sabato 7 marzo 2009

Bancomat pazzo regala più soldi ai clienti

Ma la banca potrebbe ora risalire a coloro che hanno avuto più di quanto richiesto
 

In tanti hanno approfittato della «generosità» di uno sportello di Bari. Poi il guasto è stato individuato

 

BARI - Sportello Bancomat impazzito a Bari: per oltre 12 ore ha erogato denaro in quantità superiore - spesso il doppio - di quanto gli veniva chiesto dai clienti. La macchina generosa è quella installata presso l'Ubi Carime di via Tridente, al quartiere San Pasquale. Da venerdì sera chi chiedeva 50 euro se ne ritrovava in mano 100 e così via.

GUASTO SCOPERTO - Il «prodigio» è però finito sabato mattina, quando qualcuno ha invece ricevuto una somma inferiore a quella richiesta e ha segnalato l'anomalia al 113. La polizia ha rintracciato la direttrice della filiale dell'istituto di credito che ha accertato il malfunzionamento del Bancomat, non riuscendo però a stimare quanto danaro in più sia stato erogato da ieri sera. Calcoli che potranno essere fatti lunedì quando i cassieri verificheranno compiutamente gli importi richiesti e quanto danaro è rimasto in macchina.

SULLE TRACCE DEI CLIENTI - Pare tuttavia che siano stati diversi i clienti che hanno beneficiato dell'errore, soprattutto dopo che si era sparsa la voce del guasto. Clienti ai quali, se la macchina sarà stata in grado di riconoscere le loro generalità, la banca dovrebbe riuscire a risalire per ottenere la restituzione degli importi erogati in eccesso.

(Ansa)
07 marzo 2009

L'Italia aumenti l'età pensionabile

Berlusconi: «Ci hanno chiesto questa cosa, Stiamo dialogando»
 

La raccomandazione che sarà adottata dall'Ecofin: «La spesa pensionistica resta ancora tra le più elevate»

 

BRUXELLES (Belgio) - Il tema delle pensioni ritorna sulla scena dell'attualità politica. E ancora una volta, l'Unione europea invita l'Italia a fare una nuova riforma. La spesa pensionistica italiana cresce meno rispetto alla media europea, ma «resta ancora tra le più elevate nell'Ue», anche attuando pienamente le riforme adottate. Per garantire dunque la sostenibilità di lungo periodo del sistema «potrebbero essere considerate misure addizionali, specialmente un ulteriore aumento dell'età pensionabile, in particolare per le donne».

È quanto si afferma nella bozza di raccomandazione rivolta all'Italia che martedì sarà adottata dall'Ecofin e poi approvata in via definitiva al Consiglio Ue dei capi di Stato e di governo del 19 e 20 marzo. Un intervento che, nel corso di una esternazione stradale nelle vie della Capitale, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha commentato così: «Ci hanno chiesto questa cosa. Adesso vediamo cosa fare. Stiamo dialogando».

INVECCHIAMENTO - «L'impatto di lungo termine dell'invecchiamento della popolazione in Italia è più basso della media Ue - si afferma ancora nella bozza di raccomandazione - con la spesa per le pensioni che mostra un aumento più limitato grazie alle riforme adottate. Ma la spesa in percentuale del Pil resta ancora tra le più alte nell'Ue». «E le proiezioni - prosegue il documento - si basano sull'assunto che le riforme adottate siano pienamente attuate, in particolare la revisione dei coefficienti di trasformazione che deve essere attuata con coerenza a partire dal 2010». Dunque, si legge ancora, «misure addizionali potrebbero essere considerate, specialmente un ulteriore incremento dell'età pensionabile, in particolare per le donne».

Nella raccomandazione si sottolinea poi come «la posizione di bilancio del 2008, così come stimata nel Programma di stabilità aggiornato, che è peggiore della posizione iniziale del precedente programma, sarebbe sufficiente per stabilizzare l'attuale rapporto debito-Pil, ma non contribuirebbe a compensare il previsto impatto dell'invecchiamento della popolazione nel lungo termine». E questo preoccupa, visto che il debito pubblico italiano resta «ben al di sopra dei valori di riferimento del Trattato». Per questo - si raccomanda ancora - «raggiungere e mantenere elevati avanzi primari nel medio termine contribuirebbe a ridurre i rischi per la sostenibilità delle finanze pubbliche».

SOSTEGNO AI DISOCCUPATI - Secondo la raccomandazione inoltre, ulteriori interventi sul fronte delle pensioni, a partire dall'innalzamento dell'età pensionabile per le donne, «potrebbero permettere di redistribuire la spesa sociale così da mettere in campo un sistema di sostegno alla disoccupazione più inclusivo e uniforme».

07 marzo 2009

La Cina avverte il mondo: non ospitate il Dalai Lama

di Redazione


sabato 07 marzo 2009, 15:07

Pechino - Il ministro degli Esteri cinese, parlando in vista di due importanti anniversari la settimana prossima, ha ammonito altri Paesi di non permettere al Dalai Lama di usare il loro territorio per promuovere la causa tibetana.

L'anno scorso cancellato summit con Ue
Pechino ha cancellato un summit Cina-Ue l’anno scorso dopo che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha incontrato il leader spirituale tibetano in esilio che le autorità cinesi ritengono un separatista. Il Dalai Lama, che ha lasciato il Tibet nel marzo del 1959 dopo il fallimento della rivolta contro i cinesi, afferma di voler solo una maggiore autonomia per la remota regione della Cina occidentale e non l’indipendenza.

Non ospitare il Dalai Lama
"Nello sviluppo di relazioni con la Cina, altri Paesi non dovrebbero consentire al Dalai Lama di visitarli e di organizzare presso di loro le attività separatiste tibetane", ha detto il ministro degli esteri cinese Yang Jiechi durante una conferenza stampa a margine di un meeting annuale del parlamento. "Credo che questo sia parte integrante delle norme che presiedono alle relazioni internazionali", ha aggiunto.

Cinquant'anni di esilio
Martedì prossimo cade il 50esimo anniversario dell’esilio del Dalai Lama, mentre il 14 marzo è il primo anniversario della rivolta scoppiata a Lhasa in cui morirono, nella repressione cinese, 19 persone. La Cina governa la remota e montagnosa regione del Tibet con il pugno di ferro da quande le truppe comuniste marciarono sul territorio nel 1950.

Reportage/Io, espulso dagli ayatollah perché "non gradito alla Rivoluzione"

di Stenio Solinas

domenica 08 febbraio 2009, 09:41

nostro inviato a Teheran


Il giorno in cui il governo iraniano mi ha convocato negli uffici di polizia della Valiase Avenue e dopo un’amabile e un po’ ripetitiva conversazione-interrogatorio sulle ragioni della mia presenza mi ha fatto capire che quest’ultima non era più gradita e mi ha imbarcato sul primo aereo utile, sono andato in un museo che si chiama Covo dello spionaggio americano. È all’interno dell’edificio lungo e basso di mattoni rossi che ospita il quartier generale dei Guardiani della Rivoluzione, ed è aperto solo nelle ricorrenze patriottiche, quale appunto il Trentennale della fondazione della Repubblica islamica. All’ingresso c’è una statua della Libertà con le sbarre di una prigione al posto del cuore, e dentro è un susseguirsi di sale-giochi per grandi.

Ci sono i manichini di cera degli agenti della Cia intenti in una riunione «diplomatica», il modellino in metallo del lanciamissili Vincennes che nel 1988 tirò giù un aereo di linea iraniano, 290 le vittime civili, radio-ricetrasmittenti, apparecchiature elettroniche per registrare, macchine per cifrare e decodificare i messaggi, la stanza dei documenti falsi, i resti dei dossier segretissimi triturati dallo speciale congegno addetto a questo compito, tazebao con slogan antiamericani, ancora manichini nelle vesti di martiri e kamikaze islamici.

Il giovane pasdaran, studente in medicina, che mi accompagnava spiegava tutto con dovizia di particolari, ma io ero un po’ sulle spine: il passaporto giaceva sequestrato negli uffici della polizia, all’ingresso del museo avevano fatto un fotocopia della mia fotocopia ed erano rimasti perplessi quando gli avevo spiegato che no, l’originale non era in albergo, ma appunto su una scrivania nella Valiase Avenue per problemi di visto... C’erano stati conciliaboli, telefonate e, insomma, ogni volta che mi veniva aperta la porta di qualche stanza segreta blindata, mi aspettavo sempre che qualcuno mi ci chiudesse dentro all’improvviso...

«E il Museo dei Martiri dov’è ?» ho chiesto a un certo punto. Lo studente mi ha sorriso tutto contento e mi ha preso per il braccio: «È dall’altro lato della strada, proprio all’angolo. L’accompagno». Tornati all’aperto e riguadagnata l’uscita, mi sono fermato un momento a guardare i muri esterni dello stabile coperti di altri murales patriottici, altre statue della Libertà con questa volta la morte dipinta sul volto, altri slogan e c’era una feroce ironia della Storia nel pensare che questo è tutto ciò che resta di quella che fu un tempo l’ambasciata degli Stati Uniti...

Il Covo dello spionaggio americano, lo Shohada, ovvero il Museo dei Martiri che lo fronteggia di sbieco con le sue teche piene di uniformi, lettere, oggetti personali e facsimili in plastica degli arti persi in guerra, il mio visto turistico ritenuto una congiura politica, sono un buon compendio di questi primi trent’anni della Rivoluzione islamica, ma anche di ciò che la precedette: i Cinquanta del governo nazionalista di Mossadeq, che voleva nazionalizzare il petrolio, e del colpo di Stato con cui la Cia, proprio da quelle stanze descritte prima, lo fece fuori; l’americanismo spinto della scià, che arrivò a estendere l’immunità diplomatica a tutti i 50mila membri della comunità statunitense presente allora in Iran; l’ossessione per i complotti anti-iraniani dentro e fuori il Paese che trasforma ogni critica in tradimento...

Eppure, è difficile non scambiare un giovane iraniano per un occidentale, gli stessi jeans, le stesse scarpe, le medesime T-shirt, e Los Angeles è stata ribattezzata Teherangeles per il numero di espatriati che ospita, la città è piena di antenne con cui si prende la Cnn, la Bbc, la Nitv, National Iranian Televison, appunto, la Melli, tv vicina all’ex premier Rafsanjani, di internet e di film americani ed europei in dvd. Per quanto nei giorni del Trentennale le città si siano riempite di bandiere, striscioni, manifesti e manifestazioni, essi non ce la fanno a eguagliare per numero le insegne pubblicitarie e i cartelloni che rimandano a marchi di moda, di auto, brand di lusso e di consumo...

Il messaggio conciliatorio del neo-presidente Obama («aprite il vostro pugno e troverete una mano tesa») e il «Welcome» con cui il presidente Ahmadinejad ha replicato, sia pure accompagnato dai rituali distinguo sulla necessità di scuse per il pregresso atteggiamento Usa, indicano che, forse, qualcosa sta cambiando, più in sintonia con l’opinione media di un popolo straordinariamente giovane che vuole trovare la propria strada verso la modernità.

«Il problema sono i mullah» mi aveva detto Hasan, mia guida e interprete a Isfahan. Hasan è curdo, ha sposato una curda che fa la dentista ad Amsterdam, ha un figlio, vive sei mesi in Iran e sei mesi in Olanda. «Questa non è la mia patria, e del resto noi curdi una patria non ce l’abbiamo, però è il mio Paese, e non me la sento di andare via definitivamente» dice. I curdi non velano le donne e non sono strettamente osservanti sui divieti.

«È whisky di contrabbando, viene dalla Turchia» mi ha detto dopo cena a casa sua offrendomelo con orgoglio. Il sapore era terribile, ma dopo una settimana senza alcol avrei bevuto anche la brillantina Linetti... «Mullah e bazarì alleati, è per questo che non funziona nulla. Si spartiscono il potere e il commercio e difendono le loro posizioni» mi ha detto ancora. «Non c’è capitalismo moderno, non si investe e si sfruttano le rendite del petrolio. Se vuoi capire l’Iran devi girare per i bazar e devi andare a Qom».

Da Teheran Qom dista un paio d’ore, da Isfahan tre volte tanto. In Iran ci sono 250 ayatollah e circa 200mila mullah, e arrivando a Qom la prima impressione è che siano tutti lì. Cinquecento moschee, le massime scuole teologiche del Paese, misticismo, fervore religioso, fede militante, chador neri delle donne e turbanti bianchi degli studenti delle madrase, un continuo pellegrinaggio alla Hazzat-E Masumeh, la moschea dall’aggraziata cupola d’oro della splendente Fatima, sorella dell’ottavo Imam Reza... Se il mullah è il clero sciita (la differenza con i sunniti sta anche in questo, nell’esistenza cioè di un apparato ecclesiastico),

Qom è il Vaticano, un Vaticano senza Papa, ed è qui in fondo la chiave di volta dell’intera costruzione politica di Khomeini, la sua forza e la sua debolezza. In pratica, egli mise in piedi una costituzione «a modello carismatico», secondo la definizione del sociologo Renzo Guolo, autore del miglior libro in materia, La via dell’Imam (Laterza ed.).

In essa, il suo carisma, appunto, codificato nel ruolo di Guida, ovvero di autorità assoluta, permetteva il coesistere di una doppia legittimità istituzionale: quella del presidente della Repubblica e del Parlamento, eletti dal popolo; quella del Consiglio dei Guardiani, di nomina religiosa ed esercitante una funzione di supervisione dell’attività politica, e dell’Assemblea degli Esperti, sorta di Concilio incaricato di scegliere la guida qualora quest’ultima manchi del carisma sufficiente per essere accettata dal popolo.

Prima di morire Khomeini designò il suo successore, l’attuale Guida Khamenei, ma nel farlo non adottò un criterio religioso, non scelse cioè il «perfetto» teologo, ma promosse invece il proprio delfino politico. Ciò ha, di fatto, politicizzato il clero, ma ha anche alimentato la resistenza di quella parte più squisitamente religiosa, quietista, favorevole a una reale separazione dei poteri. Il risultato è da vent’anni a questa parte una continua frizione-scontro e un continuo rimescolarsi delle parti in causa.

Al bazar di Isfahan, una sera, vado a vedere un incontro di Zurkhané, letteralmente «casa della forza». Ne parla già Ferdousi nel Libro dei re, è di origine pre-islamica, incarna lo sport nazionale. In realtà è un rito, una sorta di arte di vivere... Nella sala, sormontata da un cupola, c’è una piccola arena ottagonale, intorno nicchie e balconate per il pubblico. Un arbitro dentro una specie di chiosco decorato di fiori di plastica, bandiere, ritratti dell’Imam Alì, ritma gli esercizi con un tamburo, li accompagna recitando versi, fa suonare la campana che ne decreta l’inizio e la fine.

La gerarchia dei lottatori, T-shirt variamente ricamata, pantaloncini corti, piedi nudi, è in funzione della loro esperienza e delle loro qualità: il novizio, il debuttante, il pahalevan, ovvero il campione. Prima degli incontri veri e propri, gli atleti maneggiano al ritmo del tamburo pesi da 40 chili che sembrano mazze da baseball, danno prova di atletismo ginnico: flessioni, contorsioni, figure... Applausi, canti, preghiere accompagnano le esibizioni e il danzare frenetico dei dervisci atleti al centro del ring.

Alla fine ci sono gli incontri di lotta veri e propri in cui si deve mettere l’avversario spalle a terra. «È un wrestling religioso» dico al mio accompagnatore. «Il wrestling americano da noi è popolarissimo» mi risponde. «Solo che loro mimano soltanto la forza, noi anche la fede. La differenza è tutta qui».

Non solo nello zurkhané...

L'Iran ha espulso Solinas, inviato del Giornale di Redazione

sabato 07 marzo 2009, 14:47


Teheran - Per non essere "in possesso di un valido visto giornalistico" e per "aver scritto articoli prevenuti". Sono queste le motivazioni ufficiali con cui è stato espulso dall'Iran Stenio Solinas, inviato del Giornale. Lo ha riferito l’agenzia iraniana Fars citando Mohsen Moghadaszadeh, direttore del settore stampa straniera del ministero della Cultura. Solinas era in Iran per compiere un reportage in occasione del trentesimo anniversario della Rivoluzione Islamica di Khomeini.

Azouz Marzouk apre un bar a Lecco "L'espulsione? Nessuno mi caccerà"

STRAGE DI ERBA

Il tunisino, che nella strage ha perso la moglie e il figlioletto, dichiara: "Dopo aver toccato il fondo ho il diritto di tornare almeno a galleggiare"

LECCO — Azouz Marzouk, il tunisino che ha perso moglie e figlio nella strage di Erba, ha aperto un bar nel centro di Lecco. «Dopo aver toccato il fondo ho il diritto di tornare almeno a galleggiare», spiega Marzouk mentre spilla una birra durante l’aperitivo d’inaugurazione dell’attività.

«Il rischio espulsione? Credo che non mi cacceranno mai». Il nuovo locale si trova a pochi passi dall’abitazione via Trento dove Azouz, che ora ha 30 anni, ha scontato alcune settimane ai domiciliari per spaccio di droga prima di ritornare in carcere per aver ospitato un parente irregolare. «Sono tornato a Lecco perché in questa città venivo spesso con mia moglie Raffaella e mio figlio Youssef — spiega —. In questo bar arrivano molti ragazzi per conoscermi. Gli affari vanno bene e spero continui così».

f.ma

I lefebriani attaccano il card. Martini "E' un sovversivo, peggio di Kueng"

LE VARIE ANIME DELLA CHIESA

Nel proprio sito (www.dici.org), la Fraternità di San Pio X attacca l'ex arcivescovo di Milano e si dice preoccupata perchè mentre le idee di Kueng sono marginali, quelle di Martini hanno seguito nella chiesa

Roma, 7 marzo 2009

Questa volta, a finire nel mirino dei lefebvriani, è il cardinale Carlo Maria Martini, ex arcivescovo di Milano e ora ritiratosi a Gerusalemme, accusato di essere un “sovversivo” come il teologo ribelle Hans Kueng. In un editoriale pubblicato in home page nel proprio sito (www.dici.org ), la Fraternità di San Pio X attacca il porporato e si dice preoccupata perchè mentre le idee di Kueng sono marginali, quelle di Martini hanno seguito nella chiesa.

Martini, scrive nell’editoriale l’Abbè Alain Lorans
, “è un Kueng che ha avuto successo nel seno della gerarchia ecclesiastica”. A fare da sfondo all’articolo è il libro del cardinale Martini (‘Conversazioni notturne a Gerusalemme’) nel quale, afferma la Fraternità lefebvriana, “preconizza l’ordinazione di preti sposati, l’accesso delle donne agli ordini che precedono il sacerdozio, l’accesso dei divorziati risposati alla comunione, l’appello ai diritti della coscienza individuale contro la disciplina dell’enciclica Humanae vitae”.


L’ex arcivescovo di Milano, di posizioni chiaramente progressiste, “è un Kueng che ha avuto successo all’interno della gerarchia ecclesiastica. In realtà sono due ottuagenari contrari alla Chiesa che ha le promesse dell’eternità”.

Recentemente, il 24 febbraio, il teologo ribelle Hans Kueng ha rilasciato una intervista al quotidiano francese ‘Le Monde’, nel quale criticava il Papa di portare la chiesa a una “setta”.
Dichiarazioni riprese poi dalla ‘Stampa’ qualche giorno dopo e duramente criticate dal Vaticano, per bocca del cardinale Angelo Sodano. Conclude la nota dei lefebvriani, firmata dall’Abbè Alain Lorans: “Il cardinale Martini è un Kueng che ha seguito nella gerarchia ecclesiastica”.

Concutelli, l'uomo nero è fuori dal carcere

di Pierangelo Maurizio

sabato 07 marzo 2009, 09:40

Il «comandante» o l’ «uomo nero». Ovvero Pierluigi Concutelli, l'assassino del giudice Vittorio Occorsio, il «cattivo maestro» per un’intera generazione di aspiranti soldati del terrore a destra. Dopo 32 anni passati nelle carceri di tutt’Italia, per lo più di massima sicurezza, ha ottenuto gli arresti domiciliari con modalità speciali per motivi di salute. Lo ha stabilito il tribunale di sorveglianza di Roma accogliendo la richiesta del suo avvocato.
Concutelli è sostanzialmente un uomo libero. Potrà godere di 4 ore al giorno di totale libertà per le sue esigenze personali. In più, tutte le volte che sarà necessario, potrà recarsi nelle strutture sanitarie per ricevere le cure che gli servono dopo che a dicembre è stato colpito da un ictus. Sulle spalle ha tre ergastoli. Capo militare del gruppo neofascista Ordine Nuovo sciolto con decreto ministeriale e decisione democristiana nel '73 per ricostituzione del partito fascista (la prima volta che venne applicata la legge Scelba). Candidato - con poco successo - alle comunali di Palermo nel '75 per il Movimento sociale da cui fu espulso poco dopo. Latitante in Spagna fece in tempo a tornare per imbracciare la mitraglietta e in una mattina torrida, il 10 luglio del '76, sulla via Nomentana a Roma massacrare il sostituto procuratore Vittorio Occorsio, perché indagava sui «neri». Aveva 47 anni, Occorsio, e una bella famiglia: il figlio, Eugenio, fa il giornalista a Repubblica.
Preso qualche mese dopo, il Comandante è diventato uno dei boia delle carceri. Il killer spietato dei «camerati» Ermanno Buzzi e Carmine Palladino, presunti traditori uccisi a mani nude e con un filo di nylon della rete di pallavolo. In tre decenni si è ammantato della fama di irriducibile. Non c’è uno degli (ex) ragazzini saliti alla fine degli anni '70 e all'inizio degli '80 sulla «nave dei folli» - altra definizione concutelliana - della lotta armata declinata a destra, da quelli dei Nuclei armati rivoluzionari e Terza posizione, che a domanda non abbia risposto: «Il nostro mito era Concutelli (oltre a Mario Tuti)».
Per qualche tempo ha goduto della semilibertà (di giorno fuori al lavoro, la notte in cella). Revocata lo scorso agosto quando gli trovarono in tasca marijuana. A 65 anni ha diversi problemi di salute. Il suo stato è incompatibile con il carcere, hanno ribadito i medici di Rebibbia. Favorevole agli arresti domiciliari anche il procuratore generale Otello Lupacchini. L’ «uomo nero» non si è mai dissociato né pentito, ma ha espresso «rammarico» in particolare per i figli delle sue vittime.
pierangelo.maurizio@alice.it

La girandola degli eurodeputati Eletti in 78, ne sono cambiati 37

Il premier vuole far correre i ministri, Ma per la legge c'è incompatibilità

Fuga-record da Strasburgo per inseguire ministeri e assessorati

Deciso a stroncare l'andazzo indecoroso che vede gli italiani snobbare il Parlamento europeo, Silvio Berlusconi ha avuto un'idea:mandarci chi non ci andrà mai. Cioè i ministri.

Per legge incompatibili. E destinati solo a rastrellare voti e incassare un po' di soldi nelle settimane necessarie alla Cassazione a dichiararli decaduti. Una scelta di astuzia elettorale. Ma che rischia di esporci a Strasburgo a una nuova figuraccia. Agli occhi di tutti gli altri europei, infatti, abbiamo già buoni motivi per arrossire fin da quando Franco Maria Malfatti, primo italiano presidente della Commissione Europea, si dimise dopo soli due anni per candidarsi alle politiche e fare poi il ministro dell'Istruzione. Era la primavera del 1972. E quella scelta di preferire lo strapuntino domestico ministeriale alla presidenza del governo continentale fu presa male, a Bruxelles. Dove certo la nostra immagine europeista non è stata rafforzata dalla scelta successiva di Carlo Ripa di Meana di mollare il commissariato all'Ambiente per fare il ministro nel primo governo Amato. O da quella più recente di Franco Frattini di abbandonare la carica di vice-presidente della Commissione e commissario alla Giustizia per tornare alla Farnesina. Tutte decisioni lette dagli europei come un segnale preciso: per gli italiani è più importante la bottega domestica. Tesi confermata, negli anni, dalla pessima fama che via via si sono fatti i nostri deputati a Strasburgo. I più pagati di tutti, con quell'indennità di base di 149.215 euro (tre volte più di un portoghese, quindici volte più di un ungherese...) che sommata a tutte le altre voci e ai benefit vari può portare a un incasso di oltre 25 mila euro al mese.

I più assenteisti di tutti. Sono decenni, ormai, che i nostri si sono fatti questa fama. E le cose, stando a uno studio dell'Università tedesca di Duisburg e a una inchiesta delle Acli (secondo cui la presenza dei parlamentari italiani si attestava all'ultimo posto assoluto con il 68,6% e cioè 13 punti sotto i francesi, 20 sotto gli olandesi, 21 sotto i belgi e i finlandesi) sono progressivamente peggiorate. Fino al punto che Renato Brunetta può legittimamente vantarsi d'avere bucato, da europarlamentare, solo 73 sessioni plenarie su 221, con un tasso di assenze del 33,1%. Alto, rispetto al Senato Usa dove l'assenteismo medio negli ultimi decenni è stato del 3,1% e solo un senatore su 25 salta più di un decimo delle votazioni. Basso, rispetto a tanti colleghi. Di destra e sinistra. Una noia mortale, spiegò un giorno Gianni Vattimo a Claudio Sabelli Fioretti raccontando della sua frustrazione di deputato a Strasburgo: «Ogni volta mi chiedevo: ma che cavolo vado a fare? Era come entrare in un supermercato senza soldi. E si discuteva dell'altezza dei parafanghi delle auto e della lunghezza dei porri». Uffa, sbottano puntualmente tutti quelli che si sentono sotto accusa, «non vanno guardate le presenze nelle sedute ma nelle commissioni». Può darsi. Tutti gli altri indicatori, però, danno risultati altrettanto sconfortanti. Basti ricordare, come ha scritto Emiliano Fittipaldi su L'Espresso, che «61 deputati non hanno mai presentato una relazione (che, a differenza delle inutili interrogazioni, sono testi "legislativi" o "di indirizzo") e 17 non si sono mai scomodati ad aprire bocca in assemblea» col risultato che i sei ciprioti, pur guadagnando un quarto degli italiani, sono intervenuti più di tutti i nostri messi insieme.

La verità, come ha riassunto Sergio Romano, è che per i nostri politici «chi lascia l'Italia "esce dal giro" e fa molta fatica e rientrarvi, anche se l'esperienza accumulata nel frattempo dovrebbe rendere la sua persona ancora più apprezzata e utile. È meglio restare a Roma, dove si distribuiscono le cariche nazionali e lo sgabello di oggi può diventare la poltroncina di domani ». I numeri dicono tutto: abbiamo un decimo dei parlamentari europei (78 su 785) ma un quinto di quelli che hanno piantato Strasburgo per tornare a casa: 37 su 180. Ci battono solo i romeni. Insomma, quasi la metà dei nostri rappresentanti, fatta la tara ai seggi passati di mano due volte, si è stufata ed è venuta via. Chi, come Lilli Gruber o Michele Santoro, per tornare al giornalismo. Chi, come la piemontese Mercedes Bresso, per fare il governatore. Chi, come Umberto Bossi o Alessandra Mussolini, perché ha preferito il successivo scranno a Montecitorio o a Palazzo Madama. Altri ancora per poltrone più caserecce. Come Giuseppe Castiglione che, dichiarato decaduto dalla Cassazione perché eletto presidente della provincia di Catania (vuoi mettere, rispetto a Strasburgo?) ha lasciato il posto a Michele Cimino che a sua volta ha risposto picche: sorpreso alle elezioni di Agrigento dal successo di un ragazzino legato ad Angelino Alfano, ha preferito tenersi stretto un assessorato regionale.

E meno male che, dopo mille scandali, la legge italiana si è adeguata alle direttive europee e fissa oggi incompatibilità nette. Chi va in Europa non può allo stesso tempo fare né il presidente, né l'assessore, né il consigliere regionale, né il presidente di provincia, né il sindaco di un comune con più di 15.000 abitanti. Né, s'intende, il deputato, il senatore o il ministro. Per legge: articolo 5 bis. Per questo la decisione di Berlusconi di schierare alle Europee tutti i suoi ministri (e chi accarezza l'idea di usare ancora specchietti per le allodole non manca neppure a sinistra) rischia di lasciare gli europei basiti: ma come, se l'incompatibilità è assoluta! Oddio, non che tutti dentro il governo siano entusiasti dell'idea. Ma molti si sono subito detti disponibili. A partire da Ignazio La Russa. A suo fratello Romano, del resto, è andata di lusso. Quando Formigoni gli affidò l'assessorato lombardo all'industria faceva l'europarlamentare a Bruxelles. La legge dice che, anche per non prendere le doppie prebende, doveva optare entro un mese. Quattro mesi dopo aveva ancora i piedi in due staffe. E solo dopo quasi mezzo anno...

Gian Antonio Stella
07 marzo 2009

Napoli, studente italo-etiope denuncia aggressione. «Nessuno è intervenuto»

È figlio di un noto docente dell'università orientale

Marco Beyenne, 22 anni, è stato aggredito e picchiato da due uomini con la testa rasata in una piazza affollata


NAPOLI - Aggressione a sfondo razzista a Napoli. L'ha denunciata Marco Beyenne, uno studente italo-etiope di 22 anni di Capaccio (Salerno), iscritto alla facoltà di Scienze Politiche dell'università Orientale di Napoli. È figlio di un noto docente universitario in pensione, Yakob Beyenne, tuttora legato all'ateneo da un contratto di collaborazione per la cattedra di filologia etiopica.

«NESSUNO È INTERVENUTO» - «Le ferite al volto fanno molto meno male di quelle che ho dentro» ha detto il ragazzo, aggredito nella notte tra giovedì e venerdì nel centro di Napoli da due giovani che, al grido di «negro di m...», lo hanno ripetutamente colpito al volto con una cintura. L'aggressione è avvenuta davanti a una trentina di persone che, secondo lo studente, si sono limitati ad assistere alla scena. «Ero in compagnia di un amico, anche lui studente - spiega Marco Bayenne.

Stavamo facendo una passeggiata in piazza del Gesù e volevamo andare a bere qualcosa in un locale molto frequentato dagli studenti, specie il giovedì notte. All'uscita dal locale, due persone si sono avvicinate e mi hanno chiesto cosa volessi. Non ho avuto neppure il tempo di rispondere, che uno dei due, con il capo rasato, ha tirato fuori una cintura e ha cominciato a colpirmi al volto con una ferocia inaudita, mentre gridava frasi del tipo 'negro di m...»'.

Molti i giovani presenti nella piazza che hanno assistito alla scena. «Non uno dei presenti ha alzato un dito - prosegue Marco -. Nessuno ha avuto il coraggio di intervenire, nonostante l'aggressione sia durata un paio di minuti. Solo il mio amico ha tentato di difendermi, prendendosi la sua dose di calci e pugni». Alla fine Beyenne è riuscito a divincolarsi, rifugiandosi in una rosticceria. «Sanguinavo dal viso, così il titolare del locale mi ha dato dei fazzolettini di carta per ripulirmi».

Poi l'arrivo in ospedale, dove lo studente è stato medicato e dimesso. «Quando siamo andati al commissariato di polizia di via San Biagio, gli agenti stentavano a crederci - racconta la vittima -, uno di loro mi ha detto che a Napoli non si era mai verificata un'aggressione a sfondo razziale. Erano tutti molto dispiaciuti».

«CLIMA DI INTOLLERANZA» - «Sono di nuovo a Capaccio - aggiunge il giovane italo-etiope -, sono tornato a casa per ritrovare la serenità smarrita. Ma da lunedì sarò ancora una volta tra i banchi dell'università, come sempre. Spero che sia il primo e l'ultimo episodio di razzismo in una città tanto bella e tollerante come Napoli, anche se da qualche mese respiro un'aria che non mi piace, un'aria di insofferenza che può essere molto pericolosa». «Mio marito è in Italia dall'inizio degli anni Sessanta - dice Paola Raeli, moglie di Yaqob Beyenne -. È un uomo stimato e amato da tutti e in tutto questo tempo non è mai accaduto niente né a lui né a mio figlio, ma ora ho paura. Quello che è accaduto giovedì notte è il sintomo che qualcosa nel nostro paese sta cambiando. C'è un clima di intolleranza».

07 marzo 2009

Leonardo, giallo sull'autoritratto

Gruppo di ricercatori smentisce Angela: scoperto da noi, ma non è il suo volto da giovane
 

Presentato in tv come «un disegno inedito da 5 secoli», tratto dal «Codice del volo». Ma gli esperti si dividono

 

MILANO — Sul monitor appare la pagina di un quadernetto cinquecentesco. Le parole corrono da destra a sinistra, il tratto di Leonardo è inconfondibile. Sotto, si intravede il volto di un uomo. È rimasto «nascosto » per secoli. Mario Taddei, ricercatore che del genio vinciano ha fatto una ragione di vita, ha acquisito il materiale al computer. Basta un clic e le lettere, scomparendo, lasciano spazio al ritratto ingrandito. Commenta lo studioso: «Quella scoperta è nostra, del 2007.

Altro che scoop di Piero Angela. E secondo noi non è nemmeno un autoritratto ». Attacco a «Ulisse», il programma del divulgatore scientifico più noto d'Italia e al suo speciale sul «volto nascosto di Leonardo». Con una serie di botta e risposta che chiamano in causa i più grandi esperti di storia dell'arte e mettono in discussione vecchie e nuove teorie. Con Piero Angela che dice: «Il nostro lavoro è corretto, non abbiamo copiato nulla».

E Carlo Pedretti, il più importante studioso di Leonardo, che alza la mano: «Veramente l'intuizione è mia. Del 1975». Leonardo, fascino e mistero di un genio che continua a sedurre. E a dividere. Riassunto: il 28 febbraio va in onda il programma di Piero Angela con una «sorprendente scoperta»: un disegno autentico di Leonardo, «mai visto prima d'ora, che riemerge dopo cinque secoli da un quaderno di appunti. È il ritratto di un uomo rinascimentale, dagli occhi chiari e i capelli lunghi» tratteggiato su una pagina del Codice del volo, conservato nella Biblioteca Reale di Torino. Domanda: «Potrebbe trattarsi di un suo autoritratto in età giovanile?».

Viene interpellato Carlo Pedretti, massima autorità mondiale in studi leonardeschi e docente all'Università Ucla di Los Angeles che conferma che sì, «potrebbe essere », vista la somiglianza con il celeberrimo autoritratto di Torino e «il rapporto tra i dati somatici ». La puntata è seguitissima (frutto di oltre quattro mesi di studi, anche del Ris di Roma), lo scoop fa il giro del mondo. Fin qui lo speciale di «Ulisse ». Pochi giorni dopo, però, arriva il comunicato di Leonardo3, società con sede a Milano fondata da tre ex ricercatori del Politecnico (e allievi di Pedretti) che studiano e digitalizzano i lavori di Leonardo esportandoli in tutto il mondo.

Toni cauti: «A Piero Angela va il merito di aver fatto un lavoro rigoroso e di qualità. Ma le ricerche in questo ambito non portano mai all'assoluta certezza della tesi che si propone, ovvero la somiglianza tra l'autoritratto di Torino e il disegno del Codice del volo». Segue rivendicazione della paternità della scoperta. E spiegazione: «Non abbiamo pubblicizzato la cosa perché secondo noi non si tratta del volto di Leonardo. A nostro parere il ritratto più attendibile è quello di Francesco Melzi (allievo del genio) che mette in luce tratti molto diversi, soprattutto quelli del naso, rispetto al cosiddetto autoritratto torinese». Da Milano a Roma. Piero Angela risponde sereno: «Né Pedretti, né il sovrintendente di Torino, né altri ci hanno mai parlato di una ricerca precedente la nostra.

Purtroppo alla Leonardo3 se la sono tenuta nascosta. E comunque non abbiamo copiato nulla, ma lavorato con assoluta correttezza». Quanto poi al «nuovo» autoritratto, Angela spiega: «Saranno gli esperti a giudicare, ma le immagini comparate sono impressionanti... ». Finale da gentiluomo: «Il merito della scoperta spetta solo a Pedretti che, non avendo a disposizione i macchinari di oggi, aveva individuato il disegno del Codice già nel '75».

Repliche e versioni discordanti, il giallo continua. Da Los Angeles arriva il commento di Pedretti: «I "ragazzi di Milano" mi avevano informato del loro studio, ma non ho mai visto nulla dei loro risultati, e nemmeno li ha visti Paolo Galluzzi, direttore del Museo e Istituto di storia della scienza di Firenze che, come me, li ha sempre appoggiati e aiutati nelle loro ricerche. E poi insomma, parlare di scoperta... Trentaquattro anni fa pubblicavo io il recupero dell'immagine».

Annachiara Sacchi
07 marzo 2009

Conferenza Onu sul razzismo Francia e Vaticano partecipano

IN PROGRAMMA A GINEVRA DAL 20 AL 25 APRILE
 

Giovedì il ministro Frattini aveva annunciato il boicottaggio dell'Italia per «frasi antisemite nelle bozze»

 

ROMA - Italia, Canada e Stati Uniti non ci saranno. Ma la Francia e il Vaticano sì. I loro rappresentanti il 20 aprile raggiungeranno infatti Ginevra per partecipare alla seconda conferenza Onu sul razzismo Durban II. Nonostante il ministro degli Esteri Franco Frattini fino a poco fa auspicasse un boicottaggio anche francese della riunione, dopo quello italiano annunciato giovedì per le «frasi aggressive e antisemite» contenute nella bozza della dichiarazione finale: «Si devono cancellare quelle espressioni dichiaratamente antisemite e quelle frasi che inducono all'intolleranza», ha spiegato Frattini, aggiungendo di aver «parlato personalmente con l'Olanda, la Francia e la Danimarca: tutti hanno grandi dubbi e spero seguiranno il nostro esempio».

LA POSIZIONE FRANCESE - Ma il portavoce del ministero degli Esteri francese Eric Chevallier ha annunciato: «Abbiamo notato l'annuncio italiano, ma pensiamo che a questo punto sia importante prendere parte al processo di preparazione». Crediamo, ha aggiunto Chevallier, «sia importante essere all'interno del processo di cooperazione di Durban per permettere che non degeneri in tensioni invece di occuparsi della difesa dei diritti dell'uomo». Anzi, ha sottolineato, «la Francia cercherà di privilegiare una posizione comune dell'Europa».

IL SI' DEL VATICANO - Anche il Vaticano ha annunciato che parteciperà alla Conferenza Onu sul razzismo «Durban II» che si terrà a fine aprile a Ginevra. Lo ha confermato mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente presso le Nazioni Unite.

06 marzo 2009(ultima modifica: 07 marzo 2009)