martedì 25 agosto 2009

La bufala delle suore a 180 all'ora

Il Messaggero


di Veronica Langella

ROMA (24 luglio) 


Nessuna suora a 180 chilometri all'ora in autostrada per correre dal Papa. La notizia rimbalzata sabato scorso sulle agenzie e ripresa da molti quotidiani si è rivelata una bufala. 



La polizia non avrebbe fermato nessun gruppo di suore mentre si precipitavano ad Aosta, preoccupate per la salute di Benedetto XVI. Non c'è traccia di verbale di contravvenzione e le forze dell'ordine smentiscono ufficialmente. «Abbiamo pensato a uno scherzo», hanno protestato anche le suore salesiane torinesi quando hanno visto sui giornali la notizia.

E' stato il quotidiano Avvenire a dubitare per primo della vicenda, dedicando un'inchiesta allo “strano caso delle suore” e ripercorrendo a ritroso altri fatti curiosi o eclatanti di cui hanno parlato i quotidiani, ma mai verificati.


Come si diffondono allora queste notizie? Sarebbe tutta farina del sacco di una coppia di avvocati, Anna Orecchioni e Giacinto Canzona. La Orecchioni ha dichiarato all'Avvenire di «non avere in mano documenti o il verbale di accertamento della Polizia» e che il suo interessamento al caso, insieme al collega Canzona, sarebbe scaturito da una telefonata della suora multata. Poi più nulla, né verbali né avvocati (Canzona oggi non è stato possibile raggiungerlo).

I due legali non sarebbero nemmeno nuovi a vicende del genere, anzi avrebbero una predilezione per le notizie “curiose”, che hanno come protagonista i religiosi, meglio se condite da particolari divertenti e purtroppo molto spesso false. La procedura è sempre la stessa, che si tratti del prete fermato sulla Milano-Torino trovato positivo all'alcool test o della novizia punita dall'ex con la pubblicazione delle foto in topless su Facebook, di prove nemmeno l'ombra. I due legali sono l'unica fonte delle notizie, e le divulgherebbero sostenendo che sarebber gli stessi protagonisti (la suora, il prete etc) a rivolgersi a loro.


Lo stesso Canzona, scrive ancora l'Avvenire, è il protagonista di un fatto di cronaca “curioso” che anni fa ebbe la ribalta nazionale: il Senato accademico della Sapienza di Roma, annullò la sua laurea in giurisprudenza conseguita nel '96 con la motivazione di tempi troppo brevi (tre anni). Canzona prese un'altra laurea ma risultò che nel periodo intercorso tra una e l'altra lo studente aveva già cominciato a praticare la professione legale. Molto strano o 100% bufala.


L'avvocato, la donna obesa e easyJet Storia di una grande bufala

Il Messaggero

 

ROMA (25 agosto) - Era una «beffa clamorosa», una nuova bufala, la notizia della signora obesa costretta a comprare due biglietti per un volo easyJet perché un solo sedile non sarebbe stato sufficiente a contenerla. A denunciarlo è la stessa compagnia aerea low cost che in un primo momento si era invece scusata con la donna, certificando come vera quella che si è poi rivelata invece l'ennesima notizia falsa.


La storia. Il 22 agosto arriva ai giornali via agenzie questa notizia: ieri all'aeroporto di Bari un donna di 55 anni è stata costretta a comprare due biglietti su un volo easyJet per Roma perché troppo grassa per occupare un solo posto. La donna per tutelarsi, spiegavano le agenzie, si è rivolta all'avvocato Giacinto Canzona, già noto per aver diffuso diverse notizie eclatanti, tutte puntualmente smentite in seguito a più accurate verifiche.


I dubbi e la conferma. Nelle redazioni dei giornali, visti i precedenti di Canzona - che ogni volta appena cominciano ad arrivare le smentite si rende irreperibile - qualcuno si insospettisce. Poi arrivano le scuse di easyJet e la patacca acquista un indiscutibile "certificato" di verità.


La prima smentita dell'aeroporto. Poi però lunedì arriva una prima secca smentita. E' della Società aeroporti di Puglia: è tutto falso, ci hanno diffamato, ne risponderanno in tribunale, dice il direttore generale Marco Franchini.


La seconda smentita di easyJet. Oggi arriva la smentita di easyJet. «I fatti che avrebbero coinvolto la Signora Maria P., invitata dall'addetta del check-in easyJet a comprare due biglietti poiché troppo "voluminosa" per sedere su un solo sedile, non si sono mai verificati», si legge in una nota. Inizialmente la compagnia, «da sempre attenta ai bisogni dei passeggeri e in totale buonafede», si era preoccupata di porgere le più sentite scuse alla signora. Poi però «dopo aver indagato su quanto accaduto con la stretta collaborazione dei Dirigenti della Società aeroporti di Puglia, ha scoperto di essere stata vittima di una beffa clamorosa».


«Siamo esterrefatti per quello che è accaduto e per come easyJet e la Società aeroporti di Puglia, con la quale ci scusiamo, siano state raggirate. Stiamo valutando seriamente di tutelare in sede giudiziale i nostri interessi e il notevole danno alla nostra immagine che è derivato da questo episodio» sottolinea Thomas Meister, communication manager di easyJet, lo stesso che il 22 agosto si era scusato con la signora.


I precedenti. Non è la prima volta che l'avvocato Canzona - anche oggi irrintracciabile - sempre in coppia con Anna Orecchioni, si mette in evidenza per aver diffuso notizie bufala. Fra le patacche di Canzona si ricordano infatti le suore a 180 chilometri all'ora in autostrada per correre dal Papa (smascherata da Avvenire), il prete fermato sulla Milano-Torino e trovato positivo all'alcool test e la novizia punita dall'ex con la pubblicazione delle foto in topless su Facebook.


Chiude la casa-museo di Modì Al centro disputa tra fratelli

Corriere Fiorentino




La casa natale di Amedeo Modigliani che ospita un museo dedicato al pittore rischia la chiusura perchè l'immobile è una comproprietà fra fratelli. Uno rivuole il suo 50 per cento


LIVORNO - La casa natale di Amedeo Modigliani, due fratelli galleristi in lite tra loro e il museo dedicato al grande artista livornese che chiude i battenti sono gli ingredienti dell’ultima polemica scoppiata a Livorno. I due litiganti sono Guido e Giorgio Guastalla, il primo fiero oppositore, dalle fila del Pdl, del sindaco Alessandro Cosimi, il secondo suocero del primo cittadino. «Io non voglio sfrattare nessuno - spiega Guido Guastalla - semplicemente ho atteso la scadenza del contratto d’affitto, durato 12 anni, per dire a mio fratello che avrei voluto reimpossessarmi del 50% dell’immobile di mia proprietà».

L'APPARTAMENTO AL CENTRO DELLA QUESTIONE - È l’appartamento nella centrale via Roma 38, dove Modigliani nacque nel 1884, che nel 1991 fu acquistato dai Guastalla e che, soprattutto per iniziativa di Giorgio, è diventato una sorta di casa-museo. «Voglio farne - aggiunge Guido - il centro di riferimento degli studi e degli orientamenti su Modigliani nel mondo e trasformarlo anche nella sede di validazione e autenticazione sul mercato della sua opera; una realtà che attualmente non esiste e che vorrei fosse gestita da un pool internazionale di critici ed esperti». «Scopro ora che mio fratello vuole farci un centro studi su Modigliani - replica Giorgio - ma quando acquistammo la casa voleva darla in affitto a uno studio di commercialisti. In questi anni il museo ha funzionato solo grazie al mio impegno e ora devo chiudere. Almeno finchè non sarà risolta la querelle tra noi comproprietari».


La casa natale di Modigliani
La casa natale di Modigliani
I DUE FRATELLI NON SI PARLANO - I due però, che vivono sotto il tetto della stessa palazzina vicino alla casa-museo, neppure si parlano e la disputa legale potrebbe dunque avere tempi lunghi. Tutto ciò scoppia a 25 anni dalla famosa burla delle teste di Modigliani, scolpite con un trapano sulla pietra e gettate nei fossi da tre giovani studenti universitari, che nel 1984 trassero in inganno quasi tutto il gotha del mondo dell’arte.

Resta, però il controverso rapporto della città con Modigliani. «Spero che le istituzioni facciano finalmente di Livorno la città di Modigliani - auspica Gilda Vigoni, presidentessa della cooperativa Amaranta, che gestiva le visite guidate al museo - perchè solo così possiamo rendere attrattivo quell’appartamento che noi abbiamo tenuto aperto per due giorni a settimana per un anno intero senza mai ricevere un solo visitatore».

LE REAZIONI - «La chiusura della casa mi amareggia - commenta Carlo Pepi, noto collezionista e
Gli interni della casa
Gli interni della casa
studioso del maestro e tra i pochi a non credere all’autenticità delle tre teste ritrovate nei fossi di Livorno 25 anni fa- ma ricordo che mi dimisi nel 1990 perchè non condividevo quello che avveniva in questa istituzione». Anche Giorgio Guastalla chiede un maggiore impegno al Comune «dedicando a Modì una sala del museo civico con disegni e dipinti che si possono acquistare anche a cifre abbordabili. E magari in quel contesto esporre anche le teste della burla».

Già, perchè l’esposizione di quelle teste ha aperto un altro fronte: da una parte l’assessore alla cultura Mario Tredici che si è detto favorevole a una loro esposizione permanente, dall’altra il sindaco Cosimi che invece preferirebbe venderle. «Non possiamo intervenire su una questione privata - spiega il sindaco - ma è chiaro che, una volta superata questa impasse, il Comune è disposto a fare la sua parte. Così come per altri progetti di valorizzazione dell’opera di Modì, e di conseguenza della città, che magari coinvolgano anche mecenati privati, perchè spesso i costi dell’arte sono improponibili per le pubbliche amministrazioni».


Calcio, Lotito: «Alla Lazio non prendo giocatori che osservano il Ramadan»

Corriere della Sera


SPORT E FEDE DOPO IL CASO DELL'INTERISTA MUNTARI

Dopo il caso Muntari, il presidente confessa di non aver mai comprato calciatori con questo problema



Un mese di digiuno e preghiere mal si conciliano con l'allenamento e l'impegno domenicale sul campo di calcio. Ne è convinto il presidente della Lazio, Claudio Lotito, che per evitare il «problema», ha detto di non volere in rosa giocatori musulmani che osservino il Ramadan. Sollecitato dai giornalisti a giudicare il caso di Sulley Alì Muntari - centrocampista dell'Inter sostituito dopo mezz'ora per la prova negativa che, secondo Mourinho, era da imputare all'inizio del Ramadan - il patron della Lazio ha detto: «Rispetto la libertà religiosa e i comportamenti con cui si esprime, ma cerco di prevenire cose che possono ritardare la preparazione o lo svolgimento delle gare. Non ho mai trattato giocatori che abbiano questo problema» ha sottolineato Lotito al termine dell'assemblea di Lega a Milano.

ZAMPARINI: «NON E' UN PROBLEMA» - Una presa di posizione che è destinata a suscitare polemiche. Ma Lotito, abituato ad essere diretto, non si tira indietro. E l'assemblea di Lega a Milano è l'occasione per sentire l'opinione di alcuni dei patron della serie A. Di parere opposto a Lotito, il numero uno del Palermo, Maurizio Zamparini, secondo il quale il Ramadan non è un problema. «Siete voi che esasperate le situazioni», ha detto rivolto ai giornalisti. Il presidente del Chievo Luca Campedelli ha raccontato che «alcuni anni fa avevamo un ragazzo delle giovanili musulmano, ma non era un problema, perchè il Ramadan arrivava d'inverno, quindi faceva scuro presto e c'era modo di allenarsi». Infine il patron del Livorno, Aldo Spinelli, secondo il quale il Ramadan «è un problema perchè devono mangiare solo frutta dall'alba al tramonto, quindi non hanno le sostanze indispensabili per allenarsi e giocare».

IL CASO MUNTARI - La questione è tornata d'attualità nel mondo dello sport con il caso Sulley Alì Muntari. Il centrocampista ghanese dell'Inter è stato sostituito domenica scorsa dopo mezz'ora contro il Bari nella prima gara di campionato perchè, ha spiegato il tecnico Josè Mourinho, «ha un problema con il Ramadan». Mourinho aveva imputato la prova negativa di Muntari contro il Bari al Ramadan: proprio quel giorno, infatti, era iniziato il mese sacro ai fedeli di Allah, in cui non si mangia e non si beve dall'alba al tramonto.

LA RASSICURAZIONE DEL PREPARATORE - Muntari ha risorse fisiche e caratteriali più che sufficienti per continuare a giocare nell'Inter anche durante il Ramadan. La rassicurazione arriva da Stefano Tirelli, preparatore del ghanese quando questi si allena con la sua Nazionale. «Non tutti reagiscono allo stesso modo alle privazioni. Alcuni hanno meno energia, altri, come Muntari, suppliscono con risorse caratteriali, emotive e genetiche».


Uno scialle per entrare in chiesa

Il Secolo XIX



Nella stagione della polemica del burqini a Verona e in tempi in cui i supersindaci tentano di riportare l’antico decoro delle città a suon di ordinanze, in diverse chiese genovesi sono comparsi cumuli di piccoli lenzuoli, quadrati di stoffa - per lo più di recupero - da far indossare ai fedeli o ai turisti perché - coprendosi - non offendano lo spazio sacro e l’altrui sensibilità. Sono i cosiddetti “scialli del rispetto”. Tutto è iniziato l’anno scorso nella Cattedrale di San Lorenzo e, successivamente, al Santuario della Madonna della Guardia; ora, da circa un mese, i foulard sono comparsi anche a San Bartolomeo della Certosa. Disposizioni del vescovo? Una linea c’è, ma a detta dei parroci a chiedere rispetto e decoro sono soprattutto fedeli indignati.

Luogo comune vuole che siano più le donne, a eccedere in arditezza d’abiti. O meglio, lo scandalo, da che mondo e mondo, è legato all’esposizione del corpo femminile. «A parte le scollature di alcune frequentatrici occasionali, che sono frequenti, ci sono anche le “mise” di molti uomini, che non si sposano con l’ambiente sacro - spiega il rettore del Santuario della Madonna della Guardia monsignor Marco Granara - e che indossano braghette e vistose catene al collo, perfino persone che si presentano a torso nudo come se fossimo alla spiaggia».


Malata di Sla guarisce nelle acque di Lourdes

di Redazione



Torino - "Preferisco parlare di un dono, di una grazia, non di miracolo". Nelle parole di Antonia Raco, la donna di Francavilla sul Sinni affetta da Sla che, dopo un viaggio a Lourdes, ha ripreso a camminare, tutta la commozione di chi, davanti al Mistero, lo riconosce e lo porta a testimonianza ovunque vada. 

Alla donna era stata diagnosticata la Sla nel 2004. Dal 2006 aveva smesso di camminare ma lo scorso 5 agosto, al ritorno dal viaggio a Lourdes, ha ripreso tutte le attività motorie che la malattia le aveva precluso. "Non è spiegabile con i mezzi di cui scientificamente dispongo", ha commentato il neurologo Adriano Chiò delle Molinette di Torino. 

L'incapacità della scienza Davanti al miracolo la scienza frena e scopre i propri limiti. Il medico, che ha in cura la signora dal 2006, ha spiegato: "A giugno, quando ho visitato la signora, non era in grado di camminare, ma solo di sollevarsi dalla sedia a rotelle e stare in piedi con un appoggio. Ora cammina normalmente e senza stancarsi e le è rimasto solo un leggero disturbo alla gamba sinistra, da cui era partito il male. Non ho mai osservato una situazione del genere in malati di sla. la diagnosi era inequivocabile: la signora aveva una forma di sla a lenta evoluzione. 

Una malattia che può rallentare e al massimo fermarsi, ma che non crediamo possibile che migliori, perchè intacca i neuroni irreversibilmente". "È un fenomeno che io stesso impiegherò del tempo a elaborare", ha continuato il neurologo Chiò spiegando di aver "disposto che vengano ripetuti alcuni esami che la signora ha effettuato in Basilicata come la spirometria, l’elettromiografia, gli studi dei potenziali evocati". 

"Ma quello che abbiamo visto per ora è una regressione della malattia, che scientificamente crediamo impossibile in pazienti affetti da Sla". Il neurologo, restio a usare il termine "miracolo", ha sottolineato che quella di stamattina "è stata una visita di controllo programmata da tempo. Stenderò una relazione clinica come al solito, ma non era una visita per accertare un miracolo. Di questo si occupano le autorità ecclesiastiche". 

Ora guarda al futuro La paziente, che ha, poi, fatto ritorno a casa a Francavilla sul Sinni (in provincia di Potenza), continuerà comunque a essere seguita al centro Sla delle Molinette di Torino, dove è in cura dal 2006. "Dal 5 agosto - ha raccontato la signora - quando ho sentito la voce che mi diceva di alzarmi, non ho più usato la sedia a rotelle. Solo la prima volta che sono uscita, perchè volevo prima consultarmi con il parroco". "A Lourdes - ha aggiunto - ero andata con la diocesi (di Tursi e Lagonegro, ndr) anche per pregare per tante persone, soprattutto per una bimba di 5 anni che è più grave di me. Il viaggio l’ho fatto in barella, sul Treno Bianco dell’Unitalsi". 

Il bagno nella vasca santa Al primo agosto risale il bagno nella vasca benedetta: "In acqua ho sentito una voce che diceva di farmi coraggio e come qualcuno che mi sollevava, e ho capito che stava accadendo qualcosa. A casa, il 5 agosto, è tornata la voce. Diceva: dillo a tuo marito. Allora davanti a lui io mi sono alzata, ho fatto una giravolta e gli sono andata incontro". "Ora cammino, non sono mai stanca e non sento dolore - ha concluso prima di andarsene - È come se avessi avuto una seconda possibilità".


Wikipedia cambia: più controlli per le voci sui viventi

Corriere della Sera

Adottato il sistema di verifica già attuato per la versione tedesca dell'enciclopedia online


WASHINGTON - Wikipedia cambia regole per essere sempre più affidabile: gli aggiornamenti degli articoli sulle persone vive nell'edizione in inglese saranno sottoposti al controllo di alcuni collaboratori particolarmente esperti. È una delle novità introdotte dalla Wikipedia Foundation, l'organizzazione che regola una delle maggiori enciclopedie on-line, tra le più cliccate al mondo. Lo ha scritto il New York Times, sottolineando come queste modifiche, che ricalcano quelle compiute dalla versione in tedesco, saranno discusse alla prossima Wikimania Conference, in programma a Buenos Aires.

TRASFORMAZIONE EPOCALE - La revisione in questione, nella versione tedesca dell'enciclopedia online è affidata a circa 7.500 editor abilitati. Sempre secondo il New York Times il nuovo sistema rappresenta un passaggio epocale, perchè in questo modo la natura di «Wiki» si trasforma da «orizzontale» a «verticale», con la distinzione netta fra due tipi di utenti: quelli di cui ci si può fidare e tutti gli altri.






Due tedeschi imbrattano treni a Cadorna De Corato: «Stop al turismo dei writer»

Corriere della Sera

i ragazzi sono stati bloccati in via Machiavelli dopo un inseguimento di 15 minuti

Arrestato per resistenza un 22enne italiano che si è opposto ai carabinieri. Rischiano fino a 6 mesi di carcere

 


MILANO - Sono stati sorpresi a disegnare graffiti sui vagoni fermi nella Stazione Cadorna di Milano. Una residente però ha chiamato i carabinieri, che li hanno inseguiti e fermati. I writer sono due studenti tedeschi di 18 e 19 anni e un italiano di 22: quest'ultimo è stato fermato per resistenza a pubblico ufficiale. E per tutti e tre è scattata la denuncia per danneggiamento. L'episodio è avvenuto alle 3 del mattino di martedì in via Mario Pagano.

Dopo la telefonata ricevuta dalla centrale operativa è arrivata sul posto una «gazzella». I tre sono scappati lungo i binari inseguiti dai militari per circa 15 minuti fino a quando i writer non si sono rifugiati in un palazzo in via Machiavelli. Il 22enne ha tentato di fermare i militari chiudendo loro contro il portone e per questo è stato poi accusato di resistenza. I carabinieri nei loro zaini hanno trovato bombolette spray e macchine fotografiche con cui avevano immortalato le loro opere d'arte. Adesso, oltre a rispondere delle accuse, dovranno pagare 450 euro di multa.

DE CORATO: «CARCERE FINO A 6 MESI» - «Questo turismo dall'estero alla rovescia di giovani che vengono in Italia solo per danneggiare e sporcare Milano deve finire», è il commento del vicesindaco Riccardo De Corato, che sottolinea: «Hanno calcolato male gli effetti della loro bravata, perché in virtù delle nuove disposizioni in materia di sicurezza entrate in vigore lo scorso 8 agosto sono i primi writer a rischiare la reclusione fino a sei mesi, in quanto il deturpamento è avvenuto su mezzi di trasporto pubblici. E saranno giudicati dal Tribunale, senza sconti e conciliazioni, come è avvenuto in passato quando questo reato era di competenza dei giudici di pace».

I PRECEDENTI - «Solo venti giorni fa - spiega De Corato - erano stati presi di mira i depositi dell'Atm di Rogoredo, anche in quel caso da due writer tedeschi. Ma in precedenza c'erano stati altri casi di questo incivile fenomeno del graffitismo internazionale: 4 writer spagnoli sorpresi nelle gallerie della linea 3, un tranviere aggredito in via Anassagora. Ora constatiamo che anche i convogli delle ferrovie Nord sono considerati ideali 'location' per questi vergognosi assalti notturni». «Il Comune di Milano - sottolinea De Corato - continuerà da parte sua la battaglia nei tribunali, dove è parte civile in ben 7 processi. E grazie al Nucleo tutela decoro urbano continuerà a sanzionare i writer (74 multe da 450 euro nei primi sette mesi dell'anno) e a segnalarli (51 le denunce) all'autorità giudiziaria».



Immigrati, è scontro Lega-Vaticano Monsignor Vegliò: «Calderoli offende»

Corriere della Sera 


L'esponente leghista aveva accusato il presule di parlare a titolo personale. Il presidente del Pontificio consiglio per i Migranti: «Dal ministro parole inaccettabili»



CITTÀ DEL VATICANO - È scontro tra la Lega e il Vaticano sugli immigrati. A sollevare le polemiche la tragedia degli eritrei nel Canale di Sicilia e le successive dichiarazioni di esponenti del Carroccio e della Santa Sede. In una dichiarazione diffusa alla stampa monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti, ha ora spiegato che le parole del ministro Roberto Calderoli sono «inaccettabili e offensive, quasi che io - si legge - sia responsabile della morte di tanti poveri esseri umani inghiottiti dalle acque del Mediterraneo».

Tre giorni fa l'esponente leghista, difendendo la linea del governo sulla lotta all'immigrazione clandestina aveva detto che «solo un messaggio chiaro» può fermare i viaggi «della disperazione, che, purtroppo, hanno portato a morire, nelle acque del canale di Sicilia, tanti, partiti anche sulla base dei messaggi dell'opposizione o di monsignor Vegliò».

Le parole del ministro della Semplificazione erano arrivate dopo che il presidente del pontificio consiglio per i Migranti, davanti alla tragedia del Canale di Sicilia in cui sarebbero morti 73 eritrei, aveva espresso il suo «dolore» per «il continuo ripetersi» delle morti in mare e aveva esortato le «società sviluppate» a «rispettare sempre i diritti dei migranti» e a non «chiudersi all'egoismo». «Mai sono stato contraddetto dalla Santa Sede», «mai sono stato contraddetto dalla Conferenza episcopale italiana» e «come capo dicastero ho il grande onore di fare dichiarazioni a nome della Santa Sede» ha voluto precisare Vegliò rispondendo direttamente al ministro leghista.


LA POLEMICA -Nell'intervista rilasciata a Radio Vaticana in seguito alla sciagura nel Canale di Sicilia Vegliò aveva anche sottolineato che, a suo avviso le società «cosiddette civili», sono sempre più egoiste, al punto da preferire, in casi estremi, di condividere i propri beni con gli animali domestici piuttosto che con lo straniero. Dopo l'intervista Calderoli aveva tra l'altro sottolineato che «le parole sugli immigrati pronunciate da monsignor Vegliò non sono quelle del Vaticano e della Cei da cui, anzi, spesso, lo stesso Vegliò è stato poi contraddetto». «La mia dichiarazione - ha voluto ora precisare il presule - partiva solo da un fatto concreto, tragico: la morte di tante persone, senza accuse, ma chiamando tutti alla propria responsabilità».


G8, la Corte europea: "Giuliani fu ucciso per legittima difesa"

di Redazione



Strasburgo - Mario Placanica si è difeso. Il carabiniere che nel luglio del 2001 uccise Carlo Giuliani durante il G8 di Genova ha agito per legittima difesa. Questo è quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo in una sentenza resa pubblica oggi. I giudici di Strasburgo hanno quindi accettato la versione delle autorità italiane su come si sono svolti i fatti inerenti la morte del giovane. Secondo la sentenza, infatti, il militare che sparò a Giuliani non è ricorso a un uso eccessivo della forza, ma ha risposto a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei suoi colleghi. 

L'ordine pubblico La Corte ha dato invece ragione ai familiari di Carlo Giuliani riconoscendo come l’Italia avrebbe dovuto svolgere un’inchiesta per stabilire se il fatto potesse essere ascrivibile a una cattiva pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico. Per questo i giudici hanno stabilito che lo Stato dovrà risarcire 40mila euro ai genitori di Carlo Giuliani. Infine i giudici di Strasburgo hanno ritenuto che, a differenza di quanto sostenuto dalla famiglia Giuliani, il governo italiano abbia cooperato sufficientemente con la Corte, consentendo di condurre un appropriato esame del caso. Nessuna violazione, dunque, dell’articolo 38 della convenzione che impone agli Stati contraenti di fornire tutte le informazioni richieste dai giudici di Strasburgo.

Cacciato a schiaffi con il mare a forza 7» «A me il posto lo hanno dato. Pagando»

Corriere della Sera


Aumentano le testimonianze dopo il caso dello Yacht crivellato e la denuncia del medico
Nuovi racconti dei lettori su quanto succede nel porto di Calvi. E un impiegata della Capitaneria: «Altri casi»



MILANO - L'episodio del medico cacciato in malo modo dal porto di Calvi dopo essere anche stato gettato in mare da addetti della società che gestisce le banchine non sembra essere isolato. Altri lettori hanno scritto a Corriere.it raccontando esperienze analoghe. E che in quell'approdo la gestione dei posti barca sia amministrata spesso con metodi sbrigativi da parte del personale addetto lo conferma in un’intervista all'agenzia Rcd un’impiegata della Capitaneria - che vuole restare anonima - mentre il comandante del porto, Bertrand Mariani, rifiuta di parlare con la stampa italiana.

«Ancora il 21 agosto - ha detto l'impiegata - si è verificato un episodio simile a quello denunciato dal medico italiano. Una barca con regolare prenotazione è stata cacciata dal posto assegnato. Solo dopo lunghe trattative e polemiche è stato trovato in porto un nuovo posto e si è così evitato che l’imbarcazione dovesse riprendere il mare» (ascolta l'audio). Nessuna responsabilità, sostiene l’intervistata, è da attribuire al Comandante Mariani, la gestione degli addetti agli ormeggi sarebbe in mano al vice comandante George Hevy.

«SCHIAFFI E CIME TAGLIATE» - Ci sono poi le nuove testimonianze pervenute al Corriere. Carlo Guerrieri, ad esempio, segnala come l'11 luglio scorso lui e un amico, entrambi settantenni, abbiano subito un analogo trattamento: «intimazione a lasciare il porto nonostante il vento a 35/40 nodi e il mare a forza 6/7 con la nostra barca di soli 7 metri e 50 e la disponibilità di almeno altri tre posti sulla stessa banchina».

Al tentativo di avere spiegazioni, spiega il lettore, «viene replicato con il taglio delle cime di ormeggio, lo strappo del cavo di alimentazione elettrica, un calcio dall'alto della banchina fortunatamente non andato a segno, schiaffo in pieno volto al mio amico, abbordaggio da un gommone a prua per liberare la barca dal corpo morto e traino fuori dal porto». Secondo il signor Guerreri, a coordinare il tutto ci sarebbe stato l'«adjoint» ovvero «il vice comandante della Capitaneria con tanto di divisa».

Il settantenne italiano ha contattato la gendarmerie che lo ha invitato a sporgere denuncia. Cosa che il lettore ha fatto, segnalando il caso a tutte le autorità competente e anche alla stampa locale. «La sola risposta finora pervenuta - fa ora notare - è stata quella del ministero dell'Ecologia competente per gli affari marittimi, che ha qualificato il fatto come atto grave ed incivile, invitandomi ad inoltrare denuncia al procuratore della Repubblica di Bastia, ciò che ho fatto». Non trattandosi di episodi isolati, Guerreri invita a «una presa di posizione da parte delle autorità consolari italiane».

«PAGANDO IL POSTO C'E'» - Episodio che fa riflettere è anche quello capitato a Massimiliano Spina, che con il personale del porto di Calvi ha avuto a che fare il 6 luglio e nei giorni seguenti. Lui a piazzare la barca c'è riuscito. Ma a caro prezzo. «Con il Mistral in arrivo mi sono affrettato a cercare un rifugio sicuro. Al telefono mi dicono: "non accettiamo prenotazioni telefoniche, monsieur, venga qui e le cerchiamo un posto"».

Così fa. Ma nonostante l'attesa che si protrae di due ore in due ore, il posto non si materializza. «Ascolto decine di chiamate radio come la mia - racconta ancora il signor Spina -, tutte barche fuori dal porto che vorrebbero entrare e a tutti viene detto per ora niente posto, i posti sono prenotati dall?inverno scorso: bisogna aspettare!». Tuttavia il vento è già teso e non ci sono più possibilità di rimettersi in mare.

«Un amico su un'altra barca - racconta il lettore -, stremato anche lui dalle continue chiamate e rinvii via radio, decide di chiamare per telefono, offrendo alla sconosciuta signora della reception un regalino se le avesse trovato un posto. Il posto miracolosamente salta fuori all'istante. La signora si raccomanda di non chiamare via radio per non farsi sentire e il mio amico ormeggia alla banchina d'onore». «Tengo famiglia - aggiunge - e non potevo passare 5 giorni alla fonda fuori dal porto (il Mistral in genere tanto dura), quindi chiedo al mio amico di vedere cosa poteva fare anche per me una volta dentro.

Così ha individuato uno dei "capetti" e gli ha chiesto se avesse potuto trovare un posto anche per me. Risposta testuale del capetto: "Si, ma il suo amico me la da una mancia sostanziosa o no? Perché altrimenti il posto non c?è". Il lettore accetta suo mlagrado e il posto, dopo versamento di 100 euro, salta fuori. «Ma i posti non erano prenotati dall?inverno? Volevamo restare 5/6 giorni, ma la tangente valeva 3 giorni, poi la signora della reception pretendeva che tornassimo a "versare" altri 50 euro a barca.

Cosa che puntualmente siamo stati costretti a fare al terzo giorno, per assicurarci altri 3 giorni. Al 6° giorno però la signora non era in turno e non poteva più "proteggerci", così si è materializzato il capo del porto in persona chiedendo al mio amico di lasciare l'ormeggio. Altra mancia pure a lui e, guarda caso, non c'era più bisogno di liberare il posto».


Capri, chiusa la Grotta Azzurra: schiuma bianca e maleodorante, sviene marinaio

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO.IT

Il fenomeno è al vaglio dei biologi e dei tecnici dell’Asl 


NAPOLI - Ancora un colpo durissimo per il simbolo di Capri, la Grotta Azzurra prima invasa da liquami, poi lambita da una coltivazione di marijuana. Stavolta, però, il colpo è letale. Una striscia di schiuma bianca maleodorante è penetrata all’interno dell'antro e ha reso l'atmosfera irrespirabile. Si è così deciso di interrompere le visite frequentissime e chiudere l'ingresso. Un marinaio ha avvertito anche un malore e sono stati chiamati i tecnici dell'Asl.

AL LAVORO I BIOLOGI - Il fenomeno è ora al vaglio dei biologi e dei tecnici dell’Asl che sono arrivati immediatamente nella zona dove stanno effettuando i prelievi sia nello specchio d’acqua antistante che nella stessa Grotta. Insieme ai tecnici dell’Asl anche i marinai della Capitaneria di Porto che hanno avviato un’inchiesta. Nei giorni scorsi, liquami fognari erano stati riscontrati nell’area della Grotta azzurra mentre successivamente un ristoratore fu sorpreso, sempre nell’isola azzurra, a sversare bottiglie di vetro in mare.



L’ex terrorista ci fa la morale su Gheddafi

di Renato Farina


Questa Italia è incredibile. Le Frecce Tricolori volteggeranno sul cielo di Tripoli. Sarà un risarcimento. Riguarda una vecchia storia di cui scriverò tra un attimo. Risultato: proteste scalmanate. Si accusa il nostro governo di essere complice del «terrorista» Gheddafi perché gli manda aerei non per tirare missili ma fiori colorati. Il motivo: il Gran Beduino (dichiara Donadi dell’Italia dei valori) «ha accolto un terrorista, autore ventun anni fa di una strage, come un eroe». 

E il campione di questo fuoco di giusta indignazione morale contro il reintegro nella vita civile di un terrorista malato terminale di cancro (che si proclama innocente) è un campione del terrorismo, Sergio D’Elia, il quale forse non ha avuto le ovazioni con cui è stato accolto a Tripoli l’assassino di Lockerbie, Abdelbaset Ali al-Megrahi, certo. Ma Megrahi per lo meno non è stato ancora fatto deputato, e non si è messo a tuonare contro il Parlamento italiano che ha accolto nel suo seno (la volta scorsa) un terrorista, pentito senz’altro, ma forse non deve essere lui il campione che nega redenzione al prossimo. 

Sia chiaro. A noi non piace affatto il regime di Gheddafi. Se Berlusconi va il 30 agosto, accompagnato dai nostri caccia, a Tripoli per l’anniversario del trionfo del Supremo Donatore di Cammelli, lo fa perché gli tocca. Ma fa bene. Fa benissimo. Non va a omaggiare il Capo, ma quel popolo, che volenti o nolenti ha per leader il Colonnello, che è certo un dittatore, ma bisogna decidersi: si deve avere una politica che accompagni i popoli alla democrazia, tendendo la mano, o si deve dar guerra simbolica e magari poi con il piombo fuso a tutti coloro che non rispettano i canoni della democrazia occidentale e i diritti umani alla nostra maniera? 

Gheddafi ha rinunciato a costruire la bomba atomica, e ne aveva la possibilità. Si è distanziato da Al Qaida, subendone minacce. Poi dice sconcezze sull’Occidente. Ma fingere di non capire lo spostamento della sua politica, rinunciare a una possibile collaborazione anche nel senso dei diritti, sarebbe una stupidità proprio per chi ha bisogno, la solita fanfaronata senza intelligenza, a misura della propaganda di chi si erge a campione dei diritti umani, ma solo quelli che dice lui.
Colpisce la polemica, violenta, di Sergio D’Elia, leader di «Nessuno tocchi Caino», un’associazione benemerita che lotta contro la pena di morte. 

D’Elia, che è un uomo capace di forti sentimenti, si scandalizza. Trasforma il nessuno tocchi Caino nel nessuno parli a Gheddafi. Si noti. Sergio D’Elia è stato condannato per concorso in omicidio, è stato leader terrorista di Prima linea. Poi deputato e membro della presidenza della Camera dei deputati per conto del Partito radicale. Uno può redimersi, e fa bene a dire quello che pensa. Ma dovrebbe stare attento a considerare colpevole per sempre un altro, quando lui ha avuto per se stesso la riabilitazione e il seggio parlamentare. Parli pure, ovvio, D’Elia: ma non per impiccare gli altri alla corda della cattiva reputazione alla quale lui si è sottratto. 

Noi non giudichiamo lui ora (è bastato il Tribunale), ha ogni diritto civile, ma criticare come complice di dittatura un governo perché manda degli aerei in un Paese diventato amico, dopo che fu nostra colonia, sfiora il grottesco. Per una volta che un Paese spedisce l’aviazione non a bombardare la gente, ma a disegnare la bandiera verde e bianca e rossa, si scandalizzano lo stesso questi campioni degli anni di piombo, pentiti, ma sempre in prima linea a tirare fuori dal sacco i loro pensieri di propaganda contro il nemico politico italiano.

Conviene ricordare un fatto. E qui siamo al discorso del risarcimento. La prima missione aerea di ricognizione in guerra della storia spetta agli italiani. Accadde - ricorda Renzo Paternostro - nel pomeriggio del 23 ottobre 1911: durante la guerra contro l’Impero ottomano, l’aereo pilotato dal capitano Piazza compì un volo di ricognizione su Tripoli, in Libia. Anche l’invenzione del primo bombardamento con un aereo spetta agli italiani: il 1° novembre 1911, il tenente Giulio Gavotti, con il suo Taube, lanciò una granata da due chilogrammi sul campo ottomano di Ain Zara, in Libia. In quello stesso volo furono lanciate altre granate su tre oasi di Tagiura. Seguì la teorizzazione da parte di generali italiani - non fascisti, ma giolittiani - della tecnica del bombardamento sulle città per incutere terrore. 

A questo punto, visto il riconoscimento delle colpe per l’occupazione della Libia, offerto da Berlusconi al popolo libico nelle mani del suo leader, ci sta questo ribaltamento di prospettiva aviatoria: i nostri aerei come spettacolo non già militare ma come offerta di bellezza e biglietto da visita di amicizia messo nelle mani del popolo libico.

Vorrei dire qui una cosa sui diritti umani. Essi sono indivisibili. Ed il primo di essi è quello alla vita. Gheddafi lo ha calpestato favorendo attentati terroristici orrendi, specie Lockerbie (270 morti). Ha riconosciuto la colpa, il Paese ha pagato con l’embargo, ora sembra invece giustificare l’orrore come inevitabile reazione a un altro terrore. 

Le vecchie tesi della sinistra per giustificare il terrorismo contro Israele. La nostra diplomazia - Berlusconi e Frattini in testa - saprà certo far valere la forza del vero. Un’ultima cosa. 

Il giorno della discussione in Parlamento del trattato con la Libia, Rocco Buttiglione sostenne, come i radicali, l’orrore di un accordo contro chi nega i diritti umani: la Libia. La Libia considera l’aborto un crimine e non lo legalizza. L’Italia invece lo consente. Autorizza una strage, nega i diritti umani di un bambino nascituro. Io la penso così. Non mi piace questo uno a uno nella partita dell’orrore tra Libia e Italia. Ma cerchiamo di arrivare insieme, anche con le Frecce Tricolori, allo zero a zero di umanità violata.