sabato 28 febbraio 2009

Care future coppie miste

LA LETTERA DI ... BERARDENGO



È DIFFICILE, molto difficile, consigliare a due innamorati di stare attenti, di pensarci bene prima di sposarsi o di convivere o di fare figli. E ancora più difficile è dirlo a una futura coppia mista. Perché in un mondo sempre più multietnico si rischia di sostenere una ridicola parte conservatrice. E perché è davvero problematico per me, che del matrimonio misto ho vissuto le gioie e le delusioni e non riesco a rinnegare quell’entusiasmo pur nella freddezza del dopo.

Eppure è così: bisogna stare attenti, al di là dell’orrore dei fatti di cronaca. La diversità da scoprire giorno per giorno e l’orgoglio di sfidare i mondi delle famiglie d’origine, che quasi sempre disapprovano, rischiano di far trascurare i problemi veri. Il razzismo non c’entra, ma pesano, eccome, le differenze culturali. E la frustrazione delle attese che queste inevitabilmente si portano dietro.

di Paolo Berardengo

Kenya: trovate impronte di ominidi di 1,5 milione anni fa

LA SCOPERTA SI è GUADAGNATA LA COPERTINA SI «SCIENCE»

Sono le seconde più antiche mai rinvenute e le prime a svelare una «camminata moderna»



WASHINGTON -Scoperte in Kenya orme fossili di ominidi risalenti a 1,5 milioni di anni fa: sono le seconde più antiche finora rinvenute, e le prime a rivelare una camminata «moderna», cioè simile alla nostra. Le orme, che appartengono a un Homo ergaster, svelano infatti un piede anatomicamente simile a quello dell'uomo di oggi e, appunto, anche una camminata identica. La scoperta è stata effettuata da ricercatori della Rutgers State University of New Jersey e della Bournemouth University in Gran Bretagna, e si è conquistata la copertina della prestigiosa rivista scientifica «Science».

LA SCOPERTA - Le impronte sono state scoperte nei pressi di Ileret, nel nord del Kenya, e contengono informazioni sulla forma dei tessuti morbidi e sulla loro struttura che non sono normalmente accessibili nelle ossa fossilizzate. Gli autori dello studio hanno spiegato di aver trovato due serie di impronte, a cinque metri di profondità l’una dall’altra, separate da sabbia, limo e ceneri vulcanici, lasciate a distanza di almeno 10 mila anni. Alla luce delle dimensioni delle impronte e delle loro caratteristiche anatomiche moderne, gli studiosi hanno deciso di attribuirle all’Homo ergaster o al primo Homo erectus. Si tratta dei primi ominidi le cui proporzioni del corpo, gambe più lunghe e braccia più corte, sono paragonabili a quelle dell’Homo sapiens. Fossili dei resti dell’Homo ergaster o dell’Homo erectus sono già stati scoperti in Tanzania, in Etiopia, in Kenya e in Sudafrica con datazioni che corrispondono alle impronte trovate a Ileret.

27 febbraio 2009

Olocausto, il Vaticano non cede: «Le scuse di Williamson insufficienti»

La Germania potrebbe emettere un mandato di arresto nei confronti del vescovo


«Non prende in modo inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah»


CITTÀ DEL VATICANO - L'ultima lettera di scuse diffusa giovedì dal vescovo lefebvriano negazionista Richard Williamson «non è indirizzata né al Santo padre né alla commissione Ecclesia Dei» e «non sembra rispettare le condizioni stabilite dalla segreteria di Stato» vaticana del 4 febbraio che sollecitava il vescovo a «prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah». Lo ha affermato il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi. E ora nei confronti di Williamson potrebbe essere emesso anche un mandato di arresto da parte della Germania.

LE SCUSE - Nella lettera di scuse il vescovo negazionista Richard Williamson, trasmigrato a Londra dopo essere stato cacciato in malo modo dall'Argentina, «chiede perdono alle vittime dell'Olocausto e alla Chiesa», titolava l'agenzia cattolica Zenit, che ne ha ha diffuso il testo integrale giovedì. A leggere bene tra le righe, non vi era però una vera ritrattazione: il presule affermava che non avrebbe negato le camere a gas se avesse saputo in anticipo il «danno e il dolore» che le sue dichiarazioni avrebbero arrecato «soprattutto alla Chiesa» e anche «ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime che hanno subito ingiustizie sotto il Terzo Reich». In nessun passaggio della lettera, il vescovo ha parlato di Olocausto, di sterminio o di ebrei.

IL RABBINO ROSEN - Anche il rabbino David Rosen, presidente di Ijcic, International Jewish Committee on Interreligious Consultations, ritiene «non sufficienti» le dichiarazioni di Williamson: «Non sono vere scuse - sottolinea Rosen intervistato dal Sir, l’agenzia della Cei -. Non ha detto "ho sbagliato, le mie opinioni erano false, me ne pento non lo farò più". Sono scuse ingenue». Rosen parla poi del viaggio del Papa in Terra Santa: «Sarà una visita molto positiva - dice - anche perché giunge dopo una crisi non di sostanza ma di percezioni. Una crisi che si poteva evitare e che si può definire di "bad management", con molti equivoci».

GERMANIA - Williamson rischia inoltre l'arresto in Europa. Infatti il ministro della Giustizia tedesco, Brigitte Zypries, ha detto che la Germania potrebbe emanare un mandato di arresto nei suoi confronti. Williamson avrebbe infatti espresso le sue convinzioni negazioniste pubblicamente e sul suolo tedesco durante alla famigerata intervista alla televisione svedese che ha scatenato lo scandalo. E in Germania negare l’olocausto è un reato.

27 febbraio 2009

Perde il cellulare al mare e glielo trovano: il telefono era nella pancia di un merluzzo

L'APPARECCHIO Funziona ancora


Giovane inglese a passeggio smarrisce il suo Nokia: il telefono rinvenuto 7 giorni dopo da un pescatore


MILANO - È una storia a lieto fine e che ha dell'incredibile quella raccontata dal Sun. Durante una passeggiata in riva al mare, lunga la costa meridionale dell’Inghilterra, Andrew Cheatle, impegnato a giocare con il suo cane, ha perso il cellulare (un Nokia). Inutili le ricerche, l’uomo è tornato a casa a mani vuote pensando di aver perso per sempre il telefonino in mare. Una settimana dopo, mentre passeggiava con la fidanzata alla ricerca di un nuovo telefonino, il cellulare di lei squilla. Sul display compare proprio il numero di Andrew. A chiamare è un pescatore, Glen Kerley: ha ritrovato il cellulare di Cheatle all’interno della pancia di un merluzzo.


«PENSAVO MI STESSE PRENDENDO IN GIRO» - «Pensavo mi stesse prendendo in giro - ha spiegato il giovane al Sun - ma ho deciso comunque di prendere un appuntamento con lui e quando ci siamo visti ho riconosciuto il mio cellulare». Kerley, del West Sussex, in effetti dopo aver rinvenuto l’apparecchio nel merluzzo lungo oltre un metro, aveva rimosso la sim del cellulare inserendola nel suo telefonino cellulare e solo allora era riuscito a risalire al numero della fidanzata di Cheatle.

«I merluzzi sono pesci molto avidi, mangiano qualsiasi cosa. Hanno teste e bocche grandi. In passato nella loro pancia ho ritrovato di tutto: bicchieri di plastica, pietre, cucchiai, pile». La Nokia ora potrebbe utilizzare la storia di Andrew e del suo cellulare per farsi pubblicità: l'apparecchio perso e ritrovato nella pancia del merluzzo, una volta asciugato e rimesso a lucido, è di nuovo perfettamente funzionante.

Ingrid più pericolosa dei nostri rapitori»

Il libro di tre ostaggi delle Farc

Le confessioni dei compagni di prigionia: «La Betancourt ci rubava il cibo»


Arrogante, egocentrica, ladra, scriteriata al punto da mettere a repentaglio le loro stesse vite, cercando di convincere i loro aguzzini che erano spie della Cia. E' spietato il ritratto di Ingrid Betancourt che emerge dal libro Out of Captivity.

Si tratta del volume di memorie edito da Harper- Collins dove i tre militari americani detenuti assieme alla Betancourt dalla guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) si confessano. Nell’autobiografia a tre mani di 457 pagine Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves ripercorrono i 1.967 giorni da incubo trascorsi nella giungla sudamericana infestata da insetti e parassiti letali, tra torture, marce forzate in catene e continue minacce di morte, fino alla loro miracolosa liberazione, il 2 luglio 2008, cinque anni e mezzo dopo la data del sequestro.

Ma le rivelazioni più provocatorie del libro riguardano la 48enne attivista e politica franco-colombiana, rapita un anno prima di loro. «Era lei la padrona del gulag», punta il dito il 44enne Stansell, ex marine. «Ho visto con i miei stessi occhi mentre cercava di impadronirsi del campo con una arroganza fuori controllo. Gli aguzzini — aggiunge — ci trattavano meglio di lei». Durante la prigionia la Betancourt avrebbe più volte sottratto cibo ai suoi compagni di sventura, cercando sempre di accaparrarsi il giaciglio migliore dove dormire.

Quando lei e Gonsalves divennero amici, gli altri prigionieri del campo (tra cui 11 cittadini colombiani) si ingelosirono. «È una donna molto dura», dice il 36enne Gonsalves, che prima del libro era in contatto email con la Betancourt. «Ha tirato scemi anche i guerriglieri». Dopo il suo tentativo di fuga assieme al connazionale Luis Eladio Perez — peraltro fallito — i terroristi tenevano spesso la Betancourt in catene, giorno e notte. «Eppure non l’ho mai vista piangere o lamentarsi », precisa Gonsalves. Interpellate dalla Associated Press, sia la Betancourt che sua sorella Astrid si sono rifiutate di commentare.

Ma a difenderla è adesso Eladio Perez, secondo il quale «non è vero che Ingrid abbia cercato di convincere i ribelli che i tre americani erano agenti della Cia». Comunque sia, il libro ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller. E non solo per le sue dettagliate descrizioni dei metodi definiti «da campo di concentramento» usati dalle Farc. «È un libro insolito », teorizza Keron Fletcher, uno psichiatra inglese esperto in ostaggi. «È molto inconsueto che un ex ostaggio critichi pubblicamente un altro ostaggio con cui ha condiviso un’esperienza tanto traumatica. Chi sopravvive ad un trauma del genere tende a nascondere le eventuali tensioni della prigionia e fa di tutto per sostenersi a vicenda».

Alessandra Farkas

27 febbraio 2009

Abusi su figlia, padre indagato ottiene l'affido

di Redazione


Milano - Un uomo di 46 anni, italiano, indagato per violenza sessuale nei confronti della figlia di 3 anni, potrà portare nella sua casa la bambina e tenerla per questo fine settimana. Il giudice della IX sezione civile di Milano ha, infatti, respinto il ricorso d’urgenza presentato dagli avvocati della moglie romena (i due sono in fase di separazione giudiziale), con cui si chiedeva di impedire al marito di poter vedere da solo la bambina.

Per avvalorare il ricorso, gli avvocati Ernesto Tangari e Fabio Falcetta hanno presentato anche l’avviso di chiusura delle indagini nei confronti dell’uomo per i presunti abusi sulla figlia. Atto che di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio.

La decisione del giudice Il 29 gennaio scorso il direttore di settore del Comune di Milano, hanno chiarito gli avvocati, ha stabilito, in base all’ordinanza del giudice civile dell’8 gennaio scorso, che "l’ultimo fine settimana di febbraio, la bambina lo trascorrerà con il padre presso l’abitazione dello stesso".

Il giudice civile Maria Cristina Canziani, motivando il rigetto del ricorso della donna, spiega che "l’esistenza di un procedimento penale" a carico del marito "ancora non conclusosi" non costituisce "circostanza nuova tale da consentire a questo giudice istruttore di modificare o revocare l’ordinanza del presidente, assunta all’esito di una accurata valutazione peritale, anche in ordine alla denunciata possibilità di abusi dell'... (nome del marito, ndr) in danno delle figlie".

I maltrattamenti alla moglie Il 30 gennaio scorso il pm di Milano, Antonio Sangermano, ha chiuso le indagini nei confronti dell’uomo accusato di abusi sulla piccola e anche di maltrattamenti e lesioni nei confronti della moglie. La donna, 29 anni, dopo la separazione dal marito, vive ora in una comunità 'Madre-bimbo' a Milano, assieme anche all’altra figlia di un anno e mezzo.

Il tribunale civile, con l’ordinanza dell’8 gennaio scorso, aveva deciso di affidare le bambine ai servizi sociali e di collocarle in una struttura idonea, preferibilmente con la madre. Il padre può andarle a trovare nella struttura e a lui è stato concesso anche, si legge nell’ordinanza l'"eventuale pernottamento nei fine settimana" della bambina più grande presso di lui.

venerdì 27 febbraio 2009, 17:41

Neppure l’amore può cambiare un musulmano

di Ida Magli

venerdì 27 febbraio 2009, 07:00


C'è un tremendo equivoco di fondo nell'innamoramento che spinge una donna occidentale, e in particolare italiana, a unire la propria vita a quella di un uomo musulmano: lo ritiene suo contemporaneo. Diverso il fisico, certo; diverso lo sguardo, diversa la lingua, diverso il cibo: tutte cose che sembrano aggiungere fascino, invece che dividere. Anche i modi nel trattare le donne, in fondo, per quanto più autoritari, appaiono rassicuranti e protettivi in confronto a quelli occidentali. Ma pur sempre contemporanei.

L'uomo musulmano, invece, appartiene al mondo dell'Antico Testamento, quello di 3000 anni fa, di Abramo e di Mosè, in quanto Maometto ha fondato il Corano sui primi cinque libri della Bibbia. Si tratta di un abisso in confronto al nostro mondo, non soltanto per tutti gli avvenimenti che hanno segnato il divenire del tempo e della storia in Occidente, ma soprattutto per le profondissime differenze di diritto e di costume nei riguardi delle donne.

La società musulmana è tipicamente patriarcale. L'uomo è capo e padrone delle mogli e dei figli che gli devono obbedienza in tutto. La legge religiosa è l'unica legge in campo penale e civile. Vige la giustizia del taglione, con la mutilazione delle membra a seconda del tipo di reato e la condanna a morte per lapidazione per i crimini più gravi compreso l'adulterio. Insomma, è indispensabile capire che l'innamoramento non può cambiare nulla a una realtà di questo genere e che sono le donne a ingannarsi quando lo sperano e vi si affidano.

Purtroppo i politici avallano spesso con le loro affermazioni l'idea che gli immigrati possano «integrarsi» nella nostra civiltà e che comunque debbano rispettare le nostre leggi. Si tratta di belle affermazioni di principio che però non fanno i conti con i sentimenti culturali profondi, anche non del tutto consapevoli, e soprattutto non fanno i conti con la diversità di adattamento fra immigrati di sesso femminile e immigrati di sesso maschile.

È chiaro che le donne trovano soltanto vantaggi nella libertà, nel rispetto, nell'uguaglianza. Ma per i maschi è tutta un'altra cosa in quanto debbono rinunciare a diritti e costumi che davano loro il potere nella famiglia e il possesso totale sulla persona della moglie e su quella dei figli. Non si pensi che l'affetto possa influire su questi diritti: gli affetti sono plasmati dalle culture.

Messo in chiaro questo presupposto, rimangono per noi in tutta la loro ferocia i delitti di questi giorni. È indispensabile fermare l'immigrazione musulmana. È indispensabile che il governo emani delle norme restrittive sui matrimoni o sulle convivenze miste e che, quando nascano dei figli, la tutela venga sorvegliata dallo Stato. Ma soprattutto è indispensabile eliminare il principio, adottato insieme al «politicamente corretto», di non giudicare le religioni.

L'islamismo è una «religione-cultura» totale ed è assurdo non poterne discutere come si fa per qualsiasi altra cultura. Se vogliamo avere rapporti più sereni anche con gli Stati islamici e aiutare almeno l'Africa ad uscire dalla condizione di arretratezza psicologica e sociale, oltre che dalla povertà, in cui si trova, abbiamo il dovere di parlare delle norme coraniche, della Sura che stabilisce l'inferiorità della donna, della necessità di assumere forme di diritto penale e civile adeguate al mondo moderno.

L'appello bipartisan

Battisti in Italia e in galera

Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria; Lino Sabbadin, macellaio; Pierluigi Torregiani, gioielliere; Andrea Campagna, agente della Polizia di Stato. Questi sono i nomi di quattro cittadini che, insieme a molti altri, hanno perso la vita tra il 6 giugno 1978 ed il 19 aprile 1979, uccisi dalla follia omicida di organizzazioni terroristiche che hanno tentato di sovvertire l'ordine democratico in Italia.

Per questi quattro omicidi è stato condannato in forma definitiva Cesare Battisti, che da oltre 25 anni si rifugia all'estero sottraendosi vergognosamente alle responsabilità cui deve essere chiamato. Per molti anni la Francia ha ospitato e protetto questo personaggio, coprendo con discutibili argomentazioni giuridiche e politiche le colpe innegabili di un assassino.

Oggi la stessa storia si ripete grazie al Brasile, il paese in cui Battisti è fuggito non appena compreso il possibile cambiamento di atteggiamento delle autorità francesi. Per quanto sappiamo, il ministero competente brasiliano si oppone alla giusta estradizione che l'Italia ha chiesto, salvando così un criminale dall'espiazione, pur tardiva, della pena a lui assegnata.
Rivolgiamo questo appello:

al governo brasiliano, che in nessun modo deve rendersi responsabile di aiutare Battisti. In questo senso ha pronunciato parole giuste e rigorose il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano; al governo italiano, che deve dimostrarsi capace di ogni forma di pressione politica e diplomatica affinché si faccia giustizia.

Nessun motivo abbiamo di rivolgerci a Cesare Battisti, il cui comportamento dal 1978 a oggi parla da solo.