giovedì 6 agosto 2009

Gli astuti divieti di Andreotti in un mega- lungometraggio

Fonte : Il Messaggero

di Fabio Ferzetti
ROMA (5 agosto) - Ma non sarà che la censura è stata per anni uno strumento molto più duttile e raffinato di quanto si creda? La caricatura del censore fatta da Alberto Sordi nel Moralista se la ricordano tutti.

Occhio sgranato, bocca deformata dal disgusto, sopracciglio impennato nella condanna, il protagonista della farsa diretta da Giorgio Bianchi nel 1959 era un campione di ipocrisia e di velocità che sforbiciava pellicole a tutto spiano. Nella realtà le cose furono ben diverse e lo sa bene Tatti Sanguineti, sensibilissimo esploratore di archivi e penombre del cinema italiano, che oltre a dirigere il progetto Italiataglia ha usato i verbali di censura come bussola per un lungo viaggio sul pianeta a tutt’oggi più sconosciuto del nostro sistema politico: il pianeta Giulio Andreotti.

Altro che “I panni sporchi si lavano in casa”. Sono anni che Sanguineti tenta di ribaltare la tenace vulgata secondo cui il senatore fu implacabile e zelante censore del nostro miglior cinema nel dopoguerra. Dietro gli interventi più famigerati c’era per Sanguineti un disegno coerente e articolato che aveva come obiettivo la crescita industriale, del cinema e del paese. 


Una tesi scomoda che Sanguineti ha passato al setaccio in 40 ore di intervista col senatore a vita, 21 sedute di «interrogatorio circostanziato e fattuale, condotto carte alla mano, sugli anni che vanno dal ’47 al ’53», che presto daranno luogo a una pellicola-mostre divisa in tre parti equivalenti ad altrettanti lungometraggi («Ricostruzione, Propaganda, Censura») sul ruolo e il peso reali del “Divo Giulio” nella vita pubblica e meno pubblica del nostro paese.

«Andreotti è secondo solo a Mussolini come numero di citazioni nei vari cinegiornali conservati negli archivi Luce», spiega Sanguineti. «Era ora di interpretare e raccontare la sua storia. Ho la follia di credere che persino un paese smemorato come il nostro possa interessarsi a questo film». L’ostacolo maggiore come sempre sono i brani tratti dai film di cui si parla, tradizionalmente e irragionevolmente costosi, dunque inaccessibili per un film che non può certo contare su grandi capitali, anche se si tratta quasi sempre di classici che ogni italiano dovrebbe conoscere, o almeno poter conoscere. Senza escludere film che italiani non erano ma che in Italia sarebbero stati visti e dunque, rieccoci a Italiataglia, andavano sapientemente “adattati” e all’occorrenza manipolati.

Come accadde ad esempio, spiega Sanguineti, al film della Rank sulle Olimpiadi londinesi del ’48. Una pellicola sfacciatamente di propaganda «che esaltava gli atleti di tutti i paesi del Commonwealth riservando agli italiani una figura miserevole, da eterni perdenti e ri-perdenti. Si poteva tollerare una cosa simile a tre anni dalla fine della guerra? Andreotti pensa già alle Olimpiadi di Roma del ’60, e soprattutto ha capito che giochi e scommesse sullo sport serviranno a finanziare la ricostruzione del paese, dunque non è il caso di deprimere ulteriormente gli italiani». Così il film, d’accordo con il gran capo del Coni, Giulio Onesti, fedele compagno di visioni private con Andreotti nella saletta del Ministero, viene rimontato a uso e consumo interno.

Con molta dinsinvoltura, certo, ma con lo stesso fiuto per la sensibilità storica che anni dopo porterà il senatore a placare i 2000 cappellani militari insorti contro La grande guerra di Monicelli, leone d’oro a Venezia. A volte, insomma, censura fa rima con diplomazia. Forse anche per questo il sito Italiataglia marcia con la media incredibile di 30.000 contatti a settimana. Gli italiani sanno di non sapere tutto, e vogliono guardare sotto il tappeto.



Bologna, spunta registro film censurati: c'è anche Totò tra i tremila "respinti"

Non solo Totò ma anche Ciprì e Maresco: un materiale prezioso ora raccolto nel sito internet “Italiataglia”

dal nostro inviato Michele Concina

BOLOGNA (5 agosto) 



Rossi, polverosi, dimenticati, i sei volumi sono saltati fuori per caso. Pierluigi Raffaelli, storico del cinema, liha scoperti mentre era negli archivi ministeriali, a riordinare documenti sulla censura cinematografica nel dopoguerra; un territorio già esplorato, benché sempre in grado di regalare sorprese. Ma in quei sei tomi rilegati all’antica c’era un piccolo tesoro, unico al mondo: il registro dei film - italiani e stranieri - sottoposti al vaglio delle nostre commissioni di censura dal 1913, l’alba dell’industria, al 1943.

«Sono circa 32 mila pellicole, di cui oltre tremila, “respinte” dai censori, parevano scomparse senza lasciare traccia né memoria, neppure del titolo. Invece, grazie allo zelo burocratico, all’istinto di conservazione di antiche generazioni di funzionari, erano solo ibernate, latenti in un loro limbo nascosto», racconta Raffaelli. Ritrovarle ha consentito di compilare un repertorio completo dei quasi cento anni di storia del cinema. Nonché, per nulla incidentalmente, degli sforzi, sempre benintenzionati ma alla fine quasi sempre vani, di salvaguardare le pupille e l’anima del pubblico.

«Dobbiamo voler bene a tutte le commissioni di censura», proclama con occhi un po’ sognanti Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna. E pare di vederlo, in un bianco e nero sfumato, andare ad abbracciare quei signori con i baffi a manubrio e i colletti duri, implacabili sforbiciatori di peccaminose caviglie. «Perché è solo grazie a loro e ai loro archivi pignoli che oggi abbiamo, e soltanto in Italia, una filmografia integrale, completa di dati tecnici, che aiuta a ricostruire una società».

Un patrimonio che viene man mano messo a disposizione di tutti, grazie a un sito che ha debuttato qualche giorno fa, di cui Farinelli è uno degli animatori. Si chiama Italiataglia, verrà gradualmente riempito con tutti i materiali disponibili sui procedimenti di “revisione” (così si chiama, ufficialmente) di tutti i film distribuiti in Italia. «Già a fine settembre avremo online il periodo 1944-1965», promette Anna Fiaccarini, responsabile di biblioteca e archivi alla Cineteca bolognese. Con l’eccezione, almeno per ora, dei video con le sequenze tagliate, tanto per evitare che il sito diventi un paradiso per guardoni.

Già dalle prime pagine consultabili appare evidente che nella storia della censura cinematografica c’è un solo argomento che ogni tempo e ogni regime considerano terreno minato: la religione. L’ultimo film «vietato a tutti», in Italia, è stato nel 1998 Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco, una sorta di parodia blasfema dei Vangeli poi dissequestrata in appello. Gli altri grandi tabù -sesso, conflitto sociale e onore militare- hanno esalato l’ultimo respiro negli anni ‘70.

Nei decenni precedenti, tuttavia, imperversavano come tifoni ai Tropici. «Basta pensare a Totò e Carolina del ‘54, che li mescolava tutti e tre», esemplifica Farinelli. «Figurarsi, la storia di un brigadiere che fa il tenero con una prostituta, sullo sfondo comunisti allegri e ospitali». Il parere della commissione censura fu una specie di apocalittico anatema: «Film offensivo della morale, del buoncostume, della pubblica decenza, nonché del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti della Forza pubblica». Per approdare alle sale, la povera pellicola dovette essere trattenuta un anno in commissione, subire il taglio di 31 scene, eliminare o adattare decine di battute, acconciarsi perfino a tramutare Bandiera rossa nell’Inno dei lavoratori, più domestico e riformista; e rimase comunque bollata dal divieto di distribuzione al di fuori dei confini nazionali.

Su Italiataglia, consultando l’originale del visto, si possono leggere le minuziose istruzioni del censore alla produzione. Altri bersagli della censura, invece, sono meno ovvi, quando non del tutto incomprensibili. «A lungo, per esempio, furono sforbiciati i dettagli della preparazione ed esecuzione di crimini, probabilmente nel tentativo di scongiurare fenomeni d’imitazione», osserva Fiaccarini. Accomunando così nello stesso destino un Fritz Lang del 1919, Il lago d’oro, e un Franco e Ciccio del ‘66, Come svaligiammo la Banca d’Italia. Ci sono casi, però, in cui gli stessi studiosi della Cineteca si arrendono. Per esempio al cospetto di un taglio di tre minuti «strano e inspiegabile» sui titoli di testa e una ripresa del profilo immobile di Annie Girardot in Morire d’amore di André Cayatte.

Vale la pena di notare che le ossessioni censorie mutano nello spazio, oltre che nel tempo: in Italia La grande guerra, nonostante polemiche furibonde, arrivò in sala alla svelta. Mentre la Francia, di manica larga sulle faccende di letto ma implacabile nella tutela del suo onore militare, bandì per decenni La battaglia di Algeri e Orizzonti di gloria. Nell’insieme, dagli studi dei cinefili bolognesi la censura italiana emerge come una vecchia zia dispotica e malmostosa, piena di fissazioni, un po’ bigotta, un po’ prude. Tutto sommato, però, malleabile e non immune al buon senso. «Da noi le “commissioni di revisione” sono sempre state essenzialmente luoghi di patteggiamento», sostiene Farinelli. Certo, spaventa e inorridisce la loro arma finale: il rogo, così carico di significati simbolici. «Ma c’è sempre un lieto fine.

Dalle fiamme le pellicole risorgono, perfino Ultimo tango a Parigi. Tornano in circolazione, e la battaglia con la censura diventa una medaglia al valore». Quando Totò e Carolina fu finalmente distribuito, i manifesti pubblicitari strillavano felici: «Dopo Marilyn Monroe, Jane Russell e Sophia Loren, anche Totò ha il suo film proibito».


Io, prete messo in croce per due cinghiali uccisi»

dal nostro inviato PAOLO CRECCHI




SORI. «Eh, no. L’eterno riposo, per i cinghiali, no». Don Marco Fazio rievoca con sofferenza le sue giornate di passione, e quell’interruzione blasfema della santa messa: quando un ambientalista salì all’altare e cominciò a recitare la preghiera dei defunti, e un carabiniere per fortuna lo agguantò per il colletto della camicia e lo accompagnò, con garbata fermezza, fuori dalla chiesa di San Bartolomeo.
I fedeli stanno tutti con lui, in una vicenda che vede l’ennesimo scontro tra la civiltà contadina e quella cittadina.

I fatti, per come sono stati riepilogati dal sostituto procuratore Biagio Mazzeo. Il 20 luglio residenti e turisti di San Bartolomeo cenano all’aperto. Un paio di tavolate. Tra il secondo e la frutta, ma una versione parla di dolce già servito, si segnala l’arrivo nel borgo di un branco di cinghiali.

Secondo il rapporto delle guardie zoofile un paio di cuccioli vengono brutalmente assassinati da quattro commensali, con la collaborazione del parroco don Marco Fazio. Le guardie non erano lì, naturalmente, ma sono state chiamate da animalisti inorriditi di fronte alla mattanza. Don Marco: «Non c’è stata nessuna mattanza. Noi stavamo mangiando e sono arrivati sette cinghiali, che si sono infilati in un recinto di pecore. Lo fanno spesso, perché sono perennemente affamati, e caricano il gregge per rubargli il cibo. Allora si sono alzati in quattro, da tavola, e li hanno cacciati via a bastonate.

Sono scappati in cinque, gli ultimi due no». Cuccioli? «Ma quali cuccioli. Cinghialotti, già neri, forse uno aveva ancora un paio di striature da piccolo. Io non li ho neanche toccati, i cinghiali, non sono un cacciatore». Però alle guardie zoofile, il giorno dopo, li ha consegnati lui: «Non volevo che ci andasse di mezzo troppa gente. Allora ho detto alle guardie, aspettate, entro mezz’ora vi porto tutto. Sono andato da chi aveva messo i cinghiali nel freezer e me li sono fatti dare».
Don Marco riconosce di aver sbagliato, «anche se non sapevo che fosse così grave per la legge italiana ammazzare un cinghiale fuori stagione. Qui siamo in campagna».




Hiroshima ricorda le 140mila vittime Il sindaco: "Aboliamo le armi nucleari"

Solenne cerimonia e un minuto di silenzio  osservato per le 140mila vittime della bomba sganciata dagli Usa nel 1945.Il sindaco di Hiroshima ha invitato a sostenere Barack Obama nella sua proposta di abolizione delle armi nucleari



Hiroshima, 6 agosto 2009 - Solenne cerimonia oggi a Hiroshima per il sessantaquattresimo anniversario del primo attacco atomico della storia, che fece centinaia di migliaia di morti. Circa 50mila persone, tra cui anche dei sopravvissuti della bomba sganciata dagli Stati Uniti, si sono radunate presso il monumento dedicato alle vittime. Alla cerimonia hanno partecipato anche il premier giapponese Taro Aso e i rappresentanti di una sessantina di Paesi.
Alle 8.15 (ora locale, l’una e un quarto del mattino in Italia), il momento esatto dell’attacco, i presenti si sono alzati in piedi e hanno pregato in silenzio. Il sindaco di Hiroshima, Tadatoshi Akiba, ha colto l’occasione per invitare la comunità internazionale a sostenere il presidente americano Barack Obama nella sua proposta di abolizione delle armi nucleari.
L’abolizione delle armi nucleari ha il sostegno non solo degli ‘hibakusha’ (i sopravvissuti della bomba atomica), ma anche della maggioranza dei popoli e delle nazioni di questo pianeta”, ha detto Akiba. “Noi siamo la grande maggioranza del mondo e ci qualifichiamo come ‘Obamaggioranza’, e chiediamo al resto del mondo di unirsi a noi per eliminare tutte le armi tomiche entro il 2020”.
Negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale (il conflitto era già terminato in Europa), il bombardiere americano B-29 Enola Gay sganciò la bomba atomica su Hiroshima. La città giapponese fu rasa al suolo e morirono circa 140mila persone. Tre giorni dopo un nuovo ordigno fu sganciato su Nagasaki, dove morirono altre 80mila persone. Il 15 agosto il Giappone si arrese.


Italia, record di auto blu: 600mila

di Redazione


Roma - Sul primo gradino del podio. "Record negativo" per l’Italia che ha raggiunto con il proprio parco di "auto blu" le 624.330 unità. È quanto emerge dallo studio condotto da Contribuenti.it - Associazione Contribuenti Italiani. Con "Lo Sportello del Contribuente" ha analizzato il parco delle auto blu utilizzate in qualunque modo dalla pubblica amministrazione, conteggiando sia quelle proprie che quelle in leasing, in noleggio operativo e noleggio a lungo termine, presso lo Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Asl, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici, Società misto pubblico-private e Società per azioni a totale partecipazione pubblica. In soli sei mesi, in Italia, il parco delle auto blu in dotazione della pubblica amministrazione è cresciuto del 2,7% passando da 607.918 a 624.330 unità.

In Italia più di 600mila auto blu Dopo la legge del 1991 che limitava l’uso esclusivo delle auto blu ai soli ministri, sottosegretari e ad alcuni direttori generali, si sono sempre proposte regolamentazioni e tagli, mai effettuati. Nella classifica dei paesi che utilizzano le "auto blu" primeggia l’Italia con 624.330 seguita dagli Usa con 72mila, Francia con 63mila, Regno Unito con 56mila, Germania con 55mila, Turchia con 51mila, Spagna con 42mila, Giappone con 30mila, Grecia con 30mila e Portogallo con 22mila. "In Italia gli amministratori pubblici hanno superato ogni limite - sostiene Vittorio Carlomagno, presidente Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani -. Basterebbe pubbicare sul sito internet il nome degli utilizzatori e tassarli come fringe benefit per ridurre drasticamente il parco auto della pubblica amministrazione".

Quando l’Argentina censurava Paoli, Baglioni e Nicola di Bari

di Davide Mattei


Madrid - «Ma girando la mia terra io mi sono convinta che / non c'è odio non c'è guerra quando a letto l'amore c'è» cantava nel 1978 Raffaella Carrà, rendendo famosa in tutto il mondo la Tanti auguri di Pace e Boncompagni. Vitale e maliziosa, la canzone ha segnato un'epoca in Italia e all'estero e continua ad essere cantata tutt'oggi. La reinterpretazione pop di quel famoso «fate l'amore e non la guerra» non dovette però piacere particolarmente alla dittatura dei Generali argentini, che comandò con il terrore il Paese dal 1976 al 1983, e che non ci pensò due volte nel mettere all'indice l'hit della Carrà. Assieme a lei finirono nella lista nera delle «cantabili il cui testo non è adatto a essere diffuso per radio» altre centinaia di canzoni, in buona parte d'amore e italiane, che il regime considerava offensive per la morale «occidentale» e «cristiana».

A scoprire le censure musicali di Videla e dei suoi militari è stata ieri la Commissione Federale per la radiodiffusione argentina che ha scoperto tra vecchi documenti le sette pagine dattiloscritte della Presidenza della Nazione con la lista delle «galeotte», e le ha pubblicate su Internet.
Se la scelta di censurare Tanti auguri ha qualche spiegazione (il ritornello in spagnolo oltretutto dice: «Per fare bene l'amore bisogna venire al sud» e poteva seriamente mettere in imbarazzo i generali australi) risulta invece più difficile capire il veto caduto su varie canzoni d'amore di Gino Paoli,

Claudio Baglioni, Toto Cutugno, Nicola di Bari e Umberto Tozzi. Forse «Quella sua maglietta fina / tanto stretta al punto che mi immaginavo tutto» cantata da Baglioni fu considerata pericolosa perché capace di accendere l'immaginazione dei più, anche se, apparentemente, non andava certo contro la morale occidentale. Al bando finì anche Pienso en Vos, di Battisti e Mogol. «Io lavoro e penso a te / torno a casa e penso a te / le telefono e intanto penso a te / Come stai?

E penso a te» erano versi che per i generali ultraconservatori probabilmente non si conciliavano con l'idea di famiglia tradizionale.

Nella lista, rimasta nascosta per trent'anni, sono finite anche «La donna che amo» di Serrat, cantata da Gino Paoli; Mia di Nicola di Bari e Sì di Toto Cutugno. Assieme a loro ci sono circa 200 titoli di canzoni principalmente in spagnolo, inglese e francese, considerate deprecabili. Per tutti vale lo stesso imperscrutabile metro di giudizio, che ha portato a censurare cantautori «impegnati» come lo spagnolo Joan Manuel Serrat o il chileno Víctor Jara, assieme ad altri cantanti che niente avevano a che fare con la politica come gli spagnoli Camilo Sesto o José Luis Perales. In Pequeño superman Perales canta infatti versi di dubbia sovversività: «Vestiti come vuoi, bevi Coca Cola, vola con Iberia a New York, fumati una Marlboro, beviti un Martini».

La dittatura, che con la sua repressione, i voli della morte e la tortura fece sparire tra le 18 e le 30mila persone, applicò la censura anche sulla corrente hippie e rock di quegli anni. Assieme alle canzonette finirono censurati i versi di Gainsbourg, Joan Baez, Yoko Ono, come quelli dei Queen, dei Pink Floyd di Another brick in the wall, o del Cocaine nella versione di Eric Clapton.

Affitto tutta la spiaggia" Così il figlio dell'emiro "okkupa" Formentera

di Paola Fucilieri

Formentera - Quando il panfilo blu e bianco di 120 metri si profila all’orizzonte della spiaggia «Ses Illetas» - la più bella e chic della piccola perla delle Baleari, l’isola di Formentera - sono le 10 del mattino e nelle acque cristalline e docili non c’è quasi nessuno. Sembra tutto tranquillo in questa atmosfera paradisiaca: l’imbarcazione di tre piani, in fondo, è solo la più grande e pacchiana tra quelle milionarie che se ne stanno pigramente davanti alla spiaggia. Non per Nicola, il bagnino veneto che sorveglia la lingua di sabbia e che si frega le mani.

«Ecco, quello è il panfilo di Turam, uno dei figli dell’emiro del Kuwait - spiega con un sorrisone indicando l’immensa imbarcazione di tre piani -. Mi dà 100 euro al giorno solo di mancia per tenergli occupati tutti i lettini e gli ombrelloni della spiaggia per lui e tutto il suo seguito. È così per quasi tutta l’estate. Resta solo qualche posto per i “comuni mortali” che volessero prendere il sole qui. È un affare, mica lo faccio per niente, sai? Chi mi pagherebbe una simile cifra al giorno, senza contare le spese di lettini e ombrelloni. Non è vero Juan? Turam resta un altro mese intero... Evvai!».

E i due si scambiano un cinque d’intesa che la dice lunga. A poco a poco sulla spiaggia, silenziosamente, arrivano gli uomini della sicurezza del principe, tipi aitanti ma non troppo, armati di auricolari e occhiali scuri che circondano tutta l’area occupata dagli ombrelloni color crema, mentre la servitù filippina stende diligentemente su tutti i lettini asciugamani blu scuro sui quali campeggia una scritta bianca in un corsivo dall’aspetto vagamente arabeggiante, e che riporta il nome del suo regale proprietario, «Turam». Pian piano, silenziosamente, la spiaggia monopolizzata dalla piccola corte viene invasa da parenti del principe, tutti decisamente in sovrappeso, dai suoi amici e da un nutrito gruppo di bellissime ragazze occidentali avvolte in sobri parei di seta, che indossano micro bikini e fatali occhiali da sole.

Sembrerebbero un gruppo anonimo di bagnanti tranquilli, silenziosi, forse solo un po’ pacchiani, ma il loro sguardo, mentre se ne stanno pigramente stesi a prendere il sole sotto gli ombrelloni sorseggiando bibite, è costantemente fissato sull’immenso panfilo: tutti sono in trepida attesa di Turam. E intanto si godono il sole e il mare di Formentera e di «Ses Illetas», uno dei più belli del Mediterraneo e forse del mondo.

Passano le ore ma del regale ospite neanche l’ombra. Turam e il suo amico Sharif arrivano infatti soltanto intorno alle 18 a bordo di una moto d’acqua per quello che Nicola definisce il «solito blitz giornaliero». Il figlio dell’emiro è un 35enne sovrappeso, alto e panciuto, dallo sguardo impenetrabile. Indossa una camicia verde smeraldo e un paio di calzoncini da bagno bianchi, non è certamente un adone, ma non appena le ragazze lo vedono avvicinarsi alla riva, saltano in acqua e cominciano a urlare come se si trattasse di un divo di Hollywood. Lui non risparmia sorrisi, le sommerge di spruzzi d’acqua, scherza con loro senza mai sfiorarne nessuna nemmeno con un dito.

Poi, come in un rito dalle rigide regole, le donzelle urlanti si fanno improvvisamente mute e tornano a riva per ricadere pigramente sui loro lettini. Turam raggiunge la spiaggia attorniato dall’invisibile security e i filippini corrono solerti sulla battigia ad asciugargli i piedi. Il principe si guarda intorno, si accende una sigaretta e stringendo gli occhi a fessura indica un lettino: è quello dove si siederà. Cerchiamo di avvicinarlo, indossando un lungo caftano sul costume e chiedendo rispettosamente di scambiare qualche parola con lui. Turam viene avvisato della nostra presenza, legge attentamente il biglietto da visita e poi ci fa cenno di raggiungerlo, non prima di farci giurare che in giro non ci sono fotografi.

«Vengo qui d’estate ormai da qualche anno - ci spiega gentilmente dopo una vigorosa stretta di mano -. È il posto più bello che abbia mai visto, è tranquillo. All’inizio della stagione noleggiamo il panfilo ad Atene e poi facciamo rotta sulle Baleari. Di notte ce ne andiamo tutti a Ibiza, a divertirci, ma la mattina facciamo subito rotta su Formentera... I miei amici amano la spiaggia, io vengo solo verso sera per salutarli. Sì, affitto tutta la spiaggia di “Ses Illetas” per non avere seccature, la mia corte deve avere un posto dove poter prendere il sole se lo desidera». E le ragazze? «Amiche», sorride enigmatico lui. Poi saluta e corre in acqua. E con un’agilità insospettabile in un uomo così in carne, salta sulla moto ad acqua e sparisce, diretto verso il panfilo. Proprio come un principe... moderno.


Favoritismi Maturità, al Sud i voti più alti Ma è possibile?

di Redazione


No, c’è qualcosa che non mi convince in questa «bella notizia», c’è qualcosa che non quadra. La bella notizia (la bella notizia per quanti vivono a sud della Capitale) è (sarebbe) questa: la maggior parte dei 100 e lode assegnati all’ultima maturità, è andata alle regioni del Mezzogiorno: Campania, Calabria, Basilicata, e soprattutto Puglia, che ha distanziato di molto le regioni del Nord, «doppiando» addirittura la Lombardia.

Questi i dati: degli oltre 3.500 cento e lode, distribuiti a studenti meritevoli, la parte del leone l’hanno fatta le scuole del Sud. La Puglia detiene il record di promossi a pieni voti: 523, contro i 210 della Lombardia. E c’è di più: mentre nel tacco d’Italia i diplomati erano 31.000, nella regione padana erano oltre 51.000. In Piemonte, a fronte di circa 24.000 candidati, i promossi a pieni voti sono stati 190, mentre in Sicilia 369 su 39.000.

Uno direbbe: che bravi questi studenti meridionali, e che fannulloni questi studenti settentrionali. Ma non è (non può essere) così. C’è appunto qualcosa che non quadra. E vediamo cosa. Il rapporto Ocse-Pisa del 2006 dice che, mentre gli studenti veneti e lombardi sono al di sopra della media internazionale, e quelli friulani addirittura secondi al mondo in scienze dopo quelli finlandesi, e terzi in matematica dopo i (soliti) finlandesi e i canadesi, i quindicenni siciliani sono i peggiori del pianeta, dietro i serbi, i turchi e gli uruguaiani.

Peggiori anche di quelli dell’Azerbaigian. Tutte queste sconfortanti notizie, si possono apprendere - tra l’altro - nel libro «5 in condotta», scritto dal nostro direttore, platealmente contestato dagli asini in una libreria di Milano, e costretto a rinunciare alla presentazione del volume.

In tale rapporto e in tale libro si scopre anche che la percentuale dei liceali del Sud che hanno un livello di preparazione elevato è solo del 3 per cento, contro il 13,4 del Nordest.
La somma - come diceva Totò - fa il totale. E invece no. La somma degli asini non fa tanti asini, ma tanti sapienti. E infatti ieri come oggi «la maggiore concentrazione di 100 e lode all’esame di maturità si registra proprio in Calabria e Puglia. E le più alte percentuali di punteggi massimi si verificano nelle scuole di Crotone (ben 34 «100 e lode»), Reggio Calabria (28) e Cosenza (21)» (cito ancora Giordano).

Allora com’è che stanno le cose? Scartando l’ipotesi che tutti i professori siano stati minacciati di lupara se non promuovevano a pieni voti gli studenti, restano due ipotesi. Che gli studenti del Sud siano davvero più intelligenti e preparati di quelli del Nord (ma questo dobbiamo escluderlo, tenendo appunto presenti i dati Ocse) o che gli insegnanti dell’ex Regno delle Due Sicilie siano di maniche (molto) più larghe degli omologhi del Nord.

Ho già espresso questo concetto mesi fa, suscitando le ire di molti professori famosi come Vecchioni, Rossi Doria, Starnone. L’epiteto «traditore della patria» non è stato pronunciato, ma siamo andati vicini («traditore della pa...»).

Si dica del sottoscritto ciò che si vuole. Io la penso così. E penso pure che a non fare un serio esame di coscienza e premiare oltre misura gli studenti (al Nord come al Sud) sia fare un ulteriore passo verso il baratro. Il baratro della cultura.

Guzzanti: «Distrutte intercettazioni su Berlusconi, pronto a testimoniare»

Il deputato: si parla di sesso con persone in alte cariche, dal
Quirinale pressioni per non farle pubblicare. Il Colle smentisce



ROMA (5 agosto) - Sono pronto ad andare dal magistrato per testimoniare sull'esistenza di intercettazioni di Silvio Berlusconi, eseguite nell'ambito dell'inchiesta di Napoli e fatte distruggere a Roma, in cui il premier parla della sua attività sessuale con «persone che ora ricoprono altissime cariche». Lo dice l'ex senatore del Pdl Paolo Guzzanti, ora deputato iscritto al gruppo misto della Camera per il Pli dopo la rottura con il premier seguita all'appoggio dato da Berlusconi all'invasione russa delle Georgia. Secondo quanto si è appreso, a Piazzale Clodio, tuttavia al momento non è giunta alcuna denuncia sulla vicenda.

«Una vicenda che non merita alcuna attenzione né alcun commento», afferma il parlamentare Niccolò Ghedini, deputato Pdl e legale di Berlusconi. «Ricordo che i nastri che erano custoditi a Roma e poi distrutti su ordine della magistratura, non sono mai stati ascoltati né trascritti - spiega Ghedini -. La stessa magistratura napoletana giudicò tali bobine non pertinenti alla inchiesta poi trasmessa per competenza nella Capitale. Non si capisce come Guzzanti possa averli ascoltati, visto che neppure gli stessi magistrati li hanno mai ascoltati né trascritti. Insomma è una vicenda che si commenta da sola e io non voglio farlo».

Guzzanti sul suo blog (oggi a lungo inaccessibile) - dove fra l'altro definisce il Cavaliere un "gran porco" con un "atteggiamento puttaniero di disprezzo per le donne" e si dilunga in dettagli sulle sue attività sessuali - afferma che «un famoso direttore ha mostrato e fatto leggere a un numero imprecisato di persone (deputati e deputate di Forza Italia per lo più) i verbali che tutti i direttori di giornali hanno, ma che avrebbero deciso di non usare su sollecitazione del presidente Napolitano». Le intercettazioni, sostiene ancora Guzzanti, sarebbero state fatte eseguire «nell'ambito dell'inchiesta di Napoli e poi fatte distruggere da Roma».

«È assolutamente priva di fondamento l'insinuazione, riferita dal senatore Paolo Guzzanti, secondo la quale il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avrebbe sollecitato non si sa quali direttori di giornali a non pubblicare taluni atti giudiziari che sarebbero in loro possesso». È quanto si legge in una nota diffusa dal Quirinale.

Nelle intercettazioni «persone che ora ricoprono cariche altissime si raccontano fra di loro cose terribili», sostiene Guzzanti, affermando anche di conoscere il contenuto di queste intercettazioni in quanto gli è stato riferito da alcune persone che le hanno lette («persone serissime, uomini e donne, tutti della stessa area del centrodestra»). E conclude: «Il giorno in cui un magistrato, lette queste mie parole, volesse interrogarmi per sapere da chi ho avuto queste relazioni e chi fosse il giornalista che ha fornito il materiale di lettura farei il mio dovere e farei i nomi».

«Ho letto che alcuni esponenti del Pdl mi hanno definito un "caso mentale", riguardo a ciò che ho scritto sulle intercettazioni telefoniche dell'inchiesta di Napoli - ha affermato ancora Guzzanti -. E' vero, riconosco di essere un "caso mentale" e suggerisco quindi al "governo del fare" di aprire appositi istituti psichiatrici per dissidenti e persone scomode. Si potrebbe coinvolgere nell'opera anche "il nostro grande amico Vladimir" - come Silvio Berlusconi definisce Putin - che sicuramente ha profonda esperienza in materia, data la lunga carriera nel Kgb. La sua consulenza potrebbe essere preziosa».

Il presidente dei deputati dell'Italia dei Valori Massimo Donadi annuncia che l'Idv è pronta a presentare una denuncia alla magistratura perché indaghi su quanto afferma il deputato del Pli. «Quanto scrive Guzzanti - afferma Donadi - è di una gravità inaudita. Descrive con puntualità fatti, circostanze e persone che avrebbero ascoltato o divulgato intercettazioni scabrose riguardanti il presidente del Consiglio. Ne vien fuori un'immagine devastante del Paese. Pensare che alte cariche siano state assegnate come ricompensa per prestazioni sessuali è sconvolgente».

«È un'immagine putrida della politica, una decadenza e una depravazione mai raggiunte nella storia repubblicana. Sono fatti gravissimi - prosegue Donadi - che rivelano la ricattabilità del presidente del Consiglio, mettendo a serio rischio gli interessi del Paese. Questo vaso pieno di melma va scoperchiato perché l'errore più grosso è far finta di niente. Per questo sarà presentata una denuncia alla magistratura, affinché indaghi su quanto rivelato da Guzzanti e lo ascolti, come lui stesso ha chiesto».

«Nella vita come nella politica lo stile è tutto. Purtroppo Guzzanti lo ha smarrito completamente». È quanto afferma il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi.