domenica 9 agosto 2009

Pieczenik l'Amerikano l'agente Cia che seguì il caso Moro

Inviato daglI Stati Uniti per aiutare il governo Andreotti fece parte della task force dell'allora ministro dell'interno Cossiga.

 

Abbiamo incontrato Steve Pieczenik nel corso di un suo recente passaggio a Parigi. Ha circa 70 anni ed è di origine russa - suo nonno era un luogotenente di Trotskj, ed è francese, avendo lui studiato da giovane a Tolosa. Assomiglia molto all'attore americano Harvey Keitel. Piccolo, squadrato con la stessa mascella e la stessa forma del viso dell'attore di pulp fiction.

Con la sua famiglia, dopo i suoi studi in Francia, è emigrato negli Stati Uniti dove è diventato cittadino americano. Lì ha fatto dei brillanti studi ad Harvard e al Mit, dove si è specializzato in diplomazia e psicoanalisi. Come molti studenti brillanti è stato individuato nel suo Campus universitario dall'amministrazione americana che gli ha proposto di entrare nel ministero degli Affari esteri.

Poi Herny Kissinger, qualche anno più tardi, lo ha incaricato di creare e dirigere la prima cellula antiterrorista degli Stati Uniti. Dirige questo Ufficio quando il sottosegretario di Stato, di Jimmy Carter, Ben Reid, lo convoca nel suo ufficio qualche giorno dopo il rapimento Moro.

Quello che accade è lui stesso che lo racconta: «Ben Reid, che dipendeva da Cyrus Vance, ministro degli Affari Esteri, mi ha convocato nel suo ufficio, dopo un minuto di conversazione siamo arrivati al punto, e mi ha chiesto se accettavo di andare in Italia per "aiutare il ministro dell'Interno Francesco Cossiga e il governo di Giulio Andreotti" ».

Pieczenik continua: «Arrivato in Italia, il capo della CIA sul posto aveva ben poco da dirmi, non esistevano rapporti su Aldo Moro né sulle Brigate Rosse né sulla P2 o i fascisti oppure il SISMI o il SISDE, l'ambasciatore era arroccato nell'ambasciata con tutta la sua famiglia, pensava solo alla sua sicurezza ed era politicamente inefficiente.

In sostanza avevo seri problemi con il mio servizio di Intelligence e con il mio ambasciatore, non avevo nessuna conoscenza, quindi quello che ho fatto è stato imparare da Cossiga e da Franco Ferracuti, anche lui psichiatra. La prima cosa che mi disse Cossiga fu molto chiara, mi dipinse dettagliatamente la situazione italiana.

Mi disse: - "Guarda, non abbiamo capacità per gestire questa crisi, non abbiamo una strategia, non abbiamo un SOP (System of Operation), abbiamo bisogno di delineare un modo sistematico di pensare per creare un apparato statale strategico e tattico in grado di far fronte al rapimento di Aldo Moro. Abbiamo problemi con il nostro intelligence e anche con i Carabinieri, non sappiamo mai cosa fanno e dove sono". Cossiga fu molto onesto con me, mi rivelò come stavano veramente le cose, e mi disse che era contento di ricevere il mio aiuto».

Poi continua: «Quando Cossiga mi fece vedere i rapporti sulla dinamica del rapimento la prima sensazione fu, come dire, di rispetto per le Brigate Rosse, non erano da sottovalutare, erano molto ben organizzati. Io ho lavorato contro molti gruppi terroristici, palestinesi in Libano, e l'Armata Rossa giapponese. Tutti estremamente professionali, ma questo lo era di più perché questa era un'unità di commandos, erano capaci di studiare i minimi dettagli, sono riusciti a uccidere otto guardie del corpo e lasciare Aldo Moro illeso per poi rapirlo, e questo è stato allo stesso tempo il loro successo e il loro fallimento.

Non avevano realizzato che rapendo e non uccidendo sul posto Aldo Moro avrebbero spianato la strada a uno come me, esperto nel contrastare il terrorismo, per sviluppare una strategia di negoziazione con chi detiene l'ostaggio, terreno a me familiare.

Mi hanno dato quindi l'opportunità di avere del tempo per eventualmente riuscire ad invertire il controllo della situazione sulla gestione dell'ostaggio da loro a me, se l'avessero ucciso la cosa avrebbe avuto maggiore risonanza, avrebbe fatto il loro gioco e sarebbero divenuti più forti, invece sono caduti nella trappola del modo di pensare tipico dei rapitori che devono gestire un ostaggio, e questo mi ha fatto molto comodo.

Lo ripeto, avevo molto rispetto per loro, e avevo anche molta paura, perché dopo solo 24 ore dal mio arrivo risultavo essere sulla loro lista nera, quella dei personaggi scomodi da eliminare. Avevo capito subito che le BR già si erano infiltrate ovunque, nel Parlamento come nel gruppo dei fedelissimi di Cossiga, tanto che mi venne consegnata una pistola Beretta per la mia difesa personale che mi portavo sempre con me, ci vivevo, ci andavo in giro ovunque, un po' come faccio adesso.

Vivevo all'hotel Excelsior perché non c'era per me un ricovero più sicuro di quello, i Carabinieri non potevano proteggermi, così ho dovuto di notte 'dormire' per sei settimane con la pistola sulle ginocchia puntata alla porta. Mi muovevo solo in taxi perché era troppo pericoloso utilizzare auto governative. Ero nel loro mirino, loro erano dappertutto, la loro credibilità come gruppo terroristico aumentava di giorno in giorno, tatticamente erano eccellenti ma io ero in cerca di un punto debole nella loro strategia, e l'ho trovato».

«Come sono riusciti ad infiltrarsi così bene nello Stato italiano e come facevo io a saperlo - Lei mi chiede? Probabilmente non era così difficile. Non so spiegarvi il meccanismo effettivo con cui sono riusciti a farlo, io l'ho capito in conseguenza dei fatti avvenuti, dei nostri sospetti e tramite l'aiuto del Vaticano.

Non voglio fare nomi, ma tutte le informazioni utili che io e Cossiga abbiamo ricevuto venivano dal loro Intelligence, perché quello del governo italiano praticamente non esisteva, il nostro non funzionava, quando ci siamo resi conto che i figli di importanti parlamentari erano implicati con le BR, e abbiamo realizzato che attraverso il sistema stesso sono stati loro che hanno rivelato informazioni a Cossiga come quelle sul mio conto, che sapevano tutto di me, chi ero, di cosa mi occupavo e che dovevo essere eliminato, ecco, ho subito capito quanto erano presenti nella comunità parlamentare, negli organismi di sicurezza nazionale.

Voglio dire con questo che la loro presenza nello Stato era più che palese, si sono infiltrati così velocemente perché il Governo era molto debole, completamente destabilizzato dalla vicenda di Moro. Il mio compito perciò era quello di riuscire a mantenerlo stabile il più a lungo possibile.

Ho notato subito, appena arrivato, una considerevole presenza, come dire, di fascismo e di membri della loggia massonica P2 anch'essi infiltrati all'interno del SISMI e del SISDE, dal primo momento in cui entrai in contatto con queste forze dello Stato la struttura della loro organizzazione e il modo di comportarsi mi sono sembrati tali e quali a quelli dei fascisti del Duce!

Non era così complicato accorgersene. C'era stato un tentativo di colpo di Stato da parte della P2 e dei servizi segreti che Cossiga era riuscito a neutralizzare ma vede, il fatto che ci fosse di mezzo anche la P2 e che ci fosse del fascismo ben radicato ai piani alti del potere e come si interelazionassero questi elementi di disturbo tra loro in quel momento non mi interessava più di tanto. Ovvio che dovevo rimanere ben cosciente della loro presenza ma me ne preoccupavo in maniera minore, dovendo io occuparmi solamente di trattare con le BR per risolvere strategicamente la vicenda dell'ostaggio.

Dove operavo fisicamente? Dunque, il primo giorno mi portarono in quella che chiamavano una "casa sicura" dove c'erano Carabinieri, forze governative francesi e spagnole, ma era chiaro per me che non c'era l'ombra di armi per proteggermi sul serio.

Così venni scortato all'hotel Excelsior dove presi alloggio per poter vivere comodamente almeno fine al giorno della mia morte, se fosse capitata! Come ho detto prima mi muovevo con un taxi, non era sicuro per me spostarmi con l'auto dell'ambasciata, ed ero sempre armato della mia Beretta. Lavoravo con il sottosegretario Cossiga nel palazzo del Parlamento. Ci incontravamo sempre a diverse ore del giorno.

Lui era molto attento ad imparare da me, e prendeva in seria considerazione ogni assunto, ogni strategia e ogni opzione che saltasse fuori dal mio lavoro. A volte cambiavamo posto, andavamo in luoghi che pensavamo essere sicuri e che potevano essere eventualmente attrezzati per la nostra protezione se le cose fossero peggiorate, dove potevo anche esercitarmi con la pistola, ma lo sviluppo di tutte le nostre strategie, il lavoro effettivo è stato fatto dentro il Parlamento».

«Rimasi in Italia per 55 giorni. La prima settimana mi diedero da leggere tante lettere, sia di Aldo Moro che delle BR. Dalle missive di Moro si evinceva quanto fosse sconcertato, impaurito ma, soprattutto, quanto le sue parole e le sue considerazioni si fossero sposate con il pensiero dei suoi aguzzini, delle BR. Dal mio punto di vista, essendo io un esperto nell'amministrare le situazioni di crisi e un negoziatore di ostaggi, dovevo ammettere che mi trovavo di fronte a quella che si chiama una totale identificazione da parte dell'ostaggio con i suoi rapitori, uno stato psicologico molto comune per chi si trova a dover vivere in condizioni del genere.

Gli ostaggi in genere si identificano con gli aggressori e cominciano a chiedere le stesse cose che loro chiedono, accade sempre così e lo tengo sempre bene a mente, allo stesso tempo leggevo le lettere delle BR, che suonavano assai diverse da quelle di Moro, scritte con uno stile da secchione molto pedante, piene zeppe di nozioni di scienze politiche, ho capito subito di che si trattava, da dove potevano saltar fuori persone che scrivevano così, questo perché anche io ho studiato scienze politiche.

Sicuramente dall'Università di Scienze Politiche di Francoforte, o da Habermass, insomma ho intuito le loro origini e i loro percorsi di studio, ho messo il tutto da parte e mi sono concentrato nuovamente sulle parole di Moro per monitorare il più accuratamente possibile la sua struttura psicologica, sebbene dal primo momento in cui ho letto una lettera delle BR mi sono accorto della presenza di una apertura che mi avrebbe permesso di sviluppare in maniera efficace la mia strategia».

«La morte di Moro è avvenuta in un momento in cui, dalla mia parte ero impegnato a manipolare psicologicamente i terroristi, cercando di stabilizzare una situazione che si sarebbe potuta risolvere se le BR avessero rilasciato l'ostaggio quasi subito, in questo modo avrebbero raccolto la simpatia di tutti gli italiani.

Quello che io continuai a fare fu invece l'opposto, cioè attirare l'antipatia degli italiani sulle BR, sul PCI e sulla P2 e sui fascisti, perché gli italiani non hanno mai amato gli estremi. Le BR caddero nella mia trappola. Loro, invece di pensare: "Mi sa che non funziona così, forse converrebbe rilasciarlo". Il sistema delle BR era un sistema binario, "lo rilasciamo o lo uccidiamo", mentre il mio sistema era "no no no, non funziona così, non siete liberi di decidere, voi sarete costretti a ucciderlo e pagherete il tutto a vostre spese" ma intanto aspettavo il momento in cui forse si sarebbero accorti di essere manipolati, ero preparato e cosciente del fatto che se avessero cambiato strategia il mio piano sarebbe fallito».

«Verso la quarta o quinta settimana, quando le lettere di Aldo Moro si fecero sempre più disperate, quando cominciò a scrivere: "guardate, ora rivelerò quello che ho fatto e i nomi delle persone che erano coinvolte con me". A questo punto dissi a Cossiga che la situazione era divenuta estremamente seria, eravamo arrivati a un punto di non ritorno per noi, era il momento di decidere se Aldo Moro dovesse morire o continuare a vivere.

Nel frattempo, informati dagli utilissimi servizi di Intelligence del Vaticano, venimmo a conoscenza anche che i familiari di Aldo Moro si stavano muovendo in lungo e in largo per l'Italia sconfinando pure in Svizzera, e realizzammo così che i figli dello statista stavano di fatto aiutando le BR. Fatto uno più uno mi consultai di nuovo con Cossiga e alla fine fummo d'accordo che non ci fosse più tempo utile per tergiversare e continuare la negoziazione, mentre le BR non avevano la stessa percezione che avevamo noi del tempo che non si poteva più sprecare. È stata una negoziazione non-negoziazione.

Quando, qualche giorno prima del ritrovamento del corpo di Moro, tornato indietro negli Stati Uniti, dovevo fare rapporto al Presidente così scrissi queste parole su una piccola striscia di carta che si usava in queste occasioni chiamata - Direttiva Nazionale di Intelligence: - La stabilità in Italia è ora assicurata. Purtroppo Aldo Moro è morto - ».

Mario Dolcetta




Gli interrogatori di Saddam: "Mai collaborato con Bin Laden"

l rais interrogato dall'agente George L. Piro: "Osama È un fanatico. Politica e religione non devono mischiarsi. Tra i nemici degli Usa avrei collaborato con la Corea".




Il 28 giugno 2004 l'agente speciale del'Fbi George L. Piro chide notizie sui rapporti con Al Qaeda dell'Iraq di Saddam. L'ex rais esordisce parlando del conflitto tra religioni, specialmente nell'Islam. Hussein dichiara di credere in Dio ma non esssre uno zelota.

«La religione e il governo del Paese non devono mischiarsi. Il partito Ba'ath non era basato sulla religione tanto che i suoi fondatori erano cristiani. é chiaro che mi opponevo achiunque collaborase con l'occidnete contro il mio Paese». «L'ideologia di Osama Bin Laden non ha alcuna differenza con quella di molti zeloti che lo hanno preceduto».

L'agente Piro ribatte che ci sono prove certe che il governo iracheno ebbe rapporti con Bin Laden: nel 1994 il capo dell'Iis, i servizi segreti dell'Iraq, vide Osama in Sudan. E ancora uno dei laeder di Al Qaeda, Abu Hafs al Mauritani, si recò due volte a Baghdad e chiese un finanziamento di di 10 milioni di dollari.

A queste contestazioni Hussein risponde semplicemente «Sì» ma aggiunge: «Non abbiamo mai collaborato con Bin Laden». L'agente Piro replica: «Perché no visto che l'Iraq e Bin Laden avevano gli stessi nemici: Stati Uniti e Arabia Saudita. Non solo Ma lei disse "il nemico del mio nemico è mio fratello». Risponde Hussein. «Gli Stati Uniti non erano un nemico dell'Iraq. 

Ci opponevamo alla sua politica. Se volevo collaborare con i nemici degli Stati Uniti lo avrei fatto con la Nord Corea con la quale aveva ottimi rapporti e con la Cina». «L'America ha usato l'attacco dell'11 settembre per giustificare l'attacco all'Iraq. Gi Usa hanno perso di vista la causa dell'11/9».


Agente specialei Piro. «Mister Hussein ci sono evidenti contraddizioni tra le sue dichiarazioni e i fatti. Molti credono che l'Iraq abbia sottovalutato la reazioni degli americani e dei suoi leader dopo l'11/9. l'Iraq nega rpporti con Al Qaeda, ma ci sono prove di rapporti tra i due. Hussein: «Non è vero che ho sottovalutato gli effetti dell'attacco ma non avevo altre opzioni di fronte a me» Piro: «L'Iraq fu la sola nazione che applaudì all'attacco dell'11/9. I giornali iracheni riportavano la notizia degli applausi.

Hussein «Scrissi personalmente alcuni editoriali contro l'attacco ma parlai anche delle cause che spingono l'uomo a commettere certe azioni. Anche Tareq Aziz scisse due lettere contro gli attacchi. Una a Ramsey Clarke che Azziz conosceva bene. Le lettere erano un atto formale con il quale l'Iraq condannava gli attacchi. Non ero in guerra con gli Stati Uniti pechè avrei dovuto fare un annuncio ufficiale. Aevo anche ordinato al nostro ambasciatore Mohammed Al Duri di presenziare alla cerimonia del memoriale dell'11/9. Gli fu negato e vi partecipò solo come rappresentanza delle Nazioni Unite».




La verità di Saddam

I verbali degli interrogatori del rais dopo la catturare datti dall'agente speciale dell Fbi, George L.Piro. Il dittatore racconta della guerra con l'Iran, di Al Qaeda e della Palestina.

 

Non ho mai avuto rapporti con Osama Bin Laden». «La guerra all'Iran ha arginato la rivoluzione khomeinista e di questo l'America mi deve essere grata». E ancora citazione di libri, parabole di Gesù e chiarimenti sul suo ruolo nella questione palestinese. Rivelazioni di una fonte di prima grandezza: Saddam Hussein. Venti interrogatori e cinque conversazioni «informali» condotti dall'Fbi, prima coperti da segreto e ora resi disponibili in virtù del Freedom Information Act.

Solo l'interrogatorio numero 20 risulta ancora coperto da segreto per ragioni di sicurezza nazionale. Era stato il nemico numero uno. Il suo nome negli Stati Uniti e nel mondo era sinonimo di malvagità, di dittatura, di feroci crimini. Poi la guerra, la fuga, divenne l'Asso di picche, e infine la cattura nel «buco di ragno» il 14 dicembre 2003 nove mesi dopo l'inizio della seconda guerra del Golfo. Saddam Hussein, barba e capelli incolti, mostrato agli obiettivi come un animale selvaggio appena messo in catene con il medico che gli apre la bocca come si fa con un cavallo. Il tiranno è divenuto «prigioniero di alto valore codice 1».

Ristretto in una cella di Camp Cropper nel compound americano all'aeroporto di Baghdad subisce da subito gli interrogatori della Cia. Senza successo alcuno. Saddam infatti dà risposte evasive e usa la sua ben nota retorica per eludere le domande. Poi a febbraio 2004 entra in scena l'agente speciale Gorge L. Piro, un libanese naturalizzato americano, esperto di interrogatori e soprattutto uno dei pochissimi agenti federali che parla arabo e persino il dialetto assiro fluentemente.

Non solo. Piro riesce a entrare in sintonia con il prigioniero e questi arriva anche a parlare fuori dalla compilazione dei verbali durante un incontro che Saddam aveva sollecitato perché non funzionava l'aria condizionata della sua cella. Saddam scrive poesie che legge il giorno dopo al suo carceriere. L'agente Piro si sdebiterà regalandogli due sigari Cohiba prima di consegnarlo, nel luglio 2004 al termine degli interrogatori, ai giudici del nuovo governo iracheno.

Il 7 febbraio 2004 parte il programma di interrogatori classificato come Operazione «Desert Spider». Il dossier contiene numerose notizie interessanti in quanto Saddam Hussein di fatto racconta la sua vita e le sue scelte a partire dal 1959. Parte da quella data per spiegare che il suo ultimo rifugio, la buca vicino Tikrit sua città natale, dove è stato catturato dai marines è lo stesso covo che aveva usato nel 1959 dopo il fallito golpe al quale aveva partecipato e il tentativo di omicidio del presidente Qassem. Saddam si dilunga sulle armi di distruzioni di massa.

Ma era più preoccupato dalla minaccia dell'Iran che dalle ispezioni dell'Onu e dalle sanzioni. Ammette di «aver sbagliato a non aver fatto assistere gli ispettori delle Nazioni Unite alla loro distruzione». Saddam è rilassato quando parla con l'agente speciale Piro. Non è stato mai interrogato con metodi violenti. Il rapporto tra agente e prigioniero si fa quasi confidenziale.

L'ex rais parla del suo impegno per promuovere il progresso sociale dell'Iraq che , e augura tutto il bene e il progresso all'Iraq e «al popolo americano». Si esalta quando parla della riforma agricola, della fatica di far rinascere il Paese dopo la prima guerra del Golfo. Saddam si assume tutta la responsabilità di aver ordinato il lancio di Scud contro Israele nel 1991.

«I problemi degli Stati Uniti con i Paesi arabi sono tutta colpa della cattiva influenza di Israele», mette a verbale l'ex dittatore. I ricordi di Saddam non sempre convincono l'agente dell'Fbi. Ma il rais nel ricordare la sua vita dal 1968 arriva persino a menzionare una presunta pace con i curdi di Barzani nel 1970. Hussein cita un suo libro: «Zabibah e il Re» come metafora della sua vita, per spiegare come lui è al servizio del popolo e «nelle mani di Dio».

Perché «viene prima Dio e poi il popolo». E qui la prima citazione su Gesù «apprezzato dal popolo come Maria era una del popolo e Cristo viveva tra la gente». «Essere fedeli» spiega il rais all'agente federale è una «cosa buona». «Essere traditori è la peggiore cosa». Poi spiega che, avido di conoscere la cultura americana, si documentava guardando i film di Hollywood. Il preferito: «Il Padrino».

Durante l'interrogatorio del 30 marzo 2004 Saddam rivela la sua anima ecologista. Bacchetta l'America e l'Europa per la distruzione della foresta amazzonica che definisce il polmone del mondo mentre lui aveva bonificato le paludi preservando gli uccelli e soprattutto salvaguardando il popolo iracheno non come gli avevano fatto gli americani con gli indiani. Saddam Hussein quasi si mette a ridere quando rivela che la storia dei suoi sosia era solo «un mito da film» tipico degli americani.

Un centinaio di pagine di storia raccontata dal vinto. Uno sconfitto che orgogliosamente rivendica di assumersi tutte le responsabilità di morti e nefandezze anche se i suoi fedelissimi ora lo hanno abbandonato. Perché lui dichiara senza timori che «È stato un grande leader».

Maurizio Piccirilli



130 euro per una birra bevuta all'aria aperta

IL CASO. I controlli della polizia locale. Al Carmine scattate salate contravvenzioni
In via S.Faustino i vigili hanno multato alcuni stranieri: vietato consumare cibi e bibite per strada


Aveva appena acquistato una birra in un market e la stava bevendo in via San Faustino. Gli agenti della polizia locale lo hanno fermato e multato: 130 euro. E il contenuto della bottigliatta l'hanno versato in un contenitore di rifiunti.
MA NON È FINITA: poco più in su, nella piazzetta antistante la chiesa dei patroni, i vigili hanno poco dopo sorpreso altri due stranieri seduti su una panchina: da un sacchetto di plastica avevano estratto una bottiglietta di birra Heineken e la stavano sorseggiando. Cosa che assolutamente è vietata da un'ordinanza del Comune. Sicchè anche su questi due è calata inesorabile la scure della polizia urbana, sotto forma di una contravvenzione da 130 euro. Circa un decimo di uno stipendio di un mese, non proprio bruscolini, direbbe Totò.
Anche ieri come del resto, spiegano in alcuni bar della zona, sabato scorso, la Municipale è tornata a far rispettare un'ordinanza che in città ha fatto molto discutere. E che è stata successivamente inquadrata nel nuovo regolamento di polizia urbana. Già la prima multa fece rumore: un giovane marocchino fu pizzicato con la bottiglietta di birra nel verde di parco Gallo e si beccò i 130 euro. Ma nel giro di vite finirono anche due pachistani che in un parco di Fiumicello, addentando un succoso mango integrarono il «reato» di bivacco, specificato nel suddetto regolamento.
STRANIERI anche i trasgressori di ieri pomeriggio, caduti nella rete dei controlli che ieri è stata stesa su via San Faustino, e strade limitrofe, in questi giorni di esodo per le vacanze popolate quasi esclusivamente da immigrati.
Con ordinanza e regolamento il Comune persegue l'obiettivo del decoro. Ma il, segretario cittadino del Pd, Giorgio De Martin, avanzò il sospetto che fosse mirata sugli extracomunitari. Certo è che in altri orari e in altre zone della città giovani si muovono indisturbati da un bar all'altro con bottiglie e bicchieri in mano.

Eugenio Barboglio

Naomi:«A letto meglio gli operai dei ricchi»

Il secolo xix Naomi Campbell va in Paradiso con la classe operaia. A letto, avrebbe confidato la ex top model agli amici riuniti nel privè di un locale in Sardegna, la «gente del popolo» (inglese) è molto meglio di chi ha il portafoglio pieno. A riportarlo è il periodico «Fashion». «Ho avuto tanti fidanzati molto ricchi - avrebbe detto Naomi, che ha frequentato persone di diversa estrazione economica e culturale - come il puglie Mike Tyson, gli attori Robert De Niro ed Eddie Murphy, l’imprenditore Matteo Marzotto, all’epoca manager Valentino, i musicisti Eric Clapton, Puff Daddy, il principe Alberto di Monaco, tutti di varia nazionalità, disposti a fare qualsiasi cosa pur di rendermi felice”. «Non li ho avuti ricchi perché sono una classista - ha continuato la Venere nera - ma semplicemente perché, i miei ex frequentavano il mio stesso ambiente ed era più facile trovarli appartenenti a questo mondo. Però i più grandi amanti li ho avuti quando ancora ero giovanissima, a Streatham, e non ero affatto una modella famosa, infatti mi capitava di frequentare gente del popolo, e devo dire che non c’è paragone con il jet set che frequento oggi’’. Secondo le indiscrezioni, la conversazione scherzosa è avvenuta qualche sera fa nel riservatissimo privè del Fiat Playa, locale frequentato abitualmente da Naomi, nel Golfo di Marinella, a Punta Marana (Olbia-Tempio). Arrivata alle 3 del mattino, scortata da 18 bodyguard, dal solito gruppo di amici e dall’inseparabile fidanzato Vladislav Doronin, è sul bordo della piscina di 400 metri quadrati del locale, che Naomi si sarebbe sfogata. Tra un Cosmopolitan e un Mojto, ignara della presenza di alcuni giornalisti nel privè, la top si sarebbe lasciata andare a una serie di battute: «Non credo - ha continuato - che per l’uomo di potere il sesso venga al primo posto; credo, invece, che il potere stesso possa considerarsi un afrodisiaco, uno strumento attraverso il quale si può esercitare anche l’eros”.

Law & Order", quando la sinistra copia la Lega


di Adalberto Signore


Roma


Rozzi, ignoranti, razzisti, beceri, impresentabili. La rappresentazione antropologica della «razza padana» vista dall’intellighenzia di sinistra è stata questa per anni. E, va detto, più d’una volta Umberto Bossi ha fatto davvero poco per smentirla. «Parliamo come mangiamo e la gente ci capisce per questo», è il leit motiv del Senatùr e dei suoi fedelissimi. Ma tanta è sempre stata l’indignazione e la presa di distanze del Pds prima e dei Ds poi, che alla fine la sinistra è rimasta intrappolata nello snobismo dei suoi salotti.

Al punto che ancora nel 2008 c’era chi si interrogava sorpreso e sgomento sull’avanzata della Lega alle politiche. Dallo studio di AnnoZero è Massimiliano Fuksas, architetto di fama e intellettuale di rango della sinistra, a gettarsi in una reprimenda collettiva agli italiani, rei di «ignoranza abissale» tanto da aver dato il loro voto a Berlusconi e al Carroccio. E rei di confondere - poveri loro - una citazione. «È di Cicerone, ragazzi, non di Cesare, è gravissimo», sbotta nel suo austero dolcevita nero.

Il punto non è tanto che Plutarco gli dà torto, quanto la celebrazione di quel razzismo al contrario che l’italianissima gauche caviar ha esercitato e in parte ancora esercita verso il centrodestra e la Lega in particolare. Nonostante fosse il lontano 1995 quando Massimo D’Alema si era spinto a definire il Carroccio «costola della sinistra», Pds e Ds sono sempre rimasti al palo, imbrigliati nel loro «complesso dei migliori» e senza mai andare un passo oltre gli affondi verbali del Senatùr. Bossi - che parla come mangia - non se n’è curato e via via ha fatto proseliti proprio in quell’elettorato, tanto che oggi la Lega è l’unico partito ad avere una presenza e un radicamento sul territorio paragonabili a quelli del Pci. «L’ultimo partito stalinista», ama ripetere Roberto Maroni.

Il disgusto di Fuksas è tanto più significativo quando si scopre che segnali e avvisaglie ce n’erano stati in abbondanza. Vale per tutti un’indagine del 1993 - ricordata proprio da Maroni dopo il voto del 2008 - commissionata dalla Fiom Lombardia. I numeri sono eloquenti: il 41,8% dei metalmeccanici lombardi si dice «molto o abbastanza» propenso a votare per la Lega (per il Pds sono il 47,6). Passano 15 anni e - dalla rossa Marghera alla Fiat Mirafiori - le tute blu sono ormai diventate verdi.

In questo incredibile cortocircuito politico - perché dopo dieci e passa anni di solida presenza parlamentare rasenta l’incredibile continuare a definire il Carroccio un «fenomeno passeggero» - gli unici che a sinistra provano a «resistere» sono i sindaci del Nord, proprio quelli che con la buona amministrazione e il lavoro sul territorio hanno saputo strappare consensi anche nel centrodestra. A Roma, però, i vertici dei Ds prima e del Pd poi li trattano come marziani, al punto da restare sbigottiti quando il sindaco di Bologna Sergio Cofferati si spinge a dire che «la Padania esiste e siamo noi».

Non certo la celebrazione di uno stato, ma un modo per riconoscere inequivocabilmente un senso alla ragion d’essere del Carroccio. Per usare le parole di Massimo Cacciari, quello della presa della Lega al Nord «è un problema che pongo da venti anni». E per tutta risposta nel governo Prodi trova posto un solo ministro del Lombardo-Veneto, peraltro senza portafoglio (Barbara Pollastrini alle Pari opportunità).

Le voci degli amministratori del Pd al Nord, insomma, restano inascoltate. Se ne rendono conto i diretti interessati, che iniziano a passare dalle parole ai fatti, ma pure gli elettori, che regalano il pieno di voti alla Lega. L’attivismo dei vari Chiamparino, Cacciari, Domenici, Zanonato, Penati e via andando, stride e lascia interdetti davanti alle perplessità dei vertici del Pd a Roma. Davvero insormontabili se tra i primi atti della leadership veltroniana post elezioni c’è proprio l’affossamento di quel Pd del Nord chiesto da Cacciari.

Con il paradosso che è proprio il tanto odiato «centralismo» romano a imbalsamare anche chi a sinistra ha capito che le ragioni della Lega sono ben più profonde delle sparate populiste di Mario Borghezio. E così fa notizia il muro di via Anelli a Padova, per non dire scandalo lo «zero campi rom» di Filippo Penati. Che, va detto, nell’occasione è leghista pure nel linguaggio: sono zingari, «mica i Gipsy Kings».

È una vera e propria rincorsa in solitaria quella dei sindaci del Nord del Pd. Che dopo anni di snobismo e presunzione verso il fenomeno leghista rischiano di essere visti come «brutte copie» dell’originale. Tanto che con il voto del 2008 anche la rossa Emilia Romagna s’è fatta decisamente più verde. Con il Carroccio che sotto il Po è arrivato a un soffio dall’8%.

Cefalonia, i 720 morti della nave Ardena forse vittime di sabotaggio tedesco

Il Messaggero ROMA (8 agosto) - Dei 1.500 soldati della Acqui morti nell'affondamento delle tre navi che li trasportavano verso i lager tedeschi, le 720 vittime della nave Ardena, il 28 settembre, potrebbero non essere deceduti per l'urto della nave contro una mina - come dice la storiografia - ma perché gli stessi tedeschi piazzarono delle bombe a bordo della nave. Sull'Ardena, al termine della mattanza di Cefalonia, furono imbarcati 840 militari italiani: nell'affondamento perirono i 720 che si trovavano nelle stive. Sull'ipotesi della volontarietà del massacro sta lavorando l'Associazione nazionale Divisione Acqui, presieduta dall'aretina Graziella Bettini, dopo alcune immersioni sul relitto compiute dai tecnici del Centro studi attività subacquee, che avrebbero trovato indizi in questo senso. La Bettini, figlia del colonnello Elia Bettini, fucilato a Corfù dai tedeschi, ha deciso di rendere nota questa ipotesi alla vigilia di una cerimonia che si svolgerà il 14 agosto nel mare di Cefalonia, con la partecipazione di una nave della Marina militare italiana. Nei giorni precedenti un gruppo di subacquei compirà altre immersioni sul relitto dell' Ardena alla ricerca della verità. Il giorno della commemorazione, sul fondale verrà deposta una lapide.

Cefalonia, la mattanza della divisione Acqui: 3.800 morti senza giustizia

Il Messaggero ROMA (8 agosto) - Duemilatrecento soldati uccisi in battaglia o massacrati a freddo, 1.500 morti nell'affondamento delle tre navi che li portavano nei lager: fu così che quella della Divisione Acqui si trasformò nella peggiore strage compiuta dai militari tedeschi ai danni degli italiani nella Seconda Guerra mondiale. Dopo l'8 settembre '43, il generale Antonio Gandin, comandante della Acqui, cercò in ogni modo di trovare una strada che consentisse di salvare al tempo stesso l'onore - rifiutando il disarmo - e la vita dei suoi «figli di mamma», evitando una battaglia che giudicava persa in partenza. Le trattative con i tedeschi proseguirono fino alla notte del 14 settembre quando Gandin chiese direttamente ai suoi soldati cosa volessero fare. Scelsero di «combattere, piuttosto di subire l'onta della cessione delle armì», come disse nel 2001 Carlo Azeglio Ciampi, secondo cui Cefalonia fu «il primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo». I bombardamenti degli Stukas cominciarono la mattina del 15 settembre. Il 22 la Acqui si arrese. La vendetta tedesca fu spietata e senza alcuna giustificazione. Testimoni raccontano di fucilazioni di massa di prigionieri. Gandin fu fucilato il 24 settembre, insieme al suo Stato maggiore. Molti cadaveri furono bruciati e gettati in mare. A questa strage corrisponde uno dei più clamorosi casi di giustizia negata: a 66 anni dai fatti l'unica condanna resta quella a 12 anni inflitta dal tribunale di Norimberga al generale Hubert Lanz, che ne scontò solo tre. In Italia, nel 1957, il giudice istruttore militare assolse alcuni ufficiali italiani, accusati di aver fomentato nella truppa la rivolta contro i tedeschi, circostanza che avrebbe portato al massacro. Nel 1960 furono assolti anche diversi ufficiali tedeschi: una decisione su cui - secondo la maggioranza degli storici - pesò la volontà politica del governo italiano di non ostacolare il processo di ricostruzione della Germania e delle sue forze armate in un periodo in cui la Nato ne aveva bisogno. Nel 1964 venne aperta un'inchiesta anche in Germania, in seguito a materiale fornito da Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti, ma la procura di Dortmund quattro anni dopo archiviò. Quelle stesse indagini furono riaperte nel settembre 2001: l'attenzione venne concentrata sull'operato di sette ex ufficiali della Wehrmacht. La posizione di uno di questi, il sottotenente Otmar Muhlhauser, capo del plotone di esecuzione che fucilò Gandin, venne stralciata: gli atti passarono alla procura di Monaco che nel settembre 2007 dichiarò prescritto il reato a carico dell'imputato, non trattandosi - secondo il magistrato - di un omicidio aggravato, ma semplice. L'8 marzo 2007 anche la procura di Dortmund ha archiviato l'inchiesta aperta nel 2001 a carico degli altri sei ex ufficiali tedeschi. Dopo queste archiviazioni le figlie di due delle vittime di Cefalonia, Marcella De Negri e Paola Fioretti, hanno presentato un esposto alla procura militare di Roma (che non aveva ritenuto di avviare nuove indagini dopo il ritrovamento del fascicolo su Cefalonia nell'armadio della vergogna, perchè il fatto era stato già giudicato) chiedendo di riaprire l'inchiesta, cosa che poi è avvenuta. Il 2 gennaio 2009 è stato chiesto il rinvio a giudizio nei confronti del solo Muhlhauser e, il 5 maggio, si aperta l'udienza preliminare, rinviata a novembre per accertare le condizioni di salute mentale dell'imputato. Muhlhauser, però, l'1 luglio è morto nella sua casa in Baviera.

Strage di Cefalonia, morto ultimo imputato: caso chiuso senza colpevoli

L'ultima inchiesta fu aperta dalla procura militare di Roma che chiese il rinvio a giudizio di Muhlhauser

ROMA (8 agosto) - Nessun colpevole per la strage di Cefalonia. L'ex ufficiale nazista Otmar Muhlhauser, unico imputato nel processo in corso davanti al tribunale militare di Roma per la strage del settembre '43, è morto nella sua abitazione in Baviera. Il prossimo 8 settembre avrebbe compiuto 89 anni.

La morte di Muhlhauser risale al primo luglio scorso, ma solo in queste ore è stata comunicata all'avvocato Gilberto Pagani, il legale di Marcella De Negri, figlia di una delle vittime. A 66 anni dai fatti, dunque, la vicenda giudiziaria per il peggior eccidio di militari italiani prigioneri compiuto dai tedeschi nella seconda guerra mondiale si conclude senza colpevoli. A parte infatti la condanna “simbolica” inflitta dal tribunale di Norimberga al generale Hubert Lanz (12 anni, ma ne scontò solo tre) tutti i numerosi processi che si sono svolti in Italia e in Germania si sono conclusi con un niente di fatto.

L'ultima inchiesta sulla strage dei soldati della Divisione Acqui, avvenuta nel settembre 1943, fu aperta dalla procura militare di Roma che, lo scorso gennaio, chiese il rinvio a giudizio di Muhlhauser con l'accusa di aver ordinato la fucilazione del generale Antonio Gandin e di altri ufficiali della Divisione Acqui. Il 5 maggio, alla prima udienza del processo, la difesa di Muhlhauser sostenne che l'imputato era incapace di intendere e di volere. Il giudice dispose una perizia psichiatrica, rinviando il processo al prossimo 5 novembre.

La figlia di una delle vittime: «Ha trionfato la ragion di Stato». «Ancora una volta ha trionfato la ragion di Stato» ha affermato Marcella De Negri, figlia di Francesco De Negri, ufficiale fucilato a Cefalonia, e parte civile nel procedimento davanti alla procura militare di Roma, dopo la notizia della morte di Muhlhauser, l'unico imputato per l'eccidio. Muhlhauser, «reo confesso fin dal 27 giugno 1967, non ha mai avuto alcun segno di pentimento ed ora è morto, tranquillo, nel suo letto, come si conviene ad un ufficiale» ha aggiunto la De Negri. «Purtroppo la lentezza della giustizia militare italiana non ha permesso che si arrivasse almeno ad una sentenza di primo grado nei suoi confronti. Negli anni scorsi, con la visita a Cefalonia dei Presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, molti cittadini italiani, con me - conclude la De Negri - hanno creduto che l'aspirazione alla giustizia potesse essere un desiderio non più negato. Ma il tempo, sapientemente usato, può cancellare qualsiasi possibilità di giustizia e la giustizia italiana non ha mai voluto processare nessuno per questo crimine».

Il numero complessivo delle vittime di Cefalonia è stato a lungo oggetto di controversie, oscillando da un minimo di 5.000 uomini ad un massimo di oltre 10.000: tuttavia, secondo gli studi più recenti e le conclusioni del consulente tecnico della procura militare di Roma, Carlo Gentile, nell'isola greca morirono circa 2.300 militari, un quarto in combattimento e gli altri fucilati dopo la resa; altri 1.500 affogarono nei naufragi delle navi con cui venivano deportati.

Muhlhauser, interrogato il 24 marzo 2004 in Germania, aveva ribadito il suo pensiero: «Tra gli ufficiali tedeschi si parlava della divisione italiana solo come dei traditori. Con l'ordine del Fuhrer era già chiaro che coloro che appartenevano alla divisione italiana andavo trattati completamente da traditori. Al tradimento vi era solo una risposta: l'esecuzione».


Marcinelle, 8 agosto 1956 «Tutti morti i 136 italiani»



L’otto agosto 1956, a causa di un errore umano, l’8 agosto 1956 il Belgio venne scosso da una tragedia senza precedenti, un incendio scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile del Bois du Cazier, causò la morte di 262 persone di dodici diverse nazionalità, soprattutto italiane, 136 vittime, poi belghe, 95; fu una tragedia agghiacciante, i minatori rimasero senza via di scampo, soffocati dalle esalazioni di gas.

Le operazioni di salvataggio furono disperate fino al 23 agosto quando uno dei soccorritori pronunciò in italiano: “Tutti cadaveri!”».Solo dopo la tremenda tragedia di Marcinelle venne finalmente introdotta nelle miniere del Belgio la maschera antigas.

Le condizioni in cui lavoravano i minatori erano deplorevoli; il Governo Italiano per la reazione scandalizzata della popolazione, della stampa e dei sindacati di fronte all’alta frequenza con cui si succedevano gli incidenti nelle miniere belghe, interruppe a volte l’enorme esodo di manovali italiani verso il Belgio. Altra conseguenza fu una regolamentazione più severa in materia di sicurezza sul lavoro.La tragedia della miniera di Marcinelle, dopo quella della miniera di Monongah in West Virginia, è la più grande della storia dell’emigrazione italiana








Verona, in missione con le ronde: ecco perché funzionano

di Gabriele Villa

nostro inviato a Verona


«Assistente civico numero 41, c’è un problema al Parco delle Mura». Sono le 15, il sole a picco rischia di far deragliare le idee, tanto che un uomo dietro due enormi platani, ha appena deciso di denudarsi completamente. Nell’oasi verde preferita dalle ragazze veronesi per fare jogging, non è certo da ignorare il «problema» che Salvatore Cocuzza sta segnalando via radio alla centrale operativa dei vigili urbani, proprio mentre arriviamo per incontrarlo e incamminarci con lui e i suoi compagni di ronda. Tempo cinque minuti e una pattuglia dei vigili interviene: il parco torna immediatamente alla normalità.

Salvo Cocuzza, classe 1941, ex funzionario delle Ferrovie in pensione, è uno degli assistenti civici, in totale poco meno di cento, che hanno fatto diventare Verona l’esempio di quella «sicurezza partecipata». Un esempio che, da ieri, giorno del debutto in società delle ronde per decreto ministeriale, dovrebbe venire seguito e imitato dal resto d'Italia. Già, perché qui a Verona, fortissimamente volute dal sindaco Tosi che ha ceduto di buon grado «il brevetto» al ministro Maroni, le ronde ci sono da novembre. E funzionano.

Le armi? Un fischietto, la pettorina giallo fosforescente, il cappellino giallo e la radio sempre sintonizzata sul canale della centrale operativa. In caso di pericolo il rondista non deve fare altro che dare l’allarme e dichiarare numero di matricola e posizione. «Anzi la posizione non servirebbe nemmeno - precisa Salvo, che è presidente di "Ada ambiente" una delle tre associazioni che hanno offerto al Comune di Verona i propri volontari per le ronde civiche - perché i nostri turni e le nostre dislocazioni sono negli ordini di servizio che il commissario Longega stabilisce ogni mese con le varie delegazioni territoriali».

Della ronda cui mi unisco fanno parte, oltre a Salvatore, Donato Valenza, 73 anni, pensionato e Matteo Valsella, 33 che, in attesa di firmare un contratto per un nuovo lavoro, non vuole bighellonare a casa. «Qui ci sentiamo utili - interviene Donato - perché la gente si fida di noi. Giorno dopo giorno in questo Parco abbiamo imparato a conoscere un po' tutti. Così quando spunta una faccia nuova, be’ la teniamo d’occhio». Si riempie il parco, mentre camminiamo con i rondisti. Oltre agli incrollabili sportivoni arrivano mamme e bambini. I sorrisi e i cenni di saluto agli «uomini in giallo» si sprecano. Così come le segnalazioni.

Alcune piccole, altre piccolissime. La panchina rotta, il cavalluccio di una giostra da sostituire, gli schiamazzi di alcuni giovinastri che da qualche sera amano ritrovarsi poco distante. «Prendiamo nota signora, grazie - risponde Matteo con molto garbo - domani il nostro rapporto sarà sulla scrivania del comandante dei vigili». Le ronde funzionano. I report arrivano, e il comandante dei vigili, Luigi Altamura, nella sala operativa è soddisfatto.

Convinto assertore del binomio tecnologia-cittadini, perché a guadagnare sia soltanto la sicurezza di Verona, mi mostra orgoglioso i 62 monitor che grazie da una rete fittissima di telecamere scandagliano ogni angolo della città. E poi la banca dati che interagisce tra l'altro con anagrafe e catasto, altro vanto esclusivo dei vigili veronesi. «Con questi strumenti abbiamo arrestato anche uno scaltrissimo romeno, il re dei ladri di biciclette. Ne rubava una decina al giorno. E i cittadini erano esasperati».
«Grazie agli assistenti civici gli fa eco il commissario Claudio Longega, suo stretto collaboratore abbiamo anche neutralizzato al Parco San Giacomo due bulli che tenevano in scacco un ragazzino di 14 anni».

Per farmela raccontare di persona, questa storia trasloco a Borgo Roma dove, nelle due vaste aree verdi, giusto di fronte all’ospedale, presidiano il territorio con l’occhio vivo, ma certo non con l’aspetto truce di «picciotti», come vorrebbe far credere il giudice De Magistris nella sua sparata contro le ronde, altri quattro «uomini in giallo». Li guida Mauro Merli, 53 anni, artigiano, presidente della «Cancellata», una Onlus che si occupa di disabili. «Il nonno di Fabio conosce uno dei nostri. Così un giorno si è confidato. Gli ha detto che era preoccupato perché suo nipote aveva cominciato a rubargli soldi e a comportarsi stranamente.

Abbiamo segnalato il caso ai vigili, che hanno disposto controlli e pedinamenti. E si è scoperto che Fabio era tenuto in scacco da due coetanei che gli estorcevano denaro minacciando di picchiarlo se non avesse pagato». Sorride Giovanni Sartori, 75 anni, altro vecchietto irresistibile che abita proprio di fronte al Parco in via San Giacomo. «Quando non sono in servizio, mi affaccio alla finestra. Non sia mai». C’è un distaccamento sanitario per la cura dell'Alzheimer, accanto al parco e «ogni tanto raccontano Remigio, 64 anni e Leonardo 33, qualcuno dei malati si allontana e comincia a vagare. Allora ci mettiamo a cercarli, li ritroviamo, li prendiamo sotto braccio e li riportiamo ai loro cari.

Non è facile, ma siamo qui anche per questo». Già anche per questo. Ma adesso è sera, e c’è un altro turno. Entrano in scena, al Teatro Romano, gli assistenti civici reclutati dall’associazione pesca sportiva. Chissà, saranno sufficientemente arcigni come li vorrebbe la miope polemica politica?