giovedì 23 luglio 2009

Coltivatore-spacciatore di cannabis inventa il liquore 'Marijuancello'

Blitz dei carabinieri, che hanno divelto la piantagione di marijuana nell'orto e durante la perquisizione a casa hanno trovato lo stupefacente liquore, con foglie di cannabis al posto delle scorze di limone

NAPOLI, 23luglio 2009


Accanto ai pomodori, nell'orto seminascosto dalla boscaglia, aveva messo in piedi una florida piantagione di cannabis, che poi spacciava nel solito modo. Fin qui nulla di strano, se non fosse che i carabinieri, a casa dello spacciatore, hanno anche trovato un barattolone con foglie di marijuana messe a macerare nell'alcol.
L'industrioso produttore-spacciatore napoletano, infatti, aveva inventato un liquore nuovo: il ‘’marijuancello’’, fatto con la cannabis al posto delle scorze di limone.  E visto che M. C., 60 anni, è finito in manette, non potrà più assaggiare il liquore di sua invenzione




Conto da 614 euro in lavanderia Il titolare:«Sono i nostri prezzi»

La storica Tintoria Alberti applica tariffe dieci volte più alte della media. La Santanchè: bravi ma troppo cari

 


MILANO - «Quelli sono i nostri prezzi, non c'è assolutamente nulla di strano». Così ha replicato Giorgio Sanpellegrini, il titolare della Tintoria Alberti, storica lavanderia milanese di piazza Castello 2, che ha presentato un conto di 614 euro per il lavaggio di 10 camicie, 2 jeans e 7 T-shirt. «Lavoriamo da 60 anni e nessuno si è mai lamentato - ha detto il titolare -. Serviamo Milano e anche Como e Varese». 

Il conto di 614 euro, come raccontato giovedì dal Corriere, è stato presentato ad un imprenditore che vive a Miami e che si trovava per qualche giorno ospite di amici a Milano. Quando ha visto la ricevuta, l'uomo ha preferito lasciare la biancheria lavata al negozio: «Mi conviene ricomprarla». Non si escludono sviluppi giudiziari della vicenda. Sentendo che il cliente stava valutando una causa civile, il titolare ha replicato: «Non escludiamo di andare per vie penali. Chiarire­mo davanti al giudice».


PREZZI DIECI VOLTE SUPERIORI - Sanpellegrini non ha problemi ad ammettere che la tintoria Alberti, di proprietà della sua famiglia dal 1945, applica prezzi dieci volte più alti delle altre a Milano. «Ma abbiamo una clientela che paga volentieri per avere un servizio particolare - ha aggiunto -. Anzi, è la prima volta che mi contestano una fattura». «I capi qui vengono stirati a mano senza l'uso di macchinari industriali, trattati singolarmente, lavati a mano se necessario, ritirati e consegnati a casa.

Facciamo servizio di custodia e guardaroba, rammendi e orli effettuati rigorosamente a mano da sarte espertissime. I nostri clienti lo sanno e si rivolgono a noi proprio per avere questo tipo di servizio». Tra i clienti in questione ci sono, afferma lo stesso Sanpellegrini, «nomi importanti del mondo della moda, dell'imprenditoria e della politica milanese, che si fidano del nostro servizio e della nostra esperienza». Da listino: lavare un completo uomo costa 74 euro, giacca 37 euro, pantalone 37 euro, soprabito in tessuto 92 euro.

LA SANTANCHE': BRAVI MA CARI - «La Tintoria Alberti? Bravissimi, servizio favoloso ma io ci sono andata una-due volte, ho pagato e non ci sono più tornata. Troppo cara per le mie tasche»: questo il commento di Daniela Santanchè, che giudica «non etico» lo scontrino da 614 euro ma ci tiene a dire che si tratta di un punto di vista «assolutamente personale».

«È senza dubbio la migliore tintoria italiana, a Milano la conoscono tutti, non fanno mica rapine. Ci sono altri, in un libero mercato, che ritengono di pagare i costi per quel servizio. Io no. Sono una discreta casalinga che fa quadrare i conti. Certo, non ho contestato la fattura ma, dopo la seconda volta, ho pagato e non ci ho messo più piede». E comunque, «senza togliere nulla alla loro professionalità - conclude - non trovo eticamente corretto applicare questi prezzi».

I PREZZI IN CITTA' - In effetti, lavare e stirare 10 camicie, sette magliette e due paia di jeans negli altri esercizi commerciali milanesi costa quasi 10 volte di meno rispetto ai 640 euro della Tintoria Alberti. Alla Tintoria Tina, in via Morazzone, che nel 2009 ha festeggiato i 50 anni dall'apertura, il conto per lavare la stessa quantità di capi di abbigliamento ammonta a 71 euro e 40 centesimi (4 euro per una camicia, 3 per una maglietta e poco più di 5 per un paio di jeans).

La Tintoria Maestrelli di via Prina chiede invece, per lo stesso servizio, 59 euro. Il conto sale leggermente al Lavarapido di via Crispi, nei pressi di corso Como: in tutto 67 euro. Ma i prezzi, spiegano gli addetti ai lavori, «a Milano rimangono più o meno allineati sotto i 100 euro». «Certo noi non offriamo il servizio di consegna a casa - commenta la titolare del Lavarapido - ma posso assicurare che con i nostri prezzi riusciamo a rientrare nelle spese».


23 luglio 2009






Acireale, bimbo sbranato Il fratello di Giuseppe ritratta: "Cani non miei"

di Redazione



Acireale - "Quelli trovati nel terreno abbandonato vicino casa mia, non sono i miei cani. Da loro ci andavo una volta ogni tanto per dargli da mangiare perchè mi facevano pena". Ha ritrattato tutto Ivan Azzarelli, il fratello del piccolo Giuseppe di appena 7 anni sbranato a morte martedì scorso in un terreno privato abbandonato nella periferia di Acireale. 

Il fratello di Giuseppe confessa, poi ritratta Ivan, nella serata di ieri, era stato ascoltato dai carabinieri come persona informata sui fatti, ammettendo che i cani erano i suoi. Ora però ritratta tutto. Intervistato dall’emittente televisiva catanese Telecolor, il ragazzo - che sarà interrogato domani mattina in procura - ha detto che i cani non erano suoi ma che andava di tanto in tanto a dargli da mangiare. Intanto, intervistato dal Tg1, il procuratore di Catania Vincenzo D’Agata in merito ad Ivan Azzarelli ha sottolineato che "per il fratello di Giuseppe si prospetta la posizione di indagato". 

Tragedia Giuseppe viveva con la famiglia a pochi passi da quel recinto. Martedì sera il bambino, come aveva fatto altre volte, è tornato a far visita agli animali ed è stato sbranato. A ucciderlo sarebbero stati due morsi; uno dei quali, alla giugulare, gli è stato fatale. Il cane che lo ha aggredito pare sia proprio quello che oggi non si trovava, un molosso, mentre al loro arrivo gli investigatori ne avevano individuati cinque. 

I genitori non parlano, sconvolti per quanto è accaduto. I vicini di casa li proteggono dai curiosi e dai giornalisti. La madre Alfia, casalinga, ha saputo della morte del figlio solo ieri mattina e, appresa la notizia, è svenuta. L'altra sera il marito le aveva detto che Giuseppe era ferito ed era stato ricoverato in ospedale. 

I cani Gli animali sono tutti adulti meticci, tranne uno, un dobermann, al quale era stato applicato un microchip ed è risultato rubato un mese e mezzo fa in uno dei paesi della fascia pedemontana. Nel terreno sono stati trovati, tra l’altro, pneumatici appesi a delle corde, elemento che farebbe pensare a un campo di addestramento.

Il magistrato che conduce le indagini, Carla Santocono, al termine di una ispezione ha detto che "sono state rilevate delle tracce che farebbero ritenere che in quel posto venivano addestrati cani, ma non sappiamo da quanto tempo". Trovate anche alcune cucce di fattura artigianale, recintate da reti metalliche. Uno dei cani era legato a una catena. Non è stata trovata acqua né di cibo, a parte qualche osso.




L'Italia dei valori autostradali

di Filippo Facci


La prima Pietra dell’autostrada Brescia-Bergamo-Milano (Bre.Be.Mi) è finita anche un po’ in testa ad Antonio Di Pietro: il quale tace, ora, e non rivendica neppure un minimo di paternità dell’operazione. Il perché è chiaro: non ha alcun interesse a far vedere che con il Pdl gli accordi li sa fare benissimo, come in Molise già accade in maniera indecente. Il 29 luglio 2006, appena insediato alle Infrastrutture, disse che l’autostrada non si sarebbe fatta: e la sinistra radicale applaudì.

Poi, il 7 maggio 2007, assieme a Roberto Formigoni, firmò un progetto di project financing per la stessa autostrada: e la sinistra radicale lo attaccò. Paolo Brutti, di Sinistra democratica, portavoce della commissione Trasporti del Senato, bocciò l’operazione e scrisse al commissario europeo al Mercato interno: parlò di violazioni e costi gonfiati. Il progetto passò in aula il 18 luglio successivo, grazie ai voti del centrodestra. E Paolo Brutti? Tonino ha risolto come neanche la Dc gavianea: l’ha preso nell’Italia dei Valori.

L’ha anche candidato alle Europee: i due hanno posato assieme in quel manifesto con l’enorme scritta «Brutti». Per il resto segnatevi questi nomi: Alessandro Iacorossi, Francesco Mancini, Gaetano Di Niro, Dante Merlonghi e Giampiero De Toni. Sono tutti lottizzati dell’Italia dei Valori che Tonino ha piazzato all’Anas e nelle società autostradali come un qualsiasi partitocrate.


Il vizietto di Tonino

di Salvatore Tramontano


Ci vorrebbe un navigatore satellitare per rintracciare Di Pietro. Rimbalza nel tempo e nei luoghi trovando sempre la parola giusta per insultare. Ieri ha puntato ancora una volta il Quirinale. Molto fumo, ma anche una lettera requisitoria al Presidente: «Risponda, invece di offendermi». Già, perché la specialità di Tonino, da buon ex pm, è quella di interrogare. Forse è per questo che non ha ancora saputo rispondere alle semplici domande che il Giornale da tempo gli fa. Eppure questo sarebbe il momento giusto.

Il 31 luglio, infatti, dovrebbe ricevere i nuovi rimborsi elettorali che, come al solito, non finiranno nelle casse del partito Idv ma in quelle della sua Associazione Idv, quella per intenderci che fa capo a lui, alla moglie e alla Mura. A dir la verità, Di Pietro, poverino, più volte ha promesso che avrebbe cambiato lo statuto per cancellare i tanti sospetti che la singolare anomalia continua ad alimentare. Ma il tempo è passato e i soldi dei rimborsi continuano a latitare dalle casse del partito. Ora, siccome Di Pietro è uomo d’onore, siamo certi che se non ha ancora risposto alle nostre domande è soltanto per mancanza di tempo. Lui è un uomo molto impegnato: è l’ultimo baluardo contro la dittatura, il guardiano della questione morale, il garante della legalità, lo specchio della verità. Ma soprattutto lui è l’unico che abbia la licenza di offendere.

Quindi bisogna capirlo e non cercare di infangarlo come hanno fatto i suoi colleghi di lavoro che l’hanno sospeso dall’Ordine degli avvocati per «violazione dei doveri di lealtà, correttezza e fedeltà». In parole più semplici, aveva tradito l’amico-cliente. Né bisogna credere alle assurde cattiverie dei suoi compagni di avventura politica, (vedi Elio Veltri, Achille Occhetto, Giulietto Chiesa) che, in epoche diverse, hanno accusato Di Pietro di essersi appropriato della loro quota di rimborsi elettorali. 

Sì, rimborsi elettorali. Ancora loro. Una vera persecuzione, che un uomo dalle mani pulite come Tonino non merita. Ma si sa, in giro c’è molta gente che per qualche euro sarebbe pronta a qualsiasi cosa. Figurarsi per diversi milioni. È difficile restare insensibili alle lusinghe del denaro come Di Pietro. Ora capite perché Tonino è costretto a offendere chiunque. Ora sapete perché fa domande a tutti e non risponde a nessuno. Nemmeno a noi de il Giornale che gli avevamo offerto dieci domande per potersi lavare le mani che, nonostante siano storicamente pulite, qualche macchiolina cominciano a mostrare.

D’altra parte voi credete sia facile lottare da solo, senza sporcarsi, contro un Colle che ti offende, un governo che ti ignora e un’opposizione che ti considera un imbucato? Il tutto avendo nelle orecchie, un giorno Santoro che ti azzera, l’altro Travaglio che ti chiede se l’hai fatto, e un altro ancora un Grillo che da quando è caduto nella rete non ti lascia in pace nemmeno su Internet. Una vitaccia. E avete anche il coraggio di chiedergli qualche risposta?


Il Pd promuove i suoi indagati

di Redazione



Gian Marco Chiocci - Luca Rocca


Indagati o condannati, comunque premiati. In Calabria la questione morale il Pd di Dario Franceschini la risolve così. Sulla falsariga di quanto accaduto in Puglia, con l’assessore alla Salute Alberto Tedesco, indagato nell'inchiesta sulla sanità, rimosso dalla giunta Vendola e subentrato quale primo dei non eletti al Parlamento europeo, in terra calabra accade lo stesso. Se non di peggio.

Il caso più recente è quello di Nicola Adamo, già vicepresidente della giunta regionale guidata da Agazio Loiero (quella col più alto numero di indagati o coinvolti a vario titolo nelle inchieste di più procure) e attualmente capogruppo regionale Pd, su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per il suo coinvolgimento nell’inchiesta «Why Not?».

Adamo, già coinvolto anche in una seconda e delicata indagine, quella della procura di Paola sull’energia eolica, il 15 luglio scorso, durante un incontro coi big nazionali Piero Fassino, Beppe Fioroni, Paolo Gentiloni e Marco Minniti, è stato nominato «Coordinatore regionale della mozione Franceschini». Il neo coordinatore, dopo gli applausi di rito, ha avuto anche un cordiale incontro proprio con Franceschini.

Luigi De Magistris, dopo aver lasciato la toga per darsi alla politica, aveva spiegato che l'inchiesta «Why Not?» gli era stata sottratta quando «stavo praticamente per chiudere il procedimento (...) e soprattutto stavo facendo degli atti anche molto importanti (...) omissis (...) che riguardavano esponenti di spicco della politica calabrese». 

Fra questi quello stesso Nicola Adamo che oggi di De Magistris è alleato, che si oppone al commissariamento della sanità calabrese da parte del governo, tanto da far dire al capogruppo regionale dell’Idv calabrese, Maurizio Feraudo, che forse «ha la coda di paglia», visto che «nel primo biennio dell'attuale legislatura, Adamo era assessore al Bilancio, dunque depositario della regolarità e dell'effettiva consistenza dei conti regionali», oggi completamente sballati.

Questione morale, ma anche un macroscopico conflitto d'interessi che si dipana nel martoriato settore della sanità calabrese, oggetto di tantissime inchieste, non ultima quella per l’omicidio dell’ex vicepresidente del Consiglio regionale, Fortugno. Questa volta al centro dell’attenzione è finita Doris Lo Moro, deputata del Pd ed ex assessore alla Sanità sotto il regno di Loiero. 

L’ex magistrato, infatti, dal 24 marzo 2009 è componente della «Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali», organo che indaga anche sui disastri sanitari locali e che il 23 novembre del 2007 scese in Calabria e ascoltò proprio l’ex assessore Lo Moro, le cui dichiarazioni, si legge negli atti della commissione, «hanno posto in rilievo anzitutto alcune gravi carenze organizzative e funzionali che delineano una situazione di assoluta emergenza sanitaria».

Ora il Pd l’ha inserita nella commissione che indaga sul suo stesso operato nel periodo in cui ricopriva la carica di assessore regionale. Il controllore controlla il controllato. C'è di più. Il 26 gennaio del 2009 Lo Moro è finita sotto inchiesta per concussione e tentata concussione nell'ambito di un'inchiesta della procura di Reggio Calabria. La vicenda fa riferimento al febbraio del 2007, quindi al periodo in cui ricopriva la carica di assessore su cui ora lei stessa si trova a indagare.

Il terzo caso riguarda un potente manager, Franco Petramala, arrestato nel 1994, quand’era commissario straordinario della Usl di Cosenza, con l’accusa di concorso in abuso d'ufficio, turbativa d'asta e falso ideologico e poi condannato con sentenza definitiva a sei mesi di reclusione per falso in atto pubblico. Loiero e il Pd, per nulla preoccupati, nel gennaio del 2008 lo hanno nominato direttore generale dell’azienda sanitaria di Cosenza, la più grossa della Calabria. Ma la «questione morale» del Pd a Cosenza non finisce qui, perché secondo il parere del senatore del Pdl Antonio Gentile e di alcuni consiglieri regionali calabresi di centrodestra, Petramala ricopre quella carica in violazione della legge.

Il riferimento è al decreto legislativo 502 del 1992 che disciplina la materia e che prevede delle rigide incompatibilità fra chi fa politica e chi dirige la sanità. Petramala è stato candidato alle regionali del 2005 in una lista di supporto all’attuale governatore. La legge prevede che non possano ricoprire il ruolo di direttori generali tutti coloro che siano stati candidati alle elezioni regionali o politiche, per un periodo non inferiore ai cinque anni successivi al voto. In questo caso ne erano trascorsi meno di tre.


Ucciso figlio di Bin Laden»

L'annuncio della radio pubblica americana: «Attacco aereo in Pakistan. Forse morto il 30enne Saad»




NEW YORK - Saad Bin Laden, il terzo figlio di Osama Bin Laden, potrebbe essere stato ucciso in un attacco aereo americano in Pakistan all'inizio dell'anno. Lo ha reso noto la radio pubblica americana NPR, senza specificare il luogo esatto del bombardamento.

L'ATTACCO- La probabilità che Saad Bin Laden, circa 20 anni e terzo figlio del capo di Al Qaeda, sia rimasto ucciso nell'attacco missilistico portato da un drone (aereo senza pilota) oscilla tra «l'80 e l'85%», ha detto un alto funzionario del controspionaggio americano alla radio. Nel gennaio del 2009 il Dipartimento del Tesoro americano aveva congelato i beni di Saad Bin Laden sulla base del sospetto di appartenere alla rete terroristica di Al Qaeda. Saad, 30 anni, pare sia il responsabile dell'attacco in Tunisia nel 2002, a causa del quale morirono 19 persone. Pare sia sposato con una donna dello Yemen.

23 luglio 2009