domenica 30 agosto 2009

Posti di lavoro in palio al supermarket Ecco la 'lotteria' ai tempi della crisi

Quotidianonet

L'INIZIATIVA DELLA CATENA 'TIGROS'


Una cartolina consegnata ogni 30 euro di spesa permetterà di partecipare all'estrazione. Il premio? Dieci contratti a tempo determinato di un anno

Roma, 29 agosto 2009

Come dire, la 'lotteria' ai tempi della crisi. Una volta al supermercato si raccoglievano punti per vincere padelle, pentole, piatti, posate e affini. Ora in palio ci sono posti di lavoro. E' l'iniziativa dei supermercati e superstore Tigros, sparsi con decine di punti vendita in tutta la Lombardia, hanno deciso di mettere in palio nientemeno che dieci contratti a tempo determinato di un anno.

Il premio può anche essere ceduto a terzi, purché venga presentata la debita documentazione di cessione e solo a un cittadino residente su territorio italiano e che abbia compiuto al 30 settembre 2009 i 18 anni.

Per vincere il premio è sufficiente, dal primo al 30 settembre, fare una spesa di almeno 30 euro e avere la Tigros Card: per ogni 30 euro di spesa infatti verrà data al cliente una cartolina Cancella&Vinci. Grattando la parte dorata della cartolina si può vincere uno tra i 30.000 premi, fra cui 75.000 euro in buoni spesa. E la cartolina, completa di tutti i dati, permetterà di partecipare all'estrazione di 10 posti di lavoro.



Il direttore si difende: un documento-montatura

Corriere della Sera

Boffo (Avvenire) rivela di aver ricevuto una telefonata dal ministro Maroni. La vicenda di Terni


TERNI — Il giorno dopo Di­no Boffo si difende a tutto cam­po. E, in un lungo articolo pub­blicato oggi sull’ Avvenire , parte dal cuore del problema, dai do­cumenti che sono stati pubblica­ti dal Giornale . Prende lo spunto da un passaggio preciso, quello in cui si dice che «era soggetto già attenzionato dalla polizia di Stato per le sue frequentazioni». Parole che, secondo quanto la­scia intendere il quotidiano che fa capo alla famiglia Berlusconi, sarebbero contenute in un’infor­mativa scritta dalla polizia quan­do ancora si era nella fase delle indagini preliminari. Frasi che hanno provocato anche le prote­ste della comunità gay e di diver­si politici che hanno parlato di «pericolo schedatura per gli omosessuali». Secondo Boffo— tra i più critici nella ultime setti­mane sulla condotta morale del presidente del consiglio — si tratterebbe di un errore, di un falso, di una trappola congegna­ta ad arte per attaccarlo.

Il ministro dell’Interno, Ro­berto Maroni, ha telefonato al di­rettore dell’ Avvenire per espri­mergli la sua solidarietà. Ed ha escluso che quella frase fosse contenuta in un’informativa di polizia e che le forze dell’ordine lo abbiano mai «attenzionato» per le sue frequentazioni. Anzi gli ha assicurato che, dopo una rapida verifica, su di lui non sa­rebbe emerso nulla. Cosa potreb­be essere successo?

Se non in un’informativa di polizia la frase, e forse non solo quella, potrebbe essere contenu­ta invece in una lettera arrivata alla Fondazione Toniolo, ente culturale di grande importanza per la Chiesa e per la Cei, la Con­ferenza episcopale italiana, e che ha tanta influenza anche nel­la scelta del direttore dell’ Avve­nire . Una lettera anonima nella quale si diceva che Boffo aveva frequentazioni omosessuali e che, come tutte le lettere anoni­me, la fondazione ha deciso di cestinare ed ignorare. È possibi­le che proprio a questo si riferis­se monsignor Giuseppe Betori, ex segretario della Cei ed oggi ar­civescovo di Firenze, quando a proposito degli attacchi del Gior­nale ha parlato di «spazzatura». Su questo insiste Boffo, soste­nendo che l’intera vicenda sareb­be in realtà una montatura, che tante sarebbero le incongruenze tecniche e di sostanza. E che il tutto potrebbe essere partito da chi con lui aveva qualche vec­chio conto da saldare, magari per dissapori nati sul piano pro­fessionale.

Anche la condanna per mole­stie, secondo quanto Boffo ha ri­petuto anche in passato e sostie­ne ancora adesso, potrebbe esse­re diversa da come è stata pre­sentata. Verso la fine del 2000 il direttore dell’ Avvenire avrebbe scelto come suo collaboratore un ragazzo che era ospite della Comunità incontro, il centro di recupero per ex tossicodipen­denti fondato da don Pierino Gelmini vicino ad Amelia, in Umbria. Era un modo per aiuta­re una persona in difficoltà a ri­costruirsi una nuova vita. Ma sa­rebbe stato proprio quel ragazzo a fare quelle telefonate insisten­ti alla signora di Terni che poi ha querelato per molestie il di­rettore dell’ Avvenire . Boffo avrebbe deciso di proteggere il ragazzo preferendo chiudere la vicenda nel più breve tempo possibile. E sarebbe stato que­sto a spingerlo a patteggiare da­vanti al giudice per l’udienza preliminare di Terni e pagare l’ammenda di 516 euro. «La con­danna — si legge nei documenti pubblicati dal Giornale — è sta­ta originata da più comporta­menti posti in essere in Terni dall’ottobre 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel qua­le, a seguito di intercettazioni te­lefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è costatato il rea­to ». Le telefonate insistenti, quindi, sarebbero partite dal cel­lulare di Boffo ma non sarebbe stato lui l’autore delle minacce, bensì il suo collaboratore, poi morto per overdose. Almeno se­condo la versione dei fatti che lo stesso direttore dell’ Avvenire aveva dato già in passato, quan­do le prime voci cominciarono a circolare. Sempre nella comuni­tà di don Gelmini, come ex tossi­codipendente da recuperare, sa­rebbe passato anche il marito della signora oggetto della tele­fonate moleste, cioè l’uomo con il quale — secondo il Giornale — Boffo «aveva una relazione omosessuale». Ma su queste vo­ci nella Comunità Incontro non si trovano conferme.

Lorenzo Salvia


Ruini: «Non mi pento di averlo scelto come direttore»

Il cardinale L’ex presidente della Conferenza episcopale: sono il primo responsabile della sua nomina
 
ROMA — Il cardinale Camillo Ruini, per sedici anni capo dei ve­scovi italiani e vicario del Papa a Roma, ha sul suo computer il lan­cio dell’agenzia Ansa con la dichia­razione di Giuseppe Betori, ora ar­civescovo di Firenze, segretario della Cei quando Ruini ne era il presidente. Betori risponde all’at­tacco del Giornale ribadendo «sti­ma » e «fiducia» a Dino Boffo, e ri­cordando la lunga collaborazione al tempo «del mio servizio alla Conferenza episcopale italiana».

Ruini legge con attenzione, e di­ce al Corriere : «Faccio integral­mente mie le parole di monsignor Betori, essendo stato ancora più a lungo di lui in stretto contatto e collaborazione con Dino Boffo; ed essendo inoltre il primo responsa­bile della sua nomina alla direzio­ne di Avvenire . Una scelta della quale — aggiunge Ruini, scanden­do le parole — certo non mi pen­to » .

La dichiarazione finisce qui. Nelle conversazioni private, il car­dinale ricorda la prima volta che incontrò l’allora ventinovenne Boffo, nel 1981. Ruini non era an­cora vescovo — lo sarebbe diven­tato nell’83 —, Boffo era un giova­ne dirigente dell’Azione cattolica, che dopo una fase «gauchiste» aveva colto l’innovazione del pa­pato wojtyliano, ed era stato invi­tato a parlare a Reggio Emilia. Il suo discorso, distante dalla vulga­ta cattolico democratica in voga al tempo, colpì l’allora don Ruini. Boffo sarebbe stato assunto ad Av­venire nell’89, prima che Ruini di­ventasse presidente della Cei, e nominasse proprio lui alla direzio­ne del quotidiano.

È significativo che, nell’ora del­le polemiche, Ruini non si limiti a ribadire la fiducia nelle qualità personali e professionali di Boffo, ma rivendichi di averlo voluto al­la guida del giornale dei vescovi, incarico in cui è stato confermato dal cardinale Bagnasco. Segno che Boffo è stato il «braccio gior­nalistico » della stagione di Ruini, un uomo-chiave nella strategia che il capo della Cei elaborò con la fine dell’unità politica dei catto­lici e l’ingresso a tutto campo del­la Chiesa nella discussione pubbli­ca.

Dai primi Anni 90, il percorso di Ruini e di Boffo sono stati pres­soché paralleli. Come da una par­te la Chiesa italiana recuperava spazi nel dibattito culturale e poli­tico — sino al sostegno della mis­sione italiana a Nassiriya e alla scelta vincente dell’astensione al referendum sulla fecondazione assistita —, così dall’altra parte Avvenire si ritagliava uno spazio di intervento e un peso editoriale che non aveva mai avuto. Una sta­gione che Ruini rivendica in pie­no, oggi che Boffo è chiamato in causa così duramente. Non a ca­so, tra le parole di Betori che l’ex presidente Cei fa «integralmen­te » sue ci sono anche quelle che definiscono «degni del cestino della spazzatura» i «fogli anoni­mi che circolano in questi giorni, assurti al rango di «informativa», ma che «dalla spazzatura proven­gono e nella spazzatura devono tornare».

Aldo Cazzullo


Le scelte di «Avvenire» riaprono il confronto tra le due linee della Chiesa

CITTÀ DEL VATICANO — «Un attacco virulento e basso», dicevano l’altro gior­no in Vaticano, «disgustoso e molto gra­ve », ha sillabato ieri il cardinal Bagna­sco. Gli articoli del Giornale berlusconia­no contro il direttore di Avvenire Dino Boffo, con tanto di accusa a cardinali co­me Ruini e Tettamanzi che avrebbero sa­puto e coperto il presunto «scandalo», non potevano che compattare l’istituzio­ne, almeno verso l’esterno. Sul fronte in­terno, invece, la faccenda è un po’ più complicata e non riguarda le accuse a Boffo ma la linea recente del quotidiano cattolico, che a quanto si dice Oltreteve­re ha provocato qualche irritazione nel­la segreteria di Stato.

Per capirla bisogna tenere presente due date: 25 marzo 2007 e 17 ago­sto di quest’anno. Alla prima risale la lettera che il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vatica­no, inviò al cardinale Bagnasco, in occasione della sua nomina a presi­dente della Cei, un testo che fa da sfondo alle tensioni interne degli ulti­mi tempi. In quella lettera, tra l’altro, il cardinale Bertone scriveva: «Per quanto concerne i rapporti con le istitu­zioni politiche, assicuro fin d’ora a Vo­stra Eccellenza la cordiale collaborazio­ne e la rispettosa guida della Santa Sede, nonché mia personale...». Il segretario di Stato, insomma, rivendicava a sé la «guida» di ciò che il cardinale Ruini ave­va sempre gestito in modo autonomo, «negli ultimi mesi ho potuto apprezzare ancor meglio il compito che i Pontefici hanno affidato a questa Segreteria, d'in­tessere e di promuovere le relazioni con gli Stati e di attendere agli affari che, sempre per fini pastorali, debbono esse­re trattati con i governi civili».

Una linea «istituzionale» e aliena dal­le polemiche politiche che non è cambia­ta: il 17 agosto si è completato il nuovo assetto della Segreteria di Stato con la nomina di monsignor Ettore Balestrero, 42 anni, a sottosegretario per i Rapporti con gli Stati. Un mese prima Benedetto XVI aveva nominato monsignor Peter Brian Wells, americano di 46 anni, asses­sore agli Affari Generali, l’altro «nume­ro tre» della Segreteria di Stato. I vertici sono ora tutti di nomina ratzingeriana e insomma il cardinale Bertone, si spiega Oltretevere, «ha in mano la macchina» più che mai saldamente.

Per questo la Santa Sede respinge l’idea di una «crisi istituzionale» con il governo. Le polemiche estive non sono piaciute, e non si tratta solo dello «stilli­cidio » sulle vicende del premier: quan­do Avvenire ha fatto un parallelo fra le tragedie dei migranti morti in mare e la Shoah, «in segreteria di Stato sono rima­sti sconcertati».

Il cardinale Bertone, tre giorni fa, dice­va in un’intervista all’ Osservatore Roma­no : «È invalsa l'abitudine di imputare al Papa — o, come si dice, soprattutto in Italia, al Vaticano — la responsabilità di tutto ciò che accade nella Chiesa o di ciò che viene dichiarato da qualsiasi espo­nente o membro di Chiese locali, di isti­tuzioni o di gruppi ecclesiali. Ciò non è corretto».

Del resto, è un segnale del nervosi­smo e delle tensioni di questi giorni il fatto che le parole di Bertone, anche nel­la Chiesa italiana, siano state considera­te da alcuni con apprensione, «chi pun­ta a dividere la Chiesa potrebbe approfit­tarne ». Problema al momento risolto, paradossalmente, proprio dalla virulen­za degli attacchi a Boffo e ai vertici Cei. La cena con Bertone e Berlusconi «sareb­be dovuta avvenire in una occasione isti­tuzionale ben definita», ricordava l’ Os­servatore Romano . Non aveva altri signi­ficati. Per questo, a scanso di «strumen­talizzazioni », è stata cancellata. Restano le ferite per gli attacchi, «un problema molto grande per il mondo cattolico». Anche se, garantiscono Oltretevere, la li­nea «istituzionale» non cambierà: «Il cardinale Bertone non è tipo da lasciarsi condizionare».

Gian Guido Vecchi

Altro che indignarsi una sentenza non ha privacy

di Francesco Forte

Caro Vittorio,

oggi per il Giornale avrei dovuto scrivere un articolo sull’attacco di Tremonti agli economisti, che non hanno previsto la crisi, come maghi che non ne azzeccano una, pane per i miei denti, ma lo farò domani, perché adesso mi preme darti tutta la mia solidarietà, per l’articolo sul direttore dell’Avvenire, un giornale che ha i suoi tic catto-comunisti, ma non ha necessariamente le carte in regola per farlo.

Tu hai citato giustamente l’ipocrisia del direttore che ha attaccato sul piano morale il premier Silvio Berlusconi, fiancheggiando la furibonda campagna estiva contro di lui e il suo governo, lanciata dal Pd e dai giornali ad esso alleati. Il direttore dell’Avvenire è stato condannato con una sentenza, passata in giudicato, per molestie a un signora regolarmente sposata a un uomo, con cui questo direttore aveva probabilmente una relazione.

Come tu hai scritto, chi lancia accuse moralistiche, riguardanti gli errori nella vita privata e verso la famiglia, di una personalità pubblica, traendone implicazioni di carattere etico e politico, circa la scarsa idoneità di tale personalità nella vita pubblica, deve avere le carte in regola per farlo, onde essere credibile dal punto di vista di tali pesanti implicazioni. Ma se risulta che colui che lancia le accuse, nel ruolo pubblico di direttore di un importante giornale, ha commesso atti privati lesivi della altrui famiglia, che sono stati accertati con sentenza di condanna passata in giudicato, se ne desume che le illazioni che egli trae a carico del premier Berlusconi come uomo pubblico sono sbagliate.

Infatti per ammettere che fossero giuste, bisognerebbe anche ammettere che anche il direttore dell’Avvenire che le lancia non ha titolo per dirigere un giornale che fa prediche morali. Ma se si ammette che questo direttore non ha titolo per fare tali prediche, le critiche che egli fa non sono dotate di alcun valore. Sono carta straccia. Il teorema mi pare ineccepibile. E, aggiungo, c’è un’ulteriore importante differenza, fra di due casi. I fatti privati per cui Berlusconi è stato criticato non sono affatto provati sono presunti e lui li smentisce. Invece il «moralista» che viola il precetto «chi è senza peccato scagli la prima pietra» ha subito, per i fatti in questione, una condanna passata in giudicato. E traendo illazioni da accuse di parte di cui non ci sono prove, viola il principio «non cercare la pagliuzza nell’occhio altrui, se hai una trave nel proprio».

Silvio Berlusconi, che è un gentiluomo, si è dissociato dalla pubblicazione che questo giornale ha fatto, della sentenza di condanna del direttore dell’Avvenire perché è contrario a ogni violazione della privacy. Tuttavia, in questo caso tale violazione non c’è. Infatti, in un comunicato dell’Ordine dei giornalisti del 2007, a tutti accessibile in Internet, si legge testualmente che «la Corte di Cassazione e anche i Tribunali e le Corti d’Appello possono rilasciare copie integrali delle sentenze ai giornalisti senza oscurare il nome degli imputati. Lo aveva chiarito la relazione 5 luglio 2005 dell’Ufficio del Massimario della stessa Corte intervenendo a seguito di precise richieste da parte dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. La questione era nata a seguito dell’istanza di un imputato per reati sessuali che, appellandosi all’articolo 52 del Dlgs n. 196 del 2003, aveva sollecitato che il proprio nome pubblicato sulla sentenza fosse «sbianchettato».

Ciò che scrive questo comunicato è ovvio. Scopo precipuo dei processi penali, anche quando si conchiudono con una condanna simbolica, è di far conoscere una verità di pubblico interesse. «La verità ci rende liberi». Questa frase ispirata a Sant’Agostino la disse Teresio Olivelli, di cui è in corso la causa di beatificazione, nel lager nazista, poco prima di morire, per le percosse di un aguzzino, avendo difeso con il proprio corpo un compagno di prigionia. La frase è scritta nella lapide dedicata ad Olivelli, nel Collegio Ghislieri dell’Università di Pavia, di cui egli era stato il giovane rettore. Io l’ho imparata a memoria e vedo che questo principio è sviluppato nell’Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate in cui, fra l’altro, si legge «La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo privo di contenuti relazionali e sociali». Credo che questa sia la missione del vero giornalista, che tu Vittorio, persegui.

Boffo: "Il documento? E' una patacca" Ecco le carte: sentenza non ha privacy

Il Giornale



Milano - Non una "informativa" proveniente da un fascicolo giudiziario ma "una emerita patacca". Così Dino Boffo, direttore di Avvenire, definisce il ’documentò che ha portato il Giornale di Vittorio Feltri ad attaccarlo per un presunto "incidente sessuale". Poi racconta di avere ricevuto "una inattesa telefonata da Roberto Maroni". Boffo, in una lunga risposta alle lettere dei lettori dell’Avvenire, si riferisce alle affermazioni del Giornale, (secondo il quale sarebbe stato da tempo "già attenzionato dalla polizia per le sue frequentazioni") e spiega che Maroni "ha voluto manifestarmi la sua solidarietà e il senso di schifo che gli nasceva dalle cose lette" ma "teneva anche ad assicurarmi di aver ordinato un’immediata verifica nell’apparato di pubblica sicurezza centrale e periferico che da lui dipende, e che nulla, assolutamente nulla di nulla era emerso".

Fantomatico atto giudiziario Quello citato dal Giornale, insomma, non era, afferma Boffo, un "fantomatico atto giudiziario ma una vera sola", che si potrebbe "spulciare riga per riga" per controbattere "e far emergere di quel testo anzitutto l’implausibilità tecnica, poi magari sostanziale. Lo faremo, se necessario". Come avrà fatto, si chiede Boffo, "il Mourinho dei direttori", il "primo degli astuti" a "non porsi una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale): questo testo che ho in mano è realmente un'informativa che proviene da un fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio, monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale? Perché, collega Feltri, questa domandina facile facile non te la sei posta? Ma se te la fossi fatta, sei proprio sicuro di aver vicino a te le persone e le competenze giuste per compiere i passi a seconda della gamba? Non sei corso troppo precipitosamente a inaugurare la tua nuova stagione al timone di quello che non è più un foglio corsaro, ma il quotidiano della famiglia del presidente del Consiglio?".

La querela Comunque, conclude il direttore di Avvenire, "quanto di fondamentale non farà spontaneamente capolino davanti all’opinione pubblica, emergerà civilmente e pacatamente in un tribunale della Repubblica, cui i miei avvocati già lunedì si presenteranno per la querela".



Il 65% degli italiani sta con il Giornale

Il Giornale


L’assalto contro «il Giornale» dei moralisti smascherati, e il coro di solidarietà che si è levato da sinistra a destra a favore di Dino Boffo, non hanno convinto gli italiani. È il risultato di un sondaggio lanciato da Sky Tg 24. La domanda rivolta ieri al pubblico è secca: «Il Giornale attacca la vita privata del direttore di Avvenire. I vescovi: «Fatto disgustoso. Con chi stai?». Ebbene, all’ora di cena il risultato è schiacciante: il 65 per cento risponde che sta dalla parte del quotidiano, quasi i due terzi del totale. Solo il 35 per cento si schiera a difesa del direttore moralista. La domanda, va sottolineato, non è rivolta soltanto ai lettori del Giornale, ma a tutti i telespettatori del popolare canale televisivo «all news» di proprietà di mister Rupert Murdoch alias «lo Squalo», magnate dell’editoria internazionale.

L’intervento Quella solidarietà che a me fu negata

Il Giornale

Sono sinceramente felice per la solidarietà episcopale a Dino Boffo. È un fratello cristiano, e chi è amico deve esporsi a prescindere. Però mi domando se dietro questa difesa altissima e vorrei dire violenta del cardinal Bagnasco e dell'universo mondo ecclesiastico ci sia una specie di patto particolare. Perché questa preferenza così esagerata? Forse la dipendenza da un giornale di proprietà è più forte del patto di comunione che lega ogni battezzato? C'è di mezzo l'appartenenza a un establishment particolare? C'è un sinedrio di intoccabili? Perché altrimenti io non ci sto.
Ho i miei motivi per dirlo. Come qualcuno spero abbia dimenticato (ma non credo) sono stato oggetto per mesi di una campagna stampa e tv dove - con foto, pubblicazione di intercettazioni e di sms anche molto privati (vero Filippo Facci?) - fui trattato come un mostro del giornalismo e del tradimento, per aver eccetera Sismi eccetera Betulla, eccetera. Non sto qui a ribadire l'ingiustizia subita, sono parte in causa e sarebbe troppo facile.
Mi difesero subito, sapendo di esporsi a contumelie e sospetti, i miei amici di Comunione e liberazione e Vittorio Feltri. Salvaguardarono soprattutto la mia famiglia. In quel tempo chiesi invano una parola da Avvenire, da Boffo. Almeno un parola di garantismo, di dubbio, che ne so. Mi sarebbe bastata una parola anche privata. Il sito ufficiale della Curia di Milano, la catena delle radio cattoliche mi trattarono come un mascalzone. La curia di Bergamo negò una sala a un incontro in difesa della vita perché ero relatore io, e per consentire l'evento mi ritirai. Lo stesso accadde a Varese. Scrissi queste lettere desolate alla Curia di Milano e alla sede della Conferenza episcopale. Non ci fu risposta. Ero un povero cristiano. Politicamente berlusconiano. Non apprezzato da Repubblica. Si gratti la sua rogna da solo. Amen.
C'è un'altra ipotesi. Che esista un tribunale segreto. Dove sono vagliate le cause in corso presso i tribunali di Stato. E Boffo è stato assolto, innocente, nulla fece di male. E invece io fui giudicato colpevole. Fuori le carte, allora. Intanto mi arrivano storie di altri cattolici abbandonati dai prelati pur informati della loro innocenza. Ci sono figli e figliastri? Mi viene in mente San Paolo: «E voi padri non esasperate i vostri figli». Anche se sono di centrodestra. Naturalmente, Forza Boffo!

Non un’“informativa”, ma un’emerita patacca

Avvenire

Lettere

30 Agosto 2009

Il direttore risponde


Il mitico Feltri sventola il giorno dopo un foglio e dice che lui ha in mano i documenti. E, perdinci, cosa fa un giornalista quando gli arriva in mano un documento? Nell'Italia della sprovvedutezza e dell'ignavia, almeno lui agisce e pubblica, punto e chiuso. Già, ma perché prima che sia troppo tardi, non c'è qualcuno che si prende la briga di informarlo che quella che sventaglia come la provvida sciabola della giustizia è solo una traccia contorta e oscura che qualcuno ha confezionato e fatto girare in attesa che un allocco si presti al gioco?

È sorprendente che proprio il Mourinho dei direttori, il più mediatico dei mediatici, il più elegantone degli eleganti, il principe dei furboni, non si sia peritato di sottoporre previamente a qualche conoscitore di cose giuridico-giudiziarie quel cosiddetto documento - e se si trattasse di una banale lettera anonima, degna di ritornare tra quella spazzatura da cui proviene? - per smascherarne eventuali aporie, incongruenze, o addirittura strafalcioni. Nella congerie di insinuazioni di cui si raccontava sul Giornale di venerdì, non avevo neppure fatto troppo caso a dove si diceva che sarei stato da tempo «già attenzionato dalla Polizia di Stato per le mie frequentazioni» (ora, a scriverla, mi manca il fiato).

Le cose assurde erano talmente tante, che onestamente questa non mi aveva colpito più di altre. Fino a quando non mi ci ha fatto tornare Roberto Maroni allorché, con una telefonata per me assolutamente inattesa, ha voluto manifestarmi la sua solidarietà e il senso di schifo che gli nasceva dalle cose lette. Ma il ministro dell'Interno teneva anche ad assicurarmi di aver ordinato un'immediata verifica nell'apparato di pubblica sicurezza che da lui dipende, e che nulla, assolutamente nulla di nulla era emerso.

È solo un esempio, appunto. Ma si potrebbe spulciare riga per riga di quel fantomatico documento (vera «sòla») e controbattere, e far emergere di quel testo anzitutto l'implausibilità tecnica, poi magari quella sostanziale. Lo faremo, se necessario. Fin d'ora però, a me non interessa polemizzare istericamente con Feltri, per allertare invece l'opinione pubblica su qualche altra porcata che puntualmente verrà fuori, e che magari Feltri stesso ha «prudentemente» tenuto per un eventuale secondo tempo. Poi, si sa, una perla cattiva attira l'altra, come le ciliegie.

Rimane però il mistero iniziale: come avrà mai fatto il primo degli astuti a non porsi una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale): questo testo che ho in mano è realmente un'«informativa» che proviene da un fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio, monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale? Perché, collega Feltri, questa domandina facile facile non te la sei posta? Ma se te la fossi fatta, sei proprio sicuro di avere vicino a te le persone e le competenze giuste per compiere i passi a seconda della gamba? 



Non sei corso troppo precipitosamente a inaugurare la tua nuova stagione al timone di quello che non è più un foglio corsaro ma il quotidiano della famiglia del presidente del Consiglio, che ti paga credo lautamente? Ad un certo punto, nella giornata di venerdì, nel sito del Giornale è comparso il testo di un lettore non certo mio amico (alfo.m., che ha trovato spazio anche sul sito dell'Uaar).

Spulciando i vostri articoli, costui annotava «l'incredibile quantità di strafalcioni ed inesattezze giuridiche», e didatticamente li elencava (riproduciamo questa lettera, riquadrata, qui sotto). Peccato che quel contributo sia prontamente sparito dall'online, avrebbe potuto far aprire gli occhi a quelli ancora ingenui che in buona fede credono a quello che scriviamo, e non sanno invece con quanta leggerezza talora impegniamo le nostre truppe in campagne tanto veementi quanto malaccorte.

Un divertissement, per noi lo scrivere, come per qualche volpone o volpina lo era - non più tardi di giovedì sera - aggirarsi per gli stand dell'ignaro Meeting menando vanto per l'imminente cannoneggiamento del tuo giornale. Non importa se il divertissment ammazza moralmente una persona, l'importante è il sollazzo. Una scuola di giornalismo anche questa. Già, ma attento, tu naturalmente sai più cose di me, e tuttavia potresti non esserti accorto che si sta restringendo l'area dei lettori che a noi credono sempre e comunque. L'area di quelli che scorgono, dentro la nostra sciagurata categoria, gli intemerati cavalieri senza macchia e senza paura. Quando anche costoro si desteranno, per quelli di una certa scuola sarà la fine. Peccato che nel frattempo - temo - avranno definitivamente ammazzato la professione. Per ora sappi che hai pestato una cacca ciclopica. Auguri.

Post scriptum:

1) Ho visto che i tuoi amici (Sgarbi, Capezzone, Renato Farina...) sono preoccupati per un'aggressione ai tuoi danni che vedono profilarsi all'orizzonte: essi hanno la mia stima, li condivido e li ringrazio, dobbiamo infatti riuscire a vivere in modo che non ci siano aggressori proprio perché non ci sono aggrediti, nello spirito di quella Perdonanza cui ci richiama Giuliano Ferrara. Non c'è bisogno infatti del conflitto violento neppure nella contesa più aspra, e da parte mia ti prometto che quanto di fondamentale non farà spontaneamente capolino davanti all'opinione pubblica, emergerà civilmente e pacatamente in un tribunale della Repubblica, cui i miei avvocati già lunedì si presenteranno per la querela.

2) Tu e, molto più modestamente io, siamo ormai direttori di lungo corso. Non so tu, ma io ho passato gran parte dei miei quindici anni da direttore a incontrare persone che volevano fare il giornalista, a verificare i loro percorsi, a ragionare sulle loro ipotesi interpretative. Non tutti i contatti sono finiti bene e, non so a te, ma a me è capitato che qualcuno di essi sia tecnicamente finito male, nel senso che alla fine io abbia ritenuto (indovinando, sbagliando? non lo so) che quel dato giovane collega, magari abile, non fosse tuttavia adeguato ad Avvenire. Ecco, permettimi un suggerimento: cerca in questi giorni di non fare del male al tuo giornale e ai tuoi lettori concedendo la ribalta a chi forse appare molto informato (si spiegherà anche lui in tribunale), ma potrebbe mirare soltanto a saldare qualche vecchio conto.

Grazie.