sabato 31 ottobre 2009

L'amante fugge nudo sul balcone ma viene «immortalato» dal vicino

Corriere della Sera

È accaduto a Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, nel sudovest della Cina
Inseguito dal marito tradito si è rifugiato in piedi su un condizionatore



CHENGDU (CINA) - Una scena simile l'abbiamo vista decine di volte nella commedia sexy all'italiana degli anni 70. Da una parte vi è il marito geloso che improvvisamente torna a casa per controllare l'avvenente e fedifraga moglie. Dall'altra vi è l'amante nudo che per nascondersi si rifugia nei posti più insoliti. Uno dei più classici «topos» della cinematografia erotica del Belpaese si è riproposto nella realtà a Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, nel sudovest della Cina. Il venticinquenne Sun Meng, fama di Don Giovanni, ma poco incline ad affrontare le ire di un marito tradito, si sarebbe nascosto, nudo, sul balconcino della casa dell'amante. Successivamente per non essere intravisto dal rivale, sarebbe salito su un condizionatore d'aria che si trovava poco distante dal balcone. Peccato per lui che un solerte vicino abbia immortalato con diversi scatti le sue impavide acrobazie sul balcone e poi abbia postato una foto sul web.

INDIGNAZIONE - Tutta la comunità è venuta a sapere della storia del tradimento e della relazione di Meng con una donna sposata. Nella foto, pubblicata sul sito web della comunità locale, oltre al giovane senza veli, s'intravede il marito tradito che si rivolge a Meng con epiteti probabilmente poco cortesi, mentre in basso a sinistra si nota un altro abitante del palazzo che segue attentamente il diverbio. Non si sa se alla fine i due rivali in amore si siano chiariti e abbiano fatto pace. Di sicuro i concittadini di Meng sono rimasti indignati: «La mia famiglia si vergogna e nessuno dei miei vicini vuole parlare con me - ha dichiarato sconsolato il venticinquenne - So che quello che ho fatto è sbagliato, ma avevo paura che mi avrebbe ucciso».

IRONIA – La vicenda è diventata ancora più grottesca dopo che alcuni buontemponi hanno pubblicato alcuni commenti sul sito web locale nei quali hanno fatto notare che dalla foto si evince chiaramente che il venticinquenne non è affatto uno stallone. Risentito, Meng ha voluto rilevare che l'immagine non gli rende giustizia: «La gente sta ancora ridendo per come appaio senza vestiti» ha dichiarato. «Tuttavia mi preme ricordare che quella è stata una giornata molto fredda».

Francesco Tortora





Video shock a Napoli, identificato il killer: è un pregiudicato irreperibile

Il Messaggero

NAPOLI (31 ottobre) - Grazie alla diffusione del video-shock è stato identificato il killer dell'omicidio del pregiudicato Mariano Bacioterracino, avvenuto l'11 maggio scorso al rione Sanità. Si tratterebbe di un pregiudicato napoletano che attualmente risulta irreperibile.

La diffusione del video shock delle fasi dell'omicidio di Mariano Bacioterracino era stato deciso dalla Procura della Repubblica di Napoli per cercare di dare una svolta alle indagini dopo l'assenza di elementi concreti per individuare il killer. La decisione ha anche suscitato polemiche sia per la crudezza delle immagini sia per l'effetto che il video potrebbe avere su minorenni, soprattutto tra coloro che possano ritenere emulabili gesti del genere che fanno assurgere a un ruolo di protagonisti. Ma gli inquirenti hanno sottolineato la necessità di ottenere informazioni utili e l'identificazione cui si è arrivati sembra dare ragione a questa tesi.

L'uomo nel video: «Io il "palo"? E' una follia». «Sono l'uomo del film, mai fatto il palo, ed ora ho paura». Gennaro Aiello, l'uomo di 39 anni che si vede nel video choc diffuso dalla Procura della Repubblica di Napoli, e che sembrava fosse posizionato all'esterno del bar del quartiere della Sanità come fiancheggiatore del killer che ha ucciso il pregiudicato Mariano Bacioterracino, non ci sta.

«Aiutatemi a uscire da questa follia - dice in un'intervista al quotidiano Il Mattino - stavo prendendo una boccata d'aria, aspettando mia figlia per andare a fare compere». L'uomo spiega che da due giorni vive «nel terrore, nello sgomento per quello che ci sta capitando». E riferisce di conseguenze negative per la sua vita. Telefonate dalla Germania di suoi conoscenti che lo hanno visto in tv e la sospensione dal posto di lavoro.


Caso Marrazzo: forse secondo video con altro trans

La Voce

"Era seminudo, non sapemmo veramente cosa fare"

Roma - Marrazzo era seminudo "per cui non sapemmo veramente cosa fare". E' quanto dichiarato dal carabiniere Carlo Tagliente, riferendosi all'episodio del suo ingresso, insieme al collega Luciano Simeone, nell'appartamento di via Gradioli, dove trovarono Piero Marrazzo. Una situazione di "grave imbarazzo", ha spiegato Tagliente, il quale ha aggiunto: "Lui ci prego' con gli occhi lucidi di non fare nulla. Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci nell'Arma". Tagliente ha poi evidenziato l'informazione datagli da un confidente, in merito all'esistenza di un altro video nel quale si vedrebbe Marrazzo insieme a un trans biondo.


Trans, ecco tutti i verbali del caso Marrazzo

di Redazione

Interrogato dai Ros, il maresciallo Nicola Testini vuota il sacco: «Ho immediatamente compreso le ragioni per cui voi siete qua. (...) A luglio un confidente, tale Cafasso Gianguarino, che girava nel mondo dei trans (...), di recente deceduto, disse a me, Tagliente e Simeone che aveva un video che ritraeva il presidente della Regione Lazio con un trans».

«HO UN VIDEO CON MARRAZZO C’È UN TRANS E TANTI SOLDI»
«Cafasso ci chiese di aiutarlo a venderlo, se conoscessimo qualcuno a cui poteva interessare. Gli dicemmo che avremmo visto se potevamo aiutarlo. Poi lui è morto. Quindi abbiamo continuato da soli. Ho visto il video a casa del collega Simeone, sul suo pc ed effettivamente ritraeva il presidente Marrazzo vestito solo con una camicia, un trans, vicino a un tavolo ove vi erano tanti soldi ed una striscia di sostanza bianca che ritengo fosse cocaina (...). Simeone, che si mosse più degli altri per la gestione della fase di vendita, parlò con il collega Tamburrino che ha un fratello fotografo inserito nell’ambiente delle riviste di gossip. Tamburrino (...) ha iniziato una trattativa con un’agenzia di Milano. Due referenti dell’agenzia, tale Carmen e il marito di costei, si sono anche recati a Roma ove (...) si incontrarono con Tagliente che gli fece visionare il video. (...)».

«IL CD CON L’ONOREVOLE È UN ALTRO, PIÙ LUNGO»
«Da quel momento in poi è andata avanti la trattativa, con un altro incontro tra Carmen, il marito, Simeone e Tamburrino. (...). Avevamo intenzione di chiedere 60mila euro di compenso per la vendita del video ma loro ci offrirono 50mila euro. Il provento lo avremmo diviso equamente noi tre. Non so chi abbia fatto il video, so solo che era a spezzoni e molto mosso. Non conosco il trans, so che si chiama Natalie, ma non so dove eserciti la professione. Nel video si sente il trans che dice di essere Natalie. Il video da me visionato aveva una durata di circa 13 minuti. (...) come vi ho già detto, ritraeva l’onorevole Marrazzo nelle modalità suddette e ricordo che, dall’audio, si sentiva che lo stesso proferiva le seguenti parole «Io sono il presidente e ci sono dei giornalisti». Mi sembrava un fotomontaggio poiché il video si fermava e riprendeva».

«VOI DEL ROS CI SEGUIVATE E CI AVETE INSOSPETTITO»
«(...) Il video lo abbiamo distrutto circa 5-6 giorni fa perché il pomeriggio di circa un mese fa avevamo notato un collega che sapevo facesse servizio presso il Ros. Lo stesso si trovava davanti al bar Vanni con una ragazza. Ciò mi insospettì. In un’altra occasione, di pochi giorni dopo, notai un altro ragazzo, a bordo di uno scooter, che sembrava osservarmi. Mi avvicinai e gli chiesi i documenti. Appuravo fosse un collega e lo stesso mi riferiva essere del reparto operativo di Roma (...). Da quel momento sentivamo di essere sempre seguiti e osservati e la cosa destò la nostra preoccupazione, soprattutto la mia. Più volte tentai di convincere gli altri a distruggere il video e a tirarci fuori dalla vicenda. Ero, infatti, sicuro che avremmo avuto guai(...)».

«UN’OPERAZIONE DI ROUTINE MA IN CASA C’ERA QUEL VIP»
Tocca al carabiniere scelto Carlo Tagliente: «Nei primi giorni di luglio 2009, credo, se non ricordo male, fosse il 3, unitamente al mio collega Simeone Luciano, ho avuto un contatto con un confidente legato al mondo dei transessuali, tale Cafasso Gianguarino. Preciso che quest’ultimo era un confidente del maresciallo Testini Nicola, ma (...) è diventato anche mio confidente. Come vi dicevo quel giorno ci chiamò, non ricordo come e su quale utenza, noi (io e Simeone) andammo all’appuntamento e lui ci disse che (...) si stava svolgendo un festino con dei trans all’interno di un appartamento di Roma, via Gradoli (...). Ivi giunti, nella tarda mattinata - primo pomeriggio (ora di pranzo), bussammo alla porta dell’appartamento qualificandoci come carabinieri. Aprì un viados di pelle scura, moro di capelli. Noi entrammo e ci trovammo di fronte una persona di sesso maschile che riconoscemmo subito essere il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. Alla vista di questa personalità ci trovammo in gravissimo imbarazzo anche perché indossava solo una maglia intima e le mutande per cui non sapemmo veramente cosa fare. Lui ci pregò con gli occhi lucidi di non fare nulla perché ci diceva «io ho una mia dignità e la mia posizione... vi prego aiutatemi... saprò ricompensarvi, vi aiuterò nell’Arma». Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci se volessimo un trasferimento. Io purtroppo devo dirvi che ho una grave situazione familiare, perché ho un nipote di 5 anni in gravissime condizioni. La voglia quindi di cercare di rendermi utile alla mia famiglia mi ha fatto ritenere che veramente avrebbe potuto aiutarmi».

«PRIMA CHE ANDASSIMO VIA MI CHIESE IL CELLULARE»
«Noi (...) non avevamo individuato nessuna cosa pertinente a qualunque tipo di reato, per cui anche perché non sapevamo veramente cosa fare, abbiamo deciso di andarcene senza fare nulla per timore della personalità. Io prima di andarmene, su sua richiesta, gli lasciai l’utenza che io utilizzavo normalmente per i contatti con i confidenti necessari al mio lavoro. Devo precisare che questa utenza io l’ho dismessa circa 10 giorni dopo perché ero intimorito, imbarazzato dalla possibilità che lui potesse chiamarmi. (...) Circa 15 giorni dopo questo evento (...) verso la fine del mese di luglio, (...) Cafasso (...) ci disse che era entrato in possesso, senza specificare come, di un video che ritraeva il citato presidente Marrazzo mentre si trovava in compagnia di un trans in atteggiamenti ambigui. Ci chiese (...) di aiutarlo a ricavare qualcosa da questo video. In termini di soldi, intendo».

«NEL VIDEO DI CAFASSO IL TRANS ERA BIONDO»
«(...) Andammo quindi con lui in zona Cassia e a bordo della sua auto ci fece vedere il video su un suo pc portatile. Effettivamente il video conteneva il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo che si trovava in un luogo chiuso in compagnia di un trans biondo, questa volta, vicino a un tavolo ove vi era un piatto con delle strisce di una sostanza bianca polverosa. Alla fine del video, che peraltro era molto mosso e frammentato tanto da farci inizialmente pensare a un fotomontaggio, vi era anche un’autovettura tipo Lancia Thesis a mia memoria di colore scuro, ripresa lungo una strada. In quella occasione, poiché noi palesammo l’idea di aiutarlo senza però dargli alcuna rassicurazione, Cafasso ci diede il video in un cd rom o dvd (...) che io e Simeone nascondemmo in una zona di campagna sulla via Trionfale vicino al Ponte Nuovo. Preciso che il video da me visto durava 2-3 minuti ed era comunque breve. (...) a settembre di quest’anno Cafasso morì d’infarto in un albergo sulla via Salaria. (...) Ci trovammo quindi con la copia del filmato in mano e pensammo di proseguire nel tentativo di venderlo».

«LA TRATTATIVA PER LA VENDITA SU DUE DIVERSI CANALI»
«(...) nel frattempo Simeone, tenendoci comunque al corrente, aveva instaurato rapporti finalizzati alla vendita su due diversi canali: il primo con tale Riccardo, un imprenditore che a me non è mai piaciuto, che per quanto di mia conoscenza fu presentato a Luciano da un suo confidente, tale Ottavio. Voglio precisare fin d’ora che questa situazione non ha portato a nulla anche se Riccardo con tale Massimo (...) ebbero modo di visionare il filmato sotto casa di Luciano attraverso un pc di un coinquilino dell’epoca di Luciano stesso. (...) Sempre su di loro, per quanto mi disse Luciano, posso dire che non erano loro i diretti acquirenti del video ma stavano agendo per conto di altri che non conosco. Prima di concludere questo aspetto della vicenda devo dirvi che Luciano e Testini durante un incontro con Riccardo - non so dirvi quando perché non ero presente - notarono un maresciallo del Ros che stava con una ragazza davanti al bar Vanni per cui si insospettirono. Questo fu un primo campanello di allarme (...); il secondo canale fu attraverso Tamburrino, ossia un carabiniere della stazione Roma-Trionfale che Luciano attivò sapendo che aveva un parente fotografo».

«L’AGENZIA CI ASSICURAVA UNA COMPRAVENDITA LEGALE»
«(...) la trattativa è stata incanalata verso un’agenzia di Milano di cui poi io ho avuto modo di conoscere tali Max, una donna e il marito di quest’ultima (...). Feci vedere nell’occasione il video alla donna e all’uomo in sua compagnia. I due vennero all’appuntamento con il carabiniere Tamburrino e tale Max. Questi ultimi due, in questa circostanza, non hanno assistito alla visione del video avvenuto a bordo della mia autovettura Mercedes Classe B. Attraverso questo canale ci è stato offerto il compenso di 50mila euro. Noi valutammo positivamente l’offerta perché ci fu assicurato che questa agenzia avrebbe potuto commercializzare il video in modo assolutamente legale. Poi però un giorno, non vi posso dire quando con esattezza, ma posso dirvi che era successivo all’incontro del bar Vanni dove fu visto un maresciallo del Ros conosciuto da Testini, durante un servizio di ocp avemmo modo di notare un uomo a bordo di un motociclo tipo T-Max fermo di fronte al ristorante bar «Al Cocomerino» di via Cortina d’Ampezzo. Credendo che fosse un soggetto che si doveva incontrare con uno dei nostri indagati lo fermammo e il maresciallo Testini gli chiese i documenti. Questa persona glieli diede e il maresciallo Testini gli chiese se fosse un collega. Ricevuta risposta positiva e avendo appreso che stava lì per un servizio poiché lui ci disse «o ci stiamo noi o voi, non possiamo starci in due», noi decidemmo di andare via per non dare fastidio. Tuttavia riflettendoci successivamente la cosa sembrò strana e ci fece preoccupare ancor di più, io quindi pregai gli altri di lasciar perdere, ma solo 5-6 giorni fa decidemmo di distruggere il video (...). Non so veramente spiegare come possa essermi trovato in una posizione tale, è stata una debolezza imperdonabile. Feci d’accordo con i miei colleghi una copia del video attraverso il masterizzatore del mio pc portatile (...). Entrambe le copie furono distrutte da me Luciano e Testini 5 o 6 giorni fa spaccandoli in più pezzi e gettandoli in un bidone dell’immondizia vicino alla caserma sede della compagnia Trionfale (...)». Ecco poi il verbale di Luciano Simeone. «(...)Vi dico subito che il video che voi sicuramente state cercando lo abbiamo distrutto circa 5/6 giorni fa. (...) ci siamo trovati con questa copia di cd di circa tre minuti che dopo una visione ritraeva una persona che sembrava il presidente della Regione Lazio con un trans e della polvere bianca su un tavolo. Non so chi abbia fatto il video, so solo che era a spezzoni ed era molto mosso. (...) tutto è naufragato poiché ci siamo spaventati e abbiamo deciso di distruggere il video 5,6 giorni fa, quando abbiamo capito che avevamo fatto una cosa sbagliata. Lo abbiamo capito anche quando abbiamo notato uno di voi al bar Vanni e anche al bar Cocomerino, che era conosciuto da Testini Nicola».

IL «MISTERIOSO» RICCARDO E GLI ACQUIRENTI MANCATI
«In quell’occasione stavamo incontrando un imprenditore tale Riccardo presentatoci da un mio conoscente tale Gramazio Ottavio per vedere se conoscesse qualche agenzia interessata. Anche in questo caso non abbiamo fatto niente. Un’altra persona conosceva la vicenda del video, ossia tale Pietro Colabianchi, un imprenditore edile che ha delle case in Sardegna ove io sono andato in vacanza questa estate. Non so se abbia fatto qualcosa per venderlo. (...) Lo avevamo nascosto dentro una custodia sotterrato sotto un ponte nella zona di La Storta. Cafasso aveva un’altra copia ma non so dove la tenesse (...)». Antonio Tamburrino: «A inizio luglio son stato contattato dai miei colleghi Simeone Luciano, Tagliente Carlo e Testini Nicola i quali mi chiedevano se conoscevo qualche giornalista appartenente a testate scandalistiche. Suppongo mi abbiano avvicinato a causa del fatto che ho delle amicizie nel citato ambito giornalistico. Preciso che in quella occasione non mi venne specificato il motivo per il quale mi chiedevano se conoscessi qualche giornalista.

«TANTI GIORNALISTI AMICI HANNO VISTO IL MATERIALE»
Alla richiesta dei tre colleghi rispondevo che avrei fatto loro sapere qualcosa. Dopo una decina di giorni ho incontrato presso il locale “Cacio e Pepe” sito in Roma nel quartiere Prati, da me occasionalmente frequentato, tal Max Scarfone, che sapevo essere un paparazzo, al quale dicevo che alcuni miei amici erano intenzionati a fargli vedere un qualcosa che poteva essere d’interesse per il suo lavoro. (...) dopo qualche giorno mi sono incontrato con Scarfone nei pressi di piazzale Clodio e (...) siamo giunti in una casa sita nei pressi della via Cassia dove ad attenderci c’era Tagliente Carlo. (...) C’era inoltre un pc portatile attraverso il quale il Tagliente ha fatto visionare a Scarfone un filmato (...) che ritraeva una donna, presumibilmente un transessuale, e un uomo che mi sembrava essere il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. (...) Si notavano inoltre banconote di vario taglio. (...) Scarfone chiese informazioni circa la effettiva durata del video, nello specifico se quella visionata fosse solo una parte o l’intero filmato. Il Tagliente rispose che c’era un’altra parte del video, ma che non poteva essere vista in quanto c’erano delle parti che dovevano essere tagliate poiché erano riprese delle persone che dovevano, a suo dire, essere tutelate».

«NELLE RIPRESE PERSONE CHE VANNO TUTELATE».

«Non ricordo se questa specificazione fu fatta in quella sede o successivamente mi fu fatta dal Simeone. (...)Verso la fine di settembre la signora Carmen venne nuovamente a Roma (...) chiese (...) da chi fosse stato girato. Simeone rispose che era stato girato da un altro trans il quale lo aveva poi a loro consegnato. (...) Ricordo di essere partito il 5 ottobre (...) mi sono recato nell’ufficio della signora Carmen e del marito Mimmo, a Milano, in viale Monza (...). Non so cosa la signora Carmen abbia fatto con il video, mi disse però che lo aveva fatto visionare alla Mondadori e aggiunse che i dirigenti avrebbero riferito del contenuto del video al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. (...) Proposi quindi di fissare un incontro per stabilire il prezzo di vendita. (...) lo Scarfone ed il Simeone in tale occasione si accordarono per la somma di 55mila euro che doveva essere consegnata in contanti a Milano. (...). Nulla so dire circa le modalità della consegna in quanto sarebbe dovuta avvenire nella giornata del 21-10-2009 e non abbiamo avuto il tempo di accordarne i modi (...)».



Marrazzo, nuovo interrogatorio per i 5 militari

di Redazione

Roma - Gli indagati sono cinque e saranno risentiti tutti dai magistrati prima dell’udienza del tribunale del riesame fissata per il 4 novembre prossimo. Dovranno rispondere nuovamente alle domande dei pm i carabinieri accusati di aver ricattato l’ex presidente del Lazio Piero Marrazzo. Tra loro sarà interrogato anche il quinto carabiniere indagato, Donato D’Autilia, già coinvolto in passato in un’indagine per pedofilia. Nonostante le smentite di ieri in procura, oggi c’è stata la conferma della sua iscrizione nel registro degli indagati per l’ipotesi di reato di ricettazione.

Ricettazione Per i titolari dell’inchiesta, D’Autilia avrebbe ricoperto il ruolo di intermediario nell’attività di vendita del video che ritrae l’ex governatore del Lazio in compagnia di un transessuale. La settimana prossima, dunque, saranno sentiti i cinque indagati. Ci sono, infatti, molti aspetti ancora da chiarire, come la presenza della cocaina nell’appartamento di via Gradoli, gli assegni che Marrazzo sostiene di aver consegnato ai militari, mai incassati, e dei quali non c’è alcuna traccia, più le telefonate fatte in Regione dai presunti ricattatori. Ma non è escluso che agli indagati possano essere contestati altri illeciti, magari legati al giro di rapine compiute la scorsa primavera ai danni di transessuali e sulle quali la procura ha deciso di fare luce per verificare se nelle maglie dei ricattatori siano finite altre persone. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Rodolfo Sabelli intendono inoltre risentire anche Marrazzo. Non appena le condizioni di salute lo permetteranno, sarà convocato in procura.


Parla l'uomo ripreso nel video-choc: non sono io il "palo", fermate questa follia

Corriere del Mezzogiorno

La persona ripresa è un dipendente comunale che abita nel quartiere:"Stavo solo aspettando mia figlia"

La foto che ritrae Aiello  (a destra) accanto a Mariano Bacioterracino

La foto che ritrae Aiello (a destra) accanto a Mariano Bacioterracino

NAPOLI - Si è presentato allo studio dell'avvocato Sebastiano Fusco e gli ha detto: "Mi liberi da quest'incubo". Poco prima, Gennaro Aiello, un dipendente comunale di 39 anni, era andato in questura per rendere una dichiarazione spontanea: "Non sono io in quel video-choc. Non sono io il "palo" ripreso in quelle immagini". Poi a un cronista de "Il Mattino" aveva raccontato il suo calvario che dura dal giorno in cui l Procura ha deciso di rendere pubblico il video dell'omicidio alla Sanità. "Stavo lì solo per prendere una boccata d'aria e per attendere ma figlia quattordicenne. Non facevo mica il palo".

VIVE AI VERGINI - Gennaro Aiello, 39 anni, racconta la sua verità con una faccia smarrita e a tratti arrabbiata. "Sono io l'uomo ripreso nel video-choc, ma non c'entro nulla con la morte di Mariano Bacioterracino". Aiello vive in via Vergini, tutti lo conoscono nel quartiere Sanità. "Aiutatemi a uscire da questa follia", ripete e riferisce di conseguenze negative per la sua vita. Telefonate dalla Germania di suoi conoscenti che lo hanno visto in tv e la sospensione dal posto di lavoro (è un operatore ecologico) con i compagni che lo scrutavano in modo sospetto. "Sì, conoscevo la vittima, ma solo in modo superficiale. Era uno del quartiere. Quando ho visto il video non credevo ai miei occhi". E il legale aggiunge: "Giusto diffondere il video, sbagliato assegnare ruoli da protagonista".

MARONI - Il ministro degli Interni interviene sul video-choc e sulla scarsa collaborazione dei cittadini. "Quella dell’indifferenza è una mentalità che dobbiamo cambiare". "La nostra presenza, la pressione delle forze dell’ordine è costante a Napoli e a Caserta - aggiunge Maroni a Capri dove ha partecipato al convegno dei giovani imprenditori - vogliamo assicurare tutti i latitanti alla giustizia. Chiediamo ai cittadini di reagire, di essere dalla parte della legalità, dalla parte della polizia e delle forze dell’ordine che stanno facendo un lavoro straordinario contro ogni forma di criminalità".



Amazzonia, gli indios salvano 9 sopravvissuti di un aereo caduto

Corriere della Sera

Un gruppo di cacciatori della tribù dei Matis ha individuato i resti del velivolo precipitato nella foresta

Due uomini della tribù dei  Matis

SAN PAOLO - Un gruppo di indios di una delle tribù più selvagge dell'Amazzonia ha localizzato il relitto di un aereo precipitato giovedì nella foresta e ha salvato nove persone sopravvissute al disastro. Il C-98 della Forza aerea brasiliana (Fab) era caduto giovedi mentre portava nove medici e infermieri della Fondazione nazionale di sanità a vaccinare gli indigeni di alcune tribù della riserva Vale do Javarì. Prima di cadere il monomotore aveva lanciato un segnale di emergenza, ma non aveva segnalato la propria posizione. I soccorsi sono scattati immediatamente, ma aerei e elicotteri tra ieri e oggi non erano riusciti a scoprire il luogo dove l'aereo si era inabissato nella foresta densissima della regione, all'estremo ovest dell'Amazzonia brasiliana, alla frontiera con il Perù.

L'AVVISTAMENTO DA PARTE DEI CACCIATORI - Fino a che un indio della tribù dei Matis ha fatto sapere via radio, dal villaggio Aurelio, che un gruppo di cacciatori aveva scoperto il relitto dell'aereo, caduto nella loro riserva. «Erano usciti a caccia, poi hanno notato una radura strana, con alberi divelti, e così hanno scoperto il punto in cui l'aereo si è addentrato nel folto, senza esplodere e senza prendere fuoco - ha spiegato Jean Sales, responsabile della Funai (la Fondazione di protezione degli indios) per la riserva - Uno di loro è tornato di corsa al villaggio e mi ha chiamato con la ricetrasmittente di cui sono dotati, e io a mia volta ha chiamato la Fab». Per mandare un elicottero a ricuperare i nove sopravvissuti sugli undici occupanti dell'aereo, è stata necessaria una triangolazione via radio, e la Fab si è dovuta basare sulle descrizioni «naturalistiche» dell'indio, che ha fornito punti di riferimento come colline e alberi più alti partendo dal proprio villaggio.

TRIBU' SCOPERTA SOLO 16 ANNI FA -
I Matis sono un'etnia entrata in contatto con il mondo moderno appena sedici anni fa, grazie al fatto di vivere in uno degli angolo più remoti e selvaggi dell'Amazzonia. Da allora gli è stata attribuita, assieme ad altri due gruppi di contatto recente, un'area di 120 mila ettari di foresta nella Vale do Javarì, dove vivono attualmente con contatti minimi con la civiltà moderna. Da decenni ormai la politica della Funai nel contatto con le tribù più selvagge è di lasciarli vivere la loro vita tradizionale, limitandone solo il nomadismo dentro a grandi riserve e proteggendoli dalle invasioni e dalle aggressioni esterne. Ma in casi come questo il mondo moderno precipita dall'alto e sono loro che devono salvarlo.
(Roberto Cattani/Ansa)



Marrazzo, c’è un quinto carabiniere indagato

Corriere della Sera

Gestiva la base per mostrare il video ai possibili acquirenti. È stato accusato di pedofilia

ROMA — Metteva a disposi­zione il suo appartamento per far visionare il video ai possibi­li acquirenti. E perquisiva le persone prima di farle entrare. C’è un altro carabiniere indaga­to nell’inchiesta sul ricatto a Piero Marrazzo. Si chiama Do­nato D’Autilia, ha 42 anni, e nel 2006 fu arrestato per un’indagi­ne di pedofilia. Sospettato — insieme a una trentina tra pro­fessionisti, militari, sacerdoti — di aver costretto numerosi bambini rom ad avere rapporti sessuali. Nel caso del Governa­tore del Lazio, i magistrati gli contestano la ricettazione, ma stanno verificando se possa aver avuto un ruolo anche nel­le rapine compiute nelle case dei transessuali di via Gradoli e delle altre zone di Roma nord contestate ai tre militari del Trionfale Carlo Tagliente, Lucia­no Simeone e Nicola Testini, tutti difesi da Marina Lo Faro.

«Ci controllava militarmente »

Il primo a parlare di lui è sta­to il fotografo Max Scarfone, spiegando che era «l’uomo che mi controllò militarmente quando andai la prima volta a vedere il filmato che volevano vendere». La conferma è arriva­ta da Giangavino Sulas, il gior­nalista di Oggi , pure lui portato nella sua casa per vedere le im­magini. Scarfone sostiene che l’incontro avvenne a fine luglio e questo avvalora l’ipotesi che sin dai primi momenti D’Auti­lia fosse d’accordo con gli altri colleghi. Per quale motivo nei suoi confronti non è scattato un provvedimento di fermo, come invece è avvenuto per An­tonio Tamburrino, anche lui ac­cusato soltanto di ricettazione? È una delle questione che l’av­vocato Mario Griffo porrà ai giudici del Riesame.

La mediazione degli imprenditori

Gli arrestati sostengono che a consegnare loro il filmato fu Gianguarino Cafasso, un confi­dente che chiese aiuto per po­terlo vendere. Si sa che lui stes­so lo fece vedere a due giornali­ste di Libero a luglio. «A settem­bre, quando abbiamo saputo che era morto d’infarto, pen­sammo di proseguire in questo tentativo», ha ammesso Tagliente. E poi ha ag­giunto: «Simeone ave­va rapporti su due di­versi canali. Il primo con un ta­le Riccardo, un imprenditore che a me non è mai piaciuto, che gli fu presentato da un suo confidente. Questa situazione non ha portato a nulla anche se Riccardo, con un tale che mi pa­re si chiami Massimo, ebbero modo di visionare il filmato a casa di Luciano. In quell’occa­sione ero presente anch’io e do­po l’incontro, nonostante i due fossero interessati, ebbi modo di confermare a Luciano la mia cattiva sensazione nell’avere avuto rapporto con queste per­sone. Per quanto mi disse Lu­ciano non erano loro i diretti acquirenti del video, ma stava­no agendo per conto di altri che non conosco». Di chi si trat­tava? Erano persone che voleva­no soltanto guardare il filmato per eventuali altri ricatti? Oppu­re — se davvero erano mediato­ri — a chi avevano intenzione di cederlo? Simeone, non forni­sce questi dettagli, ma assicura che «con loro non si riuscì a concludere nulla». Cita invece un altro imprenditore «tale Pie­tro Colabianchi, che ha delle ca­se in Sardegna dove sono anda­to in vacanza quest’estate che conosceva la vicenda del vi­deo, ma non so se abbia fatto qualcosa per venderlo».

«L’originale spezzato in due»

Tagliente sostiene che alla fi­ne di luglio «Cafasso fece vede­re il video a me e a Simeone e poi ce lo diede. Lo nascondem­mo in una zona di campagna sulla via Trionfale, vicino al ponte nuovo. Era breve, dura­va circa due o tre minuti». Una versione smentita da Nicola Te­stini, che ammette di aver visio­nato un filmato di circa 13 mi­nuti. Del resto era stato lo stes­so Tagliente, parlando con Scar­fone, a spiegare di non poter mostrare l’originale «perché contiene volti e voci che non si possono vedere». A che cosa si riferiva? È possibile che Marraz­zo compaia con due transessua­li, come sosteneva Cafasso, e lo­ro non volevano tradire chi ave­va fornito la «soffiata» sul Go­vernatore. Oppure, ed è questa l’ipotesi esplorata dagli investi­gatori, il filmato lungo contie­ne immagini di diverse occasio­ni e dunque mostra altri prota­gonisti di incontri a pagamen­to. «In ogni caso — giurano i carabinieri — lo abbiamo di­strutto cinque o sei giorni pri­ma di essere arrestati». L’unica possibilità di recuperarlo è l’esame del computer dove Ta­gliente sostiene di averlo ma­sterizzato.

Fiorenza Sarzanini

L’avvocato non c’è, entra in aula la gemella

di Michele Perla

Identiche nell’aspetto, tanto da potersi sostituire una con l'altra sui banchi dell'aula di giustizia. E ieri mattina le sorelle gemelle Gabriella e Patrizia, di Magenta, sono state processate e condannate dal tribunale di Brescia, a un anno e tre mesi, con la sospensione della pena, per falso ideologico. La sostituzione di persona, era venuta a galla a seguito della denuncia presentata da un vigile urbano in pensione. Tra il 1998 e il 2001 Patrizia, che studiava giurisprudenza e laureatasi soltanto successivamente ai fatti contestati, avrebbe sostituito la sorella gemella Gabriella, avvocato con tanto di esame di Stato regolarmente superato, durante le udienze. Uno scambio per il quale le due gocce d’acqua erano state rinviate a giudizio a settembre dello scorso anno. Secondo l’accusa Gabriella si era presentata come giudice onorario nella sezione distaccata del Tribunale di Rho, mentre in un paio di occasioni a svolgere l'attività di avvocato nelle cause in discussione a Vigevano, si era fatta sostituire dalla gemella Patrizia. La sostituzione in questione pare fosse avvenuta mentre Gabriella era impegnata nel ruolo di giudice di pace. Al processo le gemelle non si sono mai presentate. A carico di Gabriella l’ex giudice onorario di Rho, pendeva anche l'accusa di truffa e falsità ideologica in certificato amministrativo. Accuse dalle quali è stata assolta dal tribunale.



Spunta l’amico di Natalie: «Coccole e confidenze tra lei e l’ex governatore»

di Patricia Tagliaferri

RomaTutti sapevano di Marrazzo e Natalie, dei loro frequenti incontri nello scantinato di via Gradoli dove l’ormai ex presidente della Regione Lazio è stato filmato, per essere poi ricattato, mentre era in compagnia del trans preferito. Ma pochi possono testimoniare che tipo di relazione ci fosse tra i due. Fabio, 38 anni, amico, confidente e condomino di Natalie, è uno di quelli. Si conoscono da oltre dieci anni, i due, lui ha addirittura le chiavi dell’appartamento di Natalie. Il settimanale Novella 2000 è riuscito a scovarlo e a farlo parlare. La brasiliana non gli ha mai nascosto nulla, neppure del suo rapporto speciale con Marrazzo, un cliente diverso da quelli rimediati per strada, che a via Gradoli si comportava come fosse di casa. «Arrivava la sera dopo il lavoro - racconta Fabio - si faceva un bagno caldo, indossava l’accappatoio e le pantofole di Natalie e si metteva a guardare la tv con lei». Non solo un rapporto mercenario, dunque, ma una vera e propria storia, un’intimità «soprattutto intellettuale» la loro. «Una storia pulita - ribadisce Fabio - sulla quale sono state elaborate ricostruzioni fantasiose». Dell’irruzione dello scorso luglio, durante la quale venne girato il video che ha costretto alle dimissioni Marrazzo, l’amico del trans assicura di non sapere nulla. Conosce invece molti particolari della liaison con il governatore, conosciuto in strada per caso due anni fa. «Era mattina - ricorda - e lei come consuetudine stava tornando dal supermercato, passeggiando, sul marciapiede di via Cassia, giù verso casa in via Gradoli. Lui la vede, accosta e le chiede “Stai lavorando?”. Al suo “No, lavoro solo di sera”, intasca il bigliettino da visita che lei gli porge. La chiamerà poi. E cominceranno a vedersi. I primi tempi una volta ogni due mesi circa. Poi più di frequente, anche due o tre volte al mese». Si vedevano sempre a casa di lei, nessun altro cliente ha mai avuto accesso ai suoi 35 metri quadrati. Natalie (ma soltanto Marrazzo e pochi intimi la chiamano così, per tutti gli altri è Natalia) lavora per strada. Nessuna auto blu. Secondo Fabio l’ex presidente della Regione arrivava in via Gradoli con la sua Smart bianca, da solo, e la parcheggiava in garage. «Erano quasi sempre le nove e mezza di sera e si tratteneva quattro-cinque ore, fino anche alle due di notte. Ma non ha mai dormito da lei», rivela il vicino di Natalie. E non erano sempre serate di sesso estremo, ma anche di coccole e carezze: «Natalie mi raccontava, emozionata, che varcata la sua porta Marrazzo si liberava di cravatta, scarpe, completo, camicia. Si faceva un bel bagno, alle volte, mentre lei lo aspettava in camera. Dove l’avrebbe raggiunta di lì a poco, con il suo accappatoio, o in boxer e maglietta. Sul letto, sdraiati, iniziavano le parole: la famiglia di lui, il Brasile di lei. Al buio, solo alla luce dello schermo. Lui le chiedeva di accarezzargli i capelli. Lei si compiaceva con me di come Piero non la volesse trasgressiva, coi tacchi a spillo e tutta in tiro in soffocanti pantaloni attillati. Di come a lui bastasse averla in calzoncini, di come la trovasse comunque provocante in microtop. A lui, mi raccontava Natalie, piaceva ascoltare la storia della sua vita: il Brasile, l’Italia, il marciapiede».
A Novella 2000 Fabio parla anche del capitolo compensi. Nulla a che vedere con i 5mila euro di cui si parla nelle carte dell’inchiesta: «Lui l’aiutava a pagare il mutuo per la casa acquistata in Brasile e per il negozio di parrucchiere che aveva aperto al suo paese. Natalie mi raccontava che le lasciava una cifra diversa, simbolica, per averle fatto perdere la giornata di lavoro su strada, tipo 500 euro, altre volte di più. Sembrava che ci fosse un principio d’amore, tra i due». E a Natalie capitava di essere gelosa, soprattutto di Brenda, con cui Marrazzo aveva cominciato a vedersi.


L'America un anno dopo: 'color blind' o più razzista?

Corriere della sera

Alessandra Farkas



NEW YORK -
Atlanta, la città di Martin Luther King, storico simbolo delle lotte dell'America nera e delle vittorie nei diritti civili, si appresta ad eleggere per la prima volta dal 1972 un sindaco bianco e donna. Mary Norwood, una 57enne ex donna d'affari, sposata con un pediatra in pensione, è in testa anche tra i neri nei sondaggi effettuati alla vigilia delle elezioni di martedì prossimo nella capitale della Georgia, dove la maggioranza degli abitanti sono neri. Se i sondaggi verranno confermati, la Norwood potrebbe sbaragliare al primo turno anche i suoi avversari afroamericani: la presidente del Consiglio Comunale Lisa Borders e l'ex senatore statale Kasim Reed, tutti e due al di sotto del 25% delle intenzioni di voto.
 
Effetto Barack Obama al contrario? Non proprio, se si pensa che all'inizio del mese la città di Memphis, in Tennessee, ha eletto per la seconda volta un sindaco nero, A.C. Wharton. E che, dopo aver vinto le primarie democratiche in Alabama, Artur Davis potrebbe ora diventare il primo Governatore nero di uno Stato che per decenni ha simbolizzato la segregazione razziale.

Dopo l'ascesa del primo presidente afroamericano della storia l'America sta diventando 'color blind'? Finalmente vota più per le idee politiche dei candidati che non per il colore della loro pelle? Forse. Eppure da un nuovo sondaggio Gallup pubblicato proprio oggi emerge un notevole aumento di scettismo tra gli americani sul fatto che le relazioni tra razze diverse possano migliorare nell?immediato futuro.

I neri, in particolare, sono più pessimisti rispetto al loro status sociale: solo il 42% (erano il 59% l'estate scorsa), contro il 59% dei bianchi (il 60% l'estate scorsa) pensa che la situazione per loro possa migliorare in futuro. Bianchi e neri hanno prospettive molto diverse sul divario razziale: l'82% dei bianchi intervistati ritiene che i neri abbiano pari opportunità nel mondo del lavoro, contro solo il 49% dei neri. Inoltre, il 72% dei neri pensa che il razzismo in Usa sia diffuso a fronte del 49% dei bianchi.

Ad aumentare il pessimismo di molti afro-americani è forse l'escalation nella retorica razzista dell'estrema destra dopo le elezione di Obama. Non solo Internet e le talk radio, ma anche canali tv seguitissimi come la FoxNews di Rupert Murdoch hanno letteralmente buttato alle ortiche il «politicamente corretto», in nome dell'insulto e della parolaccia acchiappa-rating. Chi più sbraita ed ingiuria, insomma, più è seguito.

Anchormen radicali come Glenn Beck, Bill O'Reilly e Rush Limbaugh si schermano dietro il primo emendamento della costituzione Usa sulla libertà di espressione per inveire contro il presidente Usa, accusato di essere comunista, nazista, filo-terrorista, il nuovo Hitler e perfino l' Anticristo. Una campagna dell'odio assordante approdata nell'inquietante sondaggio su Facebook sull'opportunità di assassinare Obama. 
 
"L'elezione di Obama ha risvegliato il peggior razzismo in una frangia estrema del partito repubblicano", spiega la scrittrice e Premio Nobel Toni Morrison, "una chiassosissima minoranza convinta che il Paese sia stato scippato da gente di un' altra razza e pianeta. Reclamano il potere che secondo loro gli spetta in virtù di una presunta, mitica superiorità. Oggi - avverte - certi talk-show incitano apertamente alla violenza».







venerdì 30 ottobre 2009

Ai viados tolti anche i videogiochi" Le lacune di Piero al vaglio dei pm

Il Tempo


Anche una playstation. Pare che rapinassero di tutto i quattro carabinieri arrestati con l'accusa di aver ricattato l'ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, per il video-scandalo con un trans in un appartamento di via Gradoli, sulla Cassia. Stando alle indiscrezioni che vengono fuori dalla comunità di omosex brasiliani, concentrata nell'area nord di Roma, i «militari infedeli» erano i loro predoni: si sarebbero appropriati di soldi, computer e anche profumi. Stando alle testimonianze, alcune razzie risalirebbero a un anni fa. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale stanno cercando di ricostruire la presunta attività parallela del quartetto, in servizio alla Compagnia Trionfale.

Sospettando che non agissero da soli, ma avessero dei complici, forse anche sedicenti carabinieri. Finora hanno sentito una quindicina di viados, la maggior parte di loro sono clandestini, senza permesso di soggiorno. Condizione che li avrebbe resi vulnerabili, specie agli occhi dei quattro. Dicono: «Ci rapinavano perché siamo clandestini, privandoci di denaro e oggetti, anche delle playstation». Ma non di droga, almeno questa è l'impressione ricavata dal Ros nel corso di questi primi accertamenti. A passare lo stupefacente ai trans brasiliani sarebbe stata un'altra persona, Gian Guarino Cafasso, il pregiudicato morto a settembre per un arresto cardiaco mentre si trovava in un hotel sulla Salaria in compagnia di un brasiliano.

Anche sul suo conto il Ros sta facendo verifiche. Il curriculum di Cafasso è noto alle forze dell'ordine: spaccio di droga e anche sfruttamento della prostituzione. Un settore che il pregiudicato, detto Rino, non avrebbe abbandonato del tutto, rifornendo i transessuali di cocaina. E il business doveva rendere bene. Sono diverse le operazioni di carabinieri e polizia nelle quali i trans incappano come grandi consumatori di polvere. E non solo per loro. Spesso lo stupefacente serve anche per i clienti durante gli incontri. Gli interrogativi che pendono su Cafasso riguardano i suoi rapporti con i quattro carabinieri.

Lui era un loro informatore, segnalava traffici e persone nuove sul territorio. Nell'ordinanza di custodia cautelare, il giudice Spinaci lo spiega bene parlando dei carabinieri Carlo Tagliente, Luciano Simeone e del maresciallo Nicola Testini: «Nel corso di spontanee dichiarazioni - si legge - Tagliente, Simeone e Testini hanno affermato concordemente di avere ricevuto verso la fine del luglio del 2009 da un loro confidente e gravitante nel mondo dei transessuali, tale Gian Guarino Cafasso un filmato su cd nel quale era ripreso il presidente Marrazzo in compagnia di un transessuale in atteggiamenti ambigui e nel quale veniva ripresa anche della polvere bianca.

Il Cafasso aveva chiesto loro di aiutarlo a venderlo e dopo la morte del Cafasso avevano continuato con trattative condotte con l'aiuto del quarto carabiniere, Antonio Tamburrino, anche attraverso il suo amico fotoreporter Max Scarfone con i rappresentanti di una agenzia di Milano, con i quali era infine stato raggiunto l'accordo per 50 mila euro. Pochi giorni prima della perquisizione (il 20 ottobre scorso, ndr ) si erano accorti di probabile indagine nei loro confronti di colleghi appartenenti al Ros e avevano perciò deciso di distruggere i cd contenenti il filmato». La Procura di Roma vuole capire se filmare i vip coi trans e poi ricattarli era un sistema rodato, usato anche con altre vittime. E quindi s'indaga, per accertare se oltre a Marrazzo sotto ricatto c'erano altri personaggi famosi. Politici, attori, calciatori, nomi sussurrati dagli stessi trans dell'appartamento di via Gradoli.

Fabio DI Chio

Il sindaco oscura Facebook sui pc del Comune

Il Secolo XIX


Claudio Donzella

Un filtro introdotto nel sistema impedisce ai dipendenti di accedere al più famoso dei social network e ad altri siti ritenuti estranei al lavoro d’ufficio e fonte di distrazione per il personale. Avviato un monitoraggio della navigazione su Internet nei vari settori del Comune, poi toccherà alla verifica sul traffico telefonico

Facebook oscurato, come altri social network, sui computer degli uffici; avvìo dei controlli per settore della navigazione su Internet e, prossimamente, anche una verifica sul volume e la destinazione delle telefonate che partono dal Comune.

Il “sindaco della comunicazione” Maurizio Zoccarato ha deciso che a Palazzo Bellevue certe regole, che portano peraltro la firma del ministro della pubblica amministrazione e innovazione Renato Brunetta, vanno rispettate. Quindi, stop ai diversivi sul web che possono distogliere i dipendenti comunali dalle loro occupazioni istituzionali.

La prima “vittima”, già da un po’ di tempo, è stato il più famoso e gettonato social network, diventato un vero e proprio fenomeno sociale, il nuovo luogo di incontro tra le persone. Nel sistema informatico di Palazzo Bellevue è stato introdotto un filtro che impedisce (a meno che non si sia degli esperti informatici) l’accesso a Facebook, e ad altri siti analoghi. Una limitazione che si aggiunge a quelle già inserite per impedire di andare su siti pornografici o di giochi.

Zoccarato comunque non vuole dare troppa enfasi all’iniziativa: «Credo di aver fatto una cosa assolutamente normale per qualsiasi azienda o ente pubblico, dove è giusto limitare o impedire l’accesso a quei siti Internet che non sono funzionali e pertinenti al lavoro». Il sindaco assicura di aver agito per un principio di corretto e responsabile funzionamento degli uffici comunali, e a livello “preventivo”, applicando quindi le direttive del ministro Brunetta: e non per aver accertato particolari e ripetuti “abusi” di Facebook. Anche se qualcuno ancora ricorda la “ramanzina” fatta a un operaio, pochi giorni dopo l’insediamento come sindaco, sorpreso a giocare su Internet e a tralasciare gli impegni dell’ufficio.

«Richiamare al rispetto di certe regole non significa mica istituire un clima da “Gestapo”», ribadisce Zoccarato. L’amministrazione ha anche comunicato ai sindacati e al personale che sarà attivato il monitoraggio a campione della navigazione su Internet nei vari settore comunali, secondo le rigorose procedure fissate dalla legge. Se in una determinata area dovessero registrarsi delle anomalìe, cioé troppi accessi prolungati a siti non legati al lavoro, allora verrà informato il dirigente competente, affinché a sua volta segnali il problema al personale e lo richiami a un uso corretto dei computer dell’ufficio. Soltanto nel caso le “stranezze” dovessero proseguire, scatterebbero i controlli a campione sui dipendenti.

Il monitoraggio della navigazione su Internet è comunque già previsto, anche per i singoli dipendenti, ma soltanto a fini statistici: i risultati restano quindi nel server, non possono essere consultati da nessuno (anche perché resterebbe poi la traccia di chi è andato a vederli), e vengono cancellati dopo un certo tempo, a meno che non ci sia una richiesta dell’autorità giudiziaria per gravi motivi.

Una cosa che il sindaco dice invece di voler sicuramente fare è quella di una verifica sul volume e la destinazione del traffico telefonico da tutta una serie di utenze in dotazione al Comune. «Chiederemo l’intervento di una società esterna in grado di svolgere questo controllo», spiega Zoccarato. Che sull’uso dei telefoni ha già mostrato di voler intervenire quando ha di fatto abolito l’utilizzo dei cellulari di servizio da parte degli assessori. Quanto ai telefoni fissi presenti a Palazzo Bellevue e negli uffici distaccati, in effetti le bollette lascerebbero pensare che qualche “abuso” potrebbe anche esserci.

La sorella della vittima: mio fratello era solo un rapinatore, non boss di camorra

Corriere del Mezzogiorno


NAPOLI - Pasqualina si augura che il video diffuso dai magistrati sull'omicidio in diretta del fratello serva a prendere l'assassino. È la sorella di Mariano Bacioterracino, l'uomo trucidato a freddo nel maggio scorso nel quartiere Sanità a Napoli. Esecuzione ripresa dalla telecamere. Immagini che ieri hanno fatto il giro del mondo. «Quando è successa la sparatoria, mia nipote non era in casa, ha saputo che il papà era stato ammazzato da un video che le è arrivato sul telefonino. La bambina ovviamente è rimasta sconvolta, non credo che si riprenderà mai dallo choc» ha affermato Pasqualina in una intervista a «Il Mattino».

«PERCHÈ L'HANNO AMMAZZATO?» - «Ci auguriamo solo - aggiunge - che questa tortura serva a qualcosa, aiuti ad identificare il killer di mio fratello, noi non possiamo fare niente per assicurargli giustizia, noi siamo gente semplice, queste cose sono superiori alle nostre forze. Hanno fatto passare mio fratello per un grande boss, un affiliato. Ma non era cosi. Mio fratello era solo un rapinatore. Le mogli degli affiliati hanno uno stipendio quando il marito va in carcere, ma mia cognata non ha mai avuto una lira, ha mandato avanti la famiglia lavorando». «Lo ripeto - conclude - mio fratello aveva sbagliato, ma aveva già pagato per quello che aveva fatto. Era stato in carcere, aveva espiato la sua pena. I suoi conti con la giustizia erano chiusi. Non sappiamo perché è stato ucciso, ma una cosa è certa: non era un boss».

LA PROCURA: NESSUNA SEGNALAZIONE - Al momento però in Procura non è arrivata alcuna segnalazione. Ancora nessuno disposto a collaborare per identificare il killer. Ad affermarlo è il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, interpellato dall’Ansa. Il video, nonostante le immagini forti, è stato diffuso proprio per cercare di ottenere segnalazioni, anche anonime, sugli autori dell’omicidio dello scorso 11 maggio. «Purtroppo non è arrivata alcuna comunicazione - dice Lepore - ma noi continuiamo a sperare e ad appellarci a tutti affinchè, anche con una semplice telefonata, qualcuno ci dia qualche indicazione precisa».

Caso Cucchi, è polemica La Russa: «Militari corretti»

Corriere della Sera

Una foto di Stefano Cucchi

MILANO - «Carabinieri corretti». Il caso Cucchi, il 31enne morto in circostanze ancora da chiarire dopo l'arresto, scuote anche il mondo politico e il ministro della Difesa Ignazio La Russa interviene nel dibattito, spiegando di non avere «strumenti» per dire come sono andate le cose, ma dicendosi «certo» di una cosa: «il comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione». «Non c'è dubbio che qualunque reato abbia commesso questo ragazzo - spiega La Russa - ha diritto ad un trattamento assolutamente adeguato alla dignità umana. Quello che è successo non sono però in grado di dirlo perché si tratta di una competenza assolutamente estranea al ministero della Difesa, in quanto attiene da un lato ai carabinieri come forze di polizia, quindi al ministero dell'Interno, dall'altro al ministero della Giustizia. Quindi non ho strumenti per accertare, ma di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione». Alle parole di La Russa sembrano fare eco quelle di Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, il secondo sindacato della polizia penitenziaria, secondo il quale, «secondo fonti attendibili, Stefano sarebbe arrivato a Regina Coeli direttamente dal tribunale già in quelle condizioni, e accompagnato da un certificato medico che ne autorizzava la detenzione, come di solito si fa in questi casi». L'Osapp protesta con Michele Santoro, per come è stato trattato il caso ad Annozero. «Quale rappresentanti di un'istituzione autorevole che qualcuno tenta di annientare strumentalizzando il "caso" - prosegue Beneduci - siamo disgustati da una vicenda grave che sta via via assumendo le fattezze di un fatto politico e che rischia di disonorarci: come per il caso Bianzino, il caso Aldovrandi. Le ombre ci uccidono, uccidono l'intera categoria alla quale ci esaltiamo di appartenere, ed è triste che fino adesso siamo stati l'unica organizzazione sindacale ad avere il coraggio di dire la propria con grande chiarezza ed onesta».

FAREFUTURO - «Verità» è la parola d'ordine usano da molti in queste ore. «Verità. Naturalmente verità. Verità e legalità per tutti, ma proprio tutti: in fondo è semplice» si legge in un corsivo di Ffwebmagazine, il periodico online della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, all'indomani della pubblicazione voluta dalla famiglia del giovane deceduto delle foto del cadavere. «Uno Stato democratico non può nascondersi dietro la reticenza degli apparati burocratici - continua il corsivo -. Perché verità e legalità devono essere "uguali per tutti", come la legge. Non è possibile che, in uno Stato di diritto, ci sia qualcuno per cui questa regola non valga: fosse anche un poliziotto, un carabiniere, un militare, un agente carcerario o chiunque voi vogliate. Non può esistere una "terra di mezzo" in cui si consente quello che non è consentito, in cui si difende l'indifendibile, in cui la responsabilità individuale va a farsi friggere in nome di un "codice" non scritto che sa tanto, troppo, di omertà tribale». «Nell'esprimere tutto il mio cordoglio alla famiglia del giovane Stefano Cucchi in questo momento di profondo lutto e di terribile dolore, auspico vivamente che da parte di tutti i soggetti coinvolti si impieghi il massimo sforzo nel fare chiarezza al più presto sull'intera vicenda» è l'auspiscio del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni. «Presidente Napolitano, le foto diffuse ieri coraggiosamente dalla famiglia di Stefano Cucchi meritano verità e giustizia» è quanto chiedono in un appello inviato al capo dello Stato i giovani della Fgci, l'organizzazione giovanile del PdCI, e dei Giovani Comunisti del PRC. «Gli italiani, tutti, hanno bisogno di avere fiducia nelle forze dell'ordine e nel rispetto della legalità da parte di chi è chiamato a far sì che non venga mai violata» dice Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd.



Cani in missione anti-pirateria

Corriere della Sera

Sanno fiutare il policarbonato: è la nuova frontiera della lotta contro il contrabbando di film e cd copiati

MILANO - Ruca è un cane poliziotto della Guardia Nazionale Portoghese con una missione speciale: combattere la pirateria di cd e dvd. Infatti non è stato addestrato per scoprire droga o esplosivo, ma policarbonato, e sostanze plastiche di cui sono composti i dischi. Insieme ad altri colleghi a quattro zampe, sparsi nel mondo (ne esistono in Malesia, in Messico e in America), hanno imparato a girare per mercati e vie sospette e a scovare pile di materiale contraffatto. È la nuova frontiera della lotta contro il contrabbando di film e cd copiati, che ha messo in ginocchio l’industria mondiale discografica e cinematografica (solo in Italia si calcola un giro d’affari di 2 miliardi e mezzo di euro).

Labrador addestrati contro la pirateria

ADDESTRATI IN EUROPA - I primi labrador a imparare questo nuovo mestiere, sniffare compact disc e dvd, sono stati due labrador, Lucky e Flo. Non sono stati reclutati dall’Fbi o dalla Cia, ma da Dan Glickman, presidente dell’Associazione dell’Industria cinematografica statunitense (la Mpaa). Erano due cani abbandonati in un canile del nord Irlanda e avevano due anni di età. Il loro allenatore, Michael Buchan, vicedirettore dell’intelligence della Mpaa, all’inizio non credeva in questo nuovo metodo e per primo è rimasto sorpreso dal risultato: «Ovviamente - spiega - gli animali non riescono a distinguere dischi originali da dischi falsi, ma laddove c’è il sospetto di contraffazione danno una grossa mano per scovare enormi quantità di materiale nascosto». La Mpaa ha patrocinato una tournée dei due cani in Usa e in Europa per sensibilizzare il mondo al problema della contraffazione di opere intellettuali.

Video

Ketty Areddia



Bud Spencer compie 80 anni "Snobbato, ma se fossi gay..."

di Massimo Bertarelli


Caro Bud Spencer, le pesano i suoi ottant’anni?
«Per niente. Non mi sono accorto di esserci arrivato».

Sono più gli anni o i chili?
«I chili, i chili. Anche se sono sceso da 150 a 125».

Col cinema però è fermo dal film di Olmi, «Cantando dietro i paraventi», che è di cinque anni fa...
«Macché fermo, ho appena finito di girare Uccidere è il mio mestiere, una produzione tedesca, dove impersono il maestro di un assassino, completamente cieco».

Una commedia più che un poliziesco, quindi, ma quando lo vedremo in Italia?
«Credo presto, ora stanno facendo il doppiaggio».

Senta, tornando a Olmi, critiche entusiaste e sale mezze vuote...
«È il destino dei film di Olmi, un autore talmente geniale che non ha bisogno del successo delle folle».

Al contrario di Bud Spencer...
«Non esageriamo, non mi ritengo un attore, ma un personaggio molto fortunato, diventato popolare. Attore mi sono sentito per la prima volta proprio con Olmi».

Ma la critica la snobba e premi ne ha presi pochi...
«Pochi in Italia, a parte un premio Charlot nel Salento. Invece all’estero ne ho raccolti molti, da Berlino alla Spagna. A Parigi un’autorevole giornalista del Figaro mi ha commosso con le sue parole».

Come spiega questa disattenzione italiana?
«Mah, forse perché non sono gay, né trans e ho la stessa moglie da cinquant’anni».

Dispiaciuto?
«Un po’ ferito sì, per fortuna non conosco il rancore. Mi rifaccio con i fan sparsi in tutto il mondo, Russia, Arabia Saudita, Australia e Germania, dove hanno inventato magliette con il mio faccione al posto di Che Guevara».

E in Italia?
«Ho ventitré fan club, primo della lista a Verona. Per iscriversi bisogna ripetere davanti al notaio le frasi celebri dei miei film. E quante lettere: 1.500 al mese, mica poche, anche se dimezzate rispetto a qualche anno fa».

Scrivono più a lei o al suo socio, Terence Hill?
«Non saprei. Di sicuro scrivono a me, non alla coppia».

Coppia mitica, che ha girato quanti film?
«Sedici, in quarantadue anni. Un lunghissimo tempo senza mai un litigio».

Tornerete insieme, magari con quel Don Chisciotte, di cui si era tanto parlato?
«Non credo. È una questione di decenza, certe cose non posso più farle. Sono rimasto colpito, non tanto tempo fa, da un bambino, che mi ha squadrato per strada e poi ha detto al padre: “Com’è vecchio”. Terence, che ha dieci anni meno di me, forse sì».

Adesso però ha deciso di fargli concorrenza in tv con una nuova serie gialla, I delitti del cuoco, in onda su Canale 5 in primavera...
«Ma io non sono un prete come Don Matteo, bensì un commissario di polizia in pensione, che ha aperto un ristorante e dà una mano alla polizia. Lo dico subito: niente a che vedere con Nero Wolf né con Maigret. Semmai c’è qualche somiglianza col mio Piedone».

Sarà dura eguagliare il boom di Don Matteo...
«E allora? Sono felice del successo di Terence, se farò ascolti più bassi pazienza».

Anche tra di voi vi chiamate Terence e Bud?
«Ma no, ci sentiamo e ci vediamo di continuo: ciao Mario, ciao Carlo».

A proposito, perché non ha fatto cinema con il suo vero nome, Carlo Pedersoli, tra l’altro già celebre per il nuoto?
«Semplice. Negli anni Sessanta e Settanta c’era la moda esterofila di camuffare l’identità di attori e registi. L’hanno fatto tutti, da Sergio Leone a Franco Nero a Giuliano Gemma».

E come ha scelto il suo?
«Altrettanto semplice. Spencer Tracy era il mio idolo e la Budweiser la mia birra preferita».

Lei però ha cominciato la carriera in piscina?
«Sì, sono stato per dieci anni campione italiano dei cento stile libero... ».

Il primo a scendere sotto il minuto...
«Vero. Nel 1950 con 59 secondi e un decimo. Ma giocavo anche a pallanuoto: centravanti della nazionale, il famoso Settebello, alle Olimpiadi di Helsinki del ’52 e di Melbourne nel ’56. Che beffa: gli azzurri vinsero, senza di me, nel ’48 a Londra e nel ’60 a Roma».

Sport e cinema, due strade lontane...
«Mica tanto. Lo sport mi ha insegnato a restare con i piedi per terra. Quando nuotavo avevo le donne che volevo, i migliori alberghi e via dicendo. Ma un giorno ti svegli e c’è qualcuno che va più forte di te. E non sei più nessuno. Così nel cinema: il pubblico ti può togliere il successo in una notte».

Come ha cominciato col cinema?
«Per caso, anche se mia moglie Maria è figlia di uno dei più grandi produttori, Peppino Amato. Un giorno, era il ’67, il regista Giuseppe Colizzi le chiese: “È sempre grosso come prima? Ho bisogno di uno così per un western”».

Visto e preso, insomma...
«Non proprio. A me domandò: “Sai andare a cavallo? Parli inglese? Hai la barba?” Beccandosi tre no. “Va bene”, e aggiunse “quanto vuoi?”. Gli risposi: “Ho due cambiali da due milioni l’una, scadenza giugno e luglio. Me le paghi e siamo pari”. Ci pensò su due mesi, poi accettò. E girai il mio primo western».
Meno male.


La Russia (ri)vuole la pena di morte

Corriere della Sera

MOSCA - La Corte costituzionale russa sta valutando il ripristino della pena di morte già da gennaio 2010. In Russia la pena di morte è attualmente sospesa, ma non è mai stata abolita. La notizia ha provocato un'accesa discussione tra i difensori dei diritti umani, avvocati e giuristi. Mosca per aderire al Consiglio d’Europa ha firmato la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ma il protocollo numero 6, relativo all’abolizione della pena di morte, non è stato ratificato.

DIBATTITO - L’ultima esecuzione capitale in Russia avvenne nel settembre 1996 a Mosca. Dopo di che il presidente Boris Eltsin firmò un decreto per la riduzione graduale della pena di morte. Successivamente la Corte Costituzionale il 2 febbraio 1999 introdusse la moratoria, tuttora in vigore, con la motivazione dell’assenza di una giuria in molti tribunali. Attualmente solo Cecenia non ci sono giurie, ma dovrebbero essere reintrodotte dal 1° gennaio. Secondo il primo vice presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza, Mikhail Grishankov, il problema non è legale, ma politico: «Molti cittadini sono favorevoli alla pena di morte, ma ci sono avvocati che ritengono la pena di morte incapace di fermare il problema della criminalità. Si tratta di una questione di consenso sociale e di soluzioni politiche».



Il teorema Santoro-Travaglio: il ricattato è Silvio

di Gabriele Villa

Luci (rosse) della ribalta. Venghino signori venghino nel Gran Circo della politica riveduta e corretta dall'indomito domatore Michail Santoro. Tutto fa spettacolo ad Annozero, un reggiseno, come una faccia tosta fuori misura. Il chiaroscuro (molto più scuro che chiaro) degli appartamenti-loculi in cui alloggiano i viados della zona Gradoli-Due Ponti così come aveva fatto (a suo tempo) spettacolo la camera da letto di Silvio Berlusconi, come l'intervistona a Patrizia D’Addario. Nella trasmissione più trans-genica che il servizio pubblico possa proporre ai forzati del canone c'è spazio e tempo per tutto e tutti purché tutto e tutti, adeguatamente modificati con raffinate tecniche che fanno arrossire di vergogna gli ingegneri genetici, appunto, conducano sempre in un porto sicuro. E che cosa c'è di più sicuro che un approdo in casa del presidente del Consiglio?
D'altra parte, dite la verità, chi potevate immaginare che ci fosse dietro il caso Marrazzo se non lui, sempre e soltanto lui, Silvio, l'ossessione notturna del Gran Tribuno Santoro e ancor più del Gran Pinocchio Travaglio (sì, proprio quello che ogni giovedì declama, leggendola dal taccuino la sua poesiola davanti alla famiglia riunita per farsi fare le carezzine e gli applausi del quantoseibravoebello). Già, meno male che c’è Travaglio l’informatissimo, detto «un tanto al chilo». Perché il suo pippone di ieri sera fa tornare Annozero al vero Annozero. Ridà smalto e vigore (ma soprattutto le restituisce il vero volto) a una trasmissione che stava somigliando fino al suo mirabile intervento a «Un giorno in pretura».

Che cosa ci ha detto Travaglio? Che cosa ci ha fatto capire con la sua solita chiarezza? Che la colpa è di Berlusconi. Anzi, di più. Che Berlusconi è il grande regista del caso Marrazzo, che Berlusconi ha quasi ricattato (avete letto bene: ricattato, visto che Travaglio annuisce di soddisfazione mentre recita la poesiola del giovedì) avvisando il governatore della Regione Lazio del video che sta circolando e «se è vero come è vero - chiosa il Gran Pinocchio-Travaglio - che chi cede ai ricatti e non denuncia si deve dimettere allora come mai questa regola vale solo per Marrazzo e non per Silvio Berlusconi?». Fantastico, suggestivo teorema per dimostrare il quale Travaglio mette in fila tutti gli strani episodi che hanno o avrebbero coinvolto il premier reticente. A cominciare ovviamente dall’ultimo: la notizia del video su Marrazzo riferita al Cavaliere dalla figlia Marina.

Ecco ci spiega Travaglio, vedete come si è comportato Berlusconi? Ha chiamato Marrazzo lo ha avvisato gli ha detto dove comprare il video e anche lui non ha denunciato, non gli è venuto in mente di denunciare il ricatto. Un vizio quello di Berlusconi, secondo Travaglio, visto che nel 1975 ha subìto un attentato mafioso nella sua villa di via Rovani ma non lo ha denunciato. Così come, giura Travaglio, non ha denunciato un altro simile attentato nell'86. E ancora (non c’è ragione di dubitare visto che è sempre Travaglio ad affermarlo con sicumera) per lo stesso motivo (minacce? ricatto?) avrebbe deciso di mandare all'estero i suoi figli (come hanno fatto peraltro centinaia di imprenditori) per metterli al riparo da possibili sequestri. Poteva concludere il suo sermone Travaglio senza citare il tandem che fa sempre pedalare volentier quello composto dall’avvocato Mills e dal premier? No,macchè quindi rieccoci. Siamo sempre lì. Magari (lo suggeriamo a Pinocchietto) mettiamoci anche Mills dietro l’affare Marrazzo così il quadro è completo. Dimenticavamo: pensate che in soccorso di Travaglio arriva persino la debuttante Debora Serracchiani. La Debora non ha le idee chiare ma chiarissime tanto da sentenziare che: «La questione politica è chiusa perché i nostri si dimettono quando sbagliano. Diciamo che da questa vicenda ho scoperto che l’Italia è un Paese di dimissionari tranne uno… ».

La toga rossa chiama "compagni" i colleghi

di Anna Maria Greco

Roma - «So di avere intorno un gruppo di amici e colleghi di grande valore (stava per scapparmi: “compagni”)...». Forse è l’entusiasmo per la vittoria personale, forse è l’abitudine antica, forse un lapsus, ma quel termine esce prepotentemente dalla penna di Valerio Savio. Un termine che denuncia inequivocabilmente il legame mai spezzato con la tradizione comunista.

Il gip di Roma è l’unico eletto per Magistratura democratica nella giunta distrettuale capitolina dell’Anm. E si sente in dovere di ringraziare tutti quelli che l’hanno sostenuto in campagna elettorale. Lo fa con una lettera nella mailing list interna della corrente di sinistra delle toghe «Area», in cui analizza il voto locale. Non è proprio soddisfacente, visto che a Roma la sinistra ha perso in termini percentuali 5 punti, con Md (187 voti) e Movimento (88) scesi dai 3 ai 2 seggi, mentre sono state premiate le correnti moderate: Unità per la costituzione (343 voti) che conferma i 3 seggi e, soprattutto, Magistratura indipendente (202) che passa da 1 a 2 seggi.

«In ogni caso - scrive il giudice -, abbiamo perso un seggio, ne abbiamo solo uno su sette, e la soddisfazione per il dato relativo ai consensi ad Md deve subito cedere il passo alla consapevolezza che nella nuova Giunta molto ci sarà da fare, e non sarà facile farlo». Il neoeletto garantisce il suo impegno e «l’entusiasmo che non sono ancora riusciti a farmi perdere». A chi si riferirà con questa vena di amarezza? Al governo, alla maggioranza, a Berlusconi?
Savio si consola con il fatto di trovarsi in buona compagnia, nel gruppo «unito» dei «compagni» della sezione romana dell’Anm. Lo scrive tra parentesi, ma evidentemente gli viene dal cuore e pensa che ai suoi interlocutori piaccia essere chiamati così. Come ai tempi delle bandiere rosse del vecchio Pci, delle lotte in toga con falce e martello.

Eppure, almeno ufficialmente, ad essere definiti comunisti ci si offende. Perché, se no, le reazioni sdegnate di Anm e Csm alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi che ha chiamato «comunisti» i magistrati milanesi? «Siamo ormai - ha accusato il togato di Md al Csm, Livio Pepino - alla ripetizione ossessiva di accuse infondate e questo è l’aspetto più sgradevole». Un «vaneggiamento», ha rincarato la dose il laico di centrosinistra Mauro Volpi.
Già, ma sembra proprio che nella corrente di sinistra della magistratura ci si chiami l’un l’altro «compagni». Qualcosa vuol dire, o no? Un compagno in toga fa sempre un certo effetto al cittadino. Perché non si sente molto garantito se le toghe sono troppo rosse, come troppo nere. Politicizzate, insomma.

Savio usa un gergo «storico», anche se nella sua lettera agli elettori si pone un problema: «La sensazione è che il 95 per cento dei nostri consensi siano stati over 40». Forse, per catturare più giovani bisognerebbe incominciare con il rinnovare il linguaggio. E il gip in questione non sembra la persona giusta. Al congresso della corrente di marzo il suo intervento era intitolato ad una Md «di lotta e di governo», utilizzando ancora una volta la formula di Palmiro Togliatti. Una formula che già anni fa Massimo D’Alema definì sorpassata. Ma forse, quelli di Md sono più legati alla tradizione degli stessi Ds.


Viados e politici, caccia in parlamento Gasparri: "Sono voci per infangarmi"

di Gian Marco Chiocci


Roma - Malignità, pettegolezzi, cicalecci. Gossip allo stato puro. In una ridda di voci incontrollate, e incontrollabili, nei palazzi del potere e nelle redazioni di giornali gira ormai qualunque diceria hard. Fra i politici più bersagliati dalle maldicenze c’è Maurizio Gasparri, presidente del gruppo Pdl al Senato. E se le chiacchiere relative a un suo presunto coinvolgimento in una retata antitrans a Roma girano sul suo conto è anche un po’ colpa sua (si fa per dire) visto che proprio l’ex esponente di An da anni, e in più occasioni, a cene o incontri di partito, ha scherzato su un banale episodio che di striscio riguardò i trans e che col passaparola romano s’è ingigantito assumendo le forme di un segreto da bisbigliare e maneggiare con cura.

Le voci su Gasparri e i viados sono tornate a circolare all’impazzata perché qualche quotidiano ha parlato del coinvolgimento di due ex ministri (e Gasparri è stato ministro) all’inchiesta su Marrazzo. Poi qualcun altro ha aggiunto un altro tratto sospetto all’identikit del politico «chiappe d’oro», ricordando che Gasparri ha abitato in via Gradoli, la stessa strada del palazzo frequentato dall’ex presidente della Regione Lazio, omettendo però di precisare che in quella via (e non in quel palazzo) Gasparri vi abitò con la famiglia oltre quindici anni fa. Insomma, nessun riferimento diretto alla persona, ma uno stillicidio indiretto, fatto di sussurri e indiscrezioni, che dài e dài alla fine hanno raggiunto l’incredulo parlamentare.

I fatti che riguardano il presunto incidente di percorso di Gasparri, per come li ha ricostruiti il Giornale, sono questi: nella primavera del 1996 (secondo il sito Dagospia il 29 aprile 1996) l’ormai ex sottosegretario agli Interni viene invitato a una cena al prestigioso Circolo del Polo, ai piedi dei Parioli, nella zona sportiva dell’Acqua Acetosa che a quei tempi (e anche in questi) la sera pullulava di donne e/o uomini in vendita con perizoma e calze a rete. La moglie di Gasparri arriva all’appuntamento in auto, in compagnia di Italo Bocchino poiché il marito, attardatosi per questioni di partito, le ha detto che la raggiungerà di lì a poco. Gasparri arriva però con molto ritardo perché, qualche minuto prima, una pattuglia di carabinieri s’era incuriosita dall’indugiare a singhiozzo di una Fiat Punto fra i viali dell’Acqua Acetosa. Lampeggiante, paletta. Gasparri, al volante della Punto, mette la freccia e accosta diligentemente al marciapiede. Si qualifica, fornisce documenti e patente ai carabinieri della gazzella del 112, spiega che stava facendo su e giù lungo quei viali pieni di circoli sportivi (c’è quello parlamentare, quello dei carabinieri, il Coni, ecc. ) perché non conosceva l’esatta ubicazione del Circolo del Polo e a causa della scarsa illuminazione, non riusciva a trovare l’entrata. Chiarito quello che poi lo stesso Gasparri ha definito un equivoco insignificante, non sappiamo se con l’aiuto degli stessi carabinieri o per conto suo, ha trovato la strada giusta ed è giunto a destinazione. Una volta al tavolo Gasparri ha sbandierato ai quattro venti l’episodio, fors’anche per giustificarsi dell’inqualificabile ritardo: «Ahò, ma lo sapete? M’hanno fermato i carabinieri qua vicino. Pensa se passava qualcuno e me vedeva, poteva pensa’ che annavo coi trans!». L’episodio per come lo abbiamo raccontato è stato confermato al Giornale dallo stesso Gasparri che sul punto non ha voluto aggiungere una parola di più, se non che «questo vociare è uno squallore vergognoso. Ma vi giuro che il primo che scrive una riga fuori posto, o che solo lascia intendere qualcos’altro, lo trascino in tribunale». 

Chi organizzò quella cena al Circolo del Polo è Francesco Caroleo Grimaldi, noto avvocato romano, all’epoca presidente di un’associazione culturale (Asi) che aveva tra i suoi referenti politici proprio Maurizio Gasparri. Il Giornale ha contattato anche lui per un riscontro. «Ricordo benissimo questo episodio - spiega Caroleo Grimaldi - era il 1996, adesso non si dire esattamente se era prima o dopo le elezioni. Corrisponde al vero che organizzai una cena al circolo del Polo a cui parteciparono un centinaio di persone. Ricordo anche che Maurizio (Gasparri, ndr) che doveva essere seduto accanto a me, arrivò abbastanza in ritardo. Quando mise piede nel circolo raccontò, suscitando nei presenti non poca ilarità, che era stato fermato dai carabinieri perché non riuscendo a trovare l’entrata del circolo aveva camminato per quei viali poco illuminati che come tutti i romani sanno a una certa ora sono frequentatissimi dai trans. Ricordo anche - continua il legale - che alla fine venne preso in giro dagli amici presenti al tavolo. I più feroci, e simpatici, furono Italo Bocchino e Peppino Valentino. Le battute non posso ripeterle...».



Il video con Marrazzo dura 13 minuti Ci sono volti e voci che non vanno visti»

Corriere della Sera

La confessione di un carabiniere arrestato. Il fotografo Scarfone: il video era stato acquistato


ROMA - Il video originale che ritrae Piero Marrazzo con un transessuale è molto più lungo di quello messo in vendita. A confessarlo è stato il ca­rabiniere Nicola Testini, durante la perquisizione effettuata nel suo appartamento il giorno prima di essere arrestato: «Quello che ho visionato io aveva una durata di circa 13 minuti. Non so chi l’abbia fatto, so soltanto che era a spezzoni, molto mosso. Noi lo abbiamo avuto da un confidente che poi è morto e volevamo farci almeno 60 mila euro». Il re­sto lo aggiunge il suo collega Carlo Tagliente rive­lando di custodirlo nel computer: «D’accordo con i miei colleghi feci una copia del video attraverso il masterizzatore del mio pc portatile che ho tuttora a casa mia e vi consegnerò spontaneamente. Le al­tre due copie sono state invece distrutte da me e Testini». Lo stesso Tagliente avrebbe confidato al fotografo Max Scarfone che nel filmato «ci sono vo­ci e volti che non possono essere visti».
Il quinto carabiniere
Le carte dell’inchiesta che ha portato alle dimis­sioni il Governatore del Lazio rivelano dunque nuovi particolari e dimostrano che gli accertamen­ti sono tutt’altro che finiti. Consegnano dettagli inediti come la possibilità che fossero 15 mila gli euro ripresi sul tavolino accanto alla cocaina e al tesserino, e non 5 mila come racconta lo stesso Marrazzo. E fanno emergere la partecipazione di diversi gruppi editoriali alla trattativa per l’acqui­sto delle immagini. Sono gli stessi carabinieri del­la Compagnia Trionfale Tagliente, Testini e Lucia­no Simeone ad ammettere le proprie colpe parlan­do di «debolezza imperdonabile» e poi racconta­no di aver coinvolto Antonio Tamburrini «soltan­to in un secondo momento perché volevamo ven­dere il materiale e lui aveva un parente fotogra­fo».
Il riferimento è a Max Scarfone, il paparazzo che li mise in contatto con l’agenzia Photomasi di Milano. Il 20 ottobre Scarfone viene interrogato. E dichiara: «A luglio fui contattato da Antonio Tam­burrini che mi disse che alcuni suoi amici aveva­no un video su un politico importante dentro una casa con tanta cocaina e un trans. Mi chiedeva un aiuto per venderlo per conto di queste persone. Dopo qualche giorno Antonio mi ha portato all’ap­puntamento con una di queste persone». La rico­nosce in fotografia e poi aggiunge:
«Dopo giri tor­tuosi per non farmi capire dove stavamo andan­do, siamo arrivati e sotto il portone c’era un’altra persona, un carabiniere, che mi ha controllato mi­litarmente». Lo riconosce in una foto che gli viene mostrata facendo così entrare in scena un quinto complice nei cui confronti sono in corso controlli. Poi descrive il video e fornisce l’altro particolare inedito: «Sul mobile vicino al tavolino c’erano un mucchio di banconote di euro, pezzi da 500, credo fossero stati circa 15 mila euro... Mentre visionavo il filmato, in ragione del fatto che era frammenta­to, chiedevo se la durata era quella di quello visto. Mi rispondeva che era di 12 minuti circa.
Non me lo poteva far vedere tutto né voleva venderlo tutto perché diceva che c’erano delle voci e volti che non potevano essere visti. Gli dissi che ne avrei parlato con la mia agenzia, lui rispose che voleva­no 200 mila euro. Circa due giorni dopo sono anda­to a parlare con Carmen Masi che era molto inte­ressata. Dopo circa una settimana venne a Roma». Descrive l’incontro con i militari del Trionfale, poi sottolinea: «Luciano disse a Carmen che loro, os­sia il gruppo di carabinieri, erano in possesso di alcuni assegni in bianco che Marrazzo aveva la­sciato al trans».
Angelucci e Feltri nella trattativa
Scarfone racconta poi i contatti per la vendita: «Carmen ha proposto il video a Oggi... la trattativa è poi naufragata per motivi a me sconosciuti. È sta­to quindi contattato Signorini di Chi che ha indiriz­zato Carmen verso Belpietro che mi risulta abbia visionato il video. Sembrava interessato, poi però anche questa trattativa è sfumata. Per quanto mi ha raccontato Carmen il video è stato fatto visiona­re anche a personaggi importanti come Berlusco­ni, che però era assolutamente contrario all’acqui­sto del video. Almeno così mi è stato riferito... Car­men è stata successivamente contattata da Signori­ni che l’ha indirizzata, per quanto mi è noto, verso Feltri.
Quest’ultima trattativa è andata a buon fi­ne... Il problema stava nel fatto che i carabinieri vo­levano almeno un guadagno di 60 mila euro... si è poi sbloccato tutto perché Antonio mi ha riferito, venerdì scorso (il 16 ottobre ndr), che i carabinieri avevano accettato la proposta di 55 mila euro e io comunicai a Carmen che era possibile chiudere al­la cifra concordata. L’agenzia ha quindi concluso, credo con Feltri e il suo giornale, ma su questo Car­men potrà essere più precisa. Io avevo infatti con­cluso la mia opera di mediatore. Tuttavia ieri sono stato contattato da Antonio e mi ha detto che dove­vo bloccare l’operazione perché quello che ha gira­to il video era morto.
Mi è sembrato incredibile, ma non c’è stato motivo di fargli dire la vera ragio­ne... Carmen ne ha sicuramente una copia, non so se il giornale di Feltri l’abbia già, ma credo di sì perché hanno chiuso e la notizia, a quanto è di mia conoscenza, dovrebbe uscire a breve. L’originale, per quanto a me è noto, ce l’hanno ancora i carabi­nieri». Saranno proprio gli arrestati a dire di aver bloccato tutto «perché avevamo capito di essere se­guiti dai colleghi del Ros». Ma Vittorio Feltri, rag­giunto ieri in serata, precisa: «Nessuno è andato da Alessandro Sallusti, nessuno mi ha offerto nien­te. E quindi niente abbiamo potuto decidere». Carmen Masi conferma la ricostruzione di Scar­fone, anche se non nomina mai Feltri, spiegando di aver consegnato copia del filmato a Signorini il 5 ottobre.
«Dopo qualche giorno Signorini mi ha richiamato dicendomi che ci poteva essere un inte­resse da parte di Libero con un compenso di 100 mila euro...». La donna precisa che l’incontro con Belpietro avviene il 12 ottobre alle 15 presso la redazione milanese del quotidiano. Il 14 ottobre nuovo cliente: «Dopo ulteriore telefonata di Signo­rini, l’editore Angelucci è venuto alla Photomasi e ha visionato il filmato dimostrandosi interessato, con indicazione di una risposta entro le 19 della stessa sera. Per correttezza ho informato Signori­ni e verso le 17 lui mi ha detto di fermare tutto perché Panorama era molto interessato e doveva­no decidere chi doveva pubblicare tutto. Alle 19 mi ha chiamato Angelucci e gli ho detto che per il momento dovevamo fermarci senza specificare il motivo». Il 19 ottobre Signorini mi ha telefonato dicendomi che mi avrebbe chiamato Marrazzo perché la cosa, per ovvi motivi, interessava diretta­mente a lui».

Il terrore di Marrazzo
Il Governatore, interrogato il 21 ottobre affer­ma: «Nei primi giorni di luglio 2009 ho deciso di avere un incontro sessuale a pagamento con una persona incontrata per strada qualche tempo pri­ma e di cui avevo il cellulare, di nome Natalie. Te­lefonai a questa persona e presi un appuntamento per le prime ore della mattina. Mi recai in auto gui­data dal mio autista e lo lasciai alcune centinaia di metri distante con la scusa che sarei andato a fare una passeggiata». Marrazzo racconta l’irruzione, le minacce dei carabinieri e poi afferma: «Ebbi pa­ura sia di essere arrestato, sia per la mia incolumi­tà e pregai i due uomini di non farmi del male e di lasciarmi libero». Conferma che fu Berlusconi «a telefonarmi per comunicarmi di aver saputo che negli ambienti editoriali milanesi girava voce che vi fossero foto compromettenti che mi riguardava­no», ma nega di aver avuto da lui i contatti della Photomasi: «Ho cercato tramite i miei collaborato­ri dell’ufficio di stampa di saperne di più. Così mi è stato dato il nome dell’agenzia».

Il Tar conferma la maxi-multa a cartello della pasta: 12 milioni


 
Roma - Multe per 12,5 milioni di euro, è questa la sanzione inflitta dall’Antitrust a fine febbraio al "cartello della pasta" e oggi confermata dal Tar del Lazio. Tra le aziende e le 2 associazioni che avrebbero dato vita a "un’intesa restrittiva della concorrenza finalizzata a concertare gli aumenti del prezzo della vendita" ci sono alcune delle società più note de settore alimentare del Made in Italy.

Catricalà: "Una bellissima giornata"
Per il presidente dell’Autorità, Antonio Catricalà, "è una bellissima giornata perchè al Tar abbiamo vinto contro tutti i ricorsi presentati" Le società coinvolte (Barilla, De Cecco, Colussi, Garofalo, Di Martini, Rummo, Fabianelli, Mennucci, De Matteis, Cellino, Delverde, Divella, La Molisana, Tandoi, Nestlè, Zara, Riscossa, Liguori, Chirico, Granoro e Berruto. Secondo il Garante i produttori sanzionati rappresentano circa il 90% del mercato della pasta e una delle due organizzazioni multate, l’Unipi (Unione industriale pastai italiani), è la maggiore l’associazione di categoria. Non tutti i partecipanti all’accordo dovranno pagare la stessa cifra: alla Barilla tocca il tributo più oneroso, il gruppo di Parma dovrebbe infatti pagare il 40% dell’ammenda totale, mentre se la caverebbe solo con 1.000 euro, la multa più bassa, Unionalimentare.

Diminuiva il costo del grano e aumentava quello della pasta
Secondo l’Antitrust il cartello avrebbe operato dall’ottobre del 2006 al marzo del 2008. E gli effetti distortivi dell’accordo avrebbero pesato notevolmente sulle tasche delle famiglie. Per la Coldiretti l’anno scorso gli italiani hanno consumato oltre 1,5 milioni di tonnellate di pasta, per un valore controvalore di 2,8 miliardi i di euro. Per l’organizzazione degli imprenditori agricoli, infatti, il prezzo del piatto preferito dagli italiani, in media 1,4 euro, supera del 400% la quotazione del grano duro, 18 centesimi al chilo. Oltre all’Antitrust, hanno applaudito alla decisione del tribunale amministrativo anche le associazione dei consumatori, che da tempo lamentavano "speculazioni" nel settore. "Nel 2008 abbiamo più volte denunciato all’Autorità come i prezzi al dettaglio della pasta crescessero senza alcuna ragione, mentre il costo del grano diminuiva sensibilmente (fino al -62%)", fa notare il Codacons. Mentre Federconsumatori, sottolinea come il cartello abbia determinato "per una famiglia tipo che consuma un chilo di pasta al giorno un onere aggiuntivo pari a 146 annui". Al Contrario manifesta disappunto uno dei soggetti colpiti dalla decisione, l’Unipi, secondo cui non si è "mai configurato alcun accordo lesivo degli interessi dei consumatori".

Ipotesi e veleni, 4 carriere al setaccio

Il Tempo

I carabinieri vogliono sapere tutto dei quattro militari arrestati per aver estorto denaro all'ex presidente della Regione, usando la trappola del video-scandalo.

Al setaccio degli investigatori è finito il loro passato. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale vogliono sapere tutto dei quattro militari della Compagnia Trionfale arrestati con l'accusa di aver estorto denaro all'ex presidente della Regione, usando la trappola del video-scandalo. Vogliono capire perché i carabinieri scelti Carlo Tagliente, Luciano Simeone, Antonio Tamburrini e il maresciallo capo Nicola Testini sarebbero scivolati nell'illegalità più cupa, usando il loro ruolo per spaventare meglio e incastrare di più.

Scoperchiato lo scandalo, sul loro conto adesso circolano voci incontrollate e non verificate. I Ros vogliono accertarle. Anche perché i quattro carabinieri in questione hanno sempre svolto bene il loro lavoro. Fonti diverse parlano di prepotenze sui piccoli spacciatori ai quali sarebbero state tolte le dosi di droga, sui trans, "ripuliti" anch'essi. Illazioni che gli investigatori non tralasciano. Così come non si tralasciano anche i piccoli dettagli e i malumori di chi coi quattro «infedeli», o con alcuni soltanto, ha avuto a che fare. Come è capitato all'associazione Spazio Roma, in viale Tor di Quinto, che ha scritto alla Prefettura una lettera dai toni pesanti.

«La sera del 1° agosto - dice uno dei rappresentanti, Alfredo Iorio - nel nostro spazio si svolgeva il concerto di Anna Oxa. C'erano centinania di persone. Arrivano i carabinieri. C'era anche Carlo Tagliente. Siamo stati vittime di un comportamento al limite dell'intimidatorio. Perché? Si è detto che non avevamo le tabelle alcolmetriche. Durante l'irruzione abbiamo girato un video e si vedono le tabelle esposte sulle pareti. Si è detto che non avevamo le autorizzazioni per la somministrazione di bevande alcoliche. Invece c'è: è del 30 marzo, con protocollo 16830. E poi è stata contestata la mancanza del nulla osta che consente di protarre l'orario di apertura, dalle 23 alle 4 di notte. L'associazione l'ha presentata il 2 marzo e il Comune non ha mai fornito risposte».

Iorio è un fiume in piena: «È stata un'irruzione - continua - e per tale comportamento quella sera chiamammo addirittura polizia e vigili urbani perché vedessero in tempo reale». Il fatto è assai lontano dal giallo di via Gradoli e dagli interessi che l'avrebbero colorato. Chi indaga però vuole capire chi sono stati i quattro carabinieri indagati, se il loro comportamento è stato sempre impeccabile.


Fabio Di Chio

29/10/2009