sabato 14 febbraio 2009

Rai, compensi d'oro nonostante la crisi. Ecco tutti gli stipendi

di Laura Rio



C’è chi dice che Bonolis doveva da parte sua chiedere meno soldi (il sottosegretario Paolo Romani). Chi vorrebbe dividere il cachet di un milione di euro dato al presentatore per duecento cassaintegrati dell’Alitalia che avrebbero 5mila euro a testa (il defenestrato senatore Villari). Chi si appella al nuovo presidente della Commissione vigilanza Rai, Zavoli (Nuccio Fava, ex direttore Rai). Chi si indigna di più per i 300mila euro in palio al Grande Fratello (Walter Veltroni). Comunque sia, la polemica sul compenso milionario di Bonolis è partita con il vento in poppa e chi la ferma più. Insomma, dall’altra parte dell’Oceano Obama fissa il tetto massimo dei salari dei grandi dirigenti a 500mila euro, in ogni parte del globo la crisi economica spazza via migliaia di posti di lavoro, e nella nostra piccola Italia che si fa? Da una parte si ritocca (verso l’alto) il canone per sovvenzionare la televisione pubblica, e dall’altra gli stipendi delle star restano uguali. Pure a Hollywood, in crisi nera, i divi hanno dovuto piegarsi e diminuire drasticamente i loro cachet per permettere a qualche film di arrivare sui set. Da noi no: guai a mettere in discussione le stelle nostrane.

Certo, molte di queste fanno guadagnare all’azienda di stato fior di quattrini grazie alla pubblicità e reggono con i loro show i palinsesti raggranellando gran quantità di pubblico, però, come dice Romani, «anche lo show business deve tener conto della crisi». Son pur sempre pagati, ripetono molti esponenti politici, con i soldi dei cittadini che in questi mesi devono tirar la cinghia più del solito.

Dunque, Bonolis per condurre il Festival di Sanremo avrà un ingaggio di un milione di euro (che, beato lui, si aggiunge agli otto ricevuti negli ultimi tre anni da Mediaset): certo, non è un compenso per i soli cinque giorni della kermesse canora, ci lavora da un anno, ma è una bella cifra. Comunque, l’artista è in buona compagnia. Lo stipendio (parliamo sempre di lordo) di Simona Ventura, che guadagnerebbe ancor di più se fosse pagata a cottimo visto che tiene in piedi buona parte del palinsesto di Raidue, sembra si aggiri intorno al milione e 800mila euro all’anno. Cui si aggiungono le telepromozioni che, per ogni artista, costituiscono un altro grande incasso. Antonella Clerici, prossima a diventare mamma, guadagna circa un milione e mezzo annui.

Lo stipendio degli altri presentatori dei programmi di punta della Tv di Stato si aggirano tra i 400 e i 700mila euro: tra questi dovrebbero rientrare Lamberto Sposini (che conduce La vita in diretta al pomeriggio su Raiuno), Massimo Giletti (padrone di casa dell’Arena alla domenica sempre sul primo canale), Michele Cucuzza (passato dallo scorso autunno a Unomattina), Michele Santoro per il suo Annozero. La danzante Milly Carlucci, che al sabato sera cattura una vasta platea televisiva con la sua gara tra ballerini dilettanti, raggiunge il milione e 200mila euro. Ma il podio va a Fabio Fazio che nel 2008 è riuscito a strappare al Cda Rai un contratto da due milioni di euro all’anno per tre anni, insomma ben sei milioni di euro che si vanno ad aggiungere a quel bel gruzzolo che si portò a casa per la risoluzione del contratto con La7.

Il business non c’entra Queste sono cifre di una società malata

sabato 14 febbraio 2009, 07:00


«Non è né poco né tanto. In realtà questo è il mercato. Io però lavoro per un anno al Festival anche come direttore artistico». Così parlò Paolo Bonolis, riferendosi alla paccata di euri - un milione - che la Rai gli ha versato per fargli presentare - «Canta Valerio Sanzotta accompagnato dall’orchestra del maestro...» - il Festival di Sanremo. Eppure, solo qualche tempo fa il Bonolis ebbe anche a dire: «Io sono solo un conduttore, non distinguo un la dal sol. Mai pensato alla direzione artistica di Sanremo».

Tant’è che per fare il lavoro che oggi Bonolis afferma essere il suo, la Rai ha dovuto ingaggiare Gianmarco Mazzi, uno che un la dal sol sa distinguerlo. Lavoro che oltre tutto non dura un anno, ma qualche mese appena (mica devono metter su, i due, il Festival di Bayreuth). Però, anche se le cose stessero come il Bonolis dà ad intendere (a proposito, sarà mica satira?), un milione di euri resta comunque una cifra spropositata e scandalosa.

Scandalosa e immeritata. Immeritata e ingiustificata. Come lo sono, uno per l’altro, i compensi a Fabio Fazio (2 milioni per quel semolino smorfiosetto e buonista di Che tempo che fa), Simona Ventura (2 milioni), il milione - oh, yes - a Vespa, i 684 mila a Michele Santoro e le raffiche di 500mila elargiti alle star di seconda e terza scelta dello spettacolo e del giornalismo.

E non ci venissero raccontare le storie che i nababbi di via Teulada «portano pubblicità» o che «questo è il mercato». Se infatti i soldi in più che può «portare» un Bonolis - sempre che sia vero che li «porta» - servono per compensare il Bonolis medesimo e il suo ambaradam compreso il tipo che sa distinguere un la dal sol, allora è un cavolo tutt’uno. E il mercato sarà anche il mercato, ma non la vigna dei fessi, dove ogni uccello ci fa il nido.

A parte le frottole raccontate e che ci poteva evitare, non è con Paolo Bonolis che uno deve prendersela: lui ha sparato là una cifra, prendere o lasciare. E la Rai ha preso. Né si può pretendere dal Bonolis la pur tanto sbandierata coscienza civile che dovrebbe indurre, tempo di crisi acuta e di una decina di milioni abbondante di italiani sotto la soglia di povertà, come va raccontando il Censis, a moderare le pretese. Non sono questi i tempi e gli uomini alla Luigi Einaudi che ai pranzi del Quirinale divideva la pera a metà col suo vicino. Questa, come scrisse Flaiano, «è una Repubblica dalle pere indivise».

Ma la Rai? Il suo consiglio di amministrazione? Che esso sia consapevole dello scandalo dei supercompensi lo dimostra il tetto - 280mila euri - imposto alle retribuzioni dei dirigenti. Provvedimento degno di encomio, ma poi che fanno, tirano la cinghia, si fa per dire, per ricoprire d’oro i Bonolis, le Ventura e i Fazio? Qui non si tratta di fare del moralismo a un tanto al chilo, ma non ci son santi: per guadagnare quanto Paolo Bonolis busca in cinque o sei giorni sul palco del Festival di Sanremo, un professore di scuola media ci metterebbe sessant’anni.

E d’accordo che ciò che eventualmente si togliesse a Bonolis non andrebbe di sicuro nelle tasche del professore, ma anche stando così, la cosa fa schifo. Mettendo a nudo un Paese, una società malsana, irrispettosa. Ingiusta. E pensare che la Rai è un servizio pubblico...

Giustizia secondo Lula: Battisti resta libero ma torture agli altri italiani

di Luca Rocca

sabato 14 febbraio 2009, 09:43

In sei ammucchiati in una cella singola. Due anni e mezzo a vegetare così, ventidue ore al giorno, tutti i giorni. Senza letti, senza una parte del tetto, presi di mira da insetti e scarafaggi, in condizioni igieniche raccapriccianti. Malati. In Brasile li trattano così i detenuti italiani che non si chiamano Cesare Battisti e che non vantano trascorsi terroristici e sponsor politici. Li trattano come bestie, se è vero che alcune organizzazioni umanitarie hanno gridato allo scandalo per le condizioni riservate ai nostri connazionali e per il processo-farsa costruito intorno a un’indagine mozza su un presunto traffico internazionale di donne e riciclaggio.

Due pesi, due misure. Del detenuto vip Cesare Battisti sappiamo tutto, anche grazie alla benevolenza del governo di Brasilia. Dei reclusi fantasma, invece, si sa poco o nulla. Le notizie filtrano a fatica. Eppure è una storia che grida vendetta: tratti in arresto il 2 novembre del 2005 nell’operazione «Corona», i sei italiani impegnati a mandare avanti il pub «Ilha da fantasia», sono stati processati e l’11 dicembre 2006 condannati (fino a 56 anni) dal tribunale federale di Rio Grande del Nord.

Accuse clamorosamente infondate, sostengono gli avvocati e i sostenitori dell’associazione «prigionieri del silenzio». Accuse boomerang, s’è dimostrata l’ultima: quella di aver provato a evadere dal «presidio provvisorio» di Natal.

Per ritorsione, prim’ancora di scoprire che nessuno di loro aveva mai pianificato la fuga, il sestetto è stato punito e separato: in quattro sbattuti nella bolgia dei dannati a Campo Grande nel Mato Grosso (a 4mila chilometri di distanza dagli avvocati e dai familiari) un altro nel finimondo di Mossorò e l’ultimo è rimasto a Natal. Giuseppe Ammirabile, Paolo Quaranta, Vito Francesco Ferrante, Paolo Balzano, Salvatore Borrelli e Simone De Rossi non sono appartanenti alla mafia pugliese (al contrario di quanto ripetutamente sostenuto dagli inquirenti carioca). Le prove iniziali, con l’evolversi del dibattimento, si sono ridimensionate. Clamorosamente.

L’avvocato Mario Russo Frattasi ricorda come la sentenza di primo grado è basata sulle sole dichiarazioni rese da una ragazza, la stessa che ha sporto denuncia, e che stranamente non è mai stata sentita al processo. Gli altri due testimoni esibiti dall’accusa hanno sbugiardato la polizia accusandola di aver modificato verbali e deposizioni. «Ogni richiesta di scarcerazione di mio marito - racconta Giuliana Giovene, moglie di Giuseppe Ammirabile - è stata rigettata» sulla base di una supposta «sussistenza della grave pericolosità sociale avendo questi una lunghissima serie di precedenti penali e perché sarebbe a capo dell’associazione mafiosa denominata Sacra Corona Unita».

A nulla è valsa l’esibizione della fedina penale (intonsa) e della conseguenziale dimostrazione dell’estraneità di Ammirabile all’associazione mafiosa pugliese. Anche le richieste di scarcerazione avanzate dagli altri detenuti, presentate perché il termine massimo consentito per la detenzione degli stranieri, 81 giorni, era scaduto, sono state rigettate, motivandone la scelta con l’eccessivo tempo perso nel sentire i testimoni. In realtà, spiegano all’associazione «prigionieri del silenzio», non riuscivano a trovare la teste chiave.

Il paradosso di questa complicatissima storia è nelle righe del dispositivo della sentenza laddove si afferma che effettivamente non esistono legami con la mafia, non sono state trovate le prove del traffico internazionale di donna, non esistono riscontri al riciclaggio. Nonostante ciò, i sei sono stati condannati comunque. Da qui, e non solo, l’accusa al sistema giudiziario brasiliano, definito dall’avvocato di Ammirabile

Giustizia veloce solo per salvare Di Pietro

Giustizia lumaca? Macché, quando vogliono i magistrati sono lampi. Come spiegare altrimenti il prodigio del pm Amato, che dopo solo 14 giorni ha chiesto di archiviare la denuncia contro Di Pietro per vilipendio al capo dello Stato? Ma non è sempre così.  

C’è un gip a Milano che da luglio non ha ancora trovato il tempo di interrogare una ragazza stuprata e massacrata e che vive nel terrore. Finché il giudice non la interroga nessuno arresta gli aguzzini che lei ha denunciato e che sono ancora liberi.