martedì 3 febbraio 2009

Il "metodo" Travaglio, querelato D'Avanzo

Dalla tv, la polemica è rimbalzata sui giornali. L’attacco di Marco Travaglio al presidente del Senato Schifani, lanciato durante una puntata di Che tempo che fa, fa scattare la querelle tra il giornalista e un suo collega, Giuseppe D’Avanzo, vicedirettore de La Repubblica: per farla breve, martedì D’Avanzo accusa Travaglio di essere un’«agenzia del risentimento», di utilizzare «un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde» e, in ultima istanza, di «indebolire le istituzioni».

In sostanza, secondo La Repubblica Travaglio non può accusare Schifani di frequentazioni mafiose non solo perché i rapporti tra Schifani e Nino Mandalà risalgono ai primi anni Ottanta, ma anche perché Mandalà viene accusato di mafia vent’anni dopo “l’amicizia” con Schifani. Poi è lo stesso D’Avanzo a ricordare tutti gli articoli in cui La Repubblica e non solo, dal 2002 in poi, hanno raccontato le «amicizie pericolose» di Schifani, ma, aggiunge, ha smesso di parlarne perché «un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun – ulteriore e decisivo – elemento di verità».

Restano i fatti degli anni Ottanta, e la successiva condanna per mafia del socio di Schifani. Ma tutto questo è acqua passata, ora a dover pagare, a dover imparare «la lezione del caso Schifani», è Marco Travaglio. E per fargli capire la «lezione» D’Avanzo usa lo stesso metodo nei confronti del giornalista: tira fuori un’intercettazione telefonica del 2002 tra Travaglio e Pippo Ciuro, maresciallo della Dia poi condannato per favoreggiamento a Michele Aiello, condannato a 14 anni per mafia. Secondo D’Avanzo, Travaglio sarebbe stato ospite per le sue vacanze in Sicilia dello stesso Aiello, tramite la mediazione di Ciuro. Insomma, anche lui avrebbe «amicizie pericolose». Travaglio smentisce, conferma le estati siciliane in cui ha incontrato Ciuro, promette di ritrovare le ricevute di pagamento degli alberghi, giura di non aver mai conosciuto Aiello. E querela D’Avanzo. Ora se la vedranno in Tribunale.

Nel frattempo il fuoco nemico contro Travaglio arriva anche da più fronti. Schifani l’ha querelato, l’Autorità garante per le Telecomunicazioni ha aperto un’istruttoria, il direttore generale della Rai Claudio Cappon gli manda a dire che «non può più sbagliare, altrimenti è fuori». Intanto, giusto per consolarsi, i giornalisti di Senza Bavaglio hanno avviato una raccolta firme in sostegno di Travaglio: «Nei paesi democratici – scrivono – il ruolo dei giornalisti è proprio quello di osservare, verificare e poi raccontare. Si chiama diritto di cronaca. Si racconta se il politico tradisce la moglie, se in gioventù si faceva qualche spinello, se è stato in un centro di riabilitazione per etilisti, se ha truccato le carte per non andare in guerra.

Per alcuni elettori – proseguono – queste informazioni sono importanti. C'è chi non ama essere rappresentato da un donnaiolo, e chi non vuole essere rappresentato da un pavido». Figuriamoci da chi ha frequentato mafiosi. «Tocca al giudice – spiegano i promotori della raccolta firme – appurare se il giornalista dice il falso. Ora la domanda di attualità è: il giornalista Marco Travaglio ha raccontato un fatto vero che riguarda Renato Schifani o un fatto falso? Schifani, l'opposizione e anche gli organismi di controllo della Rai possono indignarsi quanto vogliono, ma l'unico strumento democratico che ha Schifani è ricorrere al giudice, incaricato in democrazia di valutare se Travaglio ha detto il vero o il falso. Tutte le altre prese di posizione – concludono – mirano solo a limitare la democrazia e la libertà di critica della stampa».


Pubblicato il: 15.05.08
Modificato il: 15.05.08 alle ore 16.46

Prescrizione per Travaglio

giovedì 22 gennaio 2009, 08:27



Segnatevi questo nome: Heldol. Mentre noi servi del Regime vi addormentiamo con trascurabili sciocchezze (l’elezione di Barack Obama, una crisi mondiale, Kakà) il cabarettista del Travaglino parla invece di un processo «di cui non si deve parlare, perché ci riporta alle stragi e alle trattative tra Stato e mafia», dunque «chi ne parla letteralmente muore». Prego, Travaglio: non si arrenda alle undici inchieste già fatte sulla strage di Capaci, ai sei processi che hanno inchiodato i corleonesi, alle rivelazioni di Brusca, ai «mandanti» Berlusconi e Dell’Utri indagati a Caltanissetta (tutto archiviato) e a Firenze (archiviato) e a Palermo (archiviato) e insomma vada avanti, Travaglino: anche perché il «processo dimenticato» lo gestisce il pm Antonio Ingroia, con cui lei, Travaglio, è solito passare le vacanze con o senza la compagnia aggiuntiva del favoreggiatore di mafiosi Pippo Ciuro.

Di che parla ’sto processo? Segnatevi questo nome: Heldol. Il processo parla marginalmente anche di Luigi Ilardo, un pentito secondo il quale Forza Italia fu regista delle stragi del '92-93. È lo stesso tizio di cui parlava Travaglio nell'articolo dell'Espresso per cui fu condannato a 8 mesi di carcere. Ecco perché Travaglio ora ne ha scritto sul più autorevole blog di Beppe Grillo. Seguirà articolessa su Micromega e solito libretto di cancelleria. E che c’entra Heldol? Niente: è un calmante contro le ossessioni.

Bus atei, i vescovi: Aggressione a Bagnasco

Roma - Non si placano le polemiche dopo che, anche in Italia, è arrivata la "sfida ateista". Dopo la Spagna anche a Genova l'Unione degli atei agnostici razionalisti ha lanciato la propria campagna volta ad affermare l'inesistenza di Dio. Campagna che, materialmente, viene condotta utilizzando gli spazi pubblicitari dei mezzi di trasporto.

"L'obiettivo è Bagnasco" "Il motivo dichiarato è quello di colpire il cardinale Angelo Bagnasco, reo di essere presidente dei vescovi italiani e, attraverso di lui la Chiesa italiana, rea di esistere". Lo scrive il Servizio informazione religiosa che commenta così l’annuncio che a febbraio a Genova circoleranno autobus con le scritte "Dio non esiste; tu non ne hai bisogno". "Forse - commenta il teologo genovese Marco Doldi - gli organizzatori non hanno tenuto conto del fatto che il messaggio riguarda: ebrei, cristiani e musulmani. E non hanno tenuto conto che quello che a loro sembra civiltà - deridere chi crede in Dio - è motivo di grande sofferenza per queste persone ed è ostacolo all’integrazione dei popoli".

Caduta di stile Doldi aggiunge che ci si trova di fronte anche a "un’evidente caduta di stile. Da sempre il discorso su Dio si tiene nelle sedi e nelle forme più adatte: confronti, lezioni, dibattiti, libri, incontri. Luoghi in cui le persone, consapevoli dell’importanza di affermare l’esistenza di Dio o il suo contrario, si incontrano, forse anche si scontrano, ma dialogano. Qui, invece, la questione su Dio è affrontata con la pubblicità, che non permette alcun confronto. Parlare di Dio con il linguaggio pubblicitario - sottolinea monsignor Doldi - è ridurre la questione a fatto banale: sono millenni che credenti e non credenti si parlano; c’è da augurarsi che il dialogo sia sempre mantenuto nello stile, che gli argomenti meritano. Non sul retro degli autobus!".

Su Facebook il gruppo "Dio esiste" Sulla pubblicità dell’ateismo interviene anche il teologo morale Antonio Rungi, che lancia su Facebook il gruppo 'Dio esiste'. "Dio stesso si mostrerà a voi - scrive padre Rungi - se superate il vostro orgoglio e la vostra presunzione. Riconoscere Dio è questione di fede, ma è anche espressione di maturità e serietà umana". "Noi credenti di ogni religione - conclude padre Rungi - non abbiamo bisogno di pullman di linea o particolari per pubblicizzare l’esistenza di Dio. Dio non ha bisogno di essere pubblicizzato o farsi pubblicità, Egli è conosciuto, amato ed è presente nella vita dei credenti di tutte le religioni".

Così i ragazzini di Hamas ci hanno utilizzato come bersagli»

Abitanti di Gaza accusano i militanti islamici: «Ci impedivano di lasciare le case e da lì sparavano»


GAZA - «Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica.

I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i tetti più alti. Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno. «Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, usavano le ambulanze, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell’Onu.

In casi estremi sparavano contro chi cercava di bloccare loro la strada per salvare le proprie famiglie, oppure picchiavano selvaggiamente. «I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli.

Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stato colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme

E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati. E’ stato difficile raccogliere queste testimonianze. In generale qui trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre con il «nemico sionista».

Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muhamawa» (la resistenza) è automaticamente un «amil», un collaborazionista e rischia la vita. Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile. Quelli locali sono spesso minacciati da Hamas. «Non è un fatto nuovo, in Medio Oriente tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani.

Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata e censurata. Con Hamas è anche peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra di Gaza city. E c’è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano. In verità il loro numero appare molto più basso dei quasi 1.300 morti, oltre a circa 5.000 feriti, riportati dagli uomini di Hamas e ripetuti da ufficiali Onu e della Croce Rossa locale.

«I morti potrebbero essere non più di 500 o 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati tra le fila di Hamas che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. Un dato però confermato anche dai giornalisti locali: «Lo abbiamo già segnalato ai capi di Hamas. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l’altro che le organizzazioni non governative, anche occidentali, le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla. E potrebbe essere come a Jenin nel 2002. Inizialmente si parlò di 1.500 morti. Poi venne fuori che erano solo 54, di cui almeno 45 guerriglieri caduti combattendo».

Come si è giunti a queste cifre? «Prendiano il caso del massacro della famiglia Al Samoun del quartiere di Zeitun. Quando le bombe hanno colpito le loro abitazioni hanno riportato che avevano avuto 31 morti. E così sono stati registrati dagli ufficiali del ministero della Sanità controllato da Hamas. Ma poi, quando i corpi sono stati effettivamente recuperati, la somma totale è raddoppiata a 62 e così sono passati al computo dei bilanci totali», spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane.

I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani». E’ sufficiente visitare qualche ospedale per capire che i conti non tornano. Molti letti sono liberi all’Ospedale Europeo di Rafah, uno di quelli che pure dovrebbe essere più coinvolto nelle vittime della «guerra dei tunnel» israeliana.

Lo stesso vale per il “Nasser” di Khan Yunis. Solo 5 letti dei 150 dell’Ospedale privato Al-Amal sono occupati. A Gaza city è stato evacuato lo Wafa, costruito con le donazioni «caritative islamiche» di Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo, e bombardato da Israele e fine dicembre. L’istituto è noto per essere una roccaforte di Hamas, qui vennero ricoverati i suoi combattenti feriti nella guerra civile con Fatah nel 2007. Gli altri stavano invece allo Al Quds, a sua volta bombardato la seconda metà settimana di gennaio.

Dice di questo fatto Magah al Rachmah, 25 anni, abitante a poche decine di metri dai quattro grandi palazzi del complesso sanitario oggi seriamente danneggiato. «Gli uomini di Hamas si erano rifugiati soprattutto nel palazzo che ospita gli uffici amministrativi dello Al Quds. Usavano le ambulanze e avevano costretto ambulanzieri e infermieri a togliersi le uniformi con i simboli dei paramedici, così potevano confondersi meglio e sfuggire ai cecchini israeliani».

Tutto ciò ha ridotto di parecchio il numero di letti disponibili tra gli istituti sanitari di Gaza. Pure, lo Shifah, il più grande ospedale della città, resta ben lontano dal registrare il tutto esaurito. Sembra fossero invece densamente occupati i suoi sotterranei. «Hamas vi aveva nascosto le celle d’emergenza e la stanza degli interrogatori per i prigionieri di Fatah e del fronte della sinistra laica che erano stato evacuati dalla prigione bombardata di Saraja», dicono i militanti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. E’ stata una guerra nella guerra questa tra Fatah e Hamas.

Le organizzazioni umanitarie locali, per lo più controllate dall’Olp, raccontano di «decine di esecuzioni, casi di tortura, rapimenti nelle ultime tre settimane» perpetrati da Hamas. Uno dei casi più noti è quello di Achmad Shakhura, 47 anni, abitante di Khan Yunis e fratello di Khaled, braccio destro di Mohammad Dahlan (ex capo dei servizi di sicurezza di Yasser Arafat oggi in esilio) che è stato rapito per ordine del capo della polizia segreta locale di Hamas, Abu Abdallah Al Kidra, quindi torturato, gli sarebbe stato strappato l’occhio sinistro, e infine sarebbe stato ucciso il 15 gennaio.

Lorenzo Cremonesi
21 gennaio 2009(ultima modifica: 22 gennaio 2009)

Il rabbino di Venezia contro il Papa: "Cancellati cinquant'anni di dialogo"

Roma - Viene dalla somma autorità del cattolicesimo, il Papa, la messa in discussione del dialogo con l’ebraismo. A sostenerlo, con parole pesanti come pietre, scritte nero su bianco in un intervento ospitato dalla rivista dei gesuiti, Popoli, è il rabbino capo di Venezia, Elia Enrico Richetti. Nell’intervento, nel quale si dà conto, a nome del Rabbinato d’Italia, dell’attuale crisi nei rapporti ebraico-cattolici in Italia, Richetti spiega che secondo Benedetto XVI "il dialogo è inutile perchè in ogni caso va testimoniata la superiorità della fede cristiana" e in tal modo si va verso "la cancellazione degli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa".

Il duro attacco dei rabbini "In quest’ottica, l’interruzione della collaborazione tra ebraismo italiano e Chiesa è la logica conseguenza del pensiero ecclesiastico espresso dalla sua somma autorità". E sì che l’intervento del rabbino è preceduto da poche righe in cui Popoli spiega: "Il primo passo per un dialogo autentico è mettersi in ascolto delle ragioni dell’altro". D’altro canto, oggetto dell’articolo è proprio la rinuncia ebraica alla partecipazione alla giornata dell’ebraismo che si celebra ogni anno il 17 gennaio.

All’origine della crisi interreligiosa il ritorno della messa in latino secondo il messale di San Pio V nel quale si invoca la conversione degli ebrei alla verità cristiana. Una preghiera che in passato aveva peraltro una formulazione ingiuriosa, quella dei "perfidi giudei", poi modificata da Benedetto XVI nel liberalizzare l’antico rito. La scelta compiuta dall’assemblea dei rabbini d’Italia, si legge nell’intervento, "è la logica conseguenza di un momento particolare che sta vivendo il dialogo interconfessionale oggi, momento i cui segni hanno cominciato a manifestarsi quando il Papa, liberalizzando la messa in latino, ha indicato nel Messale tridentino il modulo da seguire".

La preghiera del Venerdì Santo "In quella formulazione - scrive il rabbino Richetti - nelle preghiere del Venerdì Santo è contenuta una preghiera che auspica la conversione degli ebrei alla verità della Chiesa e alla fede nel ruolo salvifico di Gesù". "A onor del vero, quella preghiera - prosegue il testo - che nella prima formulazione definiva gli ebrei 'perfidi', ossia 'fuori dalla fede' e ciechi, era già stata 'saltata' (ma mai abolita) da Giovanni XXIII. Benedetto XVI l’ha espurgata dai termini più offensivi e l’ha reintrodotta". Da questo momento in poi, afferma il rabbino, la parte ebraica si è presa una pausa di riflessione nel dialogo con la Chiesa cattolica e si è avviata una fase di contatti e tentativi di mediazione.

"Purtroppo - afferma il rabbino capo di Venezia - i risultati si sono dimostrati deludenti. Si sono registrate reazioni 'offese' da parte di alte gerarchie vaticane: 'Come si permettono gli ebrei di giudicare in che modo un cristiano deve pregare? Forse che la Chiesa si permette di espungere dal rituale delle preghiere ebraiche alcune espressioni che possono essere interpretate come anticristiane?'". Ancora, si rileva che non è mai arrivata una risposta ufficiale della Conferenza episcopale italiana. Altri prelati hanno affermato, spiega Richetti, che "la speranza espressa dalla preghiera 'Pro Judaeis' è 'puramente escatologica', è una speranza relativa alla ’fine dei tempì e non invita a fare proselitismo attivo (peraltro già vietato da Paolo VI)".

Un dialogo incrinato Proprio da qui prende spunto il rabbino per un giudizio estremamente severo: "Queste risposte non hanno affatto accontentato il Rabbinato italiano. Se io ritengo, sia pure in chiave escatologica, che il mio vicino debba diventare come me per essere degno di salvezza, non rispetto la sua identità". "Non si tratta, quindi - ha aggiunto - di ipersensibilità: si tratta del più banale senso del rispetto dovuto all’altro come creatura di Dio. Se a ciò aggiungiamo le più recenti prese di posizione del Papa in merito al dialogo, definito inutile perchè in ogni caso va testimoniata la superiorità della fede cristiana, è evidente che stiamo andando verso la cancellazione degli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa. In quest’ottica, l’interruzione della collaborazione tra ebraismo italiano e Chiesa è la logica conseguenza del pensiero ecclesiastico espresso dalla sua somma autorità". "Dialogare - conclude il rabbino - vuol dire rispettare ognuno il diritto dell’altro ad essere se stesso, cogliere la possibilità di imparare qualcosa dalla sensibilità dell’altro, qualcosa che mi può arricchire. Quando l’idea di dialogo come rispetto (non come sincretismo e non come prevaricazione) sarà ripristinata, i rabbini italiani saranno sempre pronti a svolgere il ruolo che hanno svolto negli ultimi cinquant’anni".

Camere a gas? Usate per disinfettare" Intervista choc di un prete lefebvriano

di Redazione

Treviso - Riesplodono le polemiche per un nuovo caso di negazionismo. Questa volta a innescare la miccia sono le dichiarazioni di un prete, don Floriano Abrahamowicz, lefebvriano come il contestatissimo vescovo Williamson, quello che aveva negato l'esistenza della Shoah. Le camere a gas? "L'unica cosa certa è che sono state usate per disinfettare". Don Floriano lo dice in un’intervista alla Tribuna di Treviso.

I numeri? Problema secondario Don Abrahamowicz rilancia la teoria per cui i numeri della Shoah sono un "problema secondario", accreditati dagli stessi capi delle comunità israeliane subito dopo la liberazione "sull`onda dell'emotività". "È veramente impossibile per un cristiano cattolico essere antisemita. Io stesso ho, da parte paterna, origini ebraiche", afferma il sacerdote.

Williamson imprudente "Sicuramente è stata unimprudenza di Williamson addentrarsi nelle questioni tecniche. Nella famosa intervista si vede che il giornalista è andato a parare su quell’aspetto specifico. Ma bisogna capire che tutto il tema dell’Olocausto si colloca a un livello di molto superiore rispetto alla questione di sapere se le vittime sono morte a causa del gas o per altri motivi".

Le camere a gas A un certo punto nell'intervista gli hanno chiesto cosa pensi delle camere a gas. "Non lo so davvero. Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione. So che, accanto a una versione ufficiale, esiste un`altra versione basata sulle osservazioni dei primi tecnici alleati che sono entrati nei campi".

Poche certezze Un altra domanda spinosa viene rivolta al sacerdote: lei mette in dubbio il numero delle vittime dell'Olocausto? "No, non metto in dubbio i numeri. Le vittime potevano essere anche più di 6 milioni. Anche nel mondo ebraico le cifre hanno un valore simbolico. Papa Ratzinger dice che anche una sola persona uccisa ingiustamente è troppo, è come dire che uno è uguale a 6 milioni. Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all'essenza del genocidio, che è sempre un'esagerazione".

La gestione dell'Olocausto Ma in che senso - si domanda ad Abrahamowicz - si può parlare di esagerazione? "I numeri - risponde il prete - derivano da quello che il capo della comunità ebraica tedesca disse agli angloamericani subito dopo la liberazione. Nella foga ha sparato un cifra. Ma come poteva sapere? Per lui la questione importante era che queste vittime sono state uccise ingiustamente per motivi religiosi. La critica che si può fare al modo in cui in cui viene gestita la tragedia dell'Olocausto sta nel dare ad essa una supremazia in confronto ad altri genocidi “



Thursday 29 January 2009, 12:57

Battisti intoccabile, l’Italia rompe col Brasile

di Massimo De Manzoni



Il vero scandalo del caso Battisti è che ci sia un «caso Battisti». Mentre infatti si può capire, anche se non necessariamente giustificare, che si apra un dibattito sul destino giudiziario dei «veri» ex terroristi - di gente cioè che nel passato, accecata da un’ideologia politica, ha commesso delitti che ha poi rinnegato - risulta del tutto incomprensibile quello che sta accadendo ormai da quasi vent’anni intorno a un delinquente comune della peggior specie. Che, per giunta, non ha mai neanche lontanamente voluto fare i conti con il suo passato. Ieri l’ennesima, triste puntata, con il pronunciamento della Procura generale brasiliana contro l’estradizione e la conseguente, durissima reazione italiana con il richiamo del nostro ambasciatore. E tutto questo per chi?

Ripercorriamo brevemente la «carriera» di Cesare Battisti, nome glorioso per un teppistello da quattro soldi che già a 18 anni, nel ’72, finisce in galera per furto; che due anni dopo si macchia di una rapina con sequestro di persona; che nel ’75 si rende colpevole di atti di libidine violenta su una disabile; che nel 1977 ritroviamo di nuovo in prigione dopo una rapina. Fino a questo momento, la politica Battisti non sa neppure che cosa sia. In carcere a Udine, però trova un «cattivo maestro», Arrigo Cavallina. Il colloquio deve essere andato più o meno come Battisti racconta nel libro autobiografico L’ultimo sparo: «Si era dedicato anima e corpo a spiegarmi che io non ero un delinquente in galera, bensì un proletario in rivolta sequestrato dal regime.

Per quanto mi riguardava, non avevo nessuna difficoltà a crederlo, anzi mi chiedevo come mai non ci avessi pensato prima». Ecco la profonda motivazione ideologica del Battisti. Che una volta scarcerato, appiccicatosi addosso l’etichetta Pac (Proletari armati per il comunismo), continua a fare esattamente quello che faceva prima, aggiungendovi un surplus di ferocia che sgomenta i suoi stessi compagni. Rapina, spara, ferisce, uccide, compiacendosi ogni volta di «vedere uscire il sangue da un uomo colpito».

Finalmente arrestato, riesce a fuggire nell’81 e quindi viene condannato a due ergastoli (per quattro omicidi) in contumacia. Circostanza che, spudoratamente, diventa la sua unica linea di difesa («non ero presente ai processi, non ho potuto difendermi») e, incredibilmente, la barriera al riparo della quale la gauche francese lo accoglie, lo protegge, lo coccola, gli dà persino la patente di intellettuale per qualche brutto libro nel quale, in maniera più o meno romanzata, racconta i suoi crimini. Riassumendo: siccome è scappato, il processo non vale. E, visto che gli danno spago, invece di continuare a rapinare si mantiene raccontando le sanguinose rapine del passato: la beffa finale per le sue vittime.

Mai un moto di pentimento, solo arroganza esibita a piene mani anche quando, sorpresa, i francesi ci ripensano e, nel 2004, lo arrestano: «La mia guerra è finita, non rinnego e non rimpiango nulla»; «È ignobile e infame riagitare i fantasmi del terrorismo rosso». Gli intellettuali al caviale, di qui e di là delle Alpi, si mobilitano, fanno pressioni, firmano appelli deliranti. Tra i nostri si distinguono il fine disegnatore satirico Vauro; i deputati verdo-comunisti Paolo Cento e Giovanni Russo Spena; un pugno di scrittori come Valerio Evangelisti, Tiziano Scarpa, Roberto Saviano (ora, pare, pentito), Massimo Carlotto; una pletora di cinematografari, giornalisti, docenti universitari. Risultato: lo rilasciano e lui fugge: «Mi sottraggo al controllo giudiziario, a trent’anni dai fatti a pagare sarebbero i miei figli. Sarebbe scandaloso».

Di scandaloso, ovviamente, c’è solo il fatto che il losco figuro non sia in cella. Le speranze si riaccendono brevemente quando viene riacciuffato in Brasile, ma poi sapete come è andata. Complice anche, triste dirlo, un dossier del presidente emerito Francesco Cossiga (che, forse tradito dal suo amor di paradosso, cade nella trappola e lo dipinge come «criminale politico») il Brasile, dove scoppia una rivolta in carcere un mese sì e l’altro pure, ci tratta come un farsesco Paese dittatoriale, dove il «povero» Battisti rischierebbe di essere fatto fuori da fantomatici «servizi segreti paralleli legati alla mafia e alla Cia».

Sembra un buffo sogno, invece è rabbiosa realtà. Battisti il mascalzone diventa un perseguitato politico, un martire, e tra pochi giorni porterà il suo irritante sorriso dai denti larghi, la sua oscena camminata sculettante e la sua beffarda faccia da schiaffi in giro per le strade di Rio. Libero, intoccabile. Mentre a noi tocca persino sorbire la lezioncina di un D’Alema sempre più impegnato a fuggire dal buon senso, che ammonisce a «non inasprire i rapporti con il Brasile» e, ovvio, invita al «dialogo».

Ridicolo: che altro ha fatto l’Italia? Mica siamo sbarcati a Copacabana con le truppe d’assalto: abbiamo gentilmente chiesto per le normali vie l’estradizione di un criminale. E come si comporterebbe lo statista con i baffi ora che il governo di Lula rappresenta il nostro Paese come un incrocio tra l’Argentina di Videla e la Cambogia di Pol Pot? Richiamare l’ambasciatore era il minimo, lo scontro diplomatico inevitabile. Desolante è semmai che si consumi sulla meschina figura di Battisti. Ma forse di questo D’Alema dovrebbe chieder conto a molti amici della sua parte politica.

Stuprano ancora E noi li scarceriamo

di Salvatore Scarpino

domenica 01 febbraio 2009, 08:54



I branchi crescono, dilagano, terrorizzano, al Nord, al Centro e al Sud, con tecniche d’aggressione sempre eguali e con imprese infami alle quali, comunque, non ci rassegneremo mai. Stupratori con l’istinto dei lupi – ci perdonino i predatori dei boschi – sempre abituati a cacciare in gruppo, ancora romeni. Qualche giorno fa hanno colpito a Guidonia, mercoledì scorso i loro emuli e connazionali hanno attaccato a Sibari, in Calabria, e poco importa che la vittima questa volta sia una madre romena e non una ragazza italiana: identico è lo sdegno per l’oltraggioso disprezzo per la donna, considerata una preda più o meno legittima e non una persona. E ogni oltraggio è morte, lo stupro è un attacco micidiale al nostro sistema di convivenza.

Entrambi i casi sono stati risolti dalla sagacia delle forze dell’ordine - carabinieri, per l’una e l’altra vicenda - che hanno agito con rapidità e determinazione: a Guidonia li ha guidati la traccia di un cellulare, in Calabria è stata la ferma volontà della donna vittima dello stupro, che ha descritto, con una freddezza che deve esserle costata tanto, i tatuaggi dei suoi carnefici.

La cronaca, al pari della storia, può essere maestra di vita, o almeno una supplente. Da queste vicende si possono trarre subito due lezioni, grazie anche alla forza delle cifre: 1) i romeni costituiscono la new entry più preoccupante – nessuno vuole criminalizzare nessuno, ma parlano i numeri – sul palcoscenico della criminalità italiana; 2) le forze dell’ordine sono all’altezza delle responsabilità loro affidate dalle istituzioni e, soprattutto, dai cittadini.

Ma l’altro braccio della legge, intendiamo la magistratura, è all’altezza delle necessità imposte dai tempi, oppure è troppo spesso paralizzato da incertezze dovute all’eccesso di discrezionalità, lassismo e burocratica vocazione all’utopia? La domanda s’impone, perché proprio in materia di stupri ci sono state decisioni che hanno sconcertato i cittadini, inducendoli a dubitare, con fondati motivi, della funzione della magistratura. Innanzitutto, c’è quel giudice che ha concesso gli arresti domiciliari allo stupratore di Capodanno, confermando l’opinione diffusa che non contano la gravità e l’allarme sociale del reato, ma l’orientamento – indipendente dalla legge - del giudice che la roulette giudiziaria ti assegna. Ma non è un caso isolato. Il Gip che ha confermato l’arresto per gli stupratori di Guidonia ha anche concesso i domiciliari ai loro due favoreggiatori, anch’essi romeni.

Ma come? Le belve del branco stavano per partire verso la Romania e ci sono fondati motivi per ritenere che i favoreggiatori volessero fornire loro appoggio logistico organizzando una tappa in Veneto. Ebbene, con la concessione degli arresti domiciliari è probabile che gli stessi complici degli stupratori vengano inviati in Veneto. A due passi dalla frontiera orientale, a due passi dalla fuga.

Gli italiani non sono più in grado di capire. Quale giustizia è questa, a chi va riservata la permanenza nelle galere? E in base a quali criteri?. I messaggi che con queste ordinanze o sentenze si inviano sono deleteri. Ci sono i componenti dei branchi in atto e in potenza che, lette le cronache, possono dirsi: «Sì, si può fare, quest’Italia è un Paese molle e tenero come un formaggio, in cui si possono fare tanti buchi». E ci sono tanti cittadini che si aspetterebbero una giustizia piena. Che per ora non sempre c’è.

Guidonia, la denuncia: "I romeni arrestati picchiati in caserma"

Guidonia, la denuncia: "I romeni arrestati picchiati in caserma"


Roma - "Pestati a più riprese, nelle celle di sicurezza della caserma dei carabinieri di Guidonia". Alcuni dei sei romeni accusati di violenza sessuale, arrestati lunedì notte a Guidonia, hanno denunciato i maltrattamenti a Rita Bernardini, la parlamentare radicale che, insieme a Sergio D’Elia, segretario dell’Associazione "Nessuno Tocchi Caino", è andata oggi a visitarli nel carcere romano di Rebibbia. "Abbiano potuto constatare di persona - spiega la parlamentare - che risultano confermate le segnalazioni di maltrattamenti dei sei romeni, segnalazione che ci hanno spinto ad effettuare la visita ispettiva". La Bernardini ha annunciato che presenterà sulla vicenda un’interrogazione ai ministri della Difesa e della Giustizia.

La denuncia dei Radicali Nel corso di una visita al carcere di Rebibbia, i due esponenti dei Radicali hanno incontrato questa mattina i sei romeni accusati di violenza sessuale e rapina aggravata. "Quello che abbiamo potuto constatare è che risultano confermate le segnalazioni di maltrattamenti che ci hanno portato ad effettuare la visita ispettiva", hanno comunicato in una nota la Bernardini e D’Elia. "Su uno di loro, che zoppicava vistosamente, erano visibili i segni di percosse su un occhio, sulle gambe e sull’anca destra - hanno proseguito i due onorevoli - Altri due avevano gli occhi pesti, ma affermavano, uno di essere caduto e l’altro di essersi picchiato da solo per la disperazione.

Da quanto abbiamo potuto ascoltare, il pestaggio sarebbe avvenuto, a più riprese, nelle celle di sicurezza della caserma dei carabinieri di Guidonia. Del resto, non ci sentiamo di escludere che i sei romeni abbiano subito ulteriori maltrattamenti, seppure di minore intensità e violenza fisica, anche al momento dell’ingresso a Rebibbia". "Proprio nei casi di reati del tipo in questione, riteniamo che la forza e la credibilità delle istituzioni risieda nel rispetto più rigoroso della legalità e del rispetto dei diritti umani delle persone accusate - hanno, poi, concluso - Su questi fatti i deputati radicali presenteranno oggi stesso un’interrogazione urgente ai Ministri della Difesa e della Giustizia".

Il sindaco: "Forti dubbi" "Nutro grandissimi dubbi sulla ricostruzione fatta dalla parlamentare dei Radicali, Rita Bernardini, su quanto sarebbe avvenuto nella caserma dei carabinieri di Guidonia", ha detto il sindaco dimissionario di Guidonia, Filippo Lippiello, spiegando di provare "sdegno per le accuse della Bernardini. La parlamentare probabilmente non sa che la notte degli arresti i sei romeni hanno fatto resistenza ai carabinieri e per questo ci sono due ufficiali dell’Arma feriti, con tanto di referto medico". Filippo Lippiello ha voluto sottolineare di "conoscere molto bene i carabinieri di Guidonia, persone per bene, rispettosi delle regole e delle leggi. Montare un caso inesistente, adesso, su questa vicenda è assurdo". Piuttosto, si chiede poi il sindaco, "non mi risulta che Rita Bernardini abbia fatto richiesta di incontrare la vittima di questa atroce violenza".

Gli anni del terrorismo
Sergio D’Elia

Qui viene a contatto con gli ambienti anarchici ed entra in alcune formazioni extraparlamentari: prima in Potere Operaio, quindi in Senza tregua, infine in Prima Linea, l'organizzazione terroristica di estrema sinistra di cui diventa dirigente. Il 20 gennaio del 1978 alcuni appartenenti alla sua formazione, durante un tentativo di evasione dal carcere delle Murate di Firenze, uccidono l'agente Fausto Dionisi. In seguito a ciò viene arrestato e condannato in primo grado a 30 anni, per banda armata e concorso in omicidio. La condanna gli viene inflitta pur non avendo egli partecipato in prima persona al tentativo di evasione e alla sua pianificazione, ma in quanto ritenuto a conoscenza del piano, secondo i dettami delle legislazione anti-terroristica d'emergenza.

D'Elia, al momento dei fatti si trovava in un albergo di Roma. In appello si vede ridotta la pena a 25 anni, di cui sconta effettivamente solo 12, grazie alle riduzioni di pena per l’applicazione della legge sulla dissociazione dal terrorismo e di altri benefici di legge. Nel 2000 fu avviata la pratica di riabilitazione presso il tribunale di Roma. Nonostante il parere contrario della famiglia della vittima, il tribunale cancellò le pene accessorie, consentendo, tra l'altro, l'eleggibilità a cariche pubbliche.

Auguro anche a te di essere stuprata» Le email choc contro la Bernardini

Rita Bernardini, deputato radicale


ROMA — Ricevuti da Rita Bernardini sull'email della Camera: «Fai schifo, ti auguro di essere stuprata da un branco di merde come quelle li, ma magari ti piace perche a quanto sei brutta e fai schifo non ti s.... nessuno. Crepa». Ancora: «Spero veramente che un giorno le stuprino le sue figlie o qualche suo famigliare».

Il «lei» si usa, scrivendo a un deputato, anche per le atrocità: «Vorrei, cara onorevole, che una sera rientrando a casa, fosse stuprata e pestata a sangue da un branco di romeni, vorrei che le lasciassero segni indelebili nel corpo e nella mente, vorrei che ciò accadesse ai suoi figli se ne ha, vorrei che i suoi cari magari anziani fossero aggrediti in casa e malmenati con bastoni e seviziati con coltelli da un branco di extracomunitari feroci» Rita Bernardini, deputata radicale-Pd e membro della commissione Giustizia della Camera, dice che tutto ricorda «radio parolaccia, quando a Radio radicale, era metà degli anni Ottanta, lasciammo libertà assoluta.

Uscì fuori la divisione Nord-Sud. E tanto sesso. Un vero spaccato dell'Italia». Lo stesso succede ora, dopo la visita della Bernardini e di Sergio D'Elia ai sei romeni arrestati per la violenza di Guidonia. Il gesto ha dato via libera, sul suo sito come su Facebook, Tiscali e Wikio, a una rivolta. Forse è la stessa Italia espressa dall'atroce gesto di Nettuno, all'immigrato indiano aggredito e bruciato. «Hanno pubblicato il mio indirizzo e-mail e anche il mio telefonino, che comunque appare sul sito della Rosa nel pugno... Avviserò la questura. E pubblicheremo tutto sul sito www.radicali.it».

Massimo Landi promette che se qualcuno troverà l'indirizzo di casa Bernardini «se lo sai vò a trovarla, dal cognome ho paura che sia anche toscana». Elisa La Ferrera vuole la mail: «Adesso gliene invio una molto carina.» Sandro Moretti: «Gli auguro caldamente di provare sulla propria pelle quello che ha provato la ragazza di Guidonia». Va assai per le spicce Roberto Mosci: «La pena di morte per i criminali come questi è un atto dovuto, per la parlamentare è obbligo, non dobbiamo avere paura a tirare la catena dello sciacquone, è una questione d'igiene».

Ma perché è andata in carcere dai romeni, Bernardini? «Non sono andata a offrire la mia solidarietà, sia chiaro. Io e D'Elia ci siamo mossi dopo le segnalazioni sui pestaggi in carcere. Non mi risulta che ci sia una legge che lo permette». Ma se davvero toccasse a lei, a una persona cara? «Non so come reagirei umanamente. So che non potrei mai cedere su un punto. Cioè che un'istituzione non può imbarbarirsi comportandosi come i peggiori malviventi, cioè reagendo con una violenza illegale. Ma noi radicali siamo allenati a certe reazioni. Quando ci battevamo per l'aborto non ci arrivavano certo mazzi di fiori».

La pancia italiana ribolle. Email spedita alla Camera: «Le forze dell'ordine in questo caso sono state superlative; unica nota negativa, non li hanno fatti toccare a nessuno; il popolo vorrebbe solo "divertirsi un po'"». Su Facebook, Fabio Sias: «Dovevano lasciarli in mano alla folla, qui bastardi». Paura, Bernardini? «No, sapevo benissimo di compiere un gesto difficile. Però provo molta amarezza. C'è ancora tanta strada da percorrere per far comprendere quanto sia importante il rispetto delle leggi da parte di tutti. Attaccano me e non D'Elia perché sono una donna.

C'è un evidente aspetto legato a una sessualità repressa» Sito della Camera: «Lei mi fa ribrezzo. Lei va a trovare i romeni in carcere ma non si preoccupa della ragazza violentata a turno dagli animali che è andata a trovare ». Già, perché non è andata dalla ragazza violentata? «Perché la vera solidarietà di un politico a chi ha ricevuto un danno gravissimo è battersi nelle sedi dovute perché quell'atrocità non capiti più. Una visita e via? Troppo facile».

Paolo Conti
02 febbraio 2009