lunedì 2 marzo 2009

E' pace fatta con la Libia, Gheddafi: «Accettiamo le scuse porte dall'Italia»

il parlamento di tripoli approva il trattato di amicizia e cooperazione con roma

Il colonnello vede Berlusconi e invita i libici a tendere la mano ai loro amici italiani


TRIPOLI (LIBIA) - «Accettiamo le scuse porte dall'Italia» per l'occupazione colonialista, «e prego tutti i libici di vincere i propri risentimenti e tendere la mano ai loro amici italiani in un rapporto paritario di rispetto reciproco». Sono state queste le parole pronunciate a Sirte davanti al Congresso generale del popolo libico dal colonnello Muammar Gheddafi in occasione del via libera definitivo da parte del Parlamento libico al «Trattato di amicizia e cooperazione» fra Roma e Tripoli lo scorso 30 agosto.

LE SCUSE DI BERLUSCONI - Prima di Gheddafi era infatti intervenuto il premier Silvio Berlusconi rinnovando le scuse dell'Italia per l'occupazione colonialista del passato. Il colonnello ha affermato di aver apprezzato molto l'intervento di Berlusconi, soprattutto laddove il presidente del Consiglio ha espresso la sua forte condanna del fallito progetto colonialista. «Giriamo questa pagina nera - ha concluso Gheddafi - e cominciamo una nuova era».

02 marzo 2009

Ore 14,44: sfiorati dall'asteroide

IL SUO IMPATTO AVREBBE IL POTERE DISTRUTTIVO DI 2MILA BOMBE ATOMICHE

Passaggio ravvicinato alla Terra di un corpo celeste di 40 metri di diametro


ROMA - E’ solo un macigno cosmico di una quarantina di metri di diametro, un mini-asteroide, ma nei giorni scorsi ha tenuto col fiato sospeso gli addetti alle varie reti di monitoraggio dei corpi minori del sistema solare, impegnati a calcolare orbite e a valutare i potenziali pericoli di questi oggetti. Alla fine si è raggiunta la certezza che 2009 DD45 -questa la sua sigla- avrebbe sfiorato la Terra lunedì 2 marzo alle ore 13,44 di tempo universale (14,44 ora europea), passandoci ad appena 72 mila chilometri, circa il doppio della distanza in cui vengono posti i satelliti geostazionari, per fortuna senza alcun rischio di caderci addosso.

DUEMILA ATOMICHE - Solo un brivido, al pensiero di essere sfiorati da un corpo celeste che, per dimensioni, è paragonabile a quello che si è abbatté il 30 giugno 1908 nella regione di Tunguska, in Siberia, scatenando un’esplosione equivalente a mille bombe atomiche come quella di Hiroshima e distruggendo oltre duemila chilometri quadrati di foresta. Insomma, piccolo sì, ma potenzialmente distruttivo.

TRAIETTORIA - Più i telescopi e gli strumenti di monitoraggio dei fenomeni celesti diventano sensibili e perfezionati, più cresce la consapevolezza che la Terra è un facile bersaglio per questo tipo di corpi, molti dei quali, in passato, devono essere caduti in mare o in zone disabitate, senza che fosse lanciato alcun tipo di allarme. Ora, grazie anche ai nuovi sensori automatici digitali, molti piccolissimi asteroidi che transitano sullo sfondo del cielo stellato, vengono immediatamente segnalati e, dopo una serie di osservazioni, è possibile calcolarne le traiettorie, con una precisione tale da stabilire la loro innocuità ovvero le probabilità di impatto con la Terra.

Secondo le ultime valutazioni, il punto di maggiore avvicinamento dell’asteroide al nostro pianeta si trova sul Pacifico, poco a Ovest rispetto all’isola di Tahiti. L’asteroide 2009 DD45 è stato fotografato il 27 febbraio scorso come una debolissima stellina di 19 grandezza, mentre transitava fra le stelle. Ora, in coincidenza col suo massimo avvicinamento, la sua grandezza stellare è salita fino a 13, diventando accessibile anche ai piccoli telescopi.

Così, dall’Australia fino alla Polinesia, cioè nei luoghi più favorevoli all’avvistamento del passaggio radente, è tutto un rimbalzare di messaggi via Internet fra gli appassionati di astronomia per osservare l’evento. Quanto agli altri recenti passaggi ravvicinati di asteroidi, per quanto se ne sappia, il record è detenuto da un altro frammento, chiamato 2004 FU162, che il 31 marzo del 2004 è passato ad appena 6.500 km dalla Terra: un vero miracolo che non ci sia finito addosso.

Franco Foresta Martin
02 marzo 2009

Franceschini usa la Rai per il comizio

lunedì 02 marzo 2009, 11:00

di Marco Zucchetti


Visti insieme, sono come un inverno a Bordighera. Straordinariamente mite, senza imprevisti, con il rischio di essere inguaribilmente noioso. Fabio Fazio, il conduttore gentile con un debole per gli ospiti progressisti e Dario Franceschini, il segretario perbene che miscela con sapienza democristiana volto da travet e indole da scaltro politicante: due boy scout, come li definisce Luciana Littizzetto. Stessi sorrisi eternamente accennati, stessa scriminatura mai fuori posto. Non potevano che ritrovarsi nel salottino perfettino di Che tempo che fa per celebrare degnamente e garbatamente l’ascensione del Franceschini allo scranno del Pd.

Insomma, il neo-leader sceglie quello che il centrodestra ormai definisce polemicamente «l’ufficio stampa» televisivo del Pd per la sua prima uscita pubblica. Anche se - visto il clima di reverenza reciproca - forse è il caso di definirla visita di cortesia. Stesso palco dal quale parlò Veltroni (prego facciansi scongiuri, vista la fine politica a cui è andato incontro), ammonendo in tv che «l’opposizione non si fa in tv». E infatti ecco il suo successore precipitarsi su Raitre per il comizio inaugurale. Talis pater.

Nonostante non sia animale catodico, è un Franceschini rilassato quello che siede da Fazio. Cravatta rossa come un Fassino, mani giunte in grembo come un «seminarista a un incontro di wrestling», gambe accavallate come un professore di illuminotecnica in cattedra. Subito motteggia giocondo: «Sono segretario da otto giorni ed è già un record, mi sembrano due anni». È il Franceschini-che-piace-a-mamme-e-bambini: quello acqua, sapone e melassa che dopo la registrazione incontra pure il premio Nobel e banchiere dei poveri Mohammed Yunus.

Ma basta un attimo e a Dario monta l’acredine. Così del garbo non resta che il trucco disfatto: «Io so che dopo di me verranno altri leader del Pd. Solo Berlusconi pensa che dopo di lui ci sia il diluvio, il nulla». Applausone. Eccolo là, quello che «l’anti-berlusconismo non so cosa sia». Il sorriso si stringe, e parte anche un bell’appello elettorale: «Chiederò agli italiani di non scegliere la strada dell’astensionismo, di non fare un regalo alla destra e di rafforzare il Pd».

E qui pure Fazio tira il freno: «Vabbé, questo se lo augura lei. Anzi, se il premier volesse intervenire per replicare...». Ma dato che il premier non c’è, Darietto tira dritto: «Bisogna evitare che Berlusconi esca dalle Europee come vincitore. Perché dopo sarebbero preoccupazioni per tutti». Così, giusto per evocare lo scenario dittatoriale di ordinanza: «Loro vogliono toccare la parte che riguarda i valori fondativi, che non si toccano».

Nel frattempo, tra uno sbadiglio (educato) e l’altro, tra un «dialogo» e una «esigensssa» alla ferrarese, di preoccupazioni ne ha pure lui: «Ho un compito di servizio, dobbiamo salvare il Pd», dice enfatico. Ma il Soldato Pd non se la passa benissimo, nonostante il salvatore predestinato assicuri che «non ci saranno più diversità di vedute tra gruppi dirigenti». Il Pd resta in crisi. La ricetta per rianimarlo? «Confermare il risultato elettorale alle Europee e arrivare al congresso senza litigiosità: se riuscissi, avrei fatto quello che si può sognare nella vita».

Perché Franceschini è così, dimesso, umile, distinto. Fa niente se si è tuffato bramoso sullo scettro veltroniano che nemmeno Sauron con l’Anello. Fa niente se in realtà nella vita sogna ben altro di un semplice incarico da traghettatore-barcarolo. No, lui «non si vede leader» e il suo lavoro «finisce a ottobre». E qui arriva il Faziosetto a sostenerlo: «Ho l’impressione che l’incarico a termine sarà la sua forza, non una debolezza». E ancora: «Segretario, credo che lei non sbagli quando dice che mancano 96 giorni al voto». Un filo untuoso, un filo prono, a coccolarsi quel Dario tanto gracilino che lamenta: «Nel Pd al capitano si danno calci nelle caviglie».

Il resto è una bucolica scampagnata tra i temi bollenti di un partito in piena guerra civile. Ci sono macerie ovunque, ma Fazio e Franceschini stendono la tovaglia per il picnic. Si parte dalla questione etica. Domanda: «Non è che il Pd è diviso?». Risposta: «Roba noiosa e politologica», troveremo «una posizione prevalente». Vabbé, se lo dice lui. Ma la lampada del genio di Ferrara consente un altro desiderio, l’assegno a tutti i disoccupati: «Basta tagliare gli sprechi e l’evasione fiscale del 10 per cento. Non vogliamo dare soldi a tutti». Applausonissimo. In barba a chi gli ricorda che gli ammortizzatori sociali già sono previsti.

Eh già, ma mica hanno sopra il suo marchio! Perché Franceschini è irresistibile, vola di soluzione in «idea geniale» (Fazio dixit). Corretto, limpido ed efficiente. Senza mai rinunciare all’appretto di un ma-anchismo meno piacione e più astuto di quello di Uòlter. La sua agiografia ufficiale è in fase di composizione, ma già comincia a fare i primi miracoli a prova di Auditel. Non male, come inizio. Certo, magari con un contraddittorio un po’ più scomodo, la sua maschera inamidata da redentore democrat sarebbe uscita più sgualcita ma più reale. Va comunque bene così. Per allenarsi si giocano le partitelle in casa, quelle senza arbitro e col pubblico che applaude soltanto. Qualcuno gli spiegherà che i campionati non si vincono giocando solo in casa.

Unabomber, archiviata la posizione di Elvo Zornitta. «Nessuna prova»

L'ingegnere: «Finalmente respiro a pieni polmoni come un uomo libero»

Accolta la richiesta della Procura: «Mancano elementi sufficienti per sostenere l'accusa»


TRIESTE - «Mancano elementi per sostenere l'accusa». Per questo motivo, il gip di Trieste, Enzo Truncellitto, ha disposto l'archiviazione del procedimento contro l'ingegnere Elvo Zornitta, unico indagato per gli attentati attribuiti a Unabomber. La richiesta di archiviazione era stata presentata lo scorso 30 dicembre dal sostituto Procuratore della Repubblica di Trieste, Federico Frezza. Si chiude così, con una sconfitta per la giustizia, la ricerca del folle bombarolo che da almeno 14 anni terrorizza il Nordest, disseminando le sue trappole esplosive.

«UN UOMO LIBERO» - «Finalmente respiro a pieni polmoni come un uomo libero - è il primo commento di Zornitta all'Apcom -. È un gradissimo sollievo. Anzi, è una benedizione: con tutti i problemi che ci sono in questo momento, almeno uno lo abbiamo risolto». «Questa vicenda è durata veramente troppo - rivela l'ingegnere - ricordo che solo due anni fa si diceva che c'erano ben altre prove e adesso invece siamo alla fine di un calvario». Ma come ha fatto in tutti questi anni a mantenere la calma nonostante fosse l'unico sospettato? «Sono una persona molto nervosa, in realtà, anche se dal di fuori posso sembrare calmo. E sono anche un pessimista. È stato difficile mantenere la calma, ma l'ho dovuto fare per la mia famiglia che doveva trovare un riferimento e che non c'entrava nulla in questa vicenda».

IPOTESI DI REATO - Zornitta era indagato per le ipotesi di reato di lesioni personali gravissime e utilizzo di materiale esplosivo e si era trovato al centro di una complicata vicenda giudiziaria nella quale è indagato il perito balistico Ezio Zernar, in servizio nel Laboratorio Indagini Criminalistiche della Procura di Venezia. Nel processo in corso davanti al Tribunale di Venezia, Zernar è accusato di aver manipolato il lamierino trovato in un ordigno inesploso, attribuito a Unabomber, al fine di costruire una prova contro Zornitta. Sull'ingegnere friulano, Polizia e Carabinieri indagano da circa sei anni. Tre anni fa Zornitta aveva ricevuto un avviso di garanzia e circa due anni fa era comparso davanti al gip di Trieste nell'incidente probatorio che doveva accertare se un paio di forbici sequestrate in un suo capanno fossero le stesse che avevano tagliato il lamierino trovato nell'ordigno inesploso. Proprio durante l'incidente probatorio emerse l'ipotesi che il lamierino fosse stato manomesso da Zernar.

LE TAPPE - Su Unabomber hanno indagato quattro Procure, decine di investigatori, una ventina di magistrati. La prima esplosione risale al 21 agosto 1994, alla Sagra degli Osei, a Sacile (Pordenone). Gli attentati sono proseguiti per un paio d'anni con la stessa tecnica (un tubo metallico esplosivo), poi hanno subito uno 'stop' di circa quattro anni, dal 1996 al 2000, quando il bombarolo è passato a una confezione di uova, prima, un tubetto di pomodoro, poi, e uno di maionese acquistati in un supermercato di Portogruaro (Venezia), fino a un cero votivo nel cimitero di Motta di Livenza (Treviso). A Natale 2003 un ordigno è scoppiato nel Duomo di Cordenons (Pordenone).

È a questo punto che viene costituito un nucleo specializzato di investigatori, il 'pool' interforze, che comincia a controllare centinaia di persone, cui segue un'intesa tra le Procure generali di Venezia e Trieste, che riuniscono i vari fascicoli d'indagine sparsi nel Nordest sotto l'ipotesi dell'aggravante terroristica, e le mettono in capo alle Procure distrettuali di Venezia e Trieste. In questo periodo Elvo Zornitta, ingegnere di Azzano Decimo (Pordenone), sposato, una figlia, viene indagato per gli attentati.

Da allora si susseguono altri episodi, tra cui lo scoppio in uno sciacquone di un bagno del Palazzo di Giustizia di Pordenone, l'esplosione di un evidenziatore giallo nelle mani di una bimba di nove anni sul greto del Piave e un accendino inesploso, avvolto in nastro adesivo nero, il 2 aprile 2004 dentro un inginocchiatoio nella chiesa di Sant'Agnese, a Portogruaro (Venezia). È proprio per questo episodio - che non è l'ultimo della serie - che nell'agosto 2006 il nome di Elvo Zornitta diventa pubblico.

02 marzo 2009

Quote latte, traditi dallo Stato" Marcia di trattori su Arcore e Gemonio

PRODUTTORI IN RIVOLTA

Non piace a molti allevatori il decreto che regolamenta l'annoso problema delle quote latte, e stamattina è partita la protesta davanti alle residenze di Berlusconi e Bossi

Villasanta (Milano), 2 marzo 2009


Le prime decine di trattori provenienti dalle province lombarde e anche dal Piemonte sono entrate poco dopo le 10 nel piazzale di fronte al centro commerciale di Villasanta, a poca distanza dall’abitazione del presidente del Consiglio ad Arcore, per la manifestazione organizzata da Confagricoltura e Cia contro il decreto del ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, sulla distribuzione delle quote latte.

Altre centinaia di trattori, più di mille secondo i manifestanti, sono in arrivo dopo essere partiti all’alba dalle province di Cremona, Brescia, Bergamo, Mantova, Milano e Lodi. I manifestanti di Varese, Como, Sondrio e Lecco hanno invece fatto rotta su Gemonio, in provincia di Varese, dove risiede il ministro delle Riforme, Umberto Bossi.

All’arrivo dei primi trattori i manifestanti hanno esposto striscioni con le scritte “traditi dallo Stato”, “onesto non paga” e “allevatori padani contro Zaia”. Tra i manifestanti ci sono anche il segretario del Pd per la Lombardia, Maurizio Martina e il presidente della Provincia di Cremona, Giuseppe Torchio.

Una delegazione di manifestanti, intorno alle 11, si muoverà in direzione di Villa San Martino ad Arcore. E’ previsto anche un comizio di chiusura, a Villasanta, nel quale parleranno il presidente di Confagricoltura Federico Vecchioni e i presidenti di Confagricoltura e Cia di Lombardia Franco Bettoni e Mario Lanzi.


Tre sono le principali richieste di modifica al decreto promosse dai manifestanti: la rinuncia preliminare al contenzioso da parte degli allevatori beneficiati dal decreto Zaia, la distribuzione delle nuove quote latte non solo ai cosiddetti “grandi splafonatori” e la creazione di un fondo di solidarietà per gli allevatori che in questi anni si sono indebitati per l’acquisto di nuove quote dal valore di almeno 500 milioni di euro.

Chavez: "Basta importare cellulari C'è il 'vergatario' low cost a 18 euro"

PROTEZIONISMO ALLA VENEZUELANA


Il presidente annuncia che il nuovo modello (tradotto si potrebbe chiamare l''ottimo') sarà in commercio a partire dalla festa della mamma e verrà distribuito gratuitamente nei quartieri più poveri

Roma, 2 marzo 2009


Perché spendere milioni di dollari per importare cellulari quando è possibile fabbricare in casa un modello a basso costo? La domanda se l’è posta il presidente venezuelano Hugo Chavez e la riposta - grazie a una joint venture con la Cina - è il “Vergatario” (ovvero, in spagnolo venezuelano, l’”ottimo”), versione bolivariana dell’orientale Zte 366 in vendita a soli 18 euro a partire dal 24 maggio prossimo, festa della Mamma.

Come riporta il quotidiano La Stampa, Caracas importa ogni anno 7 milioni di cellulari: d’ora in poi però - complice anche un patriottico protezionismo - sarà molto più semplice ottenere il nuovo modello, le cui qualità sono state magnificate dallo stesso Chavez nel suo programma televisivo e che verrà distribuito gratuitamente nei quartieri più poveri.

La Vetelca, l’azienda costruttrice
, prevede di fabbricarne a regime un milione l’anno, destinati anche all’esportazione nei paesi amici: Bolivia, Nicaragua e Cuba.

Pelè: miliardario, ma con la pensione

e sui giornali si vanta: pago il cinema la metà e viaggio gratis sui trasporti pubblici

Possiede un patrimonio da sogno: ma ha chiesto e ottenuto 1000 euro al mese come ex calciatore


RIO DE JANEIRO (BRASILE) - Certo alla sua epoca non si guadagnava come oggi. Ma essere stato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, secondo o alla pari con Diego Maradona, gli ha permesso di mettere da parte anche negli anni '60 e '70 un discreto gruzzoletto. Incrementato grazie agli investimenti oculati e alla pubblicità. Tanto da fargli dire che ha un patrimonio che, se «ben gestito», risparmierà ai suoi nipoti il «bisogno di lavorare».

Ma dall’anno scorso, Edson Arantes Do Nascimiento, in arte Pelè, si è registrato presso la previdenza brasiliana come ex atleta professionista e da ottobre riceve una pensione mensile di «quasi 3.000 reais», ovvero poco meno di 1.000 euro. «Pago la metà al cinema e non pago il trasporto pubblico», ha detto l’ex fuoriclasse del Santos e della nazionale brasiliana in un intervista al magazine «Veja».

GUADAGNI - «Ma non sono diventato ricco con il calcio, come fanno i giocatori di oggi. Ho guadagnato grazie alle palestre e alla pubblicità, quando ho smesso di giocare. Ho fatto molta pubblicità», ha precisato Pelè, «ma mai per bevande alcoliche, politica, religione o tabacco. In occasione dei Mondiali del 1994 l’azienda del whiskey Johnnie Walker era disposta a pagare qualsiasi cifra per stampare la mia immagine sull’etichetta delle bottiglie di Black Label, ma io non accettai». Pelè ha inoltre affermato di avere ridotto l’agenda di lavoro a partire dal 2008, l’anno in cui ha deciso di avvicinarsi alla vita del pensionato: «Prima passavo solamente due mesi l’anno in Brasile - ha detto ancora - ma voglio cambiare questo stile di vita per dedicarmi ai miei figli, al mio sito e al Litoral, la mia squadra di ragazzi a Santos. Dopo i Mondiali del 2014 voglio diventare un pensionato a tutti gli effetti, perché per diritto già lo sono».

02 marzo 2009

Non riesco a portare la mia neonata in Italia»

ODISSEA NELLA BUROCRAZIA PER UN PAPA' DI VILLANTERIO

Il papà di Villanterio travolto dalla burocrazia, moglie e figlia sono in Russia


di Fabrizio Merli


VILLANTERIO


Sua figlia è nata cinque mesi fa, ma lui non l’ha ancora potuta abbracciare. Li separano quasi 7.000 chilometri e, soprattutto, un oceano di burocrazia. E così Luca Astori, 36 anni, esperto in sicurezza informatica di Villanterio sta combattendo la sua personalissima battaglia per rivedere la moglie russa e potere finalmente stringere Francheska, nata il 27 settembre 2008 e tutt’ora bloccata, insieme alla madre, a Omsk, nella Siberia sud occidentale.

La colpa è della struttura diplomatica italiana, che in cinque mesi ha fornito risposte parziali, a volte inesatte e sovente contraddittorie. La storia prende avvìo nella tarda estate del 2008. La moglie Angela sta per partorire, ma le viene uno scrupolo. Teme che, sotto stress, la sua conoscenza della lingua italiana possa tradirla, magari impedirle di comprendere le indicazioni dei medici. Così sceglie di tornate nella città natale, Omsk appunto, per dare alla luce Francheska in piena serenità. Il parto va bene, il resto no.
 

All’atto della nascita, nell’ospedale di Omsk, alla piccola viene dato il cognome materno, ma non quello del padre che, in quell’istante, non è presente. Poco dopo, Luca Astori contatta le autorità diplomatiche italiane. «All’ufficio affari sociali del consolato italiano in Russia - racconta l’uomo - ci dicono che è possibile riconoscere mia figlia presso il consolato. Devo presentarmi a Mosca e dichiarare che la neonata è figlia mia; verrà registrata sul mio passaporto e potremo tornare in Italia».

Così Astori fa tutti i documenti richiesti e verso l’inizio di dicembre è pronto a partire. Ed ecco il primo ostacolo. «Salta fuori che sul certificato di nascita della bimba non c’è il mio nome a una funzionaria dice che devo sposarmi anche in Russia, e solo dopo potrò riconoscere la bambina». Una pratica che richiede almeno un mese, anche se realisticamente ce ne potrebbero volere anche due o tre. La strada, quindi, non è percorribile.

Dopo innumerevoli telefonate, un altro funzionario indica ai coniugi la possibilità di fare un visto di ricongiungimento familiare per cittadini dell’U nione Europea. «Mia moglie - prosegue Astori - chiama il consolato, ma viene costretta a passare attraverso un call center privato. L’o peratrice elenca i documenti necessari, e dice che dal momento della consegna possono passare da 3 a 90 giorno per il rilascio del visto». Anche questa strada si rivela impercorribile: tra Omsk e Mosca ci sono 4.200 chilometri, e affrontare un viaggio simile, senza realistiche previsioni sui tempi, con una bambina di poche settimane non è fattibile.

Altre telefonate, altro funzionario, altro consiglio. «Ci dicono che per semplicità dovremmo chiedere un visto turistico e poi riconoscere la bambina una volta arrivati in Italia. Scarico due moduli dal sito del ministero degli Esteri. Uno richiede una fidejussione bancaria come garanzia della persona invitata, l’a ltro, cioè la richiesta di visto Schengen, dice che non occorre indicare nè i mezzi di sussistenza del cittadino invitato nè la disponibilità economica del suo parente».

Di fronte alla contraddizione, Luca Astori telefona all’ufficio relazioni con il pubblico della Farnesina, per avere notizie. «Un dipendente del ministero mi aggredisce dicendo che non posso permettermi di dire che sul sito vi sia documentazione non idonea. Dice che la legge non ammette ignoranza, ma quando gli chiedo cosa fare replica che non sono problemi che riguardano le leggi italiane».

Alla fine, l’esperto informatico trova finalmente un funzionario dell’ufficio consolare che prende a cuore il suo caso. E indica la possibilità di rilasciare un visto con famigliare al seguito. In pratica il riconoscimento in consolato che era stato ipotizzato all’inizio dell’odissea. Ora Angela e Francheska dovrebbero tornare in Italia. Seppure con l’ultima beffa: certificare che la bambina non è stata riconosciuta dal padre, come scritto sul certificato di nascita. Quindi, certificare un certificato.


(02 marzo 2009)

Anche la Camera 'sbarca' su YouTube Fini: "E' una sfida per la trasparenza"

Da stamattina sarà online il canale della Camera dei deputati sulla piattaforma di Youtube all’indirizzo www.youtube.com/cameradeideputati ". 



Il presidente: "Sarebbe bello se tutti i ragazzi cercassero di capire le Istituzioni prima di giudicarle"

Roma, 2 marzo 2009


"Trasparenza e volontà di far conoscere il Palazzo ai cittadini. Con questo spirito, dalla stamattina sarà online il canale della Camera dei deputati sulla piattaforma di Youtube all’indirizzo www.youtube.com/cameradeideputati ". Si legge in una nota dell’ufficio stampa della Camera.
"Nel sito -spiega la nota - sarà possibile scoprire Palazzo Montecitorio e la sua storia, essere informati sulla vita parlamentare, sui lavori in Assemblea e in Commissione. I navigatori potranno ripercorrere anche le vicende della Camera attraverso i suoi più illustri protagonisti, visitare le sale del Palazzo, soffermarsi su una mostra, curiosare dietro le quinte".

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel messaggio di benvenuto ha sottolineato che "la decisione di far sbarcare la Camera dei deputati su Youtube è per noi una sfida, una scommessa all’insegna della trasparenza e all’insegna della volontà di farci conoscere. Sarebbe bello se tutti i ragazzi cercassero di capire le Istituzioni prima di giudicarle. Anche questa è la nostra sfida".

Gentilini: "Al velo dico sì, ma niente nozze miste"

lunedì 02 marzo 2009, 09:44

di Marino Smiderle


Treviso - Qualcuno ha pensato che il buonismo fosse riuscito a sforacchiare la sua stella da sceriffo e avesse fatto breccia in quella dura corteccia razza Piave. La reazione del prosindaco Giancarlo Gentilini alla notizia di un’impiegata di origini marocchine che lavora alle poste di Treviso con il capo coperto da un foulard nero, l’hijab, è stata infatti tranquilla, fatalista, relativista. Buonista, appunto.
 
È vero, sindaco, che non ha avuto nulla da ridire di fronte all’impiegata con il foulard in testa?
«Verissimo».

In molti sono rimasti sorpresi. È diventato buonista anche lei? «Ma non diciamo fregnacce. Io il buonismo fasullo e nefasto lo combatto tutti i giorni. Non li sopporto quelli che continuano a ciarlare sull’integrazione, sul razzismo, sugli immigrati senza mai essere stati per strada e senza capire quali sono davvero i problemi della nostra gente».

Ah, volevo ben dire. Però la storia dell’impiegata postale come la spieghiamo?
«Ma lo sa che mia nonna metteva il fazzoletto in testa la mattina e se lo toglieva la sera prima di andare a dormire? Non vedo nulla di male in una donna che se lo mette anche oggi. Rievoca le nostre tradizioni più antiche».

Ma non aveva dato ordine ai suoi vigili di intervenire e reprimere qualsiasi atto del genere?
«Qua tutti si divertono a dipingermi come un razzista feroce senza capire che quel provvedimento era legato a questioni di ordine pubblico e si riferiva espressamente a quelle donne che sono costrette a portare il burqa dai propri uomini. L’impiegata non aveva il burqa e il suo viso solare era ben visibile. Nessun problema, quindi».

E dei matrimoni misti cosa dice? Un’inchiesta del «Giornale» ha dimostrato che hanno altissime probabilità di naufragare.
«Non c’era bisogno di un’inchiesta. Lo dico sempre alle trevigiane che incontro: “Mi raccomando, continuate a fare figli razza Piave”. Del resto, il detto dei nostri anziani, “moglie e buoi dei paesi tuoi”, certo. E poi, lo sappiamo tutti che il problema di questi matrimoni è essenzialmente di tipo religioso».

Uomini islamici e donne italiane, non può funzionare?
«No, non può funzionare. Questi qui hanno una concezione della donna inaccettabile. La ritengono una schiava e pretendono che rimanga reclusa. All’inizio l’amore mette questo aspetto in secondo piano, poi arrivano i figli, l’educazione e salta per aria tutto. Su questo la Chiesa cattolica non fa quel che dovrebbe».

E che cosa dovrebbe fare?
«Ma insomma, c’è qualche prete che ha perfino organizzato una sorta di moschea per favorire la cosiddetta integrazione. E poi si lamentano se a messa non va più nessuno, se in chiesa c’è il deserto. Questi preti rossi... ».

E chi sono questi preti rossi?
«Io ho fatto nomi e cognomi, sa, e li ho mandati tutti al Pastore tedesco. E meno male che c’è lui in Vaticano».

Questa l’ha rubata al «Manifesto»...
«Non lo dico certo in senso negativo. Ho fiducia nel rigore di questo Papa e credo che le canterà chiare a quei parroci che, portando avanti un buonismo fuori luogo e, anzi, dannoso, si lasciano scappare i fedeli che non si sentono più rappresentati».

Per punire il marocchino che a Castagnole di Treviso ha sgozzato l’ex compagna e la figlioletta lei ha invocato la pena di morte. Qui, però, il pastore tedesco non la segue... «Uno che sgozza una bimba di neanche due anni non ha diritto di vivere tra noi».

In compenso vivono tra noi stupratori e criminali pericolosi. Che si può fare?
«Romania e Albania i loro criminali li puniscono duramente. È per questo che la loro feccia viene tutta qua. Ah, ma se fosse per me... ».

Se fosse per lei?
«Gli immigrati che stanno a Treviso si trovano benissimo. Dicono che qui siamo razzisti ma in realtà lo sanno tutti che qui l’integrazione è un fatto, non una parola. Hanno imparato una cosa, fin da subito: chi sgarra, paga. È bene che i buonisti lo sappiano».

Salute, la caccia ai farmaci nella giungla dei ticket

Da zero a 36,5 euro a ricetta

Doveva servire a evitare gli sprechi, è diventato un modo per colmare i buchi in bilancio


Inutile provarci. Nello scacchiere italiano dei ticket è davvero un'impresa scovare due Regioni sovrapponibili. La situazione è drammaticamente disomogenea, ovunque ti sposti. Esistono ventuno repubbliche differenti. Uno degli effetti del federalismo che ha dato alle amministrazioni locali l'autonomia di legiferare in materia di sanità. Percorriamo un ipotetico itinerario attraverso la Penisola. Partiamo dalla Calabria. Per avere i farmaci di fascia A (quelli rimborsabili) non si paga nulla e lo stesso vale al pronto soccorso dove le prestazioni, anche la più banale come la medicazione di una ferita, sono gratuite. Per esami diagnostici e visite specialistiche invece il cittadino versa un massimo di 36,5 euro a ricetta.

Saliamo verso il Nord. Nel Lazio, prima Regione ad aver subito il commissariamento da parte del governo, i romani sborsano 4 euro a confezione se il medicinale costa più di 5 euro, la metà se è inferiore. Tutto gratis al pronto soccorso. Per specialistica e diagnostica, i contributi dipendono dalle prestazioni (ad esempio 15 euro per risonanza magnetica e Tac).

Ultima tappa in Lombardia, regione con bilancio in pari, eppure perseverante nel riscuotere il contributo alle spese farmaceutiche: 2 euro o 1 euro a seconda del prezzo della confezione, di pronto soccorso (25 euro i codici bianchi, cioè gli interventi meno urgenti che non richiederebbero l'impegno di una struttura deputata alle emergenze), e di specialistica (massimo 36 euro per 8 prestazioni). Una vera e propria giungla, secondo l'indagine molto aggiornata condotta dal quindicinale il Bisturi, pubblicata sul numero in uscita domani, e dal Ceis di Tor Vergata. Oltre a non garantire equità di trattamento ai contribuenti, favoriti o sfavoriti a seconda di dove abitano, il sistema dei ticket così come è applicato oggi si dimostra fallimentare per molti altri versi.

Nato come strumento di appropriatezza e controllo della spesa, viene quasi ovunque utilizzato per colmare i buchi di bilancio. Una tassa. In pratica i cittadini scontano la colpa dell'inefficienza gestionale delle amministrazioni. Sarebbe forse venuto il momento di intervenire, di introdurre una sorta di linguaggio comune in modo da rendere omogeneo il sistema di riscossione. Sempre nel rispetto dell'autonomia delle Regioni. «Non si può fare a meno dei ticket, intesi soprattutto come strumento di regolazione dei servizi.

Se devi pagare stai attento a acquistare farmaci, la gratuità invece è sorgente di abusi. E' inconcepibile che esistano differenze di modelli perfino tra Asl contigue », afferma senza giri di parole Francesca Martini, sottosegretario al Welfare. E' convinta che «Stato e Regioni debbano avviare un dibattito. Sono misure impopolari, la parola fa paura ai governi, ma ritengo ci debba essere una sorta di Lea dei ticket decidendo quanto e come il cittadino deve pagare in tutta Italia».

Mette le mani avanti Enrico Rossi, assessore della sanità in Toscana, coordinatore della commissione Salute delle Regioni, preoccupato che si possa procedere a una ridistribuzione del Fondo per la sanità per soccorrere le amministrazioni in deficit: «Non si penserà che per rendere i cittadini tutti uguali di fronte al ticket si vengano a togliere i soldi a noi. Il ticket non è uno scandalo. Noi abbiamo il diritto di fare le nostre politiche». Chissà se se ne parlerà durante le negoziazioni sul nuovo Patto per la salute 2010-2011, primo appuntamento questa settimana. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi si ritrova sul tavolo anche il caso Calabria, 2 miliardi in rosso.

C'è minaccia di commissariamento. La Regione governata da Agazio Loiero, governatore di centrosinistra, è tra quelle che non applicano ticket né su farmaci né al pronto soccorso: «Siamo in grande difficoltà — riconosce il presidente che sabato pomeriggio ha parlato con Sacconi —. Non abbiamo previsto finora di gravare sui cittadini per non colpirli in una fase di profonda crisi economica. Il deficit è di 1 miliardo e 700 milioni, altri 635 milioni sono trattenuti dal governo e non c'è liquidità. Le aziende hanno chiesto anche tre anticipi alla tesoreria.

L'importo di interessi passivi è di 77 milioni e ci uccide». Loiero però è titubante sui ticket: «Sono impopolari. Sa, noi votiamo tra un anno... Vediamo». In Lombardia, che ha chiuso il 2008 in pareggio ed è nell'elenco delle virtuose, i ticket sono stati introdotti nel 2001 quando occorreva riagguantare il pareggio in bilancio. Da allora non sono stati più aboliti. Ma sono escluse dal versamento moderato molte categorie di cittadini: «Il nostro imperativo è evitare gli sprechi — spiega la filosofia della giunta Formigoni, l'assessore al bilancio, Romano Colozzi.

Li usiamo come forma di disincentivazione e non per incamerare risorse. Meglio perseguire una politica come la nostra che rinunciare a queste misure e poi adottare pressioni di altro tipo sui pazienti. Esempio obbligo di prescrivere generici per avere la completa gratuità. Significa limitare la libertà di scelta all'interno del prontuario». La prima crepa nel sistema dei contributi alla spesa da parte degli utenti si è creata nel 2001 quando il governo di Giuliano Amato, ministro della salute Umberto Veronesi, decise di cancellarli. Da allora è stato difficile tornare indietro.

Ci ha provato Romano Prodi, nel 2007: 10 euro per le visite specialistiche. L'allora ministro della salute, Livia Turco, racconta che quella decisione fu l'incubo di diverse nottate insonni. Alla fine Prodi fu costretto ad una ritirata. Se qualcuno oggi volesse riprovarci, non potrebbe prescindere da una energica riorganizzazione delle esenzioni, basate sul reddito e sul tipo di malattia. Disomogenee e spesso inique.

Margherita De Bac
02 marzo 2009

Irak, Tareq Aziz assolto dal tribunale per crimini di guerra

lunedì 02 marzo 2009, 10:12

di Redazione


Bagdad - È stato assolto stamani dal Tribunale speciale iracheno (Tsi) l’ex vice primo ministro Tareq Aziz, accusato assieme ad altri sette gerarchi del deposto regime, di aver favorito l’esecuzione di 42 commercianti e uomini d’affari nel 1992 a Baghdad. Lo riferisce la tv di Stato irachena con una scritta in sovrimpressione.

Carabinieri e poliziotti «Le ronde vanno fermate»

Cocer, appello a Napolitano: misura impraticabile. Silp e Sap: costretti a fare i badanti

Fronte contrario dopo gli scontri a Padova. «Potenziare i nostri organici, mancano diecimila uomini in divisa»



ROMA — La definizione non lascia spazio agli equivoci: «Misura impraticabile». Così il Cocer dei carabinieri boccia le ronde e chiede un incontro al capo dello Stato e al presidente del Consiglio «per avere chiarimenti su tematiche che oggi offuscano la serenità dei nostri colleghi».

Fanno sponda i sindacati di polizia, in particolare il Silp Cgil e il Sap (che da Torino denuncia: «I partiti cercano di lottizzare le ronde, per noi un ruolo di badanti»), che al governo si appellano affinché «non sia convertita in legge quella norma».

Il fronte contrario è compatto, soprattutto dopo quanto è avvenuto a Padova con la rissa tra i leghisti di «Veneto Sicuro» e gli antagonisti del centro sociale «Pedro» e la Digos in mezzo a cercare di dividere i contendenti. E tenendo conto di quanto potrebbe avvenire nei prossimi giorni, con le associazioni di cittadini che in molte città si stanno organizzando per pattugliare parchi e strade.

A Napoli, dove gli abitanti del quartiere dove è stato arrestato Pasquale Modestino per lo stupro su un dodicenne avevano già annunciato ronde antipedofili, in tanti hanno chiamato il numero verde della Protezione civile, per chiedere una presenza davanti alle scuole dei propri figli. Oggi il debutto. Favorevole il sindaco di Cicciano, contrario quello di Massa di Somma, i Comuni che sono stati teatro delle ultime violenze.

La rappresentanza dell'Arma è chiara: «Non è così che si risolvono i problemi della sicurezza». Un lungo comunicato entra nel dettaglio di quanto avvenuto nelle ultime ore e poi chiede risorse economiche «assegnate ormai da anni in misura sempre minore dalle varie Finanziarie alle forze dell'ordine», ma anche potenziamento degli organici perché «non si possono istituire ronde di vigilanza quando tra poliziotti e carabinieri mancano quasi 10 mila uomini».

Per il Cocer «l'impianto sicurezza dev'essere basato su due pilastri fondamentali: l'incremento consistente delle risorse economiche al fine di migliorare gli standard operativi, logistici e tecnologici delle forze di polizia; la creazione immediata di nuovi istituti di pena al fine di scongiurare nuovamente l'ipotesi di un indulto, vanificando i notevoli sacrifici di magistrati, poliziotti e carabinieri».

Nei giorni scorsi i sindacati di polizia avevano espresso critiche forti sulla scelta di inserire le ronde nel decreto legge. E adesso Claudio Giardullo del Silp-Cgil ribadisce «la necessità di ripensare questa norma, perché bisogna evitare che la gente si faccia male per strada, ma soprattutto impedire che la gestione della sicurezza sia affidata ai partiti.

E invece proprio questo sta avvenendo, con ronde politicizzate che non possono garantire né sul piano dell'imparzialità né su quello della professionalità». In ogni caso «è urgente, visto che il provvedimento è in vigore, varare il regolamento di attuazione in modo da vietare sponsor economici e politici e fissare le regole sugli equipaggiamenti. Bisogna impedire che la gente vada in giro con cani, bastoni, spray urticanti, caschi».

Anche il segretario del Sap Nicola Tanzi evidenzia le difficoltà e sottolinea come «i centralini di questure e comandi dei carabinieri, così come i numeri di emergenza siano intasati dalle chiamate di chi segnala situazioni e chiede l'intervento delle forze dell'ordine. Noi non riusciamo a fare fronte e quando non arriviamo in tempo c'è chi interviene da solo. Una spirale pericolosa che va fermata con la massima urgenza».

F. Sar.
02 marzo 2009

Assegno ai disoccupati? Insostenibile"

lunedì 02 marzo 2009, 08:19

di Redazione


Bruxelles - Entra in sala stampa che sono già le 17. Quello che doveva essere un breve, informale lunch a Bruxelles con i 27 leader europei riuniti per preparare il G20 di Londra sulla crisi economica si trasforma in una specie di evento storico, Oriente contro Occidente, l'Europa dell'Est a minacciare una «nuova cortina di ferro», il Vecchio continente a dannarsi con una coperta irrimediabilmente corta.
Lui, Silvio Berlusconi, è già un'ora in ritardo su una tabella di marcia infernale che ieri lo ha portato da Roma a Bruxelles passando per Milano e che a metà pomeriggio è solo a metà strada fra il Belgio e l'Egitto, c'è Sharm el Sheikh da raggiungere perché lì oggi il premier parteciperà alla Conferenza internazionale dei donatori per la ricostruzione della Striscia di Gaza, «faremo ogni sforzo affinché la Palestina sieda al tavolo dei negoziati».

E insomma che in una giornata così ci manca proprio Dario Franceschini, sembra dire quel no che fa con la testa al solo sentirlo nominare. La cronista insiste, l'attesa rende impietosi: «Il segretario del Pd le chiede un decreto per dare un assegno a tutti i disoccupati, che ne pensa?». Eh, che ne pensa. «Penso che quando maggioranza e governo presentano una decisione in Parlamento sono aperte al voto di tutti come sempre» s'indispone.

Poi però decidere di chiuderla, la questione, magari prima che diventi tormentone: «Piacerebbe a tutti noi fare ancora di più, peccato che noi viviamo in Europa» dice sottolineando il noi, «e abbiamo impegni da rispettare, come quello di Maastricht». Che poi, frecciata: «Abbiamo anche dei vincoli dovuti all'enorme quantità di debito pubblico che abbiamo ereditato. Ci costerebbe un punto e mezzo del Pil. Ma un ulteriore innalzamento del debito pubblico potrebbe addirittura comportare la possibilità che non ci siano risposte alla nostra emissione di titoli pubblici». In una parola: «Insostenibile».


E poco importa che in casa la rispostaccia farà discutere, il Pd a tirare piatti e la Cgil a sbattere porte. Fuori, in Europa, «ho ottenuto grandi soddisfazioni», sorride Berlusconi. Dice che qui, al vertice europeo dove lui ha ricordato le misure che il governo ha preso contro la crisi all'urlo di «nessuno ha fatto più di noi e più tempestivamente di noi», ecco, almeno qui «ci è stata riconosciuta la primazia dell'intervento fatto il 10 ottobre, quando abbiamo dichiarato che mai nessuna banca sarebbe fallita e non ci sarebbero state perdite per i risparmiatori».

Aggiunge che, checché ne dicano i menagrami in patria, «tutti i leader hanno riconosciuto che la crisi sarà più o meno profonda a seconda di quanta fiducia i governi sapranno trasmettere». Del resto, ribadisce che l'Italia vive un po' più serena degli altri Paesi per almeno un paio di ragioni: il problema del trattamento degli asset tossici non riguarda le banche italiane, tanto per cominciare. In generale, «il nostro sistema, a oggi, non ha avuto bisogno di alcuna patrimonializzazione:

Le nostre banche sono quelle meno toccate da ciò che invece preoccupa gran parte delle banche di tutti i Paesi e quel poco che c'è dipende dal fatto che alcune hanno comprato banche estere, soprattutto nell'Europa dell'Est». Sdrammatizzando: «Per dirla con una battuta di Giulio Tremonti, per fortuna nelle banche italiane non c'è molta dimestichezza con l'inglese», e anche a chi gli domanda dell'esposizione a rischio di Unicredit, il premier replica rassicurante: l'amministratore delegato Alessandro Profumo «non mi sembra preoccupato».

Dopo di che la crisi c'è e si vede, certo. «Nessuno sa quantificare l'entità degli asset tossici». C'è poi il problema del credito alle imprese: «Le banche devono tornare a fare le banche» ripete più volte Berlusconi ribadendo l'utilità dei Tremonti bond, anche se «a oggi una sola banca si è detta interessata a utilizzarli». Viene dagli Usa, la crisi, e con gli Usa verrà affrontata.

«C'è una prospettiva di ottima collaborazione» con l'amministrazione di Barack Obama. Il presidente americano incontrerà gli europei il 5 aprile a Praga, dopo il G20 di Londra del 2, dopo il vertice Nato a Strasburgo e dopo la riunione dell'Ecofin a Praga. E a proposito. Dicono che sia stato Nicolas Sarkozy a inaugurare la stagione di quello che è stato ribattezzato «iperattivismo da summit» e che in sala stampa è causa di mal di testa fra i cronisti: «Era il G20 che ha deciso quella cosa dei fondi?», «no, guarda che se ne parlerà al G8» .

«Scomodi», i vertici, ammette Berlusconi, però «importanti». E proprio col presidente francese, ieri il premier si è trattenuto a parlottare a lungo, in disparte. C'è un asse Italia-Francia? «No, solo concordia di vedute su molte cose» dice serio. Poi però non resiste, e torna sulla polemica seguita alle parole, «Je t'ai donné la femme», che gli aveva attribuito l'emittente francese Canal+: «Abbiamo parlato male dei media. Si parlava delle lauree e io avevo detto: "Tu sais que j'ai etudié à la Sorbonne"». Sono le 18, il premier corre via. C'è il G8 da preparare. Oggi Sharm e poi Sirte, Libia, incontro con Muammar Gheddafi: Berlusconi lo ha invitato al vertice di luglio alla Maddalena, sarebbe la prima volta del colonnello in Italia.