mercoledì 19 agosto 2009

Caster Semenya sfida la nostra Cusma Ma la Iaaf non è sicura sia una ragazza

Quotidianonet

MONDIALI DI ATLETICA A BERLINO / UOMO O DONNA?
L’atleta sudafricana è salita alla ribalta nelle ultime settimane con uno strepitoso crono negli 800 metri.
Ad attirare l’attenzione, però, sono stati anche fisico e voce. La federatletica mondiale vuole vederci chiaro: "Aspettiamo l’esito degli esami". E stasera c'è la finale con la bolognese

Berlino, 19 agosto 2009 - Il caso della Caster Semenya lascia nel dubbio la federatletica mondiale, che non è sicura sia una veramente una donna: l’atleta del Sudafrica, intanto, stasera parteciperà alla finale degli 800 metri ai Mondiali di Berlino ed è in pole position per la conquista della medaglia d’oro.

La diciottenne sarà quindi avversaria questa sera della nostra Elisa Cusma.

La Iaaf ha disposto una serie di esami per accertare l’identità sessuale della 18enne. "Non abbiamo elementi definitivi tali da impedire che corra", dice Nick Davies, portavoce della Iaaf.

L’atleta sudafricana è salita alla ribalta nelle ultime settimane con uno strepitoso crono di 1’56"73, miglior prestazione dell’anno negli 800. Ad attirare l’attenzione, però, sono stati anche fisico e voce.

"Aspettiamo l’esito degli esami, semplicemente siamo fuori tempo massimo", dice Davies scartando la possibilità di provvedimenti prima della finale odierna. "Sarebbe un terribile errore escludere l’atleta", aggiunge.

 “Vuoi vedere cosa c’é qua sotto?”. Si dice che la Semenya abbia risposto così ad un solerte benzinaio sudafricano che aveva messo in dubbio la sua femminilità vedendola entrare nei bagni riservati al gentil sesso.  

“Telefonate pure alle sue compagne di stanza a Berlino, l’hanno vista in doccia, lì non si può nascondere niente”, dice ai giornalisti l’allenatore della Semenya, Michael Seme. La stessa federazione sudafricana ha fatto sapere che non avrebbe mai mandato al Mondiale un’atleta senza essere sicura del sesso. 

Anzi, il responsabile per i rapporti con la stampa Ethel Manyaka ha ricordato ai giornalisti che a Berlino esistono altri casi di sesso sospetto, come per la mozambicana Maria Mutola, la kenyana Pamela Jelimo, la tedesca Ariane Friedrich e altre russe e ucraine.





Aeroporti puntuali? La maglia nera a Fiumicino

di Redazione



Roma - Meno ritardi per gli aerei in Europa ma non a Roma Fiumicino, primo aeroporto per poca puntualità degli aerei al decollo con una media di 20,8 minuti per ogni volo. Colpa più che in altri aeroporti di disservizi legati al lavoro delle compagnie aeree. Emerge da un rapporto di Eurocontrol, l’organizzazione europea per la sicurezza del traffico aereo, relativo ai dati del mese di giugno 2009.

Fiumicino maglia nera La rotta italiana con i voli meno puntuali è la Fiumicino-Torino (seconda in Europa con 25,2 minuti di ritardo in media per ogni volo), ma nella lista delle prime venti ci sono anche la Fiumicino-Palermo (terzo posto), Fiumicino-Malpensa (quarto), Fiumicino-Atene (sesto), Fiumicino-Catania (decimo), Fiumicino-Venezia (diciassettesimo), Torino-Fiumicino (ventesimo). Nella top-20 degli aeroporti con i decolli meno puntuali anche Pisa (settimo posto), Napoli (sedicesimo), e Torino (diciottesimo). In Europa i ritardi sono in riduzione: a giugno, rispetto allo stesso mese del 2008, la media è stata di 10,4 minuti per i decolli e 10,1 minuti per gli arrivi, in calo del 24-25%.

L'organizzazione dei voli Tra organizzazione dei voli e degli equipaggi, e altri disservizi, i ritardi causati dai vettori incidono a Fiumicino più che in ogni altro aeroporto ai primi posti della classifica degli scali con le partenze meno puntuali in Europa. Un problema che a Fiumicino è legato anche a ritardi nei servizi di terra, come per i bagagli, affidati a quattro diverse società dopo che è stata imposta una apertura alla concorrenza del settore.

La classifica dei ritardatari Dopo Roma Fiumicino, per trovare grandi aeroporti nella classifica degli scali con maggiori ritardi al decollo si va direttamente al nono posto per New Jork Jfk (fuori dall’area di Eurocontrol ma inserito nelle classifiche come termine di paragone) con 17,2 minuti, poi Istanbul all’undicesimo con 15,7 minuti, Londra al dodicesimo con 15,1 minuti. Gli altri sono per lo più scali secondari. Con altri tre scali italiani: Pisa al settimo posto, Napoli al sedicesimo, Torino al diciottesimo. Quanto ai ritardi all’arrivo va meglio per Fiumicino ma non in generale per gli scali italiani, con cinque nella top-20: Pisa al quinto posto, Torino al dodicesimo, Fiumicino al quindicesimo, Napoli al sedicesimo, Roma Ciampino al ventesimo.

Le rotte più battute La rotta aerea più trafficata in Europa a giugno è stata Barcellona-Madrid. Linate-Fiumicino (-27% del traffico rispetto a giugno 2008) è al terzo posto, dopo Tolosa-Parigi. Nelle prime venti anche Palermo-Roma (+8%) al diciassettesimo posto e Catania Roma (-16%) al diciannovesimo. L’Italia è ancora in grande evidenza nella classifica dei collegamenti tra due aeroporti più colpiti dai ritardi. La rotta con minore puntualità è da Parigi a Istanbul con una media, sempre a giugno, di 25,2 minuti di ritardo. Ma già al secondo posto (e per un solo secondo) c’è Fiumicino-Torino, la rotta italiana con i maggiori ritardi in partenza, 25,1 minuti di ritardo in media per ogni volo. Al terzo posto Fiumicino-Palermo (24,8 minuti), al quarto Fiumicino-Malpensa (24,6 minuti), al sesto Fiumicino-Atene (23,4 minuti), al decimo Fiumicino-Catania (19,5 minuti), al diciassettesimo Fiumicino-Venezia (17,8 minuti), al ventesimo Torino-Fiumicino (17,3 minuti).

Le medie dei ritardi Più in generale, a giugno 2009 rispetto a giugno 2008 Eurocontrol ha rilevato per gli aeroporti europei un calo del traffico dell’8%, colpa della crisi, ed una media di ritardi che considerando tutte le cause è stata di 10,4 minuti per i decolli e 10,1 minuti per gli arrivi, in calo del 24-25%. Il 39,4% dei voli in Europa è decollato in ritardo (di questi il 18,2% con ritardi oltre i 15 minuti), ed il 36,7% è stato in ritardo all’arrivo (18,1% oltre i 15 minuti). Ma va anche registrato che a giugno il 17,1% dei voli è decollato in anticipo rispetto all’orario previsto, ed il 37,5% è atterrato in anticipo. 




Usa, modella vince un ricorso in tribunale per svelare l'dentità di un blogger

Corriere della Sera


il giudice ha dato ragione alla modella. L'anonimo ha aperto un blog solo per insultarla e Liskula Cohen vuole denunciarlo per diffamazione a mezzo web



NEW YORK- La mano lunga della giustizia arriva anche su internet. La modella canadese Liskula Cohen ha vinto una battaglia legale negli Stati Uniti per sapere l'identita di un internauta che aveva aperto un blog solo per insultarla. «Psicotica e bugiarda», oppure «scorfano» e «donna dai facili costumi». E molto altro ancora tutto sulle pagine web.

IL CASO- Il giudice di Manhattan Joan Maden ha dato ragione alla top di Vogue di 36 anni e ha ordinato a Google che ospita il dominio del blog di dare le informazioni necessarie per intentare la causa per diffamazione. Ed ecco che l'anonimo verrà smascherato. Non è servito a nulla l'obiezione che «i blog sono dei moderno forum per esprimere opinioni del tutto personali». Già perché quando si parla di diffamazione è troppo anche per internet.

«Non vediamo l'ora di sapere chi è questo codardo», ha spiegato l'avvocato Steven Wagner. Secondo un primo accertamento si tratterebbe di una conoscente della modella, forse ossessionata dalla sua bellezza. E intanto Andrew Peterson, portavoce di Google, spiega che «simpatizziamo con tutte le vittime di cyberbullismo. Dall'altra parte, però, siamo molto attenti a rispettare la privacy dei nostri utenti. E provvediamo con dati personali solo quando è strettamente necessario, come quando ce lo ordina un tribunale». Adesso il blog verrà chiuso e Liskula Cohen avrà la sua giustizia. Anche su internet.


Caldo torrido e afa, allarme rosso per 13 città

di Redazione



Roma - Aumenta l’ondata di calore sull’Italia, e sono sempre di più le città nella morsa dell’afa: se oggi sono 8 i centri in allerta "3", tra domani e venerdì diventeranno 13 le città italiane in pieno allarme "rosso", con temperature fino a 41 gradi. Nel fine settimana, però, si tornerà a respirare, dopo giorni di caldo torrido in tutto il paese. A partire da sabato pomeriggio, infatti, si registrerà un lieve calo delle temperature in tutta Italia, grazie ai temporali previsti nelle zone alpine e prealpine per sabato e nelle zone appenniniche per domenica pomeriggio. 

Le temperature in Italia Secondo le ultime rilevazioni dello speciale sistema di monitoraggio curato dalla Protezione civile, il livello 3 di allerta, il massimo, è previsto a Roma (con temperatura massima percepita 36 gradi), Milano (38), Bolzano (33), Bologna (38), Brescia (37), Firenze (37), Civitavecchia (38), Rieti (34), Latina (40), Perugia (36), Messina (41), Trieste (35), Venezia (36). Per l’allarme "livello 3" si intendono "condizioni meteorologiche a rischio che persistono per tre o più giorni per le quali è necessario adottare interventi di prevenzione mirati alla popolazione a rischio". 

Nella Capitale, secondo la responsabile della stazione meteorologica del Collegio Romano, Franca Mangianti, il grande caldo durerà fino alla prossima settimana, anche se tra venerdì e sabato ci sarà un calo di due-tre gradi. Ad aumentare in questi giorni la percezione di afa l’alto tasso d’umidità - tra il 40% ed il 50% - ed il vento di scirocco. A Milano, secondo l’Osservatorio Duomo, la massima supera i 35 gradi con una temperatura percepita di 41 gradi. Basso, per fortuna, il tasso di umidità, il che ha permesso di sopportare meglio la calura. Contenuto anche il numero di interventi del 118: una trentina in tutto le chiamate. 

Le misure per gli anziani Scattano, intanto, le contromisure soprattutto a favore degli anziani per fronteggiare il gran caldo. A Bolzano, dove il termometro sale fino a 34 gradi il comune ha allestito in una casa di riposo un centro di accoglienza con aria condizionata e pasti a prezzo contenuti. A Vicenza scatta la consegna a domicilio della spesa, dei pasti e dei farmaci più urgenti: per accedere al servizio bisogna chiamare uno specifico numero telefonico messo a disposizione dall’amministrazione municipale. 

I consigli del Welfare Scende in campo anche il Welfare, che oltre a mettere a disposizione un numero verde per le emergenze, ricorda le regole per difendersi dal caldo: bere molto, mangiare cibi leggeri, evitare di uscire nelle ore più calde fra le 11 e le 18, indossare vestiti comodi e leggeri, proteggere la pelle con filtri solari, fissare la temperatura dei condizionatori tra i 24 e i 26 gradi, ventilare la casa, fare docce tiepide e mai fredde, tenere i farmaci lontano dai raggi solari e non lasciare mai persone o animali nell’auto parcheggiata al sole. 

Temporali nel fine settimana Saranno le correnti occidentali atlantiche a contrastare gli effetti della permanenza sull’Italia di un’area di alta pressione generata dall’anticiclone delle Azzorre con una piccola componente dell’anticiclone Nord-Africano: se fosse stato solo anticiclone Nord-Africano le condizioni sarebbero state peggiori, con scirocco e afa, quindi molto più caldo. L’assenza di venti poi aumenta la percezione della temperatura, perché l’aria è ferma, con un’umidità relativa piuttosto alta. 

Le regioni più interessate dall’ondata di calore sono Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Campania, Sardegna e Umbria in queste zone da domenica pomeriggio registreremo un lieve calo delle temperature, che rimarranno comunque estive, ma più sopportabili. Non è ancora tempo del classico fresco dei temporali post ferragostani anche se la prossima settimana ci aspettiamo una perturbazione di origine atlantica, che interesserà soprattutto le regioni settentrionali. Nel centro e Sud, cielo sereno, salvo addensamenti nuvolosi sull’Appennino.

La denuncia di Legambiente Con il grande caldo di queste settimane è allarme ozono nelle città italiane. Novara, Lecco, Mantova e Alessandria guidano la classifica degli sforamenti ma l’ozono non perdona nemmeno a Ferrara o a Matera. Secondo i dati di Legambiente, dal 15 luglio ad oggi le città capoluogo di provincia che hanno già superato il limite di legge previsto per la salute, di 25 giorni annui sono quasi raddoppiate, passando da 15 a 28, con Roma che si appresta ad alimentare il gruppo con ben 24 giornate di superamento al 15 agosto. L’ozono prodotto dalle emissioni dei veicoli a motore, dai processi di combustione e dai solventi chimici, in presenza di un forte irraggiamento solare può danneggiare la salute degli esseri umani con gravi conseguenze sull’apparato respiratorio e polmonare.




I dieci errori madornali dell’hitech

Corriere della Sera

La webzine PcWorld stila una lista delle dieci mancate opportunità dell’industria tecnologica

 

MILANO – A volte basta una circostanza mancata, una svista o una scarsa lungimiranza e tutto va diversamente da come avrebbe potuto andare. Succede in qualsiasi settore, ma accade più che mai nella tecnologia, dove la capacità di vedere lontano è determinante. Ecco alcune storie di persone che hanno avuto molto fiuto e molta fortuna e di altre che non ne hanno avuto per nulla.

QUELLA VOLTA CHE YAHOO PERSE FACEBOOKCorreva l’anno 2006, Facebook già esisteva ma era semplicemente un sito di social network (concetto che in pochi al tempo masticavano) con 8 milioni di utenti, mentre MySpace aveva già al suo seguito 100 milioni di iscritti. Yahoo offrì al tempo 1 miliardo di dollari per aggiudicarsi la promettente creatura di Mark Zuckerberg. «Prendi il denaro e vai, Mark», disse il Ceo, Terry Semel. Ma proprio in quel periodo Yahoo si trovò in cattive acque, dovette rivedere alcuni investimenti e ritrattò l’offerta. Non l’avesse mai fatto…Oggi TheFacebook (così era noto inizialmente) è stimato intorno ai 15 miliardi di dollari.

L’IPOD E L’INGEGNER TONY FADELL La gente pensa che sia stato Steve Jobs ad aver inventato l’iPod. In realtà il grande merito di Jobs fu semplicemente quello di aver detto «sì» a Tony Fadell, l’ingegnere che ebbe l’idea originaria. Anthony «Tony» Fadell fu infatti il primo a pensare di poter raccogliere tutta la libreria musicale di una persona in un solo dispositivo mobile con hard disk. Nel 2000 Fadell provò a proporre la sua intuizione a RealNetworks, per la quale lavorò qualche settimana dopo aver tentato di fondare la start up Fuse. RealNetworks snobbò la proposta e Tony Fadell andò a lavorare per Apple, dove trovò un terreno molto fertile per il suo progetto musicale. Non a caso divenne Senior Vice President della divisione iPod di Apple e, anche se recentemente si è dimesso, fino a non molto tempo fa veniva indicato anche come potenziale successore di Jobs a Cupertino.


SI CHIAMAVA ALTO, DI XEROXNacque nel 1973 dalle menti dell’Xerox PARC. Alto viene oggi considerato il vero padre dell’attuale computer e fu pionieristico nell’interazione uomo-macchina. Ma Xerox quasi non sapeva che farsene di quel capolavoro, non esistendo ancora un mercato di riferimento e alla fine Alto non fu mai commercializzato e fu distribuito e regalato alle università e ai centri di ricerca. Rimase un concept computer, ma fu il primo a utilizzare la metafora della scrivania per la shell del sistema operativo. Pochi se lo ricordano. Ma sicuramente lo ricorda bene Steve Jobs (ancora lui), che nel 1979, come sostiene la leggenda, si recò a far visita allo Xerox PARC. Vide Alto e fu subito amore. Tanto che si ispirò proprio a lui per il suo Mac.

GOOGLE PRIMA DI GOOGLE Si chiamava Open Text Web Index. Fu il primo tra i primi a proporre, agli inizi degli anni 90, qualcosa di simile a un motore di ricerca. E diventò famoso soprattutto per non aver capito quanto il futuro andasse in quella direzione. Un paio d’anni prima che nascesse la grande G iniziò a occuparsi d’altro (in particolare di content management), lasciandosi alle spalle il «search», business considerato marginale.

QUANDO MICROSOFT SALVÒ APPLE Ci furono anni decisamente bui per la mela morsicata e a salvarla fu proprio la sua eterna rivale, Microsoft. Si calcola che solo nel ’95 la società avesse perso ordinativi per oltre un miliardo di dollari. Forse le difficoltà iniziarono proprio a causa di quel dorato isolamento in cui si era chiusa: per molto tempo chiunque volesse usare il sistema operativo di Apple doveva comprare un computer di Apple. Fu Michael Spindler ad aprire le porte ai cloni, concedendo a società come PowerComputing e Radium la possibilità di creare computer Mac compatibili. I cloni non funzionarono e se non ci fosse stata l’azienda di Gates ad investire nella mela 150 milioni di dollari forse oggi Apple non esisterebbe più. Quella, secondo i cinici, fu mancata occasione di Microsoft: lasciare affogare Apple.

IL BUSINESS DELLA MUSICA E ALTRI ESEMPI - Altre furono le occasioni mancate, non ultima, come osserva PcWorld, quella dell’industria musicale in generale. In sostanza dalle ceneri di un’idea geniale come fu Napster avrebbe potuto nascere qualcosa di meglio e di diverso. Quella della musica e del file-sharing è stata una rivoluzione sprecata e incompresa.

Emanuela Di Pasqua



I "volontari" che girano in Bentley e lasciano gli invalidi in carrozzella

di Stefano Zurlo


I disabili erano l’ultimo problema. Per loro bastavano poche gocce di sudore: ogni tanto qualche malato veniva caricato in macchina e accompagnato all’ospedale. In realtà, l’A.N.I.C.A., acronimo per «Associazione nazionale invalidi civili e anziani», era una macchina mangiasoldi. La frontiera del piccolo impero era l’agguerrito call center: anzi la rete dei call center aperti come si trattasse di una catena commerciale. I telefonisti erano gli alfieri della pietà; contattavano migliaia di italiani, promettevano aiuto a uomini e donne sofferenti, coprivano con una patina di sensibilità le martellanti richieste in euro, raccontavano la loro edificante esperienza di volontari per il bene delle persone più sfortunate.

L’A.N.I.C.A vantava i numeri di un colosso: 12 call center in quattro regioni e la bellezza di 488 volontari, in realtà lavoratori in nero pagati a provvigione. Con sedi a Genova, Savona, La Spezia, Sanremo, Pisa, Lucca, Massa, Cuneo, Alessandria, Reggio Emilia.

La onlus, secondo le indagini condotte dal gruppo delle Fiamme gialle della Spezia, era tutto fuorché un ente non profit: era guidata con spirito imprenditoriale, contrario allo statuto che vietava i profitti, macinava utili con cui venivano pagati i falsi volontari, forniva pochissimi servizi. Insomma truffava allegramente gli incolpevoli benefattori che magari, commossi dalle parole strappalacrime, staccavano un assegno o allungavano una banconota da dieci euro.

In questi casi diventa difficile stimare l’ammontare del tesoro messo da parte in anni e anni di spericolate e spregiudicate attività ma qualcosa si riesce a intuire andando a vedere il parco auto del boss della società: Marco Ferraioli, agli occhi del fisco un nullatenente o poco più. Ferraioli girava, manco fosse uno sceicco, a bordo di Bentley, Lotus, Cadillac, Land Rover. Una parata di marchi scintillanti e lussuosi. Macchine che, per allontanare eventuali sospetti, erano intestate anche ai suoi familiari.

Quanto ha incassato l’A.N.I.C.A.? Fare beneficenza è una nobile attività, ma gli italiani dovrebbero stare più attenti e controllare fino all’ultimo centesimo come vengono impiegati i denari donati per aiutare il prossimo in difficoltà. Ferraioli aveva trovato il modo di confondere le idee alle tante persone di buona volontà agganciate col telefono: la denominazione A.N.I.C.A. infatti era molto simile a quella dell’Anmic, «Associazione nazionale mutilati invalidi civili», che per legge ha il compito di tutelare gli invalidi civili.

La confusione faceva il gioco di Ferraioli e dell’esercito dei suoi scaltri collaboratori. Probabilmente, molti in quel polverone di sigle equivocavano, sentivano quel treno di parole dolorose e insieme rassicuranti - «mutilati» «invalidi» «civili» - e aprivano il portafogli. I centralinisti poi erano maestri del lavoro flessibile, o, se si preferisce, double face: all’occorrenza si trasformavano anche in fattorini e correvano a ritirare le somme offerte, esattamente come facevano i corrieri di Wanna Marchi ai tempi in cui migliaia di italiani credevano alle sue capacità taumaturgiche.

E a Reggio Emilia un centralinista particolarmente svelto, sulla carta e solo sulla carta un volontario, era diventato capo area. Era proprio lui a organizzare col contagocce qualche breve viaggio della solidarietà: l’invalido di turno veniva scortato dal medico o da un parente per un saluto. E queste rare esibizioni venivano sbandierate per far credere che tutto filasse per il verso giusto, nel segno del rispetto e dell’attenzione per gli individui più svantaggiati.

La falsa onlus che aveva clonato e storpiato il nome dell’Anmic e avrebbe carpito la buonafede degli italiani almeno dal 2002. Dunque, avrebbe movimentato un reddito di almeno un milione di euro mai dichiarato al fisco. Ma le cifre in gioco sarebbero di gran lunga più alte. Il problema è che i meccanismi della beneficenza sono quelli che tutti conosciamo: c’è chi dà gli spiccioli, chi stacca un assegno, chi versa i soldi in un salvadanaio sull’onda di un’emozione o di un sussulto della coscienza. È quindi difficilissimo, quasi impossibile stimare con precisione questi flussi, dispersi in mille rivoli. Probabilmente, i soldi sono molti, molti di più.

L’inchiesta è ancora in pieno svolgimento, Ferraioli si è difeso con le unghie proclamando via internet la propria correttezza, l’Agenzia per le entrate ha cancellato l’A.N.IC.A. dall’elenco delle onlus. Ma il problema di fondo resta intatto: in questo momento l’Agenzia per le onlus ha poteri quasi inesistenti e i controlli arrivano dopo, quando lo scandalo è già esploso. Insomma, chiunque con un po’ di scaltrezza può presentarsi al mondo come un angelo della solidarietà e riverniciare la propria associazione con i colori radiosi di una onlus.

Anche se in realtà si dedica a fare profitti come un qualsiasi businessman. Fra l’altro, senza dover scomodare il codice penale e il reato di truffa, si deve sottolineare che oggi mancano ancora i paletti fondamentali: non c’è una norma che imponga la destinazione finale delle donazioni incassate. Un buco legislativo che dovrebbe essere colmato.

Come dimostra l’inchiesta del Giornale, ci sono onlus che spendono il 70-80 per cento di quel che ricevono proprio per lo scopo previsto dallo statuto. Al servizio dei più deboli. Altre si fermano prima. Sulla soglia del 50 per cento. E anche più in basso.

Treno Milano-Catanzaro: in piedi a prezzo pieno tra caldo, sporcizia e caos

di Maria Gallelli



Milano - Quindici ore calde e maleodoranti non si dimenticano facilmente. Neanche dopo giorni di spiaggia bianca e mare calabro cristallino. Il viaggio in Intercity Milano-Badolato (Calabria ionica) è di quelli che si raccontano mal creduti, se non ci fossero le immagini a parlare. Vagoni imbottiti di persone e di sporcizia, macchie marroni sui sedili e bagni fatiscenti, corridoi che diventano posti a sedere pagati a prezzo pieno. 

Ci sono calabresi emigrati al Nord che tornano a casa per qualche giorno, stranieri che si muovono in cerca di mare e di vacanze, tedeschi alti e biondi smarriti in un viaggio surreale. Giuseppe ha gli occhi chiari e lavora il ferro, parla con voce squillante, racconta la sua vita e la sua ragazza che lo aspetta a Briatico insieme agli amici. Maria è scura e rotonda, capelli ricci come quelli dell’inseparabile barboncino Poldo, lingua a penzoloni per il forte caldo. Prezzo pieno e overbooking anche per il cane che ha pagato il suo posto, rigorosamente non garantito: 28 euro.

Niente aria condizionata, per ore L’aria condizionata è rotta, l’afa sale, il corridoio è gremito di gente in overbooking, niente posto, solo sgabelli attaccati alle pareti che non bastano per tutti. Dopo qualche ora non si respira quasi più. Qualcuno appoggia le mani sul finestrino che non scende, tenacemente chiuso, “non funziona niente in questo treno, non funziona”, fuggono imprecazioni senza meta, non passa neanche un controllore. A ogni stazione a lunga fermata, da Bologna in poi, viaggiatori ansimanti aprono le porte d’uscita e si sgranchiscono le gambe all’aria aperta, finalmente si respira.

Un antidoto contro il turismo A Firenze l’immancabile incidente: un ragazzo alto scivola sul gradino di ferro della discesa e batte la testa, perde sangue, arrivano i soccorsi. Finalmente divise da aggredire: "Non ci possono trattare così, ci credo che poi si sviene, viaggiamo peggio delle bestie", urla un uomo corpulento in canottiera. Si trasporta merce umana, in un viaggio che è un ottimo antidoto contro il turismo, la risorsa del Sud. Il ragazzo scuro resta a terra, lo portano via in barella solamente un’ora più tardi. E il treno riparte. A Roma qualcuno in divisa mette mano ai bottoni: l’aria condizionata si avvia, spedita, e non bastano i maglioni.

Qualcuno si copre con lo zaino. Intanto si fa giorno e con la luce sul campo di battaglia si contano i danni: esondano rifiuti dai cestini, ricoprono le scarpe tolte e riposte a terra, gli angoli del corridoio, le porte d’ingresso ai bagni. Quando la stazione di Badolato appare in lontananza, l’amicizia da vagone è ormai consolidata: zaino in spalla si passa ai saluti e alle raccomandazioni: "Fallo vedere il nostro viaggio, chi non ci viene non ci crede". Il treno sosta qualche minuto e parte ancora, con l’ultimo scampolo di forza residua, sempre più giù fino alla meta, Reggio Calabria.



L’eroina che sventò la truffa all’Inps

Corriere della Sera

La dirigente ha denunciato tutto ai magistrati, ora vive sotto scorta.


Mogli, cognati, sorelle, fratelli, cugini, parenti e amici di uomini di rispetto si spacciavano per braccianti agricoli senza esserlo


C’ è una piccola grande donna da proteggere, in Calabria. Una donna che sta rischiando grosso per aver fatto un gesto che da qualunque altra parte del mondo occidentale, da Helsinki a Vancouver, è ovvio e normale: ha passato ai giudici i documenti d'una truffa all'Inps. Truffa che per anni aveva fatto scrosciare acquazzoni di denaro su mogli, cognati, sorelle, fratelli, cugini, parenti e amici di uomini di rispetto che si spacciavano, senza esserlo, per «braccianti agricoli».

La signora, eroina suo malgrado in un pa­ese dove la semplice osservanza delle leggi può richiedere un coraggio straordinario (come quello che costò la vita a Giovanni Bonsignore, un funzionario regionale sici­liano reo di avere denunciato la truffa di una cooperativa) si chiama Maria Giovan­na Cassiano, è la dirigente della sede Inps di Rossano, sulla costa dello Jonio in provin­cia di Cosenza e da due mesi vive sotto scor­ta dopo essere stata pesantemente minac­ciata.

Non è una testa di cuoio, non è uno spe­cialista scelto dei carabinieri, non è un poli­ziotto delle squadre spe­ciali, non è un magistrato d’assalto in guerra con la mafia. È solo una funzio­naria di medio livello di un ente pubblico come l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale che ha fatto quanto le era stato chiesto da Roma: control­lare come mai nell’area della Sibaritide ci fossero così tanti braccianti agri­coli e come mai risultasse­ro così tante giornate di malattia e maternità e in­dennità di disoccupazione. Una procedura standard, in questi casi.

Prova ne sia che ieri le agenzie davano la notizia di un’altra indagine, per molti versi simile in provincia di Taranto, dove la Guar­dia di Finanza ha denunciato 363 persone per una truffa organizzata da un’azienda agricola che dal 2003 al 2007 avrebbe simu­lato una gran quantità di false assunzioni di braccianti agricoli fregando all’Inps, in in­dennità previdenziali e assistenziali varie, almeno un milione e 200mila euro.

L’inchiesta di Rossano condotta su dispo­sizione della magistratura dai finanzieri del capitano Giovanni D’Acunto, per quanto sia soltanto agli inizi, ha già sollevato il co­perchio su qualcosa di più profondo, di più malato, di più pericoloso di tante truffe tra­dizionali. Dietro alle tre cooperative sma­scherate fino ad oggi, la «San Francesco», la «Eurosibaris» e la «Meridionale» (altre so­no passate al setaccio in questi giorni) c’era infatti l’ombra, attraverso prestanome o ad­dirittura persone che sarebbero risultate del tutto ignare di essere state usate come copertura, di tre famiglie legate a uomini della ’ndrangheta. Uomini che, come dice­vamo, avrebbero arrotondato gli incassi di altri affari più o meno illeciti distribuendo La nei dintorni (mogli, fratelli, cognati, paren­ti...) la qualifica (e le prebende) di «brac­ciante agricolo».

Nella maggioranza dei casi, da quanto è emerso, era tutto falso. Falsi i poderi dove i falsi braccianti figuravano aver lavorato, fal­se le coltivazioni dove sarebbero stati impe­gnati, falsi i certificati catastali, false le pla­nimetrie e i timbri e tutti ma proprio tutti i documenti dei vari uffici. E quando un cam­po di pomodori o di meloni da raccogliere c’era sul serio, raccontano gli investigatori, le cooperative ci mandavano non quei lavo­ratori che risultavano all’Inps (poveretti, che scomodità...) ma immigrati pagati in nero e senza alcuna tutela previdenziale e sindacale.

Un quadro pazzesco. Concepito dagli or­ganizzatori nella convinzione della totale impunità. Un quadro nel quale spiccano sto­rie, nella loro perversione, assolutamente fantastiche. Come quella di una cooperati­va che nel giro di un solo anno avrebbe ra­strellato un monte salari di un milione e ot­tocentomila euro circa senza essere in gra­do di esibire un solo documento contabile. «Che storia è questa?», hanno chiesto al pre­sidente. E quello: «Ho sempre fatto tutto coi contanti».

Quanto siano riusciti a sottrarre all’Inps tutti quei falsi braccianti, che dopo aver fin­to di avere lavorato per un certo periodo si spacciavano per «cinquantunisti» (51 gior­ni l’anno di lavoro), «centunisti» (101 gior­ni) o «centocinquantunisti» (151) chieden­do quindi indennità varie di malattia, disoc­cupazione e maternità, non si sa ancora. In un solo anno, ha scritto il direttore del Quo­tidiano di Calabria Matteo Cosenza denun­ciando i tormenti di Maria Giovanna Cassia­no, si parla di «circa centomila certificati di malattia», di migliaia di persone coinvolte e di «somme stratosferiche per l’Inps: me­diamente 4-5 milioni di euro a cooperati­va » .

Domanda: può una situazione del genere gonfiarsi per anni e anni senza una qualche accondiscendenza di troppa gente che sape­va e faceva finta di non sapere? È dura da credere. Tanto più che esattamente lo stes­so scandalo era scoppiato non molti anni fa nell’area di Gioia Tauro. Dove i magistrati, interrogandosi su «come mai la Calabria ha un ventottesimo della popolazione italiana ma un bracciante stagionale su sette?» sco­prirono che «nove braccianti agricoli su die­ci » erano fasulli: motociclisti con Honda co­stosissime, mamme incinte al nono mese, detenuti che figuravano al lavoro mentre erano in cella, studentesse con le unghie laccate e i tacchi a spillo. Tutti «raccoglitori di olive» in uliveti che figuravano catastal­mente piantati perfino sulle banchine e nel­l’acqua del porto di Gioia.

Eppure, pare impossibile, contro la deci­sione dell’Inps di non sganciare più un eu­ro a tutti i soci delle cooperative taroccate fino alla chiusura delle indagini sono scoppiati nella Sibaritide focolai di rivol­ta. Le minacce che abbiamo detto alla si­gnora Cassiano. Un tentativo di blocca­re la festa patronale di Maria Santissi­ma Archiropita. Due blocchi, a fine lu­glio e poi di nuovo l’altro pomeriggio, dalle 12 alle 20.30, con ingorghi giganteschi e tu­risti inveleniti, della statale E 90 che costeg­gia lo Jonio da Taranto a Reggio.

Peggio, la rivolta è cavalcata da un pezzo del mondo politico. Porta voti, cavalcare queste ribellioni. Per informazioni, chiedete ad Antonio Caravetta, l’uomo forte dell’Udc. Consigliere comunale a Corigliano e record­man di preferenze in zona alle ultime pro­vinciali. Da sempre punto di riferimento dei «braccianti». Com’è scoppiato il casino, ha subito emesso un comunicato: «L’arrogan­za e l’insensibilità nei confronti dei tanti la­voratori agricoli della Piana di Sibari...».


Gian Antonio Stella


Io, studente leghista Perché mi vergogno dell’Unità d’Italia

Corriere della Sera

Scambio di lettere sul Paese tra passato e presente



Caro professor Galli della Loggia,

sono uno studente universita­rio di 24 anni con una certa pas­sione per la storia. Sono un leghista, ab­bastanza convinto. E lo confesso: se fac­cio un bilancio, certamente sommario, dall’Unità nazionale ad oggi, le cose per cui vergognarmi mi sembrano maggiori rispetto a quelle di cui essere fiero.

Penso al Risorgimento, alla massone­ria e al disegno di conquista dei Savoia, rifletto sul fatto che nel Mezzogiorno fu­rono inviate truppe per decenni per seda­re le rivolte e credo che queste cose abbia­no più il sapore della conquista che della liberazione. E penso, ancora, al referen­dum falsato per l’annessione del Veneto e al trasformismo delle elite politiche post-risorgimentali.

E poi il fascismo, con la sua artificiosa ricostruzione di una romanità perduta e imposta a un popolo eterogeneo e diviso per 1500 anni che della «romanità classi­ca » conservava ben poco: la costruzione di una «religione politica» forzata al po­sto di una «religione civile» come invece avvenne in Francia con la Rivoluzione, che fu davvero l’evento fondante di un popolo. In Italia l’unica cosa «fondante» potrebbe essere stata la Resistenza: ma anche lì, a guardare bene, c’era una Linea gotica a dividere chi la guerra civile l’ave­va in casa da chi era già in qualche manie­ra libero.

E poi la Prima Repubblica, che si salva in dignità solo per pochi decenni, i pri­mi, e poi sprofonda nei buio degli anni di piombo con terrorismo di sinistra e stra­gi di destra (o di Stato?), nel clientelismo politico più sfrenato, nelle ruberie, nelle grandi abbuffate che ci hanno regalato uno dei debiti pubblici più grandi del mondo.

Quanto alla Seconda Repubblica, l’ab­biamo sotto agli occhi: la tendenza dei partiti a trasformarsi in «pigliatutto» multiformi e dai programmi elettorali quasi identici, con le uniche eccezioni di Di Pietro e della Lega. Il primo però è de­stinato a sparire con Berlusconi, che è la ragione del suo successo: quando svani­rà la causa, svanirà anche l’effetto. Anche la Lega dopo Bossi potrebbe sparire, ma almeno a sorreggerla ci sono un disegno, un’idea, per quanto contestabili.

Guardo allo Stato poi e alla mia vita di tutti i giorni e mi viene la depressione. Penso a mia mamma che lavora da quan­do aveva 14 anni ed è riuscita da sola a crearsi un’attività commerciale rispettabi­le e la vedo impazzire per arrivare a fine mese perché i governi se ne fregano della piccola-media impresa e preferiscono continuare a buttar via soldi nella grande industria. E poi magari arriva anche qual­che genio dell’ultima ora a dire che i com­mercianti son tutti evasori.

Vedo i miei dissanguarsi per pagare tutto corretta­mente e poi mi ritrovo infrastrutture e servizi pubblici pietosi. Vedo che viene negata la pensione di invalidità a mia zia di 70 anni che ha avuto 25 operazioni e non cammina quasi più solo perché ha una casetta intestata. E poi leggo che nel Mezzogiorno le pensioni di invalidità so­no il 50% in più che al Nord. Come faccio a sentire vicino, ad amare, a far mio uno Stato che mi tratta come una mucca da mungere e in cambio mi dice di tacere?

Non ho paura degli immigrati, né so­no ostile a chi ha la pelle differente dalla mia. Mi preoccupo però di certe culture. Per esempio mi spaventano i disegni di organizzazioni come i Fratelli musulma­ni, ostili verso l’Occidente, e mi fan pau­ra le loro emanazioni europee. Non vo­glio barricarmi nel mio «piccolo mondo antico», ma ho realismo a sufficienza per pensare di non poter accogliere il mondo intero in Europa. La gente che entra va integrata, ma io credo che la possibilità di integrazione sia inversamente propor­zionale al numero delle persone che en­trano. Eppure, se dico queste cose, mi danno del «razzista».

Non mi creano pro­blemi le altre etnie, mi crea problemi e fastidio invece chi le deve a tutti i costi mitizzare, mi irrita oltremodo un multi­culturalismo forzato e falsato. Mi spaven­tano l’esterofilia e la xenomania, secondo le quali tutto ciò che viene da fuori deve essere considerato acriticamente come positivo, «senza se e senza ma». In prati­ca ho paura che l’Italia di domani di italia­no non avrà più nulla e che il timore qua­si ossessivo di non offendere nessuno e di considerare ogni cultura sullo stesso piano, cancelli quel poco di memoria sto­rica che ancora abbiamo. Mi crea profon­do terrore la prospettiva che la nostra ci­viltà possa essere spazzata via come ac­cadde ai Romani: mi sembra quasi di es­sere alle porte di un nuovo Medioevo con tutte le incognite che questo può ce­lare. E ho paura, paura vera. Sono razzi­sta davvero oppure ho qualche ragione?


Matteo Lazzaro

La risposta di Galli Della Loggia
La storia è positiva Ma protesta e paura oggi sono fondate

No, non è la lettera di un razzista la lettera di questo studente — un bravo studente, si può immagina­re — che il Corriere ha deciso di pubblica­re per contribuire a far conoscere al Paese da quali sentimenti e di quali ragioni si fa forte l’opinione pubblica leghista così dif­fusa al Nord. Ha quasi sempre delle ragio­ni, infatti, anche chi non ha ragione: pure quando tali ragioni, com’è questo il caso, sono costruite su un ordito di vere e pro­prie manipolazioni storiche.

Quanto scrive Matteo Lazzaro dimo­stra innanzi tutto, infatti, il rapporto stret­tissimo che inevitabilmente esiste tra sto­ria e politica; e di conseguenza, ahimè, il disastro educativo prodotto negli ultimi decenni nelle nostre scuole da un lato da una sfilza di manuali di storia redatti al­l’insegna della più superficiale volontà di demistificazione, e dall’altro da una mas­sa d’insegnanti troppo pronti a sintoniz­zarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Gli uni e gli altri presumibilmente convinti di contribuire in questo modo alle fortu­ne del progressismo «democratico» anzi­ché, come invece è accaduto, a quelle di un autentico nichilismo storiografico di tutt’altro segno.

Ecco infatti il risultato che si è fissato nella mente di molti italia­ni: una storia del nostro Paese inverosimi­le e grottesca, impregnata di negatività, violenza, imbrogli e sopraffazione. Una storia di cui «vergognarsi», come pensa e scrive per l’appunto Lazzaro, e che quindi può solo essere rifiutata in blocco: domi­nata dall’orco massone e da quello sabau­do, dalla strega della partitocrazia, dal bel­zebù del «clientelismo», sfociata in «uno dei debiti pubblici più alti del mondo».

Nessuno sembra aver mai spiegato a que­sti nostri più o meno giovani concittadini che il Risorgimento volle anche dire la possibilità di parlare e di scrivere libera­mente, di fare un partito, un comizio e al­tre cosucce simili; o che ad esempio, nel tanto rimpianto Lombardo-Veneto di au­striaca felice memoria, esisteva una cosa come il processo «statario», in base al quale si era mandati a morte nel giro di 48 ore da una corte marziale senza neppu­re uno straccio di avvocato. Nessuno sem­bra avergli mai raccontato come 150 anni di storia italiana abbiano anche visto, ol­tre alle ben note turpitudini, un intero po­polo smettere di morire di fame, non abi­tare più in tuguri, non morire più come mosche e da miserabile che era comincia­re a godere di uno dei più alti redditi del pianeta.

Così come nessuna scuola sem­bra aver mai illustrato ai tanti Matteo Laz­zaro quello che in 150 anni gli italiani han­no fatto dipingendo, progettando edifici e città, girando film, scrivendo libri: non conta nulla tutto ciò? E si troverà mai qualcuno infine, mi domando, capace di suggerirgli che la democrazia non piove dal cielo, che tra «uno dei debiti pubblici più alti del mondo» e l’ospedale gratuito sotto casa o l’Università dalle tasse presso­ché inesistenti qualche rapporto forse esi­ste? E che la storia, il potere, la società, sono faccende maledettamente complica­te che non sopportano il moralismo del tutto bianco e tutto nero, del mondo divi­so in buoni e cattivi?

È quando viene all’oggi, invece, che il nostro lettore ha ragione da vendere, e al­le sue ragioni non c’è proprio nulla da ag­giungere. C’è semmai da capirle e inter­pretarle. Il che tira in ballo la responsabili­tà per un verso della classe politico-intel­lettuale di questo Paese, per l’altro quella dei nostri concittadini del Mezzogiorno. Per ciò che riguarda la prima è necessario e urgente che quello strato di colti, di gior­nalisti di rango, di scrittori, di attori della scena pubblica, i quali tutti insieme con­tribuiscono alla costruzione del «discor­so » ufficiale del Paese, la smettano di as­sumere un costante atteggiamento di suf­ficienza, se non di disprezzo, verso ogni pulsione, paura o protesta che attraversa le viscere della società settentrionale (ma non solo! sempre più non solo!) taccian­dola subito come «razzista», «securita­ria », «egoista», «eversiva» o che altro. Pe­ricoli di questo tipo ci saranno pure, ma come questa lettera spiega benissimo si tratta di pulsioni e paure niente affatto pretestuose ma che hanno un senso vero, spesso un profondo buon senso, e dun­que chiedono risposte altrettanto vere, sia culturali che politiche: non anatemi che lasciano il tempo che trovano.

E infine i nostri concittadini del Mezzo­giorno: questi sbaglierebbero davvero se non avvertissero nelle parole del lettore leghista l’eco neppure troppo nascosta di una richiesta ultimativa che in realtà or­mai parte non solo da tutto il Nord ma an­che da tante altre parti del Paese. È la ri­chiesta che la società meridionale la smet­ta di prendere a pretesto il proprio disa­gio economico per scostarsi in ogni ambi­to — dalla legalità, alle prestazioni scola­stiche, a quelle sanitarie, all’urbanistica, alle pensioni — dagli standard di un pae­se civile, tra l’altro con costi sempre cre­scenti che vengono pagati dal resto della nazione. Il resto dell’Italia non è più dispo­sta a tollerarlo, e si aspetta che alla buo­n’ora anche i meridionali facciano lo stes­so
Ernesto Galli della Loggia



Non ho tempo per l'appello» Non fermò il boia: giudice a processo

il 25 settembre del 2007 l'inizezione letale a Michael Wayne Richard

Sharon Keller, detta "Killer" rifiutò l'ultimo appello di un condannato rispettando alla lettera l'orario d'ufficio


MILANO - «Non c'è tempo. Chiudiamo alle cinque». Il giudice texano Sharon Keller (ora soprannominata «Sharon Killer» dai suoi detrattori) non ci pensò due volte. Era il settembre del 2007 quando rifiutò l'appello in extremis di un condannato a morte per far rispettare alla lettera l'orario di ufficio. Per questo è ora sotto processo in uno dei casi più gravi di «giustizia sbagliata» nella storia del suo Stato. La donna è accusata di cattiva condotta per aver deliberatamente ordinato la chiusura degli uffici pur sapendo che gli avvocati dell’imputato attendevano impazientemente di sottoporre i documenti per avviare

RISCHIA DI ESSERE RADIATA - Lunedì la Keller è comparsa davanti a una commissione statale incaricata di valutare la condotta dei giudici. Rischia di essere radiata dalla magistratura per non aver rispettato i diritti di un condannato a morte. Il caso risale al settembre del 2007. E riguarda Michael Wayne Richard, 49enne condannato per stupro e omicidio. I legali dell'uomo cercarono la mattina stessa del giorno in cui era stata fissata l’esecuzione, il 25 settembre del 2007, di fermare la condanna appellandosi alla procedura con cui è condotta l’iniezione letale. Quella stessa mattina infatti la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva deciso di valutare se quel metodo di esecuzione rappresentasse una forma di punizione inusuale e crudele e fosse pertanto incostituzionale. La Keller quel giorno aveva gli operai in casa e lasciò il lavoro prima della fine dell'orario prestabilito. Gli avvocati di Richard, approfittando della finestra aperta dalla Corte Suprema, si affrettarono a fare ricorso ma ebbero problemi al computer. Quando finalmente alle 16:45 riuscirono a far arrivare la pratica in tribunale chiedendo il rinvio dell'esecuzione, non ci fu nulla da fare. «Si chiude alle 17», si sentirono rispondere.

ESECUZIONE E PROTESTE - Alle 20:23 di quella stessa sera fu eseguita la condanna a morte di Richard. Di lì a poco lo stato del Texas dichiarò una moratoria delle esecuzioni: il 49enne fu l'ultimo condannato messo a morte prima dell'inizio della moratoria. La vicenda all'epoca suscitò proteste negli Usa e titoli sui giornali di mezzo mondo. Nonostante abbia sempre respinto le accuse la giudice è da allora al centro di violentissime critiche e le associazioni che si battono contro la pena di morte l’hanno soprannominata «Sharon Killer», storpiando il suo cognome. «Se avessi saputo che avevano chiesto più tempo lo avrei concesso - ha detto più volte la donna -. Si tratta di un’esecuzione». La donna è considerata uno dei giudici più inclini alla pena capitale ed è il più alto magistrato messo sotto accusa da 15 anni a questa parte. Il Texas registra ancora oggi il più affollato braccio della morte di tutti gli Stati Uniti.

IL CASO DAVIS - In parallelo al caso Keller, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accordato un rinvio all'esecuzione di Troy Davis, detenuto afroamericano della Georgia, da 18 anni in carcere dopo essere stato condannato a morte per l'omicidio di un poliziotto. Davis, che si è sempre proclamato estraneo al delitto, aveva chiesto più tempo per raccogliere prove della sua innocenza. Il giudice della Corte Suprema Paul Stevens ha accolto la sua richiesta, stabilendo che un giudice federale «indaghi sulla possibilità che esistano prove non considerate ai tempi del processo in grado di dimostrare l'innocenza del prigioniero».

18 agosto 2009