di Lauro».

A che cosa si riferisce?
«A un certo punto lui descrive, minuziosamente, alcuni atteggiamenti tenuti dal boss durante il processo. Ma Saviano non c’era, lo sanno tutti che non era in aula. Però dopo che gli ho raccontato le fasi salienti dello show in aula, lui se ne è appropriato e l’ha raccontata come fosse un’esperienza vissuta in prima persona. Niente di male a riportare le notizie. Ma che almeno dicesse da dove provengono. C’è ad esempio un sito casertano che riportava una certa cosa e lui, rimasticandola un po’, l’ha riproposta. Poi, dalla 20ª ristampa in poi è misteriosamente scomparsa...».

Poi lei è corso a citarlo per danni.
«I miei avvocati hanno scritto alla Mondadori che almeno dall’undicesima ristampa ha disposto l’inserimento del mio nome in un passaggio obiettivamente scandaloso. Abbiamo insistito per avere lo stesso trattamento in molti altri passaggi del libro, ma non siamo stati accontentati. Per la casa editrice erano fonti personali dell’autore. Ecco il perché della causa»
.
Nel suo libro Saviano cita spesso le fonti. Tutte tranne lei. Perché?
«Forse perché appartenevo a uno di quei piccoli giornali, tra il Napoletano e il Casertano, considerati erroneamente proprio da Saviano un’emanazione editoriale dei clan. Quindi prendere le notizie da un sedicente dipendente della camorra e riportarle in un libro anticamorra, non sarebbe stata un gran furbata».

Non è che lei è solo geloso del successo di Roberto Saviano?
«Geloso io? Iatavenne»

GMC

Un giornalista: Gomorra è copiato dai miei articoli

di Gian Marco Chiocci

Napoli - Lui è Roberto Saviano. L’altro si chiama Simone Di Meo. Il primo ha sbancato con Gomorra, il secondo è rimasto un free lance dopo l’esperienza a Cronache di Napoli. Saviano è diventato una star, Di Meo è rimasto un giornalista di nera. In apparenza hanno in comune solo una cosa: la camorra. In realtà uno (Di Meo) accusa l’altro (Saviano) d’averlo turlupinato, fingendosi amico e copiando i suoi articoli sui clan senza nemmeno degnarsi di una citazione a pie’ di pagina. Per questo il cronista ha prima riempito di richieste di rettifiche la casa editrice di Gomorra (Mondadori) eppoi è passato alle vie di fatto citando per danni l’autore del best seller: 500mila euro.
Di Meo ha già imputato a Saviano, sulle pagine del «Roma», di aver preso pezzi di suoi articoli sulla faida di Secondigliano e sul clan Di Lauro, di averli riportati pari pari nel libro (oppure di averli riassunti e rielaborati) omettendo di citare la fonte. In più lo accusa di aver appreso direttamente da lui notizie poi confluite nel libro (indiscrezioni giudiziarie, atti investigativi e processuali) come fossero farina del suo sacco. Persone vicine a Saviano precisano che non esiste alcun plagio e che per il libro lo scrittore ha attinto da fonti pubbliche, desumibili anche da giornali, e da fonti compulsate direttamente. La casa editrice, nello scambio epistolare con i legali di Di Meo, ha ripetutamente negato «ogni indebita appropriazione da parte di Saviano» limitandosi ad accettare «la circostanza concretatasi in un’omissione della fonte in occasione di una riproduzione testuale di un articolo».
Nella causa intentata contro Saviano, Di Meo osserva nero su bianco: «Non ci sono parole per esprimere la grande sorpresa avuta nel leggere il contenuto del libro: tutto ciò che avevo scritto per il giornale circa determinati argomenti, tutto ciò che avevo raccontato confidenzialmente, in totale buona fede ed in modo del tutto ignaro dai reali propositi del giovane free lance (quale era all’epoca Saviano, ndr)» a Saviano «era stato lievemente manipolato e, in alcuni casi, trasposto integralmente senza citare la fonte, per dar vita a un libro che da molti veniva salutato come un lavoro inedito». Svariati passaggi del libro, a detta di Di Meo e di altri cronisti napoletani citati, «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi (...) sostenendo di essere stato presente a eventi o circostanze che giammai lo hanno visto presente», come nella prima uscita processuale del boss Paolo Di Lauro.
In particolare negli atti depositati al processo di Napoli, Di Meo cita un passaggio di un suo articolo del 17 dicembre 2005 riguardante il boss Raffaele Amato, riportato pari pari nel libro da Saviano: «... quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese che si faceva aiutare per concludere gli affari di un interprete, il nipote di un ministro di Tirana». Nel libro si parla del boss che «godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali» mentre nell’articolo si scriveva sempre del boss e del «credito illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali». Oppure. «Il clan di Lauro - si legge nell’edizione 2006 di Gomorra - è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata, il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda multilevel». Un articolo sul clan del 2005 lo ricalca così: «La struttura organizzativa del clan di Lauro sembra copiata dai management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio multilevel». E ancora. A proposito del rinvenimento del corpo di Giulio Ruggiero subito dopo l’arresto del boss Cosimo Di Lauro, si leggeva nell’articolo di Cronache: «Poi la macabra esecuzione della decapitazione, eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai». Invece Gomorra: «Non il colpo netto dell’accetta ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature». E via discorrendo. Frasi più o meno simili, forse copiate o forse no. Passaggi interi in cui, dopo più solleciti, «la fonte viene finalmente citata all’undicesima ristampa» allorché si affronta il capitolo dei «quattro punti» del patto di sangue tra gli Spagnoli e i Di Lauro. Questo ed altro c’è nel processo sul presunto plagio di Saviano. Per saperne di più l’appuntamento è alla prossima udienza, 7 luglio, ore 9, tribunale di Napoli.

Firenze: bimbi down usati per avere voti

di Cristiano Gatti


Sui muri di Firenze è appesa la bellissima faccia di un ragazzo italiano, sorridente e sereno, per niente segnato dalla gnagnera depressiva che ultimamente ha listato a lutto i volti degli altri italiani, soprattutto di quelli che vivono la crisi solo per sentito dire. Questo simpaticissimo ragazzo italiano, contento nonostante la congiuntura pessima, si chiama Edoardo.

Il suo ritratto, oltre a trasmettere tenerezza, dice che è down. In questo caso, fa da testimonial per una campagna pubblicitaria molto particolare. Non è la solita idea strizzabudella di Oliviero Toscani: è un’affissione elettorale di Matteo Renzi, candidato sindaco. Lo slogan, pure quello, induce all’ottimismo: «È primavera, Firenze». Come a Praga, nel 1968, prima dei carrarmati russi.

Eviterei fermamente la prima considerazione che si alzerà subito dall’altra sponda, del tipo «cosa diremmo se fosse Silvio a usare i ragazzi down per la campagna elettorale?». Anche se conosciamo la risposta, proviamo a spingerci oltre, concedendo a Renzi la buona fede (l’idea che cinicamente usi l’handicap per un bieco calcolo di percentuali alle urne lo inchioderebbe, lui credente, al più implacabile dei giudizi).

Diamogliela per buona, allora: vuole davvero che Edoardo, il bellissimo ragazzo down, sia in primo piano nel suo programma di sindaco, com’è in primo piano nel manifesto. Però la sensazione non cambia: comunque, quel manifesto trasmette qualcosa di fastidioso e di sgradevole. La colpa, probabilmente, è della politica in senso lato, così come ormai è vissuta in periferia: abituata a buttare dentro di tutto e a tritare tutto, dagli anziani alle donne, dai bambini agli immigrati, come in un grande Girmi, non consente neppure stavolta di apprezzare candidamente l’arruolamento pubblicitario di Edoardo.

Eppure, i tempi sono quelli che sono: Matteo Renzi, senza avere ancora combinato niente di memorabile, può già permettersi questo ed altro. Il candidato sindaco è solo l’ultimo rampollo di quella intramontabile epopea italiana tristemente nota come «nuovo che avanza». Anche lui, puntualissimo: è la novità che ribalta tutti gli schemi. Per una certa Italia, ansiosamente in attesa dell’Obama bianco, Renzi è già capace di aprire il Mar Rosso e camminarci dentro con il suo popolo. E se solo gli capitano fra le mani due pani e due pesci...

Con queste credenziali, con questo carisma preventivo, anche l’idea del ragazzo down passerà per geniale. Renzi forever. Come Soru: profilo messianico e capacità taumaturgiche, era il Mosè pronto a riportare la sinistra al suo posto di stirpe eletta. Visto com’è finito, l’hanno già rimosso e dimenticato. Adesso tocca a Renzi. E lui, che per definizione sta in odore di santità, dunque fa solo cose buone e giuste, si gioca la briscola di Edoardo.

Unico a poterselo permettere. Nessun altro, oggigiorno, in Italia, potrebbe anche solo pensare di utilizzare il ragazzo down per la campagna elettorale. Sarebbe subito chiamato a rispondere davanti al sommo tribunale del moralismo. In questo senso, per semplificare, può tornare utile la domanda più elementare: se l’avessero azzardato la Moratti o Formigoni, Alemanno o il famigerato Scapagnini, che avremmo detto, tutti quanti?

Poi ci si capisce: volesse davvero il cielo che la politica finalmente si occupasse in modo serio, convinto, realista, degli handicappati. Troppe volte questi italiani sono serviti a cesellare bellissimi discorsi programmatici, come cavalli di Troia per entrare nella pietà e nelle emozioni degli elettori, salvo diventare poi l’ultima marginalità di qualunque gestione politica. Gli anni passano, l’umanità progredisce, le conquiste si accumulano, ma ancora oggi il ragazzo handicappato resta quello che era trenta, cinquanta, cent’anni fa: un enorme problema, benché vissuto con l’amore più sconfinato, per la sua famiglia.

Cara grazia quando si trova un Comune sensibile, un’assistente sociale di buonsenso, un insegnante di sostegno generoso e leale. Ma è solo una questione di pura fortuna. Il più delle volte, ancora oggi, la lotteria infligge umiliazioni, sconfitte, vergogne. Cioè nuovo dolore, dove di dolore ce n’è già abbastanza.

Il sindaco Renzi, se mai sarà sindaco, avrebbe il dovere, lui come tutti gli altri amministratori pubblici, di fare molto per gli Edoardo d’Italia. Prima di metterli sul manifesto, dovrebbe metterli al centro delle decisioni quotidiane. Perché Edoardo e tutti gli altri Edoardi possano vivere una vita davvero degna, dignitosa, rispettata. Il sogno?

Il sogno sarebbe che dopo cinque anni di legislatura – dopo, non prima –, in un qualunque Comune d’Italia, comparisse improvvisamente un manifesto senza simbolo di partito, con un Edoardo che sorride. Un manifesto questa volta firmato dai genitori, non da un candidato. Sì, una bella faccia di Edoardo, un grande sorriso sincero, e due parole che non c’entrano più niente con gli slogan. Due parole semplici, che valgono più di qualunque marketing elettorale: «Grazie, sindaco».

Csm, Mancino chiude a De Magistris: "Chi si candida non torni magistrato"

di Redazione


Roma - "A mio avviso è preferibile che sia stabilito il divieto di rietrare nell’ordine giudiziario e sia garantita, a domanda, la mobilità nella pubblica amministrazione nella funzione e nel ruolo pressapoco corrispondenti a quelli di provenienza". È quanto ha affermato il vice presidente del Csm, Nicola Mancino, durante la discussione in plenum sull’aspettativa richiesta da De Magistris per candidarsi alle europee con l’Italia dei Valori.

Necessario disciplinare la materia "L’esigenza che esprimo - ha detto Mancino, che si è espresso a favore del collocamento in aspettativa dell’ex pm  - è che sia disciplinata l’ipotesi del parlamentare che vuole tornare a fare il magistrato". Con la mobilità nella pubblica amministrazione, invece secondo Mancino, "la pubblica amministrazione recupera un patrimonio di esperienze e di professionalità e la magistratura perde un giudice divenuto parte".

martedì 17 marzo 2009

Fanulloni / Blitz nel napoletano Arrestati 36 statali assenteisti "In un mese 40mila euro di danni"

FANNULLONI / BLITZ NEL NAPOLETANO

Napoli, 17 marzo 2009 - Blitz all'alba della squadra Mobile e della Digos di Napoli, che hanno dato esecuzione a 36 ordinanze di custodia cautelare per assenteismo. I provvedimenti - nei confronti di altrettanti dipendenti del comune partenopeo - sono stati emessi su richiesta della sezione reati contro la Pubblica Amministrazione della procura della Repubblica di Napoli.

A tutti e’ stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari. L’operazione anti assenteismo della Polizia, denominata ‘free badgè si basa su indagini iniziate nel 2007 che ha coinvolto dipendenti del Comune di Portici in servizio presso la sezione elettorale, quella matrimoni, l’anagrafe, lo stato civile, l’immigrazione, l’ufficio relazioni con il pubblico, l’ufficio tributi, l’ufficio per le carte d’identità, l’ufficio leva

A incastrare i dipendenti pubblici assenteisti è stata una telecamera sistemata sul retro della macchinetta marcatempo: si è scoperto così che i dipendenti arrestati erano soliti farsi marcare il badge da altri  all’entrata o all’uscita dall’orario di lavoro.

In un solo mese di indagini, perchè l’inchiesta della Procura di Napoli è stata limitata nel tempo, il danno accertato dai magistrati per il Comune di Portici è stato stimato in 40mila euro. I 58 dipendenti indagati, nei quali sono ricompresi i 36 arrestati, lavoravano tutti negli uffici distaccati dell’amministrazione in traversa Melloni, dove complessivamente sono impiegati 70 lavoratori.

Due le telecamere che li hanno ripresi mentre si allontanavano dal posto di lavoro o vi rientravano senza aver timbrato il cartellino con le buste della spesa. Alcuni si segnavano anche ore di straordinario. Ora sono accusati di falso e truffa ai danni del Comune.

Choc nel liceo scientifico di Gallarate Berlusconi come Hitler e Stalin

"LA FATTORIA DEGLI ANIMALI"


Studenti e professori del liceo scientifico di Gallarate hanno assistito alla rappresentazione teatrale. Nell'ultima scena insieme con Hitler e Stalin appare anche la foto del presidente del Consiglio

Milano, 17 marzo 2009 - Articolo di Gabriele Villa per il Giornale 


Capita. A volte capita. Si va a teatro, nel caso specifico il Teatro delle Arti di Gallarate, convinti di assistere a un determinato spettacolo e poi si torna a casa delusi, amareggiati e persino discretamente furiosi per aver visto tutt'altro. Per essere stati raggirati. Capita, anche se non dovrebbe capitare, ma è capitato, che la mattina del 9 Marzo, 350 tra studenti e professori del liceo scientifico Leonardo da Vinci si presentino accompagnati dal solito festoso chiacchiericcio che nasce dalle occasioni che regalano la possibilità di star fuori dai banchi, per assistere ad "Animal Farm". Che poi sarebbe la celebre "La Fattoria degli animali" di George Orwell, azzeccata allegoria satirica del totalitarismo sovietico ai tempi di Stalin, proposta in lingua originale dalla compagnia Palkettostage della vicina Busto Arsizio.

Un'ottima opportunità didattica, almeno così veniva annunciata, non solo per approfondire la conoscenza della lingua inglese ma anche per offrire ai ragazzi un quadro realistico delle sciagurate conseguenze che i regimi dittatoriali si sono sempre e puntualmente portati appresso ogni qualvolta hanno attraversato il mondo. Così, giusto per ribadire il concetto, quando la rappresentazione finisce vengono proiettate in successione, con la tecnica della dissolvenza, le immagini di molti loschi figuri: da Stalin a Hitler, da Saddam Hussein a Silvio Berlusconi. Sì avete letto bene. Anche l'immagine del nostro presidente del Consiglio finisce in coda a quella pessima compagnia messa lì, chissà come e perché, dall'altra strana compagnia, quella teatrale.

Mentre i ragazzi sciamano dalle Arti, qualcuno indifferente annoiato e qualcun altro un po' basito da quell'epilogo surreale, arrivato giusto prima che il sipario calasse, cominciano i primi rumors. E non appena gli studenti rientrano a casa e raccontano arrivano anche le prime telefonate alla preside del Leonardo da Vinci, la professoressa Luisella Macchi, colta lei per prima in contropiede. E quindi notevolmente inferocita. I rumors aumentano e ci mettono un niente a compiere quei cinque chilometri che separano Gallarate da Busto Arsizio e ad arrivare sul palcoscenico della Palkettostage.

Che a sua volta ci mette un niente a far recapitare già il giorno dopo ad ogni singolo studente-spettatore di quell'opera così maldestramente deragliata nel finale, una lettera di scuse. Lettera che il signor Paolo Borlin, genitore di uno studente di quarta scientifico ci ha voluto cortesemente girare. Nella lettera la direzione di Palkettostage sostiene "che un'immediata indagine interna ha portato ad appurare che la proiezione di quella diapositiva è stata frutto di un'azione estemporanea di un dipendente assunto da poco e addetto alle luci e alla messa in onda delle immagini".

"Un dipendente contro il quale verranno prese le opportune misure disciplinari perché con il suo comportamento ha infangato l'immagine la passione di chi come noi svolge il proprio lavoro con onestà intellettuale". È un discorso di immagini, insomma. Sbagliate da qualunque parte le si guardino. E pare francamente improbabile, come sostiene il signor Borlin in una lettera che ha indirizzato a sua volta ad altri genitori e alla direzione scolastica "che proprio l'immagine del presidente del Consiglio sia uscita dal proiettore in modo estemporaneo". Al contrario quella d'infilarla furbescamente con veloce effetto dissolvenza, in modo subliminale, tra le immagini di dittatori.

Caro vecchio dialetto Lumbard In 800 mila lo usano abitualmente

TRADIZIONE


In Lombardia quasi uno su dieci non parla abitualmente italiano in famiglia ma dialetto: si tratta di circa 800mila persone. Più di uno su cinque, invece, usa sia italiano che dialetto con gli amici e in casa

Milano, 17 marzo 2009

In Lombardia quasi uno su dieci non parla abitualmente italiano in famiglia ma dialetto: si tratta di quasi 800mila persone. Più di uno su cinque usa invece sia italiano che dialetto con gli amici e in casa, rispettivamente il 25% e il 26,6%. E mentre rispetto al 2000 si registra in generale una lieve flessione nell’uso del dialetto, sono sempre di più quelli che parlano sia italiano che dialetto con gli estranei (+4%), pari a oltre un milione di lombardi.

Rispetto alla media nazionale in Lombardia è comunque sempre più alta la percentuale di chi parla solo o prevalentemente italiano, sia con gli estranei (83,5% contro il 72,8% nazionale) che con gli amici (62,7% contro il 48,9%), che in famiglia (57,6% contro il 45,5%). Emerge da una stima della Camera di commercio di Milano su dati Istat a gennaio 2008 e sui rapporti Istat “La lingua italiana, i dialetti e le lingue straniere”, anni 2006-2000.

Sono oltre 327 mila le ditte in Italia con titolare nato in Lombardia. Circa il 90% resta sul territorio regionale: uno su quattro a Milano, più di uno su sette a Brescia e uno su otto a Bergamo. Il restante 10% si concentra soprattutto in regioni come Emilia Romagna, Piemonte e Veneto, secondo quanto emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano su dati registro imprese al 2008.

De Magistris si candida con Di Pietro

L'ex pm di Catanzaro correrà come indipendente nella lista dell'Italia dei Valori alle Europee

Chiesta l'aspettativa, la risposta del Csm attesa per mercoledì

ROMA - L'ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, sceglie la politica: correrà per le prossime elezioni europee con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. «Lo farò come indipendente, insieme ad altri esponenti della società civile», dice il magistrato che ha chiesto oggi al Csm l'aspettativa per potersi candidare. Il via libera potrebbe arrivare a stretto giro di posta, probabilmente già nella giornata di mercoledì, dal plenum del Csm.

IL TRASFERIMENTO - De Magistris, che era stato trasferito d'ufficio e dalle sue funzioni di pm (per cui aveva condotto tra le altre anche l'inchiesta «Poseidon» e l'inchiesta «Why Not») dalla sezione disciplinare del Csm e che ora fa il giudice a Napoli, ha consegnato personalmente la sua domanda a Palazzo dei Marescialli. Domanda su cui deve pronunciarsi in prima istanza la Quarta Commissione. Voci su una sua candidatura alle europee circolavano da tempo.

DAL BLOG DI DI PIETRO - «La prima cosa in questo momento importante per la mia storia personale e professionale è la ragione per la quale ho scelto di impegnarmi in politica, la politica con la P maiuscola». Così De Magistris motiva la sua decisione sul sito Antonio Di Pietro: «Lascio un lavoro al quale ho dedicato quindici anni della mia vita e che è stato il mio sogno, come ha detto qualcuno, la missione di questi anni. Ritengo che non mi sia stato consentito di esercitare le funzioni che amavo, in particolare quella di Pubblico Ministero, che mi consentivano di investigare, di accertare i fatti, di fare quello che ho sempre sognato nella mia vita. Sono stato in qualche modo ostacolato in questa attività che non mi è più possibile esercitare da alcuni mesi. Quello che ancora mi inquieta di più, in questo momento storico, è l'attività di delegittimazione, di ostacolo e di attacco nei miei confronti e della mia professione, e nei confronti di tutti coloro che hanno cercato, in questi mesi, in queste settimane, e in questi anni di accertare i fatti». E poi conclude: «Sono contento del progetto che mi è stato proposto da Antonio Di Pietro e dall'Italia dei Valori e dell'impegno richiestomi dalla società civile. E' l'impegno della società civile che entra in politica e che, quindi, vuole fare qualcosa di concreto. Un progetto che vorrà mettere le prime fondamenta, le prime basi nelle elezioni europee, ma che di certo punta ad una nuova politica in Italia».

17 marzo 2009

A Torre del Greco c'è anche l'Ici sui loculi

La giunta di centrodestra ha deciso di far pagare un canone annuo di 15 euro per ogni nicchia del cimitero

NAPOLI - A Torre del Greco è stata già ribattezzata come la «tassa sui morti», i più gentili la chiamano invece «l'Ici sui loculi». Gli appellativi non certo lusinghieri la dicono tutta sulla popolarità del provvedimento con cui la giunta di centrodestra di Torre del Greco ha deciso di far pagare un canone annuo di 15 euro per ogni nicchia del cimitero comunale. La cifra scende a 10 euro per la custodia delle spoglie nei box comuni, ma la tariffa in questo caso è mensile e va applicata anche per le frazioni di soggiorno. La delibera che ha dato il via libera alla cosiddetta «Ici sui loculi» è stata approvata dal Comune di Torre del Greco agli inizi di marzo e sta ora scatenando il putiferio in città. L'amministrazione, è la giustificazione, prova a far quadrare i conti dell'ente locale, anche a costo di scelte tanto impopolari. Ciro Borriello, il sindaco di Torre del Greco, ai taccuini del quotidiano «Metropolis» che ha evidenziato il balzello, ha subito tenuto a precisare che la «tassa sui morti» non è proprio una sua idea. «Non è una tassa che ho inventato io», ha detto il primo cittadino, spiegando che semmai lui si è limitato «a rispolverare una legge mai applicata a Torre del Greco».

Medico chirurgo, ex deputato di Forza italia, Ciro Borriello era già considerato una sorta di sindaco-sceriffo in città. Inflessibile nella lotta ai fuorilegge, famosa la sua battaglia contro i guidatori di moto e motorini senza casco per cui lo scorso agosto venne persino aggredito in strada. Ma Borriello non ci sta a passare per il duro anche con i morti, soprattutto in un momento così delicato per il portafogli delle famiglie. Così sulla tassa rispolverata dalla sua amministrazione tiene il punto: «Non sono io il cattivo di turno, semplicemente gli amministratori che mi hanno preceduto sono stati per così dire un po' distratti e non hanno preteso l'applicazione delle norme». Del resto la previsione di incasso che seguirà il discusso provvedimento ammonta a circa 300 mila euro per il solo 2009. E l'amministrazione di Torre del Greco ha promesso che questi soldi non andranno a tappare buchi di bilancio, ma saranno reinvestiti nel progetto per la ristrutturazione e ammodernamento del camposanto. Progetto già approvato e in attesa dei fondi necessari a partire. L'operazione di recupero e adeguamento prevede tra l'altro la costruzione di una nuova sala mortuaria e riguarderà non solo il complesso cimiteriale attuale, ma anche dell'area dell nicchiario «Magnolia», inaccessibile ai visitatori da ormai quasi cinque anni.

Sandro Di Domenico
17 marzo 2009

Racket del parmigiano, indagati gli “sciacalli”

17 marzo 2009| Marco Fagandini
Matteo Indice

Cibi rubati e rivenduti sottocosto ad anziani in difficoltà: la Procura smaschera una gang. Ma gli acquirenti rischiano

Sono gli “sciacalli” che con la crisi hanno ampliato la loro attività, i ladri specializzati nel razziare alimentari, detersivi e prodotti per la casa e nel rivenderli agli anziani che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Un gruppo alla fine molto ristretto e però articolato: dieci persone, perlopiù romene, che organizzano meticolosamente i furti nei supermercati cittadini (Coop e Standa soprattutto, sia in centro che a Ponente) riciclando sottocosto nei giardini antistanti la stazione Brignole o a Sottoripa. Una gang che, secondo i carabinieri e il sostituto procuratore Cristina Camaiori - titolare dell’inchiesta - si muove con ruoli e obiettivi ben definiti: ci sono i manovali incaricati di compiere materialmente i blitz, i malviventi delegati allo “stoccaggio” della refurtiva e infine i “dettaglianti”, ovvero l’ultimo anello della catena che serve a rivendere abbattendo i costi - per chi compra - anche del 20-30%.

Dieci persone sono state denunciate alla fine della scorsa settimana in Procura: per tutti l’accusa è di ricettazione in concorso, sebbene tecnicamente rischino lo stesso addebito coloro che quei prodotti hanno comprato. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di ultrasettantenni (quasi) in ginocchio. E con ogni probabilità alla fine saranno “graziati” per aver collaborato con gli inquirenti, alzando il velo su un malaffare di cui da tempo si parlava e tuttavia mai era stato oggetto d’un lavoro investigativo così strutturato.

Per ripercorrere i passi degli accertamenti condotti per settimane dai militari dell’Arma occorre perciò tornare indietro di mesi, alle ultime settimane del 2008. È nel periodo di Natale che le segnalazioni raccolte confidenzialmente dall’Arma aumentano in modo esponenziale. Con un denominatore comune: esiste una cerchia di “referenti” ai quali gli anziani in ristrettezze economiche - con la crisi che ha inevitabilmente accentuato l’incubo della quarta settimana - si rivolgono per approvvigionarsi di generi di prima necessità. E allora scatolame, confezioni di formaggi, pasta, sapone, detersivi, disinfettanti, persino gli adesivi per le dentiere. Sono gli involucri che spariscono con maggiore frequenza dai punti-vendita delle grandi catene, e le dichiarazioni rese con timidezza, quasi vergogna dai principali compratori in nero rappresentano il primo tassello. Alla fine i componenti della banda vengono individuati unno a uno, e il dossier s’arricchisce con i compiti che ciascuno svolge per conto dei capi. Spesso per gli inquirenti si tratta di vecchie conoscenze, ladruncoli in passato colti sul fatto per “semplici” furti al market. Ma stavolta l’attenzione è concentrata sui mandanti di quei blitz e sulla domanda che, inevitabilmente, deve averli generati.

I piccoli strozzati dallo Stato che non paga

Debiti non onorati per 70 miliardi. Migliaia di fornitori a rischio crac

PAOLO BARONI

ROMA
Eccoli i soldi «veri» che servono alle imprese: sono i crediti che migliaia fornitori fornitori, piccole e grandi imprese, vantano nei confronti della pubblica amministrazione. E’ una vera montagna di euro su cui siedono il ministro dell’Economia, presidenti di Regione, sindaci, Asl e via discorrendo: 60-70 miliardi di euro secondo le stime di Confindustria, che parte da una stima di 33 miliardi fatta dalla Corte dei Conti nel 2006 per la sola Sanità; addirittura 200 miliardi secondo Confcooperative, che allarga il calcolo a tutti i tipi di forniture e a tutte le amministrazioni pubbliche (compresi Comuni e Province) spaziando dal trasporto pubblico agli asili, dalle mense alle pulizie ai servizi sociali ed alla sanità. Emma Marcegaglia, dieci giorni fa, in occasione del «Credit day» è tornata a chiedere a Giulio Tremonti di sbloccare la situazione. Secondo il ministro dell’Economia (che a fine novembre ha già l’ok al pagamento di 5,7 miliardi di crediti Iva ed arretrati vari) le cifre in ballo sarebbero molto più contenute, nell’ordine dei 30 miliardi, e per questo ha annunciato un decreto per accertare l’effettiva consistenza dei crediti.
A Confindustria le polemiche sui numeri non interessano: «Sono comunque troppi soldi - ha dichiarato sabato il presidente di Confindustria -. Il punto è uno solo: lo Stato deve pagare. Perché uno Stato che non onora i suoi debiti contribuisce per primo a diffondere sfiducia, instabilità e paura». In realtà alla Marcegaglia basterebbe ottenere la certificazione dei crediti, un pezzo di carta insomma che consentirebbe alle imprese di presentarsi in banca con nuove garanzie. Mai come in questa fase di crisi economica sempre più grave il tempo è denaro e per questo le imprese continuano il pressing. «Il problema - spiega Franco Tumino, presidente di Ancst-Legacoop e coordinatore del Tavolo interassociativo imprese e servizi(Taiis) - è che ormai è un dato assodato per molti enti che le imprese possano aspettare. Col risultato che magari presentano bilanci bellissimi ma poi per colpa dei mancati incassi falliscono». Desolanti le statistiche sui tempi di pagamento che relegano l’Italia agli ultimi posti tra i grandi d’Europa: secondo l’«European payement index 2008», a fronte di una media europea di 68 giorni, la nostra pubblica amministrazione paga infatti in 135 giorni. Solo Spagna, Grecia e Portogallo fanno peggio di noi, mentre la Francia arriva a 71, il Regno Unito a 48 e la Germania a 40.
Calcola Confartigianato: «I 70 giorni di maggiore attesa rispetto alla media Ue costano agli imprenditori italiani 1,7 miliardi all’anno di maggiori oneri finanziari». A livello europeo di stima invece che un’impresa su 4 chiuda i battenti a causa di questo fenomeno bruciando ogni anno almeno 450 mila posti. Nel settore degli appalti e nelle regioni del Centro-Sud si registrano i casi più gravi. Denuncia l’Osservatorio Imprese pubblica amministrazione: la Regione Lazio arriva a pagare le forniture a 400-450 giorni, con punte di 700. In Campania il ritardo medio è di 420 giorni, nel settore dell’edilizia si arriva anche a 24 mesi, nella sanità a 18. Ma diverse Asl dell’Emilia Romagna già a fine 2008 saldavano gli stati di avanzamento dei lavori in 600 giorni. I costruttori dell’Ance da tempo lamentano come «a fronte di lavori pubblici realizzati molte imprese di costruzione si vedono negare i pagamenti per via dei vincoli imposti agli enti locali dal patto di stabilità interno». E proprio ieri il Pd, dopo un incontro tra Franceschini ed una delegazione degli enti locali, ha chiesto al governo di allentare i vincoli del patto per sbloccare 18 miliardi di investimenti. E via Tg1 il ministro Calderoli avrebbe dato il suo consenso: «Sono d’accordo sul ridiscuterlo, va sistemato nell’immediato per dare risposte concrete ai comuni». Emblematico il caso segnalato dal presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta: «Su 95 milioni di euro che potremmo pagare per investimenti già fatti su strade e scuole possiamo pagarne solo 10.
E’ assurdo, perché così finiamo solo per aggravare la crisi». Le imprese dei servizi, centrali cooperative, Confindustria, Confapi e Confcommercio riunite nel «Taiss», un mese fa hanno deciso di presentare un esposto alla Commissione europea per denunciare la «perdurante inerzia delle istituzioni» e chiedere la messa in mora dell’Italia. Sono 12 associazioni in tutto, che rappresentano 18 mila imprese associate e 900 mila occupati. Se l’Italia venisse condannata, a fronte di 70 miliardi di arretrati, dovrebbe pagare anche 16,5 miliardi di interessi. Il governo è avvertito.

I farmaci per suicidarsi si comprano su Internet

17/3/2009 (10:12)

L'ordine via mail, il pacchetto arriva a casa evitando i controlli della dogana

SYDNEY

L'ultima frontiera per chi vuole suicidarsi è il web. I farmaci per l'eutanasia oggi si comprano online, evitando così i controlli delle dogane. In Australia alcune persone hanno acquistato sul web il Nembutal, un potente barbiturico veterinario, "consigliato" dall'associazione Exit International, già al centro delle polemiche per le guide online all'eutanasia.

Il "Manuale elettronico sulla pillola pacifica" , il libro del medico australiano, Philip Nitschke, noto anche come "dottor morte", è un elenco dei metodi più sicuri e indolori che si possono utilizzare per un suicidio, con tanto di istruzioni e video: dall’uso del farmaco Nembutal, venduto in Messico, all’asfissia, con l’utilizzo di una busta di plastica.

Del manuale non esiste una versione cartacea, ma solo quella online. Proprio in questo libro si trovano i riferimenti per l'acquisto del potente barbiturico. Gerardo Aviles Navarro, il gestore del negozio online situato in Messico, ha spiegato al settimanale The Weekend Australian di aver inviato ,con successo, in Australia otto confezioni del barbiturico nelle ultime settimane.

«Ho fatto diverse spedizioni in Australia nelle ultime settimane e nessuna è stata fermata dalla dogana. Se Exit International ha reso pubblico il mio servizio, è perchè conosce la mia serietà». Una boccetta del medicinale costa circa 350 dollari Usa, due boccette 450 dollari.

Una donna malata di cancro al seno ha raccontato che dopo l'ordine, il farmaco le è arrivato direttamente a casa. «Una settimana dopo l'ordine ho ricevuto il pacchetto, consegnato a mano da un corriere», ha spiegato. «Avevo dubbi sul fatto che consegnassero il farmaco perchè sembrava troppo facile per essere vero, ma è arrivato.

Ho nascosto il farmaco in un altro posto, nel caso in cui la polizia avesse fatto delle indagini». Philip Nitschke non ha dubbi che, una volta resa pubblica la notizia, non sarà più così facile comprare il Nembutal online: «Abbiamo sentito parlare di questa persona nel sud del Messico e abbiamo deciso di parlare di questa possibilità nel nostro ultimo libro, visto che sembrava offrire un servizio affidabile», ha detto il medico.

In Australia chi importa illegalmente il Nembutal viene punito con 25 anni di carcere e una sanzione di 550mila dollari. Ma molti sono disposti a rischiare pur di poter scegliere l'eutanasia.

Salvi i super stipendi, inammissibile l'emendamento che imponeva un tetto

Non sarà discussa la proposta della Lega che voleva bloccare a 350 mila euro i compensi dei manager pubblici

ROMA - Non sarà messa in discussione la proposta avanzata da alcuni parlamentari della Lega di mettere un tetto agli stipendi dei manager di banche e imprese che, in difficoltà per la crisi, beneficeranno di aiuti pubblici. Le proposte sono infatti contenute nell'elenco degli emendamenti al decreto «Salva-auto» considerati inammissibili per materia.

LA PROPOSTA DELLA LEGA - In particolare, un emendamento prevedeva che non potesse superare il limite di 350.000 euro annui il trattamento economico dei dirigenti di banche o istituti di credito che beneficiano in materia diretta o indiretta di aiuti anti-crisi. Un altro emendamento, considerato inammissibile, prevedeva che gli emolumenti corrisposti a qualunque soggetto avente rapporti di lavoro con le amministrazioni statali, o con le agenzie oppure con enti pubblici economici e d enti di ricerca, nonchè con i magistrati, non potesse superare il limite del trattamento corrisposto ai membri del Parlamento.

Taxi, il peluche raddoppia il tassametro

Multati dai vigili diciotto conducenti. Ecco i trucchi

 

ROMA - Peluche sopra il tassametro. Oppure un borsello. O anche un cartellino che nasconde il vero costo della corsa. Diciotto i tassisti multati e denunciati dal Gruppo intervento traffico della Polizia Municipale di Roma in un controllo protrattosi per due sere all'aeroporto di Ciampino. Su 60 conducenti controllati 18 sono stati sorpresi a coprire il display, a ritoccare il prezzo dal 20 al 40% in più, o a raddoppiare - nel caso delle corse tra il secondo aeroporto della Capitale e il centro di Roma - la tariffa fissa di 30 euro.

Per giustificarsi con i turisti i tassisti truffaldini sostenevano che i 30 euro andavano calcolati a persona. C'erano poi capoturno che operavano fuori dei loro orari. A Ciampino aeroporto, alcuni conducenti di auto pubbliche sembrano pronti a tutto. E lo scalo si trasforma in terreno di caccia. Caccia ai passeggeri meno informati in arrivo da tutta Europa con i voli low cost, che finivano con il pagare il taxi più dello stesso passaggio aereo. Da qui la pioggia di esposti e denunce, molti pervenuti alla polizia municipale che ha quindi avviato i nuovi controlli dei vigili urbani sulle auto bianche dell'aeroporto «Pastine ».

Un conducente su tre, tra coloro che operano a Ciampino, è risultato, trucca le tariffe. In due notti, soprattutto in quella dello scorso sabato, il Git ha riempito parecchi verbali. E ora il comandante Carlo Buttarelli, titolare dei controlli, ha chiesto un incontro urgente al direttore dell'aeroporto: «Dobbiamo adottare lo stesso schema di Fiumicino, un'unica coda di clienti e i taxi in fila indiana», spiega.

Non è una novità che a Ciampino continui ad agire la gang che prende di mira passeggeri stanchi che sbarcano dai voli europei, spesso coppie che non parlano italiano. Interventi dei carabinieri di Frascati hanno già documentato il problema. L'intervento della Municipale proseguirà nei prossimi giorni, con modalità diverse, e il comandante annuncia: «Non ci fermeremo alle multe, proporremo anche la sospensione delle licenze».

Paolo Brogi
17 marzo 2009

Latte alla melamina, i genitori dei bimbi malati:

"Il governo ci minaccia se chiediamo soldi"

 

Le autorità 'suggeriscono' loro di accettare i fondi previsti. Almeno 6 bambini sono morti per l'assunzione del latte e altri 300mila hanno sofferto di calcoli


Pechino, 17 marzo 2009 

I genitori dei bambini ammalatisi dopo aver consumato latte alla melamina sostengono di aver ricevuto intimidazioni dai funzionari del governo che hanno cercato di respingere le loro richieste di indennizzo.

Zhao Lianhai, padre di una delle vittime e che ha organizzato le proteste con altre famiglie, ha detto che molti dei genitori con cui ha parlato dicono di aver ricevuto telefonate dalle autorità in cui veniva suggerito loro di non procedere oltre con le loro lamentele e di accontentarsi del piano risarcimenti previsto dal governo. Alcune famiglie avrebbero ricevuto addirittura visite dai funzionari.

Almeno sei bambini sono stati uccisi e altri 300mila hanno sofferto di calcoli per aver assunto latte in polvere alla melamina, una sostanza tossica utilizzata per la plastica e che, se aggiunta al latte, ne eleva apparentemente il valore proteico se sottoposto ad analisi.

Eurofollie Non si può più dire signorina

di Massimiliano Lussana

martedì 17 marzo 2009, 07:00


Diciamolo subito. Era ora. Era ora che il Parlamento europeo e tutti i vari e soprattutto eventuali uffici che ruotano attorno all’Unione europea, la smettessero di occuparsi del raggio di curvatura delle banane, del diametro dei cetrioli e del fatto che le «camicie da notte» non possono essere indossate di giorno, tutti argomenti a cui sono state dedicate ore e ore di dibattiti, pagine e pagine di saggi e intelligenze su intelligenze di euroburosauri.

Ora, bene o male, tutto questo è archiviato. E finalmente i nostri rappresentanti a Bruxelles e Strasburgo si possono dedicare ai problemi che, davvero, attanagliano le famiglie europee, alle prese con la crisi economica. Soprattutto, a ridosso delle elezioni della prossima primavera, dimostrano l’assoluta infondatezza delle critiche di chi descrive le aule europee come una panchina di lusso per ex leader in disarmo.

Tutte bufale. O, meglio, eurobufale per chi preferisce mettere il prefisso euro davanti a ogni parola, che fa sempre il suo bell’effetto. Sempre che si possa continuare a dire «bufale» al femminile, con una classificazione «di genere» («gender», dicono quelli che parlano bene), che farebbe inorridire gli esteti dell’Europarlamento.

Tutte bufale perché le aule europee dimostrano, per l’ennesima volta, la loro straordinaria capacità di percepire i problemi reali dei cittadini. Magari non saranno prontissimi a recepire le radici cristiane dell’Europa; magari non avranno lo scatto necessario per far sì che il Vecchio continente sia un’«Europa dei popoli» o un’«Europa delle Nazioni» e non un’«Europa dei banchieri con i benefit» o, peggio, un’«Europa dei burocrati». Ma sulle cose serie ci sono.

Ci sono sempre.L’ultima, ad esempio, è rivelata dal Daily Telegraph di ieri. Che spiega di come, in nome del politically correct, non si possa più dire «signora» o «signorina». Di come sia vietato nelle aule del Parlamento parlare di «Miss» e «Mrs». E di come spariscano, tutte d’un colpo, anche «Señora» e «Señorita», senza peraltro specificare se la canzone di Vasco Rossi che si intitola così possa continuare a essere trasmessa dalle radio.

Via pure «Frau» e «Fräulein», senza chiarimenti sulla sorte riservata alla «Fräulein», pardon «signorina», pardon come si dice ora, Rottenmeier di Heidi. E poi la rinuncia peggiore, la più dolorosa. Non si può più dire nemmeno «Madame», né «Mademoiselle» e pensate come ci può rimanere Carlà, povera figlia.

Insomma, in nome del politicamente corretto, niente più classificazioni di genere, ma solo neutre. Ne esce a pezzi soprattutto l’inglese: ad esempio, «sportsmen» non si può più dire perché contiene quel terribile suffisso maschile («men»). Verrà sostituito dal neutro «athletes». Allo stesso modo «statesmen» verrà sostituito da «political leaders» e così via per tutti gli altri, da policeman in giù.

Anzi, probabilmente, più che l’inglese ne esce a pezzi soprattutto la logica. Nessun «policeman» o come diavolo si chiama ora potrà arrestare la stupidità di certe scelte. Anche perché a me hanno sempre insegnato che «signora» o «signorina» davanti, che so, al nome della maestra, era fondamentalmente una questione di buona educazione, non certo qualcosa di offensivo. E va be’ che oggi va più di moda direttamente il «tu» e magari il nome di battesimo della maestra.

Ma, insomma, codificarlo addirittura con apposita regolamentazione e bollini Ue, mi sembra troppo.
Ridevamo, giustamente, perché il fascismo - contro la perfida Albione e i suoi alleati - cancellò persino box e garage, trasformandoli in autarchiche autorimesse. Ma questi, se possibile, fanno ancora peggio. In nome della democrazia. E magari pure dell’antifascismo.
La prima volta è tragedia, la seconda è farsa. Appunto.

lunedì 16 marzo 2009

Donna litiga con l'amica la fa a pezzi e se la mangia

Le due amiche stavano bevendo un drink a casa della donna quando è scoppiato un litigio. La 'cannibale' ha poi cucinato "alcuni pezzi" della sua vittima prima di mangiarli, mentre altre parti erano state accuratamente conservate in alcuni barattoli

Mosca, 16 marzo 2009


Ha litigato con l’amica, l’ha uccisa, fatta a pezzi e ne ha mangiato alcune parti per conservarne altre in barattoli. Una vicenda che nel suo orrore racchiude una pecularità: il cannibale è una donna.


Arrestata dalla polizia nella regione siberiana di Irkutsk, è accusata di aver ucciso la vittima a colpi di accetta. Secondo l’agenzia Interfax che cita fonti locali, l’episodio risale al 5 marzo.

Le due amiche stavano bevendo un drink a casa della donna quando è scoppiato un litigio. La donna, secondo gli investigatori, ha cucinato "alcuni pezzi" della sua vittima prima di mangiarli; altre parti erano state accuratamente conservate in alcuni barattoli.

Aridatece er Prodi

Blog di Giovanni Morandi

NON SENTIVAMO nostalgia per Prodi, quando l’allora capo del governo raggiungeva il massimo della popolarità inventandosi una tassa al giorno.

Nonostante ciò il neosegretario del Pd Dario Franceschini ha ritenuto che noi proustianamente fossimo alla ricerca del tempo perduto e si è inventato la tassa sui cosiddetti redditi alti. Raggiungendo due risultati immediati, prim’ancora che la sua idea trovasse pur marginali connotati di concretezza. Si è guadagnato l’impopolarità dei contribuenti, che hanno un reddito superiore ai 120 mila euro, che è il livello al di sopra del quale tale tassa dovrebbe essere imposta. E si è guadagnato sguardi di totale scetticismo da coloro che dovrebbero beneficiare di tale tassa, perché non sono nati ieri e hanno ben imparato che quando lo Stato s’inventa una tassa, qualunque sia la dichiarata destinazione, finisce solo che scontenta chi paga e non rende felice nessuno, perché nessuno ha mai tratto vantaggio da una tassa in più semmai da una tassa in meno.

Sorvolo su alcune notazioni moralisticheggianti e nonostante ciò inevitabili sull’ipocrisia di non chiamare tassa una tassa ma di chiamarla, ungendola ben bene, contributo straordinario. Come se i tassati dovessero essere più contenti di dover pagare un contributo anziché una tassa. Sembrerà un problema marginale ma in politica la mancanza di chiarezza e l’ipocrisia, o per meglio dire la voluta ambiguità, e anche quella involontaria, ha il suo peso e se ancora Franceschini non l’ha capito sarebbe bene che qualcuno glielo dicesse prima possibile.

Alla fine dei conti, a qualcuno dispiacerà constatare che in questa sinistra alla ricerca di se stessa anche i nuovi assomigliano tragicamente ai vecchi, tanto che di fronte ad una crisi economica di queste proporzioni invece che trovare nuove idee e originali proposte si accontenta di godere un po’ pensando di far piangere i ricchi, ammesso che i redditi che Franceschini vuole colpire possano essere considerati ricchi. Dove crede di andare il giovane segretario colpendo quei soli redditi su cui possono oggi contare i consumi? Sono queste le grandi idee dei nuovi? Rivogliamo Prodi!!!


Pubblicato da Giovanni Morandi Lun, 16/03/2009 - 16:44

Londra, "ladro di tetti" grazie a Google Earth

di Eleonora Barbieri

lunedì 16 marzo 2009, 17:35


Un ladro di tetti pregiati e un «navigatore» attento ai dettagli. Tom Berge, 27 anni, è un esperto di Google Earth e uno scalatore più che abile: per mesi ha sfruttato il servizio satellitare su internet a scopi tutt'altro che leciti. Ma sicuramente originali: a chi altro sarebbe venuto in mente di utilizzare le immagini catturate dallo spazio per trafugare piombo dai tetti delle case?

Lui ne ha fatto una piccola fortuna: da settembre, quando si è messo in attività, ha rubato piombo per un valore di oltre 100mila euro dagli edifici vicino a casa sua, a Londra e dintorni. Fino a che la polizia non lo ha beccato col malloppo in mano e la scala sulle spalle: lui ha dovuto interrompere la serie impressionante di furti, è finito a processo, ha confessato una trentina di «raid» ed è stato condannato a otto mesi di prigione, sospesi per due anni se si comporterà bene. Ma, a scanso di equivoci, non potrà uscire di casa fra le 7 di mattina e le 7 di sera e dovrà svolgere cento ore di lavori socialmente utili e non pagati.
 
Berge preparava ogni colpo scrupolosamente. Studiava i tetti dall'alto, con una visuale privilegiata (e altrimenti impossibile) grazie al suo computer di casa. Individuato il tetto giusto - di solito d'epoca e dal colore più scuro - entrava in azione con la scala e poi nascondeva il piombo a bordo di un veicolo rubato. Così ha depredato i tetti di scuole, musei, chiese e altri edifici storici.

Per i poliziotti è stato un tormento: «Da quando l'abbiamo arrestato - hanno detto - le cifre di furti di piombo sono diminuite drasticamente». Senza considerare che, privi di copertura, molti edifici hanno subito danni. Come la chiesa di Croydon che, scoperchiata, è stata invasa dalla pioggia. Ma per Berge la tentazione di quel piombo a disposizione era troppo forte: nonostante il calo dei prezzi, in sei mesi si era messo da parte un bel gruzzolo. Ora però dovrà trovarsi un'altra fonte di reddito. Quando potrà uscire di casa.

Processo a Fritzl: "Ho stuprato, non ho ucciso"

di Redazione


lunedì 16 marzo 2009, 16:05


Vienna - E' entrato scortato dalla polizia nascondendosi il volto con un contenitore per documenti. Non ha risposto a nessuna  delle domande che un giornalista della tv austriaca Orf gli ha rivolto al suo passaggio. All’arrivo dei giudici davanti alla corte di assise di St. Poelten, capoluogo della Bassa Austria, gli otto giurati e il pubblico si sono alzati in piedi. Fritzl ha continuato a tenere nascosto il volto in contenitore per documenti di colore blu. Manifestazioni di protesta fuori dal tribunale.

L'udienza Si apre questa mattina il processo a Josef Fritzl, 73 anni, il padre-mostro che per 24 anni ha tenuto segregata e violentato la figlia Elisabeth (43), mettendola incinta sette volte. Fritzl deve rispondere di una serie di accuse che vanno dalla violenza sessuale alla riduzione in schiavitù della figlia e di tre dei bambini che ha avuto con lei, in una storia che ha sconvolto e inorridito l’Austria e il resto del mondo. "Ha chiuso (Elisabeth) nella segreta e l’ha resa totalmente dipendente da lui, violentandola e trattandola come fosse un oggetto di sua proprietà" si legge nell’elenco delle accuse dell’arrestato.

"Colpevole di stupro" Il "mostro di Amstetten" si è dichiarato colpevole di stupro e incesto, ma ha negato l’accusa di omicidio relativa alla morte di uno dei suoi figli-nipoti, un neonato morto subito dopo la nascita. Fritzl ha anche rifiutato l’accusa di aver tenuto in stato di schiavitù la figlia Elisabeth per gran parte della sua vita.

La linea difensiva del padre-mostro era già stata anticipata dal suo legale. L’accusa di omicidio preterintenzionale nei riguardi del figlio incestuoso morto nel 1996 è infatti difficile da provare, in quanto il bambino aveva gravi problemi respiratori ed morì 70 ore dopo la nascita.

Stabilire se fosse in condizioni di sopravvivere, una volta ricevuta la necessaria assistenza medica, è di fatto impossibile, non esistendo più il cadavere, in quanto Fritzl lo bruciò nella stufa. Anche la riduzione in schiavitù della figlia Elisabeth è difficile da dimostrare, in quanto in Austria esiste solo il reato di "traffico di schiavi", che finora non è mai stato perseguito nel Paese.

La casa degli orrori Fritzl, che ha costruito personalmente la segreta insonorizzata, blindandola con una porta a scomparsa, sotto casa sua, nella città di Amstetten, potrebbe passare il resto della sua vita in carcere. Il magistrato ha detto che Fritzl è responsabile della morte di uno dei gemelli morto poco dopo essere venuto al mondo nella segreta nel 1996. L’accusa sostiene che il piccolo è morto a causa della negligenza di Fritzl che non ha cercato aiuto per il neonato, il cui corpicino è stato bruciato in una caldaia.

Se sarà dichiarato colpevole di omicidio dalla giuria di otto membri del tribunale di St Poelten, vicino a Vienna, potrebbe essere condannato all’ergastolo o a un periodo di 10-15 anni in carcere. Il suo legale ha detto che l’uomo non è un "mostro", ma ha aggiunto che si aspetta che passi il resto della sua vita in carcere. Il verdetto della giuria dovrebbe arrivare venerdì.

Le proteste Proteste e manifestazioni anche pittoresche hanno animato l’esterno del tribunale austriaco. Decine di persone hanno inscenato performance di vario tipo, innalzato striscioni e scandito slogan. Nel mirino, il governo austriaco accusato di essere troppo tollerante verso i pedofili, ma anche il sistema mediatico, colpevole di mercificare vicende tanto drammatiche. Una donna vestita di bianco e con la bocca macchiata di sangue era, almeno nelle intenzioni, il simbolo delle vittime dei pedofili e della violenza sugli indifesi.

A terra, alcune bambole nude ricordavano i bimbi violati. Attivisti dell’organizzazione "Resistenza per la pace" mostravano cartelli per chiedere la tolleranza-zero per i pedofili. Centinaia i reporter assiepati all’esterno del tribunale e decine le equipe televisive.

A Pyongyang il primo ristorante italiano

nel 1997 il dittatore aveva invitato dei cuochi ma i risultati erano stati deludenti


A Pyongyang il primo ristorante italiano

Kim Jong-il ha spedito diversi chef a Napoli e a Roma perché apprendessero i segreti della cucina del Belpaese


PYONGYANG (Corea del Nord)


Dopo dieci anni di tentativi falliti, finalmente i nordcoreani possono mangiare la pizza. A dicembre è stato inaugurato a Pyongyang il primo "autentico" ristorante italiano. La pizzeria è l'ultimo capriccio del dittatore Kim Jong-il, che secondo il quotidiano giapponese filonordcoreano Choson Sinbo avrebbe un debole per la cucina del Belpaese. Il successore di Kim Il Sung, noto buongustaio e amante della bella vita (più volte i giornali internazionali hanno documentato le sue spese folli per acquistare cognac d'annata o caviale pregiato) lo scorso anno ha spedito diversi chef a Napoli e a Roma affinché apprendessero i segreti della cucina italiana. Al loro ritorno il dittatore ha potuto constatare direttamente i progressi fatti dai novelli pizzaioli e ha autorizzato l'apertura del locale.

GUSTO - Gli chef del ristorante, per non tradire il gusto dei piatti italiani, importano dal nostro Paese farina di grano tenero, burro e formaggio. La pizzeria, nonostante la Corea del Nord sia uno dei Paesi più poveri al mondo, nei primi tre mesi di vita ha ottenuto un discreto successo. «Il generale pensa che a tutto il popolo coreano dovrebbe essere consentito l’accesso ai piatti più famosi del mondo - ha detto al quotidiano nipponico Kim Sang-Soon, manager del ristorante.

È stato lui a volere fortemente l'apertura di questa pizzeria». Anche i clienti intervistati dal giornale asiatico sembrano apprezzare i piatti offerti dal ristorante: «Grazie alla tv e ai libri ho imparato che la pizza e gli spaghetti sono tra i piatti più famosi del mondo, ma questa è la prima volta che posso gustarli - ha detto la 42enne Jung Un-Suk -. Hanno davvero dei sapori unici».

FALLIMENTI - Già nel 1997 Kim Jong-il aveva tentato, con scarso successo, di introdurre la cucina del Belpaese in Corea del Nord. Il dittatore aveva invitato alcuni chef italiani nella capitale affinché insegnassero ai cuochi nordcoreani i segreti della cucina nostrana, ma i risultati erano stati deludenti e gli chef asiatici non sono diventati bravi pizzaioli. Tra gli chef italiani ospiti in Corea del Nord c'era anche Ermanno Furlanis, "mastro pizzaiolo" di Codroipo (Udine) e docente in un istituto professionale.

Ad agosto del 2004 la Bbc ha intervistato Furlanis e ha messo in onda il radiodramma «I made Pizza for Kim Jong-il» in cui lo chef raccontava la sua singolare esperienza alla corte del dittatore: «Mentre io cucinavo, gli assistenti che mi erano stati assegnati, armati di penna e taccuino prendeva nota di ogni minimo dettaglio - racconta Furlanis -. Il resto dello staff guardava attentamente le mie azioni in un assordante silenzio».

Più tardi Furlanis ha avuto l'onore di preparare la pizza per il dittatore che si era presentato nel luogo dove il "mastro pizzaiolo" insieme allo chef Antonio Macchia teneva le lezioni di cucina: «Non sono certo che fosse lui, ma uno dei cuochi militari, che non aveva alcuna ragione di mentire, restò per qualche minuto senza parole. Più tardi egli disse che si sentiva come se avesse visto Dio e io ancora provo invidia per questa sua esperienza».

Francesco Tortora
16 marzo 2009

Waterboarding e violenze inumane": le torture della Cia in un testo segreto

Utilizzati metodi «crudeli vietati dalla convenzione di Ginevra»


WASHINGTON

 
«Torture ai prigionieri»: la Cia e l'amministrazione Bush sotto accusa. In un suo rapporto segreto il comitato internazionale della Croce rossa afferma che i trattamenti adottati dall’amministrazione dell'ex presidente nei confronti dei prigionieri di Al Qaeda «rappresentano degli atti di tortura». Lo rivela il quotidiano statunitense «Washington Post» sottolineando che il documento mette sotto accusa i metodi di interrogatorio utilizzati nelle prigioni della Cia.
 
Il rapporto evidenzia le brutalità fisiche e psicologiche adottate da agenti dei servizi segreti Usa nelle prigioni della Cia all’estero, con metodi «crudeli, inumani e degradanti», vietati espressamente dalla convenzione di Ginevra. Il Washington Post sottolinea come il documento della Croce rossa internazionale si basi su testimonianze dirette ottenute da 14 detenuti, definiti dalla Cia di «alto valore», dopo il loro trasferimento nel 2006 nel campo di detenzione di Guantanamo.

Secondo la Croce rossa internazionale i detenuti venivano privati del sonno, malmenati, esposti a temperature estreme e sottoposti al waterboarding (l’annegamento simulato, ndr). Abu Zubaydah, che si occupava del reclutamento per Al Qaeda, ha denunciato le torture subite. Nella settimana in cui è stato arrestato racconta di aver ricevuto pochissimo cibo e di essere stato costretto a non dormire. «Mi hanno spogliato e poi mi hanno torturato con l'elettricità».
 
Il quotidiano della capitale afferma che almeno cinque copie del rapporto siano arrivate alla direzione della Cia e ai responsabili della Casa Bianca nel 2007. Per il momento la Cia non ha rilasciato commenti.

Prodi demolisce Veltroni e Mastella

"Clemente mi disse: volete farmi fuori? Sono io che faccio fuori prima voi"

 

L'amarezza dell'ex premier: "Dopo una Finanziaria durissima, il Paese si poteva distendere. Invece è successo come con il mio primo Governo. Entrammo nell’euro, poi tac...il governo fu fatto cadere"


Roma, 16 marzo 2009 - Torna a parlare Romano Prodi. Per farlo sceglie la trasmissione di Fabrio Fazio 'Che tempo che fa' in onda ieri sera. E non risparmia critiche alla scelta di Walter Veltroni di andare soli alle elezioni. Ecco alcuni dei passaggi più forti del’intervista. "Mastella mise la testa di traverso nel mio ufficio e mi disse: ‘Ragazzi miei, se volete far fuori me, sono io a far prima fuori voi'. Dopo una Finanziaria durissima, il Paese si poteva distendere, avere i frutti di quei sacrifici. Invece è successo come con il mio primo Governo. Entrammo nell’euro, poi tac...il Governo fu fatto cadere".

"Io ho sempre sostenuto che il Pd non deve andare da solo. Ritengo che sia compito della democrazia assorbire e portare nella cultura di governo anche le ali estreme. Se la legge permette ancora la frammentazione allora serve una coalizione per vincere le elezioni e il Pd ne è il nucleo portante", ha detto Prodi.

Sulla tessera del Pd dice: "Non c’è stata una nuova iscrizione, c’è stato un gran can can ma sono iscritto da sempre. Non arrivava la tessera stampata...Non mi aspettavo tutta questa sorpresa, forse qualcuno si aspettava che non la rifacessi, che nutrissi rancore. Mi sembra ovvio che ci vogliono i tempi necessari. Sono un serio tesserato di un partito. Quando ho detto esco dalla politica l’ho detto con serietà".

Prodi parla anche della crisi economica. "I Paesi non si drogano, quando il debito supera il Pil uno deve dire la verità ai cittadini e il risanamento è condizione per dare più denaro ai deboli. Uno non può distribuire risorse che non ha. Io sotto questo aspetto ho dato prova di serietà". Romano Prodi, ospite di ‘Che tempo che fa', ricorda il tempo del suo governo e la stretta ai cordoni per ripianare i conti pubblici. Oggi, "il nostro paese è una barca nel mare in tempesta", afferma l’ex premier.