martedì 11 agosto 2009

Saturno "perderà" i suoi anelli

Fenomeno visibile ogni 15 anni, dovuto all'inclinazione dell'asse del pianeta


ROMA
Da stanotte Saturno sarà senza i suoi splendidi anelli. Non si tratta di una catastrofe cosmica ma semplicemente di un’illusione dovuta alla particolare inclinazione dell’asse del pianeta che si verifica in media ogni 15 anni.

L’ultima “scomparsa” degli anelli è stata infatti osservata nel 1995 e da allora la Terra è torna adesso ad attraversare il piano orbitale di Saturno, tanto che questo appare di taglio, inclinato in modo tale che gli anelli non sono visibili. È un fenomeno antico quanto il pianeta degli anelli (circa 4,5 miliardi di anni), ma osservato per la prima volta 400 anni fa da Galileo Galilei e che adesso offre una straordinaria opportunità scientifica per gli astronomi, soprattutto grazie alle osservazioni che saranno condotte dalla sonda Cassini, nata dalla collaborazione fra le agenzie spaziali di Stati Uniti (Nasa), Europa (Esa) e Italia (Asi).

Un “trucco” che la Nasa paragona a quello del mago Houdini, che nel 1918 a New York fece “sparire” un elefante. Ma Saturno non è un mago e sarà semplicemente il ritmo del suo movimento attorno al Sole a rendere invisibile il suo sistema di anelli, formato da migliaia e migliaia di tonnellate di ghiaccio, roccia e polveri.



Turista russa lancia tazza da tè contro La Gioconda

Un folle gesto dentro il Museo del Louvre. Arrestata la donna che aveva nascosto nella borsetta la porcellana, il preziosissimo dipinto non è stato comunque in alcun modo danneggiato, grazie al vetro blindato che lo protegge dai vandali



Parigi, 11 agosto 2009




Un gesto folle, anche se privo di conseguenze, quello compiuto al Museo del Louvre di Parigi da una turista russa, che senza alcun motivo apparente ha lanciato una tazza da tè contro ‘La Gioconda' di Leonardo da Vinci.

Il preziosissimo dipinto non è stato comunque in alcun modo danneggiato, grazie al vetro blindato che lo protegge dai vandali. La donna, che aveva portato con sè la tazza di porcellana nascosta nella borsetta, pur in mezzo alla ressa dei visitatori è stata immediatamente identificata e arrestata.

L’incidente, reso noto soltanto adesso dalla direzione museale, è avvenuto lo scorso 2 agosto, in un giorno di massima affluenza come accade sempre nelle prime domeniche del mese, quando l’entrata al Louvre è gratuita.

Non è peraltro la prima volta in cui si verifica un tentativo di attentare al capolavoro leonardesco: l’ultimo risaliva finora al 1911, quando un italiano lo rubò; l’enigmatico ritratto di Monna Lisa, degli inizi del Cinquecento, fu ritrovato a Firenze due anni dopo.

agi


Pisa, guida la bici ubriaco: gli sospendono la patente

di Redazione



Pisa - Guidare ubriaco gli è costato la sanzione accessoria di 10 punti sulla patente e la sospensione della stessa. Ma il guidatore non era al volante di un’ auto, ma stava su una bicicletta. L’ episodio è avvenuto questa mattina, intorno alle 5 a Migliarino (Pisa) quando si è imbattuto in un controllo di polizia. L’ uomo che è stato visto zig-zagare è stato sottoposto al test dell’etilometro ed è stato trovato con un tasso alcolemico quattro volte superiore al limite consentito. Protagonista della disavventura un massese di 24 anni residente a Lucca, che è anche stato denunciato per guida in stato di ebbrezza. Gli agenti hanno applicato le nuove norme stabilite dal codice della strada.



Bellorofonte, assassino torna in carcere Era stato scarcerato dopo soli due anni

di Redazione



Catanzaro - I carabinieri hanno arrestato a Soverato Luigi Campise. Il giovane di 26 anni uccise, nel marzo del 2007 la fidanzata Barbara Bellorofonte (18 anni). Dopo la condanna a 30 anni di reclusione Campise era stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare. L'arresto è stato disposto dal gip che ha accolto la richiesta di emissione della misura cautelare fatta dalla procura della Repubblica e motivata dal pericolo di fuga dell'indagato. 
La decisione della procura La notizia del nuovo arresto di Campise è stata diffusa dalla Procura della Repubblica di Catanzaro con un comunicato a firma del procuratore vicario, Salvatore Murone. "Su richiesta della Procura della Repubblica di Catanzaro - si afferma nel comunicato - il gip del tribunale ordinario di Catanzaro, in data odierna, ha ripristinato la custodia cautelare in carcere nei confronti di Luigi Campise, imputato dell’omicidio di Barbara Bellorofonte, il quale con sentenza di primo grado era stato condannato alla pena di 30 anni di reclusione. La misura è già stata eseguita dai carabinieri di Soverato". "Il ripristino della custodia cautelare in carcere - prosegue il comunicato della Procura di Catanzaro - era stato chiesto dal magistrato competente in concomitanza con la scarcerazione di Campise disposta nel’ambito di altro procedimento".
L'intervento del Guardasigilli La scarcerazione del giovane era finita sul tavolo del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che aveva deciso di incaricare gli ispettori del ministero per "fare degli accertamenti preliminari per acquisire delle informazioni in tempi rapidissimi e per comprendere subito, già oggi, come è potuto accadere". La polemica sulla vicenda della scarcerazione di Campise era infatti scoppiata dopo che Giuseppe Bellorofonte, padre di Barbara, aveva scritto una lettera al Corriere della Sera. "L’assassino di mia figlia - aveva scritto Bellorofonte - è libero di scorrazzare per le strade di Soverato nonostante la condanna a 30 anni. Che delusione la giustizia: non ci credo più"
Il pentimento di Campise Lo stesso Campise aveva voluto chiarire che "non intendo muovermi da Soverato. Sarò io stesso a consegnarmi spontaneamente al carcere nel momento in cui la pena diventerà definitiva. Sono pentito per quanto accaduto, è stato un raptus perchè non volevo uccidere Barbara". Poi aveva ammesso: "Io non sarò sereno con me stesso sino a quando non paghe­rò per quello che ho fatto. Ho buttato al vento la mia vita e oggi non so che far­mene dei miei 26 anni. Il rimorso mi ag­gredisce continuamente. Non potrò mai perdonarmi d’aver ucciso, sia pure in un momento di follia, il mio angelo".
Il dolore del padre "E' giusto che il giovane che ha ucciso mia figlia ritorni in carcere, perchè se lui ha sbagliato deve pagare e deve rimanere in carcere e non fuori", ha commentato al Tg1 Giuseppe Bellorofonte che, tra le lacrime, ha ricordato la figlia: "Una ragazza dolcissima, bella, solare. Era tutto per noi ed adesso non c’è più. Ora noi genitori andiamo a trovarla al cimitero. Il suo fidanzato diceva che l’amava, che era geloso. Ma uno che ama non spara alla persona amata in testa. Così ha distrutto la nostra famiglia".


Botticelle, i vetturini aggrediscono e minacciano tre animaliste

piazza di spagna

 




Tre attiviste della Lav (Lega anti vivisezione) sono state aggredite dai vetturini delle botticelle, le tanto discusse carrozze a cavallo della capitale. Le animaliste stavano distribuendo volantini in piazza di Spagna, nel cuore di Roma, per invitare i turisti a non utilizzare le botticelle, ma sono state immobilizzate e minacciate di morte fermate da alcuni vetturini: gli uomini le avrebbero anche strattonate, buttando a terra i volantini. L'aggressione è avvenuta lo scorso primo agosto, ma è stata resa nota solamente lunedì 10, quando la Lav ha denunciato i conducenti per minacce, ingiurie e violenza privata.

AGGRESSIONE SOTTO GLI OCCHI DEI VIGILI - L'aggressione si sarebbe svolta, spiega l'associazione animalista in una nota, sotto gli occhi di agenti della polizia municipale, che «ignorando che alcune botticelle transitavano con i cavalli lanciati al trotto, hanno sanzionato di 412 euro le nostre attiviste, mentre la distribuzione era stata autorizzata verbalmente dall'ufficio relazioni con il pubblico del Comune di Roma e dalla Questura». Le tre attiviste stavano distribuendo « materiale informativo recentemente realizzato in collaborazione con l'Enpa (Ente nazionale protezione animali), che invita i turisti a non utilizzare le tradizionali carrozzelle romane, per salvaguardare la salute e il benessere dei cavalli»
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SOLIDARIETA' ALLE DONNE AGGREDITE - Solidarietà alle donne aggredite è arrivata dall'assessore provinciale al Turismo, Patrizia Prestipino, che ha definito l'atto «grave e inaccettabile». «A nessuno - ha aggiunto Prestipino - può essere impedito con metodi violenti di esprimere la propria opinione, tanto meno a un'associazione che manifestava in maniera pacifica il proprio dissenso per un servizio anacronistico che va contro ogni tipo di tutela per gli animali». Anche il presidente del consiglio comunale di Roma Marco Pomarici ha stigmatizzato l'accaduto sottolineando che «a nessuno deve essere consentito di intimidire e far valere le proprie ragioni con l'aggressione verbale o fisica».

10 agosto 2009



Albania: Nessun investigatore internazionale potra' indagare sui misteri della 'Casa Gialla'

Il rifiuto opposto dal Ministro della Giustizia di Tirana Enkeled Alibeaj che giudica scarsi ed insufficienti gli indizi raccolti dall'ex Procuratrice Carla Del Ponte



La Serbia si aspetta da Bruxelles parita' di trattamento con Tirana nel suo cammino verso l'integrazione europea

Tirana - Nessun investigatore europeo potrà condurre sul suolo albanese indagini sul presunto genocidio compiuto dai guerriglieri dell’Uck, l’esercito di liberazione del Kossovo, a danno di circa quattrocento serbo- kosovari  durante il conflitto che insanguinò l’allora provincia meridionale serba alla fine degli anni '90. 

I quattrocento serbi furono deportati nella tristemente famosa “ casa gialla” a cavallo delle province settentrionali albanesi di Scutari e Bajram Curri e qui seviziati ed uccisi dagli sgherri dell’Uck con la complicità delle autorità albanesi. I loro corpi vennero poi orrendamente mutilati ed i loro organi trafficati e venduti clandestinamente in qualche clinica europea da personaggi legati alla mafia albanese. A denunciare l’accaduto fu l’ex Procuratore generale al Tribunale per i crimini di guerra dell’Aja, l’elvetica Carla del Ponte, poi divenuta ambasciatrice del suo stato in Sudamerica. 

Ora che si inizia a parlare di possibile integrazione dei Balcani nell’Unione europea, il Consiglio d’Europa ha deciso di vederci chiaro ed ha inviato a Tirana il suo rappresentante Dick Marty affinché prendesse contatto con le autorità albanesi al fine di concordare l’arrivo di una commissione d’inchiesta internazionale deputata a far luce sulla vicenda. Marty ha dovuto però lasciare la capitale albanese con le pive nel sacco. 

Il Ministro della giustizia albanese uscente, che però sarà confermato nel nuovo governo che il premier Sali Berisha sta formando, Enkeled Alibeaj ha infatti opposto un secco rifiuto alle richieste di Marty ed ha sottolineato che l’Albania è un paese pienamente sovrano che “ mai accetterà sul suo territorio la presenza di una commissione d’inchiesta internazionale delegata ad indagare sui fatti della “ casa gialla” per il semplice motivo che alla casa gialla non è mai successo nulla e che il tutto è il frutto della fantasia di Carla del Ponte e della propaganda serba anti- albanese”. 

A Belgrado il presidente del Consiglio nazionale per la collaborazione con il Tribunale dell’Aja, Rasim Ljajic, ha commentato affermando di non essere stato sorpreso dalla chiusura e dall’ostilità albanese ma ha anche sottolineato come, nel processo d’avvicinamento dei Balcani all’Unione europea, Bruxelles non possa operare con due pesi e due misure e cioè da un lato pretendere da Belgrado l’arresto del generale Ratko Mladic e la sua consegna al Tribunale internazionale e dall’altro far finta di niente di fronte ai crimini di guerra kosovari. 

“ Anche i nostri fratelli orrendamente trucidati alla casa gialla di Scutari meritano giustizia” ha affermato Ljajic. Probabilmente il governo albanese sta cercando di tirare la corda giacché la recente decisione della Commissione europea sulla liberalizzazione dei visti Shengen a favore dei cittadini degli stati balcanici ha escluso da tale facilitazione proprio gli albanesi e per tale motivo lo scoramento a Tirana è forte. Intanto, durante il suo recente incontro con il collega romeno Diaconescu, il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha contribuito in parte ad accendere una fiaccola di speranza per appianare le controversie esistenti nei Balcani.
 
“ Romania ed Italia si faranno promotori, con l’assenso del governo svedese, di un’iniziativa volta a dedicare una parte del prossimo Consiglio dei capi di stato e di governo dell’Unione proprio al problema dell’integrazione dei Balcani occidentali nell’Unione, cercando di superare le diatribe oggi esistenti non solo tra Albania e Serbia ma anche tra Macedonia e Grecia e tra Slovenia e Croazia” hanno affermato i capi delle diplomazie di Roma e Bucarest. 

Sergio Bagnoli

Ergastolo per il nazista della strage di Falzano

di Redazione



Berlino - E' stato condannato all’ergastolo Josef Scheungraber, 91 anni, ex ufficiale nazista responsabile nel 1944 della strage di Falzano di Cortona, cittadina nei pressi di Arezzo, in Toscana. La sentenza è stata emessa oggi da un tribunale di Monaco di Baviera. Nel giugno del 1944 a Falzano di Cortona furono uccisi 14 civili per rappresaglia per l’uccisione di due soldati tedeschi. Scheungraber aveva all’epoca 25 anni. 

La condanna all'ergastolo La procura di Monaco di Baviera, che ha confermato oggi la condanna, aveva chiesto lo scorso 18 giugno l’ergastolo per Scheungraber, ex tenente della Wermacht. Scheungraber era già stato riconosciuto colpevole della strage e condannato all’ergastolo nel 2006 dal Tribunale militare di La Spezia e il tribunale tedesco ha avviato il processo il 15 settembre del 2008, proprio sulla base dei documenti del processo italiano. L’anziano, oggi sordo e zoppicante, vive nella sua città natale di Ottobrunn, in Baviera, dove dopo la guerra è stato anche consigliere comunale. 

Il "Boia di Sobibor" Il caso di Scheungraber si affianca a quello di un altro anziano presunto ex nazista, John Demjanjuk, 89 anni, ribattezzato il "Boia di Sobibor" e sospettato di avere contribuito allo sterminio di circa 29mila ebrei nel campo di concentramento dell’allora Polonia occupata. Anche Demjanjuk, estradato in Germania dagli Usa lo scorso 12 maggio, verrà giudicato dal tribunale di Monaco di Baviera, che per il momento lo ha accusato formalmente di concorso nello sterminio di Sobibor. 





F.1, Schumacher non torna

Il Secolo XIX
Emanuele Capone



«Ho fatto il possibile per rendere possibile il temporaneo ritorno. Con grande rammarico, non ha funzionato»: Michael Schumacher non tornerà a guidare la Ferrari in Formula 1. Il 40enne pilota tedesco ha annunciato la clamorosa decisione sul proprio sito ufficiale: «Ieri sera ho informato il presidente, Luca di Montezemolo, e il team principal, Stefano Domenicali. Purtroppo, non sono in grado di sostituire Felipe».

Secondo quanto spiegato dallo stesso Schumacher, i postumi di un suo incidente in moto lo scorso febbraio - che gli ha procurato problemi nella zona del collo - gli rendono impossibile sopportare le forti sollecitazioni alla base della testa causate dalla guida di una monoposto di Formula 1. Secondo quanto reso noto, il posto che sarebbe dovuto essere di Schumi sarà preso da Luca Badoer, storico collaudatore di Maranello, con alle spalle 60 Gran Premi, che scenderà in pista nel Gp d’Europa, in programma a Valencia il 23 agosto.


Gli ebrei vincono il tabù: ristampate Mein Kampf

di Giordano Bruno Guerri



La colta, civile Germania ha pagato anche con un grave errore - di cultura e di civiltà - i suoi trascorsi nazisti. Fu quando, nel 1946, venne vietata la ristampa, su tutto il territorio nazionale, di Mein Kampf, ovvero «La mia battaglia», libro definito anche «la Bibbia di Hitler».

Scritto, per lo più in carcere, nel 1924, la prima parte fu stampata l’anno dopo, la seconda nel 1926: fino a gennaio del 1933, quando Hitler prese il potere, ne furono vendute quasi 230.000 copie, a dimostrazione che i tedeschi sapevano molto bene con chi avevano a che fare, cosa pensava l’uomo che li avrebbe guidati. Nei successivi dodici anni di dittatura ne vennero vendute, regalate o imposte (per esempio a ogni matrimonio) decine di milioni di copie. È facile immaginare l’enorme quantità di volumi che esiste ancora in Germania, fra quelli dell’epoca e quelli ristampati clandestinamente. Già, perché il governo della Baviera, proprietario dei diritti del libro dal 1946, ne ha proibito la ristampa per impedire la diffusione delle idee che vi sono contenute: ovvero, soprattutto, la superiorità della razza ariana e l’attribuzione agli ebrei della responsabilità di quasi
tutti i mali del mondo. Con le conseguenze - la «soluzione finale» - che sappiamo.

Idee aberranti, ma è sbagliato e controproducente cercare di pensare che non siano mai state scritte. Da un punto di vista pratico, perché comunque il libro è reperibile facilmente in internet (viene ristampato di continuo, per esempio dai nazisti americani, anche in tedesco); da un punto di vista culturale, perché è sbagliato tentare di soffocare l’esistenza di un libro, specialmente di quella portata storica. Un’altra conseguenza, pesante e concreta, è che oggi - in Germania e in molti altri Paesi, sulla sua scia - è possibile leggere Mein Kampf soltanto nel testo originale, senza la dotazione di un apparato storico-critico che ne illustri orrori, finalità e risultati. In pratica, si lascia che Hitler continui a fare la sua propaganda d’odio antisemita, senza un contraddittorio diretto.

A rendere ancora più paradossale la vicenda, c’è da considerare che il 1° maggio del 2015, a settant’anni dalla morte di Hitler, la Baviera perderà i diritti d’autore del volume, il quale quindi potrà essere ristampato da chiunque, con qualsiasi tipo di commento, o ancora senza commento. Da qui la saggia e necessaria mossa di Stephan J. Kramer, segretario generale del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, che ha sostenuto l’opportunità di pubblicare un’edizione critica di Mein Kampf. Si otterrebbe così il doppio risultato di togliere al libro il pericoloso fascino del proibito, e soprattutto di limitare i danni che potranno fare le edizioni acritiche o addirittura simpatizzanti. È vero, infatti, che il saggio del Führer è un vero mattone, come lo definì Mussolini nel 1934. Ma è anche vero che contiene slogan e suggestioni di facile presa su teste poco dotate di strumenti critici o predisposte a quel tipo di idee. Basti, in proposito, leggere il piccolo campionario di citazioni estrapolate nel box qui accanto.

Per questo ha ragione Kramer, quando sostiene: «È necessario pubblicare oggi un’edizione storicamente critica dell’opera per evitare che i neonazisti ne traggano vantaggio», mentre è risibile la risposta del governo bavarese: «Non revocheremo il divieto perché questo farebbe il gioco dell’estrema destra». Gli estremisti - di destra, di sinistra, religiosi e di qualsiasi altro tipo - traggono vantaggio specialmente dall’ignoranza, dalla mancanza di dibattito, dalle chiusure rigide che impediscono la conoscenza.
nvece, chi estremista non è - la società, la politica, la scuola - viene inevitabilmente danneggiato dalla mancanza di un esame critico del passato recente, e tanto più quando quel passato ha avuto effetti e conseguenze drammatici. Ne sappiamo qualcosa in Italia: dove, dopo la guerra, per decenni, in base a un antifascismo sacrale e acritico, si è prima impedito di fatto una conoscenza vera del regime fascista. Poi, per altri decenni, si è negato che nel periodo 1943-1945 ci sia stata una vera guerra civile, per di più mettendo tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Con il risultato non di impedire le nostalgie neofasciste, crollate da sole, ma di tenerle in vita più a lungo. E, soprattutto, con il risultato di impedire agli italiani di fare i conti con la propria storia.

Ecco tutta la verità sulla liberazione di Genova»

di Redazione

di Raffaele Francesca

Sulla scia di quanto mirabilmente e puntualmente rivelato dal «Giornale», e solo dal «Giornale», circa la foto taroccata riprodotta sul manifesto che la Regione Liguria ha ritenuto (con i nostri soldi) di dover affiggere sui muri della città per la «ricorrenza» del 25 aprile, desidererei proporre ulteriori esempi su quello che non è un semplice incidente di percorso, bensì una costante, imprescindibile, irrinunciabile filosofia di vita per una certa parte ideologica e politica. Per esempio: nella medesima occasione altri hanno riproposto il «racconto» del generale Günther Meinhold in versione ciellenistica circa «lo storico atto di resa la sera del 25 aprile 1945». Narra, fra l'altro, il Meinhold (terza puntata, p. 9):

«Come previsto, naturalmente anche i partigiani si fecero vivi con maggiore slancio e energia. Un giorno riuscirono a combinare un vero colpo da ussari, per così dire, sotto al naso del comando di divisione. Sulla cima del Monte Maggio, che domina come un macigno la piccola valle di Savignone, era stazionato un comando italiano di avvistamento aereo. In una luminosa giornata di primavera era scomparso, prelevato da un'automobile di partigiani con armi e strumenti. Non la presi tragicamente. Anche come avversario non potei fare a meno di riconoscere lo spirito sportivo manifestatosi in questa impresa...».

I fatti. Il 12 gennaio 1944 (anche sulle date il Meinhold spesso presenta qualche lacuna) otto avvistatori di Monte Zuccaro (Isola del Cantone), completamente disarmati, furono massacrati da 13 «patrioti» della 3° Zona partigiana, poi trasformata in 3° Brigata «Garibaldi» Liguria. Il tutto fu testimoniato anche da un nono avvistatore fortunosamente e fortunatamente scampato alla morte. Detti avvistatori avevano l'incarico di dare l'allarme a Genova in caso di arrivo di aerei nemici e consentire così alla popolazione di raggiungere i rifugi. Essendo questi i fatti, mi sembra che l'esposizione del ridanciano goliardo Meinhold, il quale - col placet affettuoso e compiacente del C.L.N. - li equipara a una simpatica birichinata dei «patrioti», risulti davvero scandalosa, bestiale, criminale.

Ma continuiamo con le dichiarazione del Meinhold o di chi per esso. «Ad ogni modo era interessante, ora, vedere le reazioni dei partigiani. Finora avevano dato buone prove della loro serietà: avevano rigorosamente mantenuto gli accordi contratti» (30/4). Oppure: «I partigiani avevano mantenuto la parola» (1/5). E ancora: «I partigiani erano stati sempre avversari cavallereschi» (3/5). Affermazioni, queste, comprensibili soltanto se il «prussiano» fosse atterrato in quel momento provenendo da Marte. Ma forse ignorava, che so, la «notte della spia», la «Corriera di Cadibona», le vittime dei «Pini Storti»,

il «caso Discacciati», le «uccisioni notturne», le stragi di Imperia, Borghetto, Rovegno, Vigoponzo, Dernice, Garbagna, Monte Manfrei, Bogli, Schio... e le stragi del biellese, del Triangolo della Morte, di Oderzo, Thiene, Tarzo e Revine, Codevigo, Sospirolo, Mignagola, Cansiglio, Cologna Veneta, Rovetta, via Rasella, Porzûs... e quanto accaduto nelle foibe (e già, anche lì, insieme con i titini, c'erano i «patrioti» comunisti italiani)... e gli assassinii di Giovanni Gentile, Carlo Borsani, Claretta Petacci, Luisa Ferida, Osvaldo Valenti, dei sette fratelli Govoni... e, per tornare alla Liguria, dei delitti di Bargagli...

Ma, per capire meglio le ragioni e i retroscena del tutto, leggiamo una dichiarazione di Remo Scappini (comunista) in un'intervista rilasciata a Piero Pastorino e apparsa sul «Lavoro» del 6 aprile 1990: «Tornato in Germania, (Meinhold) era tra gli imputati al processo di Norimberga. La testimonianza del CLN genovese alla Corte Ma andiamo adesso all'ottava puntata, p. 22. «Ancora nell'autunno c'era stata qui vicino la galleria ferroviaria di San Benigno. Quando negli ultimi giorni di ottobre un temporale di violenza tropicale si scatenò sulla città, un fulmine colpì le condutture elettriche della ferrovia e fece saltare le cariche esplosive collocate all'ingresso del tunnel.

Per somma disgrazia si trovava in quel momento sui binari un treno carico di materiale esplosivo di altissimo potenziale, in attesa di essere convogliato a Livorno (...) Anche le guardie italiane al treno erano perite. L'SD naturalmente, tentò di attribuire il fatto ad un atto di sabotaggio che avrebbe dato l'occasione per misure di rappresaglia. È sottinteso che io “ab initio” impedii tutte le misure miranti a ciò». Come incontestabilmente dimostrai nel mio libro «Silenzi, misteri verità su una strage dimenticata» (NovAntico Editrice, Pinerolo TO, 2004), nonché su «il Giornale» del 15/5/2007 e del 12/2/2008, non fu il fulmine a causare mille/duemila morti innocenti, bambini e donne compresi, bensì un criminale e bellicamente inutile attentato terroristico dei partigiani comunisti.

In questo secondo articolo, inoltre, dimostrai inoppugnabilmente altresì che Genova non fu assolutamente «liberata» dai «partigiani» e che il porto non fu assolutamente salvato dai «partigiani» medesimi che, anzi, ne misero seriamente, stupidamente e criminalmente in pericolo l'esistenza. Ma vogliamo citare qualche altra «contraddizione» della storiografia «resistenziale»? Parliamo, allora, di alcuni nomi che appaiono sotto il Ponte Monumentale e che vengono attribuiti a «caduti per la liberazione di Genova». Incominciamo da quello di Emanuele Strasserra (anche se indicato come Straserra), che - capo della missione alleata «Montreal» - si era unito ad altri quattro partigiani,

antifascisti ma non comunisti (Giovanni Scimone, Ezio Campasso, Mario Francesconi, Gennaro Santucci), con i quali avrebbe dovuto dare vita a una brigata autonoma. Furono tutti fatti uccidere a tradimento, unitamente alle mogli di due delle vittime (Maria Martinelli Francesconi e Maria Dau Santucci), da Francesco Moranino, in arte «Gemisto» (responsabile anche di circa mille assassinii avvenuti nel biellese), condannato perciò all'ergastolo dalla Corte d'Assise d'Appello di Firenze il 18 aprile 1957. Come detto, e sempre in nome della coerenza, il nome di Strasserra appare sotto il Ponte Monumentale e Genova, gli ha dedicata una via; Moranino, aiutato dal Pci a fuggire a Praga, venne

poi graziato da Saragat (eletto Presidente della Repubblica anche con i voti dei comunisti) ed eletto a sua volta senatore nelle liste del Pci. Sic! Alla faccia dei morti, della giustizia, della Verità.  Ma continuiamo. Altro nome che appare sulle lapidi (nonché nell'elenco dei «caduti per la libertà» proposto da Giorgio Gimelli) è quello dell'appuntato dei Carabinieri Carmine Scotti. Attirato in un tranello da partigiani comunisti, lo fanno camminare scalzo sui ricci in un bosco di castagni nei pressi di Bargagli, lo denudano, lo torturano legandolo a una stufa rovente, gli cavano gli occhi e, infine, gli sparano alla testa. Ai sei partigiani arrestati per il delitto (Amedoro Cevasco «Medoro», Pasquale Buscaglia «Pasqua»,

Orfeo Calvelli «Foegu», Pietro Spallarossa «Fiero», Silvio Ferrari «Pirri», Attilio Cevasco «o Carega»), Raimondo Ricci, Antonio Testa, Roberto Bonfiglioli, Ermanno Baffico, l'ANPI fantasiosamente (e vergognosamente) certificarono nel 1984 la qualifica di «partigiani combattenti» della brigata «Lanfranconi» di Giustizia e Libertà, facendoli così rientrare nei benefìci previsti dal Decreto Presidenziale che prevedeva che per ogni reato commesso entro il 18 giugno 1946 da coloro

che avessero militato in formazioni armate, la pena dell'ergastolo venisse commutata in vent'anni di reclusione. Il che, essendo nel 1984, comportava automaticamente la prescrizione del reato. Mirabile! Ma, del resto, che cosa c'è da aspettarsi da una giustizia e da persone che affermarono e affermano: «ammazzare un fascista o presunto tale non è reato»?che giudicava i criminali nazisti gli valse l'assoluzione dei giudici». Già, appunto...

So già che per ciò che scrivo mi verrà rivolta l'accusa, se così vogliamo chiamarla, di essere «fascista». Ma il punto nodale è un altro, e cioè: quanto io affermo corrisponde alla verità storica oppure no? Prima di chiudere, desidererei tornare al manifesto «resistenziale» che la Regione ha ritenuto di esporre sui muri della città in occasione del 25 aprile. La frase citata su detto manifesto è di Aldo Gastaldi, «Bisagno»; prima lo ammazzano, poi lo citano. Complimenti!




Sette mariti in 45 giorni, incinta, viene arestata

Il secoloxix

Nel giro di 45 giorni ha sposato ben sette uomini. E’ la vicenda di una giovane donna egiziana rimasta incinta che rischia la morte, come denuncia la tv satellitare al Arabiya. Contro la donna 24enne, il giudice di un tribunale a sud del Cairo, in attesa dell’esame del Dna per conoscere il nome del padre, ha predisposto la custodia cautelare in carcere. Succede in Egitto, paese arabo dove vige la tradizione del matrimonio `Irfi´; ovvero una sorta di contratto privato scritto, senza testimoni. Non richiede la presenza dell’imam e non prevede alcun tipo di diritti legali per i coniugi. Questo genere di matrimonio, in voga anche in altri paesi musulmani, è contestato da una buona parte del Clero islamico.

In Arabia Saudita viene chiamata «Matrimonio Messiar»; (facilitato -ndr), mentre nel più esplicito Iran sciita è indicato con la parola «Mutah», (godimento). La giovane, il cui cognome non è indicato, venne arrestata dalla polizia dopo la denuncia del marito che aveva scoperto «per caso un altro contratto di matrimonio Irfi» firmato dalla moglie «pochi giorni prima del nostro matrimonio». Interrogata dalla polizia, Sahar (questo è il suo nome che in arabo significa Magia), ha ammesso di «essere poligama». Le indagini hanno rivelato che la 24enne, «in media ogni 10 giorni, usava legarsi in matrimonio con gli avventori del bar dove lavora» e dove ha incontrato, tra l’altro, anche l’ultimo marito che l’ha denunciata. Interpellata dal giudice, la donna ha affermato di essersi «regolarmente divorziata da tutti i suoi mariti» senza sapere indicare l’identità del padre del figlio che porta in grembo. Il giudice del Tribunale penale di al Ghardafah, nella provincia del Mar Rosso a sud della capitale egiziana, dopo avere predisposto il test del Dna, ha ordinato 15 giorni di custodia cautelare per la donna. L’accusa: «falso e poligamia». Reato, quest’ultimo, che la legge islamica punisce con la morte per la donna; mentre per la sharia il maschio ha il diritto legale del matrimonio plurimo