domenica 2 agosto 2009

Ritrovati dopo 18 anni i resti del primo americano ucciso in Iraq

Trovate ad Anbar le ossa di Michael Scott Speicher: il suo velivolo abbattuto nel 1991 nella Prima Guerra del Golfo




NEW YORK - Risolto, dopo 18 lunghi anni, il mistero sulla fine Michael Scott Speicher, il pilota americano di cui si persero le tracce nel 1991 durante la Prima Guerra del Golfo. I resti del militare sono stati infatti ritrovati dai marine in Iraq, nella regione occidentale di Anbar. Il Dipartimento della Difesa, che conferma il ritrovamento, precisa che si tratta di Michael Scott Speicher. Il velivolo del pilota americano fu abbattuto durante le prime ore di combattimento.

«I NOSTRI PENSIERI ALLA FAMIGLIA DEL CAPITANO»- Il ritrovamento dei resti di Speicher, che secondo la Cnn è stato il primo americano ucciso in Iraq, mette fine a 18 anni di speculazioni. «È rimasto vivo ed è stato catturato» hanno creduto in molti per tutto questo tempo. Ora però l'impronta dai denti ha confermato che i resti ritrovati appartengono a Speicher. Una prima certezza in attesa dei risultati degli ulteriori esami sul Dna che saranno effettuati. «I nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alla famiglia del capitano Speicher per il sacrificio fatto per il Paese - afferma in una nota Ray Mabus, segretario della Marina -. Sono grato a tutti quelli che hanno lavorato instancabilmente negli ultimi 18 anni per riportare il capitano Speicher a casa».

02 agosto 2009




Grillo pronto a lanciare il suo partito «Sarà un esempio di democrazia diretta»

Liste regionali dopo l'estate, in autunno nascerà un nuovo Movimento di Liberazione Nazionale




MILANO - «L'assalto alla diligenza Italia è in corso. Tutti vogliono la loro parte di bottino. Partiti, lobby, criminalità organizzata, interessi locali, gruppi stranieri. Gli unici esclusi sono i cittadini, coloro che si ostinano a chiamarsi italiani e a pagare le tasse. La democrazia è diventato un semplice esercizio di potere». Beppe Grillo alza il livello della sua partecipazione all'agone politico e, dopo le liste con il 'bollino' per le amministrative, dopo il tentativo di candidatura alla segreteria Pd, annuncia la formazione di un partito tutto suo. Il comico genovese annuncia che dopo l'estate lancerà «le Liste regionali a Cinque Stelle per le elezioni del 2010» e che «in autunno nascerà un nuovo Movimento di Liberazione Nazionale, un soggetto politico a Cinque Stelle espressione dei cittadini. Un esempio di democrazia diretta».

POTERE DI DEBITO - Grillo punta il dito contro gli attuali partiti politici, che «hanno il potere del debito e lo usano contro di noi. Creano capitoli di spesa per motivi elettorali, di conservazione della loro influenza, come per la Sicilia a cui hanno assegnato quattro miliardi di euro. Il debito pubblico è la risorsa infinita di Tremorti, il Grande Elemosiniere con il debito degli italiani - prosegue Grillo. - Da inizio anno il debito pubblico è cresciuto di quasi 90 miliardi. Chi autorizza questa gente a indebitarci? Anche il debito ha un punto di non ritorno, ed è vicino, Tremorti e Draghi lo sanno. Ogni spesa pubblica deve avere una copertura finanziaria, altrimenti è furto con destrezza ai danni degli italiani».

POVERI - Secondo Grillo, «ci aspetta un Autunno Flambè. Le aziende, terminata la cassa integrazione, saranno costrette a licenziare, o a chiudere. Otto milioni di italiani sono poveri. Poveri, ascoltate il suono della parola: Po-ve-ri. Una parola dell'Ottocento, Charles Dickens e le navi di emigranti verso le Americhe. A 150 anni dall'Unità d'Italia ci sono otto milioni di poveri. Questa Italia è fallita». E ancora: «Quando i soldi finiranno, o meglio, quando saranno costretti a annunciare che i soldi sono finiti, allora inizierà il ballo. Nessuno può dire che tipo di ballo sarà. Secessionista, peronista, federalista, pre unitario, fascista. Una danza a cui dobbiamo partecipare, non assistere». «Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?) - conclude Grillo. - Noi neppure».

02 agosto 2009


Cossiga vent’anni dopo le picconate «Potessi tornare indietro starei zitto»

«Dissi che servivano le riforme ma nella Dc nessuno capì e neanche nel Pci, tranne D’Alema»


ROMA

A vent’anni dalla sua pri­ma picconata, rifarebbe tutto, presiden­te Cossiga?
«No, proprio no. Non ne valeva la pe­na. Se potessi tornare indietro, me ne sta­rei zitto e buono. Se allora mi fossi com­portato così, probabilmente mi avrebbe­ro rieletto, e c'era una quota di mondo po­litico che lo voleva. Ma ero incazzato co­me una belva e non potevo tacere».

Sarebbe dunque stato meglio lascia­re le cose come stavano, visto quello che è venuto dopo?
«A parte il fatto che una Seconda Re­pubblica non è mai nata e l'ibrido che c'è oggi sta ormai morendo, chissà che cosa sarà la Terza. Pensando ai vecchi tempi, il dualismo Dc-Pci funzionava molto me­glio del bipolarismo barbarico di adesso, se non altro perché un accordo lo si trova­va sempre. Mentre ora ci si scontra quoti­dianamente con la bava alla bocca, senza combinare niente di buono».

È passata una generazione da quando Francesco Cossiga lanciò il primo segnale della svolta che sarebbe sfociata nella traumatica «era del piccone». Il 9 novem­bre 1989 era crollato il Muro di Berlino e l'allora presidente della Repubblica giudi­cò l'evento un'occasione liberatoria an­che per l'Italia. Di cui approfittare subito.

Insomma: era il momento di rimuovere quel «fattore K» che aveva relegato il Pci fuori dalla stanza dei bottoni costringen­doci a «un’alternanza di governi senza al­ternative al governo» e di riformare in profondità le istituzioni. Per il suo avverti­mento il capo dello Stato usò il messag­gio di fine anno. «Sono cambiate tante co­se all'Est... siamo a un nuovo punto di par­tenza, anche noi italiani abbiamo bisogno del vento della libertà».

Qualcuno definì «enigmatico» il mes­saggio...
«Invece era chiarissimo. Spiegavo che il Muro era caduto addosso pure a noi. Che bisognava abolire la conventio ad excludendum verso i comunisti, chiudere la 'guerra fredda interna' ed emancipare il cosiddetto arco costituzionale. Denun­ciavo che il sistema non reggeva più. Che serviva una rigenerazione istituzionale, un secondo tempo per la Repubblica. E la­sciavo intendere che, se non avessimo fat­to nulla, ci avrebbero preso a pietrate per le strade».

Era, insomma, una profezia della ca­tastrofe.
«Sì. Venne da me Antonio Gava, un po­tente della Dc, il mio partito, per chieder­mi che cosa volessi mai. Tentai di dirglie­lo e non capì. Ma anche nel Pci-Pds il di­scorso fu giudicato criptico: tranne D'Ale­ma, nessuno capiva. Avevano sempre vis­suto all'opposizione e sull'opposizione, non era facile per loro pensare di assumer­si responsabilità di governo. Più comodo sospettarmi e, più tardi, attaccarmi».

E lei ha ricambiato con gli interessi. Fu allora che cominciò la sua seconda vita?
«Ci furono varie tappe: il discorso del Capodanno 1989, un intervento a Edim­burgo nel quale approfondivo l'urgenza di 'ampliare l'ambito della democrazia' cancellando l’interdetto politico verso il Pci, e infine il mio messaggio alle Came­re.

Erano gli anni del patto tra Craxi, An­dreotti e Forlani, il Caf. Sollecitavo la gran­de riforma di cui c’era bisogno per schiva­re la crisi che stava per esplodere. Andre­otti, all'epoca premier, rifiutò di controfir­mare il documento per la presentazione in Parlamento perché, si difese, non lo condivideva. Lo firmò il ministro della Giustizia Martelli. Fu il momento più dif­ficile, per me. Sembravano tutti ciechi».

Cossiga «l'incompreso»: è la sua eter­na autodifesa.
«Purtroppo era così. Tornò al Quirina­le il povero Gava. 'Francesco, ma cosa vuoi? Perché ti agiti tanto per questa rifor­ma? Abbiamo lavorato benissimo per qua­rant'anni con questo sistema, possiamo farlo per altri quaranta'. Socialisti, libera­li, repubblicani votarono a favore e, nell' ex Pci, il costituzionalista Barbera. Tutti gli altri sostenevano che il mio era un pro­getto ad alto rischio, quasi eversivo. Non sapevano che ad aiutarmi a stendere il messaggio erano stati Amato e Martinaz­zoli » .

Nessuno dei due certo accusabile di «frenesie autoritarie». Ma quella stagione fu un incrocio di complot­ti. Lei parlava di una congiura per spodestarla dal Colle, tirarono fuo­ri Gladio.
«Dissero che ero il tutore di quella struttura clandestina euro­pea chiamata Stay Behind, e da noi Gladio, accusata di mille nefandezze.
Era comodo prendersela con me, nono­stante avessi avuto un ruolo poco più che marginale. Ero il Cossiga 'amerikano' e le uniche firme trovate sui documenti era­no mie, anche se chi autorizzò per primo l'accordo con la Cia e con gli inglesi fu Mo­ro insieme a Taviani, con la consulenza di Enrico Mattei.

Senza contare che tutti i presidenti del Consiglio sapevano. Ho do­mandato ad Andreotti perché avesse rive­lato il segreto e mi ha risposto che, cessa­ta la guerra fredda, non c'era più motivo di tacere. Una volta il premier inglese Major mi chiese: 'Era proprio necessario dirlo?'. Beh, lasciamo perdere...».

Gladio fu un capitolo dell'«intrigo» per farla dimettere?
«Ci fu anche una cena a casa di Euge­nio Scalfari alla quale era presente, tra gli altri, il gran borghese del Pri, Visentini. Si parlava di me e a un certo punto Scalfari disse: 'Se non riusciamo a metterlo sotto impeachment, facciamo almeno votare una mozione al Parlamento perché sia sot­toposto a perizia psichiatrica'. Mi voleva­no mandare a casa con la camicia di forza. Visentini raccontò la cosa al liberale Altis­simo, che mi telefonò subito. A quel pun­to, potevo mai stare zitto?»

E infatti, come tutti ricordano, non tacque.
«Dicevano che ero in preda a una 'tem­pesta neuro-vegetativa'. In realtà facevo il matto per poter dire la verità, come il fool del teatro elisabettiano. Ero incazzato perché non mi capivano né i comunisti né la Dc, per la quale restavo un irregola­re... Ero incazzato come il sardo che sono, e lei sa che ho antenati pastori, testardi e durissimi » .

Certe sue esternazioni restano memo­rabili per le stilettate incendiarie verso i suoi nemici.
«Di alcune, premeditati atti di legitti­ma difesa, ho chiesto scusa. Per esempio mi sono pentito della definizione di 'zom­bie con i baffi' ad Achille Occhetto».

Lo shock era che lei bombardava il quartier generale, come aveva fatto Mao durante la rivoluzione culturale in Cina.
«Precisamente. E il quartier generale, che era il vertice della Dc, non capiva nul­la » .

Nessun altro pentimento, oggi?
«Mi ero fatto patrocinatore di un salto nel futuro, ma ero troppo in anticipo. Ta­viani, nelle sue memorie, scrive che sarei stato un buon politico se avessi pensato meno al passato e al futuro, concentran­domi sul presente. Ecco il mio errore: vo­levo liberare un sistema bloccato, ma ho fatto il passo più lungo della gamba.

E il cerchio che avevo aperto nell'89 si è chiu­so solo molto dopo, con il traghettamen­to dei post-comunisti al governo, quando creai un partito transitorio proprio per questo scopo, l'Udr, e proposi al mio suc­cessore al Quirinale, Scalfaro, di affidare a D'Alema l'incarico di formare il governo. Il passaggio era completato. Quella sera andai a cena con Berlusconi (senza la D’Addario, beninteso) e cercai di convin­cerlo ad astenersi, ciò che sarebbe stato il mio capolavoro... non ce la feci».

Presidente Cossiga, se lei ha contribu­ito a emancipare gli ex comunisti, ha vi­sto però cadere nel vuoto la sua richie­sta di grandi riforme.
«E' così. Sono stati vent'anni sprecati e la mia storia resta soltanto una testimo­nianza a uso degli storici. Le riforme non hanno voluto farle. Il giorno in cui Berlu­sconi mi anticipò che voleva presentare la sua riforma della Costituzione, quella bocciata dal referendum, gli dissi: perché non prendi la proposta uscita dalla Bica­merale di D'Alema e la presenti tale e qua­le? Lì dentro c'è tutto: l'assetto semipre­sidenziale dello Stato, l'elezione diret­ta del presidente della Repubblica, la divisione delle carriere in magistra­tura, la riforma della stessa Corte costituzionale... tu presentala e vo­glio vedere come farà il centrosini­stra a non votarla».


Marzio Breda
02 agosto 2009


Strage di Bologna, Napolitano «Fu una stagione di folle violenza»

fini: «accertare la verità in tutti i suoi aspetti»

Il messaggio del Capo dello Stato nel ventinovesimo anniversario. Fischi al ministro Bondi

BOLOGNA - Ventinovesimo anniversario della strage nella stazione di Bologna. Fischi e contestazioni durante la cerimonia di commemorazione al ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi. Non appena ha preso la parola dal palco allestito in piazza Medaglie d'Oro, in tanti hanno levato fischi interrompendo più volte l'incipit del suo discorso. Dopodiché gran parte della folla radunata nella piazza ha voltato le spalle e si è allontanata. Bondi, che aveva appena cominciato a parlare a nome del governo, ha interrotto il discorso e ha detto rivolgendosi alla gente: «Così non rispettate il senso più profondo della commemorazione». Il ministro ha ripreso a parlare tra i fischi, sempre più forti, da parte di decine di manifestanti che gli chiedevano di andar via facendo il segno con la mano, e coprendo quasi interamente le sue parole. Allora Bondi ha interrotto il discorso e gridando, per farsi sentire meglio, ha detto: «Questa è la testimonianza del dialogo che io oggi offro. Questa è democrazia, non il fischiare senza nessuna ragione e nessuna giustificazione». Poi ha concluso: «Io vengo dal paese della strage di San Terenzo Bardine (strage nazifascista dell'agosto del 1944 nel comune di Fivizzano, in provincia di Massa Carrara, dove Bondi è nato, ndr). Lì sono morte 400 persone. So cosa vuol dire la democrazia e la libertà, non voi». Prima di Bondi, come da programma, erano intervenuti il sindaco di Bologna, Flavio Delbono, e il presidente dell'Associazione familiari delle vittime della strage, Paolo Bolognesi.

NAPOLITANO - E proprio a quest'ultimo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio di «vicinanza e solidarietà», con cui esorta a continuare «una riflessione collettiva» su quella «stagione di folle violenza terroristica» che portò anche all’attentato del 2 agosto 1980. «A ventinove anni dalla strage alla stazione di Bologna - scrive Napolitano - il mio pensiero va alle ottantacinque vittime di quel vile e terribile delitto, agli oltre duecento feriti - rimasti segnati dall'orrore di quella mattina - e al dolore dei loro famigliari. Quella strage - come altre che hanno dolorosamente segnato la vita della Nazione in quei tragici anni - fu frutto di una stagione di folle violenza terroristica che non deve essere dimenticata. Su di essa è necessario che prosegua una riflessione collettiva che ho ritenuto di sollecitare con i miei interventi in occasione del "Giorno della Memoria" per onorare le vittime e perpetuarne il ricordo presso le generazioni più giovani. Solo sviluppando un impegno costante di corretta trasmissione della memoria è possibile diffondere la cultura della convivenza pacifica e della consapevole partecipazione all’esercizio dei diritti nell’ambito della legalità costituzionale».

BERLUSCONI - Secondo il premier, Silvio Berlusconi, «la tragedia vissuta da Bologna e dall'Italia tutta il 2 agosto 1980 è ancora viva nella memoria degli italiani». «Desidero esprimere con forza alla cittadinanza, anche a nome del Governo - scrive il capo del Governo - lo sdegno e la forte condanna di ogni forma di violenza e di terrore e il fattivo sostegno delle istituzioni per il quieto vivere sociale». Dal palco della cerimonia è stato letto solo il messaggio del presidente della Repubblica, sottolineato da un applauso della folla raccolta sul piazzale della stazione mentre quando lo speaker ha citato gli altri messaggi, al nome di Berlusconi è partito qualche fischio.

FINI - Anche il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha inviato un messaggio di solidarietà al sindaco di Bologna e ai familiari delle vittime della strage. «Desidero esprimere tutta la mia più intensa solidarietà e commossa vicinanza a Lei, signor sindaco, e ai familiari delle ottantacinque vittime del vile e orribile attentato che ventinove anni fa colpì la città di Bologna ferendola nei suoi sentimenti più profondi di umanità e civiltà» scrive Fini nel messaggio a Flavio Delbono e al Presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime». «È necessario mantenere sempre viva la memoria di quella terribile tragedia per rinnovare l’esecrazione del terrorismo e per riaffermare i princìpi della democrazia, della legalità e della libertà che sono patrimonio condiviso del popolo italiano - continua il presidente della Camera - Il ricordo di come la Repubblica seppe reagire all’attacco criminale dello stragismo deve essere di incitamento a difendere sempre con determinazione e fermezza i valori costituzionali che sono alla base della convivenza civile. A tanti anni distanza, ritengo sia dovere assoluto delle Istituzioni accertare la verità in tutti i suoi aspetti ricostruendo nella sua completezza i contorni di quell'oscura e torbida azione destabilizzatrice che si abbatté su Bologna e sull'Italia producendo tanti lutti e tante immani sofferenze. È un necessario servigio che si deve alla città, agli italiani e alla democrazia del nostro Paese. Nel salutare cordialmente Lei, signor sindaco, e i familiari delle vittime, esprimo a tutti i presenti alla commemorazione i sensi della mia più viva partecipazione».

SCHIFANI - Per il presidente del Senato, Renato Schifani, il ricordo delle «vittime innocenti del terrorismo di quegli anni, di ogni matrice, promuova la formazione in Italia di una rinnovata coscienza democratica e di una nuova cultura della solidarietà, del dialogo e della convivenza civile». «Desidero - scrive Schifani - giunga alle famiglie e ai bolognesi tutti la mia partecipe vicinanza in questo giorno di memoria silenziosa e commossa».


02 agosto 2009



Il mago che lava e stira la storia del mondo (e fa l’autopsia ai libri)

di Stefano Lorenzetto



La data prescelta per «lo spettacolo di fuoco della Compagnia All’Improvvisata» non è delle più felici: 11 settembre. Il titolo nemmeno: La morte e l’allegrezza. Dalle ore 19 di quel venerdì, e nei successivi due giorni, per entrare a Isola Dovarese «bisognerà pagar gabella». In cambio i visitatori saranno catapultati nel Medioevo, tra falconieri, arcieri, sbandieratori, trampolieri, giullari, maghi, fattucchiere, sputafuoco, e potranno anche assaggiare il «grande minestrone alchemico» scodellato in piazza.

Ma l’unica cosa che varrebbe davvero il prezzo del biglietto, in questo borgo antico della provincia di Cremona, è l’accesso al laboratorio di Luciano Sassi, che invece resterà chiuso. Ho avuto il privilegio di entrarci, al numero 24 di via Roma, e in tre ore m’è passata davanti la Storia. Ho visto l’ultima lettera scritta nel 1506 da Andrea Mantegna a Francesco

II Gonzaga, nella quale il pittore, ormai morente, assicura che non ha «sminuito quel poho de ingenio che dio», scritto con la minuscola, «mha dato» e si lamenta che «da niuna parte già molti mesi no posso aver un quatrino». Ho visto la sottoscrizione autografa di Matilde di Canossa su una donazione del 1109. Ho visto il monogramma di Federico Barbarossa tracciato esattamente 50 anni dopo dal suo cancelliere: «L’imperatore non si sporcava certo le mani a scrivere, con l’indice sfiorava soltanto il sigillo sulla pergamena pronunciando la formula “Io l’ho fatto”».

Ho visto 50 volumi di sentenze, dal 1500 al 1700, in processi celebrati sulla terraferma dalla Serenissima: 6 anni per l’omicidio di un uomo con un colpo di stocco, pena all’apparenza mitissima, ma che diventa infernale scontata al remo sulle galee, con i ferri ai piedi, perché significava fare lì i propri bisogni e, se perdevi il ritmo di vogata, ti sbarcavano al primo porto, 

eri bandito per sempre dalla Repubblica Veneta, ti tagliavano o la punta del naso o quella delle orecchie affinché fossi riconosciuto come malfattore presso tutte le corti, insomma diventavi un reietto del mondo, e se per caso osavi riavvicinarti entro 15 miglia al territorio di San Marco venivi «catturato, appeso per cavezzo finché la morte non ti raggiunga e il tuo corpo smembrato in quattro parti esposto sulle mura della città». 

John Ruskin diceva che i libri possono essere divisi in due categorie: i libri di un’ora e i libri di tutti i tempi. Sassi si occupa da una vita solo di quest’ultimi. Ma anche di pergamene, codici miniati, mappe, lettere antiche. Nato a Milano nel 1959 (è ritornato nel 1980 al paesello da dove il padre mugnaio, sopravvissuto al massacro di Cefalonia, emigrò per fame), sposato, divorziato, padre di tre figli, è il restauratore di fiducia degli Archivi di Stato di Mantova e di Milano. 

Ha insegnato alla Statale i sistemi di conservazione dei materiali. Conosce i segreti per lavare, asciugare, stirare, ricostruire nelle parti mancanti e infine rilegare, come fossero nuovi, volumi divorati dai secoli, dall’umidità, dagli insetti. Nelle sue mani tutto si trasforma e nulla va perduto: alla fine del restauro consegna al committente le bustine trasparenti contenenti persino la polvere e le mosche trovate fra le pagine. 

«I registri degli archivi sono giacimenti archeologici incredibili. In pratica cancellieri e contabili ci vivevano sopra. Per cui dentro ci trovo la vita quotidiana: capelli, briciole di pane, fiori, semi di piante, ritagli di stoffa, appunti». E indica un reperto cinquecentesco appena incorniciato, un undicesimo comandamento scritto con calligrafia ornata: «Chi ama Dio con purità di core, vive felice e poi contento more».

Ma alle cure di Sassi vengono affidati soprattutto documenti di inestimabile valore: Carlo V, l’imperatore sulle cui terre non tramontava mai il sole, che rinnova l’investitura già accordata nel 1524 a Francesco II Sforza per il ducato di Milano e aggiunge all’autografo un pataccone d’oro da mezzo chilo; pergamene carolinge del IX secolo; testi liturgici, fra cui due lezionari del 1000; una Divina Commedia della fine del Trecento («stupefacente, 

Dante era morto da meno di 80 anni, in pergamena, con glosse scritte fin nelle pieghe, appartenuta a una famiglia nobile di Padova»); incunaboli del Fondo Alfieri; libri stampati sul finire del ’400 dal primo editore della storia, il tipografo Aldo Manuzio; manoscritti del Guicciardini. Ma anche epistolari di Gabriele D’Annunzio, Benito Mussolini, Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, fino al carteggio fra Tazio Nuvolari ed Enzo Ferrari. 

Solo a consultare i faldoni provenienti dall’Archivio di Stato di Mantova, che contengono le testimonianze dei rapporti intrattenuti dai Gonzaga con i grandi della Terra, vengono i capogiri. C’è Enrico VIII, quello delle sei mogli, che descrive l’Inghilterra dell’epoca. C’è Torquato Tasso che annuncia d’aver «finito di comporre un bel libello che ho chiamato La Gerusalemme» e chiede al Duca di comprargli la carta per stamparlo. Ci sono lettere dei re di Francia, di Lucrezia Borgia, di Tiziano Vecellio, del Tintoretto, del Perugino, di Vittore Carpaccio, di Leon Battista Alberti, di Giulio Romano, di Pieter Paul Rubens.

Chissà quanto valgono. E chissà quanto si fa pagare per salvare questi tesori.
«La fregatura è che prima leggo e poi restauro, quindi perdo un sacco di ore. Prenda il carteggio di Mantegna. Sono 400 lettere. Quale potrebbe essere il loro valore commerciale? Vogliamo dire almeno 500 milioni di euro? Per 1.500 euro le ho sistemate. I soldi non m’interessano. Pensi invece al privilegio di potermi leggere sdraiato sul divano l’affreschista della Camera degli Sposi che chiede al Duca di prendere provvedimenti contro i vicini di casa perché lo molestano, di procurargli la legna da ardere per la nuora, di acquistargli un terreno del quale fornisce la piantina con le misure e i nomi dei confinanti».

Impagabile.
«Ho restaurato una lettera del navigatore Antonio Pigafetta che racconta al Duca il primo giro intorno al mondo, del quale fu uno dei 18 superstiti, compiuto con Ferdinando Magellano. E ho capito perché nel Sud delle Filippine oggi ci sono i musulmani: gli arabi, interessati al commercio delle spezie, avevano occupato quelle isole perché ci crescevano il pepe lungo, la cannella, la galanga».

La galanga?
«Eh, lo so, non la conosce nessuno. Si ottiene dal rizoma di alcune piante, ha un sapore bruciante, fortemente aromatico. Nei fogli di guardia delle decadi di Tito Livio stampate nel 1478, quelli bianchi che si mettevano all’inizio e alla fine di un libro per proteggerlo e che spesso si riempivano di scarabocchi e disegni, ho trovato questa annotazione: “Nel 1493 si incominzò a scoprir...”. È un testimone dell’epoca che racconta la conquista del Perù da parte di Francisco Pizarro. Fa i ritratti dei principi Inca. Ha visto uccidere Atahualpa, sterminare la popolazione, espugnare la capitale Cuzco».

La profondità storica toccata con mano.
«I ricchi del tempo sapevano che esisteva Amsterdam solo perché avevano i soldi per comprarsi un atlante. Ma l’orizzonte della gente non andava oltre i 20 chilometri. Era un mondo corto, lento, escluso dalla comunicazione. Se il viso del principe non fosse stato effigiato sulle monete, non avrebbero nemmeno saputo com’era fatto il loro sovrano. Anche per noi l’antichità si ferma al bisnonno. Più in giù del bisnonno ci sembra tutto uguale, cambia solo il vestito».

Da chi ha imparato quest’arte?
«Studiavo veterinaria perché sognavo di trasferirmi da Milano a Isola Dovarese a curare le mucche. Ma accadde un fattaccio: mia nonna Cleofe, che abitava a Monticelli Ripa d’Oglio, trovò in soffitta due antiche mappe su pelle d’uovo. Le portai alle benedettine dell’abbazia di Viboldone, un convento di semiclausura. Non avevo i quattrini per farle sistemare. “Se vuoi provarci da solo, t’insegniamo noi”, mi dissero.

Mi fermai un mese. Alla fine mi mandarono da padre Sisto, un cistercense di Casamari che stava alla Certosa di Pavia. “Guarda e impara”, furono le sue uniche parole. Rimasi un anno. Le cose mi venivano facili, anche per via delle mie conoscenze di chimica. Fino all’alluvione di Firenze, 1966, il restauro in Italia non esisteva proprio. Quando uscii dall’Istituto centrale per la patologia del libro, il primo al mondo fondato nel 1938 su decreto del Duce, eravamo appena in 26 autorizzati dallo Stato a mettere le mani su queste rarità».

Che cosa rovina di più i libri?
«L’incuria. E lo shock termico provocato dai termosifoni».

Quali sono le fasi del recupero?
«Innanzitutto li fotografo. La numerazione spesso non c’è, perché riguarda noi, non loro. Per cui contrassegno le pagine a matita, le spolvero, taglio i fili di cucitura, le smonto. Si anatomizza il libro come si fa in un’autopsia. Seguono bagni di deacidificazione per bloccare i processi di degrado della carta e dell’inchiostro. Poi stendo i fogli ad asciugare su graticci. Sostituisco le parti mancanti con carta giapponese trasparente, in modo da riformare il perimetro della pagina. Ogni operazione dev’essere reversibile».

Durata?
«Da 15 giorni a 12 mesi».

Tantissimo.
«Quella che mi ha portato via più tempo è stata una Naturalis historia di Plinio il Vecchio, stampata su carta miniata da Nicolas Jenson nel 1476. Ci ho girato intorno oltre un anno, pensando e ripensando a un sistema per evitare di rovinare le miniature solubili in acqua. Alla fine ho rinunciato a 2.000 euro e l’ho restituita consigliando di tenerla così com’è».

Le è mai capitato qualche passo falso?
«Un’oleografia mi si è sciolta sotto gli occhi. Dopo 20 anni non ho ancora capito perché».

Ha un’assicurazione?
«Le pare che possa spendere 100.000 euro l’anno di polizza?».

Qual è il testo più antico che ha restaurato?
«Una cartola de acceptio mundio, un atto di dote longobardo, con cui Anstruda, figlia di Autareno, riceve dai fratelli Sigirad e Arochis tre soldi d’oro per aver sposato un loro servo. Una bellissima storia d’amore messa nero su bianco a Piacenza il 12 maggio dell’anno 712 e conservata all’Archivio di Stato di Milano. Che fa il paio con un reperto saltato fuori da un registro contabile quattrocentesco della Valtellina: l’esercizio di uno scolaro che sarebbe molto piaciuto al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini».

Che genere d’esercizio?
«Ecco, legga qui: “Io grandamente amarìa el maestro se esso batesse me”. Un alunno che si lamenta perché l’insegnante non lo picchia abbastanza, ci pensa? E traduce la frase anche in latino, o quasi: “Ego magnopere amarem magistrum si ipse napularet me”. Perché il bene che ti vuole il maestro dipende da quante legnate ti dà sulla schiena per raddrizzarti. Le tombe non potrebbero conservare meglio dei registri. C’è dentro una storia parallela che non è rintracciabile al cimitero».

La scoperta più emozionante?
«Due anni fa. Stavo restaurando una mappa strapubblicata e strastudiata del Polirone, il millenario monastero di San Benedetto Po collegato con le abbazie di Cluny e di Montecassino, dove volle essere sepolta Matilde di Canossa. A un certo punto noto cose che non mi convincono. L’occhio che vede altro, mi spiego? Come nella Sindone. Un re seduto, un cavaliere armato, uno spadaccino...

Otto figure inscritte in altrettanti rettangoli, intuibili soltanto con una luce tangente. Smonto la tela di rinforzo che era stata posta dietro la pergamena, metto a bagno, sciacquo. Ora tutto mi è chiaro: un mazzo di carte da gioco. Piegata come un tovagliolo, la pergamena fu probabilmente appoggiata su una matrice xilografica che serviva per stampare le carte, poi vi fu messo sopra dell’altro materiale. Così, per compressione, in 150 anni i semi di spade si sono impressi senza bisogno di inchiostro».

Le piacerebbe mettere le mani anche sulla Sindone?
«No, l’hanno toccata in troppi. Però ho avuto occasione di osservarla bene, da vicino, senza nessuno intorno. E mi ha molto, molto, molto impressionato. Molto, molto. Le confesso che certi falsi sarei in grado di farli. Ma una cosa del genere è praticamente impossibile. Non me la so spiegare. Dipingere un pezzo di tela? So che problemi dà la tela, non puoi raggiungere quella nitidezza. E poi le sostanze coloranti naturali che si usavano dal ’500 in giù sarebbero state assolutamente inadatte».

Come le sembrano i libri di oggi?
«Mi sembrano brutti, anche i più sontuosi. Gli editori nemmeno sanno che esistono accurati studi sulla proporzione dei bianchi. Dovrebbero leggersi il saggio del professor Giorgio Montecchi su come nasceva un libro nel Rinascimento».

Adesso sono in arrivo i libri digitali. Negli Usa gli ebook hanno avuto un boom del 228%.
«Ma non hanno futuro. E le note a matita? Io i libri devo segnarmeli».

Ogni giorno in Italia escono 170 nuovi libri, più di un terzo dei quali non vende neppure una copia. Farà fatica ad avere qualche erede fra due secoli.
«Quando entro alla biblioteca nazionale Braidense di Milano mi chiedo sempre quanti dei 900.000 volumi ivi custoditi sono stati letti. Mi capitano in mano libri mai aperti. Abbiamo perso perfino il gusto della corrispondenza. Spariti i carteggi, che cosa resterà dei rapporti fra gli uomini? Gli Sms?».

Leo Longanesi diceva che l’intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto.
«Ammetto: ho fatto anche dei libri finti. Di legno, con i dorsi di pelle dorata e antichizzata. Me li chiedevano certi industriali per i loro salotti».

Oliviero Toscani dice che i libri servono per sedercisi sopra.
«Anche. Ma per fortuna non solo».

Camilla Cederna diceva che molti scrittori scrivono libri che essi stessi non leggerebbero mai.
«Gli scrittori cercano di reggersi in piedi. Ma come si fa a rimanere eterni? Un’idea grande ce l’hai una sola volta nella vita. Dopo, diamo tutti da mangiare alla fame».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it


La Chiesa vuol dare un tetto anche al Jackpot

di Redazione

Roma - Niente neanche stavolta. Ormai sono sei mesi che va avanti così e chissà quanto durerà ancora. Nessun sei al Superenalotto e il montepremi tocca i 115 milioni e 900mila euro. Un fortunato però c’è: il 5+ indovinato ad Arona, provincia di Novara, tabaccheria Airoldi di via Roma, nel caso siate passati di lì. Vince, centesimo su centesimo, 2.756.718,40 euro. A Cardedu, in provincia di Nuoro, è stato invece realizzato i un 5 SuperStar da 413.508 euro. Per il 6 toccherà riprovare il prossimo 4 agosto, ma in molti si sono un po’ stufati di inseguirlo. Questa volta per la prima volta c’è stato un calo, anche se minima, dopo tre settimane di furore ai botteghini. Il concorso di ieri sera ha incassato 47,8 milioni di euro, con un aumento del 14,3% rispetto ai 41,8 milioni di giovedì 23 luglio ed un calo del 2,3% rispetto ai 48,9milioni di euro raccolti martedì scorso. Vedremo se si tratta di un trend.

Ma i nemici del Jackpot si sono moltiplicati. Monsignor Alberto D’Urso, segretario della Consulta nazionale antiusura Giovanni Paolo II, ha chiesto attraverso il Sir, il servizio informazioni della Cei, di «congelare» il super premio e di destinarlo ai terremotati dell’Abruzzo. O ai poveri. Non solo come gesto di solidarietà ma anche per arginare quell’accanimento verso il gioco d’azzardo e la fortuna che sta diventando l’altra faccia della povertà dell’Italia.

«Per giocare le persone si indebitano e ci sono disperati che si sono tolti la vita per questo». Di qui il suo appello: «Chiediamo che i soldi del superenalotto siano congelati, che sia fissato un tetto al superenalotto e che il denaro sia destinato ai terremotati d’Abruzzo, annullando le norme di carattere fiscale in materia di giochi già previste dal decreto legge del 28 aprile scorso». Difficile però arrestare il jackpot, anche se intervenisse la legge. Solo un miracolo potrebbe tutto.



Milano, alcol vietato agli under 16: prime multe a due ragazzine bresciane

Sono state trovate in piazza Vetra. Il verbale sarà adesso trasmesso ai genitori



MILANO - La prima notte di applicazione dell'ordinanza milanese anti-alcol per i minori di 16 anni era trascorsa senza alcuna sanzione. Poi sabato, nel pomeriggio, sono arrivate le prime multe per due ragazzine bresciane di 14 anni. Gli agenti della polizia municipale le hanno trovate in piazza Vetra, a Milano: avevano con sé bottiglie di alcolici. Ora il verbale verrà trasmesso ai genitori, come prevede la norma fortemente voluta dall'amministrazione comunale milanese.

FERITA - Quando gli agenti sono arrivati, una di loro era in evidente stato di ubriachezza, al punto che barcollando è caduta, rompendo la bottiglia che aveva in mano. Nonostante ciò, ha continuato a bere provocandosi un taglio sul viso. È stata quindi portata al Policlinico per la medicazione. «La polizia municipale - ha spiegato il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato - sta raccogliendo ulteriori elementi e valutando l'ipotesi di segnalare i genitori della ragazza per abbandono di minore alla Procura della Repubblica, presso il Tribunale dei minori».