venerdì 31 luglio 2009

Il Vaticano: «Scomunica per chi la userà»

di Diana Alfieri

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È un «veleno letale, non un farmaco»: è come l'aborto chirurgico, quindi un «peccato, un delitto» che comporta la scomunica della chiesa per chi la usa, la prescrive o partecipa a qualsiasi titolo «all'iter».


Il Vaticano torna all'attacco, proprio nel giorno dell'atteso pronunciamento dell'Agenzia del Farmaco, sulla Ru486, la pillola abortiva. E per voce di monsignor Giulio Sgreccia, emerito presidente dell'Accademia per la vita, auspica «un intervento da parte del governo e dei ministri competenti». Perché - spiega - non «è un farmaco, ma un veleno letale» che mina anche la vita delle madri, come dimostrano i 29 casi di decesso. La Ru486 - afferma Mons. Sgreccia - è uguale, come la Chiesa dice da tempo, all'aborto chirurgico: un «delitto e peccato in senso morale e giuridico» e quindi comporta la scomunica latae sententiae, ovvero automatica.

La posizione della Chiesa è sempre stata ferma sull'argomento: «L'aborto è sempre aborto, sia se fatto in clinica o in casa» e il Vaticano, anche nel documento «Dignitas personae» del dicembre scorso, «ha bocciato la pillola Ru486 a causa della sua intenzionalità abortiva», aveva sottolineato mesi fa il ministro della Sanità del Vaticano, cardinale Javier Lozano Barragan. Così come più volte sostenuto anche dal vicepresidente della Pontificia accademia per la vita, mons. Jean Laffitte, che all'inizio di quest'anno, quando si è riaperta la discussione per l'uso in Italia, aveva affermato che la cosiddetta «pillola del giorno dopo» non va usata nemmeno in caso di stupro.

Come dimostrato anche dal no della Santa Sede all'uso della pillola abortiva nel 1999 per le donne violentate durante la guerra del Kosovo, alle quali la pillola veniva fornita in un kit dell'Onu. O, più di recente, nelle dure prese di posizione della Chiesa nel 2005 quando a Torino nelle strutture pubbliche si iniziò l'uso sperimentale del farmaco. Un no ribadito con forza anche dai vescovi nel Consiglio episcopale permanente del gennaio scorso, quando il tema fu sollevato dal presidente, cardinal Angelo Bagnasco, proprio in apertura dei lavori: «Si è avuta notizia in queste settimane che sarebbe imminente il via libera alla circolazione della pillola Ru486», aveva detto il cardinale chiedendo ai responsabili politici di valutare bene anche i danni fisici, ormai «documentati», derivanti dall'assunzione di tale farmaco.

Nel caso della «Ru486 - ha ribadito così ieri Monsignor Sgreccia - si tratta sempre di una seconda corsia per praticare l'aborto di cui non ci sarebbe bisogno a quanto riconoscono in tanti, anche non cattolici». «Gli aborti - ha aggiunto - sono già troppi mentre i figli sono pochi e la pillola abortiva grava non solo sulla salute delle donne ma sull'intera società e il suo sviluppo».

Eppoi, ha aggiunto, «contrariamente a quello che si dice non riduce affatto né il dolore né la sofferenza per la donna così come non è vero che non ci sia rischio di vita, come dimostrano già le 29 vittime attestate». La pillola abortiva, del resto, può creare problemi di espulsione del feto, emorragie e può diventare una chimera di tutte coloro che non si vogliono presentare in ospedale preferendo il fai da te.

Un pericolo per la salute della donna che tende a sottovalutare il rischio dell'assunzione di una pillola. Sulla cui sicurezza «persistono molte ombre» dice monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita che ha già avvertito le credenti: «L'uso della pillola comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l'hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti all'aborto chirurgico».

Non è però d'accordo il suo inventore, l'endocrinologo francese Emilie-Etienne Baulieu, 82 anni, che ritiene la Ru486 «assolutamente sicura ed efficace». I casi di morte, almeno quelli avvenuti in America, sono stati causati da un utilizzazione impropria del farmaco per motivi finanziari, ha detto. «Quelli che la boicottano sono in realtà i nemici della libertà di scelta delle donne». Il francese ha scoperto il farmaco nel 1982. «Io resto dell'idea che bisogna lasciare la libertà di scelta alle donne, solo loro possono decidere».

Via libera alla Ru486. Il Vaticano: "Scomunica"

di Redazione


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Roma - Via libera alla pillola abortiva Ru486. Dopo una riunione fiume durata sei ore il cda dell'Agenzia del farmaco (Aifa) ne ha autorizzato la messa in commercio: quattro i voti a favore, uno contrario. Il farmaco, già utilizzato in molti altri paesi europei, potrà essere impiegato solo in ospedale ed entro il 49° giorno di gravidanza. Oltre questo termine aumentano infatti le complicanze rispetto all'aborto chirurgico. Il cda dell'Aifa si è avvalso dei pareri del Consiglio superiore di Sanità e ha raccomandato ai medici "la scrupolosa osservanza della legge".


Tutela della salute La decisione, ha voluto sottolineare l'Aifa in una nota, "rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno pur essendo tutte meritevoli di rispetto". Già nel pomeriggio di ieri, il possibile via libera alla pillola aveva innescato una netta reazione del Vaticano, che aveva parlato di "veleno letale" e di "delitto" che comporta "la scomunica" della chiesa per chi la usa, la prescrive o partecipa a qualsiasi titolo "all'iter". "Non sono stati chiariti alcuni punti oscuri del metodo relativi alla sicurezza nell'utilizzo" della Ru486: è il primo commento del sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, la quale chiede "chiarezza" all'Aifa. "Come ministero - aggiunge - dobbiamo garantire la compatibilità con la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza e dobbiamo garantire la sicurezza delle donne". Soddisfatto il ginecologo torinese Silvio Viale (Radicali): "Finalmente! prima di tutto è una vittoria per le donne italiane, che da oggi sono più libere e hanno un'opportunità in più". "Ma - aggiunge - la lotta continua perché ora bisogna offrire l'aborto medico in tutta Italia".


La condanna del Vaticano Per voce di monsignor Giulio Sgreccia, emerito presidente dell'Accademia per la vita, il Vaticano auspica "un intervento da parte del governo e dei ministri competenti". Perché - spiega - non "é un farmaco, ma un veleno letale" che mina anche la vita delle madri, come dimostrano i 29 casi di decesso. La Ru486 - afferma Mons. Sgreccia - è uguale, come la chiesa dice da tempo, all'aborto chirurgico: un "delitto e peccato in senso morale e giuridico" e quindi comporta la scomunica 'latae sententiae', ovvero automatica.


Roccella: rischio aborti in clandestinità Il pericolo paventato dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella è che con la pillola abortiva Ru486 si possa arrivare a una "clandestinità legalizzata" degli aborti. Il metodo dell'aborto farmacologico con la Ru486, ha affermato, "intrinsecamente porta la donna ad abortire a domicilio, proprio perché il momento dell'espulsione non è prevedibile", in una sorta di "clandestinità legale".


Annuncio choc ai fedeli dal pulpito:

PARROCO NEL MANTOVANO

Don Fausto, 66 anni, da dieci costretto su una sedia a rotelle dopo un incidente di moto, partirà con la giovane donna per la cittadina di Kutaisi, dove esiste una piccola comunità cattolica: "Non lascio l'abito"


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MANTOVA, 31 luglio 2009

L'annuncio don Fausto l'ha dato ufficialmente - durante la messa - e senza fare tanti giri di parole. "Cari fedeli - ha detto - Mi trasferisco in Georgia con la mia badante''. Cosa che non ha mancato di suscitare scalpore, com'era prevedibile: parecchie le lettere preoccupate, e in qualche caso imbarazzate, inviate dai fedeli al vescovo di Mantova, Roberto Busti, che pero' ancora non si e' espresso pubblicamente sulla vicenda.

Succede in una parrocchia del Mantovano, quella di San Nicolò Po e il sacerdote in questione ha 66 anni, è parroco dal '91 e da dieci anni è costretto a muoversi su una carrozzina a causa di un incidente di moto. Le sue condizioni sono tali che deve essere costantemente assistito anche durante le funzioni religiose.

La scelta - che don Fausto definisce 'di carattere personale' in un'intervista alla Gazzetta di Mantova - lo porterà nella cittadina di Kutaisi, dove esiste una piccola comunita' cattolica. Per questo il prete ha sottolineato che se ne va insieme alla donna georgiana, piu' giovane di lui, che da anni gli fa da badante, ma che non lascia l'abito talare. "La mia situazione non mi consente di andare avanti così - spiega - Lascio senza un mandato del vescovo ma restero' sacerdote, per dedicare me stesso e i miei beni alla gente povera''.

Multata per un volantino

(tra i tappetini degli abusivi)

Diciassette anni, dava depliant di un ristorante. Era in strada perchè il marciapiede era occupato dai venditori abusivi. Loro se la sono data a gambe, gli agenti hanno multato la ragazza. Torselli: «E' assurdo»


FIRENZE - Multata per una manciata di centime­tri. Multata perché distribuiva volantini pubblicitari non sul marciapiede, come prescrive il regolamento di polizia urba­na che proprio in questi giorni festeggia il suo primo compleanno, ma sulla stra­da. Multata dai vigili e portata al coman­do mentre intorno a lei si scatenava il fug­gi- fuggi dei venditori abusivi. A portare alla luce la storia, accaduta una settimana fa a un passo da Ponte Vecchio, è France­sco Torselli, consigliere comunale del Pdl, che ha annunciato un’interrogazione al sindaco Matteo Renzi su quanto acca­duto.


SU LUNGARNO ARCHIBUSIERI - Lungarno Archibusieri, dieci del matti­no, assediata come sempre dai venditori abusivi e dai loro tappetini di merce con­traffatta. Nicoletta, 17 anni, distribuisce volantini per pubblicizzare un ristorante in mezzo alle frotte di turisti che si muo­vono tra gli Uffizi e Palazzo Vecchio. Arriva una pattuglia dei vigili urbani.

I venditori iniziano a scappare, scena già vista milioni di volte. Lei, Nicoletta, che pensa di essere l’unica in regola in mezzo a tutta quella ressa, resta ferma aspettan­do che passi la bufera. I vigili sembrano non accorgersi di quello che sta accaden­do intorno a loro, i senegalesi sono già lontani quando si avvicinano alla ragazzi­na che ha i volantini pubblicitari in ma­no.

Le chiedono un documento di identi­tà, è minorenne, per questo la portano al comando e chiamano il padre che dovrà andare a riprenderla. Padre e figlia tornano a casa con una multa di 160 euro, in base al comma 1 del­l’articolo 37 del regolamento di polizia ur­bana che consente il volantinaggio pur­ché non si sporchi e non si crei intralcio al traffico, anche quello dei pedoni.

Lei ef­fettivamente era in strada, non sul mar­ciapiede. «Faremo ricorso contro questa multa — dice Raffaele, uno dei proprietari del ristorante finito sotto accusa — E non per i soldi, solo per una questione di prin­cipio. Farei ricorso anche per soli dieci eu­ro».

SCENE QUOTIDIANE - Quando si fanno i conti tutti i giorni con la stessa scena — vigili che arrivano, senegalesi che scappano, turisti che ven­gono travolti, vigili che si allontanano, se­negalesi che ritornano, turisti che contrat­tano — parlare di intralcio di fronte a una ragazzina che ha oltrepassato la linea di confine di un marciapiede per pubbli­cizzare un ristorante francamente sem­bra troppo. «È ridicolo, sul verbale è stato scritto che sporcava la strada e creava intralcio ai passanti. E tutti quei venditori abusivi al­lora cosa fanno?

La verità — dice — è che siamo tartassati dai vigili mentre chi vive nell’illegalità continua a farlo. Pochi gior­ni fa ci hanno fatto una multa perché c’era una pianta fuori posto, al garage qui vicino hanno fatto una multa una volta perché c’erano i vetri sporchi, la successi­va perché stavano lavando i vetri. Sembra di assistere alle comiche». «Mi pare assurdo che ci si accanisca con una ragazza che stava qualche metro sotto il marciapiede peraltro occupato dai tappetini — ribatte Torselli.

Siamo i primi a portare avanti le battaglie per il ri­spetto della legalità. I regolamenti sono fatti per essere applicati e quando si sba­glia bisogna pagare, ma non si può pre­scindere dal buon senso. Altrimenti diven­ta follia». Torselli presenterà l’interrogazione per sapere se l’episodio sia stato un atto isola­to o se la polizia municipale ha davvero intenzione di multare, d’ora in poi, chiun­que faccia volantinaggio in centro, anche se questo avviene laddove palesemente si verificano infrazioni decisamente più gra­vi».


Antonella Mollica
30 luglio 2009(ultima modifica: 31 luglio 2009)


Travaglio mette la foglia di fico alle bugie dell’Idv

di Filippo Facci

Ciò che talvolta mi rende simpatico Marco Travaglio - capitò anche un’altra volta, avevo 41 di febbre - sono quegli episodi in cui dimostra che ci fa e non ci è: quegli episodi cioè che sono rivelatori del copione che ha deciso coerentemente di recitare anche quando la commedia lo imbarazza palesemente. 

Cioè: immaginatevi le sofferenze di chi fa sempre le pulci alle coerenze altrui - tizio disse questo, ora dice quest'altro - e al tempo stesso ha deciso di schierarsi anima e core con Antonio Di Pietro: potete immaginare le giornate che passa? Potete prefigurarvi le auto-censure, l’auto-regime, la rimozione di chi ogni volta deve riuscire a sostenere un moralistoide che dice ogni cosa e il suo contrario nell’arco di pochi giorni? 

Difendere l’indifendibile non è da tutti, qualche volta oltretutto è impossibile: e il più delle volte, quando l’incoerenza e la buffonaggine le vedrebbe anche Ray Charles, Travaglio si limita a tacere e a parlar d’altro; ma quando il troppo è troppo eccolo sbottare anche lui e ridivenire umano, quasi simpatico come tutto ciò che ci fa un po’ ridere. 

Tonino almeno è Tonino: ma quando comincia a generare cloni caricaturali allora il troppo stroppia davvero. Cioè: lo si sapeva che Di Pietro e De Magistris attribuivano alla parola data il medesimo valore, cioè nessuno: ma che l’allievo riuscisse a superare il maestro in così poco tempo ha messo in crisi persino lo stomaco di ferro di Mortimer Travaglio. La vicenda la conoscete. Di Pietro disse che non avrebbe candidato inquisiti e De Magistris lo era. 

E va be’. Tonino presentò poi il neo candidato De Magistris, il 17 marzo scorso, il quale disse: «La mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto». Gli fece eco Di Pietro, accanto a lui: «De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Per noi questa è una regola non scritta che ci applichiamo, non un generico richiamo. Noi applichiamo la legge morale». 

Un mese più tardi De Magistris non si era ancora dimesso, ma guai a dubitare: «Sarebbe inopportuno un mio ritorno, perché la scelta dell’attività politica è per me definitiva». Una volta eletto a Bruxelles, a lasciare la toga non ci ha pensato minimamente. Due giorni fa ne ha dato conferma il Csm, che ha messo in aspettativa l’ex pm di Catanzaro come da lui espressamente richiesto: e buonanotte ai suonatori. 

Ecco allora Travaglio intervistato dal Riformista: «De Magistris si dimetterà, lo ha promesso e lo farà... e il fatto che magari lo farà tra un mese non mi sembra un problema». Non gli sembra un problema. Sembra convinto, Travaglio: al diavolo quei cattivoni secondo i quali avrebbe lanciato un avvertimento su ordine di Tonino. Certo, che fatica: è durissima la vita dell’Ugo Intini di Antonio Di Pietro. 

Il 30 dicembre scorso, per esempio, Travaglio dovette dire delle cose che neanche a drogarlo: «È giunta notizia delle dimissioni di Cristiano Di Pietro dall’Italia dei Valori per un paio di semplici raccomandazioni: un gesto di grande dignità». 

Una dignità mai vista: le dimissioni erano finte, Cristiano si era dimesso dal partito ma non da consigliere provinciale, si tenne cioè carica e stipendio; oltretutto aveva lasciato il partito solo dopo le proteste dei militanti e dopo esser finito su tutti i giornali per un’intercettazione telefonica di cui si vociferava da mesi, e di cui il padre era a conoscenza da un anno e mezzo. E comunque si tenne la carica di consigliere comunale a Montenero di Bisaccia.

Dura la vita del Travaglio. Il 16 gennaio scorso, poi, mentre tutti i giornali sparavano la notizia di Cristiano indagato, lui fischiettava e scriveva del processo Andreotti. Su Cristiano, niente. Poi disse alla Stampa: «Io non confondo chi ha preso mazzette, che è un reato, con una semplice raccomandazione».

Quindi Cristiano non doveva dimettersi anche da consigliere provinciale? «Non c’è niente di penalmente rilevante». Cioè: era indagato per corruzione e abuso d’ufficio e turbativa d’asta, ma non c’era niente. Basta dirlo. Luigi De Magistris si dimetterà dalla magistratura: basta dirlo. Infatti l’aveva detto anche lui.


Gubbio, il giallo del monastero: i documenti segreti del Vaticano

«Amatissimo Santo Padre, io suor Maria della Pace Celedón, Abbadessa del monastero Buon Gesù Suore Sacramentarie di Gubbio, desidero tanto, insieme alle Sorelle, aprirle il cuor affinché questo monastero, affidato a noi cappuccine messicane, conservi l’amore all’adorazione perpetua secondo il nostro carisma fondazionale. Sta attraversando un periodo molto difficile per questioni interne ed è per questo che sentiamo di appellarci alla Sua Autorità Suprema...». 


«SANTO PADRE, CI RICEVA SERVE UN’UDIENZA PRIVATA..» Il 22 novembre del 2007 la situazione nel monastero di Gubbio, devastato da faide interne, accuse di ruberie e molestie, si fa incandescente. Alla Badessa, Madre Maria della Pace, che in un primo tempo s’era schierata con le suore «ribelli», non resta altro che chiedere l’intervento del Papa anche perché dopo l’ispezione mandata dal Vaticano «è stata toccata sensibilmente l’autonomia interna del monastero stesso a vari livelli». Quali? «La disciplina, l’orario, la formazione, il nostro carisma fondazionale». Un convento di clausura commissariato a tutti gli effetti, vista l’imposizione della supervisione sulle clarisse del vescovo di Gubbio.

Si rischia lo scandalo. Per questo, rivolta al Santo Padre, la badessa implora: «La preghiamo umilmente di esimere il monastero dal governo del vescovo diocesano e sottoporlo soltanto a Sé o all’ordine dei Frati Minori Cappuccini. La pregherei, Santo Padre Amatissimo, se lo crede opportuno, di concedermi udienza privata insieme alle nostre due novizie», quelle per intendersi poi cacciate dal convento.

Altro carteggio finito agli atti dell’inchiesta di Perugia, quello fra il cardinale Francesco Rodè, prefetto della «Congregazione per gli istituti della vita consacrata e le società di vita apostolica» e l’avvocato Carlo Taormina che difende le tre suore costrette a denunciare molestie, aggressioni fisiche e il maxifurto dei gioielli di proprietà di una di loro. Il 9 luglio 2009 il cardinale risponde in modo fermo e risoluto all’avvocato che aveva chiesto di «concordare una linea di condotta comune per addivenire a una soluzione utile per entrambe le parti».

L’IRA DEL CARDINALE: «NESSUN
FURTO DENTRO IL CONVENTO!» Tanto per cominciare, spiega Rodè, le tre suore si sono inventate tutto perché hanno raccontato cose che non corrispondono alla verità. Anzi, «hanno lasciato di propria iniziativa il monastero, per cui ora, benché non abbiano ancora restituito l’abito monastico e benché a quanto risulta continuano abusivamente a portarlo millantando la loro appartenenza all’ordine delle Clarisse Cappuccine, in realtà dal punto di vista canonico, risultano “fedeli laiche”, senza alcun vincolo di sorta con istituti religiosi». Detto ciò, il cardinale va al cuore del problema: i gioielli per un milione di euro scomparsi dalle celle delle novizie.

«LA REFURTIVA NON È
IN QUESTO DICASTERO»«Quanto ai preziosi - attacca il cardinale - che una delle Signore afferma esserle stati sottratti, si tratta di una singolare accusa ripetuta e mai provata (affermando, addirittura - incredibile dictu - che la refurtiva si troverebbe nella sede di questo Dicastero). Abbiamo sentito il dovere di raccogliere tutte le informazioni possibili e farne un vaglio accurato e critico anche attraverso la ricostruzione degli eventi. A tal fine è stata chiesta la testimonianza di tutte le religiose della comunità di Gubbio. Ad ogni singola monaca sono state poste le domande: «Hai mai visto in monastero dei gioielli appartenenti alle ex novizie? Era presente quando le due ex novizie preparavano le scatole (con i gioielli, ndr) prima di lasciare il monastero? Tutte hanno risposto negativamente».

LE SUORE DI CLAUSURA PRESE A VERBALE «La stessa Madre Superiora ha confermato al Commissario Pontificio di non aver mai visto gioielli né di aver mai visto una lista dei medesimi. Si tratterebbe dunque di un furto misterioso di oggetti misteriosi ad opera di una persona misteriosa con una totale assenza di indizi». E se proprio vogliamo dirla tutta, sembra aggiungere il cardinale, parliamo del «convento dei frati minori cappuccini in via Veneto a Roma» dove si sono rifugiate le tre denuncianti del monastero di Gubbio. «Qui sono state accolte caritatevolmente solo per qualche giorno, e le monache non vivono nei conventi dei frati, ritenendo, a seguito del consueto menzognero modo di presentarsi delle due ex novizie, che si trattasse di tre vere Monache».

L’INVENTARIO DEI GIOIELLI: 85 PEZZI, UN MILIONE DI EURO Se il cardinale riferisce che tutte le suore «interrogate» del convento di Gubbio hanno negato d’aver mai visto un solo gioiello, agli atti dell’inchiesta spunta invece l’inventario dei preziosi «ricevuti in dono dalla madre e dalla nonna di suor Milagrosa Maria Arango Munoz», preziosi poi misteriosamente scomparsi. In allegato all’elenco consegnato al Pm vi è un documento, scritto in spagnolo, che attesta la consegna del «tesoro» alla madre badessa: «Yo, sr Chiara di Gesù Nevarez (...) he recibo hoj dia 15.03.08 de la novizia Sr Milagrosa de Maria, unas Joyas para guardar commino que en regalo de su Mamà y de su Abuelita...».

Nella lista dei gioielli figurano la bellezza di «tre crocifissi con catena d’oro, un Cristo in oro che poggia su una croce di rubini, un Cristo in oro che poggia su una croce di smeraldi, un Cristo in oro sopra una croce di rubini e smeraldi, cinque medaglie raffiguranti la Vergine Maria tempestate di preziosi (acque marine, brillanti, smeraldi, rubini) con catene d’oro, cinque scapolari d’oro, guarniti di pietre preziose, tre grosse catene d’oro, dodici collane d’oro corte, quattro con brillanti, due con smeraldi, una di rubini, una con diamanti, dodici braccialetti che fanno da pendant alle collane, ventuno anelli con pietre preziose, tre orologi, sette braccialetti d’oro...».

LA DIFESA DEI CAPPUCCINI E LE ACCUSE DEI FEDELI Se padre Francisco Iglesias, a nome dei cappuccini, ripetutamente chiede alle gerarchie ecclesiastiche di dare udienza alle tre sventurate che hanno tutto il suo appoggio e che chiedono solo di andare in un altro convento («dai dati di quest’affaire - scrive - risulta evidente l’implicazione diretta e personale della M. Daniela Pozzi che programmò e realizzo, aiutata da alcune suore, la violazione e apertura delle scatole [con i gioielli, ndr] delle tre sorelle»), nel fascicolo della Procura son finite anche le lettere dei fedeli indirizzate contro una delle suore ribelli: «Quelle tue nuove amiche che hanno creato quel vergognoso scandalo basato su bugie (...) per seguire desideri ambigui. Non siete delle perseguitate ma solo delle povere sbandate lontane da Dio».

Chi tocca Di Pietro muore: i folgorati da Tonino

di Francesco Cramer


Roma - Il suo passato da tuta blu lo ha aiutato. Perito elettronico, l’emigrante ventenne Di Pietro s’è spaccato la schiena in Baviera a lucidar posate e sgobbare in falegnameria. Lui, un Cipputi qualsiasi con la valigia di cartone gonfia di canotte e ambizioni, lustrava forchette e cucchiai a suon di Sidol la mattina, troncava assi di legno con lame dentate il pomeriggio. 

Più avanti, politicamente ma non solo, avrebbe fatto lo stesso coi suoi compagni di strada: avrebbe dato splendore a vecchi arnesi di Palazzo per poi segarli, avrebbe aiutato amici per poi danneggiarli. Una cinica e spietata catena di montaggio del pulire e poi sporcare, del costruire e poi distruggere. 

È stato così per Pasqualino Cianci, amico d’infanzia finito nella melma con una accusa di uxoricidio. «Ti difendo io», s’è subito lanciato in soccorso Tonino, toga sulle spalle perché ex magistrato. Peccato che appena accortosi che Pasqualino era spacciato, non solo l’ha abbandonato ma l’ha pure spinto più giù nel pantano, passando dalla parte dell’accusa. 

Un passo indietro: marzo 1998, l’astro calante della magistratura s’è già scaraventato in politica da un po’ ma il «mastro Geppetto» di Montenero di Bisaccia vuol farsi un partito tutto suo. E lo fa con un antico strumento degli affari pubblici: Elio Veltri, ex sindaco di Pavia, ex Psi, ex Pci, ex Dp, ex Pds, ex Democrazia e legalità. I due sono come Ric e Gian: inseparabili. Veltri riacquista luminosità e splendore. 

«Il Paese ha bisogno di lui» sentenzia l’Elio che di Tonino fa il portavoce. Ma poi la voce si fa stridula e a Di Pietro viene a noia. I bagliori seguenti sono soltanto per le scintille che fanno i due appena si toccano. Veltri si pente, sbatte la porta nel 2001 e appena può accusa il leader dell’Italia dei (dis)valori: «Pessima gestione del movimento, inadeguata scelta delle persone, incarichi dati a personaggi sballati» e chi più ne ha più ne metta. Segato dal partito, di Veltri rimangono i trucioli.
Analoga piallatura subita da Achille Occhetto, storico segretario della svolta Pci-Pds. 

Reduce dalla scuffia elettorale nel 1994, l’Achille s’è rifugiato nello scantinato della politica. Stufo delle ragnatele, si butta tra le braccia dipietriste nel 2004, ignaro che l’abbraccio sarebbe stato mortale. Con Tonino si presenta alle europee di quell’anno con una lista tutta nuova: Società civile-Di Pietro-Occhetto. Un flop: 2,1%. E di civile, nella successiva separazione tra i due, c’è ben poco. Occhetto fonda il Cantiere per il bene comune e da lì inizia la sua guerra contro Tonino sul fronte dei rimborsi elettorali: «S’è incamerato i denari anche nostri», l’accusa. Grane sul grano, insomma. 

L’abbraccio con Tonino è di quelli che stritolano e così anche Akel politicamente muore, dopo una lenta agonia nella diatriba infinita del seggio Ue. Chi deve sedere a Strasburgo, visto che Di Pietro è intanto divenuto ministro? Occhetto o Beniamino Donnici? Di Pietro tifa Donnici e alla fine Occhetto rimane carbonizzato. Abbrustolito come un altro dipietrista «a tempo»: il baffuto Giulietto Chiesa, anch’egli imbufalito con l’Idv sulla questione dei rimborsi elettorali ed eletto a Strasburgo nella lista occhettian-dipietrista. 

Botte da orbi pure con lui, con tanto di reciproche querele. «Con quel figuro non voglio avere rapporti», ringhia Giulietto. Un anno fa la sentenza: Chiesa deve pagare al partito 600 euro quale contributo annuale dei deputati europei per la durata dell’incarico parlamentare. Scottato dal tocco dell’ex pm, è in pratica sparito. L’ultima opaca apparizione alle scorse Europee: candidato in Lettonia per la lista «Per i diritti umani in una Lettonia unita».





Sotto l’ombrellone accanto a un morto

Napoli L’uomo di 73 anni è affogato davanti a «Mappatella beach», nel centro della città


L’indifferenza dei bagnanti: c’è chi spalma la crema e chi si tuffa



C’è un ombrellone rovesciato sulla battigia sotto il quale è adagiato il cadavere di un uomo interamente coperto da un lenzuolo e da un asciugamano. A un paio di metri, una borsa e una sedia da bar vuota. Siamo sulla cosiddetta Mappatella Beach, pieno lungomare di Napoli, su via Caracciolo, dove ai napoletani piace fare il pic nic.


  Quel che è successo, si può anche raccontare dopo, ma sono le fotografie a colpire per prime. Intorno al corpo senza vita, c’è una spiaggia estiva moderatamente affollata: una donna dalla schiena abbondante di pieghe che spalma la crema sulle spalle di una signora con cappellino bianco, un gruppetto di uomini che sembra chiacchierare le mani incrociate sul dorso, chi continua a prendere la tintarella, chi si sistema sulla sdraio, chi stende il suo telo sulla sabbia, chi si bagna i piedi, chi legge, un ragazzino che corre a tuffarsi nel mare calmissimo. C’è anche un cane accucciato dietro una sedia. Agghiacciante normalità da solleone. Normalità con morto. Solo un bambino e un anziano poco distanti gettano uno sguardo a quell’uomo disteso sotto il lenzuolo, con un’aria di attesa, le mani sui fianchi.

Il resto sono occhi che guardano altrove, anzi che fanno di tutto per evitare di incrociare l’immagine della morte così sfacciatamente immobile. O forse no, non evitano niente, non la vedono e basta. L’ombrellone rovesciato li aiuta a schermare uno scandalo tanto intollerabile. L’uomo aveva 73 anni, si chiamava Antonio Sommaripa, abitava nel quartiere Miano e in mattinata i bagnanti hanno visto galleggiare il suo corpo (che per quanto ne sapevano poteva essere ancora in vita) su quell’innocuo e piccolo specchio d’acqua chiuso dagli scogli, dove dicono che non annegherebbe neanche un bambino lasciato solo. Invece di soccorrerlo, hanno preso un telefonino e hanno chiamato il 118, perché ci pensassero i medici del Pronto Soccorso a fare il possibile (l’impossibile).

Solo dopo, qualcuno ci ha ripensato e ha deciso di trascinarlo a riva. I medici non hanno potuto che constatarne il decesso per annegamento. Niente bagnini, sulla spiaggia centrale di Napoli? Niente bagnini, a quanto pare. Ma soprattutto, nessuna pietà sulla spiaggia centrale di Napoli? Nessuna pietà. A giudicare dall’agghiacciante normalità di quelle scene, dove nulla riesce a turbare i sacri rituali preagostani, un morto vale una sedia vuota, una borsa abbandonata, un cestino dei rifiuti. Rifiuto esso stesso, se si può continuare a leggere un libro o il giornale con un cadavere a due passi, se si riesce ad aprire un tubetto per spalmarlo sulle spalle arrossate dell’amica, se si può rimanere sdraiati pancia all’aria e gambe divaricate ad abbronzarsi.

Neanche i sassi che circondano la Mappatella Beach sembrano capaci di tanta indifferenza di fronte a un uomo morto. C’è una famosa poesia di Ungaretti, intitolata «Veglia», in cui un soldato evoca una nottata di guerra del ’14 passata a fianco di «un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione delle sue mani»: ricorda che in quella notte, disteso a fianco della morte («penetrata nel mio silenzio »), non si è sentito mai «tanto attaccato alla vita» e ha cominciato a scrivere «lettere piene d’amore». Ci vuole il massacro di una guerra per avere tanto rispetto della morte, e perciò della vita? O lo si può avere non solo sotto il plenilunio ma nel solleone, non solo al fronte ma anche su una spiaggia, non solo in divisa ma anche in costume da bagno? Con le pance sporgenti, con le gambe adipose? Insomma, in tempo di pace. E di benessere.

Paolo Di Stefano
31 luglio 2009