mercoledì 11 marzo 2009

L’ultimo segreto d’Egitto La mummia forse è solo di un cadavere tarocco

E' davvero Ankhpakhered, il sacerdote del dio Min, divinità protettrice della sessualità, la mummia che riposa in un sarcofago effigiato con i geroglifici che ne raccontano la sua storia?


di Stefania Consenti


Milano, 11 marzo 2009


E' davvero Ankhpakhered, il sacerdote del dio Min, divinità protettrice della sessualità, la mummia che riposa in un sarcofago effigiato con i geroglifici che ne raccontano la sua storia?

Dalla sofisticatissima Tac, realizzata con tecnica a spirale al Fatebenefratelli una settimana fa, sembrerebbe di no. L’usura degli arti inferiori, con calcificazioni evidenti sulle ginocchia, ci racconta la storia di una persona abituata a svolgere lavori pesanti, più umili.

Un personaggio che gravitava intorno ad un tempio. Ma non certamente un sacerdote. E non solo. «Non sono state riconosciute nelle garze - racconta Anna Pieri, l’egittologa che insieme alla collega Sabina Malgora è curatrice del progetto di ricerca sulla mummia conservata al Museo Civico e paleontologico di Asti - le caratteristiche delle classiche procedure di imbalsamazione. Manca il nome del defunto sulle bende e mancano del tutto gli amuleti per la protezione e la sopravvivenza nell’aldilà. Questi reperti erano un corredo essenziale del defunto».

L’altro elemento che genera molti dubbi sulla vera identità della mummia è la composizione anarchica «dei segmenti scheletrici». A parte lo scheletro risultato intero dalla Tac, per il resto tutto «è sistemato alla rinfusa», non in linea con le caratteristiche di un corpo mummificato: i piedi non sono in posizione ma collocati fra i femori, le ossa delle mani sono scomposte e posizionate nella cassa toracica, le costole sono affastellate con denti, ossa della mano e parte di un piede.

Aspetti insoliti che fanno pensare all’ipotesi di una mummia raffazzonata, magari messa insieme nel Settecento, quando la moda egizia favoriva il mercato delle mummie «fai da te». Singolare, poi, anche il sistema utilizzato per tenere in asse il «cranio, attraverso l’utilizzo di 21 canne di papiro» e l’enorme quantità di bende «raggomitolate» e sistemate negli spazi vuoti degli elementi scheletrici «per fare da riempimento».

Ma come mai è stato deciso di sottoporre la mummia alla Tac? «Tutto è nato - conclude Pieri - quando con il primo restauro della mummia c’è stata la necessità preliminare di sottoporla ai raggi x. In futuro ci piacerebbe fare una datazione con radio carbonio, analisi chimiche ancora più complesse».

Il Papa scrive ai Vescovi per spiegare le ragioni della revoca della scomunica ai lefebvriani

Sette pagine per spiegare personalmente le ragioni della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, “per riportare la pace nella Chiesa”, ma anche per riconoscere alcuni sbagli che sono stati commessi


Roma, 11 marzo 2008

Il quotidiano tedesco on line ‘Frankfurter Allgemeine’ pubblica sulla propria home page la lettera integrale che il Papa ha indirizzato ai vescovi di tutto il mondo per spiegare le ragioni della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, gli sbagli commessi, ma anche per esprimere “rammarico” per una situazione che il Papa stesso definisce una “disavventura imprevedibile”. La missiva sarà ufficialmente presentata domani a mezzogiorno in Vaticano.

Sette pagine, scritte di suo pugno, per spiegare personalmente ai Vescovi di tutto il mondo le ragioni della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, “per riportare la pace nella chiesa”, ma anche per riconoscere alcuni sbagli che sono stati commessi. Perchè è stata una “disavventura imprevedibile”. La lettera che Benedetto XVI ha deciso di scrivere all’episcopato cattolico - e che il Vaticano renderà nota domani a mezzogiorno - è l’ultima pagina dell’’affaire lefebvriani’ che, in seguito alle dichiarazioni del vescovo Richard Williamson, ha provocato non poche polemiche all’interno e all’esterno della Curia.

”Una parola chiarificatrice”,
scrive il Papa nella lettera pubblicata integralmente dal ‘Frankfurter Allgeimeine Zeitung’, per tornare ancora una volta a spiegare le ragioni del suo gesto “misericordioso” e riconoscere gli errori compiuti, che sono essenzialmente due. Il primo, il Vaticano non si è accorto delle dichiarazioni negazioniste di Williamson? Parole che invece si sono sovrapposte in modo “imprevedibile” alla remissione della scomunica; e, il secondo, il modo “non sufficientemente chiaro” utilizzato per illustrare la remissione della scomunica. Infine, la lettera contiene un annuncio importante. Il Papa ha infatti deciso di far rientrare la Commissione Ecclesia Dei, organismo creato ad hoc da Wojtyla per gestire la delicata questione dei lefebvriani, sotto la competenza della Congregazione per la dottrina della fede.

”Mi sento obbligato a indirizzare
a voi cari confratelli una parola di chiarezza - dice il Papa - che deve servire a capire le intenzioni che hanno condotto me e gli organi competenti della Santa Sede a compiere questo passo. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella chiesa”. Benedetto XVI ricorda che il caso “ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa cattolica una discussione di tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata”, sottolinea Ratzinger, ricordando la “valanga di proteste” e l’accusa a lui rivolta di voler tornare indietro rispetto al Concilio. “Una disavventura per me imprevedibile - scrive il Pontefice - è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come una smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa”.

Benedetto XVI spiega
che in futuro la Santa Sede dovrà prestare più attenzione alle notizie diffuse su internet e aggiunge: “Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco.

Proprio per questo ringrazio tanto
più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia”. Il Papa si rammarica poi per il fatto che la stessa revoca della scomunica, “la portata e i limiti del provvedimento” non siano stati “illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione”. E precisa che la scomunica colpisce persone, non istituzioni: “Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali” e i suoi ministri, anche se “sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica, non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa”. E il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, assicura: “Non escludiamo nessuna energia dalla Chiesa; ciascuno può avere il suo posto”.

Abu Omar, «sconfitta» per i magistrati

i pubblici ministeri indagarono l'ex capo del sismi POLLARI e 26 agenti cia
 

Sentenza della Corte Costituzionale: c'è stata violazione del segreto di Stato da parte dei pm di Milano

 

ROMA - Sul caso Abu Omar, l'ex imam di Milano sequestrato a Milano il 17 febbraio 2003, c'è stata violazione del segreto di Stato da parte dei magistrati di Milano che hanno indagato e rinviato a giudizio l'ex capo del Sismi Nicolò Pollari e altre 34 persone (di cui 26 agenti Cia). La Corte Costituzionale - secondo quanto appreso dall'agenzia Ansa - avrebbe così accolto (anche se solo in parte) i ricorsi presentati dai governi Prodi e Berlusconi, mentre avrebbe dichiarato inammissibile il contro-conflitto della procura di Milano e respinto quello del giudice del tribunale Oscar Magi dinanzi al quale il processo è in corso.

LA SENTENZA - Per la Consulta, «non spettava alle autorità giudiziarie porre a fondamento della richiesta di rinvio a giudizio e del decreto che dispone il giudizio, i documenti acquisiti all'esito della perquisizione eseguita il 5 luglio 2006 e successivamente inviati all'autorità giudiziaria, con parziali omissioni relative ai dati coperti dal segreto di Stato, nonchè la richiesta di svolgimento dell'incidente probatorio e con essa, sia l'ordinanza che lo ha disposto sia il relativo verbale di acquisizione della prova del 30 settembre 2006».

Per questo, tali atti processuali «nelle parti corrispondenti» sono stati annullati. I ricorsi parzialmente accolti sono quelli presentati nel 2007 dall'allora Governo guidato da Romano Prodi. Il governo, in quella circostanza, accusò davanti alla Corte i procuratori Ferdinando Pomarici e Armando Spataro di aver illegittimamente e ripetutamente "violato il segreto di Stato" nella conduzione delle indagini sul sequestro dell’ex imam egiziano, "bruciando" uomini e strutture del controspionaggio.

La procura di Milano fu inoltre accusata di «aver violato le prerogative di secretazione del governo» in almeno tre circostanze: con «l’acquisizione di documenti informativi, anche di carattere documentale, attinenti l’identita’ di 85 appartenenti al Sismi; con l’intercettazione delle utenze cellulari in loro us e l’acquisizione di elementi attinenti la struttura e le logiche di funzionamento del Servizio non direttamente afferenti l’indagine sul sequestro e riguardanti i rapporti con agenti stranieri».

La Corte ha anche accolto in parte il conflitto sollevato dal Governo Berlusconi nei confronti del giudice monocratico della quarta sezione penale del tribunale di Milano, Oscar Magi, davanti al quale si sta svolgendo il processo a carico dei 35 imputati. Tale ricorso è stato accolto «limitatamente all'ordinanza del 14 maggio 2008, ammissiva di determinate prove».

I giudici costituzionali, invece, hanno bocciato tutti e due i conflitti sollevati dalla magistratura milanese: respinto il ricorso del giudice Oscar Magi, risalente al dicembre scorso, in relazione a tre note del premier Berlusconi, con cui si confermava il segreto di Stato opposto da alcuni testimoni nel procedimento. Inammissibile, invece, è stato dichiarato il conflitto sollevato dal procuratore capo di Milano nel 2007, così come il ricorso incidentale proposto dalla sezione gip del tribunale di Milano.

11 marzo 2009

Operazione antidoping: dodici arresti

Oltre 60 perquisizioni in quattro regioni del nord Italia

Fermato il ciclista Da Ros. Se ne era occupata anche la trasmissione tv Le Iene, partendo da un negozio milanese

 

MILANO - Dodici persone arrestate e un obbligo di firma, 64 perquisizioni in 81 luoghi di quattro regioni del Nord. Sono i numeri dell'operazione su un traffico illecito di sostanze dopanti dei carabinieri del Nas di Milano nata a fine 2007 e della quale si era occupata anche la trasmissione tv Le Iene nel marzo dello scorso anno. Le accuse sono concorso in illecita importazione, detenzione, vendita, ricettazione e utilizzo di farmaci a effetto dopante, esercizio abusivo di professioni sanitarie e falsificazione di ricette. Tra gli arrestati c'è anche il ciclista su pista professionista Gianni Da Ros, 22 anni. L'atleta si trovava in ritiro con la nazionale della pista quando è stato raggiunto dai carabinieri per essere portato nel carcere milanese di San Vittore, dove domani mattina sarà interrogato dal magistrato. Liquigas Sport ha disposto l'immediata sospensione del corridore. Qualora le responsabilità di Da Ros venissero provate, il gruppo sportivo procederebbe al suo immediato licenziamento e si riserverebbe di citarlo per danni. La Federazione Ciclistica Italiana ha sospeso l'atleta per l'attività della Nazionale.

«SONO UNO SPROVVEDUTO» - Ai carabinieri del Nas di Milano che l'hanno arrestato, contestandogli la ricettazione, detenzione, cessione e assunzione di sostanze ad azione dopante, Da Ros ha detto: «Sono uno sprovveduto». Quella di Da Ros appare una posizione meno grave rispetto a quella delle altre 11 persone raggiunte dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere (a cui bisogna aggiungere una persona arrestata in flagranza di reato e una con l’obbligo di firma), perché avrebbe ceduto le sostanze dopanti e anabolizzanti a un paio di suoi amici, entrambi ciclisti non professionisti. Al momento dell’arresto Da Ros non aveva con sé alcuna sostanza. L'ordinanza è stata emessa dal gip Andrea Pellegrino su richiesta del pm di Milano Gianluca Prisco,

LO SMERCIO DELLE SOSTANZE - Le indagini, che hanno visto coinvolti sportivi professionisti e dilettanti, gestori di palestre e di attività commerciali in Lombardia, Piemonte, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, in una prima fase avevano portato al sequestro di diverse confezioni di sostanze dopanti illecitamente importate da Paesi dell'Est Europa, dal Nord Africa e acquistate su Internet. Il servizio delle Iene dal titolo «Muscoli e doping», trasmesso il 7 marzo 2008, illustrava quanto era facile procurarsi sostanze vietate attraverso pochi contatti o in negozi di integratori alimentari. Nel servizio, uno degli inviati del programma per circa 700 euro acquistava in un Vitamin Store di Milano prodotti come il Sustanon, il Proviron o il Winstrol. I Nas, grazie alle immagini, hanno identificato i venditori. Con intercettazioni e pedinamenti sono state individuate tre filiere di distribuzione.

«MI SERVE DEBORA» - Nelle intercettazioni telefoniche si sente il gergo particolare usato dagli indagati: frasi e termini in codice come «Aggiungi due buttafuori da mettere a destra del palco», oppure «mi serve Debora». Il «glossario» utilizzava nomi di animali, ballerine, ufficiali, superman, e anche nomi comuni di persone. Pastiglie e fiale di tutti i tipi, illecite, provenienti dall'estero e dal mercato nazionale, venivano identificate al telefono con soprannomi: per esempio, il Winstrol veniva ribattezzato al telefono come «Vittorio» o «Vanessa. E il Testosperone diventava «Tonino».

11 marzo 2009

Immigrati, i medici in rivolta : «Non siamo spie né macellai»

la protesta contro l'emendamento della lega nord
 

I sindacati: «La norma che toglie il divieto alla segnalazione dei clandestini è controproducente»

 

ROMA - Sperano di non dover arrivare allo sciopero. Ma sono pronti a usare tutti gli strumenti legali: fino «alla Corte di giustizia europea passando per la Corte costituzionale». È questa la posizione delle diverse sigle sindacali dei medici (Anaao assomed, Cimo asmd, Aaroi, fp Cgil, Fvm, Federazione Cisl, Fassid, Fesmed, Uil fpl), nel caso in cui dovesse passare la norma sulla possibilità di denunciare gli immigrati clandestini, emersa nel corso di una conferenza stampa, a Roma. «Non siamo spie, bisogna bloccare subito l'emendamento della Lega Nord (al ddl sicurezza, ndr) che elimina il principio di non segnalazione degli immigrati clandestini da parte degli operatori del Ssn. Se diventa legge, il camice bianco avrà l'obbligo, e non la possibilità, di segnalare un clandestino che si rivolge per le cure a una struttura sanitaria pubblica, in quanto pubblico ufficiale incaricato di pubblico servizio».

L'EMENDAMENTO - I rischi sono diversi: operare senza tranquillità dovendo ogni volta scegliere tra seguire il codice deontologico o la legge, la nascita di una sanità parallela (ambulatori clandestini) e il pericolo di un accesso in ritardo in ambulatorio cosa che preoccupa per la salute pubblica e che comporterebbe il ritorno di malattie scomparse (come focolai di tubercolosi, già 4.400 casi nel 2005), un aumento dei costi per curare malattie che normalmente costerebbero meno (il Ssn spende lo 0, 5% per immigrati), e nondimeno un'ulteriore ricaduta sull'organizzazione del lavoro (perdita di almeno un'ora e mezza per una denuncia).

CONTROPRODUCENTE - L'appello del segretario nazionale dell'Anaao assomed (l'associazione dei medici dirigenti), Carlo Lusenti, è rivolto al Parlamento affinché cambi questo dispositivo che è «soltanto inutile, anzi controproducente».

11 marzo 2009

La Francia ritorna nel comando Nato

Sarkozy: non potevamo restare fermi in un mondo che è radicalmente cambiato

MILANO - De Gaulle decise di venirne fuori nel 1966 in nome della «sovranità nazionale». L'attuale presidente francese, Nicola Sarkozy, ha invece deciso che il suo Paese potrà rientrare a pieno titolo nel comando integrato della Nato. «La Francia - ha spiegato Sarkozy - non può restare ferma in un mondo che è radicalmente cambiato. Il nostro Paese non è più minacciato da invasioni militari, forse per la prima volta nella sua storia. Altre minacce si sono materializzate, il terrorismo, la proliferazione delle armi». Oggi la Francia vuole «una diplomazia forte», vuole «alleati forti e sicuri» e «il nostro primo alleato sono le democrazie occidentali».

NATO SODDISFATTA - Una decisione questa che viene accolta con grande favore negli ambienti dell'alleanza atlantica: un portavoce dell'organizzazione, James Appathurai, ha detto che questo rappresenterebbe una tripla vittoria: per la Francia stessa, per la Nato e per l'Unione europea. Non solo: l'annuncio del ritorno al suo «posto pieno» nel comando integrato secondo Appathurai «sarà accolto con grande favore da tutta la Nato». «La decisione è al 100% della Francia - ha aggiunto - e questa scelta porta vento nelle vele della Difesa europea».

DA DE GAULLE A SARKOZY - La Francia nel 1949 era stata tra i Paesi fondatori dell'alleanza atlantica. Nel 1966, però, il generale Charles De Gaulle informò gli Stati Uniti che la nazione si sarebbe ritirata dalle strutture del comando integrato. Il riavvicinamento inizia nel 1995, in occasione della crisi della Jugoslavia, quando la Francia nomina un proprio rappresentante nel Comitato militare, partecipando poi alle operazioni in Kosovo e in Afghanistan. Ora la decisione di un rientro a pieno titolo: la Francia, che non è mai uscita del tutto dall'Alleanza atlantica - è il quarto paese per contributi al suo bilancio e il quinto per numero delle truppe impegnate - annuncia il suo ritorno nel comando integrato della Nato.

11 marzo 2009

Copyright sotto tiro, accademici europei contro l'estensione

11/3/2009

Il 23 marzo il Parlamento Ue voterà una direttiva per portare il diritto d'autore sulle registrazioni musicali da 50 a 95 anni. Un invito alla pirateria digitale?

Un gruppo di accademici europei ha pubblicato oggi un comunicato di protesta contro la direttiva che prevede l'estensione del copyright da 50 a 95 anni (ma forse un compromesso sarà 70) per le registrazioni musicali, perchè "danneggerebbe la cultura e l'economia dell'Europa" e finirebbe per spingere gli utenti/consumatori di musica a scegliere la pirateria. 

Il 23 marzo il Parlamento europeo voterà la direttiva, proposta e spinta avanti frettolosamente dal commissario per il mercato interno Charlie McCreevy, nonostante la contrarietà di tutti gli studi indipendenti sulla materia. Vi invito a leggere il comunicato, pubblicato sul sito di Nexa. E a leggere oggi anche l'inchiesta sulla fine del copyright a firma di Ettore Livini, pubblicata da R2 di Repubblica.

Battisti, il Brasile confermerà l'asilo

polemiche contro l'italia: «ha criticato il nostro governo»
 

Il ministro della Giustizia Tarso Genro: «Il Tribunale si è pronunciato così in altri quattro casi simili»

 

BRASILIA - Il Supremo tribunale federale del Brasile confermerà lo status di rifugiato politico a Cesare Battisti: lo ha detto il ministro della Giustizia Tarso Genro, che aveva già deciso la concessione della misura all'ex terrorista il 13 gennaio. «Se il Tribunale si pronuncerà come ha già fatto per altri quattro casi simili a quello di Battisti, allora confermerà la mia decisione» ha detto Genro alla stampa, precisando che il Tribunale potrebbe invece anche «cambiare parere all'ultimo momento. Ma non credo - ha sottolineato - che ciò avverrà».

PAESE DA BALLERINI - Secondo i media locali il caso Battisti sarà esaminato dal Tribunale entro questo mese, mentre Genro è stato chiamato a riferire davanti alla commissione Esteri del Senato brasiliano sulla concessione dell'asilo. «Ho sentito delle dichiarazioni provenienti dall'Italia secondo cui il Brasile è un Paese più da ballerini che da giuristi» attacca il ministro, precisando che tali dichiarazioni «sono uscite sulla stampa internazionale. Quando si esprime un parere come questo si sta dando un giudizio anche su chi governa».

11 marzo 2009

Axum, riti come duemila anni fa Sfila coperta l'Arca dell'Alleanza

I culti ortodossi da Addis Abeba ai villaggi nel Nord del Paese
 

Nel giorno del Timkat, l'orgoglio di una nazione attorniata dall'islam

 

di MASSIMO ALBERIZZI

Il giorno del timkat — l'epifania ortodossa, la più importante festa dell'Etiopia, che cade il 19 gennaio — Lalibela, la città santa, è attraversata da processioni sacre. Una folla imponente si concentra per le strade e le piazze e si ammassa attorno alle 13 chiese scavate nella roccia, l'ottava meraviglia del mondo.

Nelle intenzioni di chi l'ha fondata, Lalibela era la Nuova Gerusalemme, costruita per rispondere alla conquista della Terra Santa da parte dei musulmani nel 1187. I cortei guidati dai sacerdoti con tonache, copricapi e ombrelli parasole multicolori, si snodano tra canti e balli religiosi, nuvole di incenso aspro e pungente.

Il rito è emozionante e i partecipanti sono colti da una sorta di ispirazione divina. I movimenti sono lenti e sembrano studiati, come prevede una liturgia millenaria costruita per arrivare al cuore dei fedeli.

Gli uomini sfilano in gruppi diversi da quelli delle donne, che si muovono nei tradizionali vestiti bianchi parlando e cantando in quello che forse è l'unico vero giorno di libertà ogni anno. Il culmine arriva nel momento in cui una copia dell'Arca dell'Alleanza portata a braccia in giro per la città, ritorna al suo posto in una delle chiese e centinaia di persone si immergono nelle vasche piene d'acqua a simbolizzare un nuovo battesimo.

Le chiese monolitiche di Lâlibalâ sono scavate nella roccia e sono state costruite tra il 12˚ e il 13˚ secolo da centinaia di operai (o forse schiavi) armati di scalpello . L'interno è un sfavillio di affreschi, sculture e icone nel tipico stile ortodosso etiopico. La più grande è Bete Medhane Alem e la più antica Bete Maryam. Grande sacralità si respira anche ad Axum, la capitale dell'antico regno della mitica regina di Saba.

Il complesso della cattedrale di Santa Maria di Sion contiene una speciale cappella dove è conservata l'Arca dell'Alleanza uno dei grandi misteri dell'antichità. Costruita da Mosè su ordine diretto di Dio in legno d'acacia e laminata dentro e fuori d'oro, conteneva le tavole dei comandamenti. Ma era anche un'arma potentissima che re Salomone regalò alla regina di Saba nel viaggio di ritorno dalla Palestina ad Axum.

Chi la toccava rimaneva fulminato. Quando nel 331 dopo Cristo l'ebraico regno axumita si convertì al cristianesimo, l'Arca divenne il simbolo più importante per la gerarchia religiosa ortodossa. Nessuno l'ha mai vista tranne un sacerdote che fa la guardia all'edificio dove è depositata. Viene portata in processione una volta l'anno ma diligentemente avvolta in una coperta che la nasconde agli occhi della folla enorme che accorre da ogni parte del Paese per onorarla.

Ma la sacralità nell'Etiopia settentrionale si respira in ogni villaggio. Nonostante sia praticamente circondato da Paesi musulmani l'antica Abissinia ha mantenuto una cristianità profonda, fatta di riti antichissimi. L'influenza islamica però si sente, ad esempio, nel dover togliersi le scarpe quando si entra in una chiesa, esattamente come si fa per le moschee. Molti dei monasteri ortodossi sono vietati alle donne, come quello di Debre Damo il più antico dell'Etiopia.

Situato sul cucuzzolo di una montagna, si raggiunge infilandosi in una cesta che viene tirata su dai sacerdoti con una fune. Si sale gratis, ma se poi non si dà una consistente mancia i santi signori non ti fanno più scendere. Il monastero contiene un'incredibile collezione di più di mille testi sacri scritti e decorati a mano e frammenti di antichi manoscritti. Decine e decine di chiese e monasteri, alcuni dei quali edificati nel 13˚ secolo ma quasi tutti vietati alle donne, si nascondono nelle 37 isole e sulle rive del lago Tana. Forse il luogo di culto più spettacolare è quello di Ura Kidane Mehret.

Ad Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia, si può ammirare un piccolo gioiello, la cattedrale di San Giorgio, curiosa per la sua forma ottagonale. È molto più giovane di tutti i tesori del Paese, costruita dopo la battaglia di Adua del 1896 dai prigionieri di guerra italiani. Spettacolari le vetrate con immagini sacre. Qui furono incoronati gli imperatori Zewditu nel 1917 e Hailè Selassie nel 1930. Anche loro con un rito sacro.

11 marzo 2009

Tareq Aziz condannato a 15 anni

Per l'esecuzione di 42 commercianti iracheni nel 1992
 

Stessa condanna per Ali il chimico. Pena di morte per due fratellastri di Saddam Hussein

 

BAGDAD - L'ex vice premier iracheno Tareq Aziz e Ali Hassan al-Majid, detto Ali il chimico, sono stati condannati a 15 anni di carcere dal Tribunale speciale iracheno (Tsi) per il coinvolgimento nell'esecuzione di 42 commercianti nel 1992. Il Tsi ha condannato a morte due fratellastri di Saddam Hussein: Watban Ibrahim (ex ministro dell'Interno) e Sabawi Ibrahim al-Hussein (capo dei servizi di sicurezza). L'ex segretario personale di Saddam, Abed Hamid Humud, ha ricevuto la condanna all'ergatolo, mentre l'ex ministro delle Finanze, Ahmed Kudair è stato condannatoi a sei anni di carcere. Issam Rashid Hwaish, ex governatore della Banca centrale irachena, è stato assolto.

PROCESSO - La scorsa settimana Aziz aveva evitato la pena di morte nel processo che riguardava l'uccisione di commercianti e uomini d'affari messi a morte nel 1992 dopo un processo sommario in cui erano stati accusati di mercato nero durante l'embargo internazionale seguente alla guerra in Kuwait. Ali il chimico ha già ricevuto tre condanna a morte per altri fatti.

AZIZ - Tarek Aziz, 72 anni, tra alti e bassi fu per molti anni il vice primo ministro di Saddam. Si arrese e venne arrestato dopo la caduta del regime in seguito alla guerra del 2003. Di religione cattolica caldea, Aziz era la «faccia presentabile» del sanguinario regime. Negli scorsi anni venne coinvolto nello scandalo Oil for food, in cui durante l'embargo l'Iraq faceva pervenire partite consistenti di petrolio a funzionari internazionali, anche dell'Onu, che si mostravano amichevoli verso Bagdad e s'impegnavano ad aggirare l'embargo che affamava la popolazione e arricchiva il rais e i suoi accoliti.

OIL FOR FOOD - Per la vicenda Oil for foor, martedì il tribunale di Milano ha condannato a due anni di reclusione Marco Mazzarino De Petro, ex collaboratore del governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Due anni anche per Paolo Lucarno e Andrea Catanese, tutti riconosciuti responsabili di corruzione internazionale. Secondo le difese la prescrizione arriverà a novembre, secondo l’accusa invece tra fine 2010 e inizio 2011. Il verdetto ha valore simbolico: finora in nessuna nazione si arrivati a concludere un processo in relazione allo scandalo Oil for food, i per i quali ci sono indagini in mezzo mondo.

11 marzo 2009

Ci sono le prove per accusare Demjanjuk, il boia di Sobibor

Accusato dello sterminio di 29 mila ebrei. il tribunale di monaco
 

Nel 1993 venne assolto in appello in Israele per mancanza di prove certe sull'identità


MONACO DI BAVIERA - Gli inquirenti di Monaco hanno emesso un mandato di arresto nei confronti di John (Ivan) Demjanjuk, il presunto boia del campo di sterminio nazista di Sobibor, in Polonia. Demjanjuk, 88 anni, originario dell'Ucraina, detto «Ivan il terribile», è accusato della soppressione di almeno 29 mila ebrei quando era guardiano del campo tra il marzo e il settembre 1943. Demjanjuk emigrò negli Stati Uniti nel 1952, sei anni dopo ottenne la nazionalità americane e lavorò per anni come metalmeccanico a Cleveland, in Ohio.

ASSOLTO IN ISRAELE - Nel 1993 Demjanjuk, estradato dagli Stati Uniti nel 1986, venne assolto in Israeleper mancanza di prove nell'appello di un processo che in primo grado l'aveva visto condannato a morte. Tornò negli Stati Uniti dove riottenne la cittadinanza nel 1998. Nel 2005 una corte americana sentenziò che Demjanjuk mentì sulla sua identità quando emiigrò negli Usa negli anni Cinquanta, e quindi poteva essere estradato in Germania, Ucraina o Polonia. In questi anni Demjanjuk ha presentato numerose istanze di revisione di questa sentenza. Lo scorso anno un'altra corte ha deciso che la sentenza è valida e Demjanjuk può essere estradato.

11 marzo 2009

Scoperto il messaggio segreto nell'orologio di Lincoln

L'annuncio del museo nazionale della storia americana

Il suo orologiaio incise una frase che segnava l'inizio della Guerra civile americana



WASHINGTON - Data: 13 aprile 1861. Messaggio: "Fort Sumter attaccata dai ribelli. Grazie a Dio abbiamo un governo". Parole incise dall'orologiaio Jonathan Dillon all'interno dell'orologio d'oro di Abramo Lincoln. Poche frasi che segnano l'inizio della guerra civile americana. Il presidente, in verità, non ne seppe mai nulla, tanto che il "mistero" sul messaggio dell'orologio è rimasto vivo fino ai giorni nostri.
 
LA SCOPERTA - Mistero finalmente svelato: il messaggio esiste davvero (guarda) ed è stato scoperto al Museo nazionale della storia americana. La decisione di aprire l'orologio per vedere se la frase ci fosse veramente è stata presa dopo la segnalazione del pronipote dell'orologiaio, Doug Stiles, di Waukegan, Illinois.

IL PRIMO COLPO - La Guerra civile americana iniziò quando i soldati confederati aprirono il fuoco su Fort Sumter a Charleston, in Carolina del Sud, il 12 aprile 1861. Quarantacinque anni dopo, Dillon l'orologiaio rivelò al New York Times che stava proprio riparando l'orologio di Lincoln quando sentì che il primo colpo della guerra era stata sparato. Dillon disse di aver scritto sul quadrante dell'orologio e di aver usato uno strumento appuntito per ricordare la giornata storica, aggiungendo che per quello che ne sapeva, nessuno aveva mai visto l'iscrizione. «Lincoln non ha mai visto il messaggio», ha spiegato in una nota Brent Glass, direttore del museo.

11 marzo 2009

Il Pd: «Serve un aiuto dei ricchi per salvare i più poveri

Il leader Pd intanto boccia la proposta di Berlusconi sul voto dei capigruppo

Franceschini: «Un contributo straordinario per il 2009 di due punti sui redditi superiori ai 120.000 euro»


ROMA - Di fronte alla crisi e alle famiglie in difficoltà serve «un contributo straordinario» per il 2009 di due punti sui redditi superiori ai 120.000 euro, cioè come quelli dei parlamentari, per finanziare 500 milioni da destinare al contrasto della povertà estrema. È questa la proposta del Pd annunciata dal segretario Dario Franceschini al termine di un incontro con le associazioni di volontariato che si occupano delle povertà. Franceschini ha detto che la proposta si tradurrà in un'iniziativa parlamentare.

BOCCIATA L'IDEA DI BERLUSCONI SUL PARLAMENTO - Dario Franceschini in precedenza aveva bocciato senza appello la proposta del premier Silvio Berlusconi, che a votare in Parlamento siano solo i capigruppo e anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, puntualizza sullo stesso argomento. «Davanti a queste proposte non si sa se ridere o piangere. Per Berlusconi - attacca il leader dei democratici ospite in studio a Unomattina - sembra tutto un ingombro sulla strada della sua luminosa azione di governo e questo vale per il Parlamento e a volte anche per il ruolo di garanzia del presidente della Repubblica. Il prossimo passaggio - aggiunge Franceschini, ironizzando sul presidente del Consiglio - potrebbe essere, invece di 4 capigruppo che votano per 600 deputati, avere un tasto nel suo ufficio così che lo spinga lui e faccia lui per tutti...».

«LA QUESTIONE IN AULA» - A proposito delle nuove regole parlamentari ipotizzate dal premier, Anna Finocchiaro ha annunciato tra l'altro che porrà in aula al Senato la questione. «Voglio capire - spiega la presidente dei senatori del Pd, dopo la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama - qual è pensiero autentico della maggioranza, quale stravolgimento costituzionale si vuole attuare senza toccare la Costituzione».

FINI - «I regolamenti parlamentari sono solo un anello per il funzionamento del sistema. Non ha senso guardare al funzionamento di Parlamenti di Paesi dove c’è una forma di Stato diversa dalla nostra». Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, torna a parlare ufficialmente della riforma dei regolamenti parlamentari precisando quando proposto martedì da Franco Frattini alla riunione dei parlamentari Pdl. Il ministro degli Esteri aveva illustrato come in alcuni casi, in Francia sia previsto il voto per delega di ministri in missioni o di parlamentare ammalati.

«Finché la Costituzione è quella vigente, nessuno può essere delegato a esprimere il voto del parlamentare, che deve votare unicamente per se stesso: questa è la nostra Costituzione», ha detto Fini intervenendo alla Camera. «Quando e se la Costituzione sarà cambiata, è del tutto evidente che il presidente non dirà le cose che è doverosamente tenuto a dire in questa circostanza». In precedenza, parlando con i giornalista, Fini aveva reso noto che avrebbe portato «qualche aggiuntamento, non di merito, in giunta per il regolamenti. Bisognerà tornarci sulla riforma: i regolamenti tuttavia sono solo un anello per far funzionare il sistema».

«FINTO OTTIMISMO» - Tornando a Franceschini, una stoccata al premier il segretario dei democratici la riserva anche affrontando il tema della crisi. ««Berlusconi - spiega - non è ottimista. Finge di esserlo e non penso che questo sia onesto né corretto».

CASO RAI - Franceschini torna anche sulla vicenda Rai: «Nessuna rosa. Le priorità degli italiani e del Pd sono ben altre, ne sono consapevole. Purtroppo c'è una legge sbagliata, che noi abbiamo avversato, che oggi impone che il presidente della Rai sia scelto con un'intesa tra maggioranza e opposizione, perché servono i due terzi della commissione Vigilanza». Ecco il leader Pd spiega di essere «costretto a una trattativa piuttosto sgradevole, ma che mi impone la legge». «Spero che faremo in fretta e bene - osserva il leader Pd - ma tutto sarà, per quello che mi riguarda, pubblico e trasparente. Niente di nascosto».

SINDACATO UNITARIO - Nell'intervento del leader del Pd un accenno al tema dell'unità sindacale. «Arriverà inesorabilmente. Il tempo e la velocità con cui arriverà dipenderanno dalla volontà dei dirigenti del sindacato e dalla spinta della base. Io penso che oggi l'Italia - afferma Franceschini -, come tutte le democrazie moderne, abbia bisogno di un sindacato unito, forte, che difenda i diritti dei lavoratori e di chi ha perso il posto di lavoro, dei pensionati, piuttosto che avere divisioni interne».

11 marzo 2009