venerdì 6 marzo 2009

Olio, al via l'etichetta obbligatoria Zaia: "Garantiti i consumatori"

di Redazione

venerdì 06 marzo 2009, 14:21


Bruxelles - Via libera della Commissione europea alle nuove norme Ue sull’etichettatura d’origine obbligatoria per l’olio d’oliva (prima era solamente facoltativa) che impongono di indicare l'origine di extravergini e vergini imbottigliati. Lo ha annunciato il commissario europeo all’Agricoltura, Mariann Fischer Boel. "I consumatori hanno diritto di sapere cosa stanno comprando e i produttori devono essere capaci di utilizzare i metodi di produzione di qualità come strumento di commercializzazione del loro prodotto", sottolinea la Fischer-Boel, riferendosi a queste nuove norme fortemente volute dall’Italia. Il regolamento comunitario entrerà in vigore il prossimo primo luglio.

La commissaria europea ha tenuto anche a ricordare "che le diverse tradizioni agricole e le varie pratiche per estrarre e miscelare gli oli danno vita nei vari paesi a prodotti con gusti ben distinti. Per questo motivo - ha aggiunto - e in conformità con le regole Ue sulla tracciabilità dei prodotti alimentari, i tempi sono maturi per introdurre l’etichettatura d’origine obbligatoria".  I prodotti legalmente messi in commercio ed etichettati nella Ue o importati perima del òluglio 2009 potranno essere venduti fino all'esaurimento delle scorte.

Zaia: "Tutelati consumatori e produttori italiani" "Siamo molto soddisfatti che la legge sull’etichettatura obbligatoria per l’olio d’oliva da oggi sia diventata 'legge europea'. La consonanza tra la nostra politica e quella della commissaria europea all’agricoltura, Mariann Fischer Boel viene confermata ancora una volta". Il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia commenta la notizia annunciata dalla Commissaria europea.

"Da oggi abbiamo a disposizione uno strumento prezioso per difendere i nostri produttori di olio e per tutelare il Made in Italy. L'obbligo di indicare in etichetta l'origine degli oli extravergini e vergini di oliva - spiega Zaia - e' il risultato di una battaglia condotta con tenacia e convinzione".

"La decisione, che entrerà in vigore dal prossimo primo luglio, è un passo importante nella difesa della qualità e della trasparenza - aggiunge il ministro Zaia - perché fornisce al consumatore la possibilità di distinguere il prodotto italiano dagli oli di oliva provenienti dagli altri Paesi comunitari e non comunitari.

D'ora in poi tutti sapranno esattamente cosa stanno comprando. Il provvedimento - conclude Zaia - è anche lo strumento di cui avevamo bisogno per combattere al meglio le contraffazioni e le truffe: nessuno potrà più spacciare impunemente per italiano l'olio proveniente da altri paesi".

Coldiretti: ora etichetta Ue generalizzata La decisione dell’Unione Europea apre la strada all’etichettatura trasparente per tutti i prodotti alimentari che sono ancora anonimi: dal latte a lunga conservazione a tutti i formaggi, dalla carne di maiale a quella di coniglio ed agnello, dai succhi di frutta alle conserve vegetali.

Lo afferma il presidente della Coldiretti Sergio Marini, soddisfatto per la decisione di Bruxelles, ma deciso subito ad andare oltre tanto da sottolineare che con la storica svolta sull'etichetta dell'olio cadono gli ostacoli alle norme già in esistenti in Italia e alle iniziative del governo e del parlamento a sostegno dell’obbligo di indicare il luogo di origine e provenienza della materia prima agricola utilizzata per tutti gli alimenti.

Brasile, bambina stuprata abortisce Vescovo scomunica i medici: «Crimine»

La piccola di 9 anni violentata dal patrigno. Il Vaticano: «Bene Sobrinho, fatta scelta di morte: hanno peccato»


RECIFE (Brasile) - Scomunica: sentenza inappellabile della Chiesa cattolica brasiliana contro i medici che hanno fatto abortire una bambina di nove anni, stuprata dal patrigno e incinta di due gemelli. L’aborto, ha specificato José Cardoso Sobrinho, arcivescovo di Olinda e Recife, è un crimine agli occhi della Chiesa e la legge degli uomini non può sovrastare quella di Dio. Il patrigno ha ammesso che abusava della bambina da quando aveva 6 anni; alla piccola, ricoverata presso un ospedale di Recife, sono stati somministrati farmaci abortivi. A giudizio dei sanitari portare a termine la gravidanza avrebbe comportati gravi rischi per la salute della bambina e per la legge brasiliana, l’aborto è consentito in caso di stupro o di rischi per la vita della madre. La bambina, fanno notare i medici, rientrava in ambedue le categorie.

«LEGGE UMANA NON HA VALORE» - Ma l’arcivescovo, esponente dell’ala più integralista della Chiesa brasiliana, è andato all'attacco. «La legge di Dio è superiore a qualunque legge umana - ha proclamato -. Quindi se la legge umana, cioè una legge promulgata dagli uomini, è contraria alla legge di Dio, questa legge umana non ha alcun valore». Tutte le persone che hanno partecipato all'aborto, compresa la madre della bambina (ma non la piccola), sono state scomunicate. Una decisione condannata dal ministro della Salute José Gomes Temporao, che ha parlato di posizione «estremista e inopportuna»: «La questione è legale, la bambina è stata violentata. Il resto è opinione della Chiesa. Sono scioccato per la posizione radicale di questa religione che, nell'affermare a torto di voler difendere una vita, mette un'altra vita in pericolo» ha detto a un programma radiofonico.

VATICANO: «GIUSTO» - Sobrinho trova invece appoggio nel Vaticano. «È un tema molto, molto delicato ma la Chiesa non può mai tradire il suo annuncio, che è quello di difendere la vita dal concepimento fino al suo termine naturale, anche di fronte a un dramma umano così forte, come quello della violenza di una bimba» ha detto padre Gianfranco Grieco, capo ufficio del Pontificio Consiglio per la Famiglia -. L’annuncio della Chiesa è la difesa della vita e della famiglia, ognuno di noi deve porsi in un atteggiamento di grande rispetto della vita. L’aborto non è una soluzione, è una scorciatoia. La scomunica significa non potersi accostare anche al sacramento della comunione e se una persona è nel peccato e non si confessa, per la Chiesa non può fare la comunione. In questo caso i medici sono fortemente nel peccato perché sono persone attive nel portare avanti l’aborto, questa uccisione. Sono protagonisti di una scelta di morte». Intanto il patrigno è indagato per stupro.

UN ALTRO EPISODIO - Un’altra vicenda molto simile ha sollevato molte polemiche. A Irai, 480 chilometri da Porto Alegre, una bambina di 11 anni è al settimo mese di gravidanza, anche lei stuprata da un parente stretto con cui è cresciuta dopo l’abbandono della madre. Anche in questo caso la gravidanza è a rischio data l’età immatura. Sia la polizia che le autorità locali affermano che nessuno ha mai chiesto che fosse praticato un aborto: «Inerzia e disinformazione» deplora il quotidiano O Globo. La storia era nota e le autorità avrebbero dovuto agire d’ufficio, come prevede la legge.


 (Apcom)
06 marzo 2009

Londra / Patron del festival di bath

LONDRA / PATRON DEL FESTIVAL DI BATH


Così spiega una nota della famiglia. La coppia - lui 80 anni e lei 70 - da anni era malata di tumore. Per morire hanno scelto la clinica svizzera 'Dignitas'

Londra, 6 marzo 2009


Uno dei patron del Festival di Bath, Peter Duff, e sua moglie Penelope, hanno scelto l’eutanasia e sono morti nella clinica Dignitas di Zurigo. "Peter e Penny Duff sono spirati serenamente insieme a Zurigo, dopo una lunga battaglia contro il cancro allo stadio terminale", spiega una nota della famiglia citata dal sito web di Skynews che ricorda come l’80enne Duff soffrisse di cancro al fegato e al colon, mentre la moglie, 70 anni, era affetta dal 1992 dalla rara forma tumorale Gist (tumore stromale gastrointestinale).

L’organizzazione del Festival
della cittadina termale britannica nel Somerset -che annovera tra gli appuntamenti anche un festival per la Letteratura- ricorda che i Duff erano grandi mecenati delle arti e «hanno sostenuto i nostri festival per molti anni, anche se la loro passione era la musica».

La clinica Dignitas di Zurigo è stata fondata nel 1998 dall’avvocato svizzero Ludwig Minelli e opera come una organizzazione non-profit.

Stessa cella per Vanna e la figlia E stamattina incontro con la Franzoni

IN CARCERE A BOLOGNA


Il difensore: "Non sono fuggite quando potevano, chiederemo i benefici per il loro ravvedimento. Abbiamo mille pagine di documenti per dimostrare che Stefania non può stare in prigione". Le due detenute più celebri della Dozza si sono parlate alla macchinetta del caffè durante l'ora d'aria

Bologna, 6 marzo 2009


Vanna Marchi e la figlia Stefania Nobile hanno trascorso nella stessa cella del carcere dalla Dozza di Bologna la prima notte in carcere. E stamane hanno usufruito di due ore d’aria.  A raccontarlo è l’avv.Liborio Cataliotti, loro difensore che si e’ recato nel penitenziario alle nove e mezzo e si e’ trattenuto con le due donne per un paio d’ore.

Con le due donne Cataliotti
ha concordato la strategia di espiazione della pena, basata su una serie di istanze che portino a ottenere tutti i benefici previsti dall’ordinamento in funzione del loro ‘’totale ravvedimento’’. ’’Un ravvedimento fattivo - ha detto Cataliotti - in sette anni hanno rispettato tutte le prescrizioni, non sono espatriate quando potevano, nemmeno per una vacanza, si sono costituite volontariamente. Appena i tempi lo consentiranno chiederemo una serie di benefici, tipo l’affidamento in prova ai servizi sociali e la liberazione anticipata".

Negli Usa ti pagano per non lavorare

di Redazione

venerdì 06 marzo 2009, 12:53

Los Angeles - C'è chi è disposto a pagare un dipendente purché questo non vada a lavorare. E alla fine ci guadagna pure. Sembra incredibile ma è tutto vero, anche se siamo in piena crisi economica. Succede negli Stati Uniti: 75mila dollari per non andare al lavoro e prendersi invece un anno sabbatico. L’offerta è stata fatta ai propri neoassunti dallo studio legale Latham & Watkins di Los Angeles, il quarto più importante del paese, 2.100 professionisti che lavorano tra Stati Uniti, Europa, Medio Oriente e Asia. E' un momento di crisi, girano pochi soldi e anche i più ricchi studi legali ne risentono.

Licenziamenti Lo studio la settimana scorsa ha licenziato 190 avvocati e 250 impiegati amministrativi. Ora, visto che la crisi non accenna a diminuire, ha deciso di spostare in avanti, dal 18 ottobre a metà dicembre, la data di inizio lavoro per i neoassunti.

Pagati per non lavorare Ma per cercare di contenere i costi ha fatto ancora di più: ai neoassunti che accetteranno di ritardare ulteriormente l’inizio del loro rapporto di lavoro, pagherà 75.000 dollari. Ma lo studio legale non ci rimetterà, anzi. Il risparmio previsto è di 85mila dollari rispetto ai 160.000 dollari pagati agli avvocati al primo anno con la società. A conti fatti sarà un bel risparmio.

Lavoro volontario, ma niente obbligo Ma chi si dovesse annoiare senza andare a lavoro? Niente problema. Potrà sempre fare un po' di volontariato. "E' nostra sincera speranza che chi parteciperà a questo programma farà comunque del lavoro volontario o al servizio della comunità", ha spiegato uno dei partner dello studio, Robert Dell. Il lavoro volontario non è tuttavia imposto: chi vorrà potrà semplicemente godersi un anno sabbatico in tutto relax.

Affittopoli: dopo 14 anni è tutto come prima

di Nicola Forcignanò
venerdì 06 marzo 2009, 07:00

Caro Direttore, quando sei venuto a propormi questo commento ho capito subito che non cercavi proprio me, ma uno abbastanza anziano. «Uno che le ha già viste tutte», si dice solitamente in riunione di redazione. «Una memoria storica», si dice più elegantemente ai funerali di quello che le aveva viste tutte. E siccome di anziani in via Negri 4 siamo rimasti davvero pochi, hai spiattellato sul mio tavolo gli articoli dei bravi Massimo Malpica, Paolo Bracalini e Carmine Spadafora, che hanno scoperto l’ennesimo pentolone maleodorante di Napoli e della Campania. E ti sei piacevolmente stupito nell’accorgerti che questi scandali ancora mi stupiscono. Già, perché uno le avrà viste tutte, ma rivederle fa ancora più effetto. Si fatica a pensare che, dopo tutto quanto è accaduto, ci sia qualcun altro pronto a ripetere gli stessi errori.

Era il 1995, l’anno di «Affittopoli». E nelle stanze del Giornale impazzivamo a spulciare i faldoni con l’elenco di tutte gli stabili di proprietà del Comune di Milano o di altri enti pubblici: la via, i metri quadrati dell’appartamento, il canone mensile quasi sempre «speciale» e, infine, nome e cognome del «fortunato» affittuario. Lavoravamo come muli, ma eravamo orgogliosi. Per noi, fu un grande «scoop».

Per chi pagava poche migliaia di lire per duecento metri quadrati in centro fu un grande... sputtanamento. Per gli amministratori pubblici di quelle proprietà fu la fine di una carriera politica.
Negli anni successivi lo scandalo esplose in altri importanti Comuni italiani: il Giornale sempre in prima linea. Poi, anche per noi, giocare a «guardia e ladri» con gli affitti a prezzo di favore, diventò difficile. E non perché gli altri s’erano fatti furbi... s’erano fatti perbene. Troppo pericoloso cedere al solito amico degli amici un appartamento a un prezzo imbarazzante. Troppi rischi per chi gestisce gli immobili pubblici e per chi li vorrebbe abitare quasi gratis.

Non a Napoli, dobbiamo tristemente constatare. Ma sarebbe fin troppo facile ora dire: beh, però è la Campania, là si sa... come vanno le cose... E, in effetti, solo negli ultimi mesi sono scoppiati così tanti scandali da riempire nuovamente tutti i sacchi di ’munnezza che asfissiavano Napoli. Antonio Bassolino e Rosa Iervolino sembrano due tappi di sughero alla deriva e non si capisce come riescano ancora a galleggiare in un mare agitato dalle polemiche politiche e maleodorante per le inchieste giudiziarie. In fondo, una nuova «Affittopoli» non poteva che scoppiare sotto al Vesuvio, viene da pensare. Dove altro, sennò?

Ma non perché i napoletani siano meno onesti dei piemontesi o dei pugliesi. In Veneto o in Lombardia, a essere sinceri, chi rinuncerebbe a un vero «affare», se gli venisse offerto? Un bell’appartamento, lussuoso e grande, a pochi euro al mese: alzi la mano chi si porrebbe il problema, accettando, di creare un danno alla comunità e alla cosa pubblica? Fare i furbi è una delle arti più antiche in questo Paese. E in un modo o nell’altro ci proviamo in tanti, tutti i giorni.

Se non riusciamo a fare i furbi, è perché esiste la politica che gestisce e controlla i beni dello Stato. Un’amministrazione pubblica sana e incorruttibile, non permette al cittadino di «cadere in tentazione», perché governa impedendo che si crei la «tentazione», e soprattutto che il Paese possa subire dei danni (in questo caso economici) e che un cittadino possa godere di privilegi rispetto a un altro. Certo, la perfezione non esiste. Il «male» non ha latitudine, il reato si commette al Nord e al Sud, indistintamente. E talvolta al di là del colore politico di chi gestisce il potere.

Ma che la Campania e Napoli, per colpa di chi le gestisce e governa senza vergogna e senza nemmeno il timore di venire scoperto, sia terra di «tentazioni» è cronaca di tutti i giorni.

Metrò, installati i wc con l'«antifurto»

Montati in tutte le stazioni della linea 1
 

L'ad De Luca: «Finti idraulici li rubavano». I nuovi gabinetti sono un monoblocco d'acciaio. Costo: 1 milione



NAPOLI — C'erano una volta i finti camerieri, e i conti del ristorante pagati due volte. Ora ci sono i finti idraulici, e a pagare due volte (se non di più) è Metronapoli. Due giorni fa, la società partecipata che gestisce il trasporto pubblico in funicolare e metro ha inaugurato, assieme ai nuovi «totem » Infopoint che forniscono informazioni a turisti e cittadini con grandi monitor touch-screen, una serie di nuove toilette monoblocco in acciaio.

Un milione di euro la spesa per montare i nuovi bagni in tutte le stazioni della linea 1 (tranne che a Materdei) e nelle stazioni della funicolare di Chiaia «Parco Margherita» e «Cimarosa », in quella della funicolare centrale «Piazzetta Duca d'Aosta », e in quella della funicolare di Montesanto «Morghen». I nuovi bagni sono a pagamento: per servirsene bisogna inserire 20 centesimi nell'apposita feritoia, e attendere che la pesante porta d'acciaio — simile a quella di un caveau — si apra automaticamente.

Le «toilette di massima sicurezza» sono autopulenti, autoigienizzanti, riservatissime, tutto sommato economiche, e soprattutto non si possono rubare. Rubare le tazze dei water, esatto, a Napoli succede anche questo. E' lo stesso amministratore delegato di Metronapoli, Filippo De Luca, a raccontare che in diverse occasioni, persone vestite da idraulico si sono introdotte nei bagni delle stazioni per asportare lavabi e water. «Abbiamo installato dei bagni d'acciaio monoblocco: se riescono a rubarli anche così, davvero non ho altre risorse per impedirlo », sospira l'ad di Metronapoli con l'ironia garbata che gli è propria, sorprendendosi positivamente del fatto che nessuno, tra i giornalisti presenti all'inaugurazione, abbia storto il naso davanti ai nuovi wc a pagamento.

Forse che 20 centesimi sono una cifra accettabile, davanti alla prospettiva di usare una toilette pulita e con la porta d'acciaio? Oppure con la globalizzazione ci si è accorti che altrove quella di versare una piccola cifra per avere una toilette pulita è una consuetudine ben accettata? Ironia a parte, adesso i finti idraulici dovranno versare 20 centesimi per entrare in bagno, fare i conti con i nordici water d'acciaio, fare i conti soprattutto nelle proprie tasche. Nel senso: varrà la pena di inscenare una specie Ocean's Eleven per rubare un lavabo che somiglia a una ciotola d'acciaio, e un water che non lo rivendi neanche al mercato delle pulci? E' vero, non si può mai dire. L'azienda, però, ce la sta mettendo tutta.

Stefano Piedimonte
06 marzo 2009

Ancora solo in classe il bimbo orfano di 8 anni

06 marzo 2009


E. Cap./Ma. Zin.




Nonostante l’appello della preside della scuola elementare Salgari di vico San Barborino, nel quartiere genovese di Sampierdarena («protesta esagerata, lo si emargina di più e si accentuano i suoi problemi»), non cambia la situazione del bimbo di 8 anni lasciato solo in classe dalle altre famiglie perché considerato «un alunno violento». È accaduto anche questa mattina.


La vicenda, incredibile, maturò lo scorso dicembre e venne raccontata dal Secolo XIX (in fondo alla pagina, il link per rileggerla); è figlia della diffidenza e della difficoltà di inserimento e di gestione di questo bambino, orfano e con problemi caratteriali, contro il quale le famiglie di 16 compagni (su 17) hanno deciso di fare “sciopero”, non mandando i figli a scuola.

La nuova protesta è scoppiata dopo che il bambino (seguito da insegnanti di sostegno) ha minacciato una compagna con la lama di un temperino. «È una situazione molto difficile - ha spiegato la dirigente scolastica, Marisa Bellolio - Spero che i genitori cambino atteggiamento. Ho fatto tutto il possibile affinché avesse una copertura totale del sostegno: è seguito costantemente. Attendiamo eventuali provvedimenti dell’Ufficio regionale scolastico». Il pediatra: hanno ragione tutti

Quella della scuola Salgari è una situazione «in cui tutti hanno ragione: i genitori allarmati per la sicurezza dei figli, che protestano con lo stop delle lezioni. E gli insegnati preoccupati per l’isolamento del piccolo “bullo”, rimasto praticamente solo in classe. Tutto sommato, la preoccupazione dei genitori è motivata, perché l’aggressione con il temperino può essere ripetuta»: lo ha detto all’agenzia di stampa Adnkronos il pediatra Italo Farnetani, docente dell’università di Milano-Bicocca. «Nella vicenda - ha sottolineato Farnetani - emerge la carenza della scuola: non ha saputo rispondere al disagio di un bambino di 8 anni che avrebbe gravi problemi caratteriali, nè tantomeno proteggere lui e i compagni, garantendo il normale svolgimento delle lezioni».

Spagna: anche i trans entrano nell'esercito

di Redazione

venerdì 06 marzo 2009, 10:34


Madrid - Tutti i transessuali spagnoli, "privi dell’organo genitale maschile", potranno da oggi essere arruolati nelle Forze armate di Spagna. L’ordine ministeriale, firmato lo scorso 2 marzo dalla vicepresidente del Consiglio dei ministri Maria Teresa Fernandez de la Vega, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore da questa mattina.
 
"Privi parzialmente o totalmente del pene" L’ordine, si legge sul quotidiano El Mundo, modifica i requisiti medici vigenti dal 1989 che impedivano agli uomini "privi totalmente o parzialmente del pene" di poter entrare nelle Forze armate. Il nuovo testo segnala che "l’esperienza accumulata" e "la casistica studiata" hanno raccomandato "la revisione di determinati concetti" riguardanti il quadro medico delle persone escluse dall’Armada.

Già arruolati transessuali
In particolare si è decisa "l’eliminazione del riferimento all’assenza totale o parziale dell’apparato genitale maschile come motivo di esclusione". Il provvedimento mette fine a un tabù durato circa un ventennio. Per tutto questo tempo, tra l’altro, le restrizioni hanno avuto per destinatari soltanto gli uomini privi dell’organo genitale: secondo fonti militari, infatti, da tempo sono stati arruolati transessuali che in origine erano donne.

Scopre' sul web quando morirà: sotto choc un ragazzino 12enne

Reggio Emilia, la nonna si è rivolta alla polizia: "Chiudete quel sito che 'calcola' le date del decesso. Mio nipote ormai è ossessionato"

REGGIO EMILIA, 6 marzo 2009

«MORIRAI nel 2076». Questo il lapidario messaggio (è il caso di dirlo) che si è visto comparire sullo schermo del pc un 12enne di Reggio. Appassionato della ‘rete’, da qualche tempo ha riposto gli amici libri nel cassetto per affacciarsi al mondo telematico. Alla caccia di novità su i suoi miti sportivi, cinematografici e tutto quanto possa attrarre un pre-adolescente della sua età. Solo che un pomeriggio di questi, subito dopo scuola, il giovanissimo si è imbattuto in qualche cosa che, da quindici giorni, l’ha lasciato terrorizzato. Ha aperto un sito con un programmino che ti ‘calcola’ il giorno esatto della morte. Non solo, ti fa vedere anche un countdown con i secondi restanti da vivere.

TROPPO forte la curiosità per non cedere alla prova, ci mancherebbe. Ma qui ha inizio il suo incubo. Completa con dovizia tutti i campi richiesti per poter ottenere l’assurdo calcolo e poi... invio. In un istante, una maschera nera con tanto di lapide in alto a sinistra e un teschio con ingranaggi in movimento a destra e al centro la data fatidica del trapasso. «Mio nipote si stava sentendo male — racconta la nonna Rosa, cui il 12enne ha raccontato tutto — è venuto da me dicendomi ‘Sai nonna che ora conosco il giorno in cui dovrò morire?’ Allucinante».

LA NONNA, che di Internet sembra masticarne parecchio, ha dato ascolto al nipote facendolo parlare quanto più possibile per capire. «Mi sono molto spaventata, una paura che è cresciuta giorno dopo giorno osservando mio nipote. Da quel momento non fa altro che parlare del giorno della sua morte, pensa solamente a questo. Ho avvertito di questo pericolo anche sua madre, mia figlia, ma ho ottenuto come risposta una risata in faccia...».

La cyber-nonna non s’è certo arresa davanti a questo ostacolo e, con in mano gli appunti che aveva tirato giù parlando con il nipote, ha chiamato la polizia postale di Reggio. L’ispettore l’ha ascoltata «e mi ha dato anche ottimi consigli», ma quei siti, che non sono altro che giochi seppur macabri, non hanno nulla di illegale su cui intervenire.

PIUTTOSTO i genitori del 12enne dovrebbero imparare a stare più attenti al loro figlio. Sembra che vogliano portarlo a colloquio con uno psichiatra. Intanto la navigazione solitaria gli è stata sospesa. E lui, di certo, non ha opposto la minima resistenza.

di LUCA DEGL’INNOCENTI

I dimenticati della crisi

di Mario Giordano


«In tempo di crisi, sembra un paradosso, un artigiano lavora il doppio di quando c’è lavoro. Lavora per produrre. E poi lavora per trovare una soluzione, perché non c’è nessuno che si batte o fa rumore per dare un sussidio a un artigiano che ha perso il lavoro. Perché non si concepisce che anche noi possiamo rimanere senza reddito?».

La e-mail è stata spedita alle 2 di notte. Alle 2.38, per la precisione. «Stamattina ho cominciato a lavorare alle 7, finisco ora», scrive Franco Ferretto. Ha 47 anni, 3 figli, una moglie, una piccola impresa artigiana con sette dipendenti in provincia di Padova. «Ormai per la normale conduzione della famiglia ho iniziato a intaccare i risparmi degli anni migliori in attesa che il vento torni a gonfiare le vele. Accadrà? Non lo so. Quello che so per certo che a noi niente è dovuto. Mai. E così ci resta solo una possibilità: aiutarsi da sé».

Li abbiamo chiamati «i dimenticati della crisi». Sono i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi, gli artigiani, sono la forza di questo Paese, la grande ricchezza, la spina dorsale, sempre celebrata nei volumi dei Censis e nei convegni della Bocconi. Sono quelli, però, a cui, appena il convegno finisce e il volume del Censis si chiude, nessuno pensa più.

C’è la crisi? Ci vogliono i soldi per i precari, ci mancherebbe. E poi ci vogliono i soldi per la Fiat, chi li può negare? E poi ci vogliono i soldi per le banche, si capisce: non si muove foglia che sportello non voglia. E i piccoli imprenditori? Niente. Per loro niente. Possono rimanere a pancia vuota. Possono accontentarsi della Bocconi. I bocconi se li prendono altri. E così, come dice il padovano, alle 2.38 di mattina, «a noi non resta che una possibilità: aiutarsi da sé».

Abbiamo deciso di raccogliere le voci delle piccole imprese, i loro racconti, i loro sfoghi. Quando abbiamo iniziato ci aspettavamo di trovare rabbia, frustrazione, delusione. Le notizie che arrivano dal fronte economico in effetti fanno paura. Piazza Affari crolla di giorno in giorno. Wall Street pure. I centri studi e le organizzazioni internazionali si danno il turno a diffondere ogni mattina una statistica più spaventosa dell'altra.

Siamo in mezzo al tunnel, ma a volte abbiamo l’impressione di essere in un pozzo nero. Nessuno sa dire se, come e quando si uscirà. Per questo ci aspettavamo di trovare solo desolazione, stanchezza, un po' di sfiducia. Invece. «Anche questa mattina», dice una delle prime mail arrivate, «mi sono alzato con il solito entusiasmo per affrontare la giornata con atteggiamento positivo... ». Anche questa mattina. Atteggiamento positivo. Proprio così.

Dove avevamo lasciato l’Italia che ci crede? Eccola qui. Un po’ depressa, incavolata nera con le banche, inferocita con il fisco e la burocrazia, esigente con il governo («aiuta la Fiat, e noi?»), però sempre vitale. Coraggiosa. Daniele Barbone ci scrive da Shangai: «Siamo partiti nel 2005, in un sottoscala di Varese, con un gruppo di ex colleghi rimasti disoccupati, tutti sotto i quarant’anni.

Ora abbiamo due belle sedi (una vicina a Malpensa, una qui a Shangai) e siamo in pieno sviluppo. Nel gennaio 2009 abbiamo vinto il China Trader Award, per la posizione strategica raggiunta sul mercato cinese. Basta per far capire che alla crisi bisogna saltarle incontro con idee e determinazione?».

Napoli, torna Affittopoli casa al Vip a 300 euro

di Massimo Malpica

di Paolo Bracalini e Massimo Malpica

C’è un ramo romano nell’Affittopoli napoletana: due palazzine nella centralissima via Panama, di proprietà della Regione Campania. Più di cinquanta appartamenti, abitati da nomi noti e meno noti. Generali dei carabinieri, alti magistrati, parlamentari, giornalisti. Tra i tanti ci sono il senatore Idv Nello Formisano - che all’inizio del nuovo millennio è stato anche assessore della giunta campana - che ha qui la sua casa romana, l’ex deputata Udc, candidata nel 2008 alle provinciali di Benevento, Erminia Mazzoni, il giornalista Gennaro Sangiuliano.

Qui i canoni di affitto non sono bassi (tra i 1.500 euro e gli oltre 2mila), ma è la storia stessa di questa proprietà a rendere legittima qualche domanda all’amministrazione guidata da Antonio Bassolino.
Il palazzo di via Panama fa parte dell’eredità Quintieri. Un barone romano che, avendo avuto un figlio non vedente, negli anni ’70 ordinò che i suoi beni andassero all’Istituto per ciechi Colosimo.

Non sospettava che, all’alba degli anni ’80, l’istituto sarebbe finito nel patrimonio della Regione Campania. Nell’eredità c’erano anche due grandi tenute agricole, tra cui un castello a Gallicano del Lazio il cui terreno, 380mila metri quadrati, è stato erroneamente affittato per anni, questo sì, a un canone irrisorio di 5mila euro, a causa di un refuso che indicava l’estensione in 38mila metri quadri, dieci volte di meno della realtà.
 
Eppure l’istituto Colosimo, nonostante la donazione Quintieri, non se la passa troppo bene. Strano. Visto che, appunto, il palazzo romano sfugge per esempio all’altissimo tasso di morosità che caratterizza in genere le proprietà immobiliari della Regione Campania. Che a dicembre del 2007 vantava – si fa per dire – 8 milioni di euro di morosità a fronte di meno di due milioni di euro di canoni incassati.
 
A gestire l’immobile di via Panama è la Sauie, una società immobiliare un tempo appartenente alla famiglia Quintieri e ora anch’essa totalmente partecipata dalla Regione Campania. Prima dell’ultimo aggiornamento dei canoni, i due civici di via Panama incassavano congiuntamente circa 74mila euro al mese. Un discreto gruzzolo, che però pare non svolga degnamente il suo scopo designato di beneficenza, se è vero che da anni gli eredi del barone sono in causa con la Regione Campania per riottenere l’intero lotto di mobili e immobili donati all’istituto Colosimo.

Alla base del contenzioso, infatti, i Quintieri indicano «gravi inadempienze di gestione da parte dell’amministrazione regionale». Che non avrebbe rispettato le ultime volontà del barone, tentando tra l’altro di sottrarre l’immobile di via Panama (e gli altri edifici ricevuti in eredità) allo scopo a cui la donazione li aveva vincolati: produrre reddito, o essere utilizzati, nell’esclusivo interesse dei non vedenti assistiti dall’istituto Colosimo.
 
Un dettaglio che, probabilmente, alcuni degli inquilini del bel palazzo nel centro di Roma nemmeno immaginano, quando versano i loro affitti mensili nelle casse della Regione. «La storia del Barone io la conosco», spiega per telefono Sangiuliano. «So che i soldi prodotti da questo palazzo dovrebbero andare a questo storico istituto per non vedenti, e se così fosse ne sarei anche moralmente sollevato. Ma non sta certo a noi decidere dove spendere il denaro incassato dai canoni», racconta il giornalista. Che ci tiene a precisare di non essere un privilegiato: «Pago duemila euro al mese per 90 metri quadrati, una cifra superiore del 10 per cento ai parametri di riferibilità stabiliti dalla Camera di commercio di Roma.

E mi sono dovuto pagare i lavori di ristrutturazione dell’appartamento. Che cosa ne faccia la Regione dei nostri soldi, io proprio non lo so». Di certo a dicembre 2005 il capogruppo dell’Mpa in consiglio regionale della Campania, Salvatore Ronghi, è stato in visita all’istituto Colosimo. E a leggere il suo racconto, messo nero su bianco in una lettera spedita agli assessori al Bilancio e al Patrimonio, non sembra che i soldi incassati in via Panama aiutino i non vedenti. Ronghi descrive una «situazione di abbandono», soffitti che perdono acqua, sale allagate, impianto antincendio rotto.

Manager e banchieri, tutti in coda per un lavoro

Alla «fiera dell’impiego» di New York Cinquemila in fila, dall’ex pubblicitario all’ebreo ortodosso che cerca un posto nell’ospedale cattolico


Lavorava in Madison Avenue, alla Young&Rubicam, una dei leader mondiali della pubblicità. Ora è qui, alla «Job Fair» di Times Square, a caccia di un lavoro.


Anthony Moore è in fila davanti al banchetto del Dipartimento della Sanità dello Stato di New York. «Finché è durato è stato bello» racconta. «Ma è durato fino al 2006. Poi è cominciata la crisi. L'azienda è scesa da 1500 a a 285 dipendenti. Io ho fatto molti lavori da "free lance". Ho guadagnato quello che serve per sopravvivere a Manhattan: ho una casetta nel Village.

Certo, i soldi sono pochi, mia moglie se n'è andata. Ma non ho figli, fin qui ce l'ho fatta. Adesso, però, si fa più dura ». La faccia è sofferta, scavata, ma Anthony non si sente uno sconfitto: «Ho 54 anni, un'età pericolosa, lo so. Ma ne dimostro di meno. E ci sono varie cose che posso fare nel campo della sanità con la mia esperienza di pubblicitario. Bisogna essere pratici: la salute, la cura della persona, è l'industria del futuro. E un datore di lavoro pubblico, di questi tempi, non guasta». Flessibilità tipicamente americana, ma anche lo "stil novo" dell'ambizione europea al posto sicuro.

Un po' più in là Takishea Hunte, una ragazzona nera che fino a settembre lavorava come "program manager" alla Lehman Brothers, sta parlando coi reclutatori della AQR Capital Management, una società di consulenza finanziaria: «Sono stata nove anni alla Lehman, ho messo da parte qualcosa per i momenti difficili. Voglio viverli senza troppo affanno. Cerco lavoro nelle società di consulenza, ma sono flessibile. Qui alla fiera sto dando il mio profilo professionale a imprese di vario tipo.

Ma voglio un impiego stabile, non lavoretti saltuari».
Per loro natura le "job fair" - fiere del bisogno, non delle vanità - sono uno straordinario palcoscenico umano. Questa di New York, organizzata dalla società specializzata Monster.com, lo è più di altre per la colorita folla multietnica e multiprofessionale che la anima - 3720 aspiranti lavoratori che, tirati fuori dall'armadio tailleur, giacche e cravatte, girano tra gli stand di 90 aziende che offrono mille posti di lavoro - ma anche per il luogo: l'hotel Marriott di Broadway.

Col turismo in crisi e il business delle convention che si contrae, il gigantesco salone delle feste può tranquillamente trasformarsi in centro di reclutamento: fuori, sulle balconate che circondano l'atrio coperto, si snoda il serpentone dei candidati in attesa di registrarsi. In mezzo al cortile, aggrappati a una trave d'acciaio, sfrecciano gli ascensori di cristallo riservati ai clienti dei piani alti e agli ospiti di "The Wiew", il ristorante panoramico dell'albergo, l'ultimo piano del grattacielo che ruota su sé stesso.

Tra i banchi di società di consulenza finanziaria come Charles Schawb spunta, tra molti giovani, la testa candida di Thomas Zakrzenski, il figlio di polacchi di Cracovia immigrati negli Usa all'inizio del Novecento. «Sono stato per 28 anni a Bankers Trust. E altri 10 anni, bellissimi, a Bank of New York. Ero vicepresidente di una delle società del gruppo.

Ma a novembre c'è stato il terremoto». Quanti anni ha? "Sessantasei". E che ci fa qui? «Cerco un lavoro, come gli altri. Certo, a differenza di altri non sono spinto dal bisogno. Potrei starmene in pensione. Abito in New Jersey, in una bella zona residenziale vicino ad Atlantic City. Ma non so stare fermo. I vicini ne approfittano chiedendomi aiuto per i problemi di manutenzione degli edifici, mia moglie mi ha messo a fare le pulizie: un inferno. Meglio rimettersi sul mercato».

Un altro che un lavoro ce l'ha è Randy Brooks, un giovanotto di colore in fila davanti allo stand di Macy's. La catena di grandi magazzini ha licenziato centinaia di persone, ma a New York assume. Randy si informa, è perplesso: «Cercano venditori. Io faccio la guardia privata, alla Ball Security. Spesso lavoro di notte, voglio cambiare. Ma dietro un bancone non mi ci vedo».

Lo sguardo più sperduto è quello di Itamar, un ebreo ortodosso con una lunghissima barba e il cappellone nero a falde larghe. Dice di cercare genericamente un lavoro nel sociale. Chiede informazioni e fornisce i suoi dati a varie organizzazioni, compreso il St Vincents Catholic Medical Center. Nessun problema religioso? «No, per me basta che si tratti di lavori nel campo della solidarietà sociale».

Ogni ora gli esperti di Monster tengono un briefing al centro del salone, spiegando a tutti il galateo dell'aspirante lavoratore e i trucchi per redigere un curriculum che faccia colpi sui reclutatori. La manifestazione di New York verrà replicata in altre cento città americane: in un Paese che nel 2008 ha perso oltre due milioni e mezzo di posti di lavoro e che quest'anno registrerà probabilmente un' emorragia ancor più grave, quello delle "job fair" è uno dei pochi business in espansione.

Un luogo, a suo modo, pieno di vitalità: tra il banco della Schindler che cerca elettricisti per i suoi ascensori e quello dell'ospedale di Brooklyn che ha bisogno di assistenti sociali, non si vedono facce meste. Sorride anche Rupert Day, un chimico di 52. «Ho lavorato per vent'anni coi tedeschi della Henkel, facendo la spola tra la Pennsylvania e Dusseldorf. Poi sono passato a un'azienda della cosmetica: sono specializzato nella formulazione di prodotti per questo settore. Da ottobre sono senza lavoro, ma qualcosa troverò. Certo, non è facile, qui c'è una sola azienda che opera nel mio ramo».

Ostenta buon umore perfino Jamie Dunst, un disegnatore grafico che lavorava per la rivista «Time Out». Mi spiega che vorrebbe valorizzare la sua professionalità, ma che non alza steccati. Dopo un' ora lo ritrovo davanti al banco della Petsmart, cliniche per animali domestici: «Te l'ho detto, bisogna essere flessibili. E poi ho sempre amato cani e gatti».

Massimo Gaggi
06 marzo 2009