sabato 14 marzo 2009

Undicenne armato di coltello minaccia e insulta compagno musulmano

AGGRESSIONE RAZZISTA IN SCUOLA DI COMO


Protagonista dell’episodio un ragazzino di 11 anni che frequenta la scuola media di Appiano Gentile e che ha preso di mira un coetaneo di origini libanesi. Un atto di bullismo e razzismo che il Dirigente scolastico ha punito con la sospensione



Como, 14 marzo 2009




L’ha atteso al varco prima di entrare in classe, l’ha minacciato con un coltellino multiuso, l’ha insultato offendendo la sua religione musulmana. È stato sospeso per cinque giorni. Protagonista dell’episodio un ragazzino di appena 11 anni che frequenta la scuola media di Appiano Gentile (Como) e che ha preso di mira un coetaneo di origini libanesi. Un atto di bullismo e razzismo che il Dirigente scolastico Francesco Alagna non ha lasciato impunito.

Secondo quanto si apprende, l’altro giorno il ragazzino, sul piazzale antistante il plesso scolastico, non appena visto giungere il suo ‘nemicò (non compagno di scuola), l’ha avvicinato e con in mano un coltellino multiuso ha cominciato a insultarlo e spintonarlo. Si tratterebbe solo dell’ultimo di una serie di episodi. Pare infatti che l’11enne spesso se la sia presa con il coetaneo facendolo oggetto di continui dileggi approfittando anche del carattere assolutamente mite dell’altro. L’inverno scorso, così racconta Alagna, «era stato spesso ‘bombardato' con palle di neve e insultato senza mai che reagisse una volta». Con tutta probabilità vedendo che in tutti i modi cercava di evitare la lite, l’11enne ha pensato di passare a metodi più pesanti.

Non appena avuta notizia dell’accaduto, Alagna ha convocato il Consiglio di classe in seduta straordinaria al termine della quale è stata decisa la sospensione per cinque giorni. «Non ammetto in alcun modo episodi di violenza o di razzismo commessi dagli studenti che frequentano la scuola sotto la mia responsabilità: dentro o fuori che sia», conclude il dirigente scolastico.

fonte agi

Bin Laden ai Paesi arabi: "Complici di Israele"

di Redazione

bin laden

Dubai - Il leader di al Qaida Osama Bin Laden ha accusato alcuni leader dei Paesi arabi moderati "di complottare con l’Occidente e Israele contro i musulmani". In riferimento alla guerra nella Striscia di Gaza. La televisione satellitare al Jazeera ha trasmesso una nuova registrazione del capo di al Qaida, il primo messaggio dopo l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. "È chiaro - prosegue - che alcuni dirigenti arabi sono stati complici dell’alleanza crociata e sionista contro il nostro popolo. Sono dirigenti che l’America definisce 'moderati'" dice Bin Laden nella registrazione senza citare i leader ai quali si riferisce.

A Gaza un Olocausto Il leader di al Qaida nel suo messaggio audio ha parlato di quello che ha definito "l’olocausto di Gaza", che, ha detto, è stato "un fatto storico importante e doloroso" e ha aggiunto che "la strada verso al Aqsa (Gerusalemme) ha bisogno di comandanti sinceri". Nella registrazione, la cui autenticità non può essere provata, il leader di al Qaida ha chiesto ai credenti "di sostenere i mujaheddin in Iraq affinchè possano liberare la terra di Mesopotamia". In tal modo, ha detto, si potranno compiere "due missioni, ovvero sconfiggere la grande alleanza dei sionisti e in seguito lanciarsi dall’Iraq verso la Giordania dove ci sono i migliori e maggiori fronti", e quindi, in una fase successiva, verso la regione della Cisgiordania e "aprire i confini con la forza, per poter liberare tutta la Palestina". È necessario, ha quindi aggiunto, "preparare le liste degli ipocriti, di coloro che spingono gli altri al tradimento e dei loro mezzi di informazione", nonchè ammonire "la Nazione araba e islamica sul pericolo che essi rappresentano".

Danimarca, trovato un meteorite di 4 miliardi di anni fa

I frammenti recuperati da un appassionato sull'isola di Lolland: la loro composizione è inusuale


COPENHAGEN - Alcuni frammenti del meteorite caduto nel Mar Baltico al largo di Rostock a metà gennaio sono stati trovati ora nei pressi dell'isola Lolland, in Danimarca, da un "cacciatore amatoriale" di meteoriti. La loro composizione è inusuale e gli esperti parlano di scoperta «sensazionale».
 
FRAMMENTI - Thomas Grau di Rostock, un cacciatore di meteoriti per hobby, sbalordisce gli specialisti danesi con il suo fiuto: in un campo sull'isola danese di Lolland ha ritrovato alcuni frammenti del meteorite caduto il 17 gennaio a largo di Rostock e che ha illuminato a giorno le coste tedesche del Baltico e parti della Scandinavia. E' stato identificato come coda di un meteorite.
 
RARO - Gli esperti del Museo geologico di Copenhagen hanno spiegato al quotidiano «Politiken» che si tratta di uno dei rari meteoriti a disposizione della scienza. Secondo le prime analisi su alcuni frammenti messi a disposizione da Grau, si tratta di roccia primitiva dell'universo di almeno 4,5 miliardi anni. Resti di meteorite sono stati trovati in Danimarca l'ultima volta nel 1951. Secondo il geofisico Henning Haack questo tipo di meteorite è molto raro, finora ne sono stati trovati solo dieci nel mondo. Gli esperti del Museo geologico della capitale sperano ora che anche altri appassionati di meteoriti si mettano alla ricerca di resti caduti sull'isola di Lolland e che li consegnino alle autorità, come prevede per altro la legge danese.

E.B.
14 marzo 2009

Roma-Arsenal, Marrazzo si difende "Non era il mio autista quello dell'auto blu"

DOPO IL SERVIZIO DELLE IENE



Il presidente della Regione Lazio: "La persona che ha dichiarato di essere stata da me delegata al ritiro del biglietto, ripreso mentre saliva in una macchina blu, non è a me riconducibile"


Roma, 14 marzo 2009


Il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo si difende: non sarebbe il suo autista quello che, intervistato dalle Iene nella puntata andata in onda ieri sera, ha ammesso di essere andato a ritirare in auto blu un biglietto per suo conto per la partita Roma-Arsenal alla sede del Coni. Lo sostiene lo stesso Marrazzo in un post sulla sua pagina Facebook.

"Ieri sera ho visto il servizio delle Iene anche io e sono rimasto sbalordito - scrive Marrazzo - La persona che ha dichiarato di essere stata da me delegata al ritiro del biglietto di Roma - Arsenal, ripreso mentre saliva in una macchina blu con il lampeggiante, allo stato non identificabile per avere il viso oscurato, non è a me riconducibile. Mi attiverò immediatamente perché sia identificata e dia conto nelle sedi opportune delle false dichiarazioni che ha rilasciato".

La persona indicata da Marrazzo per ritirare il biglietto per la tribuna autorità legato alla sua carica presidenziale, secondo quanto riferisce il presidente della Regione avrebbe "utilizzato una normalissima utilitaria, senza nessun uso di palette o di lampeggianti. Credo proprio che dovranno essere le stesse Iene ad aiutarmi a identificare questo personaggio".


"Sono vittima di un errore clamoroso - conclude Marrazzo - e mi riservero’ di tutelare la mia immagine in ogni modo, ma non smetterò di confrontarmi con le Iene, e con tutti quelli che fanno giornalismo di denuncia".

Persequita per anni l'uomo dei sogni Condannata per stalking una 50enne

ATTRAZIONE FATALE ALLA BOLOGNESE

Ossessionato per anni con biglietti, telefonate e appostamenti. Grazie alla legge contro lo stalking, la sua persecutrice non potra’ piu’ avvicinarsi a casa dell’uomo, ne’ al posto di lavoro e neppure al suo abituale luogo di ritrovo

BOLOGNA, 14 MARZO 2009 - Per dieci anni è stata l'ossessione di un 50enne, funzionario di banca, sposato con figli. Per dieci anni, 'luomo, 'vittima' della attenzioni di una sua coetanea di San Lazzaro, ha ricevuto telefonate, trovato bigliettini lasciati ovunque, ha subito inseguimenti e appostamenti in qualsiasi luogo da lui frequentato.

Cosi’ per dieci anni, quotidianamente. L’oggetto dei desideri di una cinquantenne di San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, e’ un coetaneo funzionario di banca che abita poco lontano. Da ieri, grazie alla legge contro lo stalking, la sua persecutrice non potra’ piu’ avvicinarsi a casa dell’uomo, ne’ al lavoro e suo abituale luogo di ritrovo.

La misura cautelare, chiesta dai carabinieri del Nucleo radiomobile di San Lazzaro coordinati dal pm Flavio Lazzarini, e’ stata concessa dal gip Valentina Tecilla, vista la gravita’ dei reati e il pericolo della reiterazione. E vista la ‘costanza’ della donna negli anni. Lei, un matrimonio alle spalle ma soprattutto un paio di condanne per minacce e lesioni sempre nei confronti dello stesso uomo, conosciuto per caso.  Lui, sposato e con figli, piu’ volte ha denunciato le molestie alle forze dell’ordine ma inutilmente.

Joe da Avellino, lo sceriffo più duro Fa sfilare i clandestini in slip rosa

Sotto accusa dopo 16 mila arresti in 18 mesi. Tendopoli nel deserto come carcere

WASHINGTON — Tempi duri per «lo sceriffo più duro del West». Forse perché in città — intesa come Washington — è arrivato un nuovo presidente che non è proprio un patito dei metodi spicci. O forse perché Joe con le sue mosse ha superato il limite. Ma quello che conta è che Joseph «Joe» Arpaio, 77 anni, sceriffo della Contea di Maricopa, stato dell'Arizona, è finito sotto tiro. Il Dipartimento della Giustizia ha deciso di aprire un'indagine dopo una serie di denuncie contro l'uomo della legge.

L'ultima, sostenuta da parlamentari democratici e associazioni per i diritti civili, accusa lo sceriffo di aver fatto marciare 200 detenuti incatenati nel deserto. In più non piacciono i suoi pattuglioni «indiscriminati». Da tipo tosto quale è Arpaio ha reagito sfoderando fermezza: «Non mi piegherò. Sto solo facendo il mio dovere. Nessuno mi costringerà a voltare le spalle al giuramento che ho fatto quando ho assunto il mio incarico ».

Un giuramento alla stella scintillante che porta sul petto prestato per la prima volta nel 1992 e poi ripetuto nel 1996, nel 2000, nel 2004 e nel 2008. La Contea lo ha, infatti, confermato nell'incarico con una buona dose di voti. Segno che ai confini dell'Arizona i suoi sistemi non disturbano. Anzi. Sono visti come rimedi estremi a mali estremi. E ieri la stampa locale è insorta in sua difesa sostenendo che è «vittima di una caccia alla streghe». Di origini italiane — il padre era di Avellino —, dopo una breve parentesi passata a fare il garzone nella drogheria di famiglia, Joe ha trascorso una vita da piedipiatti.

Prima nella polizia militare, quindi con i Dipartimenti di Washington e Las Vegas, infine è arrivato in Arizona. E non ci ha messo troppo a farsi notare in una terra selvaggia, affascinante e pericolosa. C'è il problema dell'immigrazione clandestina dal Messico — anche se oggi è in ribasso a causa della crisi economica —, i cartelli della coca compiono scorrerie come ai tempi di Pancho Villa, esiste un fiorente traffico che alimenta le bande messicane. Invece degli Apaches, là fuori ci sono i coyetoros — mercanti di uomini senza scrupoli — e i Los Zetas, sicari pronti a riempirti di piombo.

Allora, «in nome dell'ordine», Joe-io-sono-la-legge ha imposto le sue regole ferree. A cominciare da quelle nei riguardi dei detenuti. Invece delle tute arancioni o blu, ne indossano un tipo strisce bianco- nere che li fa somigliare ai celebri fratelli Dalton. Poi li ha costretti a portare biancheria di colore rosa: un'idea che si è trasformata in iniziativa commerciale. Un comune mortale può acquistare i capi con il logo dello sceriffo. Quindi ha bandito dalle prigioni qualsiasi rivista «porno », a partire da «Playboy». Per distrarre gli ospiti della galera ha aperto un canale radio che trasmette musica classica, canti patriottici e qualche canzone di Frank Sinatra. Infine, non contento, ha creato una sezione speciale della sua prigione nel deserto.

Un campo di tende, molto spartano, dove d'estate si arrostisce. Quando picchia il Sole la temperatura può superare tranquillamente i 45 gradi. L'ultima trovata è stata quella di lanciare un reality tv dove mostra la cattura di criminali latitanti. Una specie di «scherzi a parte». Infatti, i banditi sono attirati in trappole architettate dallo Sceriffo. Ma c'è poco da ridere. L'estremo rigore adottato nella Contea di Maricopa hanno provocato nel tempo commenti indignati. Soprattutto tra quanti ritengono che Arpaio si accanisca sui criminali incalliti e sui disperati che cercano fortuna oltre il Rio Grande — basti dire che dall'aprile del 2007 su 106 mila interrogatori condotti sui detenutisi è scoperto che 16 mila erano immigrati clandestini — ed è così arrivata l'inchiesta.

Lo Sceriffo però non si mostra intimorito. E scommette su quanto sta accadendo lungo tutto il confine. A Washington c'è una preoccupazione costante per la minaccia dei narcos messicani e in queste ore non è stato escluso lo schieramento della Guardia Nazionale. Una militarizzazione della frontiera che non dispiacerà allo «sceriffo più duro del West».

Guido Olimpio
14 marzo 2009

Prodi rinnova la tessera del Pd Franceschini: «Sono felice»

L'ex premier si è recato al circolo Galvani di Bologna con la moglie Flavia

Il leader del Pd: «So che qualche milione di elettori, dell'Ulivo prima e del Pd poi, saranno felici come me»


BOLOGNA

Romano Prodi e la moglie Flavia Franzoni hanno rinnovato a Bologna la loro adesione al Partito Democratico al Circolo PD Galvani, prendendo entrambi la tessera. Prodi e la moglie, accompagnati dal candidato Sindaco di Bologna Flavio Delbono e dalla deputata Sandra Zampa, sono stati accolti con grande calore dai militanti e iscritti presenti e si sono intrattenuti brevemente in un clima informale di cordialità.

FRANCESCHINI - «Sono felice, felice politicamente e personalmente. E so che qualche milione di elettori, dell'Ulivo prima e del Pd poi, oggi saranno felici come me». Così il segretario del Partito Democratico, Dario Franceschini, commenta la notizia del rinnovo della tessera da parte di Romano Prodi.

BERSANI - La notizia del rinnovo della tessera da parte di Romano Prodi è stata accolta con una battuta da Pier Luigi Bersani a margine del workshop di Confcommercio a Cernobbio: «Avere in tasca la stessa tessera di Prodi mi mette di buonumore».

14 marzo 2009

La sai la prima?

Così ridevano gli antichi Romani: trovata una raccolta di barzellette


MATTIA BERNARDO BAGNOLI

LONDRA

Gente seria, gli antichi romani. Niente grilli per la testa. Tutti fasciati nelle loro toghe, a discutere di guerra e impero, a progettare ponti e strade, a tenere a bada barbari e attori scanzonati - un po’ crudeli, forse, fissati com’erano con le arene e i gladiatori, ma certo solidi e con i piedi ben piantati a terra. Ebbene: ma proprio per niente.

Lo stereotipo del romano tutto d’un pezzo - anche un po’ noioso, diciamolo - tanto radicata nell’immaginario collettivo sembra che sia una panzana bella e buona. Lo conferma la scoperta di una raccolta di barzellette del terzo secolo dopo Cristo fatta, per caso, da una ricercatrice dell’università di Cambridge. E allora: non soltanto gli antichi romani erano spiritosi, ma lo erano pure in modo molto simile al nostro. O meglio. E’ il nostro senso dell’umorismo che deve molto a quello dei «Quiriti».

A pensarla così è Mary Beard, l’autrice del ritrovamento. «Sono convinta - dice la Beard al Daily Mail - che dobbiamo molto agli antichi romani anche sotto questo aspetto: è da loro che abbiamo preso il nostro modo di ridere». A un orecchio «latino», in effetti, le battute hanno un’aria familiare. Ma, prima, largo agli aspetti filologici. Il testo è scritto in greco, contiene 265 freddure e si crede sia il libro più antico del suo genere. Gli autori, sempre che siano mai esistiti per davvero, sono del tutto sconosciuti: Hierocles e Philagrios.

La Beard, impegnata a studiare il senso dell’umorismo nel mondo antico, è incappata nella raccolta di barzellette mentre era intenta a scartabellare vecchi manuali. All’origine della sua ricerca, l’idea di dar vita a una collazione di battute del mondo che fu - e mai più pensava d’inciampare su di un testo già pronto. Invece, la sorpresa. «Il mito - spiega la Beard - vede i romani come degli ingegneri arroganti vestiti con la toga. In realtà erano famosi per la loro sagacia e amavano molto le battute.

Questo libro, benché non faccia crepare dal ridere mostra il loro punto di vista e a volte può essere anche molto divertente». Le battute, certo, sono un po’ datate. Eppure trasudano un umorismo cinico, nero - in questo senso molto «British» - e persino vagamente surreale. E allora vediamo qualche esempio.

«Un uomo compra uno schiavo, ma poco dopo muore. Il tale allora va a lamentarsi con il venditore di schiavi. Che gli risponde: «Beh, non è morto quando ce l’avevo io». Ancora. «Un astrologo fa l’oroscopo a un bambino malato. E dopo aver detto alla madre che il piccolo ha davanti a sé molti anni, chiede di essere pagato. «Torna domani e avrai i tuoi soldi», risponde allora la donna. «Certo», dice l’astrologo, «e che facciamo se il ragazzo muore e io perdo la mia parcella?».

Il libro di Hierocles e Philagrios regala il primo esempio di storiella «a tre personaggi» - forse l’archetipo della barzelletta all’italiana, quella che comincia con «ci sono Tizio, Caio e Sempronio». In questo caso i protagonisti sono un barbiere, un professore sbadato e un pelato (lo svolgimento della barzelletta è nel grafico accanto). «E la mia preferita», confida la Beard. «Alcuni - conclude la ricercatrice - sostengono che questo sia un manuale per comici; io credo l’abbia composto un professore che ha ordinato le battute per categorie», come il professore sbadato o l’astrologo ciarlatano.

Parafrasando i Monthy Python nel loro capolavoro «Brian di Nazareth»: «Che cosa hanno mai fatto i romani per noi - si chiedono nel film i liberatori della Palestina - a parte darci l’acquedotto, le fognature, le strade, le scuole pubbliche, i bagni pubblici, il vino, l’ordine e la pace?». E’ ora di aggiungere: le barzellette.

Boom di editti religiosi su tv e Web "Regolamentare il sistema fatwa"

13/3/2009 (15:14) - IL CASO

Gli Emirati Arabi Uniti corrono ai ripari: individuare chi lo può fare. La proposta dell'Egitto: carcere a quelli che non hanno la licenza d'esercizio

Gli Emirati Arabi Uniti stanno per emanare una legge dello stato per «regolamentare il sistema fatwa»; un’esigenza che nasce dal «caos che regna sovrano su molte tv satellitari e mezzi d’informazione, inondate da editti religiosi, proclamati da predicatori indegni di rappresentare l’Islam e che stanno provocando una degenerazione nelle menti dei giovani musulmani». Lo scrive il quotidiano panarabo al Sharq Awsat, che dà oggi ampio risalto alla «prossima entrata in vigore di una legge, mai sperimentata prima nella storia dell’Islam da uno stato arabo».
A sottoporre al governo la proposta di legge sono stati gli stessi ulema islamici dell’Ente Pubblico per la Sovrintendenza religiosa degli Emirati: «Abbiamo presentato al Consiglio dei ministri - ha detto lo Sheikh Hamdan al Mazroui, presidente dell’Ente pubblico - un nostro progetto che intende unificare le fonti autorizzate ad emettere gli editti religiosi attraverso una legge che regolamenta il sistema fatwa». «Nelle moschee e nei media, ci sono troppe persone inadeguate che esercitano questo magistero», ha spiegato al Marzoui, aggiungendo che «bisogna individuare coloro che lo possono fare in luoghi preposti e dietro un’autorizzazione da parte di un organismo da individuare». La necessità di fare ordine sembra interessare anche altri paesi arabi e avviene dopo la recente ondata di editti religiosi, stravaganti, come quello che chiedeva l’uccisione di Topolino, o di altri molto più gravi, come la fatwa saudita che ritiene lecito uccidere i proprietari delle tv satellitari che trasmettono programmi che «offendono il profeta». Il quotidiano arabo edito a Londra, riporta un’analoga proposta in discussione - per ora senza successo - il mese scorso al parlamento egiziano. Il disegno legge presentato da alcuni deputati laici prevede da uno a tre anni di carcere per «chi emette fatwa senza possedere una licenza d’esercizio».
Nella tradizione islamica, le risposte degli imam ai quesiti che i fedeli delle loro moschee ponevano su vari aspetti della loro vita, venivano considerati come editti religiosi. L’avvento di internet e delle tv satellitari ha amplificato a dismisura l’eco e gli effetti di questi proclami. Gli Emirati arabi - ricorda il giornale - sono stati il primo paese che ha messo in funzione un «centro al Fatwa telefonico»: un numero verde che mette a disposizione del pubblico - 12 ore al giorno - 50 ulema di diverse specializzioni, per rispondere ai fedeli.

Lurida scimmia": e dal campo il razzista finisce in tribunale

14/3/2009 (7:20) - LA STORIA


Un senegalese apre una nuova via in Francia


IVO ROMANO

Duello fra calciatori. Vittima e imputato, denunciante e parte offesa. Accusa pesante: ingiurie a carattere razzista. Una brutta storia, arrivata fino in tribunale. Una prima volta, in Francia. Da un campo di periferia alle aule giudiziarie, una storia raccontata da «Le Monde». Dal calcio di retroguardia ai riflettori della cronaca. Un film già visto, purtroppo.

Ma una trama destinata a concludersi in maniera esemplare. Con un imputato a difendersi e un giudice a deliberare. Roba di un paio di mesi fa, datata 25 gennaio, su un improbabile campetto da calcio ultradilettantistico, campionato di seconda divisione dipartimentale. Partita fra Rossillon e Lagnieu, due squadre in campo e una trentina di spettatori sugli spalti (si fa per dire), temerari nello sfidare un clima a dir poco glaciale. A questi livelli, il calcio francese è una sorta di melting pot, un insieme di squadre in cui si mischiano etnie e razze.

Come il Rossillon, che tra gli 11 titolari aveva 7 africani e 2 russi. Il grosso arriva da lì, dal Continente Nero, che con le sue ex colonie è inesauribile serbatoio di talenti. Makam Traore no, lui non è un talento, solo un 32enne con la passione per il pallone e la voglia di giocarlo. Passione e voglia che qualcuno ha rischiato di mandare in frantumi: tal Maxence Cavalcante, che delle vera essenza dello sport deve aver capito ben poco. Correva il minuto numero 85, il Laigneu era in vantaggio per 5-0, ma al buon Traore non importava più di tanto. Perdere o vincere non conta, l'importante è la lealtà. Il gioco violento non lo sopporta, fece notare all'arbitro un brutto fallo. E gli piovvero addosso i primi insulti, dagli spalti. Poi gli si avvicinò Cavalcante, 10 anni più giovane di lui e una sensibilità 10 volte inferiore. E cominciò a vomitargli addosso frasi irripetibili, condite dai soliti epiteti: sporco negro, lurida scimmia. Un'autentica vergogna, che convinse l'arbitro a sospendere la sfida. Poi, la scure del giudice: partita persa e 4 punti di penalizzazione. Poca cosa, per Traore. Lui per una settimana rimase in preda a una sindrome depressiva, prima di riprendersi e raccontare le sue sensazioni. Lui, senegalese di nascita ma francese di passaporto, aveva pensato di tornarsene nel Paese natìo, per sempre.

Prima di reagire: «Se potessi sulla carta d'identità cancellerei nome e cognome per scriverci negro e scimmia. Così, per dimostrare a certe persone la loro assurdità». Ha deciso di andare fino in fondo, la giustizia ordinaria ha fatto il suo corso. Maxence Cavalcante comparirà dinanzi a un tribunale il prossimo 5 maggio, accusato di ingiurie a carattere razzista.

La Licra (lega contro il razzismo e l'antisemitismo) s'è costituita parte civile per «denunciare l'omertà e il razzismo nel calcio amatoriale». E ad assistere Traore sarà Alain Jakubowicz, avvocato del ghanese John Mensah, vittima di razzismo da parte dei tifosi del Le Havre. Perché la malapianta in Francia, un Paese in cui il leader di estrema destra Jean-Marie Le Pen arrivò a denunciare il numero eccessivo di coloured in Nazionale, non poteva non attecchire.

A mali estremi, però, estremi rimedi. Prima l'arresto del tifoso del Le Havre, poi il punto di penalizzazione al Bastia (tristemente famoso per l'aggressione dei tifosi a Pascal Chimbonda e Frank Matingou) per i cori contro Boubacar Kebe del Libourne. E ora, una prima volta: il razzismo nel calcio finisce in tribunale.

L’Italia della protesta infinita: 264 opere bloccate



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Milano, 14 marzo 2009 -   


UNA DELLE malattie dell’Italia, l’opposizione strenua alle grandi infrastrutture dietro casa, si sta aggravando: è la sindrome di Nimby (Not In My Back Yard, non nel mio cortile), che scatena sindaci, assessori e comitati, bloccando le opere d’interesse nazionale considerate invadenti dai cittadini del luogo. Il termometro delle contestazioni contro impianti, infrastrutture e progetti indica la pericolosa temperatura 264: tante sono le opere ferme a causa delle opposizioni locali, un terzo in più rispetto al monitoraggio precedente. I dati della quarta edizione dell’Osservatorio Nimby Forum, promosso da Aris (Associazione di Ricerche no profit) mostrano un Paese che procede a passo sempre più lento, che non ha fiducia nella politica e nelle imprese.

Se nella prima edizione, infatti, si contavano contestazioni per 190 impianti, nella seconda 171, nella terza 193, con un andamento sostanzialmente stabile, nella quarta si è registrato un incremento notevole. La Lombardia è la regione con il maggior numero di contenziosi (41), contro i 30 della Campania, i 29 del Veneto, i 27 dell’Emilia Romagna e i 15 del Lazio, mentre l’Umbria registra uno solo contenzioso. E sono 45 i progetti rimasti sotto tiro per tutti gli anni dell’analisi: dal 2004 a oggi non hanno mai fatto passi avanti significativi in termini di accettazione.

"Il fatto che in Lombardia vi sia il maggior numero di opere contestate — ha spiegato Alessandro Beulcke, presidente di Aris — non vuol dire in assoluto che vi sia maggior contenzioso, ma che è la regione con il maggior numero di progetti". A differenza dagli anni passati, ora sono sotto tiro soprattutto le infrastrutture energetiche. Centrali elettriche, linee ad alta tensione ma anche le innocue pale eoliche, che producono energia senza inquinare.

I CONTESTATORI temono soprattutto che il progetto abbia gravi effetti ambientali, o un impatto sulla qualità della vita. E ciò a dispetto del fatto che molti progetti abbiano già l’approvazione del ministero dell’Ambiente e non presentino controindicazioni: è indicativo il no ai mulini a vento. "Le ragioni della radicalità del fenomeno Nimby — ha sostenuto il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza — risiedono nella mancanza di fiducia per la mano pubblica, che in Italia è una componente antropologica fortissima. A questo si aggiungono la mancanza di regole certe e di un’informazione di base corretta, che non può essere diffusa solo attraverso i media".

Le centrali elettriche sono le installazioni più contestate: in tutto 97 casi di proteste, il 36,7% sul totale dei contenziosi locali. Aggiungendo i rigassificatori (13 casi di contestazione, cioè tutti i progetti esistenti) e sette altri progetti (alta tensione, impianti petroliferi come nel caso dei pozzi della Basilicata), l’energia suscita decisamente le più intense gastriti sociali. Ma il settore che scatena l’infiammazione più acuta è quello dei rifiuti. "Il tema centrale — afferma Walter Ganapini, assessore all’Ambiente della Campania — è che ognuno deve fare il suo mestiere.

Da indagini internazionali risulta che la motivazione alla base dei conflitti ambientali è il Nimto (Not In My Turn Of Office) traducibile in italiano con "non durante il mio mandato". La responsabilità è della politica, che ha perso il senso del bene collettivo e rinuncia al suo ruolo rimandando scelte fondamentali".

SONO PROPRIO gli amministratori locali (40%) e i comitati spontanei di cittadini (23,1%) i campioni della protesta. La virulenza più forte riguarda (come l’anno passato) ancora la Tav Torino-Lione, ma fanno clamore la discarica di Chiaiano (Napoli), la centrale lodigiana di Bertonico della Sorgenia, la centrale a biomasse di Martignana di Po, la discarica napoletana di Pianura, la centrale calabrese di Saline Joniche proposta dalla Sei (Rezia Energia) e quella di Aprilia (Latina) di Sorgenia, l’inceneritore napoletano di Acerra e il rigassificatore di Brindisi.

di ELENA COMELLI

La Asl chiede il conto alla violentata Paghi lei o si faccia dare i soldi dal bruto

BERGAMO / CURATA DOPO LO STUPRO


La donna, 60 anni, è stata violentata lo scorso 25 gennaio. L'aggressore è già in carcere. L'Asl: "E' una procedura standard. Ci scusiamo pubblicamente con la signora"

CANONICA D’ADDA (Bergamo), 14 MARZO 2009

UNA STORIA paradossale e assurda che rischia di segnare per sempre la vita di un’ex impiegata di 60 anni di Canonica d’Adda, piccolo e tranquillo centro della Bassa Pianura Bergamasca. La donna, che ha accettato di parlare della sua vicenda con coraggio e grande forza d’animo, il 25 gennaio è stata stuprata nella sua abitazione da un brasiliano (arrestato un mese dopo a Milano), che lei stessa aveva chiamato per farsi riparare il tetto di casa. Quindi, il 2 marzo, si è vista recapitare dall’Asl di Bergamo il conto delle cure ricevute, 44 euro e 23 centesimi, e l’allucinante richiesta di contattare il violentatore per fargli pagare la parcella.

«E’ UNA vergogna — afferma donna, 60 anni e vedova da 8 —. Pretendo pubbliche scuse da parte dell’azienda sanitaria. Quando ho letto la lettera sono scoppiata in lacrime. Se vogliono sapere dove sta quell’uomo basta che vadano in carcere. Ma la cosa più incredibile è che secondo loro dovrei contattarlo per dirgli di pagare. e mi hanno pure spedito una raccomandata, spendendo soldi pubblici. Quello che ha fatto l’Asl è inammissibile, questi signori non si sarebbero mai dovuti permettere di mandarmi una lettera simile. Non solo — prosegue la donna —: minacciano di avviare le vie legali nei miei confronti se, entro 30 giorni dal ricevimento della loro richiesta, io non mi sarò ancora attivata per contattare il mio stupratore. Con il mio legale sto preparando una risposta e sto valutando l’ipotesi di sporgere denuncia alla magistratura».

«Con il loro comportamento — conclude la vedova — quelli dell’Asl hanno riaperto una ferita terribile. Gente così dev’essere castrata. E non parlo della castrazione chimica, ma della castrazione vera e propria. Spero che in carcere gli altri detenuti gliela facciano pagare e lo riempiano di botte. Chiedo che sia fatta giustizia, lo chiudano in galera senza farlo più uscire. Anche perché è recidivo: nel 2000, in provincia di Matera, aveva stuprato una donna di 78 anni».
Da parte sua l’Asl di Bergamo si è detta dispiaciuta per quanto accaduto.

«CI SCUSIAMO pubblicamente con la signora — sottolinea Daniele Bernabei, responsabile dell’Ufficio Comunicazione —, ma abbiamo seguito una procedura prevista dalla legge. Quando ci sono di mezzo danni fisici in conseguenza da reati o atti illeciti chiediamo sempre alle vittime di indicarci le generalità del responsabile, onde rivalerci su di lui delle spese sostenute. Purtroppo c’è stata una frase di troppo, che andava assolutamente evitata. La signora comunque stia tranquilla, non le chiederemo certamente dei soldi».

di MICHELE ANDREUCCI

Il museo dell’Olocausto rivede la leggenda nera

di Andrea Tornielli


Gerusalemme - Il luogo dell’incontro, una sala a pochi passi dal giardino dei Giusti di Yad Vashem dove si ricordano coloro che a rischio della propria vita hanno aiutato gli ebrei nel momento più terribile della persecuzione, non poteva non suscitare emozione. Domenica 8 e lunedì 9 marzo, nel corso di un convegno a porte chiuse organizzato da Yad Vashem e dallo Studium Theologicum Salesianum di Gerusalemme un gruppo di studiosi si è ritrovato a discutere su Pio XII e l’Olocausto, per fare il punto sullo stato della ricerca.

Non è stato direttamente affrontato il problema della controversa didascalia, che in un padiglione del nuovo museo della Shoah presenta il Pontefice in modo negativo, affermando che non protestò in alcun modo per la carneficina in atto contro il popolo d’Israele. Ma si è discusso liberamente, cercando di affrontare, con tempi contingentati, tutti gli aspetti della figura di Pio XII.

Chi scrive faceva parte della delegazione, insieme ai professori Thomas Brechenmacher, Jean-Dominique Durand, Grazia Loparco e Matteo Luigi Napolitano. Mentre gli invitati da Yad Vashem, a rappresentare le tesi critiche verso l’operato di Papa Pacelli erano Sergio Minerbi, Michael Phayer, Paul O’Shea e Susan Zuccotti. In apertura dei lavori, il direttore di Yad Vashem, Avner Shalev ha detto che questo incontro «non sarà l’ultimo» e che «sta avanzando la ricerca sul complesso e delicato ruolo di Pio XII».

Il nunzio apostolico in Israele, Antonio Franco, ha ricordato che il convegno rappresenta la volontà di «un dialogo basato sulla fiducia», perché tutti stiamo «cercando la verità». Poi, l’arcivescovo ha fatto notare come non esista un documento scritto di Hitler che ordini la terribile «soluzione finale» contro gli ebrei, anche se nessuno ovviamente dubita che sia stato il Führer in persona a pianificare il genocidio.

«Lo stesso criterio – ha detto il nunzio – vorremmo fosse applicato alla Chiesa cattolica e al Vaticano di fronte alla mancanza di un ordine scritto del Papa in favore degli ebrei. Non contano solo i documenti, conta anche la realtà dei fatti». Infatti, coloro che sostengono la tesi del «silenzio» e del disinteresse di Pio XII mostrano talvolta di utilizzare una metodologia di ricerca della storia bloccata nelle strettoie del positivismo, da tempo superato tra gli storici di professione.

Si è poi passati alla prima sessione di lavoro, che doveva rispondere alla domanda se siano esistite differenze di atteggiamento tra il Pacelli privato e pubblico, prima e durante il suo pontificato, e quanto la sua personalità abbia influito nel suo comportamento durante la guerra. È stato ricordato che il futuro Pio XII aveva frequentato la scuola pubblica e aveva stretto amicizia con un compagno ebreo, Guido Mendes, che sarà aiutato a lasciare l’Italia dopo la promulgazione delle vergognose leggi razziali.

Così come sono stati prodotti documenti provenienti dagli archivi sionistici e dalla nunziatura in Baviera, dai quali emerge l’intervento del nunzio Pacelli, nel novembre 1917, in favore della popolazione ebraica di Gerusalemme. Sia da sacerdote e da diplomatico, sia da cardinale e da Papa, Pacelli non nutrì né espresse mai sentimenti avversi contro gli ebrei.

Significativo è stato il contributo del professor Durand sull’atteggiamento di Pacelli nei confronti del nazismo: i rapporti dell’allora nunzio in Germania ai suoi superiori mostrano inequivocabilmente come egli avesse segnalato con largo anticipo il pericolo del nazismo definendolo come «la più grande eresia» del nostro tempo. Lo stesso attestano le lettere private ai familiari. Si è discusso poi molto sul concordato del 1933 tra Santa Sede e Germania e Phayer ha sottolineato più volte come l’atteggiamento di Pacelli fosse condizionato dal suo anticomunismo.

È però scorretto rappresentare il concordato – che peraltro fu concluso dopo il patto a quattro del giugno 1933 tra Francia, Inghilterra, Italia e Germania – come un «riconoscimento» del regime nazista: il Vaticano, che aveva cercato di concluderne uno anche con l’Unione Sovietica, accettò l’offerta di Hitler per cercare di difendere la Chiesa in Germania, ben sapendo che l’accordo sarebbe stato subito violato, come avvenne e come testimoniano le settanta note di protesta ufficiale della Santa Sede inviate al ministero degli Esteri del Reich e rimaste per lo più senza risposta.

Snodo centrale e più dibattuto nel convegno è stato il caso di Roma e l’aiuto dato agli ebrei nella capitale. Il Papa sapeva? Era lui a volere che si togliesse la clausura e si accogliessero i perseguitati? Oppure tutto ciò avvenne spontaneamente, a sua insaputa? Un documentato e approfondito contributo di suor Grazia Loparco (nella foto), che sta conducendo una ricerca sull’argomento, attesta che gli ebrei salvati in Italia furono oltre 4.500. Soltanto a Roma, su circa 750 case religiose, ben 220 istituti femminili, e almeno 70 maschili nascosero ebrei.

Un dato statistico che mostra la vastità della rete d’aiuto. E, se è vero che non possediamo l’ordine con la firma di Pio XII, è altrettanto vero che nell’autunno 1943, con i tedeschi che presidiavano Roma, molti ordini venivano diffusi verbalmente, grazie ai rapporti e ai contatti che univano i religiosi della città con sacerdoti e prelati della Santa Sede. Negli archivi di Civiltà Cattolica esiste poi un documento del 1º novembre 1943, nel quale il padre Giacomo Martegani, allora direttore della rivista, dopo essere uscito dall’udienza con Papa Pacelli, annota: «Il Santo Padre s’è interessato al bene degli ebrei».

I professori Minerbi e Zuccotti hanno presentato le innegabili e documentate iniziative dei conventi come spontanee, cioè avvenute all’insaputa del Pontefice. Una conoscenza più diretta dei meccanismi della Curia vaticana e più in generale della Chiesa mostra però che, pur in presenza di posizioni differenziate dentro lo stesso Vaticano riguardo all’esporsi in favore degli ebrei, una simile attività di aiuto non sarebbe stata possibile senza la benedizione di Pio XII, come ha ricordato don Roberto Spataro, dello Studium Theologicum Salesianum.

Sono state anche avanzate, va detto, ipotesi scioccanti e francamente irreali, come quella presentata da Minerbi il quale, basandosi su una testimonianza anonima attribuita a un non meglio precisato ufficiale tedesco – peraltro pubblicata nelle raccolte di documenti relativi alla Seconda guerra mondiale già da tempo messi a disposizione dal Vaticano – è arrivato a sostenere che il Pontefice avrebbe dato il suo personale «via libera» alla deportazione degli ebrei romani, a patto che la razzia fosse fatta alla svelta, cercando così di far passare Pio XII come complice consenziente e convinto dei carnefici nazisti!

Il convegno a Yad Vashem rappresenta solo il primo passo di un percorso che è iniziato: si attende la pubblicazione degli atti e dei diversi documenti presentati. Il clima cordiale e collaborativo, nonostante le opinioni divergenti, fa ben sperare per una comprensione diversa della figura di Pacelli che ponga fine alla leggenda nera.

Annozero getta la maschera. È diventata la tv di Tonino

di Peppino Caldarola

sabato 14 marzo 2009, 07:00

Annozero ha annientato giovedì sera il Pd. Per tre ore è andata in onda una terribile requisitoria contro il maggior partito di opposizione e i suoi dirigenti. Chi è stato abituato a trasmissioni antiberlusconiane può pensare che questa volta Santoro abbia stabilito una sorta di reciprocità fra le due parti del Parlamento. Ma non è questa la questione. Il salto di qualità di giovedì sera è stata nell’esplicita intenzione del conduttore di annientare il Pd e di fare da traino a Di Pietro e a Beppe Grillo.

La scaletta del programma era dettagliata. Apertura al solito comizio di Marco Travaglio. In studio due giornalisti, Luca Telese e la direttora dell’Unità Concita De Gregorio, ai due lati due esponenti del Pd. Il primo aveva il volto stanco di Antonio Bassolino che ha passato la serata a discolparsi delle colpe della sua amministrazione. Il secondo era Matteo Renzi, giovane candidato sindaco di Firenze, uno dei volti nuovi del Pd, autore di una performance veramente penosa. Sia Renzi sia Bassolino sono stati messi sulla graticola da servizi e collegamenti che segnalavano la stanchezza e l'irritazione della base del Pd, stretta fra la voglia di mandare tutto all'aria e l'invito al voto di astensione.

In queste macerie, si ergeva da trionfatore, oltre ai soliti Santoro e Travaglio, la figura palingenetica di Beppe Grillo. Siamo persino arrivati al punto che il conduttore, quello principale, ha invitato le due vittime, Renzi e Bassolino, ad ascoltare con attenzione il successivo intervento di Beppe Grillo perché avrebbe contenuto delle dichiarazioni di grande valore politico.

Suppongo che tutti si siano messi all’ascolto pensando o a uno scherzo di Santoro ovvero a una dichiarazione solenne da parte del comico. Invece per dieci minuti Grillo ci ha spiegato che dovremo passare la nostra vita chiusi in casa, rinunciando alla macchina e proponendo altre piacevolezze che generalmente vengono in mente ai dittatorelli quando sono in crisi di popolarità e vogliono fondare nuove civiltà sulla pelle degli altri.

Annozero eredita una lunga tradizione giornalistica di Michele Santoro che si era caratterizzata negli anni per la sua spigolosità, per l’avversione verso una parte politica ma spesso era costruita attorno a dibattiti di qualche interesse. Quest’anno Santoro si è immaginato un format diverso. Fuggito dalla politica, dopo aver brigato per entrarci, ha trasferito l’intera sua animosità al servizio di un progetto politico. Anzi di un partito, meglio di un partitino. Annozero non è più la trasmissione di tendenza che irritava alcuni e galvanizzava altri.

È via via diventata l’house organ di Antonio Di Pietro. È la prima volta che un programma televisivo non solo si schiera da una parte ma si dà il compito di fare terra bruciata attorno a tutto ciò che ostacola l’espansione della bolla elettorale che vuole creare.

Il progetto è partito da lontano e ne sono state vittima non solo Clemente Mastella e Pierferdinando Casini, ma anche tutto il mondo che faceva ombra all’espansione di Di Pietro. La trasmissione più giustizialista della tv è riuscita persino a bastonare gli organismi della magistratura quando ci sono state le polemiche su De Magistris. È stata fatta un’intera puntata a difesa del grande spione Genchi. Quando la magistratura ha messo naso negli affari napoletani di Di Pietro e del suo «bambino», è toccato a Marco Travaglio difendere in tv con un editoriale infuocato l’ex Pm.

Un piccolo partito, l’Italia dei Valori, dispone ormai di un potere mediatico usato come una clava. Siamo cioè ben oltre la propaganda e l’appoggio incondizionato. Giovedì sera è andata in onda un’operazione di macelleria politica. La rappresentazione del Pd, che chi scrive ha spesso criticato severamente, è stata spinta fino al dileggio con tre protagonisti a dir poco imbarazzanti.

La direttora dell’Unità non ha reagito quando Travaglio ha parlato di Veltroni e degli altri leader come di «gerarchi» fingendo di dimenticare di essere stata nominata dal «gerarca» Veltroni, Bassolino costretto alla difesa ha cercato di salvare la pelle, il giovane Renzi, quando ha potuto, ha continuato a sparare sul proprio quartier generale nella speranza di ridurre l’enfasi dell’attacco su di sé.

Che cosa dobbiamo aspettarci da qui al voto di giugno? Non sono fra quelli che pensa che Santoro non debba fare la sua trasmissione. Il problema è se deve farlo senza regole. Mi chiedo se sia legittimo che un piccolo partito come l’Italia dei valori possa disporre di una simile clava per bastonare i propri avversari. C’è un problema di democrazia.

Effetto serra: se non rallenta orsi polari estinti entro il 2100

Un rapporto del Wwf indica le specie più a rischio di fronte al riscaldamento del Pianeta
 

Se il clima continua ad aumentare il 90% dei coralli della Grande Barriera sparirà nei prossimi 40 anni 

 

Se non si rallenta il riscaldamento del pianeta alcune specie di animali spariranno: alcune entro il 2050 altre, come gli orsi polari, entro la fine del secolo. Anche per queste ragioni scatta l'"Earth Hour", una simbolica ora al buio in tutto il Mondo per sensibilizzare opinione pubblica e governi sulla necessità di interventi urgenti per salvare la vita di piante e animali, tra i quali ci siamo anche noi. Alle 20.30 del 28 marzo verrà spenta la luce per un’ora in una grande Ola planetaria di buio. Mancano 14 giorni.

L'ALLARME DEGLI SCIENZIATI - Intanto sono arrivate le conclusioni del Congresso Internazionale sul Cambiamento Climatico che si è svolto a Copenaghen dal 10 al 12 marzo e che ha visto il contributo nei vari campi della scienza climatica di 1600 scienziati da più di 70 paesi. Le osservazioni sui livelli di emissione globale di gas serra «rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli realizzati dall'Ipcc (Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici)». Gli scienziati avvertono che «si evidenzia un andamento tale da far ipotizzare un accresciuto rischio, per il futuro, di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili».

LE CONSEGUENZE GENERALI - Nel frattempo il Wwf, che ha lanciato questo evento planetario, ha commissionato uno studio degli impatti che i cambiamenti climatici avranno sulle specie più conosciute al mondo. I risultati sono quelli di un mondo molto diverso da quello di oggi: il 90% dei coralli della Grande Barriera Corallina potrebbe scomparire entro il 2050, lo stesso vale per il 75% dei pinguini di Adelia dell’Antartico mentre gli orsi polari potrebbero essere spazzati via del tutto entro la fine di questo secolo.

La Mappa del Wwf mostra che l’ "Effetto Clima” non risparmia nessuna regione al mondo costituendo anche per gli animali una minaccia globale che si aggiunge a quelle già esistenti come la deforestazione, il consumo del territorio, il prelievo non sostenibile delle risorse, il commercio e il bracconaggio: entro 50 anni più del 70% dell’habitat delle tigri in India e in Bangladesh potrà essere perso.

NEL MARE - Si riducono anche le risorse alimentari marine per effetto delle correnti oceaniche stravolte o per la riduzione della banchisa antartica o per l’acidificazione degli oceani dovuta all’aumento di livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. A rischio dunque per un incrocio di fattori negativi balene, capodogli e delfini. Dai mari traggono cibo anche i pinguini imperatori e i pinguini di Adelia: delle 19 specie di pinguini 11 sono minacciate di estinzione.

Con un aumento di 2°C il 50% dei pinguini imperatore e il 75% di quelli di Adelia è destinato a scomparire. Anche le tartarughe marine vivono una crisi tutta particolare: c’è un totale squilibrio tra maschi e femmine giacchè i 34°C che si registrano sulle spiagge rispetto alla media 25-32°C risultano letali per le uova e comunque riducono la nascita degli esemplari maschi. Per gli orsi polari i numeri sono particolarmente drammatici: con l’incremento delle temperature fino a 5° nell’Artico negli ultimi 100 anni, sta scomparendo l’habitat vitale per questi predatori e le loro prede. 6 sottopopolazioni sono già in declino e all’attuale tasso di riduzione di ghiaccio, il 42% dell’habitat estivo dell’orso polare potrebbe andare perduto entro la metà di questo secolo.

NELL'ARIA - Effetto-clima anche sugli uccelli marini più grandi del pianeta, gli Albatross, particolarmente fedeli ai loro nidi e dunque maggiormente a rischio quando si tratta di isole antartiche remote come le Macquarie, Mewstone, Pedra Branca, etc. «Potremmo vivere in un mondo in cui gli elefanti non vagano più nella savana, gli oranghi si trovano solo in cattività e gli orsi polari che si spostano sui ghiacciai appaiono solo nei documentari d’archivio?

Nessuno di noi può accettare questo scenario. Sarebbe un mondo triste e più povero senza gli equilibri dinamici essenziali che garantiscono anche la vita umana – ha dichiarato Fulco Pratesi, Presidente onorario del WWF Italia - Gli individui, le società e i governi devono fare qualunque cosa in loro potere per impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici e mitigare gli impatti sulla biodiversità e i ricchi habitat naturali dai quali dipendiamo tutti noi».

13 marzo 2009(ultima modifica: 14 marzo 2009)

Droga, ancora un arresto per Pelosi Fu condannato per l'omicidio di Pasolini

Arrestato dai carabinieri a Roma per spaccio di cocaina
 
ROMA - Pino Pelosi, unico condannato per l'omicidio di Pier Paolo Pasolini avvenuto il 2 novembre del 1975 nell'idroscalo di Ostia, è stato arrestato venerdì a Roma dai carabinieri perché trovato in possesso di cocaina. Pelosi, conosciuto all'epoca dell'omicidio dello scrittore e regista come «Pino la rana», è stato fermato dai carabinieri della compagnia Eur mentre era intento a vendere circa dieci grammi di cocaina in via dei Monti Tiburtini, nel quartiere Tiburtino alla periferia nord-est di Roma.

COLTO IN FLAGRANZA - Pelosi è stato colto in flagranza mentre vendeva la sostanza a due romani di 44 e 48 anni. I militari dell'Arma gli hanno trovato addosso inoltre, altri 25 grammi di cocaina. Nel suo appartamento, dopo la perquisizione, non sono state trovate sostanze stupefacenti. Non è la prima volta che Pelosi viene arrestato per detenzione di droga a fine di spaccio: già il 21 maggio del 2005 l'uomo venne arrestato dai carabinieri della stazione di Orte, in provincia di Viterbo. Pelosi, secondo i militari dell'arma, aveva trasportato insieme con altre due persone, padre e figlia 400 grammi di cocaina destinati al mercato viterbese.

Insieme a lui furono arrestati un uomo di 43 anni, e la figlia di 18, residenti ad Orte. Pelosi, per trent'anni considerato l'omicida di Pasolini, e che per questo è stato condannato e ha trascorso nove anni in carcere, nel 2005 aveva affermato nel corso di una trasmissione televisiva di essere innocente e di non aver ucciso lo scrittore. L'uomo durante l'intervista aveva spiegato di aver taciuto fino a quel momento perché «le persone che avevano minacciato me e la mia famiglia, saranno anziane o morte». Anche sulla base di queste informazioni la Procura di Roma aveva aperto un'altra inchiesta, sull'omicidio di Pasolini, conclusa con un nulla di fatto.

14 marzo 2009

Nuova cannabis venduta come incenso

Droghe. Si trova facilmente negli smart shop italiani e online
 

Gli esperti: difficile da identificare. Allarme dell'Istituto di sanità: fa più danni della marijuana naturale

Il composto di erbe, finora sconosciuto in Italia, è già stato proibito in Germania, Austria e Francia 


DAL NOSTRO INVIATO 
 

TRIESTE — È venduto come incenso per profumare gli ambienti, viene comperato per essere fumato. Perché «Genie» (uno dei tanti nomi sotto i quali si nascondono mix di erbe aromatiche) contiene una nuova cannabis sintetica, molto più potente di quella naturale. Ed è in vendita negli smart shop italiani. L'Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha appena scoperto, proprio in «Genie», un composto sconosciuto finora in Italia, che funziona come il Thc, o tetraidrocannabinolo, il principio attivo della cannabis. Quello che dà il piacere della droga. «Si chiama Jwh-018 — spiega Teodora Macchia dell'Iss che ha coordinato la ricerca — e stimola un recettore della cannabis che sta nel cervello.

Questa sostanza appartiene a un gruppo di un centinaio di molecole che sono state studiate per la loro attività analgesica, ma che hanno poi rivelato un'azione simile a quella della cannabis. Sono di sintesi, non hanno niente a che fare con i prodotti naturali». Nel mix di erbe che vanno sotto il nome generico di «Spice » («speziate»: hanno, fra gli ingredienti, l'alchemilla vulgaris, la rosa gallica, e la leonotis nepetifolia, tanto per fare qualche esempio), la cannabis sintetica non ci è finita per caso.

Esistono gruppi ben organizzati che producono queste sostanze da mescolare alle erbe e le erbe vengono poi vendute negli smart shop o nei negozi online. Sono le nuove droghe, difficili da identificare perché non c'è letteratura scientifica, perché non sono considerate droghe, e quindi non sono oggetto di sequestro, perché viaggiano su Internet e approdano su una grande quantità di siti ad altissima professionalità grafica per attrarre i giovani (in Italia, negli ultimi sei mesi, il numero di accessi ai siti Internet legati alla droga sono aumentati dal 40 al 60 per cento).

E, infine, perché ancora non esistono test di laboratorio capaci di identificarle, come hanno sottolineato a Trieste gli esperti che hanno partecipato alla «V Conferenza nazionale sulle politiche antidroga » organizzata dalla Presidenza del Consiglio. «Ci dobbiamo confrontare con una serie di nuove sostanze propagandate come legali — commenta Giovanni Serpelloni capo del Dipartimento per le Politiche antidroga —, ma che in realtà sono psicoattive. Sempre più spesso arrivano nei pronto-soccorso degli ospedali giovani con disturbi psicotici inspiegabili, a meno di non pensare all'uso di queste nuove droghe.

Che, però, sono difficili da identificare proprio perché sono ancora poco conosciute, anche dai medici. E sono molto potenti ». «Siamo abituati a pensare alla marijuana che contiene 2-3% di principio attivo— aggiunge Macchia — e all'hashish che ne contiene il 7%, ma lo Skunk, ottenuto da un ibrido fra cannabis sativa e cannabis indica, arriva fino al 20%. Gli «Spice» hanno una potenza quattro-cinque volte superiore a quella della cannabis naturale. E il contenuto può variare da prodotto a prodotto, anche della stessa marca ». Per Gustavo Merola dell' Iss: «Gli Spice sono già stati proibiti in Germania, in Austria e da pochissimo anche in Francia».

Adriana Bazzi
14 marzo 2009

Boom del seno nuovo durante la crisi Si paga in comode rate fino a 5 anni

Niente visite o appuntamenti. Bastano un paio di click sui siti internet
 

Un acconto di 300 euro, una mini-rata da 58,50 euro per due anni e altri 164 euro per gli ultimi 36 mesi

 

ROMA - Il seno nuovo? In tempi di crisi un'intervento di chirurgia estetica si può pagare anche in comode rate fino a cinque anni: un acconto di 300 euro, una mini-rata da 58,50 euro per due anni e altri 164 euro per gli ultimi 36 mesi. Se si sceglie il pagamento in tre anni cambia solo la rata finale: 475 euro per 12 mesi. Il preventivo? Niente visite o appuntamenti. Bastano un paio di click sui siti internet che offrono consulenza di chirurgia estetica e il prezzo dell'operazione è presto calcolato. 

 

IL FINANZIAMENTO - Tra gli interventi «finanziabili» ci sono anche la mastoplastica facciale, la liposcultura, la liposuzione, la gluteoplastica, la rinoplastica, la mentoplastica e il lifting. Nei siti internet del settore comunque si informa che «l'importo è indicativo» e che soltanto dopo una consultazione gratuita potrà essere formulato «il prezzo definitivo».

La soluzione del finanziamento applicato alla chirurgia estetica sembra essere stata scelta proprio per «ingolosire», con cifre mensilmente abbordabili, potenziali clienti che spesso non prendono nemmeno in considerazione operazioni o «ritocchi» soprattutto in questo periodo di recessione. E soprattutto, le rate permettono di accedere ad interventi di qualità e sicurezza senza bisogno di cercare le occasioni per risparmiare che potrebbero nascondere situazioni di rischio.


14 marzo 2009

Firenze, clochard picchiata e stuprata

LA DONNA RICOVERATA CON FRATTURE ALLE OSSA DELLA FACCIA E IN ALTRE PARTI DEL CORPO

Una 50enne italiana aggredita brutalmente da un dominicano, arrestato dagli agenti della Polfer

FIRENZE - Stava dormendo, come d'abitudine, nella stazione di Firenze, quando un uomo, un dominicano di 35 anni, l'ha aggredita, picchiandola selvaggiamente e poi l'ha violentata. Sono stai gli agenti della Polfer a interrompere gli abusi sulla clochard, una cinquantenne italiana, arrestando l'uomo.

FRATTURE ALLE OSSA DELLA FACCIA - Il dominicano, con regolare permesso di soggiorno in Italia, avrebbe scavalcato un cancello e aggredito la donna. È stato bloccato dagli agenti mentre la violenza era in corso. La donna è stata trasportata in ospedale, dove le sono state riscontrate fratture alle ossa della faccia e in altre parti del corpo.

14 marzo 2009

Ecco la classifica dei più multati Il primo deve al Comune 140mila euro

INDISCIPLINATI ALLA GUIDA


Nella lista dei primi 220 debitori plurimultati dall'amministrazione per violazioni al Codice della strada la 'medaglia d'oro' ha collezionato ben 1.974 sanzioni. Il secondo ne ha 1.595, il terzo 1.544

Bologna, 13 marzo 2009

Multati da record sotto le Due Torri. "La medaglia d’oro ce l’ha un signore che ha 1.974 multe. Deve al Comune 140.706 euro”. Palazzo D’Accursio ha resto pubblica la classifica dei primi 220 debitori plurimultati dall’amministrazione per violazioni al Codice della strada.

Un elenco impressionante che, alle spalle dell’automobilista che deve al municipio oltre 140.000 euro (finora ne risultano pagati solo 68), annovera altri 'collezionisti' da primato. Non scherza, ad esempio, nenanche il secondo piazzatosi in questa 'black list': ha collezionato 1.595 multe per un totale di 112.398 euro. 'Medaglia di bronzo' un automobilista che ha deve versare nella casse comunali 108.724 euro per le 1.544 sanzioni totalizzate.

Casi isolati? Neanche per sogno. Dietro il quarto in classifica, con oltre 90.000 euro di debito, ci sono due automobilisti tra i 70 e i 60 mila euro, dieci tra i 60 mila e i 40 mila, altri otto al di sopra dei 30 mila e ben 18 al di sopra dei 20 mila euro. Innumerevoli i cittadini che devono al Comune tra i 20 e i 10 mila euro.

Ma non mancano nemmeno i 'piccoli' debitori: basti pensare che al 220° posto il debito accumulato è ancora attorno ai 4.000 euro. Inoltre. nella maggior parte dei casi, nonostante la possibilità di rateizzare il debito, questo non è stato nemmeno intaccato oppure lo è stato solo in minima parte.

L’elenco dei multati record è stato fornito in aula dal vicesindaco Giuseppe Paruolo, durante il question time, in risposta alla domanda del consigliere Serafino D’Onofrio (Bologna città libera) che chiedeva l’assistente sociale per una signora che ha accumulato ben 266 contravvenzioni. “Non è detto che una persona che non ha pagato un ingente quantità di multa deve essere seguita dai servizi”, ha premesso Paruolo, aggiungendo tuttavia che nel caso specifico “una parte delle quali per il comportamento irresponsabile del suo convivente”. “Non so dirle se la signora si sia mai rivolta ai servizi per un aiuto psicologico - ha detto - ma ritengo che prima di tutto avrebbe dovuto rivolgersi alla magistratura”.

In generale, comunque, “a meno che una persona non sia incapace di intendere e di volere, non si possono giustificare comportamenti sanzionabili che potrebbero anche essere pericolosi, come le violazioni delle norme sul traffico”.