sabato 1 agosto 2009

I pm accusano: «Il senatore Pd a capo di una banda criminale»

di Redazione


Bilanci dei partiti, conti correnti di movimenti politici, personali e societari, accertamenti patrimoniali anche sui singoli indagati. E, ora, controlli a tappeto anche su una serie di delibere e di atti della Giunta regionale pugliese guidata da Nichi Vendola, che potrebbero, secondo gli inquirenti della procura di Bari, risultare illegittimi. Il giorno dopo la visita dei carabinieri alle sedi pugliesi di cinque dei partiti del centrosinistra (Pd, Lista Emiliano, Sinistra e Libertà, Socialisti autonomisti e Rifondazione comunista), continua ad ampliarsi il campo dell’inchiesta sulla Sanità nel tacco d’Italia, affidata al pm della Dda barese Desirée Digeronimo.

Cominciata nel 2006 accendendo i fari sul business di Carlo Columella, un imprenditore attivo con la sua società Tradeco nello smaltimento dei rifiuti ospedalieri, in legami con l’ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco (nel tondo) - poi dimessosi e «atterrato» al Senato -, l’indagine è andata via via allargandosi. E adesso il lavoro degli inquirenti, che ha portato a rilevare notevoli incrementi nei fatturati di una serie di imprenditori che secondo la procura erano «agevolati» nella stipula di contratti, gare e licitazioni con Asl e ospedali pugliesi, punta sui flussi finanziari di ritorno.

Le ipotesi di reato che ora dalla concussione e corruzione si spingono al finanziamento illecito ai partiti dicono questo: il sospetto è che parte di quei soldi che avrebbero arricchito le società che concludevano ottimi affari con le strutture sanitarie grazie ai presunti trattamenti di favore siano ritornati nelle tasche di politici, dirigenti e medici, ma anche nelle casse di partiti della maggioranza di governo regionale. Un lavoro certosino, che incrocia i dati contabili e i movimenti dei conti correnti bancari di imprenditori, politici e partiti, e che viene messo a confronto con quegli atti dell’amministrazione (appalti, concorsi e nomine, tra gli altri) che, secondo la procura, sono probabilmente stati dettati da interessi non esattamente leciti.

Atti che avrebbero contribuito a mettere in piedi quel sistema che gli inquirenti già ad aprile definivano «organizzazione criminale radicatasi all’interno della pubblica amministrazione, tendente a condizionare le scelte della stessa pubblica amministrazione allo scopo di perseguire i progetti illeciti del sodalizio in esame». All’epoca la figura centrale dell’inchiesta era appunto Alberto Tedesco.

Ma ora i politici coinvolti sarebbero di più. Non ci sarebbe tra questi lo stesso governatore pugliese, Vendola, che non risulta indagato. Ma nonostante le tempestivissime dimissioni dell’assessore alla Sanità (che lasciò la poltrona a febbraio) e il recente azzeramento della giunta, la bufera che si sta abbattendo sul centrosinistra pugliese non è certo una buona pubblicità per il presidente, che assegnò la delega a Tedesco pur conoscendo il conflitto d’interessi dell’assessore, i cui figli sono titolari di una azienda che commercia in protesi ortopediche.

Oggi sul punto, attaccando il governatore, è tornato il coordinatore regionale dell’Idv, Pierfelice Zazzera. Che a Vendola dà del Pinocchio: «Sulla vicenda Tedesco venne convocato un consiglio regionale monotematico, il cui risultato fu una assoluzione politica con formula piena dell’assessore regionale alla sanità. Il presidente Vendola espresse in quella occasione il proprio pieno appoggio all’operato di Tedesco alla politica sanitaria regionale». Imbarazzante per il governatore anche il coinvolgimento della criminalità organizzata nell’inchiesta. Nel mirino una serie di locali del rione Libertà, riconducibili al clan Strisciuglio nei quali, per aggirare la mancanza delle licenze di somministrazione di bevande alcoliche, sarebbero stati ospitati i circoli di un partito del centrosinistra.


Bufera su Vendola, il Pdl: "Si dimetta subito"

di Redazione



Bari - Mafia-politica-affari: la "triade" colpisce la Puglia di Nichi Vendola e la giunta di centrosinistra che la governa. "Stiamo vivendo un momento di barbarie, non so da parte di chi, ma vi prego non fatemi aggiungere altro. Oggi, lo ripeto, non insistete perchè non voglio parlare". Così ha risposto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ai giornalisti che gli chiedevano di intervenire ancora, dopo le dichiarazioni fatte ieri, sulla vicenda delle inchieste avviate dalla magistratura di Bari. Ma sul governatore pugliese è bufera. Il Pdl chiede le dimissioni, mentre l'Italia dei Valori attacca: "I corrotti non hanno colore politico". 

Vendola si chiude nel silenzio Vendola, dopo che stamane c’erano state perquisizioni nelle sedi dei principali partiti di centrosinistra pugliesi per trovare riscontri alle indagini disposte dalla Dda di Bari, esclude che negli eventuali illeciti siano coinvolti rappresentanti del Prc e di Sinistra e Libertà. Si tratta di un’ipotesi accusatoria "molto forte e anche un pò azzardata", dice. Dei reati rispondono i singoli e non i partiti nel loro complesso, dice in sostanza il Governatore della Puglia. 

Per "immaginare che gli schieramenti politici in quanto tali da un lato e dall’altro possano essere delle organizzazioni criminali ci vogliono robuste e numero pezze d’appoggio". Vendola tuttavia è rassicurato dal fatto che il sequestro di tanta documentazione nelle sedi dei partiti potrà chiarire se ci siano "pezze d’appoggio" alle accuse "molto forti". "Una volta che si accende la luce, poi, bisogna vedere tutta la verità", dice. Anche eventuali proscioglimenti. "Bisogna guardare con molta cautela alle indagini e lasciare che la magistratura faccia fino in fondo il proprio dovere". 

L'attacco di Di Pietro Il primo a reagire alle notizie da Bari è il leader Idv, Antonio Di Pietro. Dicemmo di no a Vendola due anni fa, ricorda, "e facemmo bene" ( ma Vendola smentisce quella offerta). Non basta, dice il leader dell’Idv, "mettere un’icona (Vendola) e capo della giunta per risolvere i problemi", si debbono escludere i corrotti che non "hanno colore politico". Lo scontro, dunque, è anche nel centrosinistra. Il segretario del Prc Paolo Ferrero, ad esempio, fa un distinguo politico ricordando che il suo partito è stato escluso dall’ultima giunta perchè Vendola ha preferito l’Udc. No comment, invece, da Pier Luigi Bersani che era oggi in Calabria, mentre da Roma il Pd tace. 

Il Pdl chiede le dimissioni "Se non si può non essere sempre garantisti verso chiunque, a partire dal proprio avversario, non si può per questo ignorare un evento di gravità assolutamente inaudita quale le contestuali perquisizioni delle sedi dei principali partiti di maggioranza, compresi quelli passato e presente del presidente della Regione, sospettati di essersi finanziati con i proventi del malaffare sanitario", afferma in una nota il capogruppo Pdl alla Regione Puglia, Roberto Ruocco per il quale "certo è che, se uno 'schizzo di fango' era bastato a destituire un vice-presidente, cinque perquisizioni dovrebbero essere sufficienti a indurre un presidente 'duro e puro' o a destituirsi da solo, o quantomeno a destituire la maggioranza che lo esprime, compresi i suoi partiti presente e passato". 

"Tale nuovo filone di indagine, aggiungendosi ad un’ipotesi di associazione a delinquere costituitasi all’interno del sistema sanitario pugliese al fine di truccare appalti e gonfiare forniture ed all’accertato baratro dei nostri conti sanitari quantificato dalla Corte dei Conti in un miliardo di euro, delineerebbe - sottolinea Ruocco - un quadro inquietante di saccheggio sistematico dal quale certamente il suddetto presidente non può tirarsi fuori". "Gli eventi di queste ore - continua - sono una raggelante replica alla tracotanza con cui Vendola ha affrontato il dibattito sulla nostra mozione di sfiducia, che si manifesta in tutta la sua tempestività e doverosità a tutela di un’istituzione che sta sprofondando nella vergogna".

D'Alema: "Pd tranquillo" "Non commento mai gli atti della magistratura ma siamo anche tranquilli, il Pd non ha né connessioni con la criminalità né ha costituito i suoi bilanci con le tangenti". Lo ha detto Massimo D’Alema a Bari per partecipare all’assemblea regionale della mozione Bersani a proposito delle inchieste baresi che vedono coinvolti esponenti del partito. "Ho piena fiducia nei magistrati - ha aggiunto - che cercheranno in tempi rapidi di fare luce".





Scontri in Pakistan: estremisti musulmani bruciano sei cristiani

di Redazione

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Islamabad - L'accusa, poi smentita, è quella di aver profanato un Corano. Per questo motivo sei cristiani, tra i quali quattro donne, sono stati bruciati vivi durante gli scontri con la maggioranza musulmana in una città nel Pakistan centrale. Forti le tensioni fra le due comunità della città di Gojra, nella provincia centrale del Punjab: si sono registrate anche alcune sparatorie.

Case in fiamme Le televisioni hanno mostrato case in fiamme, strade disseminate di mobili anneriti e gente che sparava dai tetti. Il ministro per le Minoranze, Shahbaz Bhatti, ha riferito che una folla "sviata da estremisti religiosi", ha attaccato un quartiere cristiano e ha incendiato decine di case. "Abbiamo ricevuto sei corpi di persone morte ustionate - ha detto un funzionario locale del Ministero della Sanità, Abdul Hamid -. Fra questi ci sono quattro donne, un uomo e un bambino".



Il campo nomadi dei record: sgomberato ogni quattro giorni

I vigili: li mandiamo via, dopo un po’ sono di nuovo lì


MILANO - Li sgomberano e loro tornano. A distanza di una settimana sono di nuovo lì. I vigili si ripresentano e li cacciano ancora. Tempo qualche giorno e le roulotte rispuntano un’altra volta. E così via, «cinquantadue volte dall’inizio di quest’anno, in pratica un blitz ogni quattro giorni», assicura il vicesindaco-sceriffo di Milano Riccardo De Corato.

Una sequenza da record per la cinquantina di sinti, nomadi di origine italiana (siciliana, nel caso), che da anni vagano in un mezzo chilometro quadrato di Milano, stretto tra la tangenziale ovest e la periferia di Baggio. Lo sgombero-beffa ha la figura di un triangolo: via Cusago, via Riccardo Lombardi, poche centinaia di metri più in là, e poi, tragitto un po’ più lungo, via Cardinal Tosi, a due passi dall’ospedale San Carlo.

Nomadi veri, loro malgrado. Allontanati, solo nell’ultimo mese, dieci volte. L’ultima, ieri mattina. I vigili arrivano presto, dopo l’ennesima segnalazione di cittadini infuriati. Chiedono i documenti, controllano che non ci siano macchine rubate e poi ordinano lo sgombero di roulotte e baracche. I sinti portano via i loro diciassette caravan senza quasi fiatare.

Qualche volta capita che la «visita» sia così attesa che le valigie sono pronte già dalla sera prima. Per terra, dopo, rimangono i resti del «soggiorno ». Con gli addetti dell’azienda rifiuti chiamati a ripulire il tutto. Per rendere l’idea: è stato calcolato che Amsa spenda ogni anno mezzo milione di euro per risistemare tutte le aree verdi abbandonate dopo gli sgomberi delle favelas abusive.

L’intervento in via Cusago è diventato quasi un rito. «Almeno una volta alla settimana», raccontano i vigili. «Controlliamo i documenti e li allontaniamo dal campo. E loro ogni volta cambiano accampamento e ce li ritroviamo poche centinaia di metri più in là». Dopo ogni operazione, il tour ricomincia lungo il solito triangolo.

Nella città che ha provato ad affrontare la questione siglando nel maxi-campo di via Triboniano un patto di legalità e solidarietà, diritti in cambio di doveri, e che ha nel prefetto Gian Valerio Lombardi un commissario straordinario incaricato di affrontare l’emergenza, gli insediamenti abusivi rimangono. L’ultimo censimento racconta di 1331 residenti nei campi ufficiali, oltre ai 2000-2500 che stanziano in quelli irregolari.

Il picco, assicurano in Comune è stato nel biennio 2007-2008, dopo l’ingresso della Romania nella Ue, quando le presenze arrivarono a quota settemila. Il vicesindaco allarga le braccia: «Questi di via Cusago sono pure italiani. Noi che cosa possiamo fare? Andiamo lì, li sgomberiamo grazie all’ordinanza che firmò l’ex sindaco Pillitteri che vietava il campeggio in aree pubbliche, e poi la cosa finisce lì».

Ha senso questa continua rincorsa, questo gioco dell’oca tra un campo (abusivo) e l’altro? «Ai cittadini che protestano dobbiamo comunque dare risposte e far vedere che ci siamo, che non ci rassegniamo », spiega il vicesindaco. «È la dimostrazione che la tolleranza zero da sola non risolve i problemi.

Semmai li sposta da una via all’altra », attacca invece Andrea Fanzago, consigliere pd in Comune. Insiste De Corato: «Meglio in ogni caso che tornino magari dopo solo tre giorni piuttosto che non se ne vadano affatto». Tra una settimana — ne è convinto anche il vicesindaco— in programma la puntata numero cinquantatré.

Andrea Senesi
01 agosto 2009


Schiaffoni ai figli, in Nuova Zelanda un referendum per riammetterli

A raccogliere le 310 mila firme è stata una madre: «Divieto da cancellare, servono all’educazione»


MILANO — «Uno schiaffetto inflitto in un buon contesto fa­miliare non è un abuso ma un atto d’amore. Non appena ho capito quanto la sua mancanza potesse influenzare l’educazio­ne delle mie figlie, ho deciso che dovevo fare qualcosa». She­ryl Savill, 40 anni, madre di due bambine di 10 e 12 anni, è la donna che potrebbe far cam­biare le regole della Nuova Ze­landa in tema di ceffoni ai bam­bini.

Nell’arcipelago del Pacifico le punizioni corporali sui figli a scopo educativo sono un reato dal 2007, quando il Parlamento approvò un emendamento a una legge in vigore dal 1961. La signora Savill, però — ap­poggiata dal politico Larry Bal­dock e dal suo partito cristia­no- conservatore «Kiwi» (fuori dal Parlamento alle ultime ele­zioni) — ha raccolto 310 mila firme per un referendum che riabiliti la sberla formativa. «Lo scapaccione come elemen­to di un buon sistema di corre­zione da parte dei genitori do­vrebbe essere un crimine?» re­cita il quesito sottoposto da ie­ri agli elettori. Si può votare fi­no al 21 agosto e i sondaggi pre­vedono una vittoria del «no», vale a dire del fronte pro sberla. Un risultato che metterebbe il go­verno di centrodestra in una si­tuazione delicata: il premier John Key ha già fatto sapere che la consultazione non sarà vincolante ma sarebbe difficile ignorarla nel caso i promotori vincano in misura schiaccian­te.

Se Wellington riammettesse i ceffoni di mamma e papà sa­rebbe un clamoroso passo in­dietro, almeno dal punto di vi­sta delle organizzazioni in dife­sa dell’infanzia. Dopo aver già bandito le bacchettate a scuola nel 1990, la Nuova Zelanda è stata infatti, finora, tra le 24 na­zioni al mondo cosiddette «buone»: quelle, cioè, che proi­biscono il castigo fisico sia in classe che a casa. La prima, nel 1979, fu la Svezia, seguita da Finlandia (1983) e Norvegia (1987). In seguito, il divieto per genitori e insegnanti è sta­to approvato anche in altri Pae­si, soprattutto europei (19 ad oggi il totale) tra cui Germania, Grecia e Ungheria. Quanto al­­l’Italia, niente castigo fisico nel­le scuole dopo un percorso ini­ziato dal Regio decreto 653 del 1925 che vietò le bacchettate negli istituti secondari, fino ad arrivare alla sentenza della Cas­sazione del ’96 che condannò le punizioni corporali in classe. Ammesso, invece, lo sberlotto dei genitori.

«La nostra cultura è diversa da quella dei Paesi an­glosassoni, tra i quali rientra la Nuova Zelanda — spiega il pre­sidente di Telefono Azzurro, Er­nesto Caffo —. Sull’arcipelago, come anche in Inghilterra e Au­stralia, il sistema educativo è storicamente più rigido e le campagne contro le punizioni corporali sono iniziate più tar­di, una quindicina di anni fa». Con una brusca accelerazione, però, almeno in terra neozelan­dese. Qui negli anni Ottanta, stando ai racconti degli ex alun­ni, poteva accadere che il futu­ro ministro della Pubblica Istru­zione, David Benson-Pope — allora insegnante — ficcasse una palla da tennis nella bocca degli allievi «a scopo educati­vo». E che, in poco più di un ventennio, si sia trasformato lo scapaccione in un reato anche per mamma e papà e si sia già pronti a fare marcia indietro. «Tipico degli anglosassoni — aggiunge Caffo — è pure l’ec­cesso punitivo. Servirebbero piuttosto campagne per aiuta­re i genitori. Non è escluso che la richiesta del referendum in Nuova Zelanda nasca proprio perché madri e padri in difficol­tà non sanno trovare alternati­ve alla punizione corporale».

Alessia Rastelli
01 agosto 2009