sabato 29 agosto 2009

Ho portato le prove alla Guardia di Finanza: non è successo nulla...»

Il Giornale

Racconta Franco Bechis sul suo blog: Alberto Grotti era vicepresidente dell’Eni. Fu coinvolto nello scandalo Enimont e pagò con il carcere. Uscito, un giorno, vide un articolo di «Repubblica» che ritenne diffamatorio. Pensò di fare causa. Ma non aveva i soldi. Li chiese all’anziana madre. Lei mise in vendita una casa che aveva a Roma, quartiere Parioli. L’ha comprata Ezio Mauro, direttore di «Repubblica». Grotti con quei soldi - i soldi di Mauro - ha fatto causa a «Repubblica». Ecco la trascrizione della telefonata tra Franco Bechis, direttore di «Italia Oggi», e lo stesso Alberto Grotti.

Alberto Grotti: «Com’è rimasta quella causa? Com’è rimasto il buon Ezio Mauro... Così è rimasta, cioè Ezio Mauro ha detto che non voleva che gli rompessimo i c.... Quella casa fu pagata due miliardi e centocinquanta milioni nel 2000. Di questa somma ottocentocinquanta milioni non furono dichiarati per motivi fiscali. Ma furono pagati da Mauro con assegni da 20 milioni l’uno e uno da 10 milioni. (Ndr: I Grotti contestano in giudizio la percentuale trattenuta dal commercialista che aveva fatto la mediazione). Guardi io ho tutti gli assegni in nero e su quel nero si è fregato dei soldi il commercialista. C’è una causa in corso... Il commercialista si chiamava Dino Cerrone... e si è fregato 830 milioni di lire prendendoli tutti dai soldi di Ezio Mauro - pagati in nero - perché lui aveva l’occasione, diceva lui - di fare un’operazione lenta, graduale... per non compromettere... Guardi è una cosa di una tristezza infinita perché i giudici non ne vengono mai a capo. Appena sentono Ezio Mauro...».
Franco Bechis: «No infatti, guardi, è una cosa incredibile...».
Grotti: «Vabbè, cosa vuole...».
Bechis: «Senta una cosa, a vendere la casa era stata sua mamma?».
Grotti: «Mia mamma che ha venduto la casa si chiama Dima Girardi».
Bechis: «Ma a comprare è stato per metà solo Ezio Mauro...».
Grotti: «Metà l’ha comprata Ezio Mauro... l’altra metà una certa Girardi - guardi che coincidenza - che è la compagna di Ezio Mauro. Io le dirò come sta evolvendo la situazione... So che c’è una causa ancora lì... cioè: è una causa di mia mamma contro il commercialista. C’è una causa di mia madre contro chi le ha fregato i soldi... cioè una banca, il Credito Bergamasco... perché poi ci furono dei movimenti... guardi è una situazione che non finisce mai. È difficile seguirla... la cosa che noi sappiamo è che abbiamo perso su quell’appartamento tutti i soldi derivanti dal nero di Ezio Mauro...».
Bechis: «Be’, però erano un nero fatto con degli assegni... insomma una certa traccia dell’entità di quel nero c’era...».
Grotti: «Noi abbiamo tutti gli assegni notarizzati, con il timbro del notaio e su quello, nonostante abbiamo presentato alla Guardia di Finanza, eccetera, non è successo nulla, di nulla, di nulla... altro che Berlusconi, non mi faccia dire...».

Conclude Bechis: quella causa oggi è ancora aperta. Come tutte le cause civili con il commercialista che naturalmente si è difeso dalle accuse dei Grotti.

Avviso appeso alle macchinette del caffè: "In ufficio vietati tacchi e minigonne"

Il Giorno

VARESE / DIRETTIVA AI DIPENDENTI PUBBLICI
Il Comune di Tradate stila un "decalogo del decoro" per regolare l'abbigliamento dei dipendenti. Ancora non sono scattate multe


Varese, 28 agosto - Ognuno è libero di vestirsi come desidera. Se, tuttavia, si lavora in uffici pubblici, meglio evitare minigonne, tacchi vertiginosi, calze a rete, scollature così profonde da lasciar poco all’immaginazione. Preferibile anche usare colori tenui, magari pastello. È il Comune di Tradate, in provincia di Varese, a stilare un singolare decalogo del "decoro" rivolto ai suoi circa 70 dipendenti.

Agli uomini si raccomanda di preferire "maglie e camicie di sobrio colore, senza stravaganti fantasie che possano dare adito a criticità di natura comportamentale". Alle donne, invece, "abbigliamento serio evitando abiti molto scollati e gonne esageratamente corte".  La direttiva è contenuta in un documento appeso accanto alle macchinette per il caffè e bibite e fa riferimento a una circolare firmata dalla segretaria comunale Carmela Pinto e dall’assessore Filippo Renna. Il provvedimento sta già surriscaldando il dibattito tra i corridoi pur giungendo proprio nel periodo più meteorologicamente caldo dell’anno.
Per ora non sono previsti provvedimenti disciplinari a carico dei trasgressori, anche se il nuovo decalogo per qualcuno "ha il sapore di proibizionismo e di una diminuzione della libertà individuale".  Non è la prima volta che il Comune di Tradate adotta provvedimenti del genere: nel 2007 tramite lettera ufficiale invitava "tutti i dipendenti a un corretto e dignitoso abbigliamento". "È stata fatta una lettera di richiamo a luglio - spiega Renna -. Si erano rilevate delle incongruenze nel vestiario non consono per il posto che si occupa. Il sindaco mi ha fatto presente che qualcuno veniva vestito con i ‘pinocchietti' , pantaloni corti o alla zuava. Ho semplicemente condiviso la questione".

fonte Agi

La rabbia dei moralisti smascherati

di Vittorio Feltri

I nemici del Giornale si sono scatenati. Non hanno gradito gli articoli che abbiamo pubblicato ieri su Dino Boffo, direttore dell’Avvenire (quotidiano dei vescovi italiani) e capofila dei moralisti impegnati a lanciare anatemi contro Silvio Berlusconi per le sue vicende private. Sono piovute su di noi critiche aspre e in alcuni casi violente. Quel Feltri - grida scandalizzato Boffo - è un killer. Tuttavia non ha smentito una riga di quanto scritto; già, non poteva farlo, perché la notizia che lo riguarda è vera, e purtroppo per lui non è una sciocchezza irrilevante.

Egli ha patteggiato nel tribunale di Terni e pagato una sanzione pecuniaria per una storiaccia di molestie alla moglie di un uomo col quale il signor direttore Savonarola aveva una relazione omosessuale. Intendiamoci. La relazione omosessuale era ed è affare suo, ma il reato per il quale ha patteggiato, ossia le molestie, non è mica tanto privato poiché trattato in un’aula di Giustizia.

Detto questo, nessuno, tantomeno al Giornale, si sarebbe occupato di una cosa simile se lui, il Principe dei moralisti, non avesse fatto certe prediche dal pulpito del foglio Cei per condannare le presunte dissolutezze del Cavaliere. Adesso i cittadini sanno che il lapidatore non ha le carte in regola per lapidare alcuno.

Le reazioni sgangherate registrate ieri su questo fatto (e immagino la stampa di oggi quanto strillerà) dimostrano la malafede e il doppiopesismo di tanti politici e giornalisti. Per mesi la Repubblica (e non solo) ha sbattuto in prima, seconda, terza pagina articoli zeppi di insinuazioni, intercettazioni galeotte, interviste a prostitute e amiche di prostitute: una campagna interminabile finalizzata a demolire la reputazione del presidente del Consiglio, enfatizzando le sue performance di amatore instancabile.

I giornali sedicenti indipendenti e i politici progressisti hanno applaudito al gossip, talvolta alimentandolo; poi noi scopriamo che uno dei massimi censori, il numero uno di Avvenire, è un tipo che prima di parlare male di altri dovrebbe guardarsi allo specchio, e veniamo ricoperti di insulti.
Craxi diceva: a brigante, brigante e mezzo.

Aveva ragione. In seguito alle nostre rivelazioni la cena prevista ieri sera fra il premier e il cardinal Bertone è stata annullata per evitare strumentalizzazioni. La Cei, non senza imbarazzo, ha espresso generica e formale solidarietà a Boffo; non poteva fare diversamente. Forse non era al corrente del vizietto del suo portavoce giornalistico e, quand’anche fosse stata informata, sperava non sarebbero uscite indiscrezioni e ora, colta alla sprovvista, deveriflettere sul da farsi.

Silvio Berlusconi ha diramato un comunicato nel quale si dissocia dal Giornale perché contrario alle polemiche sulla vita intima di chiunque. Ci saremmo stupiti se il premier avesse detto il contrario, e cioè che approvava la nostra iniziativa. Non c’è bisogno di rammentare che il compito di decidere in una redazione spetta al direttore il quale può essere licenziato da un momento all’altro, ma non limitato nei suoi poteri. Se sbaglia, paga; ma è libero di sbagliare. Su questo punto il contratto di lavoro non lascia margini a dubbi.

Sono pronto a rispondere di quanto abbiamo pubblicato nella consapevolezza che fornire informazioni e commentarle è nostro dovere. Aggiungo che non sono affatto pentito di aver divulgato la notizia su Boffo e, in una circostanza analoga, il mio atteggiamento non cambierebbe di una virgola.

Abbiamo la certezza che questa faccenda non finirà qui. Replicheremo agli attacchi (scontati) di cui saremo oggetto, e rassicuriamo i lettori: non siamo mammole. Finché i moralisti speculeranno su ciò che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro.

Caso Boffo, scontro tra Cei e il Giornale Feltri: "Moralisti smascherati, avanti"

di Redazione


Milano - Polemica in corso fra il quotidiano della Cei e il Giornale. "Il direttore dell Avvenire - scrive Feltri nell’editoriale di prima pagina sul Giornale - non ha le carte in regola per lanciare anatemi furibondi contro altri peccatori, veri o presunti, e neanche per tirare le orecchie a Berlusconi. Il problema è che in campo sessuale ciascuno ha le sue debolezze ed è bene evitare di indagare su quelle del prossimo.

Altrimenti succede di scoprire che il capo dei moralisti scatenati nel vituperare il capo del governo riveli di essere come quel bue che dava del cornuto all’asino. Mai quanto nel presente periodo - scrive Feltri, - si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli. Dispiace, ma bisogna farlo affinchè i cittadini sappiano da quale pulpito vengono certe prediche".

Feltri: "Quale killeraggio? E' documento pubblico" Il direttore del Giornale si difende e attacca. Nessun killeraggio ma solo la trascrizione "di un documento del casellario giudiziario, cioè pubblico": prosegue Vittorio Feltri. "Abbiamo semplicemente ricordato - dice Feltri - che Boffo ha dovuto rispondere in tribunale di una vicenda, che si è conclusa con patteggiamento e ammenda, e che risulta in modo chiaro dal casellario giudiziario di Terni. Ebbene, questa vicenda attiene alla sfera dei comportamenti sessuali".

Berlusconi: "Mi dissocio dal Giornale"
Il premier prende le distanze dall'attacco a Dino Boffo. "Il principio del rispetto della vita privata è sacro e deve valere sempre e comunque per tutti. Ho reagito con determinazione a quello che in questi mesi è stato fatto contro di me usando fantasiosi gossip che riguardavano la mia vita privata presentata in modo artefatto e inveritiero. Per le stesse ragioni di principio non posso assolutamente condividere ciò che pubblica oggi il Giornale nei confronti del direttore di Avvenire e me ne dissocio".

La replica di Boffo "La lettura dei giornali di questa mattina - scrive il direttore di Avvenire è in una nota - mi ha riservato una sorpresa totale, non tanto rispetto al menù del giorno, quanto riguardo alla mia vita personale. Evidentemente il Giornale di Vittorio Feltri sa anche quello che io non so, e per avvallarlo non si fa scrupoli di montare una vicenda inverosimile, capziosa, assurda. Diciamo le cose con il loro nome: è un killeraggio giornalistico allo stato puro, sul quale è inutile scomodare parole che abbiano a che fare anche solo lontanamente con la deontologia. Siamo, pesa dirlo, alla barbarie".

Feltri: "Io sono indipendente" "Il presidente del Consiglio non poteva dire una cosa diversa su questo argomento e il fatto che si sia dissociato dimostra solo che Il Giornale e il suo direttore sono indipendenti da lui, il contrario di quello che dicono tutti". Così Feltri commenta le parole di Berlusconi. "Non mi sento né rafforzato né indebolito da questa critica - dice ancora Feltri -. Io rispondo semplicemente al mandato che mi è stato dato al momento in cui ho assunto la direzione di questo quotidiano, che è quella di rilanciarlo e lo faccio con i mezzi che ho a disposizione".

Sottolinea Feltri che "nel momento in cui mi hanno chiamato a dirigerlo penso che mi conoscessero e io certo non chiedo il permesso all’editore prima di fare qualcosa". Ma in queste ore ha sentito il suo editore? "No, non ho sentito Paolo Berlusconi e non ho avuto quindi nessun confronto con lui". Quanto alle sue rivelazioni sulla vita privata del direttore di Avvenire, "io ho un documento e lo pubblico e lo commento e basta. In Italia si butta via tutto, io pubblico".

Arcygay: "Schedatura gay dimessa da tempo" Ma la schedatura degli omosessuali non era una pratica dimessa da tempo, precisamente da quando era ministro degli Interni Giorgio Napolitano? Come mai "la Polizia conosceva l’omosessualità del direttore di Avvenire". Con questo interrogativo il presidente dell’Arcigay, Aurelio Mancuso, interviene sulle rivelazioni del quotidiano Il Giornale, della famiglia Berlusconi, che ha pubblicato oggi in prima pagina la notizia di "un incidente sessuale" del direttore dell’Avvenire, Dino Boffo.

Il direttore rilancia Feltri non è pentito e anzi avverte: "Domani continuo". Dopo la bufera scatenata dal suo editoriale di fuoco contro l’omologo dell’Avvenire Dino Boffo, tra le cause (come lui stesso ammette) dell’annullamento della cena tra Silvio Berlusconi e il Card. Tarcisio Bertone, Vittorio Feltri non fa marcia indietro: "Ho dato una notizia ufficiale, non ho raccolto pettegolezzi di portineria. Non mi sento colpevole, rifarei quello che ho fatto e anzi domani continuo". Insomma, il direttore del Giornale non teme la querela di Boffo:

"Le querele possiamo farle tutti, poi dobbiamo vincerle. Io ho i documenti sulla mia scrivania. Cosa vuole querelare? Che lo faccia, chi se ne frega". D’altronde, "se non avesse fatto il moralista, nessuno avrebbe detto niente". Feltri si dice "molto divertito nel constatare che per tre mesi la Repubblica ha insistito a pubblicare in prima pagina la vita privata di un signore che fa il presidente del Consiglio e nessuno ha detto nulla. Il Giornale scopre che il capofila dei moralisti, che scrive tutto quel che può scrivere contro Berlusconi, ha dovuto patteggiare e pagare una sanzione pecuniaria perchè molestava la moglie del suo amante: insomma, consentiamo ai cittadini di sapere da quale pulpito viene la predica. Non credo sia una condotta scorretta, d’altronde, come diceva Craxi, ’a brigante, brigante e mezzo".

"Nessuno ha il diritto di lapidare gli altri"
Feltri è consapevole che il suo editoriale ha, con ogni probabilità, contribuito all’annullamento dell’incontro Berlusconi-Bertone: "Forse i vescovi - taglia corto - è bene che sappiano che il loro portavoce giornalistico è questo signore. Poi facciano quel che vogliono. Ma di certo nessuno ha diritto di lapidare gli altri". Il direttore non rinuncia poi a commentare la manovra del premier contro repubblica: "Dopo tre mesi di persecuzione, credo che una reazione di questo tipo sia il segno che non c’è altro da fare che questo. Poi non è la prima volta che si querela un giornale, non ci vedo niente di inedito. Dopodichè - aggiunge - che si querelino i giornalisti e i giornali non mi va bene".


E il direttore di Repubblica comprò casa in nero

di Redazione



Franco Bechis su fbechis.blogspot.com 



Mi ha telefonato Giancarlo Perna, firma di punta de il Giornale. Deve fare un ritratto di Ezio Mauro, direttore di Repubblica con una speciale inclinazione alla indignazione. Perna si ricordava di un articolo uscito su Il Tempo quando io ne ero direttore, che riguardava l'acquisto da parte di Mauro di un casa dal valore di 2,150 miliardi di vecchie lire (era il 2000, l’euro ancora ai nastri partenza), ma con 850 milioni non dichiarati negli atti ufficiali e pagati con una serie di assegni da 20 milioni ciascuno (uno da 10) firmati da Mauro.

Sì, quell’articolo uscì dopo lunghi giorni di gestazione. Anche se tutto era documentato (ne ho ancora copia io, perfino degli assegni) all’unghia, chiesi di pazientare e insistere con Mauro per avere una sua versione dei fatti. Lui prima si negò. Poi dopo dieci giorni rispose che non conosceva chi fosse il proprietario della casa e che le modalità con cui l’aveva acquistata erano fatti suoi. A quel punto feci pubblicare l’articolo, virgolettando quella dichiarazione.

Non volevo attacchi personali, per cui solo la cronaca dei fatti e nessun commento su quegli assegni che certo fecero risparmiare un po’ di tasse. D’altra parte la storia era davvero divertente, per le clamorose coincidenze dovute al sorriso beffardo del destino... Eccola in sintesi. Nel filmato (audio trascritto a fianco ndr.) potrete invece ascoltare i principali passaggi del racconto fatto dal venditore di quella casa...

Alberto Grotti era vicepresidente dell’Eni. Finì nei guai con Enimont. Pagò con il carcere. Uscito un giorno lesse un articolo di Repubblica che riteneva diffamatorio. Volle fare causa, ma non aveva più soldi per le spese legali. Allora Grotti si rivolse alla anziana madre. Che decise di vendere una casa a Roma. La comprò Ezio Mauro, direttore di Repubblica...