mercoledì 25 febbraio 2009

I genitori contro la presentatrice che ha un braccio solo

I messaggi all'emittente: «Mio figlio adesso ha gli incubi»

Lettere di protesta dopo che la Bbc ha affidato un programma per i bimbi a Cerrie Burnell


LONDRA - Si chiama Cerrie Burnell, ha 29 anni e, con in tasca il diploma di una celebre scuola per aspiranti attori, ha tutte le credenziali in ordine per sfondare nel mondo televisione. In più è carina e simpatica. Perché allora non assumerla come punto di partenza per presentare un seguitissimo programma per bambini? Il ragionamento della Bbc, che ha preso Burnell per il canale CBeebies, indirizzato ai piccoli sotto i sei anni, non fa una piega, ma il problema, per alcuni, c'è: Cerrie è nata con un braccio solo. Un handicap che a lei non fa alcun effetto - tanto che ha scelto sin da piccola di non utilizzare una protesi (''nel mio caso sarebbe stata completamente inutile, non mi aiutava per niente'') - ma che ha provocato l'indignazione di diversi genitori.

MESSAGGI - «Mia figlia ha solo due anni eppure ha notato subito che alla presentatrice mancava un braccio, è preoccupatissima, mi chiede di continuo se le fa male»', ha scritto una madre al sito della Bbc. «Mio figlio adesso ha gli incubi», scrive un altro genitore, mentre c'è chi lamenta di essere stato costretto a trattare temi, come l'handicap, non adeguati all'età della prole.

IL CANALE - Naturalmente Cerrie, lei stessa madre di una bambina di quattro mesi, è rimasta malissimo e ha sottolineato che se questa è la reazione vuol dire che sul piccolo schermo c'è bisogno di gente come lei, che l'handicap non può essere un tabù e che non è mai troppo presto per insegnare ai figli ad accettare chi è diverso. Michael Carrington, a capo del canale CBeebies, si è schierato fermamente dalla parte della sua presentatrice sottolineando che '«Cerrie ha una personalità calda e affabile e che con il tempo tutte le mamme, i papà e i bambini le si affezioneranno».

Paola De Carolis
24 febbraio 2009(ultima modifica: 25 febbraio 2009)

Rosa e Olindo volevano vendicarsi e far pulizia»

di Gabriele Villa
mercoledì 25 febbraio 2009, 07:00


Olindo Romano e Rosa Bazzi l’avevano giurata a Raffaella Castagna. Volevano fargliela pagare,volevano vendicarsi. Per tornare a vivere tranquilli nel loro patologico rapporto simbiotico e far pulizia di intrusi come Raffaella, il marito Azouz e il piccolo Youssef che avevano alterato il loro equilibrio. È questo il parere dei giudici di Corte d'assise di Como che, il 26 novembre, hanno condannato all’ergastolo i coniugi di Erba ritenuti gli autori, nella corte di via Diaz, della strage più «efferata nella storia del crimine», come la definì il pm Astori nella sua requisitoria.

Nelle motivazioni della sentenza, depositate ieri dal collegio giudicante presieduto da Alessandro Bianchi, si legge infatti che «in quel teatro dell'assurdo è stato un ossessivo e pervasivo desiderio di vendetta, covato negli anni, il movente del triplice e spaventoso omicidio premeditato di Raffaella Castagna, del piccolo Youssef e di Paola Galli, mentre l’omicidio di Valeria Cherubini e il tentato omicidio di Mario Frigerio, assolutamente non premeditati, si sono aggiunti a quella sequela di atrocità solo perché, per una tragica coincidenza: la coppia dei vicini del piano di sopra si è trovata al momento sbagliato nel posto sbagliato».

I giudici della Corte d'assise di Como sottolineano anche che quello di Olindo e Rosa è stato «un progetto atroce, vissuto come necessario e giusto per eliminare tutto ciò che agli occhi degli imputati poteva costituire una minaccia di quel loro equilibrio affettivo blindato e autosufficiente. Tant’è che non dimostrano alcuna sincera resipiscenza per quello che hanno fatto, sono totalmente privi di stimoli affettivi rispetto a tutto ciò che li circonda e sono capaci di reazioni emotive solo quando sono messi di fronte alla prospettiva per loro insopportabile, di dover fare a meno l'uno dell’altra».

Sfogliando le 274 pagine in cui vengono esposte le motivazioni, che hanno portato all’ergastolo per la strage dell’11 Dicembre 2006 si legge «che l’equazione delitto efferato-malato di mente è, secondo i giudici, destituita di ogni fondamento scientifico e frutto solo di uno stereotipo preconcetto. Gli accertamenti clinici in carcere, i colloqui avuti con gli psicologi hanno dimostrato come Olindo Romano e Rosa Bazzi abbiano agito avendo il pieno controllo delle loro facoltà mentali. Così come inverosimile è il racconto dei due imputati secondo il quale avrebbero confessato perché pressati dai carabinieri.

E la loro seguente ritrattazione». «Calunnia a parte, scrivono i giudici, è contro ogni principio di ragionevolezza potere anche solo ipotizzare che due persone contemporaneamente scelgano di autoaccusarsi pur sapendo di essere innocenti. La profondità, ai limiti del patologico, del legame che lega i due imputati avrebbe, semmai, dovuto indurli a urlare la loro innocenza per riconquistare la libertà».

Tra i primi a commentare le motivazioni l’avvocato di Azouz Marzouk: «È una sentenza perfetta, esemplare e inattaccabile».

Lavorerà per il tribunale di Como il detenuto genio dell'informatica

Sta scontando una condanna per una truffa su internet


A ottobre il 22enne romeno aveva battuto tutti ai test del Politecnico. Ora aiuterà nella lotta ai pedofili sul web


COMO — Da hacker a cacciatore di pirati della rete. Un giovane «campione» informatico romeno, in carcere per un maxiraggiro online, collaborerà con le forze dell'ordine lariane. La Procura vorrebbe sfruttare le doti matematiche fuori dal comune del detenuto per stanare i malviventi che si nascondono nel mondo della tripla w. Il ragazzo, Gabriel Bogdan Ionescu, ventiduenne originario della Romania, ha già fatto parlare di sé.

Nel bene e nel male. Nel suo curriculum, il giovane vanta infatti una medaglia d'oro alle Olimpiadi di matematica dei Balcani e il primo posto assoluto al test d'ingresso della facoltà di ingegneria del Politecnico di Milano. Ma anche una condanna a tre anni e due mesi per truffa informatica, pena che sta tuttora scontando nel carcere del «Bassone» di Como. Da qui però, il ragazzo potrebbe uscire tra poche settimane per passare dall'altra parte della barricata, pur restando seduto davanti allo schermo di un computer.

La Procura di Como infatti ha pensato di utilizzare a proprio favore l'abilità informatica di Gabriel. Per il ragazzo sarebbe già pronto un posto alla «Way-Log», azienda del capoluogo che, per conto del Tribunale, si occupa delle intercettazioni e del contrasto ai reati informatici. La conferma arriva direttamente dal legale del ragazzo, Pierpaolo Livio.

«La Way-Log mi ha espressamente chiesto di fare un'offerta di lavoro a Bogdan Ionescu, a fronte dei suoi brillanti risultati universitari — precisa l'avvocato —. Il ragazzo ha accettato con entusiasmo ed è già pronto il contratto. L'incarico del giovane sarà di sviluppare, in collaborazione con la polizia italiana, sistemi informativi in grado di prevenire i reati in materia di clonazione di carte di credito e soprattutto in materia di pedofilia, smascherando e individuando i reali gestori dei siti pedopornografici».

L'ultima parola, il prossimo 5 maggio, spetterà al giudice del Tribunale di sorveglianza, che dovrà stabilire se Gabriel potrà o meno lasciare il carcere del Bassone. «Siamo molto ottimisti — precisa il legale —. Abbiamo già ottenuto la disponibilità dei padri Somaschi ad accogliere Gabriel, che potrà scontare in collegio la detenzione domiciliare. Il pomeriggio poi svolgerà il suo lavoro, inizialmente part-time, alla "Way-Log", che peraltro ha la sede a pochi passi dal Tribunale di Como».

Dalla Procura della Repubblica, per il momento, non arrivano conferme ufficiali, ma l'avvocato che segue sin dall'inizio il caso del giovane romeno si dice certo del risultato. «Non c'è alcun motivo per cui il giudice potrebbe negare questa possibilità — dice Pierpaolo Livio.


Gabriel è un genio della matematica, come hanno ammesso anche gli stessi docenti del Politecnico. Ora si tratta di sfruttare per uno scopo positivo queste sue straordinarie capacità. Anche il console generale di Romania si è detto molto soddisfatto per questa iniziativa. Sarebbe una vittoria per tutti». Ma cosa c'è nel suo «curriculum giudiziario»? Gabriel Bogdan Ionescu, con alcuni connazionali, aveva «prosciugato» i risparmi di ignari correntisti delle Poste, raggirandoli via mail, con un complesso programma che aveva studiato personalmente e che gli permetteva di ottenere tutte le informazioni necessarie per prelevare il denaro depositato dalle sue vittime.

Anna Campaniello
25 febbraio 2009

Williamson lascia l'Argentina in incognito

Lo scorso 19 febbraio la decisione del governo della kirchner


Arrivato a Londra il vescovo negazionista cacciato da Buenos Aires. Alla partenza l'alterco con un giornalista


LONDRA - A sei giorni dall'ordine datogli dal governo di Cristina Fernandez de Kirchner di allontanarsi dall'Argentina, Richard Williamson ha lasciato il Paese sudamericano ed è già atterrato a Londra. Una partenza movimentata, quella del vescovo negazionista all'aeroporto di Buenos Aires: nello scalo della capitale argentina il presule, che avrebbe voluto lasciare il Paese in incognito, è stato invece scoperto e ha avuto un alterco con un giornalista di una tv locale che voleva intervistarlo. Una emittente tv locale ha mostrato le immagini della partenza, nella quale Williamson - occhiali da sole, cappellino da baseball e giubbotto nero - non ha voluto rispondere alle domande del cronista che l'ha riconosciuto, mostrandogli anche il pugno quale gesto dissuasivo.

L'ARRIVO - Molto più sereno l'atterragio del vescovo negazionista inglese all'aeroporto londinese di Heatrow. Atteso da un gruppo di giornalisti, il vescovo, apparso calmo e sorridente, è stato scortato dalla polizia all'uscita e non ha rilasciato dichiarazioni.

L'ULTIMATUM DI BUENOS AIRES - Lo scorso 19 febbraio, il ministro degli interni, Florencio Randazzo, aveva chiesto al vescovo britannico ultra-tradizionalista di lasciare il Paese entro dieci giorni, pena l'espulsione, sulla base di «irregolarità» nella documentazione fornita dallo stesso Williamson, che per anni è stato residente a Buenos Aires, dove fino a poco tempo fa era a capo di un seminario lefebvriano. Williamson si è imbarcato martedì pomeriggio a bordo di un volo della British Airways, destinazione Heathrow, evitando così di essere espulso dal Paese.

Poco prima della partenza, un portavoce del distretto per l'America meridionale della Fraternità San Pio X, della quale fa parte il vescovo negazionista, aveva riferito che in realtà il presule aveva già lasciato Buenos Aires la scorsa domenica. Probabilmente, hanno riferito analisti locali, Williamson desiderava partire in incognito, anche per evitare il costante pressing della stampa alla quale è stato sottoposto ormai da settimane a Buenos Aires. Williamson è infatti sotto accusa per aver detto di non credere che siano esistite le camere a gas e per aver sostenuto che gli ebrei sterminati nei campi di concentramento furono circa 300 mila e non sei milioni.

Quasi negli stessi minuti in cui le agenzie di stampa riferivano «dell'avvenuta partenza», Williamson si trovava in realtà all'aeroporto internazionale Ezeiza di Buenos Aires, dove - hanno riferito fonti locali - ha acquistato un biglietto aereo per il primo volo a Londra, senza cioè averlo prenotato prima.

25 febbraio 2009

Roma, le botticelle via dal centro Al loro posto le auto d'epoca

le misure adottatE SARANNO COMUNICATE NEL DETTAGLIO mercoledì dal sindaco

L'idea di Alemanno: cavalli solo nei parchi della Capitale. E i vetturini promettono battaglia



ROMA - Niente botticelle per le strade del centro storico di Roma ma cavalli e carrozze solo nei parchi della Capitale. Al posto delle botticelle arrivano le auto d'epoca. Sarebbe questa la ricetta del sindaco di Roma Gianni Alemanno per trovare una soluzione che tuteli in città sia gli animali che gli interessi dei vetturini.

DOPPIA LICENZA - A quanto si apprende ai conduttori verrà rilasciata una doppia licenza: con una potranno circolare nelle aree verdi con le classiche botticelle trainate da cavalli, con l'altra, invece percorreranno le strade del centro storico con delle auto d'epoca elettriche. Questa soluzione, però, non sembra piacere ai vetturini che hanno annunciato per mercoledì una mobilitazione con l'appoggio di alcuni consiglieri comunali del Pdl. Sempre mercoledì il sindaco Gianni Alemanno renderà note nel dettaglio le misure adottate.

24 febbraio 2009(ultima modifica: 25 febbraio 2009)

La bellezza? È femmina: per ammirarla gli uomini usano meno il cervello

la RICERCA condotta da Camilo José Cela-Conde, il figlio del poeta PREMIO Nobel

Uno studio spagnolo: il cervello delle donne reagisce alla bellezza usando anche l'emisfero sinistro



MADRID – Davanti alla bellezza le donne usano di più il cervello. Lo stabilisce una ricerca scientifica spagnola, condotta da Camilo José Cela-Conde (il figlio dello scrittore e poeta, Nobel per la Letteratura nel 1989), Università delle Baleari, insieme al biologo dell'evoluzione Francisco Ayala, dell'Università della California. Invitati a esprimersi su un'immagine comunemente considerata bella (sia essa la riproduzione di un quadro esposto al Prado o una fotografia) i due generi reagiscono in modo diverso: il cervello maschile mostra reazioni solo nell'emisfero destro; quello femminile coinvolge anche il sinistro.

MAGNETOENCEFALOGRAFIA - L'esperimento è stato condotto su 10 uomini e 10 donne di 25 anni. Per rilevare l'attività cerebrale è stata usata non la risonanza magnetica, come in altri casi analoghi, ma la magnetoencefalografia. «Questa tecnica misura i campi elettromagnetici prodotti dall'attività elettrica dei neuroni – spiega Fernando Maestù, dell'Università Complutense di Madrid - e non il flusso sanguigno, come fa la risonanza. Inoltre, può farlo in frazioni di tempo minori di un secondo, per cui risulta molto più sensibile».

Alla vista del "Paesaggio di Capri" di Francisco Pradilla Ortiz (1878), per esempio, il rilevatore ha dimostrato che solo le ragazze accendevano anche l'emisfero sinistro. «Non è stata una gran sorpresa – dice Cela al quotidiano El Mundo - perché già in altre funzioni cognitive era stata dimostrata la maggiore bilateralità delle donne. Finora, però – aggiunge - mai si era cercato di dare una spiegazione scientifica di questo tipo a un'esperienza tanto complessa come l'arte».

ANCHE LA BELLEZZA HA UN SESSO - Anche la bellezza ha un sesso. Il perché scientificamente non è ancora dimostrabile, ma i ricercatori hanno un'ipotesi, che rimanda all'origine dell'uomo e della donna: «Sospettiamo che abbia a che vedere con una pressione selettiva nel corso dell'evoluzione dovuta ai diversi ruoli che ebbero i nostri antenati ominidi quando erano cacciatori e raccoglitori», continua Cela. Dalla notte dei tempi, la strategia cognitiva delle donne si è centrata nell'emisfero sinistro, che riguarda la tendenza a verbalizzare tutto più spesso. «Potremmo dire che le donne sono più semantiche – conclude il professor Maestù - e questo potrebbe applicarsi anche alla loro maggiore capacità di apprezzare la bellezza».

Alessandra Coppola
24 febbraio 2009

Io, ex cervello in fuga, tifo Gelmini"

di Enza Cusmai

mercoledì 25 febbraio 2009, 09:04

«Con i risultati scientifici raggiunti e le mie pubblicazioni, negli Usa ora sarei professore universitario. In Italia, invece, non ho un posto fisso e continuo a fare la ricercatrice solo perché ho uno studio e con i miei pazienti faccio quadrare i conti. Altrimenti avrei mollato da tanto tempo. Qui, purtroppo, la meritocrazia è una parola ancora sconosciuta».

Silvia Migliaccio è un medico, sposata con tre figli. Si occupa di osteoporosi e di malattie metaboliche dell’osso e su questa delicata materia fa ricerca a La Sapienza di Roma. Che ha accolto il suo «figliol prodigo» con un contratto di collaborazione di 900 euro netti al mese.

Dottoressa Migliaccio ma lei non rimpiange gli Usa?
«Da un punto lavorativo sì. In quel paese fare ricerca è un piacere. Si lavora benissimo, ci sono i fondi, è organizzato tutto perché si produca il meglio. Ed è per questo che, dopo aver vinto una borsa di studio, sono rimasta per altri otto anni».

Perché è rientrata?
«Per mio marito. E anche per accettare una sfida e realizzare un’aspirazione: fare ricerca in Italia, nonostante tutto».

Con che cosa si è scontrata?
«Con un sistema diverso e patologico. Talvolta i concorsi non vanno come dovrebbero andare. E alcuni ricercatori non producono quanto e come dovrebbero».

Perché scarseggia la produttività?
«Non ci sono controlli sul lavoro svolto. Quando uno diventa ricercatore e ha il posto fisso non viene più messo in discussione. E qualche pubblicazione si rimedia sempre, ma bisogna vedere da chi sono state scritte e come».

E negli Stati Uniti non è così?
«Avviene esattamente il contrario. Le università controllano ogni 5 anni il lavoro svolto da uno ricercatore e le sue pubblicazioni vengono analizzate attentamente. Insomma si verificano i risultati. Se non ci sono, tagliano i fondi, se invece un ricercatore produce, continua ad essere sostenuto».

E in Italia chi controlla i ricercatori?
«A quanto ne so nessuno, invece andrebbe introdotta la seguente formula: se un ricercatore produce, va premiato, se non produce si deve ridimensionare. Insomma non ci si può adagiare, perché poter essere messi in discussione è stimolante».

Dunque lei concorda con quanto sostiene il ministro Gelmini a proposito di meritocrazia?
«Praticamente sì, sia per quanto riguarda i rami secchi da sfoltire, sia per l’introduzione della meritocrazia in stile americano. Qui, una volta che uno ha il posto, ha il posto».

E si siede, dimenticandosi pure di fare pubblicazioni?
«Intendiamoci, anche in Italia ci sono ricercatori che fanno altissima ricerca ma questo sistema è di fondo malato, ci sono pochi controlli, ci sono ricercatori poco produttivi. In compenso il sistema disincentiva i giovani più bravi che spesso o mollano tutto o se ne vanno all’estero».

Si stufano perché non li pagano?
«Niente soldi e niente collocazione. Dopo che ha preso una borsa di studio non puoi più prenderne un’altra e chi non ha il posto fisso resta fuori».

Ma lei come mai non ha il posto fisso?
«Avevo un assegno di ricercatrice ma è terminato ed è tutto finito. L’anno scorso ho lavorato gratuitamente in università perché non c’erano fondi e quest’anno mi hanno offerto una collaborazione».

Pagata?
«Mille euro su cui ci pago le tasse».

E come vive?
«Con il mio lavoro di studio. Altrimenti la mia attività di ricercatrice l’avrei terminata o avrei dovuto emigrare un’altra volta».

Non si sente discriminata?
«Mi ritengo fortunata. Mi apprezzano al livello internazionale, sono nel consiglio direttivo della Società italiana di osteoporosi e mi chiamano ad ogni congresso specialistico per le mie relazioni. Sono considerata un’opinion leader, come si direbbe in America. Questo mi basta».

Termometro amico? Macchè, un killer

di Massimo M. Veronese
mercoledì 25 febbraio 2009, 09:13


Pensare che ti teneva compagnia, sotto le coperte, nascosto tra le ascelle, un po’ freddino, ma si scaldava subito. Era l’unico conforto quando, bambino, finivi a letto malato, la luce che arrivava appena dalla stanza di là, dove i tuoi aspettavano il verdetto finale. Era un giudice, ma buono, un complice che si faceva manipolare senza fiatare per evitarti una giornata di scuola, un compagno di giochi magico, quando si rompeva la colonnina. Praticamente un assassino, un nemico bastardo che si prendeva la tua fiducia e te la restituiva con una pugnalata alle spalle, che si infilava nel tuo letto per avvelenarti peggio di Lucrezia Borgia.

Il vecchio caro termometro a mercurio ha le ore contate, la latitanza, grazie a dio, è finita. Dal tre aprile prossimo anche l’ultimo tubicino di vetro numerato finirà di esistere, era stato condannato a morte dodici anni fa, la domanda di grazia era stata respinta il 30 luglio scorso con l'entrata in vigore di un decreto ministeriale che, obbedendo a una direttiva approvata dal Parlamento europeo, lo dichiarava indesiderato su tutto il territorio.

Il termometro è quasi un’arma di distruzione di massa, è il mercurio che ha dentro che uccide, altamente tossico, radioattivo, cancerogeno. E magari voi da piccoli ci mettevate le dita dentro. Era come maneggiare una pistola. Metallo pesante. Che anche a dosi relativamente basse, può causare danni al sistema nervoso.
In questi anni lo hanno pedinato con attenzione: la presenza del contaminante è stata accertata attraverso una serie di rilievi nei pesci e nei molluschi di molte zone costiere del Mediterraneo. Quelli che poi finiscono sulla nostra tavola. La legislazione europea, a dire la verità, sono anni che ha ridotto l’uso e le emissioni di mercurio, ma i suoi effetti nefasti proprio sull'ambiente marino hanno preteso un giro di vite più pesante. E le misure più drastiche peseranno sull'Europa, che del mercurio è il principale fornitore mondiale.

E così si chiude un’altra epoca, un altro oggetto che sembrava eterno si fa consegnare al passato ed è meglio così: se il mondo fatica a cambiare sono le cose che lo fanno al posto suo. Rivoluzioni tascabili che spediscono oggetti e abitudini a une generazione fa. I vecchi termometri ancora a piede libero verranno messi nelle condizioni di non nuocere, per evitare che il mercurio che portano nella fondina finisca tra i rifiuti e quindi, nell’ambiente, sono esclusi dalla caccia i termometri della nonna che hanno più di mezzo secolo e i barometri a mercurio, che avranno vita solo fino al tre ottobre. E allora come ci misureremo la febbre? Non si sa. Sul mercato c’è un termometro in vetro che contiene una lega di Gallio, Indio e Stagno che si chiama Galinstan. Misura la temperatura in tre minuti ed pulito che più pulito non si può. Ma se devi bigiare non ci contare. Questo è uno spione...

Chi gioca coi numeri dei reati romeni

mercoledì 25 febbraio 2009, 07:49

di Salvatore Scarpino


Stupri, violenze sessuali, prove di quotidiana barbarie che si compiono in ogni angolo d'Italia, con la sofferenza indicibile delle vittime e il nostro sgomento. Chi commette questi crimini? Ci soccorre il Viminale, che non è un centrale di polizia occhiuta e semisegreta, ma una direzione di pubblica sicurezza al servizio dei cittadini e aperta alle legittime aspirazioni di specifiche conoscenze da parte degli italiani.

Dunque, nel 2008 le violenze sessuali sono diminuite dell’8,4 per cento; nel triennio 2006-2008 queste sono state commesse nel 60,9 per cento da italiani, per il 7,8 da romeni e per il 6,3 per cento da marocchini. Sembra già di sentire i fautori della politica delle «porte aperte». Vedete, ve la prendete sempre con gli immigrati, ma la parte rilevante degli stupratori sono fratelli nostri, parlano la nostra lingua e mangiano spaghetti; non sarebbe ora di mettere la sordina a certe campagne che attribuiscono all’immigrazione l’aumento di certe forme di criminalità?

Calma, calma. Le cifre non sono manipolabili a piacere. I romeni presenti nel nostro Paese sono circa un milione, pari cioè all’1,5 per cento, più o meno, della popolazione. Perché questa minoranza esprime una propensione così alta (7,8%) a un certo tipo di reati? Lo stesso discorso vale per i marocchini, che sono anche di meno rispetto ai romeni. Non è un discorso razzistico, ma culturale: a Sud e Est dell’Italia ci sono Paesi in cui la considerazione e il rispetto per le donne sono più bassi che da noi, dove del resto abbiamo ancora tanto da imparare. È un dato di fatto, non un’opinione e l’integrazione che tutti auspicano dovrebbe comprendere la crescente condivisione di comportamenti e valori.

Ma a dispetto delle cifre, le autorità romene continuano a riversare sull’Italia accuse di xenofobia. E tuttavia precisano che il 40 per cento dei ricercati romeni colpiti da mandato di cattura valido a livello internazionale si trovano presumibilmente in Italia. Il nostro governo ha chiesto a Bucarest di segnalare alle autorità italiana di pubblica sicurezza i romeni con precedenti penali che si apprestano ad emigrare nel nostro Paese, ma il ministro degli Esteri romeno ha risposto che non intende ostacolare in alcun modo la libertà di movimento dei suoi connazionali.

Il discorso è chiaro. Sul finire dell’Ottocento le autorità siciliane favorivano in ogni modo l’emigrazione dei cattivi soggetti e dei mafiosi, arrivando al punto di rilasciare certificati penali vergini a indicibili pezzi di malacarne. Quando il celebre poliziotto italoamericano Joseph Petrosino, nel 1912, intuì il giochetto e si recò in Sicilia per recuperare i certificati penali di certi mafiosi (che avrebbe voluto fare espellere come indesiderabili e falsari) fu ucciso in piazza Marina a Palermo.

L’impressione è che le autorità romene facciano lo stesso gioco di quelle siciliane di tanto tempo fa. I nostri mafiosi andavano con piacere negli Stati uniti perché venivano a contatto con un società aperta, più libera della nostra di quel tempo, una società in cui «l’habeas corpus» e un politico di origine irlandese potevano battere la polizia.

Ebbene, oggi i romeni dediti al malaffare vengono in Italia con lo stesso spirito e la stessa speranza. Contano sulle maglie larghe di un Paese per troppi anni sbracato, su un sistema giudiziario inefficiente, sulle lentezze e l’incomunicabilità degli apparati amministrativi e burocratici. Eugene Terteleac, presidente dei romeni in Italia, ha detto: «Da voi c'è poca severità, siete una calamita per i delinquenti». Riflettiamo.