lunedì 20 luglio 2009

McCartney è morto? Le analisi sul suo cranio non smontano la credenza

Su Wired il lavoro di un informatico e un medico legale che hanno esaminato il caso

Le analisi scientifiche non smontano la credenza che il musicista sia scomparso nel 1966 dopo un incidente


Nemmeno la scienza è riuscita a mettere la parola fine a una delle leggende metropolitana più longeve: quella secondo cui Paul McCartney sarebbe deceduto nel 1966 in un incidente stradale e che, da allora, sarebbe stato sostituito da un sosia. Una scienziata e un informatico hanno così indagato sul cranio del musicista per dimostrare che la leggenda nata 40 anni fa è una bufala. Il risultato però va contro le loro aspettative: i dubbi restano e cinque prove dimostrerebbero che McCartney, dal 1966, potrebbe essere stato sostituito da un sosia.

Nel nuovo numero della rivista Wired, vengono ricostruite le indagini svolte da due detective d’eccezione, l’informatico Francesco Gavazzeni e il medico legale Gabriella Carlesi, per dare una risposta al quesito: chi è veramente quel Beatle? Nel 2006 i due super consulenti, che in passato hanno collaborato a indagini come quelle sul Mostro di Firenze, l’attentato a Giovanni Paolo II e l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, hanno accettato la sfida di applicare le tecniche medico-forensi di comparazione biometrica a gruppi di fotografie che ritraggono Paul McCartney dalla prima metà degli anni ‘60 ai giorni nostri. Doveva essere un caso semplice, un fascicolo da aprire e chiudere in pochi minuti con la prevedibile sconfessione scientifica di una delle più longeve, tenaci e articolate leggende metropolitane di ogni tempo.

IL GIALLO RESISTE - Invece, come in un vero giallo, i confronti biometrici su conformazione del cranio, curva mandibolare, padiglioni auricolari, dettagli di dentatura e palato hanno mostrato discrepanze sempre più significative e sconcertanti tra le immagini scattate prima e dopo il 1966. La perizia di Francesco Gavazzeni e Gabriella Carlesi si è chiusa così senza un verdetto inequivocabile. Non poteva essere altrimenti, visto che l’analisi antropometrica e craniometrica si esprime solo in termini di compatibilità, non di certezza. Stavolta la scienza non offre risposte, anzi rilancia clamorosamente i dubbi.

20 luglio 2009


Robert Capa impostore? il mistero del "miliziano"

di Redazione



Madrid - La celeberrima foto di Robert Capa, che ritrae un miliziano repubblicano morente durante la guerra civile spagnola, è sicuramente un falso. Il quotidiano di Barcellona El Periodico de Catalunya ha accertato che la celebre foto fu scattata nei pressi di Cordoba, in Andalusia, nel villaggio di Espejo, e non nella località di Cerro Muriano, come affermato dal fotografo di origine ungherese. Il quotidiano precisa che le due località sui trovano a 50 km di distanza, con il decisivo particolare che ad Espejo nei giorni in cui venne scattata la foto non si svolgeva alcun combattimento tra i miliziani repubblicani e le forze fasciste agli ordini di Francisco Franco.

L'accusa a Capa Il quotidiano di Barcellona ha accertato che la foto di Capa è stata scattata ai primi di settembre del 1936, quando Espejo era ancora saldamente nelle mani delle forze repubblicane, mentre una battaglia era invece in corso a Cerro Muriano. Solo a fine settembre si registrò qualche scontro isolato a Espejo, peraltro senza vittime. A metà degli anni Novanta si era scoperto che il miliziano ritratto da Capa era un anarchico, Federico Borrell Garcia, morto effettivamente in combattimento, ma non in campo aperto come nella celebre foto, bensì dietro un albero. A far crollare il mito della foto è anche un libro dello studioso Josè Manuel Susperregui, Sombras de la fotografia (Ombre della fotografia), in cui si rivela che l'immagine è stata scattata con una Rolleiflex, appartenuta alla compagna di Capa, la tedesca Gerda Taro, morta nel 1937 nei pressi di Madrid, mentre Capa fotografava esclusivamente con una Leica. La Rolleiflex produce negativi di forma quadrata, i negativi della Leica sono, invece, rettangolari.

La fotografia e l'errore Il Periodico spiega che ad Espejo si erano effettivamente svolti combattimenti nel mese di agosto tra le forze repubblicane ed i franchisti, ma quando Capa e la Taro erano giunti sul posto il fronte si era già spostato più avanti. Da qui il sospetto che pur di ottenere immagini di drammatica attualità, il fotografo abbia "inscenato" la morte del miliziano. È comunque incontestato il fatto che altre foto scattate da Capa durante la guerra civile spagnola sono state da lui "costruite". Secondo lo scrittore Javier Cercas, "ci troviamo di fronte ad un fotografo che ha barato. 

Ciò non toglie nulla al valore della sua opera, ma forse alla sua reputazione come persona". Robert Capa, nato a Budapest nel 1913, era lo pseudonimo di Endre Erno Friedmann. Nel corso della sua carriera il celebre fotografo di guerra documentò tra l'altro l'avanzata degli Alleati in Italia a partire dallo sbarco in Sicilia nel 1943 e lo sbarco alleato in Normandia sulla spiaggia di Omaha Beach il 6 giugno 1944.

Roma, giapponesi in fuga: "Truffe e servizi scadenti"


di Redazione


La replica di Confcommercio "I giapponesi vengono da un Paese che forse ha qualche mariuolo in meno ma dei prezzi veramente eccessivi per tante popolazioni che lo visitano e forse per questo hanno meno turismo dell’Europa". Liquida così il presidente di Confcommercio Roma e Lazio, Cesare Pambianchi, le critiche ricordando che "del resto Roma e l’Italia continuano ad essere pieni di turisti, che spesso tornano, non solo per visitare le bellezze storico-artistiche, ma anche per la qualità dei servizi offerti".

Per questo "ritengo - ha aggiunto - che l’articolo che critica l’Italia sia una reazione a quanto accaduto nelle scorse settimane a turisti giapponesi in un ristorante del centro di Roma o con alcuni tassisti poco onesti, ma credo sia troppo facile fare di queste cose l’esempio per giudicare la qualità della nostra offerta turistica".




Violentavo le vergini prima di portarle al patibolo»

Un membro della milizia iraniana dei Basiji, in un’intervista apparsa oggi sul quotidiano Jerusalem Post, ha raccontato di aver `sposato´ la notte prima delle esecuzioni giovani donne condannate a morte per aggirare in questo modo il divieto religioso islamico di portare al patibolo una vergine.

La guardia, che nell’intervista telefonica al giornale ha chiesto di restare anonima, ha anche detto che molte delle brutalità commesse contro i manifestanti nei recenti disordini a Teheran sono state attuate da reclute di 14-15 anni fatte affluire nella capitale da villaggi dell’interno.

Il Basiji ha detto di essere stato punito dai suoi superiori con un periodo di detenzione, per il «crimine» di aver permesso a due giovani manifestanti di 13 e 15 anni di sfuggire all’arresto durante una delle manifestazioni di protesta contro i risultati delle elezioni, che hanno assegnato la vittoria al presidente uscente, l’ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad.

L’uomo ha rievocato il suo passato di guardia carceraria, compito nel quale, a suo dire, si era talmente distinto da meritarsi l’ «onore», all’età di 18 anni, di sposare temporaneamente delle giovani prima della loro esecuzione. «La notte prima dell’esecuzione - ha spiegato - si tiene un matrimonio: la giovane donna è costretta ad avere un rapporto sessuale con una guardia: in effetti è vittima di stupro da parte del `marito´».

«Di ciò mi rammarico, anche se i matrimoni erano legali» ha detto la guardia. «La maggior parte delle ragazze avevano più paura della loro `notte matrimoniale´ che dell’esecuzione che le attendeva la mattina dopo. Poiché facevano sempre resistenza, dovevamo mettere un sonnifero nel loro cibo. La mattina dopo le ragazze avevano uno sguardo vuoto, come se fossero pronte o volessero morire».
Continua la guardia: «Ricordo come piangevano e gridavano dopo (lo stupro).

Non mi scorderò mai una giovane che dopo si era graffiata il volto e il collo con le sue unghia. Era piena di graffi profondi». Il regista iraniano Babak Payami presentò al festival di Venezia, nel 2003, un film che raccontava proprio la drammatica vicenda di una donna condannata a morte da un Consiglio degli anziani ma costretta a sposare il suo boia per rispettare il divieto di giustiziare una vergine. La pellicola, intitolata `Il silenzio fra due pensieri´, non è mai uscita in Iran.


Grillo: "Il Pd è un carro funebre" Romagna, una sberla per Fassino


di Francesco Cramer


Roma - Il Pd continua ad avere un Grillo per la testa: non passa giorno che i dirigenti del partito non si prendano un cazzotto in bocca dal comico. Il quale, alla spasmodica ricerca di un pertugio in cui infilarsi per sputtanare la sinistra al suo congresso di ottobre, alla fine ce l'ha fatta. Una tessera se l'è infilata in tasca, anche se non è detto che possa, di fatto, partecipare alla corsa per la segreteria. Nell'attesa, pesta come un fabbro i vertici piddini. Che, democraticamente, incassano una volta a testa, un po' per uno. Ieri è stata la volta di Fassino, sponsor di Franceschini, che ha vissuto una vera e propria domenica bestiale. Schiaffi da Grillo e sberle pure dal segretario Pd di Imola che gli ha scritto una lettera di fuoco. Ma andiamo con ordine.

Appena annunciata la volontà di scendere in campo per far piazza pulita di quei, parole di Grillo, «rifiuti tossici della sinistra», dal partito è stata fatwa. Tutti a sbattergli la porta in faccia, terrorizzati dal comico sempre più acclamato dalla base. E via con il niet da mezzo pubblico: «Il partito non è autobus» (Bersani); «Il partito non è un tram» (Melandri); «Il partito non è un taxi» (Fassino). «L'unica cosa certa che sappiamo del Pd è che non è un veicolo a motore», aveva subito risposto Grillo sul suo blog. E ieri è tornato sull'argomento, ripescando la metafora fassiniana del taxi: «Ha ragione - ha detto in un'intervista al settimanale tedesco Der Spiegel -. Non è un taxi ma un carro funebre». E ancora, sulla stessa lugubre cifra stilistica: «Se entrassi in questa gara finta, che chiamano primarie, probabilmente vincerei. Di questo i capi hanno una maledetta paura. L'intera sinistra è un imbroglio: sono morti che camminano».

L'altro ceffone Fassino lo ha preso dal compagno di partito Fabrizio Castellari, segretario del Pd di Imola. Tipico caso di fuoco amico che però ci sta in un momento in cui i coltelli sono sempre più affilati in vista della conta congressuale.

Il casus belli sarebbe il mancato invito alla festa del partito di Imola, che a Fassino proprio non è andato giù. Forse perché lì, in Emilia Romagna, quasi tutti sostengono il dalemiano Bersani e non il fassinian-veltroniano Franceschini? Sta di fatto che il lamento a mezzo stampa ha così provocato la reazione stizzita del Pd imolese. «Carissimo Piero - ha così scritto il segretario cittadino Fabrizio Castellari - abbiamo letto con sorpresa una tua battuta infelice circa il tuo mancato coinvolgimento alla nostra festa estiva, a tuo dire dopo dieci anni di ininterrotta presenza». Poi, i puntini sulle "i": «Negli ultimi dieci anni hai fatto tappa alla nostra kermesse soltanto due volte, l'ultima nel 2003». L'ultima stilettata è di quelle che fanno male: «È sempre inelegante tirare gli argomenti ai propri fini, anche quando non si prestano o sono del tutto infondati, quando non poggiano su nulla».

Parole come pietre che hanno obbligato il povero Fassino a scartabellare l'agenda degli ultimi anni per sapere con precisione tutte le volte che è passato da lì.


Una replica che cerca di depurare i rapporti sempre più tossici tra franceschiniani e bersaniani: «Agenda alla mano non è difficile verificare che nel corso degli ultimi 10 anni, su invito dei dirigenti locali, sono stato ad Imola ogni anno, almeno una volta, per partecipare a feste e a iniziative politiche e istituzionali», ha ribattuto Fassino. Che poi ha aggiunto: «Per stare soltanto all'ultimo periodo, nel 2008 ho preso parte alle celebrazioni del 25 Aprile e poi a manifestazioni in sostegno del sindaco Manca e dell'onorevole Marchignoli». Ma, insomma, per quell'invito mai arrivato, male c'è rimasto male: «Proprio per questa intensità e frequenza di rapporti mi sono stupito di non aver ricevuto, come sempre in passato, l'invito a partecipare alla festa del Pd».

La Spezia, un’azienda assume 21 parenti: nuovo scandalo nel Pd

di Diego Pistacchi


La Spezia - Acam fa acqua. Se è per questo, dovrebbe fare anche gas e distribuirlo ai cittadini della Spezia e zone limitrofe. E poi dovrebbe, per statuto, fare tante altre cose. Ma fa acqua nel senso che è l’unica azienda italiana multiservizi a riuscire a perdere milioni di euro come il Pd i voti. Un dato immediato, preso al volo dal bilancio 2008 del gruppo Acam: un deficit pari a 46 milioni e 763mila euro. Il tutto mentre le concorrenti fanno soldi a palate: Hera (Emilia Romagna) più 110 milioni, Iride (Genova-Torino) più 114, Acea (Lazio-Campania-Umbria-Toscana) più 186, A2A (Lombardia-Piemonte Sud) addirittura più 316.

Cosa ci sta a fare sul mercato Acam? A dare posti di lavoro, ad esempio. Chiuderla vorrebbe dire lasciare a casa mezzo Pd e relativi familiari. Cioè potrebbe voler dire cercare un altro posto di lavoro a Silvia Orlando, sorella dell’onorevole Andrea, portavoce nazionale del partito e unico parlamentare eletto dal centrosinistra in provincia della Spezia. O Franco Federici, fratello di Massimo, sindaco Pd della Spezia. Entrambi dipendenti Acam, come Massimiliano Nardi, figlio di Gino, ex sindaco ds del Comune di Arcola fino al 2003. O come Davide Bravo, figlio di Franco, l’ex presidente Pd del consiglio comunale della Spezia nella passata legislatura. O come Paolo Sordi, figlio di Gabriella Malpezzi, segretaria particolare dell’ex sindaco della Spezia Giorgio Pagano, Pd naturalmente.

Tutti o quasi assunti in Acam senza una selezione pubblica. Così come Francesca Simonelli, convivente di Enrico Conti, ex consigliere di amministrazione della stessa azienda spezzina e naturalmente in quota Pd (area Rutelli). O anche come Federica Vivaldi, l’ex convivente dell’attuale presidente di Acam Acque Spa (Walter Bertoloni, in quota Rifondazione) ed ex vicesindaco di Santo Stefano Magra, ha un posto in società. La sinistra Parentopoli all’acqua di Spezia prosegue ad esempio con Silvia Mariotti, figlia dell’ex senatore del Psi, oggi deceduto, Gianfranco Mariotti, o con Gianni Traversone, figlio di Giorgio, ex sindaco di Sesta Godano e oggi assessore provinciale Sdi. Ex sindaci molto conosciuti nello Spezzino, come Sauro Castagna che guidò Ortonovo con i voti del Pci negli anni Ottanta e Avio Lucetti, primo cittadino di Lerici nello stesso periodo, hanno i rispettivi figli, Enrico e Gianni a libro paga di Acam.

Dalle parentele di primo grado si passa agli amministratori in nomina diretta. Quelli che nell’azienda ci lavorano direttamente, senza passare tramite congiunto. Maurizio Corona, attuale presidente del consiglio comunale di Sarzana, con tessera Pd e Cgil, è collega di Gianni Lucchetti, sindaco in carica a Sesta Godano, Pd inutile specificarlo. E anche di Dino Bologna, sindaco fino a un mese fa di Fosdinovo, compagno di partito (democratico) e di lavoro di Luciano Piccinotti, ex vicesindaco di Follo con un trascorso da ex presidente del consiglio comunale della Spezia nelle passate legislature. Anche Saverio Machedda, Pd come gli altri, oltre che dipendente Acam, è anche consigliere comunale di Riccò del Golfo e delegato dal sindaco per i rapporti con la «multiservizi» di cui è dipendente. Seguono a ruota cinque figli di sindacalisti Uil e Cgil come Matteo Dané, Paola Scarciglia, Dario Merlisenna e le sorelle Sabrina e Barbara Vasoli, inseparabili anche quando c’è da trovare un lavoro.



La Campania assume l’esercito dei «comandati»

La denuncia del vicepresidente Ronghi: «infornata» di distaccati da società a partecipazione pubblica 

ROMA — Parolina magica: comanda­to. Per un dipendente pubblico essere co­mandato significa il trasferimento dal­l’amministrazione che lo ha assunto a un altro ufficio. Più comodo, più prestigioso, soprattutto meglio retribuito. Insomma, un destino super ambito. Anche perché dovrebbe essere riservato a pochi fortuna­ti destinatari di incarichi che non si po­trebbero ricoprire in altro modo. Tranne che al Consiglio regionale della Campania, dove i comandati da altre am­ministrazioni sono la bellezza di 223: per un costo di almeno una dozzina di milioni l’anno.

Sono arrivati da tutte le parti. Dalle Asl. Dall’Inps. Dai mini­steri dell’Istruzione, delle Infrastrutture, dell’Economia, dei Beni Culturali, della Di­fesa, della Giustizia. Dai Comuni: perfino da quello di Siena. Dalle Province. Dalle Università. Ma c’è chi è stato comandato al Consiglio regionale della Campania an­che dalle Poste e dall’Atm: proprio così, anche l’azienda di trasporti controllata dal Comune di Milano.

Siccome i distaccati dalle altre ammini­strazioni pubbliche non bastavano, allora con una leggina regionale del 2002 si è estesa la possibilità di far distaccare nel brutto palazzone del centro direzionale di Napoli dove ha sede il Consiglio, pure i di­pendenti delle imprese pubbliche. Ma nemmeno controllate completamente dal­lo Stato o dagli enti locali, visto che per farsi recapitare nel dorato mondo della politica campana era sufficiente risultare dipendente di una società nella quale la partecipazione pubblica non fosse «infe­riore al 49 per cento».

Il giochino era sem­plice: bastava far assumere una persona da una società del Comune o della Regio­ne, dove si può entrare per chiamata diret­ta, e farla poi distaccare presso la segrete­ria di un politico. Dove, guarda caso, si trova la maggior parte dei comandati. Scorrendo il loro elenco si scopre che i di­pendenti di società, amministrazioni ed enti pubblici distaccati presso strutture politiche, come i gruppi dei partiti, sono circa 150. Alla segreteria di Alessandrina Lonar­do, presidente del Consiglio regionale nonché consorte dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, ci sono 14 comandati.

Quelli del gruppo Pd sono 22: fra loro, secondo la lista, ci sarebbe anche una persona proveniente da Enel distribuzione spa, società che fa parte di un gruppo nel quale la partecipazione pubblica è ben inferiore al 49% previsto dalla legge regionale. Ben otto sono nel gruppo del Nuovo Psi. Una dozzina in quello di Forza Italia. E ben sei sono alle dipendenze del questore al personale Ful­vio Martusciello. Nel tentativo di mettere un freno a que­sto meccanismo infernale, qualche anno fa si decise di bloccare il flusso dei coman­dati dalle aziende pubbliche. Inutile dire che il promotore di questa iniziativa, il vi­cepresidente del consiglio regionale Salva­tore Ronghi, ora esponente del Movimen­to per le autonomie, non si fece molti ami­ci.

Ma non aveva previsto l’inevitabile col­po di coda. Un giorno di gennaio del 2008, mentre si votava la legge finanziaria locale, passò senza colpo ferire un emen­damento trasversale che prevede di fatto la stabilizzazione nei ruoli del consiglio re­gionale del personale in posizione di co­mando proveniente da altre amministra­zioni: compresi, ovviamente, i circa 80 di­pendenti delle imprese pubbliche e para­pubbliche. Erano le tre del mattino. La norma in questione è l’articolo 44 della legge regionale numero 1 del 2008 e stabi­lisce che i comandati possono venire col­locati in un’apposita graduatoria e accede­re a «corsi concorsi» a loro riservati per passare a tutti gli effetti alle dipendenze del Consiglio.

Per gestire questa procedu­ra è stata nominata il 2 luglio scorso una commissione di nove (nove!) persone pre­sieduta da un dirigente dell’amministra­zione, Girolamo Sibilio, ma con forti vena­ture politiche. Ovviamente bipartisan. Per dirne una, ne fa parte anche Anna Fer­razzano, vice presidente della giunta pro­vinciale di Salerno, già commissario di Forza Italia nella città campana. Secondo Ronghi ce n’è abbastanza per far scoppiare uno scandalo, mettendo an­che in azione la magistratura: «E’ del tut­to illegale assumere in questo modo i co­mandati provenienti dalle aziende a parte­cipazione pubblica. La legge stabilisce che non si possa venire assunti in una pubbli­ca amministrazione se non tramite con­corso pubblico, e sottolineo pubblico.

I corsi concorsi previsti dall’articolo 44 ser­vono soltanto per aggirarlo facendo di­ventare dipendenti del consiglio regiona­le gli amici dei politici assunti fittiziamen­te dalle società miste». Non sarà un caso che da quando è nata la Regione Campania, nel 1970, nel consi­glio regionale non è mai entrato un dipen­dente per concorso pubblico. Il primo con­corso (per 36 posti) è stato bandito nel 2005, ma non è stato ancora fatto.

E la pro­spettiva della stabilizzazione di tutti i co­mandati non lascia molte speranze a chi punta su quello per avere un lavoro. An­che perché costoro sono circa metà di tut­ti i dipendenti del consiglio. Che grazie ai comandi e ai distacchi sono diventati ne­gli anni più numerosi di quelli di Buckin­gham Palace, e oltre il doppio, in propor­zione agli eletti, rispetto alla Camera. Per ognuno dei 60 consiglieri regionali cam­pani ci sono circa otto dipendenti, a fron­te dei tre per ogni deputato che si conta­no a Montecitorio.

Sergio Rizzo
20 luglio 2009