sabato 18 luglio 2009

In treno con l'ombrello aperto

E' accaduto venerdì sulla Milano-Mortara: il soffitto del treno era bucato e i passeggeri si sono dovuti riparare




ABBIATEGRASSO (MILANO) - La necessità aguzza l’ingegno. Lo sanno bene i pendolari della Milano–Mortara, una delle linee più disagiate della Lombardia. Venerdì scorso, sul treno delle 7.17 da Abbiategrasso (che sostituiva, tra l’altro quello delle 6.55, soppresso senza preavviso) alcuni passeggeri hanno dovuto viaggiare sotto l’ombrello. In una delle carrozze, infatti, c’era un buco nel tetto e l’acqua colava, rendendo inutilizzabili ben quattro sedili. Il treno, però, era pieno e pur di non viaggiare in piedi, quattro persone si sono sedute lo stesso, grazie al provvidenziale intervento di un altro pendolare che si era portato dietro un ombrellino tascabile. Non è la prima volta che ai viaggiatori della Milano–Mortara succedono disavventure simili.

INTRAPPOLATI - La settimana scorsa, alcuni passeggeri rimasti “intrappolati” in una carrozza sotto il sole e senza aria condizionata sono stati “salvati” proprio dall’intervento di un pendolare che aveva con sé una brugola che ha permesso di aprire il finestrino. La Milano–Mortara, che è in via di raddoppio, soffre di carenze decennali. Per questo soppressioni e ritardi per guasti alla linea elettrica sono all’ordine del giorno. I pendolari sono riuniti in due comitati, la “Freccia delle risaie” di Abbiategrasso e il comitato “Diritti degli utenti” di Vigevano. Con il completamento del raddoppio della linea (che però riguarda solo il tratto da Milano a Albairate e da Parona Lomellina a Mortara), previsto entro la fine di quest’anno, la situazione dovrebbe migliorare. La Regione Lombardia e Trenitalia hanno però già annunciato che al momento non ci sono i fondi necessari per l’acquisto di nuovi treni.

Giovanna Maria Fagnani
18 luglio 2009







Tour, una donna uccisa dalla moto dei gendarmi


Besançon - Una donna che stava assistendo al passaggio del Tour de France è stata investita ed è morta a Wittelsheim. Lo ha reso noto il portavoce della gendarmeria francese Alain Fontaine. Ad investire la donna, che avrebbe attraversato la strada all’improvviso dopo il passaggio dei corridori in fuga, è stata una moto della Guardia Repubblicana che poi, secondo le prime ricostruzioni, è poi finita su altre persone che si trovavano ai bordi della strada. Fontaine, portavoce della gendarmeria, ha confermato che la donna, di 61 anni, è deceduta dopo essere stata trasportata d’urgenza all’ospedale di Besançon.

Due feriti Secondo alcune testimonianze raccolte sul luogo dell’accaduto, sembra che altre due persone siano rimaste ferite nell’incidente, una donna di 37 anni e un uomo sulla sessantina, travolti anch’essi dalla moto. Da una prima ricostruzione dei fatti, la donna deceduta avrebbe attraversato la strada improvvisamente e la motocicletta l’avrebbe colpita in pieno per poi scivolare e travolgere gli altri due spettatori fermi sul ciglio della strada a guardare il passaggio dei corridori. I due feriti sono stati immediatamente trasportati all’ospedale Emile Muller a Mulhouse.

Gb, muore a 113 anni il più vecchio del mondo

di Redazione


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Londra - Una data di nascita che appartiene ai libri di storia, 6 giugno 1896: il cinema era ai suoi primi vagiti e gli Stati Uniti contendevano ancora il West agli indiani di Toro Seduto. Henry Allingham, l'uomo più vecchio del mondo, aveva questi numeri sulla carta d'identità. Veterano della Grande Guerra, è scomparso oggi, in Inghilterra, all'età di 113 anni. Da anni era uno degli ospiti della casa di riposo St Dunstan's. "Tutti qui siamo rattristati", ha detto il responsabile della struttura situata a Ovingdean, vicino a Brighton.


Sigarette, whisky, donne Ultimo sopravvissuto di un'epoca che non c'è più, aveva rilasciato un'intervista all'Independent qualche settimana fa nella quale svelava la sua insolita ricetta per una vita a lungo termine: sigarette, whisky, donne. Uno degli ultimi tre britannici superstiti della Grande Guerra, tra i fondatori della Royal Air Force, Allingham era diventato il più vecchio del pianeta, dopo la morte del giapponese Tomoji Tanabe, un altro che non aveva mai nascosto la passione per tabacco e alcolici. La sua reazione al record era stata sobria: una colazione e poi un pisolino celebrativo.


"La guera è stupida, nessuno vince" Un signore che aveva visto tre secoli diversi, sei monarchi inglesi, due guerre mondiali (e 18 coppe del mondo di calcio, cioè tutte) evidentemente non si faceva turbare da niente. E non era privo del gusto della provocazione: "Il mio segreto? Sigarette, wiskhy e donne molto, molto calde... L'importante è essere sempre quello che si è, non badare troppo ai consigli e vivere serenamente la vita che ti tocca di vivere, meglio se con un bel bicchiere in mano". Quanto alla guerra, lui che ne aveva combattute due, non aveva dubbi: "La guerra è stupida - amava ripetere l'ultracentenario - e nessuno vince".

Io uomo del Sud dico: chi va via è un vigliacco

di Angelo Mellone


Caro direttore, ho letto l’articolo di Giuseppe De Bellis e sono stato colto da sacro furore. Forse perché lui è del Barese e io sono tarantino, e pur essendo con-terronei ci guardiamo da Levante a Ponente e litighiamo da quando finì a mazzate dopo la Grande guerra per chi doveva piantare la statua della Vittoria (nell’occasione, vinsero i tarantini).

E poi, si sa, i pugliesi non hanno spirito di corpo come i calabresi o i sardi, ognuno se ne va per i fatti suoi, paesano nel cuore e individualista nella vita. Sia chiaro: De Bellis ha ragione. È vero, esiste una generazione terrona che è salita sull’aereo, è scesa ovunque e ovunque ha fatto fortuna. È vero che l’orgoglio terrone ha messo radici solide e globali, e ovunque vai, un circolo o un gruppo di amici, trovi sempre qualcosa o qualcuno che t’insuffla nell’anima qualche sana bordata di nostalgia, facendo fuoco e fiamme appresso alle parole magiche del dialetto che noi terroni portiamo in dote pure nelle banche di Singapore.

Ci sentiamo custodi dello spirito avventuriero, pronti a risalire il percorso fatto dagli antichi greci, le tribù barbare e i popoli normanni che nei secoli sono arrivati a Sud e hanno piantato le tende nella terra del sole. Poi la nostalgia finisce lì, paghi il conto della rimpatriata e torni ai fatti tuoi. Nessuno di noi, terroni emergenti e terroni emersi, vive nel senso di colpa o di sfiga per aver lasciato casa senza troppi arrivederci. Nessuno ci pensa nemmeno a trasportare, insieme alle valigie, sensi di colpa. Ma ecco perché le ragioni di De Bellis nascondono la loro metà oscura sotto il tappeto, anzi la inseriscono come file da cestinare nelle chiavette internet dei ragazzi «globalizzati nel lavoro e nel futuro», quelli connessi all’aeroporto di Bari. Il dramma dei nuovi terroni globali è che sono privi di sensi di colpa.

A noi basta pensare che siamo stati più bravi degli altri ad abbandonare la gabbia della controra e possiamo pure tornarci quando ne abbiamo voglia, quando sentiamo la necessità di pizza sole e taranta, tanto il Meridione ci ha dato quel poco che poteva, per noi pugliesi il ricordo degli ulivi, la fortuna dei tuffi in acqua ai primi di aprile, gli gnumareddi e Castel del Monte, l’orgoglio di essere cresciuti in una terra che (parole antiche di Franco Tatò) per un pelo non è diventata la nuova California, dopo che i californiani con il Primitivo ci hanno fatto lo Zinfandel guadagnando miliardi di dollari mentre le nostre vigne, fino a poco tempo fa, venivano vendute a quattro soldi in Piemonte come uva da taglio.

Il Sud ci ha dato questo, e noi appena abbiamo potuto siamo scappati. Tagliati i ponti, bruciate le navi storicizzato il ricordo. Uno può dire: ma a te cosa frega? Ci sei riuscito, sei stato bravo a trasformare la tua terronaggine in una sofisticata carta d’identità da esibire ogni volta che ti chiedono quant’è bello lu Salentu, e quando ne hai voglia le orecchiette di mamma che De Bellis rimpiange arrivano col pony express o le vai a mangiare dal bistrot pugliese vicino casa, molto chic e molto smart. Ci raccontiamo, dentro quei bistrot, che la Puglia è stupenda, sì, ma per portarci i figli in vacanza, e ce lo raccontiamo con quelle parole di circostanza con cui consideriamo il vero sfigato chi è rimasto a casa, chi non ha fatto fagotto e non ha avuto fortuna, quello poverino costretto a campare sempre nello stesso posto noioso senza aver assaporato il brivido dello sradicamento.

Lo sfigato non è l’emigrato ma l’autoctono, il compagno di banco rimasto «giù», incapace di emanciparsi dalle consuetudini ancestrali che possono piacere a Sergio Rubini, a Franco Cassano e ai troppi teorici delle virtù dell’«andamento lento» meridionali ma che a noi, terroni globalizzati, terroni wireless perché senza radici, possono essere propinate al massimo durante la Settimana Santa. La capa gira, ma pure le palle, ogni tanto. Ma fermiamoci un attimo, Giuseppe. Disconnetti la chiavetta, esci fuori dall’aeroporto e guardati attorno. A pochi chilometri dalle piste, la tua chiavetta potrebbe non funzionare perché non c’è campo. Arriva lì e riflettiamo assieme, per un attimo, senza piagnistei e senza recriminazioni straccione, su questa cifra abnorme: settecentomila emigrati in dieci anni. È un esodo. Siamo come i nordafricani o, se vogliamo essere considerati pionieri della nuova economia, come gli indiani di Bangalore.

A forza di stare lontano, faremo proprio come quell’indiano a cui chiesi di quale regione dell’India fosse e lui mi rispose: no, I’m british. Excuse me, sir. Aggiungo io qualche dato: il divario, in termini di Pil pro-capite tra Sud e Centro-Nord oltrepassa ormai i 42 punti percentuali. Il Sud è superato anche da Repubblica Ceca, Slovenia, Malta e Cipro. Gli investimenti esteri hanno registrato una riduzione di 7000 occupati nelle imprese a partecipazione straniera. Il divario infrastrutturale rimane fermo a 25 punti al di sotto della media nazionale. Con l’eccezione di qualche isola felice, i test scolastici disegnano il quadro di un’istruzione che frattura l’Italia in due. Si può andare avanti. Non so se questi dati ci possono autorizzare a parlare di una nuova questione meridionale, o di una questione meridionale che non si è mai risolta anche se è stata espulsa dal dibattito pubblico.

Comunque sia, sono dati che mettono spavento e dovrebbero incutere anche dentro di noi, terroni globali col vezzo della vocale aperta, una rabbia pazzesca. E il dubbio atroce che forse noi, i terroni globali, siamo dei traditori, dei disertori che hanno abbandonato il fronte perché avevamo la possibilità di comprarci il permesso di espatrio e una masseria una volta finita la guerra. Girarsi dall’altra parte è comodo, la scusa è pronta: sono dovuto emigrare per colpa di una terra amara e matrigna, per scappare alla disoccupazione e alla depressione intellettuale. Legittimo, eppure impossibile. Io sono vissuto in una città, Taranto, che negli anni Settanta era a piena occupazione, una città dinamica, colta, ricca grazie al siderurgico dove venivano a lavorare dalla Calabria, dalla Basilicata, dalle campagne pugliesi, persino dalle Marche. Una città di immigrazione, pensate voi. Sono io stesso il sangue misto di un matrimonio d’acciaio, mezzo tarantino mezzo genovese.

Oggi Taranto è una città di zombie, soffocata dalle polveri sottili, dilaniata dall’amianto, compromessa nell’identità e nella speranza di rifarsi una vita collettiva. Purtroppo ha ragione Caparezza: «Abbronzatura da paura con la diossina dell’Ilva. Qua ti vengono pois più rossi di Milva e dopo assomigli alla Pimpa»... Potessi, farei finta di niente, tanto che posso farci, che possiamo farci? Hai ragione, Beppe, la colpa di questo stato di cose non è del destino o della porca sorte. Il senso civico a sud del Lazio è un disastro.

La custodia dei beni culturali e paesaggistici pure: tanto per dire, una delle spiagge più belle di Tropea, Riaci, è stata soffocata nel giro di due anni da una colata continua di cemento, e certamente non sono stati gli Hyksos. Il sistema infrastrutturale è a pezzi. La qualità della classe politica è scarsa, ovunque, o perlomeno sotto la media. La borghesia è un’espressione, quando non evade troppo, della sola dichiarazione dei redditi. Ci sono intere province subappaltate ai poteri criminali. Le elezioni nazionali, è vero, si vincono al Sud perché al Sud il voto è mobile, ma è mobile non per l’esistenza di elettori razionali ma per blocchi di clientele che si spostano da uno schieramento all’altro.

Il Meridione non sforna più un ceto dirigente pronto a mettere in campo una visione di lungo periodo, dove si cominci a utilizzare e non dilapidare la manna che ogni tanto scende dal cielo stellato europeo. L’ultima a perdere rovinosamente la sfida è stata la sinistra dei «governatori», da Bassolino a Vendola guarda che disastro. Il Mezzogiorno non va né compianto né esaltato, va salvato, il prima possibile, prima che sia davvero troppo tardi. Ultima chiamata per Terronia. Il Mezzogiorno, registrato l’ennesimo fallimento della politica locale, va commissariato quasi in blocco. Va combattuta una durissima battaglia, casa per casa, ufficio per ufficio, giunta per giunta, per lo scambio tra erogazione delle risorse e rispetto delle regole. Le infrastrutture subito e a ogni costo.

Chiudere le università che sfornano ignoranti. Se serve una nuova Cassa del Mezzogiorno, come ha detto Giulio Tremonti, ben venga. Se mai avverrà, in questa gigantesca opera di salvataggio di una comunità spezzata, dove le gambe e il busto sono a Sud e le braccia e il cervello polverizzate altrove, ognuno dovrà fare la sua parte. Invocare l’obiezione di coscienza sarà difficile. Se i capitali possono rientrare in Italia dai paradisi fiscali, i terroni globali possono rientrare nel Mezzogiorno dai paradisi artificiali. O il Sud o tutti accoppati.

E stavolta Di Pietro evoca persino le Br

di Filippo Facci


La quantità di sciocchezze sparate ogni giorno da Antonio Di Pietro produce un effetto quasi narcotico, un ronzio di fondo, come per una zanzara cui si finge di abituarsi dimenticando che le peggiori pandemie della storia le hanno diffuse proprio i ditteri, i succhiatori di energie altrui.

L'abitudine a un personaggio che ci ammorba quotidianamente con le sue tattiche da marciapiede fa dimenticare che una strategia di fondo Di Pietro tuttavia ce l'ha, anche se molti fingono di non vederla: i media danno risalto a ogni sua sparata come se esporla corrispondesse al tempo stesso a una sua relativizzazione, a una forma di controllo, come si fa con un cane che lasci abbaiare perché almeno sai che non ti morderà. Ma è un errore. E pure frequente, in Italia.

Di Pietro è un personaggio che farebbe qualsiasi cosa e che infatti la sta facendo, pur mimetizzato dal suo sciocchezzaio di contorno e dal suo essere tutto e niente: grillino, politico, magistrato, ministro, reazionario di destra, movimentista di sinistra, spregiudicato compilatore di liste locali, tutto. Di Pietro, un passo alla volta e spalleggiato da una discreta compagnia di giro, punta allo sfascio di ogni baluardo di riferimento, all'inasprimento di ogni conflitto istituzionale, alla delegittimazione progressiva degli ultimi basamenti da noi ritenuti intoccabili come la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, per fermarsi alle tappe finali.

Il resto, ossia le più elementari dinamiche democratiche, cerca di svuotarle di significato da anni: è lui a ergersi a personificazione e presidio del contrasto tra magistratura e politica, è lui ad accodarsi ai balordi che straparlano di dittatura e fine della democrazia (si accoda perché lui non inventa mai: copia, si impossessa, succhia appunto le energie altrui) ed è lui a spiegare che va tutto male, che il peggio è sempre alle porte, che c'è disinformazione e plagio delle coscienze.

Gianni Baget Bozzo, uno dei pochi che comprese da subito, proprio un anno fa su questo giornale scrisse questo: «Che cos’è il partito giustizialista che Di Pietro sta costruendo? È un partito che tende a dimostrare che la democrazia è essenzialmente corrotta e il corpo elettorale sbaglia. Che ci vuole un altro potere per guidare il Paese sulla via della salvezza e che il voto degli elettori deve essere presidiato da un partito dell’ordine.

Il tema che lo Stato non possa essere affidato alla democrazia è la tesi fondamentale del pensiero reazionario. Se un popolo sente frustrato il bisogno fondamentale di sicurezza, se non riesce a ottenere con il suo voto ciò che pensa gli sia dovuto, si ha la crisi della democrazia. E Di Pietro mira proprio a questo, a mostrare che un corpo elettorale capace di dare la maggioranza a Berlusconi è un popolo immaturo, il cui voto va corretto in modo adeguato. Bisogna dimostrare che il popolo ha torto e che Berlusconi deve andarsene».

Come? In qualsiasi-modo-possibile. Ecco perché non gli importa niente di sputtanare il Paese con le sue balle puerili sparate sull'Herald Tribune (e pagate da noi) in coincidenza con un momento in cui la parte sana del Paese tifava appunto per il Paese, non per mezzo voto in più da guadagnare tra gli imbecilli. Ed ecco, scusandoci per la lunga premessa, come inquadrare le uscite che Antonio Di Pietro ha fatto anche ieri: dopo quelle dell'altro ieri e prima di quelle di oggi e di domani.

Uno sciocchezzaio, cioè, misto a uscite più pericolose. Ha detto: «Credo che potrebbero tornare sia le Br pilotate che quelle non pilotate, entrambe criminali, che vanno combattute... l'Italia dei valori sarà nei consigli di fabbrica e nelle piazze in difesa dei cassintegrati e dei lavoratori... Saremo protagonisti dell’autunno caldo. Parteciperemo direttamente, anche informando laddove la legge in via di approvazione impedisce di informare i cittadini».

Traduzione: io, Antonio Di Pietro, auspico un autunno caldo con tanto di Br da combattere o di cui incolpare il governo piduista, a seconda; sarò perciò nelle fabbriche e cercar di convincere gli astenuti della sinistra radicale che ancora non votano per me, e tutto quello che non quadrerà sarà perché non c'è informazione né democrazia.

Poi, altra uscita di ieri: «Alfano ha trasformato il suo ruolo istituzionale in quello di ministro servente delle posizioni dell’imputato Berlusconi... (questo grazie) al Lodo Alfano, al lodo sulle intercettazioni, alle cenette del giudice della Corte costituzionale».

Traduzione: Berlusconi è colpevole, Alfano è delegittimato, se la Corte costituzionale non boccerà il Lodo Alfano sarà perché anche la Consulta è corrotta.

Poi, terzo delirio dipietresco: «Spero davvero che la magistratura possa, anche attraverso le dichiarazioni di Ciancimino junior, ricostruire una verità che finora è stata occultata anche grazie a esponenti delle istituzioni... Dall’inchiesta di Palermo mi aspetto molto... si potrebbe riscrivere la storia italiana per quanto riguarda i grandi omicidi di mafia, ma soprattutto per quanto riguarda la grande corruzione d’allora e il grande riciclaggio di persone di oggi».

Traduzione: vediamo se da Palermo, al cinquecentesimo tentativo, stavolta riusciranno a sostenere che Forza Italia è stata co-fondata dalla mafia e che Berlusconi e Dell'Utri hanno fatto fuori Falcone e Borsellino: l'importante è che lo dicano, al resto ci penso io con la banda degli urlatori.

Follia al Tour: 2 ciclisti feriti a colpi di pistola

di Pier Augusto Stagi



Alla faccia del venerdì 17, alla tappa numero 13, e al diluvio quasi universale che ha bersagliato per tutto il giorno la tappa della “trilogia de Vosgi”. Ieri la giornata ha regalato l’ennesimo exploit di Nocentini, rimasto in maglia gialla, ma anche la pazzia. Al km 155, quando ne mancavano 45 al traguardo, un uomo tra la folla ha sparato tre proiettili di ferro con una pistola ad aria compressa: uno è andato a vuoto, il secondo ha colpito al polpaccio Oscar Freire («Ho sentito gli spari e poi un dolore lancinante alla gamba»), il terzo ha ferito di striscio alla mano il neozelandese Julian Dean. 

I due, curati in corsa, hanno comunque chiuso la tappa, la Gendarmerie ha aperto un’inchiesta, si pensa a un gesto di un folle. Ma è incredibile che gli organizzatori non abbiano dato alcuna comunicazione. 

Quanto a Rinaldo Nocentini, siamo alla settima maglia gialla consecutiva. «Ve l’avevo detto, me lo sentivo ­ dice raggiante -. La tappa non era semplice, ma si poteva fare. Ho corso con grande attenzione e tutto è filato liscio. I big non si sono attaccati? Meglio così. Avranno tempo per farlo. Già da domenica, con l’arrivo in quota. Lì mi aspetteranno tutti al varco: io spero di poter sorprendere ancora». 

Ci ha preso gusto Rinaldo, «eroe per caso», «uomo delle sette meraviglie», il «Nocentini sette bellezze» e chi più ne ha ne metta. Il suo destino sembrava segnato, lui ha tirato dritto. Adesso la strada dice che se tutto dovesse andare come dovrebbe, oggi a Besançon, l’ottava maglia ce l’ha già in valigia. Con le sue sette meraviglie ha eguagliato Learco Guerra e Francesco Moser, se questa sera dovesse arrivare a otto, raggiungerebbe Claudio Chiappucci. Prossimo obiettivo le nove di Fiorenzo Magni, «ma la cosa mi sembra un tantino più complicata», ammette lui. 

Bisogna anche dire che è un Tour molto sottotono, disegnato molto male e corso peggio. Basti dire che ieri, in una tappa bersagliata dal maltempo e senza un metro di pianura, un velocista ha vinto in montagna: una rarità. Heinrich Haussler, velocista che ha già dimostrato di sapersela cavare in salite non troppo impegnative, compie un'impresa, partendo nei primi km con un piccolo gruppetto di fuggitivi e poi vince in perfetta solitudine la 13ª tappa, da Vittel a Colmar, superando cinque gran premi della montagna, fra i quali uno di prima e uno di seconda categoria. 

Dietro i big preferiscono non muoversi. In mattinata, prima della partenza, l'Astana annuncia invece il ritiro di Leipheimer (4° in generale a 39" dal leader), che l’altro giorno, in prossimità dell’arrivo di Vittel è rimasto coinvolto in una caduta e si è fratturato un polso. 

L'iniziativa del tedesco Heinrich Haussler, del francese Sylvain Chavanel e dello spagnolo Ruber Perez Moreno è coraggiosa: scalano insieme il Col de la Schlucht, poi Perez Moreno perde terreno e sul Col du Platzerwasel Chavanel precede di poco Haussler, con il gruppo maglia gialla staccato di 3'10". Nella discesa il tedesco si scatena e stacca il compagno di fuga. 

Sorridente, dopo l’ennesima giornata all’attacco, Franco Pellizotti, terzo al Giro d’Italia, e da ieri sera fasciato con la maglia a «pois» di miglior scalatore. Non saremo qui per vincere il Tour, ma una cosa è certa: lo stiamo onorando.


A Grillo la tessera del Pd E la sfida: "2mila firme poi li mando tutti a casa"

di Redazione

Avellino - Alla fine ce l'ha fatta. Beppe Grillo è il tesserato numero 40 del circolo "Martin Luther King" di Paternopoli. Il tesseramento è stato autorizzato dal segretario del circolo locale, Andrea Forgione, che ha voluto così lanciare "una forte provocazione" alla dirigenza nazionale del partito. Ma il Pd si affretta a correggere: "Iscrizione priva di ogni valore".

Il tesseramento del comico E' stata una lunga battaglia. Prima la candidatura, poi gli ostacoli dal vertice del partito. Infine il tesseramento. Cosa succederà poi non si sa. Quel che è certo è che il comico genovese è riuscito a fare un altro passo verso la propria candidatura alle primarie del Partito democratico. La tessera, l'ha ottenuta in quel dell'Irpinia grazie allo zampino di un segretario di partito accondiscendente e stufo delle logiche interne al Loft democratico. "Il caso Grillo costituisce un precedente molto grave - spiega lo stesso Forgione - Chi ha infatti la legittimazione a decidere chi tesserare e chi no? Beppe Grillo non è iscritto a nessun altro partito e ha una fedina penale pulita, quindi perchè negargli la tessera? Non vogliamo - conclude l'esponente democratico - che il Partito democratico si trasformi in un partito burocratico".

Il comico torna alla carica Ora il secondo step. Il comico genovese rinnova, infatti, la propria intenzione di raccogliere le firme e candidarsi alla segretertia del Pd. "Sono contento. Ma io devo prendere 2mila firme entro due giorni e non so se ce la faremo. Però andrò al congresso a parlare" e comunque "proverò fino all’ultimo secondo possibile. Nel caso, comunque, va bene anche così - spiega Grillo - Vuol dire che io sono tesserato e che andrò al loro congresso a parlare. Adesso bisogna vedere se lo statuto prevede che un tesserato parli al congresso. Se non ci sarà un’altra commissione di garanzia dove l’articolo 4 del paragrafo 9 dirà che io non posso parlare allora vedremo. Comunque andrò al congresso. Questo è sicuro". 

Il Pd alza le barricate "L’iscrizione al Partito democratico di Beppe Grillo è da considerarsi priva di ogni valore", ha subito commentato Tino Iannuzzi, segretario regionale della Campania, ricordando che "la Commissione nazionale di Garanzia del nostro partito, con una decisione che produce i suoi effetti sull’intero territorio nazionale, ha giustamente stabilito che Grillo con il suo movimento politico ha ispirato posizioni totalmente contrarie e ostili alla linea e all’azione politica del Pd". Sulla stessa linea anche Gero Grassi, viceresponsabile nazionale Organizzazione del Pd: "L’accettazione da parte di qualunque coordinatore di circolo della richiesta di iscrizione di Grillo è da considerarsi un’iniziativa estemporanea palesemente contraria allo Statuto".



Contro la Casta: stop ai viaggi gratis per gli ex senatori

di Francesco Cramer




Roma - Metti piede in Parlamento anche solo per una legislatura e come per incanto non paghi un euro per i tuoi viaggi. Trasferta di lavoro o gitarella con famiglia poco importa. Il mezzo lo scegli tu: treno, traghetto, automobile, aereo. La casta tratta bene i suoi affiliati, siano essi in esercizio oppure no. Già, perché il senatore che abbia scaldato la poltrona vellutata di palazzo Madama nella V legislatura, anno 1968, governi Leone e Rumor, s’è pure guadagnato il diritto a spostarsi gratis. Tutto a spese dello Stato. È il caso di Emilio Bonatti, ex Pci, fuori dalle stanze del potere da 37 anni. 

Oppure un altro, preso a caso tra il battaglione dei 1.056 ex senatori: Gian Mario Albani, classe 1927, ex partigiano, anch’egli eletto nelle file del Pci nel ’68. Pure lui sono decenni che viaggia a sbafo. Tanto paga Pantalone. Il quale scuce all’anno, e solo per gli ex senatori, 1.736.000 euro. Mica vorremmo far metter mano al portafoglio a chi ci ha rappresentati nella fabbrica delle leggi, anche solo per pochi anni, quando arriva al casello di Melegnano sud. O prima di fare il check-in a Fiumicino o dopo la fila alla stazione di Bologna. Giammai. 

Il problema è che, in un periodo di vacche magre, l’attuale presidente del Senato Renato Schifani s’è messo in testa di rendere un po’ meno spassoso il Paese dei balocchi-Italia. Così, la primavera scorsa, ha preso in mano i bilanci di palazzo Madama e dato un preciso mandato al collegio dei senatori questori (coloro che sovrintendono alla buona amministrazione del Senato): tiriamo la cinghia. E nelle pieghe di Sprecopoli sono saltate fuori le delibere che concedono benefit e rimborsi ai viziati «ex».
Romano Comincioli (Pdl), Paolo Franco (Lega) e Benedetto Adragna (Pd) si sono presi così la briga di limare un po’ le beneficenze di Stato, anche alla luce dei freddi dati loro in possesso. 

Gli ex colleghi bruciano ogni anno 775mila euro in voli; 551mila euro in viaggi in treno; 410mila euro in scampagnate con l’auto. Cosicché s’è arrivati a una proposta, riassunta in una delibera che ha letteralmente mandato in bestia l’Associazione degli ex parlamentari, sorta di sindacato delle vecchie (e onorevoli) glorie. L’ente presieduto da Franco Coccia, deputato dalla quarta legislatura (1963) alla settima (1976) ha persino scritto a Berlusconi e a Schifani per lamentare l’odioso colpo di scure. Lagnandosi col solito ritornello in salsa sindacale: nessuno ci ha consultati. Perdio, il senso della missiva ai senatori, un po’ di solidarietà a chi fu quello che siete voi oggi non guasterebbe. 

E dire che la stretta ai cordoni della borsa non sarebbe così traumatica. Il collegio dei senatori questori ha infatti buttato là la seguente proposta: a fine mandato i senatori si paghino da sé caselli autostradali e traghetti; per i viaggi in aereo e in treno si preveda un plafond annuale di rimborso che però comporti una spesa complessiva pari alla metà di quanto si spende oggi; la durata del beneficio, comunque, non potrà più essere vita natural durante ma proseguirà per non più di due legislature dopo la cessazione del mandato. Oddio, e se la legislatura dura poco come quella dell’ultimo governo Prodi (2006-2008). Inutile dire che qualcuno ha arricciato il naso e proposto un più sicuro limite temporale: e se facessimo dieci anni e non se ne parla più?

Naturalmente c’è un altro elemento che rende più macchinosa la fine dello sperpero: il Senato dovrebbe procedere di pari passo con la Camera. L’obiettivo è quello di arrivare a un regolamento analogo tra i due rami del Parlamento e a fine luglio i senatori «tagliatori» dovranno riferire al presidente Schifani dei contatti presi con i «cugini» di Montecitorio. Poste le basi suddette per limitare i trasporti a costo zero, il numero dei privilegiati scenderebbe così dagli attuali 1.056 a «soli» 291. E gli altri 765, poverini? Tutti quelli, cioè, che a palazzo Madama hanno sudato sette camicie ma soltanto prima delle elezioni del 2001? Per loro arriverà presto l’onta di sentirsi come un comune mortale che scuce quello deve al casello, al check-in, in stazione. 

E a Montecitorio? Rimborsi a valanga pure lì e non è che gli ex deputati non viaggino, anzi. L’esercito degli onorevoli cessati dal mandato è di 1.600. Tutti soldatini viaggianti che pesano sul bilancio della Camera per circa 2,5 milioni di euro. Soltanto dieci giorni fa, in aula, il questore deputato Antonio Mazzocchi ha assicurato i colleghi: anche noi faremo come a Palazzo Madama. «Per garantire una sostanziale uguaglianza di trattamento degli ex parlamentari tra Camera e Senato arriveremo a intese con l’altro ramo del Parlamento». Poi la conferma: «Il Senato ha già adottato alcune decisioni sul tema, che comunque entreranno in vigore a decorrere dal 1° gennaio 2010. E resta l’impegno di operare nel quadro di una complessiva riforma della condizione dei parlamentari in carica e dei cessati dal mandato, in chiave di risparmio».


Da lunedì alcolici vietati agli under 16

Il Comune di Milano è il primo in Italia a colpire il consumo di alcol

I genitori sanzionati con una multa di 450 euro, così come i commercianti che violano la disposizione



MILANO - La città della Madonnina fa da apripista: da lunedì i giovani sotto i 16 anni non potranno acquistare né consumare alcolici in strada o nei locali: se trasgrediranno i genitori saranno sanzionati con una multa che può arrivare a un massimo di 450 euro (che salgono a 500 se la contravvenzione non viene pagata entro i primi cinque giorni), così come i commercianti che violeranno la disposizione. Il Comune di Milano è il primo in Italia a colpire non soltanto gli esercenti per la vendita e la somministrazione, ma anche i minori di 16 anni per il consumo e la detenzione di alcolici.

ORDINANZA - Come annunciato dal sindaco Letizia Moratti, la giunta comunale ha approvato la delibera che fissa l'importo della sanzione e in serata lo stesso primo cittadino firma l'ordinanza che impone a vigili, polizia, carabinieri e guardia di finanza il compito di far rispettare la nuova regola. Il divieto entrerà in vigore la prossima settimana con la pubblicazione del provvedimento nell'Albo pretorio.

Le multe, spiega il vice sindaco Riccardo De Corato, saranno inviate ai genitori dei ragazzi, come prevede la legge trattandosi di minori. Sono previsti anche il sequestro cautelare e la confisca amministrativa delle bottiglie. Il provvedimento sarà valido per un periodo sperimentale di 120 giorni. «È un'ordinanza che abbiamo ritenuto necessaria - ha detto la Moratti -, siamo i primi in Italia e speriamo di essere i primi anche nei risultati positivi perché in Italia i giovani minori che devono sono oltre 750mila. A Milano il 34% dei ragazzi di 11 anni hanno già avuto problemi di alcolici. Pensiamo che questa ordinanza vada ad arginare questo fenomeno».

CONTROLLI - All'entrata in vigore dell'ordinanza si accompagneranno servizi mirati e controlli per verificarne l'adempimento, affidati a tutte le forze dell'ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza e polizia locale. «Ovviamente non basta quest’ordinanza - afferma il sindaco -: alle politiche di sicurezza devono essere accompagnate politiche sociali e strutturali. Dare ai ragazzi voglia di costruire il proprio futuro e a realizzare i propri sogni. Questa è la parte più difficile. Occorre aumentare spazi e luoghi dove anche guidati da un confronto con gli adulti abbiano l'opportunità di realizzare esperienze e progetti».

PRO E CONTRO - Il provvedimento sarà applicato in prevalenza nei quartieri della movida e, soprattutto nel periodo estivo, nei parchi. Per come è stato formulato, non colpirà il ragazzino che esce dal supermercato o dal negozio di alimentari con una bottiglia di un alcolico nella busta della spesa. «Mi impegnerò in prima persona - ha assicurato l'assessore alla Salute Giampaolo Landi di Chiavenna - a coinvolgere i commercianti per stilare un codice di autodisciplina con cui si impegnino comunque a non vendere alcolici ai minori di 18 anni». Nelle scorse settimane l'Unione del Commercio, a nome di tutti gli esercenti, aveva dato l'assenso al divieto. Ma il provvedimento, su cui si sono espressi favorevolmente anche molti medici e tossicologi, non è stato risparmiato dalle critiche di chi ritiene che le politiche proibizioniste non siano efficaci nel risolvere la diffusione dell'alcol tra i giovani.

PRECEDENTI - Il provvedimento rafforza l’ordinanza in atto dal 4 novembre 2008 che pone il divieto di consumare e detenere bevande alcoliche in contenitori di vetro o di latta in luoghi pubblici o aperti al pubblico del Comune e fa seguito a un'altra ordinanza "anti-sballo", che punisce con una multa di 500 euro chi fuma spinelli all'aperto. Altre città hanno preceduto Milano, ma senza punire i consumatori di alcol. A Monza, dal 1° luglio, un'ordinanza punisce con multe fino a 500 euro chi vende alcolici ai minori di 16 anni.

Il divieto si estende non solo ai titolari degli esercizi pubblici, ma anche ai gestori dei distributori automatici. Stesso discorso per Arcore, dove un'ordinanza del 13 luglio punisce con una sanzione fino a 500 euro il commerciante che vende alcolici a minori di 16 anni. Anche Roma si è mossa su questa strada, ma limitandosi a un protocollo firmato il 22 giugno dal sindaco Gianni Alemanno con Confesercenti e Confcommercio per regolamentare la vita notturna nella Capitale. Tra le regole inserite nel protocollo, oltre a una sorta di patente a punti per le discoteche, il divieto di somministrazione degli alcolici ai minori di 16 anni.

17 luglio 2009