lunedì 17 agosto 2009

Capri e le mance da mille euro Il racconto dei lussi «esagerati»

Arriva lo yacht di Abramovich, tuffo ai Faraglioni per il magnate. Sull'isola anche Corna e Belen e Jennifer lopez


CAPRI — Acquisti pazzi, mance da migliaia di euro, soggiorni da mille e una notte: all’om­bra dei Faraglioni il turismo è di lusso. Se i souvenir targati Capri non vanno a ruba come gli altri anni, c’è stato uno stuolo di fashion victims, ad esempio, che ha pagato più di 3mila euro per una borsa.
«Tra i bestseller della stagione - racconta Francesca Settanni, una delle titolari dello storico gruppo La Pari­sienne - c’è la Peekaboo di Fendi. Nei negozi di città c’era una lunghissima lista d’attesa per avere questo must di stagione e qui da noi sono state vendute in pochi giorni.

Soprattut­to, il non plus ultra, la versione di iuta fodera­ta di pitone è sparita in men che non si dica. Così come abbiamo venduto, soprattutto ai tu­risti stranieri, i caftani di seta con i ricami arti­gianali o i cappottini di velluto bordati d’oro. Nella nostra boutique di Roberto Cavalli - con­clude la Settanni - abbiamo avuto qualche cliente arabo ma è stato, diversamente dagli altri anni, molto guardingo nello spendere. L’unica spesa pazza è stata fatta per una gon­nellina di camoscio pagata sui 4mila euro».

E mentre Jennifer Lopez, in vacanza con il marito, si è fermata ad acquistare qualche ca­po da Yamamay e il campione juventino Die­go Ribas da Cunha ha fatto incetta di occhiali da sole oversize da Cimino, nelle gioiellerie isolane come La Fiorente, a pochi passi dalla Piazzetta, vanno a ruba i monili sfarzosi. «La nostra azienda - spiega Costanzo Alberino - è famosa perché vendiamo pietre che hanno mi­sure fuori dal normale.

Tra i nostri clienti ci sono Rocco Barocco e Marta Marzotto, ma quest’anno non sono ancora passati in nego­zio. Le vendite sono un po’ calate, ma gli sme­raldi e le perle vanno sempre per la maggio­re». E nei templi del turismo a cinque stelle si parla anche di mance che sfiorano anche i mil­le euro ma a quanto pare le richieste dei clien­ti non sono troppo stravaganti. «I clienti del Grand Hotel Quisisana - racconta Gianfranco Morgano - sono ripetitivi.

Ovvero sono sem­pre gli stessi da anni. La richiesta che spesso ci fanno è di avere la stessa suite che hanno occupato la volta precedente. Quest’anno ab­biamo registrato la presenza di tantissimi ospiti sudamericani, ma abbiamo avuto an­che gruppi di arabi che arrivano con uno stuo­lo di persone al seguito, spesso difficili da si­stemare in alta stagione. Ma alla fine riuscia­mo a soddisfare tutti. Le richieste delle perso­ne facoltose sono spesso fuori dai canoni del­la normalità, ma per noi sono esigenze norma­li».

Registra, invece, un target diverso il presi­dente degli albergatori di Capri. «Altro che tu­rismo di lusso - commenta Sergio Gargiulo - ­vorrei davvero avere quel tipo di clientela. Quest’estate è capitato che un turista giappo­nese abbia tirato sul prezzo della camera, pro­testando per 20 euro e, poco dopo, è rientrato in albergo con un gigantesco pacco di Her­mes. Alcuni turisti vogliono risparmiare sul­l’hotel e sul ristorante, ma non sullo shop­ping. Intanto se c’è un calo del 25% dei turisti mordi & fuggi, c’è da registrare anche una fles­sione del 10% degli stanziali. A ferragosto, mai successo prima d’ora, nelle strutture ricet­tive isolane ci sono ancora stanze libere».

Cer­to perché i veri ricchi vanno in barca, come il magnate russo Roman Abramovich avvistato giovedì pomeriggio a bordo del megayacht «Pelo­rus». Il multimilionario non è sceso a terra, ma ha preferito concedersi un lungo bagno ai Faraglioni, dove sono stati beccati anche Fa­brizio Corona e Belen Rodriguez. La chiacchie­ratissima coppia ha cenato al ristorante «Da Luigi» ma, a quanto pare, non ha lasciato una grossa mancia, bensì il 10% canonico e tanti sorrisi per i paparazzi.

Claudia Catuogno
14 agosto 2009(ultima modifica: 17 agosto 2009)


Telecom multata dall'Antitrust

«ha reso più difficile il passaggio di propri clienti ad altri operatori»

Due sanzioni per pratiche commerciali scorrette
La compagnia dovrà pagare 600 mila euro


MILANO- Due multe per un ammontare complessivo di 600 mila euro. Ecco quanto dovrà pagare Telecom per pratiche commerciali scorrette. Lo ha deciso l'Antitrust che nel bollettino settimanale spiega il perché delle sanzioni.

LE MULTE- La prima ammenda per 320.000 euro è stata inflitta per aver ritardato o bloccato il passaggio ad altri operatori, in particolare Wind, di propri clienti della rete fissa. Nel secondo procedimento, che invece riguarda il mobile, Telecom Italia ha avviato una «strategia finalizzata al mantenimento dei clienti che abbiano manifestato l'intenzione di cambiare operatore». In questo caso l'iniziale sanzione da 340.000 euro è stata ridotta dalla stessa Antitrust dopo aver accertato il comportamento «ampiamente collaborativo di Telecom Italia che ha spontaneamente adottato misure volte a migliorare significativamente l'informativa nei confronti dei clienti».

LA RISPOSTA- In merito alle decisioni dell'Antitrust, Telecom Italia sottolinea in una nota che, per quanto riguarda la portabilità del numero mobile, l'Autorità per la Concorrenza ha valutato contrarie al Codice del Consumo talune modalità di offerte commerciali di telefonia mobile a clienti intenzionati a trasferire la propria utenza presso altri operatori mobili. «Fermo restando il convincimento della correttezza dei propri comportamenti» Telecom «è comunque intervenuta sulle procedure oggetto di indagine, rimuovendo ogni comportamento, rilevato dall'Antitrust Agcm in modo critico, prima della conclusione del procedimento stesso». Una scelta che «ha determinato il superamento di ciò che era stato oggetto dell'indagine».



La Corea del Nord riapre i confini al Sud Il disgelo dopo 50 anni di guerra fredda

Libero



Kim Jong-il ha deciso di riaprire il confine con la Sud Corea, chiuso dagli anni 50. La Corea del Nord ha annunciato infatti di aver deciso di riaprire il confine con la Corea del Sud e autorizzare nuovamente il turismo e le riunificazioni familiari.

Tuttavia, l'agenzia di stampa Kcna ha diffuso subito dopo l'annuncio la notizia che, se nelle esercitazioni militari congiunte Usa-Corea del Sud verrà commessa anche la minima violazione della sovranità di Pyongyang, la risposta sarà "un attacco spietato e distruttivo", anche con armi nucleari, segno che le tensioni nella penisola restano alte. La notizia giunge all'indomani di un incontro tra il leader dello stato comunista Kim Jong-il e la presidente del gruppo automobilistico sudcoreano Hyundai Hyon Jong

Un, in visita a Pyongyang per chiedere il rilascio di un lavoratore detenuto. Pochi giorni fa, l'ex presidente Usa Bill Clinton è riuscito, dopo aver incontrato Kim, ad ottenere il rilascio di due giornaliste americane. Col nuovo accordo, la Corea del Nord consentirà anche la ripresa in ottobre delle riunificazioni delle famiglie rimaste separate dopo la guerra di Corea degli anni 50.

Dalla cessazione delle ostilità della Guerra di Corea nel 1953, le relazioni tra il governo del Nord e la Corea del Sud, l'Unione Europea, il Canada, gli Stati Uniti e il Giappone sono rimaste tese. I combattimenti cessarono ma entrambe le Coree sono ancora tecnicamente in guerra. Entrambe firmarono la Dichairazione Congiunta  del 15 giugno nel 2000, nella quale presero l'impegno di cercare una riunificazione pacifica. Inoltre, il 4 ottobre 2007 i leader delle due Coree promisero di tenere dei summit per dichiarare ufficialmente il termine della guerra e riaffermare il principio di non-aggressione reciproca.

Nel 2002, l'allora Presidente George W. Bush etichettò la Corea del Nord come parte di un "asse del male" ed un "avamposto di tirannia". Il contatto di maggiore livello che ebbe il governo nordcoreano con gli Stati uniti fu attraverso il Segretario di Stato Madeleine Albright, che effettuò una visita a Pyongyang nel 2000, le due nazioni non hanno relazioni diplomatiche ufficiali. Nel 2006Corea del Sud, con la previsione di ridurli a 25 000 nel 2008. Kim Jong-il affermò privatamente l'accettazione delle truppe statunitensi nella penisola, anche dopo una eventuale riunificazione. Pubblicamente la Corea del Nord chiede con forza la rimozione delle truppe statunitensi dalla regione.



I burocrati si mangiano gli aiuti contro la fame

di Redazione


Nelle casse della Fao, Food and agriculture organization, confluiscono ogni anno 930 milioni di dollari versati dai 191 Stati. La spesa di base per la fame nel mondo sfiora il miliardo solo per questa organizzazione, non l'unica all'interno dell'Onu incaricata di occuparsi dell'emergenza nutrizione. Ma da 64 anni, ossia dalla prima conferenza del Quebec, la Fao ha come obbiettivo primario lo sviluppo nel mondo dell'alimentazione attraverso l'agricoltura. Esiste per questo scopo. Il simbolo è una spiga di grano. Eppure di quei 929 milioni 800mila dollari di contributi nel biennio 2008-2009 (a cui vanno aggiunti oltre 800 milioni di donazioni volontarie) solo il 29%, e quindi meno di un terzo, viene impiegato strettamente nell'alimentazione e nell'agricoltura.

A questa quota si può aggiungere un altro 25% di risorse destinate alla «decentralizzazione e svolgimento del programma delle Nazioni Unite», anche se sotto questo capitolo compaiono molte voci tecniche. Il risultato è comunque che, tra programmi alimentari e mandati del'Onu, per la fame si spende poco più della metà delle risorse. Il resto se ne va in burocrazia: direzione generale, gestione degli uffici, comunicazione, protocollo e altri capitoli che rientrano genericamente sotto «amministrazione» e «interscambio di conoscenze».

Queste cifre compaiono negli schemi illustrativi del bilancio di previsione della Fao per il biennio in corso: all'alimentazione e all'agricoltura sono destinati 248 milioni di dollari, di cui però 21 milioni sono spesi nella «amministrazione del programma». Ma il bilancio contiene già la voce «gestione e supervisione», dunque la parte amministrativa del budget Fao: per questo settore il conto economico indica una spesa nel biennio di 126 milioni di dollari.

Quei 21 milioni per il «controllo» del programma fanno riflettere anche se messi a paragone con la voce «nutrizione e protezione del consumatore», una delle più importanti del bilancio: qui sono destinati 25 milioni 453mila dollari, la stessa cifra che si impiega per gestirla. I «sistemi tecnologici di informazione» costano molto di più (36 milioni di dollari).

Negli ultimi anni c'è stato un tentativo di tagliare alcune spese. L'attuale direttore generale, Jacques Diouf, ha chiesto agli Stati membri di collaborare a eliminare definitivamente la fame nel mondo entro il 2025. Ha invitato tutti a lavorare alla dichiarazione per il vertice mondiale dei capi di Stato e di governo sulla sicurezza alimentare, che si terrà dal 16 al 18 novembre 2009 a Roma.

L'agenzia Onu vanta tra l'altro 110 milioni di dollari di credito nei confronti di alcuni Paesi che hanno quote di pagamento in arretrato. Se li ottenesse in un colpo solo, colmerebbe gli oltre 80 milioni di deficit accumulati negli ultimi dieci anni. Ma al di là delle oscillazioni di contributi e delle quote non pagate, il bilancio della Fao sembra mantenere quella struttura sbilanciata verso la burocrazia che ancora non si riesce a migliorare.

Nel dettaglio: l'agenzia dell'Onu spende per il suo «sistema di governo» 21 milioni di dollari, di cui oltre 10 per la direzione generale. La sola «coordinazione dei servizi decentralizzati» si porta via 23 milioni di dollari (ricordiamo che per il programma di nutrizione se ne spendono 25).
Il preventivo 2008-2009 mostra un'altra voce importante in linea con lo scopo dell'agenzia: la «sicurezza alimentare, riduzione della povertà e programmi di cooperazione per lo sviluppo», con uno stanziamento di 70 milioni per il biennio. Ma questa spesa corrisponde a meno un terzo di quanto si impiega per lo «scambio di conoscenze, politiche e promozione» (220 milioni di dollari).

Le statistiche sull'agricoltura costano quasi 13 milioni di dollari. E anche il capitolo dedicato all'incontro culturale ha i suoi ulteriori oneri amministrativi: oltre 21 milioni di dollari per la gestione.

La comunicazione della Fao (19 milioni) costa poi più dei mezzi e delle infrastrutture agricole (17 milioni). Rispetto al biennio 2006-2007 sono scomparsi dal bilancio i due consiglieri speciali del direttore generale, ma sono ancora in piedi uffici di vicedirettori, come quello che presiede il dipartimento dedicato allo scambio di conoscenze e alla comunicazione, che costano da soli 12 milioni. Tra gli uffici decentrati, la sede più costosa è quella per l'Asia di Bangkok: 18 milioni 891mila dollari a bilancio.



Di Pietro riesce a dire sciocchezze anche sul Vittoriale

di Giordano Bruno Guerri


L’onorevole Di Pietro, sul suo blog, ha dichiarato «una porcata estiva» il fatto che siano stati concessi finanziamenti pubblici alla Fondazione Craxi mentre - a suo dire - le Fondazioni dedicate a Sandro Pertini, a Giuseppe Di Vittorio e a Gabriele d’Annunzio rimarrebbero senza il becco di un euro. Non voglio entrare nel merito dei fondi destinati alla Fondazione Craxi, il quale rimane comunque un pezzo importante della recente storia d’Italia e i cui documenti vanno conservati e studiati. 

Non entro neppure nel merito delle Fondazioni Pertini e Di Vittorio, ma come presidente del Vittoriale degli Italiani devo ribattere che Di Pietro ha detto una vera sciocchezza estiva. Il Vittoriale infatti non è stato privato del contributo statale, che ammonta a circa 43mila euro, per quest’anno. Il problema del resto è molto più complesso. 

Il precedente presidente del Vittoriale, professoressa Annamaria Andreoli, aveva da anni iniziato le pratiche perché il Vittoriale diventasse da fondazione di diritto pubblico a fondazione di diritto privato. Io, che le sono subentrato nell’ottobre scorso, su designazione del ministro Sandro Bondi e con l’approvazione delle Commissioni Cultura di Camera e Senato, ho ritenuto di dover proseguire per questa strada. 

Il Vittoriale infatti è uno dei pochissimi siti museali italiani che si mantiene da solo, grazie a una buona amministrazione e alla quantità dei suoi visitatori. Il minimo contributo statale, dunque, non è essenziale per le sue attività culturali. D’altra parte una simile fondazione ha bisogno di investimenti che l’amministrazione pubblica non si può permettere per rendere sempre più ricca la sua offerta culturale: per esempio con l’apertura - oltre che della Casa del poeta e del Museo della guerra - di un terzo museo che chiamerò «D’Annunzio segreto», per mettere a disposizione del pubblico tutto ciò che finora è rimasto chiuso nei cassetti e negli armadi. Inoltre, per far solo un altro esempio, occorrerà dotare il Vittoriale di strumenti didattici moderni (computer, realtà virtuale, tavoli touch screen) per favorire e stimolare l’attività delle numerose scolaresche che vengono a Gardone Riviera durante tutto l’anno. 

Per tutto ciò, e per molto altro, è necessario l’ingresso nel consiglio di amministrazione di fondazioni bancarie che vi mettano energia e denaro. Il ministro Bondi è stato saggiamente d’accordo, abbiamo avuto il parere favorevole della Commissione ministeriale per la Semplificazione e dal primo gennaio 2010 la trasformazione sarà avvenuta. 

Questo non significa che al Vittoriale si smetterà di studiare D’Annunzio né che verrà trasformato in un campeggio. Anzi, la sua offerta culturale sarà sempre maggiore e sempre sotto la tutela e la vigilanza del ministero dei Beni culturali. 

Invito caldamente Antonio Di Pietro a venirci a trovare, così almeno saprà di cosa sta parlando.