venerdì 13 marzo 2009

Ankara, dramma di una madre Tre figlie malate, a chi il rene?

di Redazione

venerdì 13 marzo 2009, 15:56

Ankara - Una donna turca madre di tre figlie, tutte malate di reni e in attesa di trapianto, ha deciso di donare un proprio rene ad una delle tre. Ma la donna non sa decidere a quale figlia trapianto l’organo: "Voglio donare uno dei miei reni ma non so decidere". I medici che hanno in cura le ragazze hanno consigliato la donna di donare il rene alla più giovane.


Il dilemma di una madre Una donna turca madre di tre figlie, tutte malate di reni ed in attesa di un trapianto, ha deciso di donare un proprio rene ad una delle tre ma non sa decidere quale dovrà essere la beneficiaria del trapianto d’organo. In un articolo pubblicato sul quotidiano Sabah, intitolato "La dura scelta di mamma Asiye", viene raccontata la difficile situazione psicologica in cui si dibatte la donna la quale, comprensibilmente, non riesce a prendere una decisione. "Voglio donare uno dei miei reni ma non so decidere a quale delle tre, e come potrebbe essere diversamente?", si chiede mamma Asiye.

Il rene alla più giovane I medici che hanno in cura le tre ragazze hanno consigliato alla madre di donare il rene alla più giovane in modo che almeno lei possa evitare di sottoporsi alla dialisi. La figlia più grande della donna, Rahime, ha 17 anni e soffre di reni da sette; la seconda, Sevda, ha 16 anni e ha problemi renali da sette anni; la figlia più giovane, Semra, ha 11 anni e da quattro è in dialisi. 

Europee, ora i comunisti si rimettono insieme

di Orlando Sacchelli

venerdì 13 marzo 2009, 16:1

Roma - È bastata una cena per risolvere un dissidio che durava da più di dieci anni, quando dopo la caduta del primo governo Prodi Cossutta uscì da Rifondazione comunista e diede vita al Pdci. Da allora erano sempre rimasti divisi anche se alleati. Ma spesso erano arrivati ai ferri corti, anche se per ragioni di coalizione si faceva buon viso a cattivo gioco. La cena fra Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto ha risolto tutto. Almeno pare. Le elezioni di giugno sono sempre più vicine e il rischio di non superare il quorum del 4% - e quindi di restare fuori dal parlamento europeo dopo quello italiano - è molto alto.


La riunificazione della falce e martello E' stata meno difficile del previsto: si trattava, infatti, di mettere insieme comunisti con altri comunisti. Il caravanserraglio di "Sinistra arcobaleno" è solo un brutto ricordo da rimuovere, o già rimosso del tutto a sinistra. Nelle politiche dell'anno scorso l'eterogena alleanza tra Verdi, Rifondazione, Comunisti italiani e Sinistra democratica ottenne appena il 3% dei voti.

Rispetto a due anni prima è stato dilapidato un patrimonio di 2,7 milioni di voti (le singole forze presentatesi divise nel 2006 presero più del 10% dei voti, con una rappresentanza parlamentare di 72 deputati e 38 senatori). Due anni dopo il vuoto assoluto: zero deputati e zero senatori. Fuori dal parlamento. Un tracollo senza precedenti avvenuto anche grazie alla decisione del Pd di Veltroni di correre con un solo alleato, Di Pietro, lasciando perdere tutti i partitini che avevano creato un mare di guai al governo Prodi.

Scintille e polemiche La manovra di riavvicinamento tra Rc e Pdci ha visto qualche scintilla: il leader del Pdci Diliberto aveva accusato Ferrero di pensare troppo a un Prc autosufficiente. Ma i due partiti hanno capito subito che era meglio smettere di litigare. Dalla prossima settimana ci saranno riunioni quasi quotidiane con l’obiettivo di varare le liste entro fine mese: Rifondazione ha già convocato il comitato politico nazionale per il 28 marzo, il Pdci lo farà presto con il suo comitato centrale.

Come saranno le liste "Per ora - dice Claudio Grassi, della segreteria del Prc - non ci sono criteri di proporzione fra i partiti per le liste, la cosa importante è aprire il più possibile a rappresentanti di movimento e personalità della sinistra". L’idea di una lista aperta serve anche in vista della concorrenza della Sinistra per le libertà di Nichi Vendola (ex Prc) e Claudio Fava, che potrebbero ufficializzare il matrimonio (e il simbolo comune) martedì prossimo. E forse correranno alleati con il Partito socialista di Riccardo Nencini e Bobo Craxi (i Radicali non hanno ancora deciso se unirsi o meno).

C'è anche Sinistra critica Dovrebbe allearsi con Prc e Pdci anche una terza formazione politica, Sinistra critica, nata dalla scissione dal Prc dei "dissidenti" del governo Prodi.

Quale simbolo? Uno dei nodi più importanti, il simbolo elettorale, non è stato ancora sciolto. Di certo ci saranno falce e martello. Questo è poco ma sicuro. Sinistra critica, però, chiede anche il suo simbolino in una posizione paritaria (dentro a un cerchietto). Sembrano questioni di "lana caprina" ma in politica - la storia lo insegna - i simboli sono molto più importanti di quanto si pensi.

La vendetta di Turigliatto Simboli a parte Sinistra critica vorrebbe togliersi anche un'altra piccola-grande soddisfazione. Quella di poter avere in lista Franco Turigliatto, il famoso senatore "dissidente" eletto nel 2006 con il Prc, il cui voto contrario a Prodi avviò il processo della scissione di Sinistra critica.

Roma-Arsenal: auto blu in fila per i biglietti gratis

di Redazione

venerdì 13 marzo 2009, 15:26


Roma - Quaranta auto blu, in servizio, sorprese mentre ritirano i biglietti per la partita Roma-Arsenal alla sede del Coni. E' il servizio che andrà in onda nella puntata di stasera delle Iene Show, alle 21.10 su Italia 1. Le Iene si sono appostate per sei ore con fotografo e videocamera nascosta davanti alla sede del Coni, a due passi dallo Stadio Olimpico, mercoledì, giorno della partita. Una complice si è finta una giornalista di un’emittente romana intenta a capire quali personalità avrebbero riempito in serata la tribuna d’onore. A poco a poco sono arrivate auto blu di tutti i tipi e qualche autista ha ammesso, senza fare nomi, che i biglietti erano per alcuni ministri o parlamentari. Qualcun altro, invece, fa proprio nomi e cognomi di chi ha mandato a ritirare il biglietti con le auto blu: tra questi il sottosegretario del Lavoro Pasquale Viespoli e il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. "Le Iene - si legge in una nota della trasmissione - sono a disposizione nel caso il ministro Brunetta volesse intervenire contro questi sprechi operati dei suoi colleghi".

Gli autovelox devono essere visibili"

Concessionaria condannata per truffa


Confermato il sequestro nei confronti di un’impresa che in tre Comuni calabresi, attraverso apparecchiature autovelox ben occultate all’interno di autovetture, aveva dato multe a raffica

Roma, 13 marzo 2009

  Gli autovelox, dice la Cassazione, devono essere «segnalati» e «ben visibili». Diversamente scatta la condanna per reato di truffa agli automobilisti. In questo modo la seconda sezione penale (sentenza 11131) ha confermato il sequestro preventivo nei confronti di un’impresa calabrese titolare della concessione per il noleggio delle apparecchiature autovelox che in tre Comuni calabresi, attraverso apparecchiature autovelox ben occultate all’interno di autovetture, aveva dato multe a raffica agli automobilisti tratti in inganno dagli autovelox nascosti.

Il sequestro delle apparecchiature era già stato disposto dal Tribunale di Cosenza, lo scorso 7 maggio. Inutile il ricorso in Cassazione del legale rappresentante della Speed Control che chiedeva il dissequestro delle apparecchiature sulla base del fatto che si era omessa qualunque indagine sull’elemento psicologico del reato di truffa ipotizzato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha sottolineato che «la sussistenza del fumus del reato di truffa» è stato argomentato «attraverso un percorso immune da vizi logici e giuridici» sulla base del fatto che l’art. 142 del codice della strada «prevede che le postazioni di controllo debbano essere segnalate e ben visibili».

E invece, nel caso in questione, dagli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria era risultato che nei tre Comuni calabresi per i quali la Speed Control era titolare della concessione per il noleggio delle apparecchiature autovelox, «le apparecchiature in questione erano state ben occultate in autovetture spesso di proprietà del titolare il quale, ricevendo un compenso parametrato su ogni verbale di infrazione per il quale era riscossa la relativa sanzione, era interessato ad incrementare le riscossioni». Da qui la condanna per truffa.

Segreto bancario: in Svizzera, Austria e Lussemburgo norme meno rigide

Non viene eliminato del tutto, ma solo nel caso di «sospetti giustificati e concreti»

GINEVRA - Norme meno rigide in Svizzera, Austria e Lussemburgo del segreto bancario per evitare di essere inseriti nella «lista nera» dei paradisi fiscali, per i quali l'Ue vuole applicare sanzioni. La decisione di queste tre nazioni avviene dopo quelle annunciate di Liechtenstein, Andorra e Belgio.

SVIZZERA - Il governo elvetico ha deciso di allentare le condizioni per lo scambio di informazioni conformemente alle regole dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). La Svizzera vuole semplificare questa procedura in caso di sospetti «concreti». In particolare il governo elvetico darà informazioni in casi specifici su richiesta di altri governi.

AUSTRIA - L’Austria accetterà di rinunciare al segreto bancario, ma solo caso per caso in presenza di «sospetti giustificati», ha annunciato il ministro della Finanze, Josef Pröll. «In seguito a un chiarimento con l’Ocse, l’Austria accetterà di fornire informazioni bancarie in presenza di sospetti fondati e argomentati, anche in assenza di un procedimento penale», ha detto Pröll. «Non modifichiamo la nostra legislazione e non è in questione un accesso sistematico e diritto ai dati bancari».

13 marzo 2009

Spagna, bebé "selezionato" per curare il fratello

di Redazione


Madrid - Il primo bebé selezionato geneticamente per curare il fratello riesce a guarirlo. Le cellule del piccolo Javier, nato a ottobre in un ospedale di Siviglia, hanno guarito il fratello di 7 anni, Andres, che soffriva di una malattia ereditaria finora incurabile, la beta-talassemia, l’anemia mediterranea. Il sangue del cordone ombelicale del neonato è stato impiegato per un trapianto di midollo osseo, che ha consentito ad Andres di cominciare a produrre globuli rossi sani. L’intervento è avvenuto il 23 gennaio e il bimbo lo "ha superato con successo" senza bisogno di alcun tipo di trasfusione, hanno riferito fonti dell’Hospital Virgen del Rocio di Siviglia alla stampa spagnola. Andres è stato dimesso dall’ospedale il 18 febbraio e si deve sottoporre a controlli settimanali.

Selezione genetica La selezione di Javier era avvenuta grazie alla diagnosi genetica pre-impianto, una tecnica che consente di verificare se un embrione è sano o meno dal punto di vista genetico, prima che sia trasferito nell’utero. La selezione pre-impianto è vietata dalla legge in Italia e quando la notizia era stata resa nota, aveva scatenato forti polemiche. Al di là del dibattito sulle implicazioni etiche, questo tipo di procedura consente di scegliere l’embrione più compatibile per il trapianto.

venerdì 13 marzo 2009, 12:27

Verona, a casa di Giulietta e Romeo ora ci si può anche sposare

Il balcone aperto ai matrimoni. Seicento euro per il «sì»

VERONA — Sposarsi a Verona, nel luogo simbolo della città dell'amore: il cortile della casa di Giulietta, con il balcone reso immortale da Shakespeare. Presto sarà possibile, per i veronesi così come per i turisti. La giunta, infatti, ha dato il via libera al progetto «Sposami a Verona ». In pratica l'ampliamento degli orari di celebrazione dei matrimoni civili. Con l'individuazione, inoltre, di nuove sedi prestigiose dove le coppie potranno giurarsi amore (si spera) eterno.

Oltre che nella sala degli Arazzi di palazzo Barbieri e in quella Guarienti, alla Tomba di Giulietta, gli innamorati potranno dirsi il fatidico «sì lo voglio» pure alla casa di Giulietta, in via Cappello, e nella Loggia Barbaro, nel cortile del Tribunale. A proporre l'iniziativa l'assessore alle relazioni con i cittadini, Daniele Polato: «La celebrazione di matrimoni civili in più palazzi veronesi di particolare pregio – spiega – costituisce strumento di valorizzazione delle bellezze artistiche e culturali della città.

E un volano importante anche per il turismo, sull'esempio di altre nazioni e città, come Las Vegas, che già da anni propongono ai visitatori pacchetti che comprendono anche il matrimonio. Per Verona sarà un'ulteriore pubblicità a livello internazionale». Per Polato il progetto avrà ricadute benefiche su tanti altri settori commerciali della città. Oltre a quello alberghiero e della ristorazione, infatti, ci saranno tanti «extra» che i novelli sposi potrebbero richiedere per rendere indimenticabile l'evento: da un arrivo in carrozza a quello su una limousine bianca con tanto di autista, o ancora un piccolo gruppo di suonatori.

Tutti esempi che si traducono in ulteriore indotto per i lavoratori veronesi. Di sicuro sposarsi alla casa di Giulietta non sarà alla portata di tutti. Visto lo scenario prestigioso il Comune ha pensato bene di applicare un tariffario consono al luogo. E così la coppia veronese che volesse scambiarsi gli anelli sotto il balcone, il lunedì mattina, dovrebbe sborsare 600 euro. Cifra destinata a crescere per i nubendi non residenti nel Comune (con una maggiorazione di 100 euro), per quelli comunitari (più 200 euro), fino al massimo di mille euro in totale per gli innamorati extracomunitari. Soldi, precisa Polato, che in realtà serviranno a pagare gli straordinari al personale comunale necessario per lo svolgimento del rito.

13 marzo 2009

Wen Jiabao: «La Cina pronta al dialogo se il Tibet rinuncia all'indipendenza»

Il premier: «La situazione nella regione è pacifica e stabile. Pronti a riprendere i colloqui»

 

PECHINO - Pechino tende la mano al Tibet, ma detta le sue condizioni. «La Cina è pronta al dialogo col Dalai Lama se questi rinuncia ai propositi di indipendenza» è quanto ha ribadito il premier cinese Wen Jiabao.

«SITUAZIONE PACIFICA E STABILE» - Durante un conferenza stampa, il primo ministro cinese ha anche affermato che la situazione in Tibet è «pacifica e stabile», il che, a sua detta, proverebbe la correttezza della politica della Cina nella regione. Nelle ultime settimane Pechino ha inviato forze di polizia e paramilitari in Tibet per soffocare ogni segnale di protesta e, in particolare, per evitare il ripetersi delle manifestazioni su vasta scala dello scorso anno.

COLLOQUI - Funzionari cinesi e inviati del Dalai Lama hanno già tenuto una serie di colloqui ma senza raggiungere grandi obiettivi. «Questo tipo di colloqui possono continuare. La chiave è che il Dalai Lama deve dimostrare la sua sincerità in modo che il dialogo possa arrivare a raggiungere risultati sostanziali», ha detto Wen Jiabao.

Il 10 marzo, 50esimo anniversario di una fallita rivolta e del suo esilio, con un discorso in India Il Dalai Lama ha chiesto «un'autonomia significativa» per il Tibet e ha accusato Pechino di aver provocato «sofferenze e distruzione indicibili» ai tibetani. Il monaco buddhista ha negato le accuse della Cina secondo cui sarebbe un separatista. Wen ha accusato i paesi occidentali di «sfruttare» il Dalai Lama, che ha descritto come un esiliato politico piuttosto che come una figura religiosa.

13 marzo 2009

Garlasco, terza udienza Il "nodo" del computer

Terza udienza preliminare per il delitto di Chiara Poggi al Tribunale di Vigevano.

Alberto Stasi è indagato per l'omicidio e per detenzione di materiale pedopornografico. In aula la famiglia della vittima. Al centro dell'udienza il nodo del computer. Alberto ha sempre sostenuto di stare scrivendo la tesi la mattina del delitto, ma secondo l'accusa nella memoria del pc non c'è il suo alibi e inoltre emergono migliaia di filmati e foto pedopornografiche

LEGGI La difesa attacca: "Il Dna non è di Chiara" | "I killer di Chiara sono due" 
GUARDA Chiara e Alberto, dal pc le ultime foto 
IL CASO Il mistero della macchina fotografica sparita
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FOTO L'arrivo dei protagonisti
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LE TAPPE Diciotto mesi di misteri

Il Brasile scende in piazza a favore di Cesare Battisti

Il ministro Genro: "Aggrediti dall'Italia"

Una quarantina di manifestanti pro-Battisti si sono radunati l'altro giorno davanti alle sedi dell'ambasciata italiana e successivamente del Supremo tribunale federale del Brasile, in appoggio all'ex terrorista italiano.

«Morte al capitalismo», «Estradare Battisti è modernizzare l'Inquisizione», affermavano i testi di due dei cartelli - tutti con lettere bianche, su uno sfondo nero - mostrati dai manifestanti. Altre scritte, poi, erano contro Berlusconi e l'Italia. Riferendosi alla decisione che nei prossimi giorni dovrà prendere il Supremo federale tribunale del Brasile sul caso Battisti, una delle manifestanti, l'ex sindaco della città di Fortaleza (nordest del Brasile), Maria Luiza Fontenele che più volte è andata a trovare Battisti in carcere a Papuda, ha dichiarato che «il Tribunale dovrebbe pronunciarsi per la libertà di Battisti, perché deve rispettare la tradizione di asilo politico del nostro paese».

«Battisti - ha aggiunto - è un rivoluzionario». «Il Brasile è stato aggredito nella sua sovranità per alcune dichiarazioni delle autorità italiane»: ha detto il ministro della giustizia brasiliano durante un'audizione congiunta alle commissioni esteri e diritti umani al Senato di Brasilia sul caso di Cesare Battisti. «In Brasile - ha proseguito Genro - ci sono stati altri casi simili riguardanti ex terroristi italiani, ma solo quello sull'ex membro dei Proletari armati per il comunismo ha avuto tanta ripercussione. In Italia è stato tra l'altro detto che «il Brasile è un paese di ballerine e non di giuristi. Noi abbiamo l'orgoglio di essere un paese di ballerine e anche di grandi giuristi», ha aggiunto Genro durante l'audizione in Senato, che è stata seguita da numerosi giornalisti.

«Rilevo che il ministro brasiliano Tarso Genro attacca inutilmente e spudoratamente l'Italia in ogni occasione utile nel tentativo di condizionare la magistratura del suo Paese, magistratura che noi rispettiamo» ha detto il ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi. «Credo che Genro si comporti così perché avverte ogni giorno di più che il popolo brasiliano, da sempre amico del popolo italiano, non ha apprezzato né apprezza la sua decisione di riconoscere a un conclamato assassino e terrorista qual è Cesare Battisti, la libertà di scorazzare libero nelle splendide città del Brasile e di riconoscergli addirittura lo status di rifugiato politico. L'amicizia tra i nostri popoli non può essere messa in pericolo per compiacere gli interessi ideologici del ministro Genro che vuole impedire all'Italia di eseguire una sentenza definitiva di condanna emessa dalla democratica magistratura italiana».

E proprio ieri il Parlamento europeo ha votato un emendamento sulla mancata estradizione del terrorista dei Pac. Un partenariato Ue-Brasile «deve essere fondato sul riconoscimento reciproco delle sentenze definitive», viene affermato dal Parlamento Europeo.

13/03/2009

Sopravvive al 'volo' dalle cascate del Niagara

L'uomo, un canadese 30enne, è il terzo sopravvissuto al terribile salto di 55 metri e soprattutto all'acqua gelata. Ha riportato ferite alla testa ed era in stato di ipotermia quando è stato trasferito in ospedale

MIRACOLO IN ONTARIO

Cascate del Niagara (Ontario), 13 marzo 2009

Un canadese di 30 anni ha tentato di suicidarsi gettandosi nelle cascate del Niagara, diventando così la terza persona a sopravvivere a un volo di 55 metri.
Stando a quanto riferito dalla polizia, l’uomo ha riportato ferite alla testa ed era in stato di ipotermia quando è stato trasferito in ospedale.

“Prima di tutto, è sopravvissuto al volo nelle cascate, ma soprattutto è riuscito a sopravvivere nell’acqua gelata per 45 minuti”, ha sottolineato il capo della polizia dei parchi del Niagara, Doug Kane. L’ultimo uomo a sopravvivere a un volo nelle cascate fu Kirk Jones, il 20 ottobre 2003. “L’acqua era come un bagno di ghiaccio - raccontò due mesi dopo - la pressione era tale che pensavo che mi si sarebbe staccata la testa dal corpo”. Nel 1960 fu un bambino di 7 anni a farcela dopo un incidente in barca, grazie al giubbotto di salvataggio.

Mancava: Travaglio canta

di Filippo Facci

venerdì 13 marzo 2009, 07:00


Il cabarettista del Travaglino, sull’Unità di martedì, ha elogiato Ferruccio De Bortoli che ha scelto di «fare solo il giornalista» e cioè di dare «un rarissimo segnale di vita del giornalismo italiano», dunque «è bello sapere che almeno uno ha detto di no», visto che «non c’è nulla di più incompatibile col giornalismo della Rai».

Capito? L’ha scritto Travaglio. A elogiare chi faccia «solo il giornalista», cioè, è un presunto giornalista che fa comizi alle manifestazioni politiche di Grillo e Di Pietro, spalleggia quest’ultimo in ogni dove, fa spettacolini teatrali, invoca il diritto di satira anziché di opinione, vende dvd di se stesso, libri che lasciamo stare, fa pseudo-lezioni universitarie, e mancava solo che a Sanremo cantasse un verbale di De Magistris: in compenso si è messo a cantare ieri sera ad Annozero.

Ed è riuscito pure a scrivere che «non c’è nulla di più incompatibile col giornalismo della Rai» facendo il giornalista in Rai. È lo stesso che ieri, sempre sull’Unità, se l’è presa con chi ha «spiattellato verbali a favore di telecamera» (lui, giuro) e con chi ha trasmesso il video di un interrogatorio senza che ci fossero polemiche: «Trattandosi di romeni, silenzio di tomba». Cioè: Travaglio non legge neppure il giornale della sua città, La Stampa, che ieri titolava in prima pagina: «Interrogatorio in tv, bufera sulla polizia. Pd e Pdl uniti nel condannare la decisione». Troppi mestieri. Anche cantante. Anche comico.

La confessione del regista cinese «Denunciai mio padre a Mao»

La storia L'autore di «Addio mia concubina» e la rivoluzione culturale

Chen Kaige: sapevo anche allora di fare una cosa sbagliata


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


PECHINO — «Onora il padre e la madre» non era un comandamento del Libretto rosso. Fra il 1966 e il 1976 in Cina la rivoluzione divorava se stessa e i figli divoravano i padri, il conflitto generazionale tracimava nel conflitto di classe e viceversa. C'era anche Chen Kaige quando Mao Zedong lanciò la Grande Rivoluzione culturale. Oggi ha 56 anni e un ricordo atroce. Ne aveva 14. «Anch'io denunciai mio padre, lo accusai di produrre arte sovversiva». Il regista di Addio mia concubina lo ha raccontato alla Cnn, aggiungendo un tassello al lento processo metabolizzazione che la Cina compie su quel periodo. «Sentivo che stavo facendo qualcosa di sbagliato. Se non l'avessi saputo, allora me lo sarei potuto perdonare».

Invece lo sapeva. E nella sua intervista, Chen non esita a mostrare il rimorso per un gesto che rovesciava tragicamente uno dei precetti cardinali del confucianesimo, la pietà filiale. L'esercizio della memoria accompagna Chen. L'intervista rivela all'audience globale verità che finora il regista riservava alla penna. Lo fa mentre è tornato personaggio pubblico con il nuovo film dedicato alla vita Mei Lanfang, leggendario attore dell'Opera di Pechino, celebre per il suo patriottismo durante l'occupazione giapponese. Nell'89 Chen aveva pubblicato in Giappone

L'epoca in cui ero una Guarda rossa in cui rievocava l'episodio delle accuse al padre. Un memoir che in Cina è uscito soltanto lo scorso gennaio, edito dall'Università del Popolo con un titolo diverso (Ricordi della mia gioventù). La scrittura è un filtro clemente e le sue pagine restituiscono più dettagli di quanti Chen abbia confidato alla Cnn. C'è la professoressa che gli dice come il padre non sia iscritto al Partito comunista. Lui che a casa parla con la madre, e viene a sapere che nel 1939 il papà, allora diciannovenne, si era iscritto al Kuomintang, il Partito nazionalista di Chiang Kai-shek, arcinemico dei comunisti nonostante l'alleanza contro i giapponesi.

La scena successiva, nel resoconto scritto, sembra una sceneggiatura. Il padre venne trascinato davanti alla folla per uno dei micidiali processi pubblici cui venivano sottoposti tutti coloro che fossero stati identificati come reazionari, spie, borghesi, controrivoluzionari, nemici del popolo in genere, sedute di autocritica che finivano in un trionfo di violenza. Chen salì sul palco, spinse il padre e lo colpì, «anche se non so dire con quanta forza. Né quali parole pronunciai». In quel momento, all'improvviso «capii che era un uomo che amavo veramente». Che poi il padre avesse ammesso di essere un agente del Kuomintang, che quella sera a casa non osassero guardarsi in faccia, ora conta poco: «Capii che era davvero mio padre». Su di lui il regista vuole girare un film, quasi una riparazione postuma. Non si ritrova solo, Chen.

L'odio per i padri non trascurò nessuno. In un paradossale contrappasso odiava suo padre Lin Xiaolin, figlia di Lin Biao, estensore del Libretto rosso. Odiava il padre Zhang Hanzhi, donna emancipata e celebre che insegnò inglese a Mao e che fu madre — bizzarrie del destino — dell'ex moglie dello stesso Chen Kaige. Spariti i palchi eretti dalle Guardie rosse per i processi improvvisati e per il gioco crudele a chi fosse più rivoluzionariamente puro, Chen Kaige sa che per l'autocritica oggi la ribalta globale è lo schermo della Cnn. Per guardare indietro va benissimo, quasi come un film.

Marco Del Corona
13 marzo 2009

Anoressia, fra le ragazze è la prima causa di morte

di Redazione

giovedì 12 marzo 2009, 17:04


Roma - Costituiscono la prima causa di morte per malattia tra le giovani italiane di età compresa tra i 12 e i 25 anni. Anoressia e bulimia nervosa rappresentano un vero allarme socio-sanitario, colpendo oggi circa 150/200mila donne.


I disturbi dell'alimentazione "I disturbi del comportamento alimentare sono patologie gravi, invalidanti e con elevato indice di mortalità", ha spiegato Roberto Ostuzzi, presidente della Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare (Sisdca) che questa mattina, al Policlinico Umberto I di Roma, ha presentato le nuove statistiche su anoressia e bulimia nervosa.

Attualmente, la prevalenza di queste due patologie nella popolazione generale è dello 0,2%-0,3%, ma a questi vanno aggiunti casi aticipi e non altrimenti classificati (Ednos), per cui i numeri potrebbero essere triplicati. Forte è il rischio di cronicizzazione, con l’insorgenza di complicanze mediche e psichiatriche, che spesso arrivano a programmare il suicidio (mortalità del 10% a dieci anni dall’esordio e del 20% a venti anni).

Le fasce d'età in pericolo Ragazzine che all’improvviso rinunciano al piatto di pasta, ma anche giovani donne alle prese con i problemi di casa e lavoro, "che cercano di controllare la precarietà di vita, privandosi del cibo". A 'fotografare' le nuove vittime dell’anoressia in Italia, che "sono sempre più giovani, ragazzine di 10-12 anni, ma anche trentenni", è Giovanni Spera, ordinario di endocrinologia e malattie metaboliche dell’Università Sapienza di Roma.

"Abbiamo la sensazione che si allarghi il ventaglio delle vittime di questo disordine alimentare - spiega - I primi casi arrivano a 10-12 anni, ma il rischio si percepisce già a 7-8 anni, quando cambia all’improvviso il modo di comportarsi a tavola. Non c’è più entusiasmo di fronte al piatto preferito, le bambine non aumentano di peso. Ecco - raccomanda Spera - i genitori devono fare attenzione a questi segni e allarmarsi, perchè questo problema se mal gestito può scivolare verso il disordine alimentare".

Sotto accusa anche l’ossessione delle madri per i chili di troppo. "Vedere una mamma sempre a dieta, o che si lamenta del peso e non riesce a dimagrire, influisce sul modo delle bambine di pensare al proprio corpo", dice Spera.

E se fra le 'vittime' aumentano anche i giovani maschi, "secondo le stime sono ormai 15 mila i pazienti in Italia - aggiunge l’endocrinologo - noi vediamo accedere ai servizi sempre più spesso le trentenni, donne che vivono un disagio, magari figlio della precarietà e delle difficoltà di affermarsi sul lavoro. E lo combattono privandosi del cibo. Arrivano a preferire anche la morte all’aumento di peso".

L'intervento del governo Modificare la normativa sul trattamento sanitario operatorio (Tso) nel caso dell’anoressia e della bulimia nervosa, "per renderla più flessibile, snella e meno burocratica. E aumentare l’attenzione alle pazienti sul piano clinico". Questa l’intenzione del sottosegretario al Welfare, Francesca Martini, che, agli specialisti riuniti alla conferenza sulle "Cure coercitive nell’anoressia e nella bulimia nervosa", ha assicurato di volersi impegnare "per immaginare una modifica della norma sul Tso, che consenta ai professionisti del settore di avere uno strumento in più".

Il sottosegretario pensa a uno snellimento delle pratiche, "fermo restando il diritto del paziente alla scelta della cura", che offra ai medici una soluzione nel caso di pericolo di vita del malato. "All’interno del dibattito in corso sulla riforma della legge 180 - precisa la Martini - dobbiamo quindi pensare a un emendamento specifico per il Tso nel caso dell’anoressia e della bulimia". Una sorta di ricovero coatto 'dedicato', perché "questo strumento è stato pensato 30 anni fa per le malattie psichiatriche, in modo di poter curare vincendo lo stigma della segregazione".

Ma il problema è "garantire aiuto e continuità delle cure a giovani pazienti" che spesso le rifiutano perchè preferiscono morire che aumentare di peso. "Il Tso - conclude il sottosegretario - dovrebbe essere un’opzione praticabile nel caso dell’anoressia e della bulimia, sotto il faro di scienza e coscienza". 

Nessuno vuol fare il pm in Sicilia: quattro domande per 55 posti

Una gip da Milano a Palermo: «Colleghi esposti, andare è un dovere morale». L'Anm: «Numeri drammatici»

MILANO — Nessuno, o quasi, vuole andare a fare il pubblico ministero in Sicilia. Nella terra dove sono morti ammazzati dalla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il concorso per coprire 55 posti di sostituto vacanti in quattordici Procure è stato un insuccesso totale. Si sono fatti avanti appena quattro magistrati: tre per Palermo, uno per Catania. «Un disastro dalle tante e profonde ragioni», commenta Luca Palamara, presidente dell'Associazione nazionale magistrati. A gennaio il Csm ha bandito un concorso per 205 posti vacanti in 97 diversi uffici, un quarto dei quali è scoperto nella sola Sicilia. I risultati sono stati deludenti per la regione, per il Sud in generale, ma anche per alcune sedi del centro e del Nord. Le ragioni sono note e, per la Sicilia si aggravano: oltre all'esposizione di chi fa il magistrato lì, distanza e difficoltà nei collegamenti con il resto della nazione scoraggiano i trasferimenti.

C'è poi il fatto che coloro che ora fanno i giudici non sono propensi a diventare pm perché in caso di ripensamento non possono tornare sui propri passi se non dopo cinque anni trascorsi in una regione diversa da quella di provenienza professionale e talvolta neppure confinante. Nello sconsigliare i movimenti, giocano un ruolo decisivo anche la carenza di mezzi tecnici e investigativi in molte aree del Sud e la norma che impedisce di lavorare in Procura ai magistrati di prima nomina, un tempo vero bacino in cui le Procure delle Meridione traevano linfa vitale. Molti, infine, restano alla finestra in attesa di capire fino a che punto la politica arriverà nei progetti di separazione delle carriere e di riforma della figura del pm e degli strumenti di indagine.

La conseguenza è che per i 12 posti di Palermo si sono fatti avanti in 23, ma 20 magistrati si sono ritirati all'ultimo momento dopo aver «saggiato» posizione e punteggio personale, mentre a Catania un solo posto su 7 è stato coperto e ritirate ben 11 domande. Per gli altri 12 uffici è stato il vuoto pneumatico. Non è arrivata neppure una domanda, zero. Secondo dati non ufficiali, resteranno senza titolare 7 posti a Caltanissetta, 6 a Trapani, 4 a Gela e Ragusa, 3 ad Enna, Marsala e Termini Imerese (dove, dopo il trasferimento a Palermo di due pm, rimangono solo il procuratore e un sostituto), due ad Agrigento e Nicosia, e uno a Barcellona Pozzo di Gotto, Sciacca e alla Procura dei minori di Caltanissetta. «Numeri drammatici. Scontiamo gli attacchi al pm e il fatto che in questo momento la sorte di questa figura non è chiara», conferma Palamara che con la giunta dell'Associazione ha partecipato nei giorni scorsi in Sicilia a un'assemblea dei magistrati della regione dopo la quale è stato mandato al Csm un documento con una piattaforma di proposte. Resta che «in zone a forte presenza della criminalità organizzata — denuncia — ci sono Procure che rischiano la chiusura per mancanza di magistrati».

Una «emergenza gravissima» contro la quale rischiano di essere inutili gli incentivi (2.500 euro al mese per 4 anni) previsti nel prossimo concorso per 100 Procure le quali, proprio perché non ambite, ora diventeranno sedi disagiate. Ma per il presidente dell'Anm gli incentivi dovrebbero andare «anche a chi resta lì a lavorare nei sacrifici». Dei tre nuovi pm palermitani, l'unico ad arrivare da fuori regione è Alessandra Cerreti, che è anche uno dei soli tre giudici in Italia che in questo giro sono diventati pm. Gip a Milano, lunga esperienza in tribunale in processi di criminalità organizzata ed economica e di terrorismo internazionale, prima di trasferirsi a Palermo andrà anche in applicazione per 6 mesi a Reggio Calabria dove la forte carenza di giudici ha causato di recente alcune scarcerazioni. Non è la nostalgia a farla tornare nella sua terra (è messinese), ma, dice, lo «spirito di servizio e una sorta di dovere morale nei confronti di uffici giudiziari particolarmente esposti, in cui i colleghi sono costretti a operare in situazione di difficoltà».

Giuseppe Guastella
gguastella@corriere.it
13 marzo 2009