domenica 16 agosto 2009

Paradisi fiscali, caccia a 5.600 miliardi Le Isole Cayman aprono ai controlli

ROMA (16 agosto) - La guerra che i più importanti Paesi del mondo industrializzato hanno mosso contro i paradisi fiscali continua a far registrare qualche successo. Le pressioni esercitate in particolare dalla Casa Bianca sono talmente pesanti da intimorire una parte degli Stati-cassaforte per i capitali di ogni provenienza, non esclusa quella illecita. Cresce così il numero di quelli che s’impegnano solennemente a mettersi in regola con le norme fiscali internazionali, e di conseguenza si asciuga la famigerata “lista grigia” stilata nell’aprile scorso dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), su incarico del G20. Da questo elenco, comprendente gli Stati che offrono una collaborazione nell’ambito della lotta ai reati tributari giudicata assolutamente insufficiente, sono uscite proprio ieri le Isole Vergini Britanniche e le Isole Cayman e c’è da ritenere che il loro esempio sarà seguito da altri piccoli Paesi che finora hanno mostrato pochissimi scrupoli nel dare rifugio a denaro di provenienza come minimo dubbia.

Ciò non significa che la vittoria finale contro il riciclaggio e l’evasione fiscale su larga scala sia vicina. Al contrario, probabilmente è lontanissima. Sempre l’Ocse ha stimato che il “tesoro” accumulato nei cosiddetti paradisi arrivi a una mostruosa somma cifra compresa tra 4.000 e 5.600 miliardi di euro. Si tratta di somme pari a 3 volte il Pil italiano che si aggira sui 1.500 miliardi. E’ del tutto ovvio, quindi, che per intaccare davvero questa maxi-caverna di Alì Babà servirà molto tempo.

Intanto, però, la guerra prosegue e bisogna dire che, almeno secondo le intenzioni sbandierate dal governo e dal suo braccio armato fiscale (l’Agenzia delle Entrate), l’Italia non si tira indietro. Non solo vengono annunciati controlli su 170.000 nomi di persone o società sospettate di aver nascosto ricchezze all’estero, ma si cerca di stringere il cerchio su 30.000 nostri connazionali ufficialmente residenti oltrefrontiera, in realtà sospettati di mantenere nella Penisola la maggior parte degli interessi economici, rientrando nel dovere di pagare integralmente le tasse.

Si tratta, per ammissione dell’Agenzia delle Entrate, di indagini lunghe e tutt’altro che semplici, dalle quali comunque sono cominciati ad arrivare i risultati pratici, visto per gli anni dal 2001 al 2005 il fisco ha recuperato tra maggiori imposte, interessi e sanzioni, circa 140 milioni di euro. Quasi la metà dei falsi residenti (per la precisione il 40%) sostiene di abitare effettivamente a San Marino o a Montecarlo e ben 300.000 italiani risultano avere casa in Svizzera. Qui, però, le indagini tributarie sono più che mai difficili, visto che la maggior parte di queste persone rientra nella classificazione “lavoratori emigrati”.

In effetti, la Confederazione elvetica è, per antica tradizione, il paradiso fiscale preferito dai nostri connazionali e la proverbiale discrezione delle banche di Zurigo, Ginevra e Lugano è sempre stata assai gradita. Le cose sono destinate a cambiare? I rifugi diventeranno meno sicuri? Secondo il Pd, l’ultimo inasprimento delle sanzioni antievasione introdotto dal governo e l’inversione dell’onere della prova (per cui deve essere il contribuente “pescato” a intrattenere rapporti finanziari con l’estero a provare che questi sono regolari) daranno ben pochi risultati se l’Italia non otterrà, attraverso precisi accordi internazionali, l’accesso ai conti bancari. Si fa l’esempio, a tale proposito, dei proficui negoziati portati a termine dagli Stati Uniti con la Svizzera e da Germania e Gran Bretagna con il Liechtenstein. L’Italia – accusa l’opposizione – non ha fatto niente del genere e dunque gli istituti di crediti elvetici opporranno sempre una barriera impenetrabile, anche perché – particolare determinante – in Svizzera l’evasione fiscale continua a non essere considerata reato.


Da Bocca infamie contro gli eroi"

di Stefano Lorenzetto



Mantova - «Dottor Bocca, aspetto le sue scuse. Anche e soprattutto a nome di mio fratello Mario, che non può esigerle perché è morto». Antonino D’Aleo, da un mese e mezzo questore di Mantova dopo aver ricoperto lo stesso incarico a Sondrio, è rimasto più sconvolto a leggere sull’Espresso l’ultima puntata della rubrica L’antitaliano di Giorgio Bocca che non a occuparsi dell’ennesimo fatto di sangue. D’Aleo è in polizia da 30 anni, ha indagato su delitti orrendi, ha assicurato alla giustizia in un sol colpo 103 narcotrafficanti con un’operazione coordinata dal procuratore Guido Papalia. 

«Leggendo il settimanale, non riuscivo a credere ai miei occhi. Riga dopo riga la rabbia e l’indignazione prendevano il sopravvento. Un articolo infame», dice il questore. Il titolo recitava «Quanti amici ha Totò Riina» e nel testo sottostante il giornalista ottantanovenne lasciava intendere, anzi asseriva apertamente, che nella poco raccomandabile categoria andavano inclusi anche i carabinieri di stanza in Sicilia. Quelli di ieri e quelli di oggi. 

Tutti collusi con la mafia. Mario D’Aleo era un carabiniere. Comandava la Compagnia di Monreale. Aveva preso il posto del capitano Emanuele Basile, ucciso tre anni prima mentre rientrava in caserma con la moglie e la figlioletta, dopo aver partecipato alla festa del Santissimo Crocifisso (gli assassini gli spararono alle spalle sei colpi di pistola e lo finirono con uno alla nuca: il suo ultimo gesto, cadendo a terra, fu di far scudo col proprio corpo a Barbara, 4 anni, che teneva in braccio).

Il capitano D’Aleo, medaglia d’oro al valor civile, aveva appena 29 anni quando il 13 giugno 1983 fu trucidato da quattro killer di Cosa nostra in via Scobar, a Palermo, davanti alla casa della fidanzata. Con lui caddero crivellati da una grandinata di proiettili gli appuntati Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. «Gli telefonai verso le 9 di sera. Volevo tirargli le orecchie perché quel 13 giugno s’era dimenticato di farmi gli auguri per il mio onomastico, Sant’Antonio. Lo seppi così, che l’avevano appena ammazzato», si commuove il fratello.

D’Aleo, Bommarito e Morici sono tre dei «33 caduti per mano della mafia» menzionati nel comunicato ufficiale con cui il comando generale dell’Arma dei carabinieri ha sentito il bisogno di respingere le «infamanti accuse» di Bocca. L’eredità dello zio, oggi sepolto nel cimitero del Verano a Roma, è stata idealmente raccolta dal tenente Marco D’Aleo, il figlio del questore di Mantova, che è ufficiale dei carabinieri a Milano. 

Dottor D’Aleo, chi ordinò l’uccisione di suo fratello?
«Per la strage sono stati condannati i capimafia Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ma nel processo, conclusosi con 22 ergastoli, sono entrati un po’ tutti gli esponenti di spicco di Cosa nostra, da Salvatore Lo Piccolo a Pietro Aglieri. 

Pochi giorni dopo il suo insediamento a Monreale, mio fratello aveva arrestato Giovanni Brusca, condannato per oltre un centinaio di omicidi, anche se lui personalmente se n’è attribuito addirittura 200, fra cui quelli del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta, dilaniati dall’esplosione nella strage di Capaci, e del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, strangolato e poi sciolto in una vasca piena d’acido. 

La Cassazione, come si legge nella sentenza, ritiene che mio fratello sia stato assassinato per decisione di Riina come ritorsione proprio per “l’incalzante attività condotta contro la famiglia Brusca”».

Il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo non era colluso con i mafiosi. È questo che vuol dire a Giorgio Bocca?
«Non solo. Voglio dirgli che ha infangato la memoria di decine e decine di eroi, integerrimi servitori dello Stato, caduti nell’adempimento del loro dovere. Lui ha scritto di un “indissolubile patto di coesistenza” fra “il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi”. Ricorre tre volte questo sostantivo, coesistenza, nel suo articolo. Ecco, mio fratello non esiste più. Ha dato la vita anche per questo signore». 

Perché Bocca avrà lanciato accuse così pesanti?
«Non lo so, non riesco a capirlo. C’è un passaggio finale, nell’editoriale, che mi ha indignato per la sua totale infondatezza, là dove afferma che “i carabinieri, specie quelli che arrivano da altre province, sanno che la loro vita è appesa a un filo”, e dunque si chiede: “Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza?”. 

Mio fratello era nato a Roma. Prima d’essere assegnato a Monreale stava al battaglione mobile di Genova. Il suo predecessore, il capitano Basile, era di Taranto. Venivano da altre province. Mi dica Bocca quali tacite regole avrebbero accettato. Basile aveva 31 anni, mio fratello 29, Bommarito 39, Morici 27. Non fu lasciato loro molto tempo per organizzarsi la coesistenza, le pare?». 

l portavoce nazionale dell’Italia dei valori, il palermitano Leoluca Orlando, ha detto: «Bocca ha espresso, in maniera chiara e radicale, una verità storica: la mafia in Sicilia si è avvalsa di lacune e omissioni di uomini di Chiesa e di esponenti delle forze dell’ordine, non soltanto di carabinieri».

«I nomi, faccia i nomi. Se ha notizie di reato, o sospetti sui singoli, vada a denunciarli». 

Anche l’ex pm Luigi De Magistris, eletto eurodeputato nel partito di Antonio Di Pietro, ieri s’è augurato «che, al più presto, si sappia la verità integrale in merito alle gravissime collusioni di cui si sarebbero resi responsabili, secondo la magistratura inquirente, ufficiali dei carabinieri che hanno ricoperto posti investigativi apicali in momenti tragici della storia del Paese, come nel periodo delle stragi di mafia degli Anni ’90».

«La giustizia deve sanzionare le responsabilità definitive. Vi sono sentenze passate in giudicato pronunciate contro carabinieri collusi con Cosa nostra? Dove sono? Quante sono? Badi bene, io non voglio negare che possano esservi stati episodi di corruzione. Succede nelle migliori famiglie, magistratura compresa. 

Ma Bocca ha scritto ben altro. Ha dato credito a Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, per sostenere che “i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali”. Ha affermato che “i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”». 

I carabinieri.
«Appunto. “I”, articolo determinativo. Da giornalista, Bocca dovrebbe sapere come si scrive. Ha fatto una generalizzazione vergognosa, inaccettabile. “I” carabinieri trescano con la mafia. Non alcuni. Tutti. E sopravvivono grazie a un tacito patto con i criminali. Sono disgustato. Mio padre Salvatore si spense di crepacuore dopo che gli uccisero il figlio. Da due giorni continuo a pensare a che cosa avrebbe provato leggendo quest’articolo dell’Espresso. E non riesco a darmi pace».