martedì 17 febbraio 2009

Il segreto di McEwan: «Così nascosi Rushdie nei giorni della fatwa»

L’amicizia e la paura: il racconto dello scrittore vent’anni dopo la condanna di Khomeini


Lo scrittore britannico: «Mi veniva da piangere, ma non volevo che se ne accorgesse»
Il giorno di San Valentino del 1989, l’ayatollah Khomeini pronunciò la fatwa contro Salman Rushdie, ritenuto colpevole di «blasfemia » per il suo romanzo Versi satanici.

Ora, a vent’anni da quella condanna a morte che il governo di Teheran ha appena confermato, emergono alcuni dettagli sui giorni immediatamente successivi all’editto, prima che lo scrittore fosse preso in consegna da Scotland Yard e cominciassero il lungo esilio, la vita nascosta, la scorta, l’impossibilità di una vita normale.

È stato l’amico Ian McEwan a rivelare i particolari. Rushdie si nascose con lui, nel suo cottage sulle colline Cotswold, sud est dell’Inghilterra, nei giorni immediatamente dopo la condanna. «Non lo dimenticherò mai — ha detto McEwan —. La mattina dopo ci alzammo presto. Lui doveva riprendersi, andare avanti, ma il momento era terribile.

Eravamo al tavolo della cucina, preparavamo toast e caffè mentre ascoltavamo il notiziario delle 8 della Bbc. Lui era di fianco a me, ed era la prima notizia del radiogiornale. Mi veniva da piangere, ma non volevo che se ne accorgesse». Il San Valentino del 1989 segnò anche la data del primo approccio all’«islamismo» di Ian McEwan.

Anche questo lo ha rivelato a Daniel Zalewski, autore di un lunghissimo profilo dello scrittore che uscirà sul nuovo numero del New Yorker e che ritrae McEwan nelle sue passioni (la montagna prima di tutto, poi il flauto), nei rapporti con la moglie, i figli (con il più giovane suonano insieme canzoni degli Oasis), il fratello dato in adozione e ritrovato, gli amici più cari come Salman Rushdie appunto, ma anche Martin Amis, Julian Barnes, Christopher Hitchens, Timothy Garton Ash.

Con loro McEwan (che, secondo Zalewski, la stampa inglese tampina con «un’avidità degna di Amy Winehouse») si confronta quotidianamente anche rispetto alla scrittura, ma non è certo Amis il primo a cui fa leggere il suo lavoro («Non voglio un altro narratore, grazie tante»), prediligendo, a questo scopo, lo storico Garton Ash (che gli ha consigliato, tra l’altro, di togliere l’articolo al titolo Espiazione), il filosofo Galen Strawson, il poeta Craig Raine le cui critiche però non sempre vengono apprezzate (McEwan non gli rivolse la parola per due anni quando, a proposito di Cortesie per gli ospiti, gli disse: «Senti tesoro, questa è una schifezza, mettila in un cassetto e dimenticala»).

Invece dopo la pubblicazione dei romanzi, secondo Garton Ash, le cose nel circolo di McEwan vanno così: «Il romanziere A chiama il romanziere B. Per tre minuti B parla delle ultime atrocità politiche, del calcio, del bere. Alla fine A dice: perché non ti è piaciuto il mio libro? ».

L’articolo del New Yorker ricostruisce soprattutto il crescente interesse di McEwan per la scienza e la razionalità, alla base del suo attuale rifiuto di ogni irrazionalismo religioso («La fede è moralmente neutra nel migliore dei casi e nel peggiore è una vile distorsione mentale. Dall’11 settembre, i poteri della ragione hanno un’attrazione molto maggiore dei richiami della fede e io non li metto più sullo stesso piano», sono le sue più recenti conclusioni in materia).

Il racconto di Zalewski è costruito attraverso numerosi incontri con l’autore, tra cui una cena all’Étoile, un bistrot vicino alla casa di McEwan di Fitzroy Square a Londra dove lo scrittore è un habitué. I due mangiano sotto la fotografia che ritrae McEwan assieme a Martin Amis e Christopher Hitchens sulla costa uruguayana nei pressi di José Ignacio dove attraccò il Beagle, la nave di Darwin («un luogo che Ian ci teneva moltissimo a vedere» dice Hitchens), proprio nel periodo in cui i tre venivano duramente criticati dalla stampa per le loro posizioni sull’estremismo islamico (un commentatore dell’Independent li definì la «brigata letteraria dello scontro di civiltà»).

All’origine di tutto c’erano le accuse di razzismo rivolte da gran parte del mondo culturale a Martin Amis per aver detto che «la comunità musulmana dovrà soffrire ancora molto se non fa pulizia nella sua casa». Difendendolo, McEwan aveva rincarato la dose dichiarando, proprio al Corriere: «Martin non è razzista. E io stesso disprezzo l’islamismo perché vuole creare una società che detesto, basata su credenze religiose, mancanza di libertà per le donne, intolleranza verso l’omosessualità e così via».

Eppure fino all’89 McEwan era considerato dagli amici (e «preso in giro» per questo) come il più incline a una visionemistica del mondo, tanto che, secondo Hitchens, la sua ostilità al pensiero irrazionale ha qualcosa dello «zelo del convertito ». «Ian ha vissuto gli anni Sessanta cedendo alla fascinazione verso tutto ciò che di alternativo quell’epoca proponeva—dice Garton Ash.

Il suo percorso personale l’ha condotto dov’è ora». Nel 1972 assieme a due amici McEwan affittò un microbus e viaggiò da Monaco al Khyber Pass, in Afghanistan, lungo una rotta cara ai fricchettoni del tempo. «Ian era molto più hippy di me —ha raccontato a Zalewski Martin Amis —. Io ero un hippy un po’ opportunista, più del genere giacche di velluto e camicie a fiori. Lui invece era della serie caftani e perline».

E se McEwan smentisce la faccenda dei caftani, una sua annotazione del 1976 rivela: «Mangiamo funghi allucinogeni, nuotiamo nudi nell’acqua fredda, facciamo saune, beviamo vino e parliamo di Jimmy Carter e Ezra Pound». Con Zalewski ammette: «Ho esplorato il misticismo più che potevo ma per me non quadrava mai». L’interesse di McEwan per la scienza è alla base anche del libro che sta scrivendo ora, nato dopo una magnifica esplorazione lungo un fiordo ghiacciato norvegese al seguito di una organizzazione che si occupa di riscaldamento globale. Protagonista è uno scienziato premio

Nobel che McEwan definisce: «Ladro intellettuale, predatore sessuale, bulimico compulsivo, competitivo, avido, ambizioso, maneggione, ma che, in fondo in fondo nasconde anche qualcosa di buono».

Cristina Taglietti
17 febbraio 2009

Palle di fuoco e detriti spaziali:

Dopo lo scontro in orbita segnalati spettacolari fenomeni. Stato di emergenza in Canada, apparizioni luminose in Italia, Kentucky e Texas


ROMA - Ora i detriti spaziali («space debris» in inglese) fanno davvero paura. Nella regione di Alberta, in Canada, stanno tirando un respiro di sollievo per un impatto dallo spazio scongiurato in extremis . E poi in Texas, nel Kentucky e finanche nella nostra Italia, ecco stagliarsi nel cielo misteriose «palle di fuoco», ancora non si sa fino a che punto imparentate con i detriti spaziali o dipendenti da uno sciame di meteore.

PANICO IN CANADA - Partiamo dall’unico allarme sicuramente collegato con la caduta di un oggetto artificiale dall'orbita, quello scattato nella regione di Alberta. E’ successo alle prime ore del mattino di venerdì 13 febbraio, tempo locale, ma solo a emergenza superata ne sono stati rivelati i particolari. Il North American Aerospace Defence Command (NORAD) degli Stati Uniti, un ente che sorveglia lo spazio e tiene d’occhio tutti i corpi orbitanti attorno alla Terra, avverte i rappresentanti del governo canadese: «Un cargo spaziale russo delle dimensioni di un autobus, che era stato utilizzato per trasportare materiali sulla Stazione spaziale Internazionale, è fuori controllo e sta per precipitare su di voi.

I calcoli indicano che potrebbe schiantarsi sulla città di Calgary, attorno alle 10 antimeridiane, ma la traiettoria è incerta. La stiamo definendo minuto per minuto. Vi faremo sapere». Scatta l’allarme degli operatori della protezione civile canadese, sia a livello nazionale che locale. Ci si interroga se sia il caso di avvertire la popolazione e predisporre piani di evacuazione, almeno nella parte più popolosa del centro cittadino. Mentre le concitate consultazioni sono in corso, si rifà vivo il NORAD: la traiettoria del maxi proiettile spaziale è cambiata, ora sembra puntare su Kneehill o su Wheatland Country, circa cento chilometri a est di Calgary. Lì, per fortuna, la densità della popolazione è più bassa, c’è meno pericolo di impatto diretto con le persone e le cose. Ma si affaccia un’altra preoccupazione.

Il relitto del vettore russo contiene materiale radioattivo che, disperdendosi in seguito all’impatto, potrebbe contaminare una vasta aerea di territorio. Scattano altri livelli di allerta per il monitoraggio dell’eventuale nube radioattiva. «Ma proprio mentre un operatore del nostro staff stava per diffondere l’allarme al pubblico –racconta Colin Lloyd, direttore esecutivo dell’Agenzia di gestione delle emergenze dell’Alberta-, dal centro operativo di Ottawa ci arriva un contro ordine: il relitto spaziale è rimbalzato nell’atmosfera, finendo nell’Atlantico. Pericolo scongiurato. E’ una mattina che non dimenticheremo facilmente».

LO SCONTRO IN ORBITA - L’allarme spaziale dell’ Alberta segue di appena tre giorni uno scontro in orbita terrestre da primato, avvenuto il 10 febbraio, a circa 800 km di altezza, fra due satelliti per telecomunicazioni: il russo Kosmos 2251 e l’americano Iridium 33, rispettivamente da 1.000 e 500 kg di peso. Non era mai successo prima d’ora che due grandi satelliti, ciascuno ruotante sulla propria orbita, facessero un involontario urto frontale. (I cinesi, invece, due anni fa, avevano volontariamente effettuato un impatto fra un loro missile balistico e un satellite in disuso). A causa delle alte velocità in gioco (25 mila km all’ora), un crash spaziale genera migliaia di frammenti grandi e piccoli che, sparpagliandosi progressivamente in vari livelli orbitali, si possono trasformare in potenziali proiettili-killer a danno di altri satelliti, della Stazione spaziale abitata in permanenza dagli astronauti a 400 km di altezza e, scendendo più giù, della stessa Terra.

GLI AVVISTAMENTI «ITALIANI» - Per questo motivo, quando la sera del 13 febbraio l’astrofilo Diego Valeri da Contigliano (Rieti), specializzato nell’osservazione delle meteore, riesce a registrare con la sua telecamera per la sorveglianza del cielo una palla di fuoco dieci volte più luminosa della Luna (VEDI), è inevitabile chiedersi se non si tratti di un frammento dello scontro orbitale, piuttosto che del solito sasso cosmico venuto giù dal cielo. E la domanda si fa più pressante quando analoghi avvistamenti vengono fatti, sempre la sera del 13 febbraio, ancora da altre località italiane e, oltre l’Atlantico, a Morehead nel Kentucky (dove l’apparizione è accompagnata da vibrazioni e boati).

FRA UFO E METEORE - Il 15 febbraio, poi, in molte località del Texas, un’altra palla di fuoco è talmente luminosa da rendersi visibile in pieno giorno. Fatti debiti calcoli, gli specialisti del NORAD escludono che le molteplici palle di fuoco possano essere i frammenti del crash spaziale. Un’ ipotesi alternativa è che si tratti di uno sciame di meteore, provenienti chissà da dove, che ha colpito il nostro pianeta, dando luogo a una molteplicità di fenomeni. Ma, mentre gli astronomi sono impegnati nei calcoli, le ipotesi, anche le più spericolate dei soliti ufologi, si affastellano. Il rischio che l’aumento della spazzatura spaziale possa costituire un pericolo sia per la navigazione spaziale e aerea, che per noi inermi abitanti della Terra, è stato intanto ribadito dal direttore dell’United Nation Office for Outer Space Affairs (UNOOOSA),

Mazlan Othman, che ha richiamato al rispetto di una risoluzione già adottata dall’assemblea generale dell’ONU, che esorta a una non proliferazione degli «space debris», allo scopo di preservare l’ambiente spaziale e la sicurezza del pianeta. In pratica, a questo scopo, i vari Paesi del club spaziale, dovrebbero limitare le attività e le manovre potenzialmente pericolose e le agenzie addette al monitoraggio dei corpi artificiali dovrebbero migliorare le loro capacità di osservazione e calcolo per prevenire gli incidenti con la migliore regolazione dell'ormai congestionato traffico orbitale.


Franco Foresta Martin
17 febbraio 2009

Usa, un musulmano proprietario di una tv ha decapitato la moglie

Aassiya Zubair Hassan è un importante esponente della comunità islamica di Buffalo
l corpo della donna è stato trovato nella sede della Bridges TV a Orchard Park


WASHINGTON - Un importante esponente della comunità musulmana dell'area di Buffalo, nello Stato di New York, è stato arrestato dalla polizia di Orchard Park con l'accusa di omicidio di secondo grado per aver decapitato la moglie, con la quale era in fase di divorzio. Secondo quanto reso noto dalla polizia, il corpo della vittima, Aassiya Zubair Hassan, di 37 anni, è stato trovato decapitato nella sede della Bridges TV a Orchard Park, dove la donna lavorava.

PROPRIETARIO DI UNA TV - Il marito, Muzzammil Hassan 44 anni, è il proprietario della TV, aperta con la moglie nel 2004 e specializzata nella diffusione di programmi destinati alla comunità musulmana dello Stato di New York. A segnalare che la donna era scomparsa è stato lo stesso Hassan, il quale giovedì scorso si è presentato in commissariato e ha detto alla polizia: «Mia moglie è morta. È alla Bridges TV». L'omicidio sarebbe avvenuto nella stessa giornata di giovedì, ma la polizia non ha ancora trovato l'arma del delitto. Gli investigatori hanno accertato che la donna aveva presentato di recente domanda di divorzio. La coppia ha due figli, di 4 e 6 anni.

17 febbraio 2009

Annullata la condanna al giudice

che non voleva il crocifisso in aula La decisione della Sesta sezione penale della Cassazione
Luigi Tosti era stato condannato a 7 mesi di reclusione ma per i giudici «il fatto non sussiste»


ROMA - La Sesta sezione penale della Cassazione «ha annullato senza rinvio perché il fatto non sussiste» la condanna per il giudice del Tribunale di Camerino, Luigi Tosti a sette mesi di reclusione per interruzione di pubblico servizio e omissione di atti d'ufficio inflitta dalla Corte d'Appello dell'Aquila nel maggio 2007 perché il magistrato si era rifiutato di svolgere le sue funzioni nell'aula giudiziaria a causa della presenza di un crocifisso.

IL FATTO NON SUSSISTE - All'inizio dell'udienza la difesa del giudice Tosti aveva rinnovato la richiesta di rimuovere, non solo in Cassazione ma in tutte le aule di giustizia, i crocifissi ed ogni simbolo appartenente alla religione cattolica. Ma la Sesta sezione penale ha respinto l'istanza e portato avanti il processo vista l'assenza di simboli religiosi nell'aula. Il sostituto pg della Cassazione, Vincenzo Geraci, aveva chiesto l'annullamento con rinvio della sentenza di condanna di Tosti ritenendo che occorreva riformulare il reato a carico del magistrato.

Secondo Geraci, infatti, poiché le udienze dopo il rifiuto del magistrato si erano tenute lo stesso, attraverso la nomina di un sostituto, non si sarebbe configurata un' omissione di atti d'ufficio, piuttosto un turbamento dell'attività giudiziaria. I giudici della Sesta sezione penale, presieduta da Giorgio Lattanzi, hanno invece deciso per l'annullamento della sentenza senza però rinvio, ritenendo che «il fatto non sussiste» e quindi non ci sarebbe stata omissione d'ufficio da parte di Tosti.

O ME O I CROCIFISSI - «La sentenza della Corte di Cassazione è un passo importante, ora abbiamo eliminato l'aspetto penalistico, aspettiamo quindi il procedimento disciplinare in corso su di me e se tornerò in aula a fare il giudice è ovvio che continuerò la mia battaglia "o me o i crocifissi in aula"». Questo è il commento del giudice Luigi Tosti alla notizia dell'annullamento della sua condanna.

Il giudice Tosti ha comunque sottolineato che continuerà la sua battaglia per far togliere in tutte le aule dei tribunali d'Italia il crocifisso e che il rispetto alla sua coerenza, se mai tornerà al lavoro, dopo la sospensione della sua attività che dura ormai da tre anni da parte del Csm, si rifiuterà di tenere udienza ogni qualvolta si troverà di fronte un simbolo della religione cattolica. «La mia battaglia - ha detto Tosti - è per il rispetto del principio di laicità che in Italia è violato soltanto dalla religione cattolica, mentre tutte le altre religioni lo rispettano. Infatti gli unici simboli che ricorrono sono quelli della religione cattolica, non abbiamo mai visto, ad esempio, simboli islamici o buddisti».

17 febbraio 2009

Tokyo, si dimette ministro ubriaco al G7

Tokyo, si dimette ministro ubriaco al G7

Resterà in carica fino all'approvazione della finanziaria. «M'hanno diagnosticato raffreddore e affaticamento»


TOKYO - Si è dimesso il ministro delle Finanze giapponese, Shoichi Nakagawa, al centro di infuocate polemiche per il suo comportamento durante la conferenza stampa del G7 di Roma. Nakagawa, che all'incontro coi giornalisti al termine del vertice si è presentato chiaramente ubriaco, ha negato in tutti i modi di aver bevuto durante l'appuntamento romano dell'ultimo fine settimana, adducendo invece l'effetto di farmaci contro il raffreddore. Il ministro, in una conferenza stampa convocata d'urgenza, ha specificato che le dimissioni non scatteranno da subito, ma non appena la Camera Bassa avrà approvato il budget 2009-2010.

«FORTE RAFFREDDORE E AFFATICAMENTO» - «Il premier Aso mi ha detto di fare del mio meglio fino all'approvazione della finanziaria», ha dichiarato Nakagawa ai giornalisti al termine del faccia a faccia, sottolineando che il suo dottore in mattinata ha diagnosticato «un forte raffreddore e un affaticamento» alla base - ha sostenuto - della criticata performance di Roma. Il ministro si è congedato scusandosi per «aver causato grossi problemi al premier e ad altre persone» non avendo curato adeguatamente la propria salute. Tuttavia, alcuni esponenti di spicco del suo partito, il Liberaldemocratico, hanno giudicato in maniera critica la mossa del ministro, auspicando invece dimissioni immediate e senza condizioni.

Con l'annuncio del «sofferto» passo indietro, il ministro avrebbe comunque evitato ulteriori complicazioni al governo anticipando la mossa delle opposizioni, guidate dal partito Democratico, che erano intenzionate a presentare martedì stesso una mozione di censura alla Camera Alta, nella quale le opposizioni possono disporre di una ampia maggioranza. L'iniziativa, pur passando, non avrebbe avuto valore vincolante, ma avrebbe contribuito a far aumentare la pressione sul governo di Aso e a rallentare i lavori per l'approvazione della finanziaria 2009-2010.

IL SUCCESSORE - Sarebbe Kaoru Yosano, il ministro giapponese delle Politiche economiche e fiscali, il candidato del premier Taro Aso destinato a prendere in mano la guida del ministero delle Finanze che Shoichi Nakagawa si appresta a lasciare. Lo anticipa l'agenzia Kyodo secondo cui Yosano, politico esperto di 70 anni, diventerebbe una sorta di superministro, visto che manterrebbe l'attuale ministero, aggiungerebbe quello i Nakagawa, inclusa la supervisione sul settore bancario.

GIU' LA BORSA - E lo scandalo Nakagawa contribuisce a incidere negativamente sull'economia già sofferente del Giappone. Il Pil del quarto trimestre è calato di oltre il 12%. E la borsa di Tokyo martedì ha chiuso in deciso ribasso, pagando ancora una volta la cattiva performance dei suoi esportatori oltre che dei titoli del comparto finanziario. Al termine degli scambi, il Nikkei 225 ha ceduto l'1,4% scendendo a quota 7.645 punti, il livello più basso dal 28 ottobre scorso.


17 febbraio 2009