giovedì 31 dicembre 2009

Ubriaco fermato dai carabinieri Chiama il legale, è brillo anche lui

Repubblica

Verona, l'avvocato era accorso per farsi affidare l'auto del suo assistito
Poi la scoperta: aveva bevuto. Provvidenziale l'intervento delle mogli


VERONA - Ubriaco il conducente, ubriaco il legale, meno male che erano sobrie le mogli. Questa, in estrema sitesi, la curiosa storia capitata in provincia di Verona ad un automobilista di Nuoro, che per evitare una sanzione per guida in stato di ebbrezza ha pensato bene di chiedere aiuto al suo avvocato di fiducia. Peccato che anche quest'ultimo avesse alzato il gomito, come hanno scoperto i carabinieri di Peschiera del Garda.

L'automobilista stava andando tranquillo per la sua strada, quando ha visto un posto di blocco dei carabinieri. A quel punto, conscio della propria ubriachezza, ha diminuito la velocità a tal punto da insospettire gli agenti, che lo hanno prontamente fermato. Sottoposto al controllo dell'etilometro, è emerso che l'uomo aveva superato di ben oltre quattro volte il livello di alcol consentito dalla legge: 2,13 g/l su un massimo di 0,5.

Il conducente ha subito capito di essere nei guai, rischiando il ritiro della patente e l'affido dell'auto a una persona di fiducia. Di qui la decisione di chiamare l'insospettabile legale sulla base di un presunto abuso da parte degli uomini dell'Arma. Poco dopo, l'amico/avvocato si è presentato sul posto, dichiarandosi pronto a prendere in custodia il mezzo del proprio assistito. I Carabinieri, però, una volta completata la procedura di affido, hanno voluto togliersi un ultimo scrupolo: controllare il tasso alcolemico dell'avvocato, prima di permettergli di rimettersi al volante.

Dopo qualche resistenza, il legale si è sottoposto al test, risultando anch'egli positivo. Per lui multa, ritiro della patente e - ironia della sorte - affidamento dell'auto. Alla fine, a riportare a casa la strana coppia sono state le rispettive mogli, risultate assolutamente sobrie.




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Guida alla scelta di spumanti e champagne: come leggere l’etichetta

Repubblica


di Monica Rubino
Marche diffrenti, sigle e prezzi disorientano il consumatore. Ma si può fare un buon acquisto anche senza spendere molto. I consigli per scegliere la bottiglia giusta senza rinunciare alla qualità




Una selva di sigle e di prezzi che disorientano il consumatore e pongono l'ennesimo interrogativo: è un buon acquisto? Vale a dire il prezzo è giusto o si paga la moda e l'etichetta? Può essere considerato spumante o champagne un vino bianco al quale è stato aggiunto gas (anidride carbonica) e confezionato con tappo a fungo e gabbietta metallica? No di certo, ma in commercio se ne trovano anche a prezzi bassi, il che può ingannare il consumatore convinto di aver fatto un affare.

Come fare per evitare fregature visto che, tra Natale e Capodanno, lo scorso anno sono state vendute 80 milioni di bottiglie? Come al solito occorre leggere l'etichetta e in questo senso l'associazione dei consumatori Aduc ci dà qualche consiglio utile.

Spumante.  Le bollicine dello spumante (come quello dello champagne) non sono altro che anidride carbonica (gas emesso anche dal nostro alito, ottenuto dalla trasformazione degli zuccheri contenuti nell'uva). I metodi per ottenere lo spumante sono due: lo charmat e lo champenois o classico, visto che non si può usare la denominazione francese perché tutelata; quest'ultimo metodo viene indicato in etichetta. La differenza sta nel fatto che con il metodo charmat la fermentazione avviene in tini, mentre con il metodo classico avviene anche in bottiglia, per tre anni, quindi costa di più. In aggiunta lo "spumante di qualità" e più alcolico dello spumante semplice.

Gli spumanti possono essere DOC (denominazione di origine controllata) e DOCG (denominazione di origine controllata e garantita), vale a dire che sono stati prodotti in una determinata area geografica e soggetti a specifici disciplinari. La traduzione europea di queste sigle è VSQPRD (vini spumanti di qualità prodotti in regioni determinate).

Vi sono, inoltre, altre indicazioni: blanc de blancs (solo da uve bianche), brut ed extra brut (secco e secchissimo), brut millesimato (con indicazione dell'annata), sec, demi-sec, doux (secco, semi secco, dolce), cremant (poco frizzante), cuvee (proveniente da diverse uve e/o di prima spremitura) pas dosé o nature (senza aggiunta di sciroppi), a fermentazione naturale (senza aggiunta di gas).

Alcuni produttori indicano la data della sboccatura, cioè il periodo nel quale e stato eliminato il deposito nelle bottiglie. Come scegliere, visto il numero e la complessità delle sigle? Alcuni elementi di base possono indirizzare il consumatore verso una scelta che prenda in considerazione la qualità piuttosto che la marca. Da scegliere uno spumante:

* DOC o DOCG (VSQPRD);
* millesimato;
*a fermentazione naturale;
*classico (champenois);
*pas dose';
*con la data della sboccatura.

I gusti di ciascuno determineranno poi la scelta relativa alla secchezza e alla quantità di anidride carbonica.

Champagne. Per la scelta degli champagne in genere il consumatore guarda più alla marca che all'etichetta, anche perché nessun commerciante si sente obbligato a fornire informazioni precise, spesso si limita a decantarne le qualità. Per lo champagne valgono in sostanza le stesse indicazioni dello spumante. In più sulle etichette degli champagne dovrebbe essere indicata:
*la sigla Ay che sta ad indicare la zona con i vigneti migliori;
*la sigla R.M (lo champagne è fatto con uve dei produttori);
*la sigla N.M (lo champagne è fatto con uve di diversa provenienza);
*la dizione pas dosé o nature (non è stato aggiunto sciroppo zuccherino);
* l'indicazione dell'annata (champagne millesimato).

(31 Dicembre 2009)




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Fondi diocesani: l'Italia solidale

Avvenire


Nella notte di Natale 2008 Milano lanciava la prima iniziativa. Un anno dopo la mappa delle Chiese che hanno attivato proposte simili ricalca ormai quella dell’Italia. Decine di Chiese locali si sono attivate per rispondere all’emergenza della povertà e della disoccupazione. Un immenso cantiere di generosità.




C'è un’Italia che non sta a guardare e si rimbocca le maniche per aiutare chi s’è impantanato nelle sabbie mobili di lavori persi o redditi che non bastano più. È l’Italia dei samaritani che si piega sulle ferite della disoccupazione e delle famiglie che non arrivano alla fine del mese. È l’Italia della solidarietà, che non conosce crisi e risponde all’emergenza della congiuntura negativa, arrivata fin sotto casa, quando la Chiesa italiana la invita a mobilitarsi. 

Com’è accaduto con il «Prestito della speranza», l’iniziativa della Cei che ha dato vita a un fondo di garanzia per le famiglie rimaste senza reddito. Un’esperienza che a livello locale ha assunto il volto di fondi speciali che in questi mesi si sono moltiplicati da Nord a Sud e che in tutta la Penisola hanno tessuto una sorprendente maglia della generosità.

È trascorso un anno da quando l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, annunciava nell’omelia della Messa di mezzanotte del Natale 2008 l’idea del «Fondo famiglia-lavoro». Un’intuizione che ha fatto scuola. A Bergamo i primi ad alimentare il fondo diocesano di solidarietà sono stati i sacerdoti versando una mensilità. A Brescia la Caritas è in prima linea con «Mano fraterna» che spazia da un fondo d’emergenza al sostegno all’occupazione. Como ha lanciato il «Fondo famiglia-lavoro», Mantova ne ha uno gestito dalla Caritas e Lodi può contare su un fondo in cui è confluita anche una parte delle risorse destinate a manifestazioni locali. Nelle diocesi di Crema, Cremona, Pavia e Vigevano sono attivi contributi a fondo perduto.

Spostandosi in Piemonte, l’arcidiocesi di Torino, con il cardinale Severino Poletto, ha creato «Gocce di speranza», una "cassa comune" gestita dalla Caritas. Poi c’è il «Credito della speranza» avviato con la Fondazione Operti, che appoggia anche iniziative della diocesi di Acqui. Ad Alessandria è stato raddoppiato il progetto «Microaiuto solidale» finanziato da istituti di credito e istituzioni, e Asti ha un proprio fondo speciale. 


A Novara le offerte di Natale sono andate alle iniziative della diocesi per chi ha perso il lavoro, mentre a Vercelli la colletta natalizia è stata indirizzata a coloro su cui pende uno sfratto esecutivo. Azione congiunta tra diocesi di Pinerolo e Chiesa valdese con una raccolta per le famiglie numerose. Ad Aosta la diocesi offre posti di lavoro con le cooperative che assumono il personale, mentre la Caritas diocesana finanzia le attività e le parrocchie gestiscono i lavoratori.

Si chiama «Camminiamo insieme» il percorso proposto nell’arcidiocesi di Genova dalla Fondazione Carige con la Caritas, che si basa sull’«adozione a vicinanza» delle famiglie. A Savona-Noli le raccolte di Avvento hanno alimentato il «Fondo emergenza famiglie» destinato ad affitti, mutui e bollette, mentre a Ventimiglia-Sanremo è attivo da quasi un anno il «Fondo emergenza famiglie».

Nel Triveneto l’impegno anticrisi è a tutto campo: da Rovigo a
Trieste, da Belluno-Feltre a Chioggia, passando per quasi tutte le Chiese diocesane della grande area. A Gorizia il Natale è stato l’occasione per sollecitare nuovi aiuti dopo che il fondo si era quasi esaurito. Analogo appello a Vittorio Veneto. Vicenza ha invitato le famiglie ad adottare, anche con borse della spesa, altri nuclei colpiti dalla crisi. Fondi speciali sono attivi a Padova e Concordia-Pordenone. La diocesi di Verona ha firmato un accordo con la Provincia per rispondere all’emergenza crisi.

A Bologna il cardinale Carlo Caffarra ha lanciato a gennaio il «Fondo emergenza famiglie» cui è stato destinato anche l’«Avvento di fraternità». La diocesi di Reggio Emilia-Guastalla ha attivato il «Fondo di solidarietà famiglia & lavoro», quelle di Parma, Forlì-Bertinoro, Piacenza-Bobbio e Faenza-Modigliana un «Fondo di solidarietà» ciascuna. A Cesena-Sarsina nell’ultima domenica di Avvento si è tenuta una colletta straordinaria per il «Fondo di solidarietà famiglie», che era andato esaurito. A San Marino-Montefeltro c’è un fondo di pronto intervento e a Rimini si è svolta la «Giornata della solidarietà» per creare il fondo anticrisi. Fondo che a Fidenza sarà costituito proprio con le raccolte di Avvento.

In Umbria tutte le otto diocesi della regione hanno lanciato a Pentecoste il «Fondo di solidarietà delle Chiese umbre» sostenuto da parrocchie e istituti di credito per chi perde il lavoro o non è coperto dagli ammortizzatori sociali.

Più articolato il quadro toscano. L’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, ha proposto il «Patto per Firenze» che comprende anche un fondo di garanzia per l’autoimpiego e il progetto di una cooperativa agricolo-ambientale. Ad Arezzo-Cortona-Sansepolcro la Caritas gestisce il fondo per le famiglie in difficoltà nato in Quaresima. A Prato il fondo «Insieme per la famiglia», attivo già dal 2005, permette di pagare utenze, affitti e mutui. 


A Pitigliano-Sovana-Orbetello il «Fondo di garanzia e solidarietà» è stato costituito con i tre Crediti cooperativi locali e a Grosseto è attivo il «Fondo di solidarietà tra le famiglie». Hanno scommesso su fondi per famiglie e poveri Lucca, Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino e Massa Carrara-Pontremoli. A Pistoia il «Fondo solidarietà famiglia-lavoro» unisce diocesi e associazionismo e a Massa Marittima il «Fondo sociale» è indirizzato specialmente alle famiglie del comparto siderurgico di Piombino ma anche del settore turistico dell’Elba e della costa toscana.

Nelle Marche la diocesi di Senigallia finanzia il fondo di solidarietà con la «Social Caritas»: alle famiglie è stato proposto un contributo mensile di cinque euro. Fabriano-Matelica ha promosso raccolte straordinarie, a Jesi il «Fondo San Cristoforo» vede insieme parrocchie e Caritas, mentre la Chiesa di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia ha fatto sorgere un fondo famiglie.

A Roma, dal maggio 2008, funziona un vero supermercato dove chi è in gravi ristrettezze può fare la spesa gratuitamente: è l’«Emporio della carità» realizzato dalla Caritas diocesana con Comunità di Sant’Egidio, Circolo San Pietro, Banco Alimentare e Arciconfraternita di San Trifone. La strutture che assiste 1.400 famiglie è finanziata dal Comune con la raccolta delle monetine di Fontana di Trevi e sostenuta da 150 aziende. 


Tra le diocesi del Lazio fondi per l’emergenza-lavoro sono nati a Frosinone-Veroli-Ferentino e Sora-Aquino-Pontecorvo: in quest’ultima Chiesa locale anche i sacerdoti hanno offerto una loro mensilità e il vescovo Filippo Iannone ha messo a disposizione croce pettorale e anello episcopale. La Provincia di Frosinone ha destinato fondi alle Caritas diocesane del territorio (fra cui Anagni-Alatri, Gaeta, Montecassino e Palestrina).

In Abruzzo sta per partire a Lanciano-Ortona il fondo di solidarietà con la vicina diocesi di Chieti-Vasto che ha anche un progetto di «Microcredito etico-sociale». A Termoli-Larino c’è la «Caritas card», tessera prepagata per famiglie e singoli, che si affianca al microcredito del «Progetto Senape».

In Campania si chiama «Fondo Spes» il progetto di solidarietà dell’arcidiocesi di Napoli per aiutare i disoccupati. «Presi nella Rete» è invece il percorso di sostegno al reddito voluto dall’arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni.

In Basilicata sono tre le diocesi che hanno avviato fondi d’emergenza: Tursi-Lagonegro, Melfi-Rapolla-Venosa e Matera-Irsina.

In Puglia, Andria ha promosso raccolte straordinarie, Bari-Bitonto ha puntato su un fondo gestito dalla Fondazione antiusura, Foggia-Bovino sul «Fondo di emergenza sociale» alimentato con le offerte di Quaresima e Avvento, Manfredonia-Vieste su un progetto a sostegno delle famiglie, in particolare quelle di pescatori in difficoltà.

A Reggio Calabria-Bova la Caritas ha costituito col Comune un fondo speciale; a Cosenza-Bisignano il fondo è intitolato a Eluana Englaro; a Cassano all’Ionio ce n’è uno messo a disposizione dal vescovo; a Catanzaro-Squillace una convenzione con Banca etica e Fondazione Calabria etica concede aiuti per le famiglie, con l’adesione anche delle Chiese di Crotone-Santa Severina, Lamezia Terme e Rossano-Cariati.

In Sicilia le esperienze rivolte al sostegno di famiglie e piccole attività commerciali sono presenti a Palermo, Monreale, Piazza Armerina, Caltanissetta, Ragusa, Agrigento e Messina.

In Sardegna è attivo a Cagliari l’ufficio del «Prestito della speranza» che la Caritas ha voluto in collaborazione con enti pubblici e associazioni, a Iglesias funziona un fondo di solidarietà, mentre a Lanusei le iniziative di aiuto alle famiglie sono in fase embrionale.
Giacomo Gambassi (hanno collaborato D.Andreatta, S.Andrini, V.Chianese, A.Cinelli, R.Comparetti, F.Dal Mas, C.Genisio, F.Gilardi, S.Leonetti, G.Lucà, E.Marraccini, S.Mengascini, L.Sardella, A.Torti, A.Turrisi, A.Zema)




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Il mistero di Stradivari? Proprio nessuno...

Avvenire

Dopo secoli di dibattiti, due chimici francesi analizzano le vernici usate dal grande liutaio cremonese e concludono che... non hanno nulla di speciale.

Più sorprendente d’Adriano Celentano, che nel film Mani di velluto produce vetro a prova di scassinatore, grazie a un dettaglio imprevedibile: uno sputo dentro la fornace. L’ingrediente segreto delle vernici prodigiose che Antonio Stradivari stendeva sui suoi celeberrimi violini si direbbe più banale ancora, perché semplicemente... non c’è. A questa conclusione inattesa è arrivato un gruppo di ricercatori francesi con collaboratori in Germania, e l’ha pubblicata sulla rivista tedesca «Angewandte Chemie». I due capifila sono Jean-Philippe Echard e Loïc Bertrand, e il primo lavora al Musée de la Musique di Parigi, dove sono conservati cinque strumenti – quattro violini e una viola d’amore – che Antonio Stradivari fabbricò in un arco di quasi trent’anni, fra il 1692 e il 1720, e quindi si collocano nella piena maturità della sua tecnica costruttiva.

Fra i più celebri liutai della tradizione cremonese, fiorita a metà del Cinquecento con Andrea Amati, egli esercitò il suo mestiere dal 1665 circa fin quando morì nel 1737. La magia dei suoi strumenti, che non si limita al rendimento acustico, ma affascina anche l’occhio, ha incuriosito gli scienziati. La chimica non poteva restare a lungo fuori del cimento, e infatti sulle finiture di Stradivari i chimici cominciarono a indagare già all’inizio dell’Ottocento. Per un paio di secoli le difficoltà si sono tuttavia rivelate insormontabili, e hanno portato a ipotesi contraddittorie. Alcuni studiosi avevano segnalato la presenza occasionale di sostanze inorganiche, come il vermiglione ottenuto dal minerale cinabro, che chimicamente è solfuro mercurico, o la pozzolana, roccia che prende nome da Pozzuoli e si forma in eruzioni vulcaniche esplosive.

Assai più difficile è risultato farsi un’idea precisa delle sostanze organiche, le quali sono proprio la base delle vernici. In linea di principio, esse possono avere origine animale o vegetale: albumina e caseina da uova e latte, o collagene da cartilagini, ossa, pelli, nel primo caso; nell’altro, resine di conifere od oli di lino o di noce, detti siccativi perché all’aria seccano, in quanto i loro doppi legami carbonio-carbonio subiscono una polimerizzazione, cioè l’unione di molte molecole fra loro. Purtroppo le analisi che erano state fatte potevano tutt’al più rivelare qualcosa per alcuni strumenti singoli, senza fornire una visione d’insieme, e oltre tutto non si poteva escludere che i pezzi studiati avessero subito interventi di restauro, cosa che naturalmente avrebbe potuto portare a risultati non rappresentativi. I cinque strumenti presi ora in esame costituiscono invece un ottimo campione: si trovano al Musée da almeno un secolo, periodo in cui sono stati suonati e maneggiati assai meno dei loro simili in possesso di noti concertisti, e comunque ogni cosa sul loro conto è stata accuratamente annotata. Echard e i suoi ricercatori ne hanno tratto frammenti piccolissimi, che poi hanno analizzato con tecniche estremamente aggiornate e raffinate.

Le conclusioni sono molto simili per tutti e cinque i soggetti, sebbene prodotti in anni abbastanza lontani l’uno dall’altro. La composizione chimica è stata chiarita tramite le microspettro-scopie infrarosse in trasformata di Fourier a radiazione di sincrotrone (Sr-Ftir), Raman confocale (Mrs) e a raggi X accoppiata alla microscopia elettronica a scansione (Sem-Edx), nonché la gas-cromatografia dei prodotti di piròlisi (decomposizione a temperature alte) accoppiata alla spettometria di massa (PyGc-Ms). Al microscopio ottico le sezioni trasversali hanno rivelato essenzialmente due strati: quello inferiore penetra nelle cellule più esterne del legno, l’altro costituisce il rivestimento esterno ed è spesso da uno a tre centesimi di millimetro. Dal primo dei due sono sicuramente assenti sostanze inorganiche e materiali proteici: niente derivati dell’uovo o del latte, dunque, e neppure colla animale; anche gomme e cere sono state escluse.

Confermato invece l’uso d’oli siccativi. Nello strato superiore la parte organica è analoga, ma con l’aggiunta di resine di pino, abete o larice. L’artigiano stendeva dunque un primo strato sigillante e incolore, interamente vegetale; su di esso veniva poi applicata la finitura, anch’essa vegetale, leggermente colorata. Compaiono qui ingredienti inorganici. Nel violino Provigny del 1716 un rosso organico, probabilmente estratto dalle cocciniglie, impregna microgranuli d’allumina (ossido d’alluminio); all’epoca un pigmento del genere veniva ottenuto per reazione del colorante con allume in ambiente alcalino. Nel Davidoff (1708) e nella viola d’amore ci sono anche ossidi di ferro molto puri (ematite e magnetite). Tutti materiali, insomma, largamente diffusi all’epoca in cui Stradivari lavorava. D’unica c’è solo la sua maestria.
Gianni Fochi







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50 anni senza Fausto Coppi

L'Unità

di Oreste Pivetta

“Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi”. Non credo esista incipit di una radiocronaca sportiva più famoso, mandato a memoria come il coro del Nabucco o come un verso leopardiano. Le parole messe in fila da Mario Ferretti, raccontando alla radio nel 1949 la terzultima tappa del Giro d’Italia, sono metafora di una vita e di una condizione, sono il sogno e la crudezza della realtà nella solitudine della conquista. Persino l’aggettivo “biancoceleste” da riferimento commerciale (i colori della Bianchi velocipedi) si sublima come una strada in salita dalla terra al cielo, come se correre tra le montagne da Cuneo a Pinerolo fosse traversare l’inferno. Poi quel nome, Fausto Coppi, che si percepisce in un soffio, nel fruscio delle gomme sull’asfalto.

A cinquant’anni dalla morte, il 2 gennaio 1960, siamo ancora a ricordare il “campionissimo”, un superlativo naturale e insuperabile: non esiste sportivo in Italia che sia resistito così a lungo nella immaginazione di tanti e anche al mondo sono o sono stati pochissimi, forse Muhammad Alì, cioè Cassius Clay. Viene da chiedersi come mai il mito di Fausto Coppi non scolori, anche tra chi lo ha visto pedalare solo nei filmati d’epoca. Forse per le sue vittorie, forse per il suo volto aguzzo e gli occhi tristi da poveraccio morto di fame, forse per il suo coraggio civile oltre che agonistico nell’Italia della ricostruzione, per la storia con la “dama bianca”, per i dolori sopportati (dai tanti incidenti in gara alla scomparsa nel 1951 dell’amatissimo fratello Serse, lui pure ciclista, morto in una caduta di gara). Forse per quella malattia antica, la malaria, che se lo portò via prima del tempo, prima che lo colpisse il decadimento di noi normali.

Fausto Coppi nacque a Castellania il 15 settembre 1919, da ragazzo faceva il garzone di salumeria a Novi Ligure e l’andare con i pacchi in bicicletta tra i colli dell’Appennino fu il suo apprendistato. Cominciò a gareggiare nel 1937 e a vincere nel 1938, a Castelletto d’Orba. Poi si racconta che qualcuno riferì di lui a Biagio Cavanna, il vecchio massaggiatore cieco, che volle conoscerlo, gli auscultò il cuore (quarantaquattro battiti al minuto, a riposo) e lo segnalò a quelli della Legnano, la squadra di Gino Bartali. Coppi passò al professionismo, anche se da gregario. Al Giro d’Italia nel 1940 Bartali caddee si vide tagliato fuori dalla corsa. Coppi si fece avanti e guadagnò la maglia rosa. La portò fino a Milano. La guerra non lo risparmiò, finì in Africa con la fanteria e nella sconfitta italiana gli capitò anche la prigionia in un campo inglese. In mezzo alla guerra riuscì pure a stabilire il record dell’ora al Vigorelli di Milano, sfiorando i 46 chilometri (45,798, un record che resistette fino al 1956, all’attacco di Jacques Anquetil). Venne la Liberazione, tornò la pace. Coppi risalì la penisola sulla bicicletta che gli aveva regalato uno dei suoi primi tifosi. A metà strada si fermò un attimo e gareggiò per la Società Sportiva Lazio. Nella pace si ripeterono le vittorie: altri quattro Giri d’Italia, due Tour de France, cinque Giri di Lombardia, due Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, il campionato del mondo a Lugano nel 1952. La sfida memorabile con Gino Bartali si risolse a suo favore. L’accanimento l’uno contro l’altro era nella logica della competizione, ma con rispetto, persino con generosità. La foto in cui si scambiano la borraccia in corsa è un altro “luogo” indimenticabile dello sport.

Ancora ci si domanda chi fosse il più forte tra i due, tra Bartali e Coppi. Entrambi subirono il tormento della guerra e persero anni importanti. Forse proprio quegli anni sarebbero stati più importanti per Bartali, all’apice della carriera e della forza. La rivalità s’ingigantì nella politica: Bartali passava per baciapile, Coppi era diventato il “trasgressore” avanti nei tempi. Che Bartali fosse cattolico praticante era noto. Ma era stato capace, con i nazisti in casa, di profittare della sua condizione di ciclista famoso per portar ordini ai partigiani. Coppi dovette affrontare lo scandalo in quell’Italia bigotta di una separazione dalla prima moglie, Bruna Ciampolini (dalla quale aveva avuto una figlia, Marina) e dell’unione con una donna, Giulia Occhini, che un marito l’aveva già, il dottor Locatelli, medico condotto di Varano Borghi, appassionato tifoso coppiano. Persino Pio XII condannò la peccaminosa intesa. Giulia Occhini sarebbe diventata presto la “dama bianca”, perché fu vista durante il campionato del mondo del 1953, quello vinto da Fausto, con indosso un montgomery bianco. Locatelli denunciò la moglie per adulterio e la “dama bianca” patì quattro giorni di carcere. A Coppi fu ritirato il passaporto. Insieme furono processati nel 1955 e condannati, la “dama bianca” a tre mesi di detenzione, il “campionissimo” a due. Per fortuna con la condizionale. Si sposarono in Messico ed ebbero un figlio, Faustino.

Da quel tormentato anno Fausto Coppi uscì ancora vincendo o perdendo di poco (il Giro d’Italia per tredici secondi alle spalle di Fiorenzo Magni). Ma si capiva che ormai la sua carriera era al declino. Tra il 1958 e il 1959 si concretizzò il progetto di una nuova squadra, la San Pellegrino della quale direttore sportivo sarebbe dovuto diventare il rivale di sempre, Gino Bartali. In quell’inverno insieme con alcuni amici ciclisti francesi, tra i quali Raphael Geminiani e Jacques Anquetil, Fausto Coppi partecipò a una corsa nell’Alto Volta, organizzata per festeggiare l’indipendenza del paese. Dopo la corsa anche Coppi con gli altri compagni d’avventura fu invitato a una battuta di caccia nella boscaglia attorno ad Ouagadougou. Fu lì che s’ammalò di malaria. Tornò in Italia e pochi giorni prima di Natale cominciò ad avvertire la febbre, che via via si alzò. Nessuno seppe diagnosticare la malattia. Coppi cadde in coma. Anche Geminiani era stato colpito allo stesso modo: lo salvarono con il chinino. Suo fratello avvertì i familiari di Coppi. Ma i medici italiani continuarono nelle loro cure: antibiotici e cortisone. Coppi morì alle 8,45 del 2 gennaio 1960. L’airone chiuse le ali. Migliaia parteciparono ai suoi funerali, un lungo corteo lungo una stradina in collina fino al cancello del piccolo cimitero di Castellania.
30 dicembre 2009




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Precari Ispra, anche Capodanno sul tetto

Corriere della Sera

Dopo oltre un mese di protesta in via Casalotti, neanche apertura del tavolo delle trattative

 




ROMA - «C’è poco da festeggiare. Per noi questo 2010 comincia nel modo peggiore: allo scoccare della mezzanotte del primo gennaio, in 230 saremo ufficialmente disoccupati. Sarà un Capodanno davvero triste». A parlare è Michela Mannozzi, una dei ricercatori che da 38 giorni sono fissi sul tetto dell'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per protestare contro i licenziamenti, «camuffati da un semplice mancato rinnovo di un contratto a termine».

NESSUNA APERTURA - Dopo oltre un mese sul tetto della sede di via Casalotti, i precari Ispra non hanno ottenuto neppure l'apertura di un tavolo per le trattative. «Il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, mercoledì si è limitata a chiederci di scendere immediatamente dal tetto – dice la Mannozzi che fa parte del coordinamento precari Ispra dell'Usi-Rdb Ricerca –. In cambio ci avrebbe fissato un incontro per il 26 gennaio.

Ma non è questo che chiediamo: noi pretendiamo una soluzione della vertenza in corso». E a dir la verità, una soluzione per tamponare l’emergenza ci sarebbe pure. «Se la Prestigiacomo applicasse le norme del ministro Brunetta, verrebbe garantita la continuità contrattuale. E invece la Prestigacomo e i tre commissari dell’Ispra interpretano la legge 133 del 2008 e le successive sui precari in modo restrittivo. E così dal primo gennaio, senza misure dell'ultima ora, noi saremo tutti disoccupati».

LA FIACCOLATA – Non si vede, insomma, la fine del tunnel. L'unica luce in questa vicenda, sembra essere al momento la fiaccolata di solidarietà fissata per il primo gennaio che vedrà sfilare tanti cittadini del quartiere Casalotti (in cui ha sede l'Istituto). Solidarietà che arriva anche dal mondo della politica: una lunga lista di esponenti dell’opposizione hanno già fatto visita ai precari sul tetto, da Dario Franceschini a Nicola Zingaretti.

«Aspettiamo anche i politici della maggioranza che hanno promesso di venirci a trovare – aggiunge la Mannozzi -. Abbiamo invitato Renata Polverini, Maurizio Lupi, Gianfranco Fini e tutti i politici del Pdl perché la nostra è una questione di interesse nazionale e non di partiti che siano di destra o di sinistra». Nel pomeriggio del 31 dicembre, anche Ignazio Marino (senatore del Pd) ritornerà sul tetto. «Dovrà scavalcare di nuovo– dice la Mannozzi -. Come a Natale, i commissari ci hanno isolato e chiuderanno i cancelli dalle alle 15,50 del 31 dicembre fino alle 7 di mattina del 4 gennaio».

«SUL TETTO FINO ALLA STABILIZZAZIONE» – Ma cosa chiedono i precari per scendere dal tetto? «Subito, il rinnovo contrattuale per tutti. Le risorse economiche ci sono – dice la Mannozzi - Si tratta solo di un problema politico. Per i prossimi 3 anni, infatti, ci sono finanziamenti già erogati per un totale di 10,5 milioni» E poi la stabilizzazione: «Certo non subito – aggiunge – ma nel medio periodo vogliamo il risconoscimento del nostro lavoro come subordinati. Dopo 12 anni di contratti atipici, i precari devono diventare dipendenti a tutti gli effetti. Questo sì che sarebbe il vero segnale che il ministro e il ministero puntano sull'Ispra per un rilancio della politica di protezione e tutela dell'ambiente».

I NUMERI - L’Ispra nasce circa due anni fa dall’unione di tre Enti pubblici di ricerca (Apat, Icram e Infs) con la finalità di razionalizzare le competenze tecnico scientifiche presenti. «Finora però – afferma ancora Emma Persia, coordinatrice dell'Usi-RdB dell'Ispra – abbiamo avuto solo licenziamenti. Nel dicembre dello scorso anno sono andati via i primi 50. Lo scorso giugno, invece, non è stato rinnovato il contratto ad altri 200 ricercatori e altri 230 saranno disoccupati dal primo gennaio. Si arriva così a più di 500 licenziamenti, ovvero il 40 per cento del personale in meno. Persone mandate via solo perché hanno un contratto a termine: io, che ho il posto fisso, posso garantire che questi colleghi che rischiano svolgono il mio stesso lavoro con la stessa professionalità».


Carlotta De Leo
31 dicembre 2009



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Iran, blindati e soldati verso Teheran Mussavi: "Tutti in piazza se ci arrestano"

di Redazione

Il governo iraniano starebbe spostando truppe e blindati verso Teharan. E' quanto sostiene il sito web d'opposizione Jaras: "Centinaia di soldati e molti mezzi corazzati stanno muovendosi da Karaj verso la capitale". Appello del leader dell'opposizione su twitter, il microblog che pubblica sms.





Teheran - Il governo iraniano starebbe spostando truppe e blindati verso Teharan. E' quanto sostiene il sito web d'opposizione Jaras. Mancano per ora conferme da altre fonti. "Centinaia di soldati e molti mezzi corazzati stanno muovendosi da Karaj, città del nord, verso la capitale", si legge nel sito. "Alcuni di questi veicoli sono stati usati per reprimere moti di piazza", aggiunge Jaras confermando che la polizia presidia in forze diverse piazze di Teheran. Il leader dell'opposizione iraniana, Mir Hossein Mussavi, ha lanciato un appello ai suoi sostenitori a scendere in piazza a Teheran in caso di arresto di uno dei capi del suo movimento, l'Onda Verde. L'appello è comparso su twitter, il microblog che pubblica sms. 





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Il Cairo: due italiani feriti in manifestazione per Gaza

Corriere della Sera


Pacifisti internazionali pestati da polizia al Museo Egizio nel primo anniversario dell'azione militare israeliana




IL CAIRO - Due italiani sono rimasti feriti al Cairo durante la marcia di sostegno per i palestinesi di Gaza che si è svolta in mattinata davanti al Museo Egizio. Ne dà conferma la Farnesina, secondo cui si tratta di un uomo e una donna che sono stati pestati dalla polizia durante una carica. L’ambasciata d’Italia al Cairo, spiega il ministero, «segue attentamente la vicenda» insieme all’unità di crisi. Dopo il rifiuto delle autorità egiziane di concedere l'autorizzazione ai 1.400 attivisti di 42 delegazioni internazionali che intendevano recarsi nella Striscia di Gaza in occasione del primo anniversario dell'operazione israeliana Piombo fuso contro Hamas a Gaza, i manifestanti avevano deciso di radunarsi nel centro della capitale egiziana.

MANIFESTAZIONI - «La polizia ci ha prima diviso in due gruppi e poi ci ha violentemente riunito tutti in un unico gruppo. Agenti in tenuta anti-sommossa hanno trascinato i pacifisti con violenza. Ho visto donne trascinate per i capelli, hanno dato pugni e calci e spaccate le telecamere. Ci sono alcuni feriti, ho visto volti sanguinanti», ha testimoniato Mila Pernice, del Forum Palestina. «Vogliamo rimanere qui», ha detto Pernice, «per far conoscere le ragioni della nostra presenza, ma la situazione è molto difficile». Nel pomeriggio a Roma il Forum Palestina e altre organizzazioni hanno convocato dalle 16 alle 18 una manifestazione di protesta davanti all'ambasciata egiziana, altre manifestazioni sono previste a Londra e Parigi. Alcune centinaia di arabi e di pacifisti israeliani si sono raduntati al valico di confine con la striscia di Gaza a Erez.

31 dicembre 2009







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Il disabile discriminato sul treno Le Fs: "E' rimasto sul vagone"

Repubblica


Le Ferrovie rispondono all'articolo di Repubblica "Siamo scrupolosi e rispettosi verso i clienti"

Un testimone: "Toni bruschi dalla capotreno e dagli agenti Polfer ma un altro controllore si è comportato in modo ineccepibile"


ROMA - Un caso da prima pagina. La storia del ragazzo senza braccia e senza biglietto, raccontata nell'articolo di Shulim Vogelmann, su Repubblica. Un diversamente abile che, privo di biglietto perché impossibilitato a farlo, aveva mostrato i soldi al controllore. Per poi essere costretto a scendere dalla polizia ferroviaria alla stazione di Foggia nel silenzio degli altri passeggeri.

Questa mattina un primo comunicato. "Quanto descritto nell'articolo pubblicato da la Repubblica merita tutta l'attenzione del Gruppo Ferrovie dello Stato, che porge comunque le sue scuse al passeggero". Sul nostro sito, centinaia di commenti e interventi. E l'indignazione di tutte le forze politiche.

La versione delle Ferrovie dello Stato. Sulla base dei primi rilievi della propria indagine interna, le Fs hanno in serata affermato: "Il viaggiatore non è mai stato fatto scendere dal treno, il biglietto gli è stato acquistato a Foggia dal personale di bordo. Il Gruppo Fs è da sempre attento e sensibile ai diritti dei diversamente abili".

La capotreno in servizio sull'Eurostar 9354 Bari-Roma di domenica 27 dicembre, durante le operazioni di controllo dei biglietti ha riscontrato che un viaggiatore privo del braccio sinistro ma in grado di parlare in modo corretto, era senza biglietto. L'ha quindi informato delle regole di ammissione sul convoglio. "Considerata la particolare condizione del passeggero - si legge sul comunicato ufficiale delle Fs -, risulterebbe che la Capotreno si sia ulteriormente attivata per consentire al cliente di proseguire il viaggio sullo stesso treno e senza alcuna sanzione. Per questo è scesa durante la sosta a Foggia provvedendo a recarsi in biglietteria e acquistando il biglietto per conto del passeggero".

Questo è confermato anche dalla nota della Polizia di Stato che riferisce: "il personale (...) agendo con tatto e umanità (...) ha convenuto di adoperarsi in prima persona per regolarizzare il viaggiatore stesso per il medesimo treno". La relazione della Polizia si chiude precisando che "il disabile ha proseguito il suo viaggio a bordo dello stesso treno, in quanto la soluzione trovata dal personale di Trenitalia ha garantito, con indubbio buon senso, sia il diritto di assistenza e quello di mobilità del disabile, che la doverosa applicazione dei regolamenti ferroviari". Fs dichiara anche che proseguirà nell'approfondimento dei fatti fino al chiarimento definitivo della vicenda.

La testimonianza. Alcuni viaggiatori presenti alla scena hanno inviato le loro testimonianze sul sito di Repubblica.it. Secondo quanto scrive un testimone, l'atteggiamento degli altri passeggeri non è stato affatto indifferente. "Sono uno dei passeggeri che si trovava accanto al ragazzo nel 'famigerato' viaggio - si legge in uno dei commenti -. Mi permetto di rettificare l'articolo (...).

E' vero, la ragazza e i due agenti della Polfer saliti alla stazione di Foggia si sono rivolti al giovane romeno con toni francamente evitabili, ma parlare dell'indifferenza dell'intero vagone è assolutamente scorretto - conclude -. Su richiesta della ragazza è infatti intervenuto un altro controllore e il suo comportamento è stato ineccepibile. Ha evitato che il ragazzo disabile pagasse la tratta precedente (a suo rischio) e si è impegnato personalmente a comprargli il biglietto con la modalità self service senza ulteriori sovratasse".

Non era il figlio di Mike, 25 anni per la sentenza

Corriere della Sera

Hayden perde la causa contro Bongiorno. Dopo processi aMilano, Londra e New York



MILANO — Chissà, forse avrebbe detto «Allegria!» anche questa volta. Ma tra sé e sé, tirando un sospiro trattenuto per venticinque anni. Oppure avrebbe guardato negli occhi i tre figli amatissimi. Peccato, Mike Bongiorno non può più raccontarci questa vittoria attesa fino all’ultimo: Philip Hayden, l’uomo che dal 1984 lo reclama come suo padre naturale, ha perso la causa di riconoscimento.

Con una sentenza depositata il 23 dicembre, i giudici del Tribunale di Milano hanno rigettato la sua richiesta. Per Mike non ci sarebbe stato regalo di Natale più gradito. Philip Hayden (a sinistra), che dal 1984 sosteneva di essere figlio naturale di Mike Bongiorno Cinque lustri di battaglie legali. Se le ricorda tutte, Mino Auletta, avvocato milanese e caro amico di Bongiorno per oltre 35 anni. «Era il 1984. Dopo una serie di azioni di disturbo, compresi alcuni appostamenti, Hayden avviò le procedure per il riconoscimento di paternità naturale». Un passo indietro. Per raccontare l’intera storia bisogna tornare al 1952, quando Michael Nicolas Salvatore Bongiorno, giovane presentatore italo-americano cresciuto tra New York e Torino, conobbe a Roma la vicina di casa Ruth Hayden, inglesina di 22 anni. Tra i due, entrambi reduci da un matrimonio fallito, pare fosse scoppiato l’amore. Nel ’55 la ragazza rimase incinta. Philip — capelli biondi, occhi azzurri, una vaga somiglianza con il re del quiz— nacque a Londra nell’aprile del ’56. Ruth gli diede il cognome del marito (da cui poi divorziò): Spencer. Lo fece cambiare in Hayden molto più tardi.

Quasi trent’anni di silenzio. Poi, nel 1984, la causa di Philip contro Bongiorno. «All’epoca — spiega Auletta — erano previste due fasi processuali. Una di ammissibilità e, quindi, una di merito. La prima, con due appelli e due sentenze di Cassazione, è durata fino al 1999. La seconda è stata avviata nel 2006». Botta e risposta, contrasti, rivelazioni scandalistiche. I giornali del 1993 titolavano così: «Arrenditi papà Mike, anche il Tribunale mi dà ragione», riferendosi alla Cassazione che dichiarava ammissibili le richieste di Hayden in applicazione del diritto italiano (in precedenza erano state rifiutate perché al caso doveva essere applicato il diritto inglese secondo cui «la madre può richiedere un accertamento di paternità nel termine massimo di tre anni dalla nascita»). Per Philip, che nel frattempo si era trasferito a San Juan de Porto Rico, sembrava fatta.

Altre mosse: «Hayden aveva addirittura dato ai propri legali la delega per trattare con imedia»,

Mike Bongiorno

ricorda Auletta. «Aveva anche chiesto la prova del Dna. Mike si dichiarò disponibile a sottoporsi al test». E quando i giudici italiani diedero l’ok al prelievo di sangue, «colpo di scena»: alla prima data stabilita per gli accertamenti, nel novembre 2007, Philip non si presentò. Certificato di indisposizione firmato da un agopunturista portoricano. E altre improbabili scuse fino all’ultimo appuntamento mancato, nel giugno 2008. Mistero. Con tanto di rinuncia al mandato da parte dei difensori di Hayden. «E a quel punto — analizza l’avvocato di Bongiorno — i giudici di Milano, valutando il comportamento delle parti, hanno deciso: la domanda di Hayden è stata rigettata». Sentenza definitiva. Dovuta non tanto a un prelievo mai fatto, ma a una battaglia legale combattuta per anni nelle aule di giustizia di mezzo mondo: Milano, New York, Londra, Porto Rico. L’unico rammarico: la sentenza è arrivata troppo tardi. Doveva essere depositata a giugno. Poi, per slittamento dei termini, è passata a dicembre. Mike Bongiorno è mancato l’8 settembre scorso. «Lo vidi l’ultima volta il 4 agosto. Anche allora parlammo del caso. Sapeva che sarebbe stata questione di poco». Aveva ragione, Mike. La sua vittoria è giunta per Natale. Un regalo postumo. Per lui e per la sua famiglia. Quella vera.

Annachiara Sacchi
31 dicembre 2009



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Papà, abbiamo fame": a Gela disoccupato tenta il suicidio

Quotidianonet


L'uomo ha tre bambine piccole, e da tempo non riceve lo stipendio di 700 euro mensili, in nero, per l’attività di guardiano in un cantiere

Caltanissetta, 30 dicembre 2009 -

Disoccupato, con tre figlie a carico, vive in un alloggio popolare occupato abusivamente in un quartiere alla periferia di Gela, ad Albani Roccella.

Rosario M., preso dalla
disperazione stamane ha tentato il suicidio. Da tempo non riceve lo stipendio di 700 euro mensili, in nero, per l’attività di guardiano in un cantiere edile, 24 ore su 24, e da un mese non ha piu’ nemmeno il lavoro. Quando alla ditta ha chiesto i soldi arretrati e un aumento dello stipendio, il padrone lo ha licenziato. Si è recato nel ponte del fiume Gela e ha tentato di buttarsi giù. Ma i carabinieri, avvertiti da alcuni passanti, lo hanno convinto a non compiere l’insano gesto.

L’uomo in preda alla disperazione non è in grado di garantire alle sue tre figlie, Miriam di 5 anni, Sofia di 2 ed Elisa, di un anno, il minimo indispensabile. Le bambine chiedono da mangiare, ma il padre non è più in grado di sfamarle e accontentarle. Ora nella loro modesta abitazione, grazie ai servizi sociali del Comune, sono arrivati tutti i generi alimentari indispensabili.

Rosario chiede un lavoro stabile e rimpiange la sua esperienza a Novara, dove per anni ha fatto il magazziniere, precario, per una grande impresa di abbigliamento. Gli chiesero di indagare sui continui furti che avvenivano in azienda, e quando scopri’ gli autori, tutti interni alla ditta, lo licenziarono. Tornato a Gela, nel 2007, e’ iniziato il calvario per lui e per la sua famiglia. Accanto a lui la moglie, Veronica di 24 anni.






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mercoledì 30 dicembre 2009

30 anni di RaiTre

Repubblica

In un nostro montaggio le sigle di alcuni dei programmi che hanno fatto la storia della Terza rete Rai, nata il 5 dicembre 1979 alle 18:30

Video





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Violenza su undicenne, domani l’interrogatorio del parroco

Il Secolo xix



Sarà interrogato domani dal giudice per le indagini preliminari Emilio Fois il parroco di Alassio, don Luciano Massaferro, 44 anni, arrestato ieri dalla polizia per violenza sessuale su una bambina di 11 anni, una chierichetta della parrocchia.

Nell’interrogatorio di convalida dell’arresto il sacerdote sarà assistito dall’avvocato Alessandro Chirivì, di Albenga, che si dice pronto a presentare un’istanza al tribunale del riesame per la scarcerazione immediata. Don Massaferro, rinchiuso in carcere a Chiavari, è finito sotto inchiesta per almeno tre episodi di violenza descritti dalla ragazzina durante gli incontri con gli psicologi dell’Istituto Gaslini di Genova.

Uno sarebbe avvenuto su uno scooter, un altro nella biblioteca dell’ufficio parrocchiale ed il terzo tra aprile e maggio scorsi nella baracca dell’orto di proprietà del sacerdote dove il parroco avrebbe fatto giurare all’undicenne, in un momento di intimità, di non raccontare nulla dei loro incontri proibiti. Gli inquirenti hanno sequestrato oltre al computer che il parroco aveva in uso, anche altro materiale informatico.





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Aborto rallenta la venuta del Messia"

La Stampa


Un embrione umano

L'accusa di due rabbini
GERUSALEMME

Due grandi rabbini di Israele si sono scagliati contro l’aborto perchè, sostengono, «rallenti la redenzione messianica». Lo scrive il sito israeliano Y-Net. «Israele passa per ogni anno attraverso un’epidemia che toglie la vita a decine di migliaia di ebrei e che, oltre ad essere un peccato grave, rallenta l’arrivo del Messia», hanno dichiarato il grande rabbino ashkenazita, Yona Metzger, e il grande rabbino sefardita, Shlomo Amar, in una lettera a tutte le comunità giudaiche.

I due rabbini mettono in relazione gli aborti e il ritardo dell’arrivo del Messia, poichè, dicono, lui non arriverà fino a che non vengano al mondo tutte le anime che devono venire da madri ebree. Nella lettera, i rabbini annunciano che stanno studiando un metodo per rinnovare la lotta contro l’aborto, con la creazione di una commissione speciale per tentare di impedire «l’omicidio di feti nel ventre delle loro madri».

Secondo i leader religiosi ogni anno in Israele avvengono circa 50 mila interruzioni volontarie di gravidanza. «La maggioranza di questi aborti non è necessaria ed è proibita dalla Halajà (la legge religiosa giudaica)», affermano i due rabbini, che concludono «Maledetti coloro che non si spaventano con queste informazioni».






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Mosca pronta a missione Armageddon

La Stampa



L'asteroide Apophis si potrebbe schiantare sulla Terra nel 2036. I russi pensano di lanciare un missile
per distruggerlo
MOSCA
Proprio come nei film "Armageddon" e "Depp Impact" la Terra rischia di essere colpita da un asteroide. Dopo la profezia sul 2012, una nuova ombra investe il mondo. La data cruciale sarebbe il 2036. Sulla base dei dati forniti dall'Agenzia Spaziale, Apophis, questo il nome dell'asteroide-killer, potrebbe schiantarsi contro il pianeta. Per questo motivo "il distruttore" è da tempo sotto stretto controllo. Come riporta Fox News, la Russia avrebbe pensato di intervenire, lanciando un missile contro il "nemico". Il capo dell’Agenzia Spaziale Anatoly Perminov ha detto alla radio Golos Rossii (Voce della Russia) che una tale missione potrebbe rendersi necessaria per evitare che Apophis colpisca il nostro pianeta.

Quando Apophis fu scoperto nel 2004, gli astronomi stimavano le probabilità di uno schianto pari a 1 su 37. Ulteriori studi, poi, hanno escluso qualsiasi possibilità di un impatto nel 2029, ma secondo quanto ha dichiarato Perminov nessuna ipotesi può essere scartata. Si ritiene che il 13 aprile 2029 Apophis - nome greco del dio dell’Antico Egitto Apòfi, detto «il distruttore» - si troverà a una distanza così ravvicinata, da raggiungere una magnitudine pari a 3,3, tanto da poter essere individuato a occhio nudo senza difficoltà. Questo incontro ravvicinato sarà visibile in una vasta zona che comprende Europa, Africa e Asia occidentale.

Già in passato Apophis aveva fatto parlare di sè. Cinque anni fa causò fece scattare un primo allarme, poiché le osservazioni iniziali indicavano una probabilità relativamente alta di collisione. Tuttavia, osservazioni successive hanno permesso migliori previsioni e una determinazione dell’orbita più precisa, che di fatto hanno escluso la possibilità di un impatto con il nostro pianeta o con la Luna per quella data. Comunque, la probabilità di un impatto per il 13 aprile 2036 rimane ancora elevata, mantenendo l’asteroide al livello 1 di pericolo.




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Non voglio le cure» Muore malato di Sla

Corriere del Veneto

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Renzo Betteti aveva dichiarato le sue volontà

TREVISO — Ha voluto mo­rire con la stessa dignità con cui è vissuto. Il trevigiano Renzo Betteti, 62 anni, malato dal febbraio scorso di Sla, si è spento lunedì pomeriggio nel­la sua casa. Un mese fa l’ex fi­sioterapista aveva formalizza­to la volontà di non essere sot­toposto ad alcuna forma di ac­canimento terapeutico. A ottobre, in una toccante intervista rilasciata ad Anten­na Tre Nordest, Betteti aveva annunciato l’intenzione di non permettere alla sclerosi laterale amiotrofica, né alla sa­nità pubblica né ad alcun tri­bunale, di ridurlo ad un vege­tale nell’ultimo scorcio della sua esistenza terrena: «Non me la sento di finire come una pianta in un vaso di fiori, che viene alimentata, non può parlare, ha gli occhi aper­ti e il cervello che funzio­na… ».

Una determinazione poi ri­badita, alla fine di novembre, in una dichiarazione rilascia­ta al medico del distretto, che insieme ai familiari ed agli amici l’ha seguito fino al­l’istante fatale. Perché quel terribile momento è inesora­bilmente arrivato, visto che in forza di quella formale vo­lontà, Betteti ha rifiutato di sottoporsi alla tracheotomia. Aprendo una via respiratoria alternativa a quella naturale, ormai drasticamente compro­messa dalla malattia, quell’in­tervento chirurgico avrebbe costituito l’unica possibilità di tenerlo in vita. Ma quella, per Renzo, non sarebbe stata vita. Così il 62enne è spirato nella sua abitazione. «Ed in questa maniera il suo deside­rio è stato esaudito», ha spie­gato ieri il figlio Stefano. Nella mente dei tanti che l’hanno conosciuto e apprez­zato, lungo i venticinque anni in cui il fisioterapista ha pre­stato servizio all’ospedale, gli altri sedici in cui ha esercitato nel suo studio, l’ultimo in cui è rimasto immobilizzato a let­to, riecheggiano le commo­venti parole con cui Betteti si era rivolto ai politici, nel peri­odo in cui infuriava il dibatti­to sul testamento biologico.
«Non voglio augurare nien­te a nessuno – aveva afferma­to – anzi, spero che non capiti mai a nessuno quello che è ca­pitato a me. Però se un politi­co si rendesse conto della sof­ferenza che abbiamo noi qua a letto, che non possiamo ne­anche grattarci un orecchio, non lo so se tanti la pensereb­bero lo stesso nel modo in cui ne stanno discutendo in que­sti giorni. Vogliono togliere la possibilità e l’autonomia alla persona di decidere della pro­pria vita. Per questo a tutte le persone che mi conoscono e che mi vedono, chiedo di fare qualcosa. Di aiutare non tanto me, che non so quanto mi ri­marrà ancora da vivere, ma tutti quelli che verranno do­po di me». La famiglia ha sottolineato come le disposizioni sulla sua fine abbiano voluto essere an­che un modo per tutelare i congiunti rispetto ad eventua­li dubbi su presunte responsa­bilità in capo alla crisi respira­toria che l’ha stroncato. «É sempre stato lucidamente consapevole delle conseguen­ze a cui sarebbe andato incon­tro – ha aggiunto Stefano Bet­teti – non c’è alcun lato oscu­ro su cui indagare». I funerali saranno celebrati domani alle 14 nella chiesa di Sant’Ange­lo. Le offerte raccolte saranno devolute alla ricerca sulla Sla. Angela Pederiva






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Moussavi e Karruobi via da Teheran» I leader riformatori fuggiti o arrestati?

Corriere della Sera

I due capi dell'opposizione sono andati via dalla capitale iraniana, probabilmente sono nelle mani del regime

MILANO - Sta precipitando la situazione in Iran. Il regime infatti starebbe per giungere alla stretta finale avendo deciso di arrestare i leader dell'opposizione. I due capi dell'opposizione iraniana, Hossein Mussavi e Mehdi Karrubi, hanno infatti lasciato Teheran per una città del nord del paese. Lo riferisce l'agenzia ufficiale Irna. Secondo il sito dell'opposizione Rehesabz, invece, i due sono stati portati in tale località proprio dalle autorità del paese, che li avrebbero, in pratica, arrestati. Nella versione dell'Irna i due politici hanno lasciato la capitale di loro spontanea volontà, in quella del sito dell'opposizione Karrubi e Mussavi sono invece «sotto il controllo» di membri del Ministero delle Informazioni e dei Guardiani della Rivoluzione. «Due dei capi della sedizione - scrive l'agenzia ufficiale - hanno lasciato Teheran per il nord dell'Iran dopo aver constatato il montare della collera del popolo che esige la loro punizione». Il sito Rehesabz cita la notizia dell'Irna aggiungendo come dettaglio che i due uomini politici sono stati portati nella località di Kelar-Abad, nella provincia di Mazandaran bagnata dal Mar Caspio. «Alcuni membri dei Guardiani della rivoluzione e del Ministero delle Informazioni - scrive il sito - hanno portato Mussavi e Karrubi nella città di Kelar-Abad (...) per proteggerli dalla collera della popolazione» e sono sotto il controllo delle autorità citate.
L'ATTACCO DI AHMADINEJAD - La mossa del regime arriva al termine di una giornata segnata prima da un duro attacco verbale e poi anche da una contromanifestazione dei fedelissimi della teocrazia iraniana. «Il pentimento non servirà». Queste le nuove, dure parole dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad contro l'opposizione. «Fanno un gran baccano e creano notizie false per complicare la situazione - ha detto in tv -. Ma dovrebbero imparare la lezione dalle esperienze del passato. La nazione iraniana è come un oceano ed essi dovrebbero avere paura del giorno in cui questo grande oceano si muoverà, e non ci sarà ritorno». Ventiquattr'ore prima Abbas Vaez-Tabasi, un religioso che rappresenta la Guida suprema Ali Khamenei, aveva invocato per gli oppositori la pena di morte.
«BASTA TOLLERANZA» - Una posizione ribadita dal capo della polizia iraniana, Esmail Ahmadi-Moqaddam, secondo cui «il tempo della tolleranza è finito». Almeno contro alcuni degli oppositori arrestati durante le manifestazioni - ha spiegato - sarà mossa un'accusa da pena di morte, quella di «guerra contro Dio» (Moharebeh). «Accecheremo l'occhio della sedizione - ha minacciato -. Chiunque verrà arrestato in queste manifestazioni sarà trattato con severità, da criminale. Le azioni di coloro che prendono parte ai raduni e creano insicurezza saranno considerate Moharebeh». Mercoledì due uomini che hanno partecipato alle proteste post-elettorali sono stati condannati a morte dal Tribunale della Rivoluzione di Teheran: i due giovani dissidenti sono stati riconosciuti colpevoli di aver collaborato con un gruppo politico clandestino filomonarchico e di aver attentato alla sicurezza nazionale. Sale così a sette il numero di oppositori condannati a morte negli ultimi mesi in Iran. A Karaj, nel nord del Paese, è stato impiccato mercoledì mattina Ardeshir Geshavarz, dissidente 35enne recluso da sei anni e accusato dell'omicidio di un agente di polizia. L'esecuzione ha suscitato la protesta dei carcerati e ci sono stati disordini nella struttura.
ONU: SCIOCCATI - E suonano come una risposta al presidente iraniano le parole dell'alto commissario dell'Onu per i diritti umani Navi Pillay, che si è detta «scioccata» dai «morti, i feriti e gli arresti» nel quadro della repressione contro l'opposizione in Iran: «Sono scioccata per il numero di morti, feriti e arrestati. Le informazioni disponibili mostrano ancora una volta le eccessive azioni di violenza perpetrate dalle forze di sicurezza e dalla milizia paramilitare Basij». Dall'Italia il ministero degli Esteri ha convocato l'incaricato dell'ambasciata iraniana a Roma per consultazioni sugli ultimi sviluppi in Iran, come ha spiegato il sottosegretario Enzo Scotti alla Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato convocata in via straordinaria. Scotti, a nome del governo, ha ribadito la viva preoccupazione dell'Italia e ha nuovamente condannato le violenze e la perdita di vite umane, chiedendosi se la «violenza senza precedenti della repressione sia stata dettata da paura o da calcolo». Nel secondo caso si tratterebbe «dell'ennesimo azzardo da parte di una leadership radicale sempre meno disposta al dialogo con l'opinione pubblica».
FUNERALI MOUSAVI - Intanto a Teheran si sono svolti in gran segreto e tra strette misure di sicurezza al cimitero Behesht Zahra i funerali di Ali Habibi Mousavi, il nipote del leader dell'opposizione ucciso durante gli scontri domenica: la sua salma è stata finalmente riconsegnata alla famiglia, che ne aveva denunciata la scomparsa. «Alle 7 agenti di apparati di sicurezza hanno telefonato alla famiglia dicendo che sarebbe potuta andare a ritirare la salma senza farlo sapere ai mezzi d'informazione - scrive il sito riformista Rahesabz -. I funerali si sono svolti nel silenzio dei media e tra strette misure di sicurezza». Le autorità temevano che i funerali si sarebbero potuti trasformare in una nuova manifestazione dell'opposizione. La polizia, che nega di aver sparato, ha dichiarato che l'uomo è stato ucciso da «terroristi» in un episodio che non aveva nulla a che fare con le manifestazioni. Inoltre gli agenti hanno annunciato l'arresto del proprietario dell'auto dalla quale è partito il colpo che ha ucciso il giovane Mousavi. «La polizia ha identificato e arrestato il proprietario dell'auto coinvolta nel presunto omicidio» ha riferito una fonte delle forze di sicurezza. L'uomo però ha detto che l'auto gli era stata rubata nei giorni precedenti l'incidente.
CORTEI PRO REGIME - Sul fronte opposto in tutto il Paese migliaia di persone sono scese in piazza su appello delle autorità per affermare il proprio sostegno al regime, denunciare «gli ipocriti sediziosi» fino a chiederne l’impiccagione. A Teheran i manifestanti si sono radunati per partecipare alle sei processioni organizzate per denunciare il «complotto che mira a sovvertire il regime islamico»
.CASA MONTAZERI - Nella città santa di Qom la casa del grande ayatollah Hossein Ali Montazeri, morto pochi giorni fa, è stata circondata dagli agenti di sicurezza governativi che impediscono a chiunque di visitare la famiglia del religioso. «Da diversi giorni circondano la casa, isolandoci dal resto della città - ha detto un parente del religioso -. Ogni tanto ci insultano, minacciandoci di fare irruzione nell'ufficio dell'ayatollah». La famiglia Montazeri non può organizzare alcuna riunione di preghiera o di commemorazione religiosa in onore dell'ayatollah. Due giorni dopo la morte, secondo alcuni siti riformisti, l'abitazione di Montazeri ha subito un primo assalto da parte dei Basij, che hanno distrutto foto e aggredito le persone che avevano partecipato al funerale. Montazeri era tra le più autorevoli personalità religiose sciite in Iran: critico verso il regime della Repubblica islamica, era stato emarginato nel 1989 trascorrendo gli ultimi vent'anni isolato a Qom. Durante la crisi seguita alle elezioni presidenziali di giugno, aveva duramente criticato il governo, manifestando sostegno ai leader riformisti Mousavi e Karroubi. Era anche tra le voci più critiche rispetto all'attuale Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei.

30 dicembre 2009






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Che ridicole le crociate contro gli oroscopi

di Renato Farina

Prendersela con i "maghetti" in nome del cattolicesimo è poco onesto e disecucativo. L'unico peccato di chi segue gli astrologi è quello di andare contro la propria intelligenza

 
L’oroscopo è una faccenda poco seria. D’accordo. Ed è diseducativo. D’accordissimo. Ma forse è persino meno serio e meno educativo battersi usando il nome cattolico contro Giancarlo Magalli che pubblicizza su «RaiDue» in prima serata gli oroscopi del 2010.
Non si discutono le buone intenzioni. Uno fa quello che può per migliorare il mondo, e si comincia dal poco. Ma infiammarsi per una stupidaggine e stendere comunicati per contestare le previsioni di un maghetto, sapendo che si alzerà un bel polverone, forse non è un buon insegnamento per la gioventù che vorrebbe vedere gli adulti migliori gettare le migliori energie per qualche battaglia più interessante.
C’è l’Iran dove i ragazzi sono ammazzati perché cercano la libertà. In Irak due chiese a Mosul sono state incendiate da quelli di Al Qaida perché non sopportano le feste di Natale. Prendersela con l’idea che qualcuno dica che quest’anno andrà bene a chi è nato nel segno dei pesci, pare essere una battaglia nobile senz’altro, ma esagerata.

Sia chiaro. Tengo a precisarlo. Non sono un eretico, almeno questo pare di no. Ho già abbastanza guai anche senza avere il Sant’Uffizio che mi lancia anatemi. E dunque sono contro gli oroscopi senza remore, nonostante sia sempre stato un ammiratore di Frate Indovino e del suo calendario basato non sulle stelle ma più che altro sulla luna. Chi crede nell’Oroscopo e sceglie le cose su questa base fa peccato. Fa peccato soprattutto perché va contro l’intelligenza.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica firmato da Wojtyla, Ratzinger e dal grande amico Sandro Maggiolini è perentorio. Siamo credenti non creduloni. Al numero 2116, tra le infrazioni contro il primo comandamento «Non avrai altro Dio all’infuori di me», colloca la divinazione: «Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che “svelino” l’avvenire. La consultazione degli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, l’interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium manifestano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste.
Sono in contraddizione con l’onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo». Dunque non si scherza. C’è un sacco di povera gente turlupinata dai maghi. Ma anche uomini potenti decidono su questioni decisive dopo aver ascoltato l’astrologo. Si diceva di Hitler, ma anche di Stalin. Basterebbe questa constatazione a tenerci lontani da queste manie. E di certo non è bello che la Rai investa in oroscopi. Avrei fatto una scelta diversa. Ma c’è persino un lato positivo in questa ricerca di segni: indica una sperdutezza, un bisogno. Se però i cattolici e quanti hanno qualcosa di più sensato da proporre si stracciano le vesti e gridano allo scandalo, senza indicare un'altra possibilità, fanno la figura di quelli che rubano il giochino a un bambino.

Resto dell’idea del grande cardinale Giacomo Biffi che preferisce combattere le storture con l’ironia, la ragione e una salda umanità. Ha scritto: «È stato giustamente notato come il mondo che ha smarrito la fede non è che poi non creda più a niente; al contrario, è indotto a credere a tutto: crede agli oroscopi, che perciò non mancano mai nelle pagine dei giornali e delle riviste; crede ai gesti scaramantici, alla pubblicità, alle creme di bellezza; crede all’esistenza degli extraterrestri, al new age, alla metempsicosi; crede alle promesse elettorali, ai programmi politici, alle catechesi ideologiche che ogni giorno ci vengono inflitte dalla televisione. Crede a tutto, appunto». Un lungo elenco, come si vede. A quando la battaglia contro le creme di bellezza e gli Ufo? Su, ragazzi, battiamoci per l’Iran e contro la tortura di queste carceri italiane, che farà meno chiasso, ma indebolisce la stupidità più della lotta contro lo zodiaco. Stare con forza dalla parte di chi si oppone alla tirannide, è un inno alla libertà persino dagli oroscopi.

A questo proposito, ho trovato una bella frase di Umberto Eco, che è il più bell’antidoto contro la prepotenza del fatalismo e della pigrizia magheschi: «Si nasce sempre sotto il segno sbagliato e stare al mondo in modo dignitoso vuol dire correggere giorno per giorno il proprio oroscopo». Un bel programma per il 2010.



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Iran, l'Onu: "Scioccati per le violenze" E Ahmadinejad minaccia l'opposizione

di Redazione

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Continuano gli arresti: almeno 1.500 tratti in arresto. Ieri la sorella di Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, è stata fermata a Teheran. L’ayatollah Abbas Vaez Tabasi avverte: "Giustizieremo tutti i nemici di Dio". E, nonostante la denuncia dell'Onu, Ahmadinejad minaccia l'opposizione: "Pentirsi non basterà"


Teheran - Dopo le proteste e la repressione di domenica, continuano gli arresti in Iran. La sorella di Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, è stata fermata a Teheran, secondo quanto riferisce il sito dell’opposizione Jaras. Intanto, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay, ha espresso tutto il suo sconcerto per quanto sta accadendo a Teheran, esortando le autorità a moderare le proprie reazioni contro l’opposizione.

La minaccia L’ayatollah Abbas Vaez Tabasi, influente personalità religiosa in Iran, ha affermato che i leader dell’opposizione iraniana, in quanto "nemici di Dio", meritano la morte in virtù della legge islamica. Lo riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars. "Coloro che stanno dietro all’attuale sedizione nel Paese - ha detto Abbas Vaez-Tabasi, un religioso che rapresenta Khamenei - sono 'mohareb' (nemici di dio) e la legge è molto chiara in merito a quella che deve essere la punizione per i mohareb".

La replica dell'Onu "Scioccata" per le violenze e le vittime di questi giorni in Iran e per l’ondata di arresti contro manifestanti e oppositori. In un comunicato diffuso oggi a Ginevra, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay, ha espresso tutto il suo sconcerto per quanto sta accadendo a Teheran, esortando le autorità a moderare le proprie reazioni contro l’opposizione. Secondo la Pillay, "le informazioni di cui disponiamo rimandano ancora una volta ad eccessivi atti di violenza da parte delle forze di sicurezza e della milizia paramilitare dei Basij". "Il governo ha il dovere di assicurare che la violenza non aumenti", ha aggiunto l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, esprimendo poi preoccupazione per le notizie continue di arresti di giornalisti, attivisti politici, difensori dei diritti umani. "La gente - ha sottolineato - ha il diritto di esprimere le proprie convinzioni e di tenere proteste pacifiche, senza essere malmenata, picchiata e gettata in prigione. Quelli che sono stati arrestati, per qualsiasi ragione, devono essere sottoposti a un processo che sia pienamente in linea con gli standard internazionali sui diritti umani".

Ahmadinejad: "Proteste nauseanti" Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha definito le manifestazioni di domenica dell’opposizione una "nauseante mascherata" promossa dall’estero, "dagli americani e dai sionisti". Dopo le dure accuse di ieri, Ahmadinejad ha avvertito l’opposizione che "non servirà il pentimento" il giorno in cui la nazione "si muoverà come un grande oceano" contro di essa. "Fanno un gran baccano e creano notizie false per complicare la situazione", ha detto Ahmadinejad, intervistato dalla televisione di Stato, riferendosi all’opposizione. "Ma - ha aggiunto - dovrebbero imparare la lezione dalle esperienze del passato". "La nazione iraniana è come un oceano - ha aggiunto il presidente - ed essi dovrebbero avere paura del giorno in cui questo grande oceano si muoverà, e non ci sarà ritorno. Allora il pentimento non servirà".

L'arresto di Nushin Ebadi "Ieri sera mia sorella, la dottoressa Nushin Ebadi, docente presso la facoltà di Medicina dell’Università Azad di Teheran, è stata arrestata nella sua abitazione da agenti dell’Intelligence e portata in un luogo sconosciuto", afferma la premio Nobel in una dichiarazione diffusa dal sito

Rahesabz. Shirin Ebadi aggiunge che due mesi fa la sorella, che non è impegnata in alcuna attività politica, era stata convocata dagli apparati di sicurezza. "In quella occasione - afferma la premio Nobel - le è stato detto che doveva convincermi a cessare le mie attività in difesa dei diritti umani, altrimenti sarebbe stata arrestata". Shirin Ebadi, che si trova all’estero dalle elezioni presidenziali dello scorso giugno, ha continuato a criticare il regime. "L’arresto di mia sorella - aggiunge la premio Nobel - è un atto illegale. Il Paese ha bisogno ora di calma più che in qualsiasi altro momento e questo può essere ottenuto solo rispettando la legge. Ogni atto illegale avrà conseguenze negative". 

Arrestati tre giornalisti I siti web riformisti hanno riferito dell’arresto di tre giornalisti e un’attivista dei diritti umani. Uno è Mashallah Shamsolvaezin, giornalista riformista di spicco. In manette sono finiti anche Morteza Kazemian, giornalista del quotidiano riformista "Etemad"; l’attivista Mansoureh Shojai, un altro giornalista, Mohammad Javad Saberi, è stato arrestato nei pressi dell’università si Teheran in via Enghelab. Il procuratore generale di Teheran ha inoltre confermato l’arresto durante le proteste del giornalista 27enne siriano Reza al-Basha della tv di Dubai.

Mottaki contro l'Inghilterra L’Iran, atttraverso il suo ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, ha oggi nuovamente respinto l’ultimatum delle potenze mondiali che hanno imposto a Teheran di accettare "entro fine anno" la bozza d’accordo elaborata dall’Aiea per l’arricchimento dell’uranio. "In realtà - ha affermato Mottaki - noi abbiamo posto un nostro ultimatum e se le potenze mondiali non risponderanno formalmente alla nostra proposta, andremo avanti con l’arricchimento dell’uranio per il reattore a scopi medici che sorge vicino Teheran". Il ministro iraniano ha quindi aggiunto che il suo Paese "non è disposto ad aspettare ancora. Se non raggiungeremo un accordo sull’acquisto o lo scambio dell’uranio, lo arricchiremo fino al 20 per cento da soli". Ieri il ministro degli Esteri britannico, David Miliband, ha definito molto "preoccupante" la "mancanza di autocontrollo" -ha detto Miliband- mostrata dalle forze dell'ordine iraniane negli incidenti avvenuti nel giorno dell'Ashura. Ma anche diversi altri Paesi europei hanno espresso la stessa posizione. "Le dichiarazioni di certe autorità straniere - ha affermato Mottaki - mostrano le cose vergognose che hanno fatto. Fino ad ora non abbiamo reso pubblici i loro dossier, su cosa hanno fatto e quando. Ma fortunatamente i popoli ne sono a conoscenza, e la faccenda è chiara". Dall'inizio delle proteste di piazza seguite alle elezioni presidenziali del 12 giugno, Mottaki ha affermato che il tutto era conseguenza di un complotto di Londra.





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E Craxi disse no "Meglio morire che tornare così"

La Stampa

La trattativa fallita per farlo curare in Italia
FABIO MARTINI
ROMA

Erano le ultime ore del millenovecentonovantanove. Precisamente dieci anni fa. Al primo piano di palazzo Chigi, squillò un cellulare, quello di Donato Robilotta: «Sono Bettino, che succede?». La voce di Craxi era stanca, ma i concetti chiarissimi: «Dillo a quelli là, che io in Italia ci torno soltanto da uomo libero... Piuttosto muoio qui, in Tunisia...».

A cosa si riferiva il malandatissimo Bettino, nella sua telefonata da Hammamet? Cosa voleva che sapessero «quelli là», a cominciare dal presidente del Consiglio Massimo D’Alema? Lo rivela dieci anni dopo proprio Robilotta, un dirigente del Partito socialista che allora lavorava a palazzo Chigi e aveva un affettuoso rapporto con Craxi: «Lui era molto malato, tanto è vero che venti giorni più tardi sarebbe morto.

Per salvarlo, avrebbe dovuto essere curato in Italia. Da tempo erano in corso diversi contatti - spesso a sua insaputa - per provare a farlo rientrare. In quei giorni si stava lavorando ad un’ipotesi: Craxi sarebbe rientrato a Fiumicino, di lì sarebbe stato trasportato nel carcere di Viterbo, restando il tempo necessario, uno o due giorni, per accettare una domanda di arresti domiciliari.

Dopodiché sarebbe stato trasferito al San Raffaele di Milano». Conferma Marco Minniti, allora braccio destro di D’Alema: «Sì, esisteva un’ipotesi di quel tipo. Tutti i margini furono esplorati senza confliggere con l’ordinamento del Paese. Anche se forse qualche corridoio umanitario si sarebbe potuto trovare, tenendo conto delle gravi condizioni di salute di Craxi».

Ma quel corridoio non si aprì e fu proprio Craxi a dire no ad un rientro «condizionato». E in quel no finale c’è tutto il personaggio. Piaccia o no, un Craxi tutto d’un pezzo. Orgogliosissimo. Pronto a mettere in gioco la sua stessa vita, pur di non subire l’umiliazione di una carcerazione, anche di una sola notte, su mandato di quei magistrati di cui non riconosceva l’autorità. Protagonisti, a suo avviso, di un «complotto giudiziario».

Ma rinunciando a qualsiasi via d’uscita, Craxi era pienamente consapevole a cosa stava andando incontro. Francesco Cossiga era andato a trovarlo il 18 dicembre e da lui Bettino si era congedato così: «Tu lo sai, vero, che questa è l’ultima volta che ci vediamo...». Poche settimane dopo, il 19 gennaio del 2000, Bettino Craxi muore.

Muore di crepacuore, ultima ferita dentro un corpo martoriato. Tutto aveva iniziato a precipitare tre mesi prima. Il 23 ottobre il Tg2 delle 13 aveva annunciato l’assoluzione di Giulio Andreotti nel processo di Palermo. Come raccontò il figlio Bobo, nel padre c’era «un misto di soddisfazione e di stupore». In quel momento era come se avesse capito che alla fine lui, e soltanto lui, era rimasto incastrato. A sera disse: «Non sto per niente bene».

L’indomani Craxi viene ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Tunisi. La diagnosi è molto cruda. Oltre al diabete, ai seri problemi di cuore, si scopre un tumore al rene. Don Verzé - come rivelato da Massimo Pini nella sua documentata biografia «Craxi» - scrive a Carlo Azeglio Ciampi: «Craxi è condannato a morte vicina» e privarlo della possibilità di tornare in Italia «equivale a spingerlo nella fossa».

Il 30 novembre Craxi viene operato dal professor Patrizio Rigatti a Tunisi in condizioni ambientali molto critiche. «Un assistente ha dovuto tenere alta una luce con le mani», racconterà il professore. Nelle ore successive arrivano a Craxi tanti messaggi di auguri, anche un fonogramma di poche righe del presidente del Consiglio Massimo D’Alema, che secondo quanto raccontato dall’ambasciatore Armando Sanguini, «aveva carattere confidenziale» e non ufficiale.

Una riservatezza che mise di pessimo umore il pur acciaccatissimo Craxi. Che tornò molto indebolito nella sua casa di Hammamet. Si provò a rimettere in piedi una trattativa che nei mesi precedenti aveva visto protagonisti Giuliano Vassalli (aveva studiato, senza esiti al Quirinale, l’ipotesi di una grazia presidenziale), Francesco Cossiga, Giuliano Ferrara. Come salvargli la pelle? La Procura di Milano confermò: avendo sulle spalle due condanne definitive, Craxi può sì tornare, ma sottoposto agli arresti domiciliari in ospedale.

Ma il 19 gennaio, verso le 5 della sera, la figlia Stefania, inquietata dal prolungarsi del pisolino pomeridiano del padre, entra in stanza e lo trova senza vita, con un grosso ematoma all’altezza del cuore e una smorfia di dolore sul viso, angosciosa e indimenticabile per tutti quelli che la videro anche nelle ore successive, perché risultò irriducibile per chi ricompose la salma.

D’Alema offrì i funerali di Stato, la famiglia li rifiutò e dal giorno del funerale, Bettino Craxi riposa nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, in una tomba scavata nella sabbia e dominata da un eloquente epitaffio: «La mia libertà equivale alla mia vita».




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Interrompe il discorso della Regina Dj licenziato dalla stazione radio

La Stampa

«Non lo sentirete più». Lui si difende: era una noia, volevo solo rendere
il programma più divertente
LONDRA
"Il discorso della Regina è una noia". Sono state queste le ultime parole che un dj inglese ha pronunciato alla radio. Il giorno di Natale, durante la trasmissione che Tom Binns conduce per la stazione BRMB, qualcosa è andato storto. E' così, dopo aver interrotto il discorso reale, il dj ha perso il posto. Tom, infatti, è andato in onda al posto di sua Maestà, introducendo la canzone successiva con ironia.

Le frasi scherzose dello speaker, però, non sono piaciute ai proprietari della radio. Lanciando il pezzo dei Wham!, Last Christmas, Tom ha detto: "Ora passiamo da una Regina ad un'altra". Orion Media, proprietaria di BRMB ha trovato le battute del dj inappropriate e ha deciso per il licenziamento: «Una cosa è certa. Il presentatore non lavorerà più per noi».

Binns si è giustificato dicendo di aver interrotto la Regina, anche se non stava neanche ascoltando le parole, per il bene della radio. Per lui, infatti, era davvero troppo noioso: «Nessuno avrebbe ascoltato il discorso di Elisabetta, così ho deciso di rendere il programma divertente». Il dj, riporta il Telegraph, ha spiegato al sito Chortle le motivazioni del gesto: «Dopo tutto, pagano i comici per fare gli scherzi, pensavo di farne uno anche io». David Lloyd, direttore marketing della società ha precisato che chiederà scusa a tutti gli ascoltatori dello "show", assicurando la definitiva "cacciata" di Tom: «Non abbiamo nulla a che fare con quello che ha detto e lui non lavorerà più per nessuna nostra radio».




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I sopravvissuti dell'Olocausto: "Il Vaticano possiede i nostri beni"

La Stampa

Ma la Corte d'Appello di S.Francisco
annulla la causa: un tribunale Usa
non può giudicare i Paesi stranieri
CITTA' DEL VATICANO
Una Corte d'Appello americana ha annullato una causa intentata dai superstiti dell'Olocausto, i quali sostenevano che la Banca Vaticana avesse accettato milioni di dollari ricavati dai beni sequestrati loro dai Nazisti.

La Corte di San Francisco ha fatto riferimento a un emendamento che sostiene che la Banca Vaticana non può essere processata per via di un emendamento del 1976 sull' "Immunità degli Stati sovrani stranieri", che sostanzialmente protegge i Paesi esteri dall'essere processati presso una corte statunitense.

I sopravvissuti all'Olocausto provenienti da Croazia, Ucraina e Jugoslavia hanno intentato un procedimento contro la Banca Vaticana nel 1999, sostenendo che essa conservava e riciclava i beni di cui si era impropriamente impossessata, appartenenti a migliaia di ebrei, serbi e zingari che erano stati uccisi o imprigionati dal regime filo-nazista di Ustasha al potere in Croazia.




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Addio "compagno Fini" Ora Gianfranco è sociale

Il Tempo

Svolta sociale del presidente della Camera: meno battaglie per gli immigrati, spazio agli italiani. E si prepara a volare negli Usa.

Gianfranco Fini

Un Fini sociale. Che guarda alla famiglia. Ai giovani. A voler esser un pizzico maliziosi si potrebbe anche aggiungere un Fini che si concentra sugli italiani. Insomma, sarà un presidente della Camera diverso, che ridisegna le sue priorità. Non vuol dire che il cofondatore del Pdl abbia deciso di abbandonare le battaglie che hanno caratterizzato il suo anno politico che s'avvia a conclusione. Semplicemente, si tratta di rinnovare l'agenda, di introdurre nuovi elementi, nuovi contenuti. E sicuramente anche nuovi toni.

Il rapporto con Silvio Berlusconi si mantiene sereno.  Presto per dire che sia tornato saldo. Ma il fatto che i due, dal giorno della statuina vicino a piazza Duomo, oltre ad essersi visti si siano sentiti quattro volte al telefono, è segno che qualcosa è cambiato.

Qualcosa di sostanziale. Certo, per ora oggetto dei colloqui sono stati soprattutto gli auguri per le festività. Convenevoli. Poco, quasi per nulla: è corsa lungo le cornette la politica. In ogni caso, il clima è cambiato. E forse più che la statuina a farlo mutare è stato il fuorionda con il quale era stato svelato un colloquio riservato tra il presidente della Camera e il procuratore della Repubblica di Pescara. Clima diverso e ora si cambiano anche gli argomenti.

Il Fini targato 2010 sarà molto più attento alle questioni economiche. E in particolare sociali. Per esempio, il principale inquilino di Montecitorio è deciso a chiedere che il governo applichi uno dei punti qualificanti del programma di governo: realizzi il quoziente familiare. Insomma, metta mano al sistema fiscale prevedendo aiuti alle famiglie.

Nel piano presentato alle elezioni 2008, si parla esplicitamente di quoziente (come in Francia, dove i contribuenti vengono considerati anche come nucleo familiare), sebbene si citi la sua introduzione in via sperimentale. Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti si sta muovendo su una strada analoga, ma diversa che preveda bonus in base ai figli che fanno parte della famiglia.

Di sicuro, Fini chiederà di accelerare questo processo. Altro tema che il presidente della Camera si appresta a lanciare riguarda il welfare. In particolare, la nuova bandiera sarà un sistema di stato sociale più inclusivo soprattutto per i giovani. D'altro canto, il welfare inclusivo era nel decalogo che ha compilato Fini nel suo libro «Il futuro delle libertà».

E per capire che tipo di stato sociale immagini l'ex leader di An basta ricordare le sue parole del giugno scorso sulle garanzie: «Occorre correggere le anomalie delle frammentazioni e della disparità di trattamento che abbiamo ereditato dal passato. Lo sforzo deve essere quello di costruire un welfare inclusivo che non discrimini i precari rispetto ai garantiti. Un sistema più moderno che miri a tutelare il lavoratore nelle varie fasi della sua vita professionale oggi non più all'insegna necessariamente del posto fisso ed a tempo indeterminato.

In questo senso - ammoniva Fini - il sistema di ammortizzatori sociali deve coprire i nuovi rischi del mercato del lavoro, permettendo al lavoratore di affrontare i cambiamenti senza che questi si traducano inevitabilmente in negativi arretramenti delle sue condizioni di vita». Non mancheranno certamente gli appelli al dialogo e alle riforme condivise, e i moniti contro i voti di fiducia. Ma si parlerà meno di immigrati e anche la legge sulla cittadinanza verrà presto accantonata con la scusa della campagna elettorale incipiente. Fini appare deciso anche a riscoprire una sua battaglia un po' messa da parte: quella a favore delle donne.

Sul sito della sua fondazione Farefuturo, da pochi giorni, compare un nuovo testo con il quale si annuncia che l'associazione «vuole promuovere una “rivoluzione della dignità” centrata sull'insostituibile ruolo sociale della donna, sul valore originale della sensibilità e dell'ingegno, su una vera politica delle pari opportunità, sulla riscoperta anche del ruolo materno». Più in generale, l'intera fondazione subirà una mutazione: meno futili provocazioni culturali e più analisi, più ricerca, più proposte (che poi dovrebbe essere l'obiettivo numero uno).

Infatti sul web è l'intera pagina di presentazione dell'organizzazione ad essere stata riscritta. Al primo punto si legge: «L'egemonia del presente domina lo spazio del dibattito del nostro Paese. Soffriamo di un pericoloso schiacciamento sull'immediato del “tempo storico”: la cultura del sondaggio diventa l'unica premessa per azioni, strategie, leadership; il “mark to market” diventa sistema decisionale e cifra delle politiche pubbliche e delle scelte private. Farefuturo vuole promuovere una rinnovata cultura strategica».

Un capitolo a parte riguarda i rapporti internazionali. La fondazione del presidente della Camera ha stretto alleanze con quella dell'ex premier spagnolo Aznar (Faes) e con la fondazione Adenauer e alcuni eurodeputati che provengono da An hanno riscoperto un certo interesse nei loro confronti da parte degli esponenti della Cdu. Fini ne è consapevole e infatti vedrà i parlamentari di Strasburgo a lui più vicini subito dopo le feste, forse in un pranzo informale.

Poi verranno i viaggi all'estero. Due quelli più importanti. Il primo a Washington su invito della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, per febbraio. Non esclude un incontro anche informale con Obama, sebbene non sia prassi che il presidente degli Stati Uniti riceva il presidente di un ramo del Parlamento italiano: sono al lavoro le diplomazie. Il secondo a Gerusalemme, sempre in febbraio: per Fini un ritorno.

Fabrizio dell'Orefice



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