domenica 1 marzo 2009

L'uomo del T-Red ora ci riprova: «Pronto un autovelox infallibile»

MILANO 



Eccolo, il signor T-Red. Alto, elegante, simpatico, giacca e cravatta regimental a sfondo marrone e un paio di jeans. Dopo un mese passato agli arresti domiciliari per volere della magistratura di Verona è stato liberato con tante scuse da quella di Venezia. «Quando ho saputo che volevano arrestarmi per truffa — racconta l'ingegnere Stefano Arrighetti nello studio dei suoi avvocati Gabriele e Rosario Minniti — il primo pensiero è stato quello di fuggire dall'altra parte del mondo. Poi ho parlato con mia moglie, con mia figlia, con il mio legale e con la mia coscienza.. mi sono detto che non avevo nulla da nascondere e che avrei affrontato quest'ingiustizia con forza e dignità». Il pubblico ministero lo voleva addirittura in galera, solo all'ultimo il gip gli ha risparmiato la cella.

«Già — dice — io che da giovane ho fatto il carabiniere mi sono ritrovato i carabinieri che all'alba venivano a suonare alla porta per controllare che fossi in casa. Sensazione orribile. Una volta ho tardato ad aprire perché stavo mettendo le scarpine alla mia bimba più piccola, ha tre anni, e mi hanno detto di non fare il furbo. No, non è stato facile...». Con la matematica e le immagini lo «scienziato di Seregno», come lo chiamano adesso i vicini di casa che fino a un mese fa non sapevano neppure chi fosse e che lavoro facesse, Stefano Arrighetti ha iniziato a giocare dai tempi del liceo scientifico. Poi è arrivata la gavetta in Finmeccanica e da lì, via via, i colpi di genio. L'invenzione del telepass ai caselli delle autostrade, il controllo ingressi nelle ztl, le zone a traffico limitato e, infine, il T-Red.

«Ci ho pensato in una notte — racconta con una punta d'orgoglio ma del resto il T-red è solo una macchina fotografica. Semplice no?». Mica tanto, ma per uno che a 45 anni ha appena vinto una gara mondiale a Singapore per aver creato un macchinario quasi minuscolo che riesce a leggere tutte le targhe delle auto che scorrono veloci a migliaia su una strada a quattro corsie, semplice deve esserlo per forza... Gli automobilisti non lo amano, troppe multe a causa del suo T- Red. Ma chi sono i veri nemici di questo scienziato con la passione del trekking e del nuoto? Qui l'orgoglio diventa cipiglio, il tono di voce s'abbassa. «Nelle università — spiega — non mi amano, e poi diciamolo chiaro... io e la mia società, la Kria di Desio, non siamo ben visti da certi colossi del settore».

Parla come se dietro al suo arresto si nascondesse una strana regia, ma lo «scienziato di Seregno » scuote la testa sotto i capelli ordinati e taglia corto. «Non dico di più... Verrà il tempo ». Il T-Red, giura, non l'ha fatto ricco. Dovrà lavorare ancora prima di ritirarsi e recuperare il tempo rubato alla famiglia. Le conoscenze scientifiche, ci tiene a dire, sono al servizio della sicurezza. «Questo, — ripete— devono capire gli automobilisti. Il T-Red non è pensato per dare multe, è stato ideato per educare autisti indisciplinati che bruciando il rosso possono anche uccidere altre persone. Certo, il T-Red va usato correttamente, ma io l'ho solo inventato, non lo installo... Se poi qualcuno nella filiera che porta il T-Red sul semaforo sbaglia a gestirlo, io non ho colpe».

Col rosso, gli piace precisare, lui non è mai passato. «Davanti a un semaforo verde rallento comunque, e se arriva il giallo mi fermo. E quelli dietro lasci pure che suonino...». Mulina le lunghe braccia nel-l'aria, Stefano Arrighetti, finalmente di nuovo libero di tornare al banco delle idee. E ringrazia i due professori del Politecnico di Milano, i consulenti scelti dai giudici di Venezia. «I professori Umberto Spagnolini e Giorgio Padovini hanno ristabilito la verità... — dice — e con essa l'ingiustizia assoluta del mio arresto».

Poi rivela l'ultimo colpo di genio, il T-Red Speed. «Direi l'ultima generazione degli autovelox — butta lì come fare due più due — una macchina infallibile che misura la velocità e te lo dimostra non con raggi laser, che possono essere tarati male o direzionati peggio, ma con immagini ». Nella sua testa il T-Red e lo Speed, il fratello maggiore già in servizio in Valle d'Aosta, sono una brutta notizia soltanto per chi strapazza il codice della strada. «Le mie creature — giura — sono socialmente utili, fanno sicurezza». Uno perfetto, l'ingegnere Arrighetti. Poi scopri che col rosso non sarà mai passato però ha preso due multe dall'autovelox, l'ultima sull'A1 mentre correva a 200 all'ora verso Roma, al Ministero dei Trasporti. E scopri che da scienziato ha un sogno nel cassetto, dare la vista a chi non ce l'ha attraverso un macchina che ha già in mente di fare. Insomma, debolezze e speranze. Come ognuno di noi.

Biagio Marsiglia
01 marzo 2009


Intervista all'ingegnere Stefano Arrighetti, ex carabiniere

Scagionato l'inventore del semaforo veloce: «Educa gli indisciplinati». «Arrestato ingiustamente»

Caso Battisti: probabile il sì brasiliano all'estradizione, ma a una condizione

Secondo il quotidiano O Estado de S.Paulo

La condanna all'ergastolo dovrà essere ridotta a 30 anni di detenzione. Ma l'ultima parola spetta a Lula


SAN PAOLO - Il Brasile probabilmente estraderà in Italia il terrorista Cesare Battisti, ma a una condizione. Secondo il quotidiano O Estato de S.Paulo, il Supremo tribunale federale-Stf (la Corte costituzionale brasiliana) approverà il ricorso dell'Italia e dirà sì all'estradizione di Battisti, condizionandola però alla conversione della condanna dall'ergastolo a 30 anni di detenzione, il massimo previsto dalla Costituzione brasiliana.

ULTIMA PAROLA A LULA - Il quotidiano brasiliano fa un'ampia analisi del caso Battisti e dei precedenti, concludendo con la quasi certezza che l'Stf considererà illegale l'asilo politico concesso al terrorista dei Proletari armati per il comunismo dal ministro della Giustizia, Tarso Genro, e approverà quindi l'estradizione verso l'Italia. Ferma restando la possibilità che, in ultima istanza, il presidente brasiliano Lula intervenga per dare appoggio politico al suo ministro, o invece segua le decisioni della corte suprema, anche in nome dei buoni rapporti tra Italia e Brasile. Lo scorso 19 febbraio Battisti aveva inviato tramite i suoi avvocati una lettera in cui chiedeva «all'Italia cristiana» di perdonarlo.


01 marzo 2009

Gli Usa: «L'Iran è pronto per fare la bomba atomica»

il comandante dello stato maggiore interforze statunitense


L'ammiraglio Mike Mullen: «Ormai raggiunto il quantitativo di materiale necessario per la produzione»


WASCHINGTON - Il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Usa, l'ammiraglio Mike Mullen, teme che l'Iran possegga sufficiente materiale nucleare per costruire una bomba atomica. Alla Cnn, Mullen ha risposto «penso siano in grado di farla, francamente», quando il giornalista John King gli ha chiesto se l'Iran possiede abbastanza materiale fissile per un'arma nucleare. Mullen, che partecipa ai principali talk show televisivi domenicali, ha parlato soprattutto di Iraq, confermando che la decisione del presidente Usa Barack Obama di ritirare tutte le truppe entro il 2011 e di terminare i combattimenti a fine agosto 2010 è stata presa in collaborazione con i vertici militari, che la condividono appieno


01 marzo 2009

Nozze miste, le donne italiane schiave in casa

di Maria Giovanna Maglie

domenica 01 marzo 2009, 09:37


Negli ultimi sei mesi del 2008 tremilacinquecento donne si sono rivolte al numero verde anti-violenza «Mai più sola» di Acmid, l’Associazione delle donne marocchine d’Italia. Le donne italiane sposate con musulmani sono in continuo aumento. Patrizia è romana, è stata sposata per sei anni con un egiziano conosciuto a Sharm el Sheikh. Ottenuto il permesso di soggiorno l’ha lasciata, e lei ha scoperto che in Egitto era stato sposato contemporaneamente con un’altra donna, che ora ha portato in Italia. L’ha salutata con un ultimo insulto. Non più impura, puttana, non più l’obbligo agli abiti tradizionali e al velo,mail peggiore degli scherni: le vostre leggi sono la prova che siete destinati ad essere sconfitti dall’Islam. Patrizia si è provata a bloccare il percorso della pratica che ne farà un cittadino italiano, ma non c’è niente da fare.

Alessia è padovana, da nove anni vive a Sharm el Sheikh dove nel 2001 ha iniziato a convivere con un uomo egiziano, firmando con lui un accordo matrimoniale, l’unico modo per consentire la convivenza tra un egiziano e una straniera. Il matrimonio è stato convalidato nel 2006, un anno dopo la nascita di un figlio, che ha la doppia cittadinanza. Moglie e marito lavoravano insieme a Sharm, l’agenzia che realizzava video subacquei per i turisti era intestataa lui, per pagare meno tasse, sosteneva l'egiziano, che dopo la separazione, lei non sopportava più insulti e percosse, si è tenuto tutto. Anche il figlio, che era stato affidato dal tribunale egiziano alla madre. Il 4 novembre dell'anno scorso è scomparso con il bambino. Alessia non sa dove sia, con chi viva e in quali condizioni, che cosa gli venga detto di sua madre.

Qualche giorno fa una donna ha chiamato il numero verde (800911753) per chiedere come può impedire che la figlia venga portata dal marito in Egitto e sottoposta a infibulazione. Come risposta alle sue proteste ha ricevuto solo botte, non sa a quale autorità italiana rivolgersi. Un’altra donna ha telefonato per sapere come può smettere di mantenere il marito disoccupato e il figlio di lui, avuto dalla seconda moglie sposata di nascosto da poligamo nel Paese d’origine, inserito nel suo stato di famiglia.

Chiamano donne segregate, picchiate, private dei propri figli. Altro che generalizzazioni da evitare, singoli casi di cronaca nera che potrebbero capitare dovunque, in qualunque tipo di unione, anche fuori da Islam integralista e legge del Corano. Usano il numero verde naturalmente molte donne musulmane che vivono nel nostro Paese, ma non sono adeguatamente protette dalla legge. Fatima ha 23 anni e due bambini, suo marito le getta addosso dell’olio bollente. È colpevole di non aver scaldato bene la cena. È solo l’ultima di una lunga serie di violenze, per Fatima, che stavolta trova la forza di chiedere aiuto. Adesso vive in una comunità protetta e sta per sottoporsi alla diciassettesima operazione di chirurgia ricostruttiva.

Più numerose le donne tra i 20 e i 45 anni, ma un tre per cento di telefonate sono di minorenni. Si decidono a chiamare al mattino, quando i padri o i mariti sono lontani da casa o a lavorare. Ma lo fanno anche amiche o vicine di casa, insegnanti. A volte le donne maltrattate sono analfabete, non conoscono l'italiano, e vivono in una condizione di pressoché totale isolamento. Come la ragazza tolta ai genitori e affidata a una comunità protetta dopo che aveva raccontato a una professoressa, in una serie di email, di essere costretta a vestirsi come un maschio e a portare capelli corti. Se si ribellava, la pestavano e la minacciavano di rimandarla in patria per farle sposare un uomo molto più vecchio di lei. La ragazza ha tentato due volte il suicidio. I genitori la maltrattavano perché era l'unica femmina dei quattro figli della coppia, in Italia da dieci anni.

Potrei andare avanti con storie orribili per tutto il libro che sto finendo di scrivere sul pericolo che il fondamentalismo islamico rappresenta per la civiltà occidentale. È un pericolo tanto più tremendo perché è misconosciuto e addirittura rimosso. Chi lo denuncia con cifre ed evidenze rischia la messa all’indice, come è successo a me nell’editoriale dedicatomi ieri nientemeno che da Liberazione.

Dei risultati ottenuti dal numero verde «Mai più sola» sono tristemente fiera perché alla sua istituzione ho contribuito. Lo voleva con tutte le sue forze Souad Sbai, presidente dell’Acmid, l’associazione delle donne marocchine in Italia, oggi deputato del Pdl, lo ha reso possibile il contributo della Fondazione Nando Peretti, il suo direttore, Stefano Palumbo.

Adesso diventa anche osservatorio privilegiato sul fallimento dei matrimoni misti. Arriva in Italia il peggio dei Paesi islamici: pensano di poter fare quello che vogliono, anche essere poligami, e sposano le italiane per interesse, per ottenere in poco tempo la cittadinanza. Non hanno l’obbligo di imparare la lingua, la Costituzione, la parità di diritti fra i due sessi. Anche le unioni nate per amore, con la convivenza e l’arrivo del primo figlio, entrano in conflitto. Se lei cerca di mantenere la sua cultura e la sua identità, se vuole discutere la scelta della religione, della scuola, del Paese in cui far crescere i figli. In casa loro, in Italia, le donne non sono protette. Ha ragione Souad Sbai: è tempo, come in Francia di una Consulta seria sull’immigrazione.

Sofri e Scalzone cattivi maestri in cattedra

di Paolo Granzotto

domenica 01 marzo 2009, 08:55


Obama di qui, Obama di là e poi ti ritrovi, col megafono alla bocca, Oreste Scalzone. Cioè quanto ci sia, sul mercato delle idee, di più intellettualmente e culturalmente sclerotico. Anticaglia. E l’altro, Adriano Sofri, che ha smesso di scendere in piazza per accomodarsi in cattedra. E da lì tenere lezioni considerandosi, assieme al compagno Oreste, un maestro di vita. Il primo era ieri alla testa della processione dei ragazzotti dei centri sociali che sono andati a zonzo per Milano sbraitando e imbrattando qualche muro. Il secondo si concedeva a Mirella Serri della Stampa raccontandole dei suoi ticchi letterari e indicando nel dolce stil novo il canone per le future rivoluzioni.

Entrambi, sopravvissuti a se stessi, non hanno intenzione di mollare, di smetterla di ritenersi il sale della terra. E di fare, ciascuno a modo proprio, del moralismo canaglia. Il compagno Oreste arringava ieri lo sparuto drappello degli «antagonisti » spiegando loro che lo sciopero è «elemento di dinamismo e di umanità». Pertanto, lotta dura.

L’abate Sofri, evidentemente a secco di idee, erudiva spiegando che fra i «pellegrini» - così egli chiama i clandestini, pellegrini - che sbarcano a Lampedusa ci potrebbe essere, ma guarda un po’ quandosi dice il caso, «il padre del presidente degli Stati Uniti» (se viene a saperlo il babbo di Obama, sbarcato negli Stati Uniti conregolare visto per seguire i corsi alla Columbia University, gli tira il collo, a Sofri). «Contro le logiche securitarie», questa la ragione della mobilitazione milanese dei quattro gatti dei centri sociali.

Scalzone, di logiche securitarie è maestro. Condannato a sedici anni, reso temporaneamente libero per motivi di salute, mostrò invece d’esser sano come un pesce tanto da squagliarsela a Parigi soggiornandovi da latitante fino alla prescrizione della pena. Ovvio che abbia condiviso gli slogan - e le scritte - «Abbasso gli sbirri» e «Nassirya festa nazionale».

L’odio per la polizia - gli sbirri - è connaturato in chi abbia la naturale inclinazionea violare la legge. E poi fa tanto Sessantotto, che Scalzone cavalcò da leader e che i pischelli del «Conchetta» vagheggiano come a un amore mancato causa anagrafe. Ma che i diciannove soldati italiani morti per mano di un kamikaze islamico debbano rappresentare un’occasione per festeggiare, meglio se tutti insieme, è una rivendicazione torva, marcia come marcia è la testa dei piccoli teppisti «antagonisti» e del loro livoroso maestro Scalzone.

Anche in Sofri spumeggia il livore e il disprezzo, ma da smaliziato moralista dissimula la sua natura coi baffi ela barba finta del mite e saggio buonuomo: «Fui un bravo lettore del libro Cuore», confessava a Mirella Serri (zitta e, probabilmente, soggiogata). «Se i tempi si fossero prestati, sarei stato un buon tamburino sardo, o una piccola vedetta lombarda». Le solite smorfiose melensaggini di uno che vuol far dimenticare d’esser stato condannato a 22 anni di galera per concorso morale - mandante - nell’omicidio Calabresi. Altro che tamburino sardo.

Eppure l’uno el’altro dovrebbero essere grati a questo Stato e a questa società talmente tollerante e paziente da consentire loro di professare uno sgangherato reducismo (Scalzone) e di sermoneggiare alluvionandola con ipocriti perbenismi (Sofri). Lasciando, nel contempo, che assumano sempre più i tratti di quel Shoichi Yokoi, l’ultimo dei giapponesi ad essersi «arreso» dopo aver trascorso trent’anni in armi nella giungla di Guam perché non sapeva che la guerra era finita. L’ultimo, e il più fesso.

Nostalgici di Tito: esuli aggrediti in Slovenia al grido di "porci italiani"

di Fausto Biloslavo

domenica 01 marzo 2009, 09:18



Trieste Il tricolore con la stella rossa, la bustina di partigiani di Tito, slogan d’altri tempi e insulti a «Berlusconi fascista» sono l’incredibile messinscena che ha bloccato un gruppo di esuli italiani colpevoli di voler deporre dei fiori su una foiba. La gazzarra è scoppiata ieri mattina a 12 chilometri da Trieste, nei pressi del paese sloveno di Lokev (Corgnale di Divaccia). Alla fine gli esuli istriani, fiumani e dalmati, hanno dovuto far marcia indietro senza poter raggiungere la foiba.

Una delle tante cavità carsiche dove nel 1945, a guerra finita, furono trucidati non solo italiani, ma pure sloveni. Ieri mattina a Lokev, nella vicina e moderna Repubblica europea, la storia sembrava essere tornata indietro nel tempo. Gli esuli venivano bollati come «fascisti» e respinti in nome della «libertà dei popoli». Poche ore dopo il sottosegretario all’Ambiente, il triestino Roberto Menia di An, ha chiesto a muso duro che «la Slovenia si scusi ufficialmente con l’Italia e si vergogni di fronte all’Europa».

Il ritorno al passato inizia alle 9.30, quando una delegazione di esuli parte con un pullman dal capoluogo giuliano per raggiungere la voragine di Golobivnica. Nell’elenco ufficiale della Repubblica slovena è indicata come la foiba numero 401. L’anno prima una simile commemorazione era stata bloccata e multata dalla polizia slovena perché mancavano le autorizzazioni. «Questa volta avevamo 36 pagine di permessi ottenuti grazie al consolato italiano a Capodistria. Tutto in regola, ma è servito a ben poco», spiega Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani che ha organizzato l’evento.

Arrivati a Lokev la settantina di esuli ha dovuto proseguire a piedi a causa di un divieto di transito posto, guarda caso, da poco. La comitiva si incamminaverso la foiba precedutada una croce di legno in segno di pietà per tutte le vittime della Seconda guerra mondiale. «Eravamo in silenzio, ma avvicinandoci abbiamo cominciato a sentire canti partigiani e slogan che non promettevano nulla di buono. Lungo la strada si intravedevano le prime bandiere slovene e jugoslave con tanto di stella rossa», racconta Lacota.

A un certo punto gli esuli si trovano difronte a uno sbarramento umano di facinorosi. Come dimostrano le fotografie scattate dall’Unione degli istriani c’è chi porta orgoglioso la bustina dei partigiani di Tito o sventola un tricolore con la stella rossa in mezzo. Alcuni bambini, in stile Hamas, indossano uniformi mimetiche con simboli jugoslavi. E innalzano cartelli con le foto dei partigiani uccisi durante la Seconda guerra mondiale.

«Sembravano inferociti e dei giovinastri avvinazzati cercavano lo scontro fisico – denuncia Lacota –. Alcuni di loro tenevano in mano dei bastoni con punte di ferro. Sembrava di essere tornati indietro di oltre 60 anni». Gli esuli sono stati accolti dallo slogan caro ai titini «smrt fašizmu, svoboda narodu» (morte al fascismo, libertà al popolo). Fra di loro c’erano anche parenti degli infoibati e l’ex generale Silvio Mazzaroli, che comandò i soldati italiani in Mozambico e Kosovo.Fra i contromanifestanti, diverse decine, si è visto Samo Pahor, un agit prop della minoranza slovena di Trieste.

I facinorosi avevano sbarrato la strada verso la foiba fin dall’alba. Unosparuto gruppo di poliziotti sloveni non ha fatto nulla per sgomberare i filo titini. La gazzarra è durata un’ora con accuse di «porci italiani» e «sporchi fascisti» gridate dagli sloveni nella nostra lingua. Alla fine gli agenti, pur ammettendo che la contromanifestazione non era autorizzata, hanno invitato gli esuli a lasciar perdere, perché la situazione diventava incandescente. La delegazione dell’Unione degli istriani ha depositatoi fiori per gli infoibati su un prato adiacente.

Dai filo titini sono partiti slogan contro «Berlusconi fascista» e il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, di centrodestra.«Non è accettabile che in un Paese che si dichiara moderno, civile ed europeo, non si possa deporre un fiore nei luoghi in cui ancora oggi riposano migliaia di vittime, per lo più innocenti, delle sanguinarie vendette partigiane», ha tuonato Lacota. Gli esuli raccontano che mentre tornavano verso il pullman un’anziana di Corgnale/Lokev è uscita di casa per sussurrare: «In quella foiba sono successe cose orribili. Grazie per essere venuti a ricordare questi nostri morti».

www.faustobiloslavo.com

La festa di Mugabe: «Mai terra ai bianchi»

Compleanno con torta di 85 chili. Monito a Tsvangirai: «Nessuna marcia indietro». Zimbabwe allo stremo 


Il capo del governo non ha partecipato al party. Ottanta vacche alla griglia


HARARE — Il «compagno Mugabe» ha festeggiato gli 85 anni con una torta di 85 chili e la minacciosa baldanza di sempre. Una settimana fa il compleanno in famiglia. Ieri un party all'aperto a Chinhoyi, la sua provincia natale. Un'ottantina di vacche macellate per l'occasione, 250 mila dollari raccolti con una «colletta forzata» tra gli abitanti, carne alla griglia e un discorso che è un siluro lanciato contro Morgan Tsvangirai, leader del Movimento per il Cambiamento Democratico (Mdc) e capo di un governo di unità nazionale che di unitario ha pochissimo. Tsvangirai era invitato, ma ha giustificato l'assenza (con tante scuse) sostenendo che l'evento era organizzato dal partito rivale Zanu-PF.

Comrade Bob non è cambiato. Nessuna marcia indietro, nessuna rottura con il passato, anzi. Mentre l'Mdc sostiene che le oltre 5.000 proprietà agricole confiscate ai bianchi dal 2000 a oggi devono tornare ai legittimi proprietari, il presidente tuona che «non ci sarà nessun ritorno». E che «in futuro vogliamo assistere ad una maggiore partecipazione del nostro popolo nelle imprese nazionali ». Per Mugabe, i «vecchi padroni» bianchi non sono che «inglesi» figli della colonizzazione (spetta a Londra risarcirli). Pazienza se lo Zimbabwe è in ginocchio anche per lo stato dell'agricoltura.

Milioni di persone sopravvivono grazie agli aiuti dall'estero sempre più magri. Il colera ha ucciso quasi 4 mila persone. Tsvangirai chiede alla comunità internazionale 5 miliardi di dollari per ricostruire il Paese. Il discorso di compleanno di Mugabe è fatto apposta per far fallire «la colletta » del premier. Per risollevare lo Zimbabwe, dice al Corriere l'economista John Robertson, bisogna ripartire dall'agricoltura: reinsediare i vecchi farmer.

Sono disposti a tornare? «Uno su quattro sì. Sarebbe abbastanza ». E come si cacciano i nuovi padroni del partito Zanu-PF? «Con la polizia. La confisca è stata illegale, l'ha stabilito anche la Sadc, la Comunità che comprende i Paesi dell'Africa meridionale. Partendo subito, intorno al 2012 potremmo sperare in raccolti decenti». Partendo subito la cricca Mugabe sta mettendo le mani sulle ultime fattorie. «Ne hanno prese altre 170 sulle 400 rimaste — dice Trevor Gifford, presidente della Commercial Farmers Union — E' l'assalto finale».

Michele Farina
01 marzo 2009

Cessione del patrimonio Dc: le 4 verità dei tesorieri

di Gian Marco Chiocci

domenica 01 marzo 2009, 11:00


I «tesorieri» dei partiti nati dallo sgretolamento della Dc (vedi Ppi, Ccd e Cdu), protagonisti dell’affaire sulla vendita di 120 immobili dello scudocrociato a soli 3 miliardi di lire alla società «Immobiliare Europa» di Angiolino Zandomeneghi (poi fallita), sono stati interrogati dalla magistratura.

I verbali di Nicodemo Oliviero (parlamentare Pd, ex tesoriere nel passaggio dal Ppi alla Margherita) Gianfranco Rotondi (attuale ministro, segretario amministrativo Cdu), Alessandro Duce (segretario amministrativo Ppi) e Romano Baccarini (ex senatore, altro segretario amministrativo del Ppi) vengono oggi utilizzati in due processi paralleli, collegati alla scomparsa dell’immenso patrimonio immobiliare della Balena Bianca: a Roma si procede per bancarotta, a Perugia per abuso d’ufficio e corruzione in atti giudiziari.

Nel primo l’immobiliarista Amgiolino Zandomeneghi è imputato, nel secondo è parte lesa. Sostanzialmente i pm chiedono conto ai vecchi amministratori democristiani del ruolo ricoperto nelle trattative e nella vendita del patrimonio, della successiva retromarcia finalizzata a dichiarare fallita l’immobiliare che s’era aggiudicata i palazzi per ottenere la restituzione dell’intero patrimonio, degli eventuali retroscena in merito all’istanza di fallimento dell’Immobiliare Europa presentata da Castagnetti nel mese di agosto del 2002 (nonostante l’immobiliare sembrasse solida) e immediatamente recepita da un giudice del tribunale civile, poi arrestato.

Secondo quanto dichiarato da Zandomeneghi in una memoria difensiva, «della trattativa era perfettamente a conoscenza il segretario del Ppi di allora, Pierluigi Castagnetti, che benedì personalmente». Ma che poi, evidentemente, ci ripensò. Castagnetti, al pm, dice di avere saputo della conclusione della compravendita a cose fatte e di aver dato l’ok alla presentazione dell’istanza di fallimento dell’Immobiliare Europa per bloccare la vendita e iniziare «una trattativa su basi nuove o con altri acquirenti».

Non paga tasse». Ma è morto da 38 anni

è scomparso due anni prima dell'introduzione del codice alfanumerico di 16 caratteri




L'esattoria comunale di Milano chiede di versare la Tarsu e l'Ici. I parenti: è assurdo. Gli uffici: anche nati del 1800



MILANO - L'esattoria comunale con tono perentorio lo convoca agli uffici del Catasto in via Catone, perché da anni risulta non versare né Tarsu né Ici. Ma l'evasore è morto da trentotto anni. I parenti s'interrogano: un errore? Così non pare, perché l'amministrazione, puntigliosa, si è premurata anche di attribuirgli un codice fiscale che il morto non aveva: L.F., infatti, è scomparso due anni prima dell'introduzione del codice alfanumerico di 16 caratteri, utile per l'identificazione ai fini fiscali dei cittadini. I parenti dell'evasore si rivolgono telefonicamente agli uffici e qui lo stupore per l'eventuale errore diventa ilarità.

«Si sono giustificati sostenendo di aver chiesto le tasse anche a milanesi nati nel 1800». Il compito di chiarire il qui pro quo è stato allora affidato al commercialista di fiducia, che è tornato alla carica: «La persona che cercate è deceduta dal 1971». E gli uffici: «A noi non risulta». Facendo poi seguire l'invito perentorio all'evasore a presentarsi martedì prossimo, 3 marzo, per discutere la questione. Alla presenza di un funzionario comunale e di un responsabile di Equitalia, concessionaria della riscossione tributi, al Servizio Polo Catastale di via Catone 24. «Insistono nel convocare un morto? Bene. Lo attendano — dice il genero del defunto —. Questa vicenda ha del paradossale, per chiarirla era sufficiente una telefonata e una verifica al terminale. Quando ho aperto la lettera indirizzata al suocero che non ho mai conosciuto e oggi avrebbe 83 anni, e che è morto quando mia moglie ne aveva 16, ho veramente pensato a uno scherzo».

Il mancato versamento della tassa per la spazzatura e dell'imposta comunale sugli immobili sarebbe relativo al 2003-2008. Una dirigente del settore Servizi civici azzarda: «Può essersi trattato di un caso di omonimia». Curioso che, però, nell'era della telematica non sia stato possibile «incrociare i dati e verificare che in quell'abitazione, dove fino al 1971 ha abitato mio suocero — spiega il genero —, è rimasta a vivere la figlia che ha sempre regolarmente pagato le tasse, Tarsu inclusa». E se a indurre in errore fosse stata «la situazione catastale, che forse non è stata modificata come chissà quante altre, dopo che mia moglie ha ereditato l'appartamento, a disturbare è il fatto che danno per scontato che sei un evasore ma non spiegano perché».


Paola D'Amico
28 febbraio 2009

La strage dei popoli indigeni non si è mai fermata

Nel 1969 un reportage mise il mondo di fronte alla verità Ma il genocidio continua


In Brasile scomparsa una tribù ogni due anni. Il loro mondo minacciato da allevamenti, strade e dighe
di Alessandra Coppola e Stefano Rodi

“GENOCIDIO”. Un titolo di una sola parola a caratteri cubitali tra le pagine del Sunday Times Magazine svela ai lettori britannici una realtà a lungo nascosta: lo sterminio dei popoli indigeni, avviato nei secoli delle conquiste, non si è mai arrestato.

Il reporter Norman Lewis (che, giovane ufficiale sbarcato in Italia con gli americani durante la Seconda guerra mondiale, già aveva esercitato il suo istinto giornalistico nei resoconti di “Napoli '44”) si immerge nelle carte di un'inchiesta della procura generale brasiliana e ne porta a galla uno scenario da incubo: assassinii di massa, torture, morbi atroci come il vaiolo deliberatamente inoculati, veleni, riduzione in schiavitù, abusi sessuali, furti e soprusi di ogni sorta.

Una “tropical Gomorrah”, scrive in un passaggio Lewis: “La tragedia degli indiani di America si sta ripetendo, ma compressa in un tempo più breve. Dove dieci anni fa c'erano centinaia di indios, ora ce ne sono poche decine”.

ra domenica 23 febbraio 1969, avrebbe potuto essere ieri. A quarant'anni esatti da quell'articolo choc che provocò grande reazione e la nascita una delle maggiori organizzazioni per la difesa dei diritti dei popoli indigeni, Survival, non abbastanza è cambiato.

Francesca Casella, direttrice di Survival International Italia, fa il punto: «Un progresso importante c'è stato: è cambiato l'atteggiamento dell'opinione pubblica. Se negli anni Sessanta l'assimilazione o l'estinzione dei popoli indigeni era data per scontata, un inevitabile sebbene doloroso prezzo da pagare per il cosiddetto progresso, oggi è riconosciuta l'inalienabilità dei diritti dei nativi ma gli ostacoli restano tantissimi: violenze, usurpazione delle terre, presunzione ancora imperante che si tratti di popoli rimasti indietro, primitivi, che hanno bisogno del nostro aiuto per svilupparsi e cambiare stile di vita. Senza essere consultati”.

DALLA SPERANZA ALLO STERMINIO - Le cifre non sfigurerebbero sotto il titolo “Genocidio”: nel secolo scorso in Brasile è scomparsa una tribù ogni due anni, ecc... I casi raccontano ancora di una Gomorra nascosta nel fitto della vegetazione. Gli Enawene Nawe, del Mato Grosso, in Brasile. Al principio una storia di speranza: contattati nel 1974 dai missionari gesuiti, erano 97; protetti e lasciati in condizione di prosperare, oggi sono quasi cinquecento.

Ma rischiano l'estinzione. La vita della tribù che ruota intorno al fiume Yuruena e ai suoi affluenti, per la pesca ma anche per il sostentamento culturale e identitario, rischia di essere soffocata da un progetto di 77 dighe destinate alla produzione di energia elettrica per i grandi coltivatori della zona, primo tra tutti il magnate della soia Blairo Maggi. Che è anche il governatore dello Stato cioè colui che firma il via libera al progetto delle dighe. Senza valutazione di impatto ambientale, è ovvio, e senza consultare gli Enawene Nawe.

TERRE USURPATE - La terra usurpata resta il primo problema. Così a Nord del Brasile, nel Maranhao, gli Awà non possono che arretrare davanti alle ruspe e alle motoseghe. In fuga da decenni sono ormai ridotti a trecento, rifugiati ai margini di quella che un tempo era la loro foresta, minacciati dal contatto violento con i cacciatori di legna, gli operai addetti al disboscamento, il mondo “civilizzato” che avanza portando malattie, depressione, alcol. Una campagna internazionale era riuscita a vincolare finanziamenti della Banca mondiale destinati allo sviluppo alla demarcazione della loro terra: il Brasile ha eseguito, ma poi non impedisce che la riserva sia costantemente invasa.

LA POLITICA Amministrazioni conservatrici o, come nel caso di Lula a Brasilia, progressiste, poco cambia. “A violare i diritti dei popoli indigeni sono i governi di destra come di sinistra – spiega Francesca Casella - dei Paesi ricchi come di quelli in via di sviluppo. L'unica differenza la fa la volontà politica”. A volte c'è, più spesso manca. Le regole in questi anni sono state fissate. Anche l'Onu (il 13 settembre 2007) ha approvato la Dichiarazione sui Diritti dei popoli indigeni. “Leggi molto precise li tutelano – continua la direttrice di Survival -

Il problema è che non sono rispettate: per corruzione, interessi economici, o anche semplicemente inerzia, mancanza di volontà politica, perché la tutela dei nativi è considerata una questione secondaria rispetto ad altre emergenze”. Non è detto (ma si può sperare) che la presidenza progressista di Lugo aiuti gli Ayoreo del Paraguay a salvarsi dall'avanzata del disboscamento.

IN INDIA - Quanto ai Dongria Kondh, ottomila superstiti asserragliati sulle colline di Niyamgiri, Stato indiano dell'Orissa, più che nel governo puntano sul sostegno della popolazione locale, e sulle campagne internazionali. Da mesi sulle loro terre sono al lavoro gli operai di una delle più grandi compagnie minerarie britanniche, la Vedanta, che progetta un'immensa miniera di bauxite. Per fermarli Survival sta cercando di fare pressione sugli azionisti di Vedanta, tra i quali anche le italiane Intesa Sanpaolo e Eurizon Capital SGR (già qualcuno, come il governo norvegese, la Martin Curie e il BP Pension Fund, ha disinvestito).

Sembrano vicende lontane, si scopre che sono anche italiane. Roma, come membro Ue, contribuisce agli aiuti destinati al Botswana (nel 2001 un accordo da 10 milioni di euro) per “salvaguardare le riserve protette”. Il governo dello Stato africano però ha un'idea originale della salvaguardia, in particolare del deserto del Kalahari, terra ancestrale dei Boscimani. Una sentenza dell'Alta corte del Botswana riconosce il diritto degli indigeni di vivere in quell'area, ma l'amministrazione li ha ormai sfrattati – col pretesto di inserirli nella società – e rende impossibile il rientro: cementato l'unico pozzo d'acqua che dava sostentamento all'intera tribù, vietato riaprilo.

Al tempo stesso però è stata autorizzata la perforazione di altri tre pozzi destinati alle attività minerarie, alle strutture turistiche e ad abbeverare gli animali. Una ragione c'è: diamanti. All'inizio offerti (al 50%) alla De Beers, che però dopo la campagna internazionale ha venduto a Gem Diamonds. Spesso sono le riserve, a volte è il bisogno di affermare la sovranità, come nel caso dell'Indonesia nella Papua Occidentale, dove gli indigeni sono vittime di una violenta repressione, induritasi nelle ultime settimane.

LE GUERRE - Altre volte ancora è la guerra. In Colombia, per esempio, dove gli indios sono schiacciati negli scontri tra guerriglia, paramilitari ed esercito. E' di questi giorni l'allarme per l'uccisione ancora da chiarire di 30 indigeni Awa (nessuna parentela con i brasiliani), secondo una delle ricostruzioni uccisi dalle Farc perché sospettati di essere collaborazionisti delle forze armate. Il caso colombiano di recente è diventato una lettere preoccupata di 22 europarlamentari al presidente di Bogotà, Alvaro Uribe.

Le denunce di violenze e minacce non si contano. Terribile la storia di Aida Quilcué, una delle leader del Consiglio indigeno del Cauca: il 16 dicembre scorso a un posto di blocco l'auto sulla quale avrebbe dovuto viaggiare è stata bersagliata di colpi, ucciso suo marito. I soldati che hanno fatto fuoco hanno detto di aver ricevuto l'indicazione che di lì sarebbe passata una pericolosa terrorista.

COLOMBIA - Laura Greco, uno dei fondatori dell'organizzazione italiana A Sud, lavora anche Colombia. In particolare è responsabile di un progetto nel Guaviare con il popolo Nukak, spinti dal conflitto oltre le proprie terre fino alla periferia della capitale dello Stato, San José. «Noi portiamo avanti una campagna permamente sui popoli originari e la difesa dei loro diritti e territori. In Colombia - spiega Laura - in particolare lavoriamo da anni denunciando le azioni ed omissioni criminali del governo e delle autorità locali che permettono o comunque non fanno nulla per impedire il genocidio in atto».

A Sud cerca anche di provvedere a un minima assistenza sanitaria: «Era una popolazione nomade di cacciatori – spiega Laura - Sedentarizzati in maniera forzata, hanno dovuto radicalmente cambiare abitudini e prima tra tutte l'alimentazione. Il che ha provocato nuove malattie: muoiono anche semplicemente di dissenteria. Di loro non si occupa il governo, né l'amministrazione locale che dice di aver bisogno del via libera da Bogotà. Hanno problemi di integrazione, in pochi sanno lo spagnolo, i bambini non vanno a scuola». Ai margini di tutto, in attesa di estinguersi. Non è molto diverso da quello che Lewis chiamava “genocidio”.

Ecco il tesoro della Dc: spariti 120 palazzi per 35 milioni di euro

di Gian Marco Chiocci

sabato 28 febbraio 2009, 09:18

AAA cercasi disperatamente patrimonio immobiliare della Democrazia cristiana. Appartamenti e palazzi, circoli e sezioni di partito, centri studi, terreni, negozi, box, rimesse: in tutto 120 proprietà, gran parte dell’immenso impero fondato sul mattone dai tempi di Alcide De Gasperi, non c’è più. Dissolto. In parte svenduto, dopo mille peripezie, a un imprenditore poi rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta insieme ad altre undici persone, tra presunti complici e prestanomi, collegate alla gestione delle società incaricate di gestire il tesoro dello scudocrociato.

In questi giorni a Roma si sta celebrando il processo che potrebbe fare finalmente luce sul giallo immobiliare scoppiato nel 2002 allorché Pierluigi Castagnetti, segretario del Ppi, scoprì che il patrimonio da destinare alla nascente Margherita non esisteva più. Parallelamente, a Perugia, si sta invece processando per corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio Pierluigi Baccarini, magistrato del tribunale fallimentare capitolino, coinvolto in una serie di presunti fallimenti «pilotati», tra cui proprio quello della «Immobiliare Europa Srl» di Angiolino Zandomeneghi che controllava il patrimonio della vecchia Dc.

E proprio la settimana scorsa la sezione fallimentare del tribunale civile di Roma, al termine di una lunga e complicata battaglia legale, ha confermato la sentenza di fallimento di questa immobiliare «democristiana» con motivazioni aspramente contestate dalla difesa di Zandomeneghi: non si sarebbe, infatti, tenuto conto né del ruolo avuto nel fallimento del magistrato attualmente sotto processo a Perugia né della effettiva sede legale della società che avrebbe dovuto portare al trasferimento del procedimento civile da Roma a Verona.

Le decine di migliaia di atti visionati dal Giornale descrivono un’incredibile sequela di complicità, scaricarabarili e omissioni, politiche e non, che hanno cancellato un gigantesco patrimonio passato di società in società, di mano in mano, finendo intestato a ignari prestanome dispersi in Croazia. L’inizio dell’affaire lo si può collocare al 1994, quando la Dc di Mino Martinazzoli, o quel che ne restava, inizia a sgretolarsi. Nasce così il Ppi.

Di lì a poco, con gli «scissionisti» Pierferdinando Casini e Clemente Mastella, prende corpo anche il Ccd. L’anno successivo Rocco Buttiglione esce e fonda il Cdu mentre Gerardo Bianco si mette alla guida del Ppi-Gonfalone. Quattro anni dopo, non avendo ottenuto quanto pattuito, il Ccd chiede il fallimento delle società «ammiraglie» che detenevano l’intero patrimonio. La magistratura interviene e decide che siano i tesorieri a gestire il tutto. È qui che Angiolino Zandomeneghi, l’uomo intorno a cui ruotano i processi (per la stessa vicenda a Roma è imputato, a Perugia è parte lesa) fiuta l’affare.

E con un gioco di prestigio fatto di prestanomi e trucchi contabili, complicità e misteri societari - ipotizza il pm capitolino Luca Palamara - riesce ad acquistare a due lire quanto era rimasto agli eredi della Dc dopo le prime vendite avvenute negli anni novanta di un patrimonio complessivo costituito da 508 immobili. Zandomeneghi, ovviamente, giura di aver fatto tutto regolarmente e alla luce del sole, trattando inizialmente col segretario amministrativo del Ccd, Emerenzio Barbieri, eppoi con gli altri vecchi tesorieri ex democristiani. «Avevo il placet persino di Castagnetti» ha rivelato l’interessato.

Una settimana prima del congresso di transizione del 26 febbraio 2002, il segretario Castagnetti viene a sapere che i segretari amministrativi del Ppi e del Cdu avevano venduto le quote delle finanziarie «Affidavit» e «Sfae», proprietarie delle immobiliari «Ser» e «Immobiliare» che gestivano l’intero patrimonio Dc. Ai magistrati, Castagnetti spiega di essere rimasto sorpreso allorché un collaboratore gli fece notare che gli ultimi 120 immobili (da destinare alle sezioni della nascente Margherita) erano stati invece ceduti alla «Immobiliare Europa» di un certo Zandomeneghi a un prezzo ridicolo: appena un milione e 557mila euro rispetto a una stima di vendita inizialmente oscillante dai 50 ai 70 miliardi di lire.

In quel momento più di qualcuno sente puzza di bruciato, qualcun altro (il vertice del Ppi) decide di fare causa a Zandomeneghi sostenendo che aveva trattato con chi, a quel tempo, non aveva i poteri per farlo. Su tutti, il tesoriere del Ppi, Romano Baccarini, quindi Alessandro Duce (ex tesoriere Cdu, liquidatore del Ppi che conserva la potestà sugli immobili) e in subordine Gianfranco Rotondi (ultimo segretario amministrativo del Cdu). Nel partito non si capisce chi, su mandato di chi, ha trattato con Zandomeneghi. Lo scaricabarile imperversa quando ci si accorge che un primo accordo con l’«Immobiliare Europa» di Zandomeneghi era già stato sottoscritto nel 2001 per essere perfezionato, da Baccarini e Duce, il 7 febbraio del 2002, due settimane prima il congresso d’addio al Ppi.

Tant’è. Se la frittata sembra fatta, nel partito si cerca comunque di correre ai ripari per recuperare il tesoretto immobiliare. A Castagnetti viene l’idea di chiedere il fallimento dell’«Immobiliare Europa». Ma non è facile. La società sembra solida, tant’è che il suo titolare per chiudere definitivamente la pratica stacca un assegno da un milione 136mila euro.

Che Oliviero Nicodemo (oggi parlamentare del Pd, all’epoca segretario generale del Ppi e rappresentante legale) però non incassa, interessato com’è - per conto del partito - a tornare in possesso degli immobili. Angiolino Zandomeneghi storce il naso. Intima ai segretari amministrativi del Ppi e del Cdu di rispettare gli accordi e di dare seguito ai contenuti di una scrittura privata nella quale si impegnavano, tra l’altro, a svincolare le società vendute da una fideiussione bancaria per 36 milioni di euro.

Come garanzia era stato messo nientemeno che Palazzo Sturzo all’Eur. In risposta i tesorieri dicono di non saperne nulla, ed anzi chiedono di incassare l’assegno precedentemente rifiutato. Angiolino risponde picche, ma sente di avere il fiato sul collo.

Poi, però, nell’agosto 2002 i legali di Castagnetti si materializzano in tribunale chiedendo il fallimento dell’insolvente «Immobiliare Europa». Il motivo? Non ha saldato tutto il dovuto. Ventiquattr’ore dopo il giudice romano Pierluigi Baccarini (oggi sotto processo a Perugia) prende personalmente in carico il procedimento, forte di una precedente causa per fallimento di un’altra società che batteva cassa all’immobiliare di Zandomeneghi. Il giorno successivo invia le notifiche, e in una settimana fissa l’udienza per il 14 agosto alle ore 11.

Zandomeneghi è sorpreso. Si domanda come abbia fatto il giudice Baccarini a sapere della presentazione dell’istanza di fallimento e riflette su quel che un suo collaboratore (che per la Dc gestiva il patrimonio immobiliare fin dai tempi di Citaristi) gli ha raccontato per averlo appreso dall’onorevole Oliviero Nicodemo. «Che in tempi non sospetti aveva millantato un’influenza proprio sul giudice Baccarini».

In questo frangente - e parliamo del processo di Perugia - Zandomeneghi teme un’operazione politico-giudiziaria concordata per scippargli il patrimonio. Così denuncia il giudice Baccarini per tentata estorsione, e contestualmente dà inizio a una girandola di vendite «fittizie» per sfuggire alle iniziative degli eredi della Dc. Prima i beni passano dall’«Immobiliare Europa» a un suo fidato collaboratore. Poi a goderne sarà, per un breve periodo, Marino Corradi, altro prestanome che per qualche tempo diviene addirittura socio unico delle quattro società ammiraglie.

Da qui, infine, il tutto si trasferisce a Silvano Mitrovic, un povero cristo residente in un bugigattolo a Buje, in Istria, e che ne diviene titolare, nel marzo del 2003, dopo che un altro prestanome, Paolo Borgo, anche lui sotto processo, gli aveva ceduto la carica. Le quattro società «proprietarie» dei 120 immobili confluiscono definitivamente nell’«Immobiliare Universo», fondata da Borgo e da Luca Degan, socio e amministratore unico della nuova creatura. La guardia di Finanza rincorre i protagonisti fino in Croazia, i fallimenti colpiscono un’immobiliare dopo l’altra, i due processi procedono su binari paralleli senza incontrarsi mai. La caccia al tesoro, ad oggi, s’è fermata. Il risiko societario si combatte duramente in tribunale. E tra nuovi «imprevisti» e «probabilità» la partita al Monopoli della Dc è destinata a non finire mai.

(ha collaborato Luca Rocca)

Coca cola sponsor fra le calli? Cacciari: "Sì, serve a salvare Venezia"

Il sindaco della città lagunare: “E’ una strategia finanziaria per salvaguardia patrimonio artistico, è una operazione approvata dalla Sovraintendenza. E ci sono altri precedenti"


Venezia, 23 febbraio 2009

Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, interviene sulle polemiche suscitate dall’accordo con Coca Cola per piazzare dei distributori della bibita tra le calle di Venezia. “Sono stupefatto - ha spiegato Cacciari in una nota - delle polemiche che si stanno scatenando sul progetto di partnership tra il Comune di Venezia e una delle pi grandi e prestigiose marche del mondo, la Coca Cola. Tale partnership - ha proseguito il sindaco di Venezia - segue perfettamente il metodo già adottato per altre e altrettanto prestigiose collaborazioni, come con Lancia per il restauro di Palazzo Ducale, con Swatch per la Biblioteca Marciana, con Replay per Ca’ Rezzonico, con Bulgari per la Scala d’Oro, e inoltre con Fassa Bortolo, Msc Crociere, Banca Intesa”.

Il sindaco di Venezia ha poi voluto sottolineare che quanto avviato con Coca Cola è di fatto “una strategia finanziaria oggi indispensabile per la salvaguardia del nostro patrimonio monumentale-artistico, ed esattamente in linea con quanto auspicato dal ministero dei Beni culturali. Ogni operazione - ha puntualizzato Cacciari - approvata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici; i fondi ottenuti vengono usati con la massima trasparenza ai fini di tutela e salvaguardia della città”.

Cacciari, poi, mette in chiaro che la salvaguardia della città lagunare ed i suoi beni architettonici e storici non può essere garantita soltanto “da gratuito mecenatismo semplicemente irrealistica o dettata da pura malafede. Le ‘anime belle’ che protestano contro una simile strategia - ha aggiunto ancora Cacciari - che adottata ormai in tutti i luoghi e tutte le città del mondo, dovrebbero perlomeno avere il buon gusto di indicare qualche alternativa o, meglio ancora, provvedere di tasca propria agli inderogabili bisogni della loro città”.

Il Comune di Venezia, ha poi voluto chiarire il sindaco Massimo Cacciari, proseguirà “con decisione sulla strada così proficuamente intrapresa in questi anni, non solo per gli evidenti benefici economici, ma anche perchè ritengo fermamente che la collaborazione tra pubblico e privato - ha concluso - costituisce l’asse di qualsiasi strategia amministrativa, in tutti i campi, nel prossimo futuro”.

Cassazione, linea dura sugli immigrati: stop ai benefici per i clandestini

Accolto il ricorso della Procura di Ancona


La Suprema Corte imbocca la strada della tolleranza zero contro chi, nonostante l'ordine di espulsione impartito, continua a rimanere in Italia ''senza giustificato motivo'': nessun diritto alle attenuanti generiche anche se incensurato

ultimo aggiornamento: 28 febbraio, ore 13:13

Roma, 28 feb. (Adnkronos) - Tolleranza zero nei confronti dei clandestini recidivi che continuano a rimanere nel territorio nonostante l'ordine di espulsione impartito gia' in precedenza dal questore. La linea dura arriva dalla Cassazione che, a differenza di precedenti pronunce nelle quali aveva mostrato piu' tolleranza nei confronti dei clandestini recidivi sostenendo che non potessero essere riarrestati, ora sottolinea che, chi si intrattiene "senza giustificato motivo" nel nostro Paese, non ha diritto alle attenuanti generiche, nemmeno se e' incensurato. Lo spirito della legge che ha riconvertito il 'decreto sicurezza', infatti, esclude "l'uso indiscriminato di benefici riservati solo a situazioni specifiche" e comunque "piu' ristrette di quelle che precedentemente li autorizzavano".

Ecco perche' la Prima sezione penale (sentenza 8635) ha accolto il ricorso della Procura di Ancona che si era opposta alla concessione delle attenuanti generiche accordate dal Tribunale di Urbino ad un clandestino nigeriano 30enne, Ndubuisi Okey N., nonostante avesse disobbedito per la seconda volta all'ordine del questore di lasciare il territorio. Secondo la Suprema Corte, che ha annullato senza rinvio la decisione del tribunale dello scorso luglio, concedere le attenuanti ad un clandestino sulla base della sua incesuratezza e' contrario a quanto previsto dalla legge 125 entrata in vigore lo scorso 26 luglio.

In effetti, registra piazza Cavour, l'ordine di espulsione al nigeriano era stato impartito dal Questore di Urbino in data 25 giugno 2008 ma un mese dopo il clandestino veniva sorpreso nuovamente a Lunano. Cionostante, il tribunale di Urbino, il 29 luglio 2008, data l'incensuratezza dell'immigrato gli aveva concesso le attenuanti generiche, condannandolo alla pena, sospesa con la condizionale, di 5 mesi e 10 giorni di reclusione. Da qui il ricorso in Cassazione della Procura di Ancona.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso della Procura, evidenziando come la legge di conversione del 'decreto sicurezza' "ha voluto escludere che la sola assenza di precedenti penali possa essere posta a fondamento della concessione delle attenuanti generiche". In effetti, registra ancora la Cassazione, "tutte le diposizioni si pongono l'obiettivo di restituire effettivita' alla sanzione penale impedendo l'uso indiscriminato di benefici che il legislatore ha inteso riservare a situazioni specifiche, piu' ristrette di quelle che precedentemente li autorizzavano". Il clandestino recidivo, dunque, dovra' scontare otto mesi di reclusione "senza attenuanti generiche".

Tariffe in calo: -8% il gas, -3% la luce

di Redazione

sabato 28 febbraio 2009, 16:01


Roma - In arrivo forti risparmi per le bollette di luce e gas: complice il forte calo del prezzo del petrolio, dal primo aprile prossimo, le tariffe dovrebbero registrare un ribasso dell’8,1 per il metano e del 3,1% per l’elettricità. È quanto prevede Nomisma Energia stimando un risparmio complessivo di 104 euro l’anno a famiglia. Se le stime saranno confermate dall’aggiornamento trimestrale - atteso dall’Authority per l’energia entro marzo - per il gas la minor spesa sarà di circa 90 euro l’anno a famiglia mentre per la luce si attesterà a 14,6 euro.

L’ultima parola sull’andamento delle bollette elettriche per il prossimo trimestre aprile-giugno spetta comunque all’Authority per l’energia che, entro fine marzo, dovrà rendere noto l’aggiornamento. Dal primo aprile prossimo e per il secondo trimestre 2009 - spiega all’Ansa Davide Tabarelli, esperto tariffario di Nomisma Energia - le tariffe elettriche sono attese registrare un calo del 3,1%. Una riduzione che, per una famiglia tipo con 225 chilowattora consumati in un mese ed una potenza impegnata di 3 chilowatt, si tradurrebbe - sottolinea - in una minor spesa annua di 14,6 euro su base annua con il costo del chilowattora in calo di 0,5 cent a 16,6 centesimi.

Sul fronte del gas, invece, l’attesa diminuzione è molto più consistente e si aggira sull’ 8,1% per cento. Vale a dire un risparmio del costo del metro cubo che, per la stessa famiglia tipo (con consumi pari a 1.400 metri cubi di metano l’anno) si tradurrebbe, sempre su base annua, in 89,7 euro. Un metro cubo di metano costerà cioè 6,4 centesimi in meno, a 72,9 cent.

La spesa complessiva degli italiani per le bollette della luce e del gas potrebbe così scendere di ben 104,3 euro su base annua rispetto ai livelli attuali, spiega Tabarelli. Il calo si andrebbe ad aggiungere a quello, seppur più limitato, già scattato nel primo trimestre 2009 quando - dopo 5 trimestri di forti aumenti - le tariffe sono tornate a calare, spinte dal ripiegamento delle quotazioni dell’oro nero.

Per quanto riguarda l’elettricità le stime si basano sull’andamento dei prezzi di Borsa e dei costi per l’acquisto del gas, principale fonte per la produzione elettrica, mentre per il metano le previsioni sono elaborate in base agli «automatismi tariffari legati a greggio e prodotti petroliferi». Nel prossimo trimestre le bollette inizieranno così a risentire del calo delle quotazioni internazionali del petrolio negli ultimi mesi: calo che ha visto il prezzo del barile scendere dal picco storico di quasi 150 dollari dell’estate scorsa ai circa 44 dollari attuali.

Greggio, riserve record sulle navi

quotazioni basse

27 febbraio 2009


Il deposito mondiale di greggio sulle super-petroliere continua a salire e oggi tocca il livello di almeno 80 milioni di barili, malgrado i tagli alla produzione decisi dall’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) che avrebbero dovuto risollevare le quotazioni e rendere più convenienti le vendite. I dati sono di Frontline, colosso mondiale nel campo delle petroliere.

Il volume di greggio immagazzinato in mare aperto quest’anno ha continuato a salire, nonostante la serie di accordi presi a settembre con l’Opec preveda che quotidianamente vengano tolti dal mercato mondiale 4,2 milioni di barili di petrolio, come ha detto alla Reuters il direttore generale pro tempore della Frontline Martin Jensen durante un’intervista telefonica dalla Norvegia.

«È il numero più alto che ricordi di aver visto negli ultimi tempi», ha dichiarato Jensen, aggiungendo che le scorte in mare al momento potrebbero essere ai livelli più alti da oltre dieci anni a questa parte.
Le nostre fonti presso l’industria mercantile navale hanno dichiarato che molte grosse compagnie petrolifere e commerciali (comprese alcune provenienti da nazioni Opec come ad esempio il Venezuela) in questo momento stanno immagazzinando più barili in mare di quanti ne abbiano trattenuti a gennaio, quando l’Opec ha applicato i suoi tagli più recenti.

La recessione economica ha fatto calare la domanda di petrolio e ha spinto lo stoccaggio del greggio ai suoi limiti operativi in centri come Cushing in Oklahoma, il deposito commerciale di petrolio più grande al mondo, che la settimana scorsa conteneva 34,9 milioni di barili.

La situazione attuale ha spinto le compagnie a immagazzinare più greggio possibile su enormi petroliere, le Very Large Crude Carriers (Vlcc), che hanno una capienza di due milioni di barili. Almeno 45 Vlcc sono in questo momento coinvolte nello stoccaggio del greggio o sono state opzionate per un futuro utilizzo, pronte a essere chiamate in causa una volta che i carichi di greggio raggiungono la propria destinazione, secondo quanto detto da fonti interne all’industria mercantile navale. Secondo alcuni, il totale di barili in deposito sarebbe pari a 70 milioni; inoltre il numero delle petroliere coinvolte nello stoccaggio del greggio potrebbe essere salito di un terzo rispetto alla fine del 2008.

I tagli dell’Opec e la prospettiva di un pacchetto di incentivi statunitense che potrebbe favorire una risalita della domanda di petrolio hanno contribuito a creare un mercato di riporto, condizione in cui i contratti stipulati per consegne di greggio da realizzarsi in futuro sono più redditizi rispetto a quelli che riguardano le consegne immediate. Per ottenere profitto dal riporto, gli operatori acquistano greggio a prezzi scontati, lo immagazzinano e nel frattempo vendono barili da consegnare nei mesi a venire. Da gennaio, i barili in pronta consegna sono stati venduti fino al 25% in meno rispetto ai barili destinati a una consegna futura. Lunedì scorso a Cushing i barili in consegna ad aprile venivano venduti a 39,90 dollari l’uno, mentre quelli in consegna a dicembre costavano 48,70 dollari.

«I margini di profitto sono un po’ calati, ma il deposito è ancora una buona opzione»; ha dichiarato Jensen. Chi investe nello stoccaggio del greggio è sempre pronto a vendere ogni volta che il prezzo in pronta consegna si alza, e perciò l’abbondanza di petrolio in deposito potrebbe complicare le speranze dell’Opec di far alzare rapidamente i prezzi, in netto calo dopo aver toccato il record di 147 dollari al barile nel luglio scorso. «In mare ci sono molte petroliere piene di greggio, perciò se improvvisamente venisse deciso che è giunto il tempo di vendere i prezzi potrebbero abbassarsi in modo notevole» ha detto John Kulukundis, direttore di ricerca per il broker petrolifero Charles R Weber di New York.

Secondo le fonti dell’industria mercantile navale e secondo i dati in possesso di Reuters la Shell ha molte Vlcc piene di greggio al largo della costa nord-est britannica, mentre sulla Costa del Golfo degli Stati Uniti la Koch Supply and Trading, con sede in Kansas, ha operato una grossa operazione di deposito. Anche i membri dell’Opec sono coinvolti: la venezuelana Pdvsa ha noleggiato una Vlcc per lo stoccaggio del petrolio, mentre l’Iran ha spesso impiegato petroliere a tale scopo.

Almeno otto Vlcc, presumibilmente colme di petrolio, sono state avvistate nelle acque vicino a Galveston, in Texas. Alcuni operatori stimano che i numeri reali siano ancora più alti, ritenendo che ci siano più di trenta Vlcc che galleggiano fra la Costa del Golfo degli Stati Uniti e i Caraibi: difatti venerdì sono state localizzate ben 26 petroliere nelle acque vicino a Galveston, come dichiarato dalle autorità predisposte al monitoraggio del traffico navale, nonostante non sia chiaro quante di esse fossero Vlcc. A causa delle loro dimensioni, per il trasporto a riva le Vlcc devono scaricare il greggio in petroliere più piccole.

Reuters (traduzione di Carlo Abbona)

Rihanna perdona Chris e ritorna da lui

Dopo le botte nella notte dei Grammy

Lo riferisce il settimanale People. Dopo le scuse e un bracciale di diamanti, vivono di nuovo insieme a Miami



MILANO - Si sono riconciliati: la cantante Rihanna, che tanto ha fatto parlare di sé in questi giorni, ha perdonato il fidanzato-cantante Chris Brown dopo la violenta aggressione. I due stanno nuovamente «insieme», secondo quanto riferisce il settimanale Peoplee vivono già sotto lo stesso tetto in una delle residenze dell'amico in comune, il rapper Sean «Diddy» Combs, sulle spiagge di Miami.

La coppia si sarebbe insomma riunita, appena tre settimane dopo «l'incidente» avvenuto la sera della cerimonia dei Grammy. «Stanno insieme e si prendono cura l'uno dell'altra», ha detto il solito ben informato al magazine americano. Già in occasione del 21esimo compleanno della cantante di Umbrella, la settimana scorsa, Brown avrebbe inviato alla fidanzata un bracciale di diamanti accompagnato da una telefonata strappalacrime di scuse e di auguri, riferivano alcuni giornali newyorkesi.

Rihanna, in questi giorni, è stata paparazzata ai bordi di una piscina in una villa privata a Pinta Mita, in Messico. Più in forma che mai. Lontani quindi i brutti ricordi documentati in quella foto scabrosa della polizia, di Rihanna tumefatta che ha fatto il giro del web. La star dell'R&B indossava un bikini e non mostrava segni visibili delle lesioni che ha detto di aver riportato durante il furibondo litigio avvenuto nell'auto di Brown in un parcheggio di Los Angeles l'8 febbraio, e che la polizia ha descritto come «orribili». Il cantante è accusato di minacce. Si è costituito la sera del fattaccio, ma è stato rilasciato dopo aver pagato una cauzione di 50 mila dollari (39 mila euro). Per il 5 marzo il 19enne rapper è chiamato a comparire davanti a un giudice.

Elmar Burchia
28 febbraio 2009