domenica 23 agosto 2009

Crisi Israele-Svezia, «boicottate Ikea»

Corriere della Sera


Si ripercuote sul colosso dell'arredo la polemica per un articolo antisemita uscito su un quotidiano svedese



MILANO - La pubblicazione su Aftonbladet, uno dei principali quotidiani svesesi, di un articolo in cui si sostiene che i soldati israeliani avrebbero rubato organi a bambini palestinesi sta incrinando le relazioni tra Stoccolma e Gerusalemme. Non solo: per manifestare il proprio dissenso migliaia di israeliani hanno deciso di aderire ad una petizione online che invita a protestare con un'azione concreta, ovvero boicottando i negozi Ikea, vere e proprie «bandiere» del Paese scandinavo nel mondo.

RIPERCUSSIONI SU IKEA - «Dopo la pubblicazione anti-semita di un calunnioso articolo di stampo medioevale contro i soldati israeliani e del perdurante silenzio del governo svedese - si legge nella petizione - , è inaccettabile continuare a sostenere i negozi svedesi dell'Ikea. Per favore, non firmate solo la petizione, è necessaria un'azione reale». I gestori del negozio Ikea a Netanya, in Israele, hanno descritto l'azienda come un'organizzazione commerciale senza connotazioni politiche e hanno ribadito che continueranno ad avere eccellenti relazioni con i consumatori israeliani. Nello Stato ebraico, sarà aperto all'inizio del 2010 un secondo negozio Ikea nella località di Rishon Letzion.

L'ARTICOLO DELLA DISCORDIA - La crisi nelle relazioni tra i due stati sta assumendo toni sempre più aspri. Nell'articolo di Aftonbladet, il giornalista Donald Bostrom ha accusato l'esercito israeliano di appropriarsi di organi di giovani palestinesi uccisi nei Territori ed è parso anche insinuare un legame con l'arresto negli Stati Uniti dei membri di una banda, tra i quali alcuni rabbini, accusati di traffico di organi umani. Il governo israeliano ha intanto cominciato ad adottare sanzioni nei confronti di due inviati del giornale ai quali l'ufficio stampa governativo ha oggi negato l'accreditamento temporaneo, di solito subito concesso, affermando di aver bisogno di tempo per verificare le loro credenziali. Il ministro dell'interno Eli Ishai ha detto di voler riesaminare lo status di tutti i corrispondenti svedesi nel Paese.

ISRAELE VUOLE LE SCUSE - In Israele la debole reazione del governo svedese all'articolo, che si è rifiutato di condannarlo per non interferire con la libertà di stampa, ha suscitato grande collera. Questa si è accentuata dopo la presa di distanze del ministero degli esteri a Stoccolma dalla sua ambasciatrice in Israele che invece aveva subito condannato il testo. Il premier Benyamin Netanyahu è parso però voler offrire alla Svezia una via d'uscita, affermando ora che Israele non chiede al governo di Stoccolma di scusarsi per l'articolo incriminato ma di aspettarsi una condanna o almeno una pubblica presa di distanza dal suo contenuto.

«RAZZISMO BIONDO» - Il clima resta comunque acceso. Il ministro delle finanze israeliano Yuval Steinitz ha detto che l'articolo ricorda libelli antisemiti medievali in cui gli ebrei venivano accusati di preparare il pane azzimo col sangue di bambini cristiani. Il portavoce del ministero degli esteri Yigal Palmor ha detto che Israele non intende annullare la visita del ministro degli esteri svedese Carl Bildt, attesa tra una decina di giorni, ma che senza una soluzione della crisi una «pesante ombra» resterà sulle relazioni tra i due Paesi.

Nell'aspra polemica è entrata anche la stampa israeliana che dedica alla crisi ampio spazio, parlando perfino di «razzismo biondo» e di una politica di due pesi e due misure a Stoccolma. Si ricorda a questo proposito che nel 2006, in seguito alla pubblicazione di caricature ritenute offensive per i musulmani, il governo svedese si comportò ben diversamente, si affretto a scusarsi con lo Yemen e anche a chiudere un sito internet di estrema destra. Il quotidiano Haaretz, pur attaccando il contenuto dell' articolo, definito «un esempio di pessimo giornalismo», rimprovera anche il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, accusandolo di aver trasformato un articolo in un incidente internazionale, dandogli un peso esagerato e spingendo la Svezia «a uno scontro superfluo» con Israele.



Hebron, la strage dimenticata

Avvenire

Sessantasette ebrei uccisi in poche ore dagli arabi della città. Il tutto a due passi dalla Grotta di Macpela, il terreno acquistato da Abramo per dare sepoltura alla moglie Sara ( Genesi 23,1- 20) che per la Scrittura è la primizia della Terra promessa. Si compiva così – esattamente ottant’anni fa a Hebron – la prima strage di massa del conflitto israelo­palestinese. Purtroppo la storia ce ne avrebbe poi raccontate anche tante altre. Eppure ritornare indietro a quel 23 agosto 1929 può aiutare a capire molti dei motivi per cui la Terra Santa continua a non trovare pace.

Nell’agosto 1929 Hebron era una città di 17 mila abitanti, al cui interno viveva una comunità di circa 750 ebrei. Non si trattava di pionieri sionisti appena arrivati dall’Europa in Terra di Israele, ma di ebrei orientali che nella città di Abramo ci vivevano da generazioni. Perché Hebron era una delle quattro città della Terra Santa mai abbandonate del tutto, nemmeno durante la diaspora. Troppo importanti perché non vi rimanesse almeno un piccolo resto d’Israele. La tragedia si consumò inaspettata, nel giro di pochi giorni. Il 20 agosto– avvertendo la tensione che saliva a Gerusalemme – i leader dell’Haganah ( la forza di autodifesa che i sionisti avevano iniziato a organizzare) avevano contattato la comunità ebraica di Hebron, offrendo protezione.

Ma si erano visti respingere al mittente: i responsabili si sentivano al sicuro nella città di Abramo, avevano fiducia nei loro vicini arabi. Invece, appena tre giorni dopo si consumò il dramma: voci (rivelatesi poi false) su due arabi rimasti uccisi a Gerusalemme in scontri con i sionisti scatenarono l’assalto alle case degli ebrei. La polizia araba disertò e un unico ufficiale britannico si trovò a dover fronteggiare la rivolta. I rinforzi arrivarono solo parecchie ore dopo. I racconti tramandati dai superstiti sono terribili: famiglie trucidate, assalti all’arma bianca anche contro i bambini, donne violentate.

Che cosa scatenò davvero la strage? Da parte araba c’era ormai la consapevolezza che i rapporti di forza stavano cambiando: dopo la Dichiarazione Balfour del 1917 gli ebrei non erano più un piccolo gruppo minoritario, ma una nuova presenza dinamica, che andava a rimescolare tanti equilibri in Palestina. Di certo i fatti di Hebron furono uno shock terribile per i pionieri giunti da poco in Terra d’Israele. A molti ricordarono i pogrom subiti dagli ebrei nella Russia zarista. E a rendere ancora più dura da digerire questa realtà ci pensarono gli inglesi che, rivelatisi incapaci di gestire la situazione, decretarono all’indomani del massacro l’evacuazione degli ebrei da Hebron. Così – oltre a piangere i morti – si ritrovarono anche esiliati dalla città di Abramo.

Questa vicenda segnò uno spartiacque. Se prima del 1929 tra i sionisti c’erano state anche voci che ponevano apertamente la questione del rapporto con gli arabi ( qualcuno avanzava addirittura l’idea di uno Stato bi- nazionale una volta tolti di mezzo gli inglesi), dopo i fatti di Hebron la questione della difesa delle comunità ebraiche sarebbe diventata la priorità riconosciuta da tutti. E la lontananza dalla città di Abramo – confermata dopo la nuova rivolta araba del 1936 – sarebbe rimasta una ferita aperta per gli ebrei ortodossi. Non a caso – dopo la Guerra dei sei giorni del giugno 1967, quando Israele assunse il controllo di tutta la sponda ovest del fiume Giordano – Hebron sarebbe poi diventato uno dei primi insediamenti in Cisgiordania. Qui i coloni ci arrivarono con un vero e proprio blitz: il rabbino Moshe Levinger ottenne nell’aprile 1968 un permesso speciale per poter celebrare la Pasqua ebraica nella città della Tomba dei patriarchi.

Ma una volta arrivato insieme ad alcuni compagni issò una bandiera israeliana sul Park Hotel e dalla città non se ne andò più. Dopo di lui sono arrivate altre centinaia di coloni: 500 di loro oggi vivono blindatissimi nel cuore della città araba, che oggi conta 130 mila abitanti. Altri 7 mila vivono invece a Kiryat Arba, l’insediamento ebraico costruito a est, subito fuori dai confini municipali. Hebron rimane tuttora il nodo più complesso per chi ragiona sulle possibili soluzioni del conflitto israelo- palestinese. Perché in qualsiasi ipotesi che preveda la nascita dei due Stati la città di Abramo non potrà che stare dalla parte palestinese. E, infatti, lo stesso tracciato del muro di separazione tra Israele e i Territori sancisce questo fatto. Nessun ebreo osservante però è disposto ad accettare di essere nuovamente separato da Hebron.
 
E – proprio per questo – in tutta questa zona il muro di separazione non è stato costruito. La pace per divenire realtà avrebbe bisogno di qualche forma di convivenza accettabile intorno alla Tomba dei patriarchi. Invece proprio qui sembrano concentrarsi – da una parte come dall’altra – gli estremisti più pericolosi. Perché non bisogna dimenticare che Hebron nel frattempo ha vissuto anche un’altra strage: quella compiuta dal colono Baruch Goldstein, che nel febbraio 1994 sparò all’impazzata uccidendo 30 musulmani che si recavano alla Tomba di Abramo. Voleva vendicare i morti del 1929; e ancora oggi a Hebron c’è chi lo considera un eroe. Bruciano ancora le ferite di quel 23 agosto di ottant’anni fa. Pro- memoria di un conflitto che è lungo e complesso. Ma anche dell’intreccio inestricabile tra arabi ed ebrei che nessun muro potrà mai risolvere davvero.
Giorgio Bernardelli


Viaggiatori nelle città dei morti

La Stampa

Boom di presenze alle tombe di scrittori e artisti. E c'è chi si ribella: «Fermate il turismo macabro»

MARIO BAUDINO
TORINO

I tempi in cui ci andavano a passeggiare solo le «britanne vergini» care a Ugo Foscolo nei Sepolcri sono lontani. Anzi, sono proprio finiti. Ora i cimiteri - quelli di interesse storico o artistici, ma non solo - sono sempre più affollati di turisti. C’è chi va a Buenos Aires per infilare una sigaretta tra le dita di Gardel, il re del tango, e chi a Baltimora per il cosiddetto «brindisi di Poe», sperando di trovare tre rose rosse e una capace bottiglia di cognac sulla tomba del grande scrittore.

E poi ci sono quelli che a gruppi più o meno ordinati marciano al seguito delle guide nei cimiteri più famosi, tappe fisse di molti itinerari turistici. E’ dell’altro giorno la notizia di un appello perché venga tutelata la sacralità di quello veneziano di San Michele, lanciato da un consigliere comunale cui si sarebbero rivolti i veneziani disturbati dall’andirivieni incessante di comitive attratte dai defunti illustri e dalla bellezza del luogo.

Sulla laguna riposa per esempio Ezra Pound, il grande e discusso poeta americano; o un gigante della musica come Igor Stravinskij; o ancora il grande impresario Sergej Diaghilev, fondatore dei «balletti russi». Per non parlare di Josif Brodskij, il poeta russo esiliato in America, premio Nobel per la letteratura, che volle fortissimamente essere sepolto nella città cui aveva dedicato splendide poesie e un libro, Fondamenta degli incurabili: è qui dal ‘96, in questo paesaggio, come scrisse «capace di fare a meno di me».

Ma i turisti dei cimiteri proprio non possono fare a meno di lui, né di tanti altri magari più famosi, basta pensare a Jim Morrison, e alla sua tomba al Père Lachaise parigino meta di affollatissimi pellegrinaggi. Le agenzie di viaggio sono molto attente alle loro esigenze, l’editoria sforna guide specifiche, le pubblicazioni sui singoli monumenti sono migliaia, anche perché si tratta di complessi che hanno spesso un grande interesse storico e artistico.

In più, i cimiteri raccontano. Sono storia e romanzo insieme. Basti pensare al Père Lachaise parigino, caro al signor Malaussène di Pennac, che è comunque visitabile in modo virtuale - senza disturbare nessuno - su Internet. E’ forse il più famoso del mondo: cominciò a parlarne Balzac in Papà Goriot quando nessuno voleva essere seppellito su quella collina fuori mano, divenne sempre più appetibile grazie a una accorta politica di traslazioni (le autorità cominciarono a spostare lì i resti più illustri, come quelli di Abelardo e Eloisa) e per tutto il Novecento è stato il cimitero per eccellenza, quello dove riposano Jim Morrison e Oscar Wilde. Così gallonato, non aderisce neppure all’Associazione dei cimiteri storico monumentali europei, costituita a Bologna nel 2001, e che conta 79 aderenti, da quello del Verano a Roma al certamente meno noto di Plymouth, sul mare della Cornovaglia.

L’anno scorso un sito Internet molto frequentato dai viaggiatori ha pubblicato la sua top ten, che vede in testa Highgate, a Londra, dove riposano le ossa di Karl Marx, e solo secondo il Père Lachaise. Seguivano l’Antico cimitero ebreo di Praga, il cimitero protestante di Roma che ospita le spoglie di P. B. Shelley e John Keats, i due grandi poeti romantici, il Cimitero centrale di Vienna, con i suoi musicisti (Beethoven, Schubert, Brahms, Johan Strauss), e via gli altri, dalle Catacombe di Roma al quello di Staglieno, a Genova, da Montjuïc (Barcellona), a Montparnasse (ci riposa Charles Baudelaire), per finire con Lipsia, dove sorge in un parco meraviglioso il «Cimitero meridionale».

Nell’era del turismo di massa, tutti fanno gara per diventare sempre più appetibili. L’ingresso è gratuito, e quindi non è facile contare i visitatori, ma l’impressione generale è che aumentino di anno in anno. Può suonare un po’ macabro, ma siamo in un settore che non conosce le crisi: e non per i soliti motivi che provocano per lo più scherzosi scongiuri. C’è qualcosa di più, che va al di là dell’interesse architettonico. C’è la «genuinità del passato», qualcosa di molto difficile da conservare.

E’ questa la tesi di Robert P. Harrison, italianista americano che insegna a Stanford, autore di Il dominio dei morti, un affascinante saggio letterario e antropologico pubblicato da Fazi qualche anno fa. «I turisti - ci spiega - vanno a cercare, questa è almeno la mia impressione, non i cimiteri ma la tombe. Se Jim Morrison, anziché sepolto al Père Lachaise, fosse stato cremato e le ceneri disperse, i giovani che vanno là in pellegrinaggio, che farebbero? In un certo senso sarebbe per loro una perdita culturale».

La tomba è un tema caro agli artisti (non solo Foscolo: Cees Nooteboom, il grande scrittore olandese, ha appena pubblicato - ma non ancora in italiano - Tombe, un libro diario delle sue visite ai sepolcri di mezzo mondo, da quello di Montale a quello di Susan Sontag). Ora è diventato anche un fenomeno di massa, che porta con sé un carisma ancestrale. «Nessuno pensa che il morto abbia una vita postuma nel luogo dov’è sepolto, come invece immaginavano gli antichi - fa osservare Harrison -. Eppure quel luogo rimane importante per noi».

Ha a che fare con la potenza del passato, un tema caro allo studioso che sarà a novembre in Italia per ricevere il premio Napoli, dato al suo ultimo libro dedicato ai Giardini, che evocano il ricordo del paradiso perduto. E non è facile vedersela col passato, tant’è vero che in campo artistico viene continuamente «ripristinato» con restauri e risistemazioni. «Ma la data che c’è scritta sulla tomba è la prova che il passato è passato». Sarà questo che andiamo oscuramente cercando?


Il cronista che scoprì Ludwig: "So chi portò la bomba fino alla stazione di Bologna"

di Stefano Lorenzetto



Con questo «tipo italiano» ho avuto la fortuna di lavorare per un decennio. Lo conobbi nella redazione dell’Arena. Era l’estate del 1975. Lui aveva già 52 anni e veniva dall’agenzia Ansa di Milano, io solo 19 e spuntavo dal nulla di Verona. Il quotidiano locale mi aveva assunto per una sostituzione in cronaca. La prima sera stappò una bottiglia di champagne. Mica in mio onore, ovvio. Festeggiava con i colleghi i 10 anni dall’esame di Stato che lo aveva ammesso nell’Ordine dei giornalisti. In realtà esercitava la professione già da 30, dal 1945 o giù di lì.
Ho incontrato Gianni Cantù la scorsa settimana. Aveva da poco festeggiato il suo 86° compleanno. Stessa lucidità mentale, stessa passione per i fatti della vita. Anche la sordità, sempre la stessa, perlomeno non peggiorata rispetto alla fine degli Anni 80, quando dovemmo minacciare uno sciopero perché la società editrice dell’Arena si rifiutava di acquistare un amplificatore telefonico da poche migliaia di lire che gli avrebbe reso più agevole il lavoro. A un cronista di nera così, qualsiasi giornale avrebbe fatto ponti, e cimici, d’oro: il primo a riconoscere Giangiacomo Feltrinelli sventrato dalla bomba sotto il traliccio di Segrate; il primo a giungere davanti alla questura di Milano dove Gianfranco Bertoli aveva fatto esplodere un ordigno; il primo ad avvicinare il generale James Lee Dozier appena strappato alle grinfie dei brigatisti rossi. E l’unico a uscire in edizione straordinaria quando fu rilasciato dai rapitori il presidente del Verona Hellas, Saverio Garonzi, e quando fu liberata dai carabinieri la piccola Patrizia Tacchella, figlia del re dei jeans Carrera; l’unico a polemizzare a mezzo stampa con Ludwig, fino a tendere un trabocchetto mediatico che risultò decisivo per la cattura degli irreprensibili studenti Wolfgang Abel e Marco Furlan, poi condannati per 15 omicidi; l’unico ad aver capito che il duo era in realtà un trio; l’unico a conoscere una verità dirompente e mai scritta sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.
Di Cantù dicevano che rivoltasse le tasche dei cadaveri per cercarvi documenti e reperti che nemmeno i carabinieri avevano lo stomaco di recuperare. Dicevano anche che una volta avesse torto il braccio a un malavitoso in rigor mortis, fino a spezzarglielo, al solo scopo di consentire al fotoreporter Costantino Fadda di fotografare un tatuaggio sul polso che ne rese certa l’identificazione. Aveva sempre l’orecchio teso, Cantù. Quello che gli interessava sentire, lo udiva benissimo. Per esempio, quando captava che un cronista stava raccogliendo per telefono la notizia dell’ennesimo incidente mortale al passaggio a livello del quartiere di periferia dove abita tuttora, si precipitava alla scrivania del collega: «Chi è? Chi è?». Viveva nell’ossessione che si trattasse dell’unico figlio, Guido. Me ne sono ricordato nei giorni scorsi, quando ho letto che a Marco Dal Fior, caporedattore del Corriere della Sera, è toccata la sorte crudele di apprendere in redazione che una delle tre giovani vittime stritolate da un Suv sul raccordo autostradale di Varese era il suo Paolo, 23 anni appena.
Dopo essersi occupato per mezzo secolo dei morti contemporanei, Cantù è tornato a coltivare con rinnovato vigore la mai abbandonata passione per i morti dell’antichità. Là era cronaca, qui è letteratura. Una dote di famiglia: lo storico Cesare Cantù (1804-1895), erudito politico lombardo, era prozio di suo nonno paterno e quando nel 1833 fu rinchiuso in carcere dagli Austriaci, col divieto di detenere carta da lettere e matita, riuscì a scrivere i primi capitoli del romanzo Margherita Pusterla sulla carta da bugliolo, col nerofumo ottenuto dai fiammiferi. Finora il pronipote ha pubblicato una ventina di libri, tradotti in varie lingue. L’ultimo s’intitola Vestigia romane (Cierre Grafica), un «viaggio attraverso le province dell’Impero». Quello dei Cesari, si capisce. Sono 286 pagine corredate da un Cd interattivo con le immagini scattate dallo stesso Cantù. Eh sì, perché un tempo i bravi giornalisti portavano a casa anche le foto, come accadde quando intervistò in esclusiva a Parigi l’astronauta russo Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Egittologo di fama, in precedenza aveva passato, sia pure a rate, due anni della sua vita a scavare nelle tombe dei faraoni.
«Io posso riferirti quali furono le risultanze delle mie ricerche. In seguito all’attentato rimase per 9 ore sotto le macerie un tossicodipendente di 25 anni, B.S., nativo di Terni ma residente a Verona. Ebbe la gamba destra spappolata e riportò gravi ustioni al volto. Agli inquirenti raccontò che tornava da Roma e che doveva raggiungere Parma. A me invece disse: “Volevo proseguire per Rimini”. In realtà era sceso alla stazione di Bologna per lasciarvi una valigia che gli era stata consegnata nella capitale».
Da chi?
«Da chi, non lo so. Ma dove, sì: all’Eur. Fu lui a confessarmelo. Sul fatto che fosse l’inconsapevole corriere della valigia contenente probabilmente l’esplosivo si sarebbe dovuto indagare a fondo. Per prudenza non scrissi nulla e avvisai il capitano Gennaro Scala, del nucleo investigativo dei carabinieri, il quale a sua volta informò la magistratura. E sai quale fu il risultato? L’ufficiale venne accusato di depistaggio. Da Roma, dal ministero degli Interni, era arrivato infatti l’ordine d’indagare soltanto fra gli extraparlamentari di destra, non fra i tossicomani. Il presunto fattorino della bomba ebbe dallo Stato 100 milioni di lire d’indennizzo, rivalutati oggi sarebbero 215.000 euro, che dissipò in droga nel giro di un mese. Venne ospitato per oltre un anno da un parroco veronese. Il prete fu rapinato in canonica da due complici di B.S., un balordo torinese e un minorenne padovano. Poi il terzetto cominciò a inviare lettere minatorie al sacerdote, con richieste di denaro. Smascherato e processato, B.S. fu condannato a 4 anni e mezzo di reclusione».
Anche al duo Ludwig arrivasti per conto tuo anticipando gli inquirenti.
«La prima vittima fu un nomade abruzzese, Guerrino Spinelli, arso vivo nell’auto dentro cui dormiva. All’ospedale, in punto di morte, raccomandò alla figlia di stare attenta, perché c’erano in giro tre uomini pericolosi: quelli che l’avevano aggredito. In quell’occasione furono lanciate tre molotov, di cui una non scoppiò. Tutti pensarono a bottiglie molotov. In realtà erano fiaschi riempiti di benzina. E nella rivendicazione del delitto si parlava di fiaschi. Ero sulla pista giusta. Quando venne bruciato uno studente torinese in gita, Luca Martinotti, che s’era fermato a dormire col sacco a pelo in una casamatta asburgica lungo l’Adige, ebbi la prova che i folli di Ludwig erano veronesi».
In che modo la avesti?
«Il fortino austriaco era il rifugio abituale di un minorato psichico, che, avendolo trovato occupato dal saccopelista, vi appiccò il fuoco. Insomma, Ludwig non c’entrava. Nel mio pezzo scrissi che l’incendio era partito da alcune torce, un’espressione di fantasia. Prontamente arrivò una rivendicazione che parlava di torce. Mi persuasi che gli assassini erano del posto, leggevano L’Arena. Cominciai a polemizzare con loro. Dissi che si attribuivano anche delitti non commessi, e questo li fece infuriare. Erano in preda a un delirio di onnipotenza. Non a caso nei loro comunicati proclamavano: “Il potere di Ludwig non ha limiti”. Paranoici totali. Mi rispondevano inviando comunicati all’Ansa di Milano, che facevo analizzare dal grafologo Salvatore De Marco. Da lì s’arrivò ai famosi “solchi ciechi” trovati su alcuni fogli bianchi sequestrati in casa di Furlan: a produrli era stata la scrittura con righello e normografo dei loro testi farneticanti».
E il terzo uomo chi era?
«Colui che con la sua Mercedes accompagnò Abel e Furlan alla discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere, dove furono bloccati prima che la incendiassero. Lo riconobbi senz’ombra di dubbio nell’identikit elaborato dagli investigatori a Trento, dove padre Armando Bison era stato ucciso con un punteruolo a forma di crocifisso conficcato nel cranio. Ma la presenza del terzo uomo sulla scena del delitto cozzava contro l’idea che il giudice istruttore s’era fatto di Ludwig, a suo giudizio una coppia impermeabile. Io invece sapevo che era il rampollo di un imprenditore ricchissimo. Oggi è un personaggio molto in vista, ha persino ricoperto alcuni incarichi pubblici».
Il terzo uomo sa che tu sai?
«Credo proprio di sì, ma gira al largo».
T’è dispiaciuto non seguire da cronista il caso del serial killer Gianfranco Stevanin?
«Più che altro m’è dispiaciuto non essere riuscito a far arrestare nel 1976 il suo precursore, un geometra impotente d’origini bellunesi, abitante in un quartiere-bene di Verona, che stordiva le prostitute fratturandogli il setto nasale con un pugno devastante, le seviziava registrando i loro lamenti e poi gli piantava un coltello nel cuore. È morto per cause naturali. Il fidanzato di Fernanda Pellegrini, una delle vittime, era un ladro. S’introdusse nell’appartamento del maniaco e mi portò il nastro con le urla. Di un’altra assassinata, Regina Dalla Croce, ormai decomposta, toccò a me recuperare scalpo, gonna e camicetta: gli inquirenti avevano portato via il teschio, dimenticandosi tutto il resto».
Qual è il delitto peggiore di cui ti sei occupato?
«Quello di Renzo Pavini, un sordomuto strangolato con una calza di nylon e gettato in Adige da tre diciannovenni per rapinarlo di 44.000 lire. Lo avevano atteso nel giorno in cui ritirava la pensione d’invalidità, con la promessa di portarlo a donne. Invece volevano i suoi soldi per comprarsi la droga».
Come ti sembrano i cronisti di oggi?
«Leggi qua». (Mi porge un titolo di giornale: «Per l’ossessione dei ladri uccide un carabiniere»). «Nell’articolo c’è tutto, tranne l’identità del carabiniere. Tanto, che importa? I carabinieri devono crepare e basta. Ma se vuoi ti mostro il ritaglio dell’ottantenne che, armato di fucile, ha litigato “in modo molto cruento” con i vicini».
Non t’impressiona il moltiplicarsi delle crisi coniugali che sfociano in delitti-suicidi e nello sterminio d’intere famiglie?
«Nulla d’inedito. L’unica differenza è che una volta la notizia di paese stentava ad arrivare nel Comune capoluogo mentre oggi ti viene messa nel piatto all’ora di pranzo dai telegiornali nazionali. Sbagliatissimo, perché la banalizzazione del male induce un effetto imitativo».
A che serve la cronaca nera?
«È necessaria al pari della bianca. Non l’ho inventata io la completezza dell’informazione. Dal mio maestro, Guido Zangrando, che mi assunse all’Ansa, ho imparato due cose: primo, la notizia non ha prezzo; secondo, mai innamorarsi della notizia. La cronaca nera, se sei uomo, serve a farti star male».
(463. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

I superstiti: «Ci hanno costretto ad andare in Sicilia»

Il Messaggero

di Lucio Galluzzo

PALERMO (22 agosto) - «E’ stata una motovedetta a fornirci il carburante e a intimarci di proseguire per Lampedusa. Ci hanno dato anche cinque salvagente. L’equipaggio indossava pantaloncini corti e una maglietta di colore scuro; uno di loro ha acceso il motore, perché noi non avevamo la forza per farlo, e ci ha indicato la rotta. Poi si sono allontanati senza aiutarci, malgrado le nostre condizioni». Comincia così la testimonianza di uno dei 5 eritrei, sopravvissuti alla strage di Ferragosto.

La descrizione della divisa non lascia dubbi: dunque Malta ”sapeva” ed anche da molti giorni. I 75 eritrei sul gommone di 15 metri, salpato dalla Libia il 29 luglio, Malta li ha visti morire da vicino. Ha addirittura aiutato gli eritrei in fin di vita ad entrare nelle acque italiane e solo a quel punto ha spedito un fax alla Guardia di Finanza, Comando di Messina, dicendo: «Andate a prenderli, soccorreteli voi». Era difficile prestare fede al racconto dei sopravissuti, accettare che militari d’Europa possano avere omesso di condurre in ospedale subito uomini in mare in procinto di morire.

Ma i fatti sono questi e le Forze Armate maltesi lo ammettono con una nota che non sospetta le implicazioni etiche, politiche, giuridiche, posto che soccorrere in mare discende dal diritto internazionale condiviso e nulla ha a che spartire con le politiche dell’ immigrazione. «Il gommone con 5 immigrati eritrei- hanno detto ieri fonti militari di La Valletta- é stato localizzato da una motovedetta maltese dopo che era stato avvistato da un aereo militare della missione Frontex di stanza a Malta». A questo punto, prosegue la puntualizzazione, «é stata data l’assistenza necessaria secondo obblighi internazionali di Malta. I militari maltesi non hanno influenzato la selezione della destinazione. La presenza del natante è stata segnalata poi alle autorità italiane».

Quello che la nota trascura di ricordare non è di poco peso: almeno da martedì scorso i maltesi, per loro ammissione, avevano individuato in mare sette cadaveri. A La Valletta decine di persone sapevano almeno dal 14 agosto che mancavano notizie di un gommone con 80-85 eritrei a bordo, tra cui 25 donne, salpato dalla Libia il 29 luglio. Quel giorno infatti Fortress Europe, osservatorio sulle vittime dell’immigrazione, aveva ricevuto una e-mail da Malta in cui si chiedevano notizie della sorte degli eritrei ”scomparsi” in mare. A Malta erano infatti giunte decine di allarmate segnalazioni di parenti dei migranti, in attesa in vari Paesi d’ Europa.

«Abbiamo risposto di no - ha spiegato ieri Fortress - che non c’era stato nessuno sbarco di quelle dimensioni e che semmai erano stati respinti. Escludevamo che dopo 15 giorni l’imbarcazione potesse essere ancora alla deriva. Non si passa inosservati con tutto il traffico di pescherecci e mezzi di pattugliamento che c’é nel Canale di Sicilia. Abbiamo sbagliato. Quel gommone sarebbe rimasto alla deriva sino al 20 agosto». La politica maltese prosegue dunque sulla linea manifestatasi anche ad aprile quando La Valletta respinse la nave turca Pinar che aveva raccolto in mare 144 migranti, che l’ Italia invece accolse.


Ho visto la Madonna»

La Provincia Pavese



Il sensitivo alla Prevosta: «Era avvolta da una luce». Il rettore del santuario della Bozzola e la diocesi vigevanese non commentano


GARLASCO. «Ho visto la Madonna. Era avvolta di luce là dove sgorga l’acqua, tra il fico e il piccolo mulino. Stringeva in mano un’ostia. Il mondo ha bisogno di pregare tanto, questo credo volesse dirci». Mario Mazzoni racconta l’episodio che sostiene essergli accaduto alle 7 di lunedì scorso, nell’angolo della cascina Prevosta, alle Bozzole, dove la risorgiva dalla presunte proprietà curative accoglie migliaia di persone da tutta Italia ormai da un paio di mesi.

Cinquantatre anni, operaio di Albonese, l’uomo giura di aver visto con i propri occhi l’immagine della Madonna. Pochi istanti prima dell’apparizione, ha spiegato ieri, «un profumo delicato indefinibile, sembravano rose». Mazzoni si definisce un sensitivo dalla nascita. Ma a quanto dicono gli habitué del posto la sua sarebbe la prima di quattro apparizioni avvenute nei giorni a seguire, di cui l’ultima giovedì pomeriggio con testimone un uomo di Vigevano. Suggestione, bisogno di sperare, isteria collettiva?

Ognuno si è fatto un’idea circa il fenomeno Prevosta. Alcuni sono convinti però che a sei secoli dall’a pparizione alla pastorella sordomuta, Maria abbia scelto «di nuovo la Bozzola per manifestarsi», come ripetevano ancora ieri alla baracca. Come portavoce della Diocesi di Vigevano, don Emilio Pastormerlo ha preferito non rilasciare dichiarazioni. Nessun commento anche da parte di padre Gregorio Vitali, il rettore del santuario della Bozzola, in ritiro spirituale. «Ognuno è libero di credere ciò che vuole - dice Mazzoni - , io posso solo raccontare cos’ho visto. Me lo sentivo.

Quel posto sarà contrastato». L’uomo ha spiegato di aver ereditato dalla nonna il dono di prevedere il futuro. Qualche settimana fa, alla sua prima visita in via Cà Bassa, mostrò ai pellegrini un pendolino oscillante, segno a suo dire di una presenza «divina». Finché lunedì mattina non è tornato alla Bozzola per fare scorta d’acqua. «E’ stato un attimo - ha continuato a descrivere l’uomo - , quel tondo luminoso sembrava un mantello bianco. La Madonna aveva tra le mani l’ostia, non ricordo il volto mentre ricordo bene il profumo delicato che l’ha preannunciata. Si trovava proprio dove ci sono gli zampilli».

Nei giorni a seguire Mario non ne ha parlato con nessuno. Lo ha fatto invece il padrone del terreno, Ivo Pignatti. «Io non ho visto la Madonna quel giorno perché non le voglio vedere queste cose, sto lontano - dice il commerciante 80enne - , lascio che siano le persone a dire se e cosa è successo». Seimila le firme dei visitatori nelle ultime quattro settimane. Pignatti chiede a tutti una traccia scritta delle patologie risolte grazie ai presunti meriti dell’acqua. Lo fa per sicurezza, dice. «Non voglio convincere nessuno - aggiunge Mazzoni - , ma alla Prevosta c’è la Madonna. L’ho vista con i miei occhi».

Simona Bombonato

Ragusa, uccide il padre a sprangate: "Malato del gioco, mi rubava i soldi"

La Stampa

«Ossessionato dal Superenalotto» L'anziano usava i guadagni del figlio

MODICA (RAGUSA)


La malattia del gioco che affliggeva la vittima è stata la molla scatenante dell’omicidio avvenuto questa mattina, poco prima delle 7, in un’abitazione di via Egitto, a Modica Alta (Ragusa), dove un uomo ha ucciso il padre. Addosso al 73enne Emanuele Moncada, ammazzato a sprangate, infatti, i carabinieri hanno trovato numerosi tagliandi del Gratta e vinci. Così, i militari presumono che la lite sia scoppiata perchè Corrado Moncada, 47 anni, non tollerava più il vizio del gioco del padre che, a quanto pare, gli sottraeva di nascosto i soldi per provare la fortuna. Una situazione sempre più insostenibile, anche in considerazione delle non serene condizioni economiche del nucleo familiare. Le liti negli ultimi tempi, per questo motivo, si ripetevano sempre più spesso: ieri sera l’animata discussione aveva assunto tono più concitati e questa mattina il litigio era continuato, probabilmente perchè l’omicida si era accorto che gli mancavano soldi e che il congiunto aveva acquistato i tagliandi.

L’allarme è stato dato da alcuni vicini di casa che hanno avvertito i carabinieri e il 118. Quando l’ambulanza è giunta sul posto, però, per Emanuele Moncada non c’era più nulla da fare. L’assassino, ancora con la spranga insanguinata in mano e in stato confusionale, è stato arrestato dai carabinieri. Accusato di omicidio volontario, è stato rinchiuso nel carcere di Modica Alta. La malattia del gioco di Emanuele Moncada si era acuita negli ultimi tempi soprattutto per l’enorme montepremi del Superenalotto che la vittima giocava con assiduità. Emanuele era un netturbino in pensione. Il figlio fa il muratore. Entrambi abitano in una casa del centro storico di Modica e negli ultimi tempi i due litigavamo sempre più spesso perchè il genitore prendeva soldi, frutto del lavoro del figlio, per giocare oltre che al "Gratta e vinci" anche ad altre lotterie tra cui il Superenalotto. Ieri sera si era scatenata l’ennesima lite udita dai vicini. E la rabbia dev’essere covata per tutta la notte fino a stamani quando Corrado Moncada, fuori casa, è tornato a chiedere conto al genitore dei soldi spesi fino al raptus omicida.


La ricerca del sesso perduto

Il Tempo

Eliseu Pereira dos Santos, portoghese della Lazio, a margine della gara vinta con Elfsborg, s'è esibito in quello che a Roma chiamano lo "smucinamento".

 


La raccomandazione a noi maschietti nell'età fanciullesca era sempre la stessa: via le mani da lì! Già, quell'appendice strana che evocava curiose sensazioni, attirava un'attenzione che, crescendo, abbiamo perfettamente compreso. Il fatto è che Eliseu Pereira dos Santos, portoghese ventiseienne di colore, quell'età l'ha passata da un pezzo. Eppure, le mani «lì» continua a metterle come un monello. Chissà se è una abitudine delle Azzorre, la terra materna che gli ha regalato la pelle così scura.

O più semplicemente un fastidio improvviso, che - considerando quel che si dice dei ragazzi di colore - è diventato impellente malgrado fosse due sere fa davanti a 20.000 spettatori all'Olimpico.

Fatto sta che il centrocampista della Lazio, a margine della gara vinta con Elfsborg, s'è esibito in quello che a Roma chiamano lo «smucinamento». Copioso, prolungato, imbarazzante. Perché, per dirla alla De Andrè, oltre che per nani anche per gli uomini di colore la virtù meno apparente e più indecente, è proverbiale.

Censuratissimo ai bimbi, vietato - per decenza e bon ton - ai grandi, lo «smucinamento» è stato sdoganato senza se e senza ma dal portoghese. Magari non ci avrà pensato, Eliseu. O magari a casa sua si usa così. Chissà. Fatto sta che lui ha certificato una virilità non certo dubbia e nemmeno richiesta. Cosa che a Berlino, alla diciottenne Semenya, vincitrice degli 800, hanno imposto quelli della Iaaf, la federazione dell'atletica mondiale, scatenando col Sud Africa un incidente diplomatico che ha scomodato perfino l'Onu e i diritti umani. Salvo poi scoprire che - secondo i giornali tedeschi e svizzeri - la diciottenne è ermafrodita e che la federazione sud africana sapeva tutto. Storie di sport. Come a dire: a chi tanto e a chi niente. Forse.

Marco Cherubini

FOTO - La sequenza


Malore mentre cerca cibo Barbone muore nel cassonetto

Libero


È morto nel cassonetto. Un barbone di Ostia, sui 45 anni, stava rovistando tra i rifiuti alla ricerca di un po' di cibo o di qualche scarto che poteva tornargli utile, quando all'improvviso è stato probabilmente colto da un malore ed è morto finendo con metà corpo nel bidone. È successo a un clochard a Ostia Lido, il quartiere litoraneo di Roma, il cui cadavere è stato trovato oggi, dalla polizia, con una parte del corpo ancora nel cassonetto dei rifiuti. L'uomo, sui 45 anni e di carnagione chiara, era morto già da tempo, secondo i primi accertamenti fatti dagli operatori del servizio sanitario del 118.


La "perseguitata" del burqini? Una provocatrice

di Marino Smiderle

Prima il niqab, poi il burkini. Due missioni più o meno identiche, a distanza di un anno, e poi il medesimo sbocco mediatico: «Guardate come sono cattivi questi italiani che non rispettano la mia cultura». E giù paginate grondanti indignazione contro questi nemici del relativismo piazzati in posizioni strategiche come la custodia del museo Ca’ Rezzonico di Venezia e della piscina Santini di Verona.

Nel primo caso un guardiano rischiò il licenziamento perché fece notare a un’aspirante visitatrice che non si poteva entrare col volto coperto dal niqab, un velo che avrebbe potuto celare il volto di un delinquente. Nel secondo caso, capitato pochi giorni fa, a Najat Retzki Idrissi, 43 anni, marocchina, di professione «mediatrice culturale», è stato fatto notare che l’ingresso in una piscina comunale bardata come un sub avrebbe potuto spaventare i bambini e infastidire tutti gli altri.

«È sempre lei - ha tuonato Gianni Curti, presidente della cooperativa «Verona 83» che gestisce i servizi museali a Venezia - l’ho riconosciuta. Stessa tecnica, stesse conseguenze. Prima si avvicina coperta e poi, quando qualcuno le fa presente che i regolamenti non consentono di abbigliarsi in quel modo, lei chiama i giornalisti».

«Non è vero niente - ribatte la marocchina - non sono io quella che era a Venezia. Se questa persona dice che indossavo il niqab come ha fatto a riconoscermi, dagli occhi? Ho lavorato tutta la vita per l'integrazione, ho fatto la mediatrice culturale in tutti gli ambiti sociali, non sono una provocatrice, rispetto solo la mia religione, l'Islam e mi spiace che tutto questo stia accadendo proprio nei giorni del Ramadan».

Che il polverone scatenatosi dopo i due episodi sia lo stesso, è certo. Che ad alzarlo sia stata la stessa persona è controverso. È la parola di Curti contro quella della signora Retzki, che pur pretendendo il diritto di vestire il burqini in piscina, tiene anche a sottolineare il fatto di essere cittadina italiana (vive a Verona da una quindicina d’anni). «E non chiamatelo burqini - si inalbera - perché mi ricorda il burqa, che è un indumento afgano. Io porto il velo, come è scritto nel Corano».

«A Venezia non prendemmo le generalità della signora - aggiunge Curti - perché non abbiamo certo poteri di polizia. Ma mi dissero che si trattava anche allora di una mediatrice culturale, per giunta di Verona». Un indizio importante, anche se all’epoca le cronache dei giornali riferirono che la signora espresse in inglese le proprie rimostranze, quando Najat Retzki Idrissi parla perfettamente in italiano.

Vuoi vedere che siamo di fronte a un’attrice professionista? In senso tecnico, la risposta è sì. Perché tra i compiti di mediatrice culturale che svolge a Verona, la signora Retzki ha anche quello di attrice teatrale, nell’ambito, udite udite, del progetto culturale Reconcart finanziato dall’Unione europea e portato avanti dalla Fondazione Aida. «Reconcart si propone di promuovere una più profonda comprensione e conoscenza tra donne musulmane e no che vivono in Europa - si legge nel dépliant di presentazione - utilizzando le arti come mezzo per ottenere questa comprensione e condividerla con un pubblico più ampio».

«Hijab o del Confine», si chiama così la rappresentazione teatrale di cui la marocchina è tra le attrici e che ha come filo conduttore la tradizione del velo. Il punto è che l’Unione europea finanzia lodevoli iniziative di integrazione culturale che prevedono però che sia la piscina Santini di Verona ad accettare il burqini della signora Najat e non la signora Najat ad accettare il regolamento della piscina Santini.

E la signora che l’anno scorso voleva entrare a Ca’ Rezzonico con l’hijab sembra uscita dal copione di questi grandi progetti relativisti partoriti dagli illuminati politici di Bruxelles. Che poi le due signore siano la stessa persona, come sostiene Curti, o no, come giura Najat Retzki Idrissi, non sposta di un millimetro il nocciolo del problema: chi ha il Corano sul comodino pretende che anche in Italia siano gli italiani ad integrarsi con i musulmani.


Un’attrice teatrale specializzata in show sull’integrazione razziale


A destra Najat Retzki, la donna musulmana che sostiene di non essere stata ammessa in una piscina di Verona perché, invece del costume da bagno occidentale, voleva indossare il burkini mostrato nella foto. L’anno scorso stesso episodio all’ingresso dei Musei Civici a Venezia, dove - secondo la testimonianza di Gianni Curti, presidente della cooperativa «Verona 83» alla quale sono appaltati i servizi dei Civici Musei Veneziani - sempre Najat Retzki si sarebbe presentata (in compagnia di una giornalista) con il volto velato a caccia dell’ennesima provocazione. La signora Retzki è infatti una mediatrice culturale impegnata sui temi dell’integrazione razziale e i suoi spettacoli teatrali sarebbero proprio mirati a sensibilizzare l’opinione pubblica su questi argomenti.