mercoledì 4 marzo 2009

Ma sui cani un po’ di razzismo ci vuole

di Massimo De Manzoni


martedì 03 marzo 2009, 10:04


Gentile sottosegretario Francesca Martini, quale felice possessore di un dolcissimo esemplare femmina di golden retriever attendo con ansia di leggere, oggi, la sua ordinanza sui cani che, da quanto è stato anticipato, minaccia di influire abbastanza profondamente sulle abitudini mie e della mia compagna di passeggiate. Capisco: gli ultimi episodi hanno creato grande allarme e poi, proprio perché, diciamo così, «frequento l’ambiente», sono il primo a sapere che in giro ci sono bestie pericolose. A quattro e a due zampe.

La mia, dunque, non vuole assolutamente essere una protesta. Comprerò il guinzaglio da 1,5 metri (quello che ho in dotazione eccede la misura di una ventina di centimetri) anche se fatico a comprendere la fondamentale differenza e mi pare che il severo diktat contrasti con la proclamata volontà di responsabilizzare il padrone. Ma tant’è, in tempi di crisi i consumi vanno stimolati. Perciò acquisterò pure la museruola «da usare in caso di bisogno», anche se il comportamento più pericoloso del mio cane consiste nel suo continuo scodinzolare festoso (che, certo, potrebbe colpire qualche passante) e, più in generale, stento a immaginarne l’utilità «in caso di bisogno».

Che cosa significa? Che la museruola va messa quando l’animale aggredisce qualcuno? Mi sembra esercizio complicato e tardivo. Prima? Ma allora vuole dire: sempre. Cosa che non mi pare (per fortuna) lei intenda proporre. L’impressione è che la museruola diventerà come quei giubbotti catarifrangenti di cui qualche anno fa hanno costretto tutti gli automobilisti a munirsi e che nessuno ha mai indossato, senza la minima conseguenza. Comunque, poco male: misura probabilmente superflua ma innocua, verserò l’obolo.

Più complesso potrebbe essere capire quando il cane deve essere tenuto al guinzaglio. In città, va da sé. Ma se, come ho letto, si utilizzerà l’ambigua formula «luoghi aperti al pubblico», i contenziosi potrebbero moltiplicarsi. Sulle colline intorno alla mia (e sua) città, gentile sottosegretario, la mia Stella può trotterellare libera?

E se no, questo semplicemente significa che abbiamo abolito, tanto per dire, la caccia con i cani? Basta saperlo. Così come mi piacerebbe sapere la storia del patentino: retroattivo? Se è per tutti, impossibile. Preventivo, dunque. Ma per chi? Solo per l’aspirante proprietario o anche per i parenti che, all’occorrenza, provvedono a far fare il giretto intorno all’isolato? E, soprattutto, per tutte le razze di cani?

Ecco, signora Martini, a me pare che il vero problema sia il bellissimo assunto che sta alla base di tutto il provvedimento: «non esistono razze di cani pericolose, esistono solo padroni non all’altezza». Ora, sarà anche vero che, se allevato e guidato (sempre!) nel migliore dei modi possibili, nessun cane è pericoloso. Ma nella realtà, non prendiamoci in giro: poiché pochissimi di noi sono addestratori provetti, tra un rottweiler e un barboncino qualche apprezzabile differenza mi sembra si possa ancora cogliere.

E non si tratta solo di stazza e, di conseguenza, di capacità di infliggere ferite: anche se non sono affatto dettagli trascurabili. Sto parlando di aggressività, di carattere dominante piuttosto che sottomesso. Sto parlando di come sono stati selezionati cani destinati alla difesa o alla guardia, rispetto a cani da caccia o da compagnia. Sto dicendo che, in questa materia, un po’ di sano razzismo forse andrebbe preso in considerazione.

Pensare di applicare le stesse misure di sicurezza a un pitbull e a un bassotto sconfina nell’utopia. A un mastino napoletano il metro e mezzo di guinzaglio gli fa un baffo se a impugnarlo è un bipede che pesa la metà di lui: o il padrone è in grado di farsi obbedire, oppure è come dare un fucile a un bambino. In questo caso, se non vogliamo dar retta a chi dice che certe razze andrebbero semplicemente proibite, l’idea del patentino può funzionare: solo chi passa l’esame può possedere un dogo argentino (anche se, personalmente, continuo a chiedermi chi glielo fa fare), gli altri si accontentino di un cocker.

E allora, signora Martini, a nome di centinaia di migliaia di padroni di cani «normali», spesso le prime vittime delle zanne di certi energumeni, le propongo un patto: noi facciamo i bravi, cambiamo tutti guinzaglio e compriamo tutti la museruola. Ma lei, per favore, ripensi all’idea di abolire la lista delle razze pericolose, quelle che, statistiche alla mano, sono responsabili praticamente di tutte le aggressioni mortali. Se restringe il campo, forse può obbligare a sostenere un esame anche coloro che già possiedono un’arma a quattro zampe. E, se del caso, disarmarli.

Polemiche alla buvette: tornano i vecchi prezzi

di Redazione

martedì 03 marzo 2009, 20:07


Roma - Alla fine tutto è tornato indietro di 24 ore, e i prezzi alla buvette non sono scesi. Su pressione del presidente del Senato Renato Schifani,a Palazzo Madama tornano i vecchi prezzi. L’annuncio è del questore Benedetto Adragna, senatore del Pd, che sottolinea come si tratti di una risposta alle proteste che erano venute dopo la notizia del calo del 20% del listino prezzi delle consumazioni. La differenza del 20% tra il prezzo stabilito dal nuovo gestore e il vecchio prezzo andrà in beneficenza.

La polemica di Federconsumatori
"I prezzi alla produzione sono in calo, l’abbiamo denunciato più volte, ma l’effetto di tale diminuzione, a quanto pare, si percepisce solo alla Buvette del Senato! Siamo increduli". E quanto dichiara in un comunicato la Federconsumatori in relazione alla diminuzione dei prezzi alla buvette di Palazzo Madama: ora con un euro e cinqunata centesimi ci si alza da tavola dopo un lauto pranzo. L’associazione dei consumatori sottolinea che "i prezzi erano già notevolmente più bassi in rapporto a quelli applicati dai normali esercizi, oggi sono stati ulteriormente tagliati! In un momento così difficile per il paese, e così drammatico per il potere di acquisto delle famiglie italiane, che ogni giorno si trovano sempre più in difficoltà a far quadrare il bilancio familiare, questa operazione appare veramente assurda".

"I prezzi scendono solo al Senato"
"Ci chiediamo - prosegue l’associazione - come mai questo possa accadere all’interno del Senato e non, come da sempre richiediamo, anche per il resto del paese! Eppure le materie prime sono le stesse! Le "comuni" famiglie italiane, che in maniera più sentita subiscono gli effetti negativi della crisi, invece, anche per il 2009, dovranno far fronte ad un maggior costo per l’alimentazione di ben 564 euro l’anno. Questa disparità di trattamento, che sicuramente non passerà inosservata agli occhi dei cittadini - conclude la Federconsumatori - , contribuirà sempre più a diffondere un clima di disuguaglianza nel nostro paese".

Pienone alla buvette E, come era pevedibile, la nuova carta della buvette ha riscosso molti consensi. Pienone alla buvette del Senato dove oggi si è avuto il debutto ufficiale della nuova gestione della ristorazione veloce con una varietà di primi e secondi "caldi" e, sorpresa ancor più gradita, un calo generalizzato dei prezzi intorno al 20%. L’ avvicendamento nella gestione della buvette, un’ elegante sala con una grande boiserie scolpita con putti da un lato e un pregiato arazzo dei Medici dall’ altro, posta al piano nobile di palazzo Madama dov’è l’ Aula, è scattato ieri.

Seppioline con patate: 2 euro
Ma solo stamane con la ripresa dei lavori dell’ Assemblea e delle commissioni, i senatori hanno avuto la gradita sorpresa di poter gustare un pasticcio caldo di maccheroni per un 1,50 e sorseggiare un caffè, servito in tazzina di porcellana con il marchio in oro del Senato, a 0,42 centesimi. Dei nuovi "prezzi politici" della buvette, entrati in vigore con la nuova ditta la "Compass group" che già gestisce il ristorante (lì non c’è stato alcun ritocco in basso) beneficiano anche i funzionari e i giornalisti che per un pasto completo, il più caro e abbondante: pasticcio di maccheroni (1,50 euro), seppioline con patate o pesce spada (2 euro); contorno (1 euro), composta di frutta fresca (1 euro) e caffè, spendono 5 euro e 92 centesimi.

Gay e lesbiche, arriva il mutuo agevolato

È il primo mutuo di questo tipo nel nostro paese

La Bhw Bausparkasse taglierà lo "spread" dello 0,15% e permetterà di cumulare i redditi di coppie di fatto

 

MILANO - Coppie di fatto, comprese quelle omosessuali, considerate come coppie coniugate. Succede nella banca tedesca specializzata Bhw Bausparkasse che proporrà anche in Italia il mutuo agevolato per gay, lesbiche e coppie omosessuali.

La Bhw taglierà lo "spread" dello 0,15% e permetterà di calcolare i redditi cumulati. Il mutuo agevolato per gay e lesbiche, che verrà presentato giovedì prossimo in una conferenza stampa a Milano, «è sulla falsariga di quanto la banca tedesca già propone - spiega Riccardo Gottardi, segretario nazionale dell'Arcigay - per forze dell'ordine, dipendenti di ministeri e giornalisti». Oltre al taglio dello spread (il differenziale rispetto al tasso di riferimento scelto) tutto sommato limitato, «si tratta soprattutto di un riconoscimento civile - aggiunge Gottardi - e non dispiace sapere che c'è una banca dove gay e lesbiche non solo sono bene accetti, ma anzi possono ricevere delle agevolazioni».

REDDITI CUMULATI - «Consideriamo - spiega Giulio Peruzzi, area manager di Bhw - le coppie di fatto come coniugate, anche quelle dello stesso sesso. La questione maggiore credo sia quella della possibilità di cumulare i redditi per calcolare l'importo del mutuo: l'unica cosa che chiediamo è che la coppia si co-intesti la casa e viva sotto lo stesso tetto», conclude Peruzzi.

03 marzo 2009

Debutta il sistema anti-pianisti Ma ci sono 19 «obiettori»

Fini presenta il nuovo meccanismo di votazione. «Una questione di moralità pubblica»


ROMA - Il nuovo sistema anti-pianisti che entrerà in vigore la prossima settimana è stato sperimentato a Montecitorio da una cinquantina di giornalisti. Al termine della seduta, lo stesso presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, si è recato negli uffici per ritirare il nuovo tesserino e farsi rilevare le minuzie delle sue impronte digitali che gli consentiranno di votare - sebbene il presidente per prassi non partecipi mai alle votazioni - con il nuovo meccanismo.

«MORALITA' PUBBLICA» - «La nuova modalità di voto - ha spiegato Fini - scaturisce da una decisione presa da tutto l'ufficio di presidenza all'unanimità per evitare il mal vezzo, diventato mal costume, dei pianisti (vale a dire i deputati e i senatori che votano anche per i colleghi assenti, ndr). Lo abbiamo fatto per una questione di moralità pubblica». Fini ricorda che si tratta di una decisione «presa su mia iniziativa, ma i cui meriti andranno all'intero ufficio di presidenza».

OBIETTORI - Non tutti, però, sono d'accordo. Al momento ci sono 19 deputati «obiettori» che rifiutano di utilizzare il nuovo sistema di votazione con rilevamento delle impronte digitali. Se dovessero restare un numero ridotto, rileva il presidente della Camera, Gianfranco Fini, «non si determinerà alcun caso significativamente politico.

D'altronde, nessun capogruppo finora mi ha preannunciato posizioni negative di interi gruppi e ho quindi motivo di continuare a essere ottimista sul numero finale delle adesioni». «I tempi di votazione - ha rilevato Fini - potranno prolungarsi di qualche secondo, ma non ci sarà sicuramente un aumento significativo dei tempi di votazione, che con il sistema attuale hanno fatto riscontrare nella stragrande maggioranza dei casi una votazione al minuto».

04 marzo 2009

Vanna Marchi, condanna confermata

dichiarati inammissibili i ricorsi degli imputati

La Cassazione ribadisce la sentenza di condanna: 9 anni e mezzo di carcere. Come per la figlia Stefania Nobile


ROMA - Condanna definitiva a 9 anni e mezzo per Vanna Marchi. La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato la sentenza con cui la Corte d'appello di Milano, il 27 marzo scorso, aveva condannato la teleimbonitrice, sua figlia Stefania Nobile, il suo ex convivente Francesco Campana e il 'mago' Mario Pacheco Do Nascimiento per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Per Vanna Marchi e sua figlia si riapriranno ora le porte del carcere: Stefania Nobile deve scontare 9 anni, 4 mesi e 9 giorni di reclusione, mentre per Campana, condannato a 3 anni, la pena è interamente coperta da indulto.

IL PROCESSO - I giudici hanno confermato anche tutti i risarcimenti a favore delle vittime delle truffe. Per le due teleimbonitrici, infatti erano stati stabiliti risarcimenti complessivi per oltre 2 milioni e 300 mila euro. Vanna Marchi e il suo staff sono stati dunque riconosciuti colpevoli di aver truffato decine di clienti tramite televendite, vendendo amuleti e oggetti dotati, a loro dire, di proprietà miracolose. Vanna Marchi e la figlia in primo grado erano state condannate a oltre 12 anni in due processi distinti. Pene che si erano ridotte in secondo grado in quanto i giudici avevano dichiarato il «non doversi procedere per intervenuta prescrizione» rispetto a una serie di truffe contestate dall'accusa. Nel processo principale era stato condannato a 3 anni sempre per associazione a delinquere finalizzata alla truffa anche il sedicente mago Mario Pacheco Do Nascimento ancora latitante in Brasile. Nel processo che si è concluso definitivamente in Cassazione i reati contestati alla Marchi e alla figlia riguardavano 111 truffati. In origine le denunce erano state 148.

04 marzo 2009

Brigate Rosse: il pm chiede 192 anni di carcere

di Redazione

martedì 03 marzo 2009, 18:35

Milano 

Il pm, Ilda Boccassini, ha chiesto, al termine della sua requisitoria, pene comprese tra i 2 e i 22 anni di reclusione per i 17 imputati nel processo alle presunte nuove Brigate Rosse. "Ritengo che sia stata provata - ha detto il pm - e documentata la responsabilità di tutte le persone rispetto ai fatti gravissimi di cui sono accusate".

"Li abbiamo fermati" "L’unica mia soddisfazione - ha aggiunto - è che sono certa che sono stati fermati; nessuna persona intelligente può pensare ad un ritorno degli anni di piombo, ma è certo che alcune persone hanno pagato con la vita il fatto di essere inserite in un contesto sociale, come D’Antona e Biagi. Sono certa che se non li avessimo fermati, ci sarebbero state altre vittime. Almeno per ora è stato sventato il pericolo che qualcuna o più persone potessero rimetterci la vita". Le richieste del Pubblico ministero sono state accolte da una serie di slogan, tra i quali ’ora e sempre resistenzà, scanditi dalla decina di parenti e amici degli imputati presenti in aula.

Urla e vecchi slogan Urla e slogan gridati nell’aula del processo alle presunte Br. È quanto è accaduto nell’aula della prima Corte d’Assise di Milano. Al termine dell’udienza, soprattutto tra il pubblico, è esplosa la rabbia a suon di slogan: "Ora, ora, potere a chi lavora" e "ora e sempre resistenza".

Tutte le richieste di condanna
Queste tutte le richieste di condanna del pm Ilda Boccassini:
Alfredo Davanzo (19 anni);
Davide Bortolato (22 anni e 50 mila euro di multa);
Bruno Ghirardi (20 anni e 50 mila euro);
Vincenzo Sisi (21 anni e 50 mila euro);
Claudio Latino (22 anni e 50 mila euro);
Massimiliano Gaeta (18 anni e 30 mila euro);
Alfredo Mazzamauro (7 anni);
Amarilli Caprio (6 anni);
Alessandro Toschi (6 anni e 8 mesi);
Massimiliano Toschi (15 anni e 20 mila euro);
Salvatore Scivoli (9 anni e 15 mila euro);
Federico Salotto (6 anni);
Andrea Tonello (6 anni e 6 mesi e 20 mila euro);
Giampietro Simonetto (2 anni);
Davide Rotondi (5 anni); Michele Magon (6 anni);
Andrea Scantamburlo (7 anni).

Dal 2018 donne in pensione a 65 anni

Il governo invia la bozza di riforma alla Commissione Ue

Dal 2010 le statali andranno in pensione un anno dopo ogni biennio. Parificazione con gli uomini fra 9 anni


ROMA - Un aumento graduale dell'età pensionabile delle donne a partire dal 2010, per arrivare a quota 65 anni nel 2018. È quanto prevede la bozza proposta del governo che è stata inviata alla Commissione europea per l'esame e che punta ad innalzare l'età pensionabile per le donne nella pubblica amministrazione di un anno per ogni biennio per parificarla così a quella degli uomini. Il testo, composto da un solo articolo di legge dal titolo «elevazione dell'età pensionabile per le dipendenti pubbliche», secondo le previsioni dovrebbe essere inserito via emendamento al disegno di legge comunitaria all'esame delle commissioni in Senato.

LA SPECIFICA - L'articolo sostituisce, dal 2010, quanto previsto dalla legge 335 dell'8 agosto 1995 (articolo 2, comma 21). Il testo prevede che «a decorrere dal primo gennaio 2010 per le lavoratrici iscritte alle forme esclusive dell'assicurazione generale obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia e i superstiti, il requisito di età per il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia (...) e il requisito anagrafico (...) sono incrementati di un anno».

L'articolo prevede poi un ulteriore incremento. «Tale età - prosegue il testo - è ulteriormente incrementata di un anno, a decorrere dal primo gennaio 2012, nonchè di un ulteriore anno per ogni biennio successivo fino al raggiungimento dell'età di 65 anni». La norma prevede comunque che «restano ferme la disciplina vigente in materia di decorrenza del trattamento pensionistico e le disposizioni vigenti relative a specifici ordinamenti che prevedono requisiti anagrafici più elevati, nonchè le disposizioni di cui all'articolo 2 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n.165».

«Le lavoratrici di cui al presente comma - prevede inoltre l'articolo - che abbiano maturato entro il 31 dicembre 2009 i requisiti di età e di anzianità contributiva previsti dalla normativa vigente prima della entrata in vigore della presente disposizione ai fini del diritto all'accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia conseguono il diritto alla prestazione pensionistica secondo la predetta normativa e possono chiedere all'ente di appartenenza la certificazione di tale diritto».

03 marzo 2009

Bussarono alla porta, era il Duce»

Angelo Gilardoni ricorda la visita di Mussolini al cospetto di Marinetti


2009-03-03

di PIERFRANCO NEGRI
BELLAGIO


È NOTTE, un’automobile scura si ferma, si sente il rumore sordo delle portiere che si chiudono poi, il cadenzare di passi decisi che si avvicinano alla porta dell’hotel Splendido sul lungolago. Il buio è assoluto, la notte è fredda. Siamo nel Dicembre del 1944, vige l’oscuramento e di notte non circolano auto e nessuno si avventura per le strade a sfidare il coprifuoco. Mario Sala, il portiere di notte dell’hotel, ha tutte le ragioni di allarmarsi. L’albergo è pieno di sfollati della nomenclatura della repubblica di Salò e della bella società milanese; per giunta da poco è spirato Filippo Tommaso Marinetti, il cui corpo si trova in una camera dell’hotel.

In cuor suo spera che quei passi continuino oltre l’hotel. Bussano! Colpi secchi e ravvicinati di chi non ammette indugi nell’aprire. Colpi sui vetri smerigliati della porta, attraverso i quali vede delle figure travisate e non certo rassicuranti per via del modo deciso e tipicamente poliziesco di comportarsi . . .

NON È L’INCIPIT di un noir, ma la memoria di un fatto accaduto realmente a Bellagio all’Hotel Splendido, il nome Splendid era stato così trasformato seguendo le direttive del regime in fatto di nomi e vocaboli stranieri. Ritorniamo al buon Mario Sala che allarmato svegliò il direttore Luigi Gilardoni.
Allora - chiediamo ad Angelo Gilardoni - che fece tuo padre?

«Aprì con una certa prudenza, non completamente la porta, e si sentì dire - aprite sono il Duce - sicuramente si sentì il cuore in gola, per lui convinto fascista e fedele al Duce, fu senza dubbio una emozione forte. Mussolini fu subito, con riserbo e silenzio, accompagnato al cospetto delle spoglie di Marinetti. Il tutto avvenne in pochi minuti e il Duce rimase nascosto allo sguardo del portiere che non aveva udito i discorsi e non si rese conto di quello che stava succedendo.

Mio padre ricorda come in quei frangenti il comportamento del Duce fosse taciturno e riservato, con lui scambiò poche parole e si diressero in stanza. Ebbe la certezza di una forte e commossa partecipazione di Mussolini all’evento». A questo punto è bene tracciare un quadro di come era Bellagio nell’inverno del 1944.

Era un posto sicuro, blindato diremmo oggi, sede di alcune delegazioni consolari, presso Villa Serbelloni, che ora ospita la Fondazione Rockefeller. Erano circa una decina, le più importanti: la tedesca, la giapponese e l’ungherese. A Bellagio era stanziato, a villa Melzi, un distaccamento dell’aviazione militare repubblicana con aerei italiani e tedeschi e come pista veniva utilizzato il vicino vialone di Villa Giulia.

MOLTE FAMIGLIE di industriali milanesi e della ricca borghesia e funzionari della Repubblica Sociale Italiana che erano sfollate in alberghi o case di Bellagio. Marinetti e la sua famiglia erano fra loro. Il padre del futurismo giunse da Venezia, nell’estate del 1944, nella zona di Salò, ma già motivi legati alla sua salute e alla sicurezza sua e della famiglia lo avrebbero dovuto condurre in Svizzera. Soggiorna a settembre, per un breve periodo a Lora di Como, poi si sposta sul lago a Cadenabbia da dove ad ottobre approda a Bellagio. In Svizzera non giungerà mai. Il 2 Dicembre muore, come si legge nel referto, per crisi cardiaca. Il 22 Dicembre avrebbe compiuto sessantotto anni.

Vanna Marchi, il Pg chiede la conferma della condanna



Nella requisitoria, il Pg ha chiesto anche la conferma dei risarcimenti per i truffati. L'avvocato della televenditrice ha dichiarato che sia la Marchi sia la figlia, nel caso di conferma della condanna, "sono pronte a costituirsi"

Roma, 4 marzo 2009


Va confermata la condanna a 9 anni e mezzo inflitta dalla Corte d’appello di Milano a Vanna Marchi per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Lo ha sollecitato il sostituto procuratore della Cassazione Antonio Mura, davanti agli ‘ermellinì della seconda sezione penale della Suprema Corte, chiamati a decidere se confermare o meno la sentenza emessa dai giudici milanesi il 27 marzo dello scorso anno. Da confermare, secondo il pg, anche la condanna a 9 anni, 4 mesi e 9 giorni inflitta a Stefania Nobile, figlia della Marchi, quella a 3 anni comminata all’ex convivente della regina delle televendite, Francesco Campana. In secondo grado era poi stato condannato a un mese e 20 giorni il 'mago' brasiliano Mario Pacheco Do Nascimiento, che è tuttora latitante e che non ha presentato ricorso in Cassazione.

Ad avviso del Pg Mura "tante povere persone hanno finito per abboccare all’amo di questa sorta di pesca miracolosa fatta dalla Marchi e dai suoi complici". Nella sua requisitoria, il Pg di piazza Cavour, ha sottolineato la solidità della sentenza d’appello affermando che ‘’non presenta alcun vizio ed è congruamente e fortemente motivata’’.

Per il Pg, inoltre, "l’ampia motivazione della sentenza sulla struttura associativa da’ conto dell’esistenza di una tipica associazione a delinquere’’. Mura, infine, ha escluso che sia maturata la prescrizione su 43 dei 111 episodi di truffa che hanno dato origine al processo - per associazione per delinquere finalizzata alla truffa - approdato oggi in Cassazione.

Nella requisitoria il Pg ha chiesto anche la conferma dei risarcimenti - circa due milioni di euro - nei confronti delle vittime della Marchi truffati con la vendita di amuleti miracolosi.

LA DIFESA

L’avvocato di Vanna Marchi, Liborio Cataliotti, ha chiesto alla Cassazione "di dichiarare la prescrizione di 43 episodi di truffa e di rideterminare, al ribasso, la pena per l’imputata". Secondo il legale "la requisitoria del Pg della Cassazione e’ sbagliata sia sul piano giuridico che su quello matematico per quanto riguarda la determinazione della pena". Cataliotti ha fatto presente che la Marchi dovrebbe ancora scontare "cinque anni e quattro mesi di reclusione dal momento che ha già scontato un anno e poi potrebbe avere lo sconto per l’indulto". Sia la Marchi che la figlia, nel caso di conferma della condanna da parte della Cassazione ‘’sono pronte a costituirsi’’, ha concluso Cataliotti.

Mandato d'arresto per Al Bashir "Commise crimini contro l'umanità"

La Corte Penale Internazionale ha spiccato un mandato di arresto contro il presidente del Sudan Omar al Bashir per crimini di guerra e contro l'umanità per i massacri nel Darfur: oltre 300mila morti e migliaia di stupri e sfollati. Respinta l'accusa di genocidio

Corte Aia, 4 marzo 2009  

Il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul Gheit ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu per chiedere alla Corte penale internazionale dell’Aia (Cpi) di rinviare il procedimento avviato contro il Presidente sudanese, Omar al Bashir, per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella regione del Darfur.

”Chiedo che il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunisca con urgenza per decidere di chiedere l’applicazione dell’articolo 16, che prevede che la Corte rinvii l’incriminazione” del presidente sudanese, ha detto il ministro, citato dall’agenzia di stampa ufficiale Mena. L’Egitto si è detto “molto preoccupato” per la decisione della Cpi e chiede al Consiglio di sicurezza di “assumersi le sue responsabilità nel mantenimento della pace e della sicurezza in Sudan”, ha aggiunto Gheit.


Ma Omar Al-Bashir parteciperà comunque ad un summit arabo a Doha previsto a fine marzo, malgrado il mandato di arresto. Lo ha precisato oggi al Cairo il ministro degli Esteri sudanese, Ali Karti che nel corso di una conferenza stampa ha aggiunto che la decisione della Cpi “non avrà alcun effetto sul presidente Al-Bashir, che continuerà nelle sue funzioni”.

Il mandato di arresto segna “un grande giorno” per il popolo del Sudan e del Darfur. Lo ha dichiarato alla France presse un responsabile dei ribelli del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (JEM), il gruppo di ribelli più militarizzato attivo nella regione occidentale del Sudan, dove è in corso dal 2003 una guerra civile che ha causato almeno 300.000 morti e oltre 2,7 milioni di sfollati e profughi.

”Riteniamo che oggi sia un grande giorno per il popolo del Sudan e il popolo del Darfur - ha detto Mohammed Hussein Sharif  - rinnoviamo il nostro appello a Bashir perchè si presenti davanti alla Corte per sostenere la sua innocenza, se è innocente”. La Cpi ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur, respingendo invece l’accusa di genocidio mossa dal Procuratore Luis Moreno-Ocampo lo scorso luglio.

(fonte Afp) Sim

Si tratta del primo capo di Stato ad essere incriminato dalla Cpi. E' accusato di crimini di guerra e contro l'umanità per i massacri nel Darfur. Non è stata accolta solo l'accusa per genocidio.

LA SCHEDA

Il mandato d’arresto spiccato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja nei confronti del presidente sudanese Omar el Bashir arriva dopo oltre 5 anni di un sanguinoso conflitto civile, durante i quali, secondo stime delle Nazioni Unite, sono morte 300mila persone, mentre quasi due milioni e mezzo hanno dovuto abbandonare le loro case. Ecco in sintesi le principali tappe della crisi:

-1956: Il Sudan ottiene l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Nasce un governo arabo
-1955: Scoppia la prima guerra civile sudanese che oppone le forze governative musulmane ai ribelli in gran parte non musulmani del sud del Paese. Il conflitto finisce nel 1972 Si impone nel Paese una dittatura militare -

-1983: È l’inizio della seconda guerra civile sudanese che dura fino al 2002. Si aprono delle trattative che però non soddisfano i ribelli del sud che accusano il governo di opprimere la popolazione non araba

- 2003: I ribelli del Movimento di giustizia e uguaglianza e l’Esercito sudanese di liberazione attaccano le forze governative. Khartum si serve delle milizie Janjaweed per reprimerli ma negherà sempre qualsiasi legame con i paramilitari

- 8 aprile 2004: Viene firmato il cessate il fuoco tra il governo sudanese e i ribelli. Ma gli attacchi dei Janjaweed continuano. 100 mila persone fuggono verso il Ciad

- luglio 2004: Il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, visita la regione e chiede al governo di fermare le violenze. L’Unione africana e l’Unione Europea decidono di monitorare la situazione

- 23 luglio: il Congresso americano definisce genocidio quello che sta accadendo in Sudan

- 30 luglio: L’Onu lancia un utimatum al governo sudanese: ha 30 giorni per disarmare le milizie

- 30 agosto: alla scadenza dell’ultimatum Annan afferma in un suo rapporto che le milizie sono ancora armate e continuano a attaccare i civili, e che il governo non ha mantenuto i suoi impegni.

- 9 settembre 2004: L’ex segretario di Stato Usa, Colin Powell, dichiara che in Darfur è in corso un genocidio

- ottobre 2004: Kofi Annan costituisce una commissione con l’incarico di indagare sui crimini in Sudan. È formata da 5 membri ed è presieduta da Antonio Cassese, ex presidente del Tribunale delll’Onu per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

- 31 gennaio 2005: La commissione presenta il rapporto sul Darfur. Conferma che in Sudan sono in atto spaventosi crimini di guerra ma non parla di genocidio. I responsabili, sostiene, devono essere processati dal Tribunale penale internazionale dell’Aja. Gli stati Uniti respingono questa conclusione, anche perchè oppositori da sempre della Corte e propongono di creare un tribunale ad hoc, con sede in Tanzania e sotto l’egida dell’Unione Africana

- 5 aprile 2005 Il procuratore della Tribunale Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, riceve da Annan una lista con i nomi delle persone accusate dalla commissione di inchiesta dell’Onu di av er commesso crimini contro l’umanità.

- 14 luglio 2008: Moreno-Ocampo chiede l’arresto di Bashir.

Fonte Agi

A febbraio la cassa integrazione nell'industria è cresciuta del 553,17%

Trend di forte crescita già registrato a novembre e dicembre scorsi dopo la frenata a gennaio

Secondo gli ultimi dati forniti dall'Inps

ROMA - Riparte la corsa alla cassa integrazione nel mese di febbraio. Dopo i deboli segnali di frenata, a gennaio, nell'aumento di ore autorizzate, i dati del mese scorso ripropongono il trend di forte crescita già registrato a novembre e dicembre scorsi. In particolare, quella ordinaria nell'industria mostra un «boom» del 553,17%. Sono questi gli ultimi dati forniti dall'Inps.

INDUSTRIA - In particolare, tra gestione industria (ordinaria e straordinaria) ed edilizia nel febbraio 2009 le ore autorizzate sono state 42,5 milioni, cioè il 169,7% in più rispetto al febbraio 2008. Se si confronta il primo bimestre (gennaio più febbraio) 2009 con l'analogo periodo dello scorso anno l'incremento di ore autorizzate è stato del 131,7% (per un totale di 72 milioni di ore). Scomponendo il dato emerge l'aumento eccezionale del ricorso alla cassa integrazione ordinaria (gestione industria): nel mese di febbraio appena passato sono state autorizzate 25,9 milioni di ore, contro le 3,9 milioni di ore dello stesso mese dello scorso anno, con un incremento del 553,17%. Se si fa il confronto sul primo bimestre dell'anno l'incremento sullo stesso periodo del 2008 è del 443,26%.

LA CIG STRAORDINARIA - Più contenuto l'aumento della cassa integrazione straordinaria (gestione industria): sempre a febbraio sono state autorizzate 12,8 milioni di ore, contro le 8,9 del febbraio 2008, con un incremento del 44,8% che spalmato sul primo bimestre dell'anno diventa +26,65% (22,5 milioni di ore di cigs nei primi due mesi dell'anno, contro i 17,8 milioni del gennaio-febbraio 2008). Si accentua l'incremento di ore autorizzate anche nel settore edilizia, fino allo scorso mese in linea rispetto all'anno precedente. Si è passati dai 2,9 milioni di ore del febbraio 2008 ai 3,8 milioni del febbraio 2009, con un aumento del 29,45%: nel bimestre si è passati da 5,3 milioni del 2008 a 6,2 milioni nel 2009, l'incremento in questo caso è stato del 17,25%.

04 marzo 2009

Sicilia "paradiso dei diavoli" e terra di esorcisti

il vescovo di Palermo Paolo Romeo ha voluto incontrare questi preti a Bagheria

«Vi ringrazio per combattere il maligno». Un medico lavora con loro: «Dietro molte malattie c'è Satana»



BAGHERIA (Palermo) – C’è chi ha definito “la Sicilia un paradiso popolato da diavoli”. E guardando la straordinaria concentrazione di preti esorcisti verrebbe da crederci. L’isola detiene infatti un singolare primato: il più alto numero di sacerdoti ufficialmente nominati dai vescovi proprio per combattere il demonio. Su circa 100 preti esorcisti censiti in tutt’Italia, ben 20 si trovano proprio in Sicilia. E nella guerra a Satana non sono mobilitati solo i ministri della chiesa, ma anche laici e persino medici. Tutti sostengono di “lavorare a pieno regime” mentre la Conferenza Episcopale Siciliana è l’unica in Italia a promuoverne la “formazione costante”. Di recente il presidente della Cesi, il vescovo di Palermo Paolo Romeo, li ha voluti personalmente incontrare a Bagheria. «Vi ringrazio – ha detto - per il vostro ministero e per la tempra necessaria nel combattere il maligno». Mentre Mons. Renzo Levatori, dell’Università Pontificia Urbaniana, ha tenuto un ciclo di lezioni (con tanto di attestato di frequenza) spiegando come “il demonio, che è tra di noi, spesso usa come strategia il far dire che non esiste».

LA MAFIA NON E' UNA MANIFESTAZIONE DEL DIAVOLO - A guidare gli esorcisti dell’isola è fra Benigno (non poteva chiamarsi altrimenti) dei frati minori rinnovati che vive ed opera nel convento ricavato nell’ex carcere di Corleone. Si, proprio la città dei boss Riina e Provenzano e del demonio mafioso che infesta l’isola. «Riina e la mafia non sono una manifestazione del diavolo –tiene a precisare - ma il frutto di scelte sbagliate». Sarà, ma allora perché tanti esorcisti da queste parti? «Forse siamo tanti perché siamo usciti allo scoperto e ci riuniamo periodicamente – spiega fra Benigno - nel resto d’Italia, oltre a quelli ufficialmente indicati dai vescovi, ce ne sono tanti che praticano spesso l’esorcismo fai da te. In Sicilia prima il cardinale De Giorgi e ora Mons. Romeo hanno invece riconosciuto l’importanza della formazione costante di chi esercita l’esorcistato». E come si manifesterebbe il diavolo? «Come ha sempre fatto in passato e come farà in futuro. Oggi comunque bisogna stare attenti a fattucchieri, messe nere, musica e mode sataniste: sono spesso dei varchi utilizzati proprio dal demonio».

DONNE E GIOVANI LE VITTIME PREFERITE - A quanto pare donne e giovani sarebbero le vittime preferite anche se fra Benigno rassicura: «Bisogna saper distinguere la presenza del demonio dalle patologie psichiatriche. Le possessioni totali sono molto rare, più frequenti i casi di cosiddetta vessazione, mentre spesso ci troviamo solo di fronte a soggetti con sdoppiamento della personalità».

UN MEDICO A FIANCO DEGLI ESORCISTI - A fianco degli esorcisti anche Sergio Zappalà, medico di famiglia di Borgetto con 1.500 pazienti, la cui «conversione» è arrivata quattro anni fa. «Avevo una paziente sempre malata anche se dagli accertamenti clinici non veniva fuori mai nulla. E’ tornata a star bene solo dopo l’intervento dell’esorcista. Da quel momento ho capito che mi mancava qualcosa perché nessuno mi ha spiegato che oltre alle malattie del corpo c’è anche dell’altro. Oggi collaboro stabilmente con i preti esorcisti». Ma concretamente il demonio come si manifesterebbe?

«In genere sotto forma di patologie neuropsichiatriche – spiega Zappalà - ma può manifestarsi dietro qualunque tipo di malattia». E poi ci sono i segni esteriori. «L’indemoniato ha una feroce avversione al sacro – spiega fra Benigno - se in estate lo bagni con l’acqua benedetta si sente bruciare, se gli mostri il crocifisso ti sputa. In più mostrano una forza e una capacità di ragionamento sovraumani». Tra gli esorcisti siciliani anche preti che operano in città difficili come “l’inferno” di Gela. «Troppo spesso i giovani sono disorientati e questo li porta a coltivare mode e culti satanisti – spiega padre Enzo Romano - forse il vero demonio è la solitudine».

Alfio Sciacca

03 marzo 2009

Suonano di nuovo le campane di Bordighera Alta

03 marzo 2009| Loredana Demer

Zittite un mese fa perchè davano fastidio ma riaccese grazie a una petizione


Son tornate a suonare le campane. Quelle in bronzo, tutte e quattro, dell’antico campanile della parrocchia di Santa Maria Maddalena, realizzata nel Seicento. Dopo quasi un mese di silenzio Don Marco Gasciarino ha fatto di nuovo scattare il meccanismo che ha restituito la voce alle campane, ma con una differenza rispetto al passato: nessun battito doppio né per l’ora né per la mezzora come accadeva da decenni.


Le campane erano state zittite a causa delle lamentele di alcuni abitanti vicino alla parrocchia ma anche per via di qualche turista che aveva presentato rimostranze al parroco. E così Don Marco, sempre attento ai problemi della gente, aveva deciso di non far più suonare le campane nelle ore notturne.

Ma il paese intero si è ribellato. Grazie ad una raccolta di firme promossa dal gruppo culturale “U Risveiu burdigotu” ben trecento paesenghi hanno apposto il loro marchio identificativo sulla petizione che è stata poi consegnata a Don Marco.

«L’avevo detto fin dall’inizio – racconta il parroco – Avevo zittito le campane a malincuore. Adoro quel suono, allieta il sonno. Però non mi sembrava corretto nei confronti di chi di notte non riesce a dormire proprio per via dello scandire delle ore con i batacchi. Allora ho bloccato il meccanismo che aziona la campane. A quel punto, apriti cielo: la gente del paese prima è venuta a dirmi di far suonare di nuovo le campane perché, ironia della sorte, senza i rintocchi non riusciva a dormire e poi mi hanno preannunciato la petizione».

Che, come detto, ha raccolto ben trecento firme. A quel punto, ben contento, Don Marco ha fatto sì che le sue campane suonassero di nuovo le ore e le mezzore ogni notte. E da qualche giorno i rintocchi si sentono di nuovo in tutto il centro storico.

«Ho però evitato – dice – che tali ore e mezzore vengano ripetute con nuovi rintocchi pochi minuti dopo i primi. Insomma ho cercato di andare incontro a tutte le esigenze. Certo che qualcuno non è affatto contento del ripristino del suono. Anzi. Alcuni parrocchiani sono tornati a lamentarsi. Ma come potevo fare diversamente? Trecento firme sono tante quasi la metà della popolazione del centro storico. Anche a me piacciono le campane, non mi danni nessun fastidio. Capisco però che ci siano persone che non riescono a dormire con tali rintocchi. Mi dispiace per loro: io le avevo zittite ma il popolo ha voluto diversamente. E davanti a trecento firme cosa potevo fare?».

La pasta al sugo del senatore? Prezzi ridotti: 1,50 euro...

03 marzo 2009

Dura la vita del senatore. E allora se il carovita ammazza la spesa della gente comune, alla bouvette e al ristorante dei senatori i prezzi si calmierano.


Come? La pasta al ragù 1,50 euro (meno 30 centesimi), il secondo di carne o roast beef 2 euro (meno 50 cent). Un caffè vogliamo prenderlo? A 42 centesimi invece dei 50.

Via il borsellino è più leggero e mica vorremo fare i qualunquisti per 50 cent di sconto, otto sul caffé ai senatori che abbiamo spedito a Roma?
I senatori (315) da questa settimana godono degli sconti del 20% nonostante la idennittà mensile sia di 14 mila euro pro capite.

Beffardo gioco del destino, sconti che partono nei giorni di nuovi crac delle borse, con le maxi code delle famigilie operaie della Fiat a Pomigliano, in cui molti anziani in molte città aspettano la chiusura dei supermercati per recuperare qualcosa, altri messi peggio addirittura devono rovistare nei cassonetti, altri tagliano il tagliabile dal caffé al giornale, preso a casa il primo dopo avere cercato l’ultimo prezzo al mercato, ovvero quello meno caro e letto il secondo al bar o in ufficio. A fine mese caffé e giornale “fanno” 50-860 euro di spesa che equivale a un quasi carrello di spesa per campare pensando soprattutto ai figli che rosicchiano anche le gambe del tavolo tra tasse scolastiche, vestiti, cibo, paghetta e qualche regalo che mica possiamo fargli mancare seppur con sacrifici pesanti.

Alra spesa che cade sulle casse pubbliche? A quanto pare no ed è l’unica, si fa per dire, consolazione perché gli sconti sono frutto del cambio di gestione che ha scontato una riduzione di prezzi. Prezzi “politici” ai poliici quindi.

Nel 2008 la ristorazione dei senatori è costata 1 milione 427 mila euro. Il resto del prezziario? La nuova concessionaria legata a una multinazionale del settore ristorazione propone per esempio una spremuta a 92 centesimi; panino-prosciutto a 1,17; il cappuccino 58 cent;. Questo per i senatori ma è già polemica perché al bar dei dipendenti si paga (relativamente) di più: la spremuta costa 1,10 euro, il cappuccino 60 cent.. E sì dura la vita del dipendente del senato.

I soldi dei donatori il 15 % al popolo il resto alle milizie

Ecco come Hamas gestisce


Il rischio è che i fondi stanziati dai Paesi donatori finiscano per finanziare la struttura militare di Hamas.

Non solo ma che finiscono nelle casse di Teheran. È quanto sospettano i servizi israeliani. Ma è anche opinione negli Stati Uniti L'organizzazione islamica che controlla la Striscia di Gaza da tempo gestisce fondi e donazioni che arrivano soprattutto dai Paesi arabi e da organizzazioni internazionali. La ripartizione non è propriamente equa. Il 15 per cento viene distribuito alla popolazione palestinese con particolare attenzione per le famiglie che hanno avuto vittime.

Un 30% alimenta le gerarchie politiche e religiose di Hamas, un altro 25% serve per mantenere la struttura militare delle Brigate Izz-el-Din Al Qassam. Il restante 30 per cento serve per pagare i rifornimenti dia rmi: missili e munizioni che in gran parte sono forniti dall'Iran. Quindi buona parte delle donazioni finiscono a Teheran. E Teheran proprio ieri ha chiesto all'Interpol un mandato di arresto per 15 tra ministri e militari di Israele accusati di genocidio nell'operazione Piombo Fuso. Mau.Pic.

03/03/2009

L'Italia impari a difendere la propria identità

L'intervento del sindaco di Roma Gianni Alemanno


Un male oscuro rende fragile l’Italia. Un male difficile da definire, su cui da due secoli si affannano le analisi degli intellettuali, i programmi dei politici, perfino l’arte dei poeti. È una contraddizione profonda che segna tutta la nostra storia unitaria...

Oppure esso deriva da un difetto culturale, un errore ideologico, una condizione storica e politica che si possono rimuovere, correggere, modificare e governare? Noi che non vogliamo credere a un «destino segnato», propendiamo per la seconda ipotesi. Crediamo che ci sia un errore culturale da rimuovere. E che questo sia il momento storico, l'ultima chiamata, per poter tentare questa operazione. Il problema sta nella difficoltà dell'Italia a comprendere e ad attuare la propria autentica identità, il che porta come conseguenza l'aver cercato di costruire il proprio processo unitario o negando il valore stesso dell'identità, o applicandolo a modelli inautentici o inadeguati....

L'Italia, insomma, deve imparare a essere se stessa, deve riconoscere l'anima che è alla base della propria unità, deve coltivare il valore dell'identità a tutti i livelli come un «mito fondante» contro la malattia nazionale dell'individualismo e dei microconflitti sociali.... Tutta la politica deve fare i conti con il «senso comune», con il sentimento popolare che nessun elitarismo radical-progressista e liberal hanno il diritto di mettere in discussione: se Eugenio Scalfari ci invita a essere meno italiani, e lancia a Silvio Berlusconi l'accusa di essere «arci-

La contraddizione di una comunità nazionale che ha radici storiche tra le più antiche del mondo, un patrimonio culturale che da solo pesa quanto quello del resto del pianeta, una capitale appellata "città eterna" e simbolo universale; ma che, nonostante tutto ciò, stenta a definirsi come unità statuale e civile... Qual è la causa di questo male oscuro? È un codice genetico negativo, un destino ineluttabile, un segno antropologico che condanna gli italiani a essere gli ultimi degli europei? Oppure esso deriva da un difetto culturale, un errore ideologico, una condizione storica e politica che si possono rimuovere, correggere, modificare e governare? Noi che non vogliamo credere a un «destino segnato», propendiamo per la seconda ipotesi.

Crediamo che ci sia un errore culturale da rimuovere. E che questo sia il momento storico, l'ultima chiamata, per poter tentare questa operazione. Il problema sta nella difficoltà dell'Italia a comprendere e ad attuare la propria autentica identità, il che porta come conseguenza l'aver cercato di costruire il proprio processo unitario o negando il valore stesso dell'identità, o applicandolo a modelli inautentici o inadeguati.... L'Italia, insomma, deve imparare a essere se stessa, deve riconoscere l'anima che è alla base della propria unità, deve coltivare il valore dell'identità a tutti i livelli come un «mito fondante» contro la malattia nazionale dell'individualismo e dei microconflitti sociali....

Tutta la politica deve fare i conti con il «senso comune», con il sentimento popolare che nessun elitarismo radical-progressista e liberal hanno il diritto di mettere in discussione: se Eugenio Scalfari ci invita a essere meno italiani, e lancia a Silvio Berlusconi l'accusa di essere «arci-italiano», dobbiamo, al contrario, essere consapevoli che la nostra missione è quella di diventare italiani nel senso più serio, autentico e rigoroso. Essere italiani significa credere nel «genio» individuale, che non è individualismo conflittuale né negazione delle responsabilità comunitarie: chi vale, chi merita, chi crea può offrire qualcosa di più al prossimo. Essere italiani significa credere nelle minoranze attive e creatrici, che non sono lobby, mafie, sètte, se riescono a essere comunità di persone capaci di donare energia a tutto il tessuto sociale.

Dobbiamo quindi rifiutare la demonizzazione dei gruppi intermedi, delle professioni, delle categorie che appartengono alla storia d'Italia più di ogni altro paese europeo e che sono il tessuto vitale della società civile. Essere italiani significa credere nella famiglia, la comunità naturale su cui si fonda ogni esperienza, a cominciare dalla continuità generazionale.... Essere italiani significa credere nell'identità dei territori, nelle loro diversità, nelle loro radici culturali, nelle loro potenzialità di sviluppo locale. Dobbiamo costruire un federalismo solidale e sussidiario, che sia un nuovo modo di unire l'Italia dal basso, dai cento campanili e dalle diverse identità locali, che sono più forti e credibili delle articolazioni burocratiche dello Stato centrale.

Dobbiamo difendere le coste, i monti, le campagne, i centri storici e i monumenti del paese più bello del mondo. Essere italiani significa credere nella qualità, qualità del vivere, qualità nel creare, qualità del produrre: quello che viene ovunque percepito come made in Italy o Italian style, che dobbiamo difendere e promuovere, non solo per interesse ma per missione. Essere italiani significa ritrovarsi in quella dottrina sociale della Chiesa che insegna i princìpi della sussidiarietà, della reciprocità, della solidarietà e della partecipazione. Dobbiamo essere là dove libertà e socialità sono la stessa cosa, dove persone e società si incontrano nei valori delle identità e delle comunità. Infine, essere italiani significa ritrovarsi nel simbolo di Roma, che è un simbolo di sovranità politica, di uso temperato della forza, di missione creatrice e di cooperazione solidale in uno spazio geopolitico decisivo come quello del Mediterraneo.

Nel simbolo di Roma si incontrano il rispetto di ogni identità e di ogni tradizione, con i valori cattolici dell'universale dignità della persona umana.... Dobbiamo essere consapevoli di non avere un tempo infinito davanti a noi: l'incedere dei processi globali non ci lascia molti margini per rilanciare il progetto nazionale e il progetto europeo.... Ma in questi anni si possono anche produrre quei cambiamenti decisivi che finalmente possono far nascere la «nuova Italia».... Dopo la conquista del diritto al voto, potrebbe essere scoccata l'ora di rilanciare la diffusione della lingua italiana nel mondo.

Questa è già, dopo l'inglese e lo spagnolo, in terza posizione tra gli idiomi studiati in tutto il mondo come lingua straniera. Ma si potrebbe andare più avanti, e farne un legame e un interscambio costanti con la madrepatria.... Un altro pilastro su cui costruire questo progetto politico-culturale deve essere la valorizzazione dell'Italia come veicolo di uno specifico «stile di vita», anche attraverso la sfida alla contraffazione e alla difesa delle nostre produzioni made in Italy, che può rappresentare la nostra strada per superare la crisi....

Scoperto il 'Viagra' naturale E' l’acido solfidrico, gas delle solfatare

Si tratta di un gas comune nei dintorni delle solfatare e prodotto anche dall’organismo umano: sarebbe in grado di aiutare gli uomini con problemi di erezione

Napoli, 2 marzo 2009


L’acido solfidrico (H2S), un gas comune nei dintorni delle solfatare e prodotto anche dall’organismo umano, sarebbe in grado di aiutare gli uomini con problemi di erezione. La scoperta effettuata tutta in Italia potrebbe aprire la strada a nuovi farmaci contro l’impotenza. Merito della scoperta un gruppo di ricercatori dell’Università Federico II di Napoli guidati da Giuseppe Cirino, preside della facoltà di farmacia e da Vincenzo Mirone direttore della clinica urologica dell’ateneo napoletano che è stato pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of the Sciences (PNAS).

L’acido solfidrico (H2S) è stato per molto tempo considerato come un gas tossico o come un agente inquinante presente nell’atmosfera. Solo di recente, invece sono state descritte le proprietà farmacologiche di questa molecola che può essere considerata il terzo mediatore gassoso fino ad ora individuato.

Nel 2010 ci sarà il bebè su misura Vaticano: "Lede la dignità dei figli"

La Fertility Institutes di L.A. sarà in grado di determinare un bambino dalla carnagione più scura per evitare il rischio melanoma o per avere un colore di capelli piuttosto che un altro. La Pontificia Accademia per la Vita: "Si tratta eticamente di una operazione scorretta"

Roma, 3 marzo 2009


Sarà come ordinare una vettura nuova o un vestito su misura, ma più che un sogno sembra un incubo, quello dei bambini su misura, concepiti da embrioni selezionati sulla base di tratti fisici: secondo la BBC una clinica per la fecondazione assistita statunitense offre la possibilita’ di selezionare i tratti fisici del bebe’, dal colore degli occhi a quello dei capelli. Atteso per il prossimo anno il primo bebe’ su misura.

Si tratta dei Fertility Institutes di Los Angeles diretti da Jeff Steinberg. ‘’Non direi che e’ una strada pericolosa - e’ la dichiarazione di Steinberg su BBC online - ma piuttosto una strada irregolare’’, quella di selezionare gli embrioni per motivi non solamente di salute ma puramente estetici. Delle coppie potrebbero volere un figlio dalla carnagione piu’ scura per evitargli il rischio melanoma, ha aggiunto Steinberg, o piu’ semplicemente potrebbero preferire un colore di capelli piuttosto che un altro.

La clinica Usa gia’ permette alla coppia di scegliere il sesso del nascituro. Questo annuncio sembra essere un’accelerazione ancora piu’ forte verso i bambini su misura e rischia di gettare il discredito sulle tecniche per la fecondazione assistita cui invece ricorrono coppie che non possono avere un bambino naturalmente o portatori sani di malattie ereditarie.


La clinica statunitense dice di poter selezionare alcuni tratti somatici tramite la diagnosi preimpianto usata proprio per prevenire la nascita di bebe’ gravemente malati. Oggi la clinica offre gia’ un ‘servizio’ per la scelta del sesso del nascituro. E assicura che con una batteria di test genetici potra’ permettere la selezione di un bebe’ con un certo colore di capelli o occhi o con una precisa carnagione. ’’Ma non tutte le coppie saranno considerate adatte a questo tipo di test’’, ne’ la clinica da’ garanzia assoluta di successo, si legge in un comunicato pubblicato di recente sul sito della clinica.

DAL VATICANO: "E' LESIVO DELLA DIGNITA' DELLA PROLE" 

Una ‘’operazione scorretta e lesiva della dignita’ della prole’’, questo è il pensiero del presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, Elio Sgreccia, creare dei ‘’bebe’ su misura’’ come promesso dalla clinica americana.

Commentando l’annuncio shock alla Radio Vaticana, l’esponente vaticano ha affermato che ‘’non e’ la prima volta che escono di questi annunci e che si scrivono per attirare clientela. In ogni caso si tratta eticamente di una operazione scorretta e lesiva della dignita’ della prole, perche’ intende manipolare il corpo, dominarlo e farlo uscire secondo i propri gusti’’.


Mons. Sgreccia ha quindi colto l’occasione per ribadire la condanna di ogni manipolazione genetica: ‘’Poteva sembrare una tendenza propria della sete di dominio che l’assolutismo politico ha sempre voluto esercitare sulla vita delle persone. Purtroppo - ha osservato - questo tipo di istinto dominatore sta negli uomini; se non viene frenato dalla morale e dalle leggi, puo’ essere favorito, non piu’ da un regime che vuole risultare di carattere biopolitico, ma da coloro che hanno soldi, interessi o capricci per giocarsi la vita degli altri’’.

Il valore d'una vita senza valore

martedì 03 marzo 2009, 07:27

Michele Brambilla


È passata purtroppo inosservata la lettera che David Cameron, leader dei Conservatori inglesi, ha inviato via mail a tutti coloro che hanno espresso solidarietà a lui e a sua moglie Samantha dopo la morte del figlio Ivan, di sei anni. Ieri solo il Corriere della Sera l’ha riportata, a pagina 19. Peccato, perché quella lettera ha molte risposte da dare a quanti in queste settimane hanno avanzato dubbi sul valore della vita di persone gravemente handicappate, oppure in coma.

«Ma è vita, quella?», si chiedono in molti, dando per scontata la risposta: no, non è vita. «Vivere così non ha senso», dicono.

Il piccolo Ivan era, dalla nascita, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia. Era destinato a una morte certamente prematura, come infatti è avvenuto, e non ha potuto godere nulla delle gioie dell’infanzia: né giochi né corse, né parole né pensieri, almeno nel senso che intendiamo noi per pensieri. Ma quale «senso» abbia avuto la sua breve vita l’ha scritto suo padre, in quella mail, con parole commoventi: «Abbiamo sempre saputo - ha scritto - che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all’improvviso».

La sua morte, per i genitori, non è stata affatto quella «liberazione» invocata da altri genitori che hanno vissuto drammi simili. «Lascia un vuoto nella nostra vita - ha scritto ancora David Cameron - così grande che le parole non riescono a descriverlo. L’ora di andare a letto, l’ora di fare il bagno, l’ora di mangiare: niente sarà più uguale a prima».

Vado avanti: «Ci consoliamo sapendo che non soffrirà più, che la sua fine è stata veloce, e che è in un posto migliore. Ma, semplicemente, manca a noi tutti disperatamente. Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di luima almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario.

È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi - Sam, io, Nancy ed Elwen(la moglie e gli altri figli,ndr) - a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo».

«Ricevere»: in questo verbo semplice e straordinario c’è tutto il mistero della potenza di uno dei più grandi - forse il più grande - tabù del nostro tempo, la sofferenza. In queste settimane in cui mi sono dovuto occupare del caso di Eluana Englaro, ho ascoltato attentamente le argomentazioni di tutti, politici e filosofi e prelati, ma quella che mi ha convinto di più è contenuta nelle pochissime,scarne parole che mi ha detto, durante una chiacchierata sotto la sede del Giornale, un nostro collega, Felice Manti: «Eluana è stata eliminata perché era Cristo in croce. Era un segno visibile e tangibile dell’ineluttabilità, nella nostra vita, della sofferenza».

La sofferenza è lo scandalosupremo, e di fronte ad essa reagiamo cercando (invano) di espungerla dal nostro orizzonte. Ma David Cameron ci dice ora quello che molti altri hanno sperimentato: e cioè che la sofferenza (oserei dire: forse nulla più della sofferenza) può avere il potere di renderci migliori, più attenti al dolore degli altri; di scoprirci capaci di amare e di sentirci amati.

Chi vive situazioni del genere fa spesso esperienza di una fraternità che mai, prima, avrebbe immaginato possibile. Ecco «a che cosa serve» unavita come quella di Ivan Cameron. Una vita lontana anni luce dai criteri di felicità e benessere del nostro tempo: eppure capace di produrre una catena di amorechechissàquandocesserà di dare frutti. Una vita breve.

Ma che cosa è breve e che cosa durevole? «Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo» (Seconda lettera di Pietro, 3,8). PS: Ne approfitto per rispondere ai molti lettori che mi hanno criticato, e spesso coperto di insulti che nonf anno onore alla causa pro-life, per aver io scritto di essere contrario alla denuncia per omicidio volontario contro il papà di Eluana. Spero capiscano che è con le testimonianze alla David Cameron, e non con la richiesta di mettere in galera chi non ce la fa, che si può rendere un servizio alla vita e all’amore.

I giornalisti dell'Unità in sciopero, il giornale rischia la chiusura

Presentato dall'azienda un piano che prevede tagli e riduzione degli stipendi


ROMA - I giornalisti dell'«Unità» ha annunciato il Comitato di redazione del giornale al termine di una lunga assemblea. Al centro della vertenza la crisi economica dell'Unità che ha spinto la proprietà a presentare un drastico piano di contenimento dei costi.


IL COMUNICATO - «È stato proclamato - si legge nel comunicato sindacale che comparirà domani sul giornale - il primo dei cinque giorni di sciopero messi a disposizione del Cdr. Lo ha deciso all'unanimità l'assemblea delle redazioni di Roma, Bologna, Firenze, Milano e dell'on-line, per respingere l'ipotesi di drastico ridimensionamento aziendale prospettato dall'amministratore delegato. Cosa che provocherebbe gravissime ripercussioni sugli organici e sulla fisionomia stessa del prodotto. Tutto questo malgrado i positivi risultati di vendita e i piani di rilancio della testata messi in atto non più di quattro mesi fa». «L'assemblea - prosegue la nota - respinge i tempi, strettissimi, indicati dall'azienda per la trattativa. E, in particolare, ritiene inaccettabile la data ultimativa del 23 marzo, fissata come termine ultimo per scongiurare lo stato di insolvenza. Si ricorda che i tempi e le modalità per dichiarare lo stato di crisi sono indicati dal contratto e che, in ogni caso, la dinamica di una trattativa non può essere condizionata da scadenze ultimative».

LA SITUAZIONE - Secondo quanto riporta il quotidiano «Italia Oggi» i giornalisti sarebbero stati messi di fronte a due alternative inaccettabili. Da un lato la chiusura del giornale a seguito del fallimento della società editrice dato che il principale socio, vale a dire Renato Soru, ex presidente della regione Sardegna, non vuole procedere ad una ricapitalizzazione pari a 6 milioni di euro. Dall'altro un piano che preverebbe la chiusura di alcune redazioni locali, il taglio della foliazione, la riduzione del numero dei collaboratori e dei loro compensi e, infine, un taglio del 40% degli stipendi per tutti i dipendenti rimasti dopo la cura, giornalisti compresi. Questo a fronte di un aumento del 10% delle copie vendute dopo il restyling del giornale voluta dal nuovo direttore Concita De Gregorio. Aumento di copie che però, a causa della crisi, non si è trasformata in una crescita delle entrate pubblicitarie.

03 marzo 2009

La lettera dal lager arriva dopo 66 anni


Un messaggio per rincuorare la moglie sulla sua situazione di internato in un lager tedesco. Spedito nel 1943, è stato però recapitato alla moglie, a Gazzuolo di Mantova, mercoledì scorso. Dopo 66 anni. Nel biglietto c'è scritto: per ora la mia salute è ottima.



Un biglietto spedito da un italiano, internato in un lager nazista, arriva alla moglie dopo 66 anni.

Lo ha ricevuto mercoledì scorso, nella casa di riposo di Gazzuolo (Mantova), Adelina Paganotto in Montini (nella foto). Un piccolo biglietto che ha attraversato la storia, soltanto un po' ingiallito dal tempo.

Una cartolina postale che racconta la storia meglio di un testo scolastico e che racconta di un amore meglio di un romanzo. Adelina, 95 anni, si è vista recapitare mercoledì 25 febbraio, una cartolina datata 14 ottobre 1943. Proveniva dalla Germania, dal lager di Bezeichnung, da dove il marito, Cesare Montini, la rassicurava sul suo stato di salute: "Per ora è ottima". Nei lager la posta veniva controllata dai soldati nazisti.

Nel biglietto, Cesare scriveva anche di aver tanta nostalgia dell'Italia e dedicava alla moglie affettuosi pensieri. La cartolina, che Adelina ha ora gelosamente incorniciato nella sua stanza, si è mantenuta in condizioni eccellenti nonostante il tempo e la polvere di qualche sperduto deposito postale abbiano tentato di cancellarne l'esistenza. Il messaggio non era mai giunto a Gazzuolo.

E' stato ritrovato a Sondrio durante un trasloco e poi spedito ai famigliari.
A riceverlo è stata la nipote di Adelina, Ilva, la quale, emozionata e incredula, lo ha consegnato alla nonna. Il percorso che la cartolina ha seguito negli anni, partendo dal lager di Bezeichnung, fino in Italia, a Sondrio prima e a Gazzuolo poi, è e rimarrà un mistero. (Alessandro Soragna)

(03 marzo 2009)

Bergamo, al corteo di Forza Nuova il saluto fascista del prete lefebvriano

Lui è don Giulio Tam, padre lefebvriano che si definisce “gesuita itinerante”. Sabato scorso il sacerdote ha sfilato, accanto a Roberto Fiore, in testa al corteo di Forza Nuova a Bergamo

di Paolo Berizzi


E il prete benedì i camerati con il saluto romano. Lui è don Giulio Tam, padre lefebvriano che si definisce "gesuita itinerante". Sabato scorso il sacerdote ha sfilato, accanto a Roberto Fiore, in testa al corteo di Forza Nuova a Bergamo: più che altro una parata militare, con i militanti forzanovisti che hanno marciato per le vie del centro muniti di caschi e bastoni. Tra saluti romani, "boia chi molla" e qualche "Sieg Heil", la manifestazione ha accompagnato l'inaugurazione della nuova sede del movimento di estrema destra.

GUARDA Le foto

Nel pomeriggio si sono registrati duri scontri tra polizia e antagonisti dei centri sociali riuniti in un presidio di protesta: il video del giovane preso a manganellate dai poliziotti ha fatto il giro del web. Oltre ai provvedimenti per gli autori degli incidenti, anche la marcia neofascista avrà uno strascico giudiziario: è pronta un'altra pioggia di denunce per chi ha sfilato con caschi e bastoni. E a far discutere, ora, è anche la presenza di don Giulio Tam.

In una delle foto pubblicate dal quotidiano online www.bergamonews.it si vede il prete "in camicia nera" che si esibisce nel saluto romano davanti a un centinaio di camerati che marciano in fila, molti a volto coperto. Al suo fianco, il segretario nazionale di Forza Nuova, Roberto Fiore, il coordinatore nazionale Paolo Caratossidis, e il responsabile provinciale Dario Macconi, quest'ultimo figlio del consigliere regionale lombardo, e presidente provinciale bergamasco di An, Pietro Macconi.

Originario della Valtellina, Giulio Tam è nipote di Angela Maria Tam, fucilata dai partigiani nel 1945. Cappellano dei gruppi di destra, già candidato con Alternativa sociale alle ultime elezioni europee, non ha mai fatto mistero del suo tradizionalismo e si è battuto contro le posizioni di "riconciliazione storica" espresse da Gianfranco Fini.

(03 marzo 2009)

Le cure ai clandestini costano 250 milioni

mercoledì 04 marzo 2009, 09:28

di Enza Cusmai


Sono fantasmi che si fanno curare. Vagano da un pronto soccorso a un altro per una febbre alta oppure per un dito rotto. Qualche volta si fanno ricoverare, per partorire un bambino, per una vaccinazione, oppure dopo un trauma o un incidente. Sono fantasmi perché non hanno un lavoro, non hanno un permesso di soggiorno e vivono nel nostro Paese come clandestini. Non sono registrati da nessuna parte ma si fanno curare, gratuitamente. A spese del Servizio sanitario nazionale, che scuce, annualmente, 250 milioni di euro, stando a stime minime. Ma quando si parla di Sanità, non si dice di no a nessuno. E dopo le polemiche legate alla possibilità di denunciare i clandestini da parte dei medici, è importante guardare alle cifre. Che vengono distribuite a pioggia tra le varie Regioni.

Partiamo dal Servizio sanitario nazionale. Per coprire le spese degli irregolari nel 2007 ha stanziato 31 milioni di euro. Questi fondi sono stati distribuiti sulla base del numero degli irregolari presenti sul territorio stimati dalla Caritas. Fondi pubblici ripartiti sulla base della stima di un’associazione, pur importante. Se poi guardiamo i costi, ci accorgiamo che ogni Regione spende molto di più di quanto gli arriva dallo Stato. Al Piemonte, per esempio, viene erogato un contributo di oltre 3 milioni di euro, mentre solo per le gravidanze delle clandestine la Regione spende oltre 4 milioni. Tutte le Regioni sono in profondo rosso in fatto di sanità-fantasma. E il ministero dell’Interno tampona le falle come può, erogando fondi alle Asl che ne fanno richiesta.
Insomma, i conti elaborati su base nazionale sono prudenziali, anzi, sottostimati.

Uno spaccato più affidabile lo offre Milano. Secondo la Direzione generale della Asl, il costo delle prestazioni sanitarie erogate per gli irregolari è di 14,5 milioni di euro per i 37 mila clandestini presenti in città. Nel pronto soccorso dei grandi ospedali si arriva a 23 mila casi assistiti all’anno, con un’incidenza di 628 ogni mille irregolari. In pratica, questi pazienti si presentano in ospedale anche per patologie semplici che non possono essere curate dal medico di famiglia. Basti pensare che gli interventi al pronto soccorso dei milanesi sono di gran lunga minori: 549 su 1000 abitanti.

Anche i ricoveri sono più frequenti rispetto agli italiani: 51 su mille per i clandestini, 30 su 1000 i milanesi. Le prestazioni ambulatoriali si assestano attorno alle 25 mila annue. Ma chi paga questi servizi alla Asl di Milano? La torta viene così divisa: il ministero degli Interni copre 7,5 milioni di euro, il rimanente resta a carico del Ssn. Insomma, Milano spende 391 euro per mantenere in salute ogni irregolare. Se questa cifra viene moltiplicata per 651 mila (i clandestini presenti nella penisola secondo l’Ismu), la spesa complessiva che si accolla la collettività supera i 254 milioni di euro. Ma ci sono stime secondo cui gli immigrati sono il doppio.
 
E a questa sommetta vanno sommate le spese sanitarie per romeni e bulgari. Loro, ormai, sono cittadini comunitari e non rientrano più nella categoria dei «fantasmi». Ma spesso non hanno lavoro fisso, né domicilio, né reddito e non sono coperti dalla carta sanitaria europea. Il risultato? I costi per le loro malattie se li accolla l’Italia e non la Romania.

Gli immigrati entrano in ospedale soprattutto per far nascere i bambini, se donne, per traumi e incidenti se uomini. Ma anche tra loro cominciano a emergere patologie presenti nella popolazione italiana di età più avanzata: malattie cardiovascolari, tumori e tubercolosi, una malattia di ritorno che inquieta gli esperti. «Se queste persone, quando hanno la Tbc, non si facessero – spiega Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia del Policlinico Gemelli di Roma - potrebbero diffondere la malattia, che si trasmette per via respiratoria».

E il video «scagiona» Silvio Nessuna gaffe con Sarkozy

Berlusconi non alluse a Carla. Ma Canal Plus non si scusa

Fraintesa la frase del premier sulla Sorbona. E la tv francese rinvia il programma
 
Soltanto quanto viene pronunciato a microfoni aperti dovrebbe fare fede, non i sussurri o la loro interpretazione, tanto più quando la traduzione linguistica potrebbe ingenerare confusione. E' vero che Silvio Berlusconi ha spesso smentito o corretto anche registrazioni ufficiali dei suoi interventi, ma questa volta risulta davvero difficile sostenere che abbia pronunciato all'orecchio di Nicolas Sarkozy la frase «C'est moi qui t'ai donné ta femme» (io ti ho dato la tua donna), con allusione greve alle origini italiane di Carla Bruni.

La battuta, durante la conferenza stampa con il presidente francese Sarkozy al termine del vertice Italia-Francia della scorsa settimana, ha fatto il giro del mondo, innescato polemiche sull'esuberanza linguistica del presidente del Consiglio e fatto piovere su Berlusconi accuse di machismo, al punto che due eurodeputate del Pd (Anna Paola Concia e Donata Gottardi) hanno portato il caso alla Corte europea di Strasburgo, con l'accusa di offesa ripetuta alla dignità delle donne. Ma se si riascolta più volte la registrazione, separando le parole con l'aiuto dei tecnici del suono, la frase effettivamente detta da Berlusconi a Sarkozy, in lingua francese e un po' distante dal microfono, risulta in tutta evidenza un'altra:

«Tu sais que j'ai etudiè à la Sorbonne» (tu sai che ho studiato alla Sorbona), come del resto aveva subito precisato l'ufficio stampa di Palazzo Chigi, smentendo la trasmissione di Canal Plus che ha colto l'occasione della battutaccia per eleggere in diretta Berlusconi il «relou de l'année», definizione idiomatica di difficile traduzione, che starebbe per «uomo più greve dell'anno». Il corrispondente del Corriere della Sera è stato invitato ieri a riascoltare la registrazione e a darne un'interpretazione. La domanda fondamentale è: la parola «donna» può essere scambiata per Sorbona? Dato che in francese il nome della famosa università parigina si scrive con due enne, per il gioco degli accenti può suonare effettivamente come «donna». L'intento di Yann Barthes, il giornalista autore della trasmissione, era (ed è ancora, anche se il programma è stato rinviato) di confermare l'interpretazione iniziale, ritornando così sulla polemica con maggiori supporti tecnici e linguistici. Ma l'«accanimento sonoro» conforta l'impressione che la registrazione non possa dare adito a ulteriori equivoci.

Tanto più che la frase di Berlusconi s'inserisce nel momento ufficiale della conferenza stampa in cui Sarkozy stava dando notizia degli accordi bilaterali in materia di scambi culturali e di istruzione firmati dal ministro Mariastella Gelmini e dal suo omologo francese Xavier Dercos. E' infatti a questo punto che Berlusconi ricorda di aver studiato alla Sorbona. Interrogato sull'argomento, Barthes non ritratta e non conferma. «Abbiamo ascoltato la conferenza stampa ed eravamo sicuri di ciò che abbiamo sentito. Stiamo continuando a lavorare sulla registrazione e torneremo sull'argomento ». Insomma, almeno per ora, niente scuse né imbarazzi. In attesa di un «grand jury» del suono, è il caso di smentire una famosa battuta di Giulio Andreotti: «A pensare male si fa peccato, ma ci si azzecca». Non è sempre così.

Massimo Nava
04 marzo 2009

Iran, Khamenei attacca Israele «Un cancro, l'Olocausto un pretesto»

La Guida suprema del paese
 

A Teheran Conferenza pro-Palestina: «L'unica soluzione è la Jihad». Affondo su Obama: «Sbaglia come Bush»

 

TEHERAN - No a qualsiasi trattativa fra palestinesi e israeliani, l'Olocausto è stato solo «un pretesto» per creare lo Stato di Israele, che è un «cancro». È la direttiva che l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, ha indicato aprendo una conferenza internazionale sulla Palestina a Teheran.

ATTACCO - Secondo il successore di Khomeini, il popolo palestinese potrà ottenere risultati solo attraverso «la jihad dei combattenti. C'è gente secondo la quale l'unico modo per salvare la Palestina sono le trattative. Ma trattative con chi? Con un regime usurpatore e deviato? Con gli Usa e la Gran Bretagna, che hanno creato questo cancro?», si è chiesto Khamenei. «È la resistenza l'unico modo per salvare la Palestina».

AFFONDO SU OBAMA - Nel suo intervento l'ayatollah risparmia critiche al nuovo presidente americano e alla sua scelta di «giustificare» le operazioni militari di Israele a Gaza con esigenze di sicurezza: ciò per Khamenei «significa difendere il terrorismo di Stato». Quella intrapresa da Obama è «una strada sbagliata, non meno di quella seguita dal suo predecessore George W. Bush» secondo la guida suprema dell'Iran. «Anche il nuovo presidente Usa - afferma l'ayatollah - nonostante tutti i suoi slogan sul cambiamento, ha posto alcune condizioni per la sicurezza dei sionisti, e ciò significa difendere il terrorismo di Stato. Ciò significa sostenere il massacro del popolo palestinese a Gaza».


04 marzo 2009

Di Pietro finge d’indignarsi ma è il "re dello scrocco"

di Filippo Facci


mercoledì 04 marzo 2009, 07:00

«C'è bisogno di interventi di buoncostume!». Eh? «Questa è la vera vergogna italiana!». Ma chi è che urla? «Così si dà il cattivo esempio, ed è chiaro che poi diventano tutti bulli!». Ma che succede? Che bulli? «Con i bulli che abbiamo in Parlamento e al governo, così succede!». Ah, è Di Pietro.
Tranquilli.

È normale. I punti esclamativi li abbiamo aggiunti noi, il resto corrisponde a una dichiarazione rilasciata ieri dal leader dell'Italia di se stesso: una delle tante snocciolate ogni giorno nella speranza che i giornali ne riportino almeno una. Ieri la schermata del computer ne riportava una su Angelo Rizzoli che dovrebbe «accendere un cero a Silvio», una sulla legge elettorale «che è schifosa e va cancellata», una su «i ricchi che non pagano le tasse», una che diceva «i politici condannati non devono essere ricandidati», una «Berlusconi ha scelto l'impunità invece che la lotta al crimine», e ancora «L'Italia dei valori non vuole crescere sulle spalle del Pd», «bisogna far chiarezza sull'archivio Genchi», «il governo invece di affrontare la crisi opera per limitare i diritti dei lavoratori». Neppure una parola sulle balene spiaggiate in Tasmania.

Una, comunque, sui giornali è passata: è quella dei bulli. Sarebbero i parlamentari che hanno visto ribassarsi del 20 per cento i prezzi del bar e del ristorante del Senato. Ora il caffè costa 42 centesimi, un tramezzino ne costa 96 e un piatto di tortellini è passato da 1,80 a 1,50: da qui l'uscita su quei bulli che stanno in Parlamento. Perché proprio i bulli? È una delle tecniche minimal usate da Di Pietro per rastrellare presunti consensi; si sarà chiesto: chi è incazzato oggi?

E avrà pensato che lo fossero le mamme degli scolari che hanno rimediato il 5 in condotta. Lettura: mamme, i bulli sono loro, vota Idv alle Europee. L'avrà pensato scofanandosi panini alla buvette del Senato come fa sempre, vincendo la ripugnanza per quei prezzi oltraggiosi. I questori hanno detto che il ribasso dei prezzi non incide sulle casse pubbliche, perché è dovuto all'unificazione dell'appalto per bar e ristorante. C'è semplicemente un nuovo gestore che fa prezzi più bassi: ma spiegaglielo a quello lì, che intanto avrà già fatto nuove dichiarazioni sugli infortuni di Kakà e sulla guerra civile in Angola.

Stiamo parlando, non dimentichiamolo, del principe della rendita, il sovrano dello sbafo, l'imperatore dello scrocco. Che scandalo la buvette del Senato: poi eccolo lì che s'ingolfa. Che scandalo mio figlio che chiede favori a Mautone: però non dimetterti dal Consiglio provinciale e dallo stipendio, figliolo. Che scandalo le pensioni dei parlamentari: poi scopri che il suo carnet previdenziale ne fa titolare di almeno tre pensioni, ovviamente tutte statali, perché Di Pietro con il privato non ha lavorato mai.

Dal 1979 segretario comunale nel Comasco, dal 1980 vicecommissario di Polizia, dal 1981 magistrato dimessosi non appena maturata la nomina in Appello, nel 1995, così che la pensione fosse più alta. Poi europarlamentare. Poi parlamentare. E quando non lo elessero, tipo il 2001, ecco il suo pensiero: «Quell’estate, i partiti fanno una legge davvero sporca: riconoscono il diritto ad avere il rimborso elettorale anche ai partiti che nel 2001 non avevano raggiunto il quattro per cento, ma avevano superato il due per cento.

Dovevano dare una mano ai tanti partitini, che avevano allevato all’interno delle loro coalizioni, che si erano indebitati fino al collo. L’Italia dei valori, che non si era alleata con nessuno, conoscendo i propri limiti, aveva fatto una campagna elettorale oculata e all’insegna del risparmio, pagandola con una fideiussione bancaria personale, mia e di altri candidati». Parole sue nel libro Il guastafeste. Dettaglio: i soldi della legge sporca, cinque miliardi di lire, poi li prese lo stesso. Li mise nella cassa centrale, non li diede ai candidati che si erano autofinanziati: così pure, oggi, la periferia del Partito è interamente autofinanziata e dalla cassa non vede un soldo.

Ma poi: di chi stiamo parlando? Dobbiamo ripeterlo ancora? Di quello che da Giancarlo Gorrini scroccò cento milioni, una Mercedes sottocosto poi rivenduta, pratiche legali per la moglie, ombrelli, agende, penne e cartolame, stock di calzettoni al ginocchio, viaggi in jet privato, impiego del figlio.

Di quello che da Antonio D'Adamo scroccò cento milioni, periodiche buste di contanti, Lancia Dedra per sé e la moglie, utilizzo di garçonnière dietro piazza Duomo, utilizzo di suite al Mayfair di Roma, vestiario di lusso, telefono cellulare per sé, altro telefono cellulare, biglietti aerei, appartamento per il suo collaboratore, consulenze legali per la moglie, una libreria, senza contare la casa dietro piazza della Scala elargita dal Fondo pensioni Cariplo. Di chi stiamo parlando? Ah, è Di Pietro. Tranquilli. È normale.

Dc, il giallo dei palazzi scomparsi Il giudice: "Ho visto cose incredibili"

di Gian Marco Chiocci

mercoledì 04 marzo 2009, 07:00


Giovanni Schiavon, lei oggi è presidente del tribunale di Treviso, ma tutti la ricordano per le sue «dure» ispezioni quand’era a capo degli 007 del ministero della Giustizia. Indagò anche sul giudice Baccarini che seguì il fallimento dell’Immobiliare Europa che aveva acquistato il patrimonio della Dc... «Che esperienza drammatica. Proprio da lì sono cominciati i miei guai».


Ce li racconti.
«Dopo aver avuto segnalazioni ed esposti su gravissime anomalie all’interno della sezione fallimentare del tribunale di Roma l’allora ministro Castelli mi incaricò di approfondire la questione. Iniziai a lavorare e mi imbattei presto in una gestione domestica, direi allegra, delle procedure fallimentari. Vennero a galla situazioni gravi, fallimenti pilotati. Ho visto cose incredibili...».

Anche sull’Immobiliare Europa?
«Soprattutto. Fra i tanti esposti, me ne arrivò uno molto documentato su questa immobiliare che aveva rilevato il patrimonio Dc e che era stata dichiarata fallita seguendo procedure a dir poco singolari. Cercammo di andare a fondo nell’ostilità più totale dell’ambiente (ci nascondevano le carte, non collaboravano con noi, fui costretto a protestare col presidente del tribunale Scotti) e venne fuori di tutto. In quel preciso istante, però...».

Che cosa succede?
«Il ministro Castelli mi dice di essere stato “allertato”, diciamo così, da Castagnetti. Inizia a telefonarmi, dice di essere preoccupato, insiste che bisognava chiudere in fretta».

Era preoccupato di cosa?
«Erano sorti problemi politici. Successivamente, parlando alla presenza di un importante testimone, nel suo studio Castelli mi ha fatto il nome di Castagnetti. Ma c’è di più. Un collega dell’ispettorato mi ha detto che c’era un altro parlamentare che in piazza Montecitorio aveva “rimproverato” Castelli per la mia ispezione: si trattava, per quanto mi è stato riferito, di Rocco Buttiglione. Di questo ho parlato anche in tribunale a Perugia. Castelli era evidentemente preoccupato dalla piega che aveva preso la faccenda».

Castelli, al «Giornale», non conferma in toto questa sua versione.
«È ovvio che neghi. Non ha fatto una bella figura».


Non è che parla così perché poi non è stato riconfermato nell’incarico da Castelli?
«Solo grazie a questa scomoda ispezione sull’Immobiliare Europea sono stato sollevato. E nulla c’entra la motivazione ufficiale del siluramento, e cioè che non avrei avvertito il ministro che sottoscrivevo un appello affinché il governo rivedesse la posizione della riduzione da 10 a 5 anni della pena edittale per la bancarotta. La verità è che ho toccato determinati nervi scoperti».

Dal suo punto di vista privilegiato, come la spiega la vicenda del fallimento dell’Immobiliare Europa?
«È stato un fallimento pilotato, non ci sono dubbi. L’interesse era quello di far fallire a tutti i costi l’Immobiliare Europa, a prescindere dalla mancanza dello stato di insolvenza, per arrivare allo scioglimento di tutti i rapporti contrattuali. L’obiettivo dichiarato? Rientrare in possesso dell’intero patrimonio immobiliare della Dc. È stata una vicenda grave, molto grave, perché era evidente la connotazione strumentale della dichiarazione di fallimento.

Era una procedura talmente pilotata che hanno pensato bene di istruirla in meno di una settimana col giudice Baccarini che ha bypassato l’assegnazione dei procedimenti e s’è preso quello, l’Immobiliare Europa, appunto, che spettava ad un altro magistrato. Poi ha proceduto a gran velocità verso il fallimento a ridosso di Ferragosto. Si sono calpestate regole e procedure. Mai visto niente del genere...».

Quindi?
«Una gran porcheria. Nemmeno in Sudan fanno certe cose...».

Compagni giornalisti

di Salvatore Tramontano


mercoledì 04 marzo 2009, 07:00


Sì, siamo solidali con i colleghi de l'Unità. E vorremmo che i lettori non si stupissero, e non considerassero questa presa di posizione come un gesto corporativo, per almeno tre motivi. Il primo: l’informazione è un ecosistema in cui ogni organismo è collegato all’altro. A noi, visto che ci piace il giornalismo che riconosce le personalità e le opinioni marcate, e non ci piacciono i brodini precotti e le veline, ecco, a noi, se viene meno l'Unità, se scompare dal panorama un avversario, dispiace.

In secondo luogo siamo preoccupati anche per i nostri colleghi, e non per lezioso buonismo. Ma perché nei tempi di crisi quella del giornalista diventa una professione sempre più delicata e a molti viene la tentazione di dire: si può fare a meno di un giornale, ma non del cibo (mentre si dovrebbe pensare, invece, che anche il giornale, è un nutrimento irrinunciabile). Il terzo motivo, però, è tutto politico. Dietro l’ennesima crisi de l’Unità, dietro questa brutta agonia e questa carrellata di figure un po’ farsesche e vanagloriose si nasconde ancora una volta la fragilità della classe dirigente che da anni governa il centrosinistra.

Fateci caso: ogni volta che a sinistra sono iniziati i disastri, la prima spia di allarme è stata la crisi del giornale di partito. L'Unità chiuse già, una volta, proprio quando Massimo D’Alema entrava a Palazzo Chigi, e gli uomini del Pds-Ds, pensavano di poter comunicare occupando i media istituzionali. Adesso che siamo nella stanza dei bottoni, era il loro retropensiero, il giornale non ci serve più. Si ritrovarono in mezzo a una strada, all’opposizione, in meno di un anno, dopo aver triturato tre presidenti del Consiglio in una legislatura. Ecco perché l'Unità cessava di essere un giornale e diventava una metafora. Ed ecco perché ritorna ad esserlo oggi.

La nuova Unità di Concita De Gregorio è nata con due padrini che erano a loro volta un programma di rinnovamento e di riformismo garbato nella coalizione: Veltroni, il leader in carica, e Soru, uno che si considerava già ad un passo dalla successione. Nello spazio di un mese, e di un’altra tornata amministrativa, questi buoni propositi si sono dissolti come ghiaccioli al sole. Veltroni è scappato precipitosamente, per la terza volta, come ha fatto notare Giampaolo Pansa. E Soru non è stato da meno: celebrato da alcuni improvvisati cantori come un nuovo principe mediceo, appena ha incassato la sberla elettorale, ha chiuso i rubinetti al suo giornale.

Se questi sono leader, occorrerebbe osservare di che pasta sono fatti. Sono pronti a grandi proclami, ma appena qualcosa non va tagliano la corda, lasciando nelle peste tutti coloro che - militanti, elettori, giornalisti e lettori - hanno avuto l’unico torto di credere a quello che dicevano. Questi sedicenti leader sembrano fatti di pasta frolla. Occupano il podio solo in tempi di vacche grasse. Appena tira aria di sconfitta, o ci sono prezzi da pagare, si dileguano, lasciano il conto del loro banchetto di vanità sul tavolo e fuggono dall’uscita posteriore.

Ecco perché, quando vediamo i giornalisti de l’Unità giustamente imbufaliti contro i furbetti del giornalino, non possiamo che essere solidali con loro. Perché dal quartierino al giornalino, il passo è breve, si resta sempre nel campo dei diminutivi. E il dato di fondo non cambia: la leadership dell’opposizione resta in mano ai furbetti.

Afghanistan, ucciso il marito dell'attrice: «La lasciava recitare»

Paween Mushtakhel, attrice e volto noto della tv afghana, ora indossa il burqa e si nasconde dai talebani

 

 

«E pensare che da ragazza portavo la minigonna»
 
Per oltre vent'anni il palcoscenico è stato la sua vita. Ora è diventato l'ombra della morte. Paween Mushtakhel, attrice e volto noto della tv afghana, sapeva far sorridere anche un Paese che arranca davanti alla rivincita talebana. Ora è costretta a nascondersi e non si dà pace: «Ho ucciso mio marito con il mio lavoro», ripete con il volto scuro di dolore, riferisce il Times. A dicembre, suo marito è stato assassinato davanti casa dopo mesi di avvertimenti. Lui non si era piegato, non ci pensava proprio a proibire alla moglie di andare in tv. E gli estremisti gliel'hanno fatta pagare. Da allora lei, rimasta vedova a 41 anni con due figli, vive nel terrore. In fuga, ospite in incognito tra una casa d'amici e l'altra.

Paween non è la sola donna nel mirino. Negli ultimi 18 mesi i talebani hanno ristabilito una presenza significativa nel 75% del territorio afghano. E man mano che le loro restrizioni intaccano il relativo liberalismo delle città, sono molte le donne lavoratrici a temere per la propria vita. «L'atmosfera è cambiata», constata amara Paween che ha stilato una lista di professioni ad alto rischio: parlamentari, attiviste di Ong, giornaliste, medici, insegnanti, attrici, cantanti e ballerine. I talebani giustificano gli attacchi sostenendo che sono lavori di copertura per atti immorali come la prostituzione. Sembrano tornare gli anni bui delle ronde di fondamentalisti pronte a terrorizzare e uccidere in nome della lotta al vizio. Così molte afghane danno le dimissioni piuttosto che correre rischi.

Non si era fatta intimorire la più famosa poliziotta afghana, Malalai Kakar, uccisa a settembre. Dopo la sua esecuzione sono rimaste a terra giornaliste, insegnanti e impiegate, comprese quattro cooperanti occidentali. Anche le studentesse non hanno vita facile: Shamsia, 17 anni, è stata sfigurata in volto con l'acido a Kandahar a novembre mentre andava a scuola. Stessa sorte per altre 11 ragazze e 4 professoresse.

C'è chi resiste nel segreto: «I miei genitori disapprovano che io lavori qui — racconta Zarghona, 22 anni, impiegata in una multinazionale a Kabul —. Dicono che ci sono maschi in ufficio e che non va bene per la mia reputazione. Abbiamo molta paura dei talebani. Non dico a nessuno che lavoro qui. Indosso sempre un burqa ora». Anche la signora Mushtakhel si nasconde dietro l'anonimità del burqa. «E pensare che da adolescente uscivo con il capo scoperto e la gonna corta», ricorda riferendosi agli anni Settanta, prima dell'invasione sovietica: «A quel tempo la popolazione di Kabul era istruita. Recitare era considerata un'arte », dice. La guerra che seguì distrusse la sua famiglia.

Durante il dominio talebano niente teatro. Quando dopo il 2001 tornò sul palco scoprì che la sua professione era diventata immorale. Nel 2005 recitava nel primo spettacolo di Shakespeare allestito in Afghanistan. «Tornavo a casa la sera quando era buio e la gente diceva: Come mai? Deve essere una prostituta». Cambiò casa ma rifiutò di lasciare la scena. E oggi maledice questa sua determinazione.

Alessandra Muglia
04 marzo 2009