lunedì 31 agosto 2009

Caso Boffo, la conferma del pg di Terni: "In archivio il fascicolo sulla condanna"

di Redazione


Terni - Il fascicolo di condanna c'è. Della vicenda chiusa con il patteggiamento di Guido Boffo e del pagamento dell'ammenda massima prevista: 516 per il reato di molestie. È conservato negli archivi del tribunale di Terni. Una vicenda sulla quale stamani non ha voluto fare commenti il procuratore della Repubblica, Fausto Cardella. Il magistrato, che all’epoca dei fatti non guidava ancora l’ufficio, si è limitato a confermare che nessuna iniziativa è stata presa dalla procura in seguito alla pubblicazione della notizie riguardanti Boffo da parte de Il Giornale.

Smentite Nel fascicolo riguardante il procedimento per molestie a carico di Boffo "non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali": a confermarlo ai giornalisti è stato oggi il gip di Terni Pierluigi Panariello. Il giudice si sta occupando della vicenda essendo stato chiamato a decidere in merito alle richieste di accesso agli atti presentate oggi da diversi giornalisti. Sull’istanza dei giornalisti deve esprimere un parere anche il procuratore della Repubblica Cardella. Dopo che lo avrà fatto gli atti passeranno al gip che dovrà pronunciarsi (una decisione è attesa non prima di domani mattina). Già in passato altri cronisti presentarono richiesta di accesso agli stessi atti, ma il gip di allora respinse le istanze.

La condanna La vicenda di Boffo venne definita con un decreto penale di condanna di 516 euro relativo al reato di molestie alla persona, anche se - secondo quanto si è appreso - il pm avrebbe potuto ridurre della metà la pena. Un atto al quale il direttore di Avvenire non fece opposizione e quindi la vicenda si chiuse senza la celebrazione del processo. Nell’indagine venne ipotizzato anche, inizialmente, il reato di ingiurie, ma la querela che ne era alla base - secondo quanto emerge dallo stesso fascicolo - venne poi rimessa. Tra gli atti del procedimento non figurano intercettazioni telefoniche. Ci sono invece i tabulati relativi al telefono di Boffo dal quale partirono le presunte chiamate moleste.

Mogavero (Cei): "Messaggio mafioso" "Sì, ho ricevuto l’informativa su Boffo anch’io e ne sono rimasto indignato". Il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici, definisce il dossier "una forma di avvertimento che da siciliano definirei di tipo mafioso". Ricevuta l’informativa sul direttore dell’Avvenire, monsignor Mogavero racconta di averla "cestinata" e di essere "rimasto indignato della cosa. Se infatti - spiega il presidente Cei per gli Affari giuridici - dovesse trattarsi della fotocopia di documenti veri ci sono diverse violazioni di legge e, da alcune analisi fatte, emerge che vi sono diverse incongruenze. Inoltre il fatto che ci possa essere qualcuno che è andato a frugare in una casella giudiziaria di una procura è un reato gravissimo". Un testo del genere, "indirizzato a più persone", ha lo scopo di "un avvertimento" che, osserva il vescovo, "io da siciliano definirei di tipo mafioso" in particolare "nei confronti dei due cardinali citati, Camillo Ruini e Dionigi Tettamanzi".

Pensare alle dimissioni "Se ritiene che tutta la vicenda - dice monsignor Mogavero - pur essendo priva di fondamento, possa nuocere alla causa del giornale o agli uomini di Chiesa, Boffo potrebbe anche decidere di dimettersi". Ma così non sarebbe un’ammissione di colpa? "In effetti in Italia chi si dimette è sempre ritenuto colpevole. Ma non sempre è così. Ripeto: se lo facesse per il bene del giornale e della Chiesa.... Se Boffo accettasse anche di passare per un disgraziato pur di non nuocere alla causa del giornale, farebbe la cosa giusta. Poi nelle sedi opportune si accerteranno debitamente i fatti".

Contro il Giornale L’intera vicenda legata a questa informativa per Mogavero è "un affaraccio brutto, inquietante, spazzatura maleodorante e prestarsi a un gioco di questo genere è offensivo della dignità delle persone, della libertà di stampa e anche di una certa professionalità. Non credo proprio - sottolinea - si tratti di un autentico scoop". Il vescovo di Mazara del Vallo ragiona anche sulle conseguenze del caso Boffo. "Bisogna capire - spiega - che quando si entra nel piano della rappresaglia si sa da dove si comincia ma non si sa dove si va a finire, soprattutto perché esistono persone che poi in queste situazioni ci sguazzano. Certi signori - rimarca - si sono assunti la responsabilità morale di aver messo in moto un meccanismo che speriamo si fermi qui". In merito alla rivendicazione del direttore del Giornale Feltri di avere agito in autonomia dal presidente del Consiglio, Mogavero afferma: "Nessuno nega autonomia a Feltri, ma non sono disponibile a pensare che nessuno della proprietà del Giornale fosse al corrente di quanto si stava per pubblicare, saremmo fuori dal mondo se si sostenesse una cosa del genere. Può essere che non lo sapesse il presidente del Consiglio - conclude -, ma non la proprietà".




Lampadine tradizionali da 100 watt, addio da settembre

Quotidianonet




Lampadine tradizionali da 100 watt, addio: dal primo settembre arrivano quelle a basso consumo. Una vera e
propria ‘rivoluzione’ che costringera’ l’Europa a bandire da case, scuole e uffici lo strumento che fino a oggi ha permesso di irradiare i luoghi del nostro vivere quotidiano ma che ecologicamente ha un impatto troppo alto, oltretutto vista la presenza di alternative praticabili.
Bruxelles, nel nome della ‘Green policy’ e del risparmio energetico, ha stabilito che tutti i 27 paesi dell’Unione dal primo settembre inizino a sostituire gradualmente le vecchie lampadine. Una svolta epocale, che mette fine - dopo 131 anni - all’invenzione all’epoca rivoluzionaria di Thomas Edison. La fine di un’epoca. E l’inizio di un nuovo corso.
La ’svolta’ storica, in realta’, e’ arrivata a marzo, quando la Commissione europea ha adottato definitivamente due regolamenti che impongono, a partire dall’1 settembre, lo stop alle vendite delle lampadine a incandescenza. La decisione e’ stata presa dopo un dibattito serrato: fino all’ultimo c’e’ stato chi ha opposto resistenza, ma la commissione Ambiente del Parlamento europeo ha votato
‘no’ alla risoluzione dei contrari. La commissione dell’europarlamento non ha avuto dubbi: le sole lampadine a risparmio energetico, ha spiegato, “faranno risparmiare ai cittadini dell’Unione intorno ai 40 terawattora, l’equivalente del consumo elettrico nazionale della Romania, e tagliera’ le emissioni di CO2 di quasi 15 milioni di tonnellate l’anno”. Poi, dicono i dati europei, una volta che tutti avranno abbandonato le vecchie lampadine, il taglio di anidride carbonica nell’Europa dei 27 sara’ di 60 miliardi di tonnellate annue. A Strasburgo hanno quindi scelto per l’ecologia, e a Bruxelles in seconda battuta hanno ‘condiviso’ questa linea approvando i regolamenti licenziati dal Parlamento europeo. Lo stop alle vecchie lampadine a incandescenza sara’ graduale: si inizia con la messa al bando di quelle da 100 watt, poi dal primo gennaio 2010
commercializzazione vietata alle lampadine da 75 watt. Quindi, a settembre del 2011, tocchera’ alle lampadine da 60 watt, e infine, un anno dopo, a tutte le altre (da 40, 25 e 15 watt). Da settembre 2012, le vecchie lampadine saranno una volta per tutte ‘in pensione’.
Ma l’addio alle lampade a incandescenza non sara’ proprio definitivo: l’Europa, infatti, contempla delle eccezioni. L’invenzione di Edison restera’ ancora all’interno di frigoriferi, freezer e forni. Poi, dal 2016, via anche da li’. Per il resto dal 2012 le lampade ecologiche illumineranno ogni edificio pubblico, ufficio, strada, fabbrica e abitazione: le lampade compatte fluorescenti garantiranno un risparmio energetico fino all’80%, quelle alogene di nuova generazione dal 25 al 50%.
Alla fine l’Europa vantera’ - e’ stato stimato - un risparmio energetico quantificabile in 10 centrali da un gigawatt. E un ritorno economico non indifferente: grazie alle lampadine alogene e a basso consumo “l’Unione europea potra’ disporre ogni anno dai cinque ai dieci miliardi di euro”, hanno assicurato dal Parlamento europeo. Ma il beneficio economico riguardera’ anche le famiglie, che, assicurano da Bruxelles, “vedranno un risparmio nelle loro bollette dai 25 ai 50 euro l’anno Le famiglie, pero’, potrebbero risparmiare anche qualcosa in piu’. Almeno secondo i calcoli del vice-direttore nazionale di Legambiente, Andrea Poggio. Una solo lampadina ecologica, sostiene, “fa risparmiare in media 15 euro all’anno in bolletta”. Se gia’
prendiamo una casa con una camera, cucina e bagno e mettiamo una lampadina in ognuno dei tre vani, ecco che il risparmio eventuale raggiunge le stime dell’Unione europea (45 euro). Ma se gia’ mettiamo lampade a basso consumo in una casa che ha quattro stanze, o anche solo quattro lampadine, il risparmio annuo in bolletta potrebbe arrivare a 60 euro, piu’ di quanto stimato dall’Ue.
Edison, quindi, e’ sempre piu’ storia e sempre meno attualita’. E d’ora un poi, occhio ai Led, diodi semiconduttori che emettono luce da minuscoli chip di silicio: gli esperti gia’ li definiscono “il futuro dell’illuminazione”. Oggi sono ancora troppo costosi, ma una volta ‘a regime’ potranno illuminare 50 volte piu’ a lungo delle lampadine tradizionali a costi elettrici estremamente ridotti. Niente male.


Le mosse di Oltretevere. «Il peccato lo conosciamo, anche la Curia è umana»

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO (31 agosto) - Se la diplomazia sotterranea di Papa Ratzinger non si arrende e continua a operare laboriosa per abbassare la temperatura, convincendo l’entourage del Cavaliere a diffondere un comunicato di appeasement nel quale Berlusconi assicura di non aver mai parlato con Feltri, sul tappeto resta integro il giallo della cosiddetta ’informativa’. Da dove è arrivata al Giornale? 



Chi l’ha prodotta? Perchè esce adesso? Già perchè cinque o sei mesi fa, mani ignote si erano premurate di far recapitare a vari destinatari, sia in Vaticano che fuori dal Vaticano, buste anonime contenenti fotocopie di documenti riguardanti un generico episodio di molestie a carico del direttore dell’Avvenire. Nelle buste non vi erano un paio di fogli fotocopiati, piegati meticolosamente in quattro, e null’altro. 


Niente spiegazioni, indirizzi, biglietti d’accompagnamento. Sul foglio principale il numero di protocollo della Procura di Terni appariva sbianchettato. Ma non veniva descritta nè la dinamica dell’episodio, nè il perchè e il per come delle molestie. «Spazzatura che deve ritornare alla spazzatura» si ripete in curia. La ’nota informativa’ che è alla base dell’attacco a Boffo ricorda per la sua dinamica episodi analoghi avvenuti in passato. 


Non è la prima volta che vengono fatti circolare dossier anonimi su questo o quel prelato, e quasi sempre per denunciare aspetti legati alla sfera personale. Le frequentazioni, le amicizie intime. E’ capitato, raccontano in Vaticano, che diverse carriere siano state stroncate proprio così, per la circolazione di notizie confezionate ad arte che finivano per imbastire un reticolo di episodi non graditi ed alimentare, di conseguenza, una spirale di ricatti. «Anche la curia è una struttura umana» afferma un anziano prelato, sinceramente addolorato per l’ennesimo scandalo che sta infangando la reputazione di «valido professionista» oltre che il buon nome della Chiesa. Difficile dimenticare il polverone che riuscì a sollevare monsignor Marinelli. 


Nel Duemila, anno del Giubileo, fece scalpore il suo libro intitolato «Via col vento in Vaticano». L’autore, dopo essere andato in pensione, per vendicarsi della mancata promozione, descriveva maneggi finanziari, episodi di corruzione oltre che l’esistenza di preti col vizietto, inappuntabili sacerdoti di giorno, adescatori di notte. La vicenda finì lì ma l’anno dopo con lo scoppiare negli Stati Uniti dello scandalo degli abusi sessuali e l’introduzione del principio della ’tolleranza zero’ contro i preti pedofili, certi dossier anonimi ripresero a circolare. Intrighi di corte. 


Un paio d’anni fa, invece, un alto funzionario vaticano venne messo alla porta per avere realizzato, d’accordo con una tv, una storia di adescamento su internet di un giovane gay. Il motivo che spingeva il prelato a realizzare questa specie di reality, era far scoppiare il caso dell’esistenza di sacerdoti omosessuali. Nel marzo di quest’anno Papa Ratzinger al Seminario Romano si lamentò che in Chiesa «ci si morde e ci si divora». Come dargli torto.

Niente da dichiarare? Dieci domande ai moralisti

Libero


A sentire il segretario uscente del Pd Dario Franceschini siamo in piena emergenza democratica e urge una manifestazione di piazza. Ma è solo l’eco della voce di Ezio Mauro, direttore di Repubblica. Mario Calabresi, direttore della Stampa parla di «estate dei veleni» e si ricongiunge – segno del destino – all’Adriano Sofri che evoca «l’artiglieria pesante».

L’Avvenire, quotidiano dei vescovi, parla di «inqualificabile attacco». Cosa sta succedendo? Berlusconi guida un carro armato? No, lui denuncia il giornale-partito per le dieci domande (faccia pure, problemi suoi), mentre una serie di inchieste giornalistiche rompe gli schemi (e forse anche qualcos’altro) dei moralisti ipocriti che fino a ieri impartivano lezioni di bon ton e oggi si ritrovano i propri scheletrucci impaginati e i piani di potere scompaginati.

Scritte le cronache sulla varia e avariata umanità di queste settimane, osservate le ultime roboanti reazioni, abbiamo deciso di fare dieci domande ai moralisti. Non per gioco né per apparir seriosi, ci siamo armati di penna e in riunione di redazione abbiamo tirato giù una serie di quesiti semplici, quelli che si pone l’uomo della strada, quelli che frullano nella testa dei lettori di Libero.

Perché è strano vedere i paladini della libertà di stampa a getto continuo accigliarsi improvvisamente. Il direttore di Repubblica denuncia con il suo giornale l’evasione fiscale? Bene, ma con un po’ di furia in meno, qualche tocco di ragionevolezza e meno ipocrisia, un grande giornalista come Ezio Mauro avrebbe potuto trarre lezione dalla sua esperienza. 

Ha provato su se stesso la voracità del fisco quando ha acquistato una casa, ha ecceduto un po’ con il “nero” – praticamente la metà del valore dell’immobile – e dunque due o tre giustificazioni non per gli evasori totali (da rinchiudere) ma per quelli che sbarcano il lunario avrebbe dovuto trovarle. Invece no. Moralista al titanio e cavalleria corazzata con l’uomo nero, il Cav. e tutti quelli che osano uscire dalla vulgata del giornale-partito. Libero ha raccontato la sua storia, è comune a quella di tanti italiani. 

Eppure basta porre due domande (Per il direttore di Repubblica Ezio Mauro l’evasione fiscale è o non è un comportamento grave? Ezio Mauro è sempre contrario al condono fiscale?) per veder tracimare il moralismo di tutti questi anni. 

Il moralista non tollera le debolezze altrui ed essendo impegnato a vivisezionare le vite degli altri, si distrae sulla propria. Il direttore del quotidiano della Cei, Dino Boffo, minimizza quel che gli è accaduto in passato. A parti invertite, tanto per fare un esempio, Repubblica scriverebbe che lo “stile di vita” non è compatibile con la carica che ricopre. Libero non è Repubblica, tuttavia un paio di quesiti semplici semplici ce li siamo posti: il direttore di Avvenire intimidiva al telefono la moglie del suo amante? È un comportamento grave o no? 

La direzione del quotidiano della Cei, Avvenire, può essere affidata a un condannato per molestie? Come fa la Chiesa a considerare l’omosessualità una condizione di disordine salvo poi difendere il direttore di Avvenire? Per la Chiesa è più grave il libertinaggio o la pratica omosessuale, l’adulterio o il reato di molestia? Sono interrogativi che non poniamo affatto a cuor leggero, comprendiamo i drammi delle persone e i dilemmi delle comunità. Per questo sarebbe stato più incoraggiante leggere non solo sdegnate reazioni e difese a oltranza, ma anche qualche riflessione sulla tolleranza e il semplice buonsenso. 

Quando è cominciata la guerra per l’eredità Agnelli, Libero ha fatto un lungo lavoro di scavo e racconto. Maurizio Belpietro ha pubblicato ciò che altri editori (Longanesi) avevano rifiutato: il libro di Gigi Moncalvo che raccontava la battaglia di Margherita contro il resto della famiglia. Poi il normale lavoro di giornalismo investigativo ha fatto il resto, spiegato i rischi in sede penale e civile per gli Agnelli, i dubbi sulla dichiarazione dei redditi dell’Avvocato, spiegato perché la Fondazione Alkyone nel paradiso fiscale di Vaduz solletica la curiosità del Fisco. Niente sofisticazioni, nessun estrogeno giornalistico. 

Ma improvvisamente la cronaca per i moralisti che non hanno mai messo in prima pagina l’evasione fiscale (presunta) degli Agnelli, le cronache di Libero sono diventate veleni, attacchi al defunto da venerare senza se e senza ma. Eppure ci si chiede semplicemente se è giusto che l’Agenzia delle Entrate indaghi sui beni all’estero dell’Avvocato, se i giornali debbano o no raccontare questa vicenda. Le domande sono retoriche ma il problema è che le risposte che arrivano da più parti non lo sono e lasciano di stucco. 

A volte le risposte non arrivano proprio, passi il silenzio sulle illazioni o le ricostruzioni fantasiose ma se un Dario Franceschini qualsiasi non si degna neppure di dare un segno di vita quando Libero gli fa notare l’aggiustamento biografico del suo periodo da sindaco all’Eni, negli anni Novanta, in piena Prima Repubblica, vuol dire che il doppiopesismo è diventato legge e quello che per il centrodestra è peccato grave, per il centrosinistra è un diritto inalienabile. E alla fine dei giochi, basta raccontare un po’ di fatti e misfatti per scoprire che non scoppiano di salute. Ma di moralismo.

Mario Sechi 


Le dieci domande: 
  • 1) Per il direttore di Repubblica Ezio Mauro l'evasione fiscale è o non è un comportamento grave?
  • 2) Il direttore di Svvenire intimidiva al telefono la moglie del suo amante. E' un comportamento grave o no?
  • 3) la direzione del quotidiano della Cei, Avvenire, può essere affidata a un condannato per molestie?
  • 4) Ezio Mauro è sempre contrario al condono fiscale?
  • 5) Come fa la chiesa a considerare l'omosessualità una condizione di disordine e poi difendere il direttore di Avvenire?
  • 6) Per la Chiesa è più grave il libertinaggio o la pratica omosessuale, l'adulterio o il reato per molestie?
  • 7) E' giusto o no che l'agenzia delle Entrate accerti se Gianni Agnelli ha nascosto i suoi beni all'estero evadendo il Fisco?
  • 8) I giornali devono raccontare lo scontro in famiglia per l'eredità Agnelli o no?
  • 9) Perché Franceschini sbianchetta dalla sua biografia il suo passato di sindaco dell'Eni negli anni di Tangentopoli?
10) Repubblica e la Stampa hanno pubblicato per primi e in esclusiva le parole di Veronica contro Berlusconi. PErché Adriano Sogfri su Repubblica e Mario calabresi su La Stampa ora condannano l'estate dei veleni?

Mauro, l’uomo che non risponde alle domande

di Luigi Mascheroni



Roma - Dedicato a Ezio Mauro, riservato e immacolato giornalista integralmente indipendente, partito come collaboratore della democristiana Gazzetta del Popolo di Torino e approdato ai vertici della debenedettiana Repubblica, sotto la testata della quale, il primo giorno da direttore, era il 6 maggio 1996, in spregio alla tradizionale riservatezza piemontese e soprattutto agli accordi sindacali appena firmati, pose, accanto al nome del Fondatore, anche il proprio. 

Egolatria, direbbe Adriano Sofri. Sotto la testata di Repubblica, e sotto il suo nome, accanto ad accorati appelli alla Trasparenza, alla Moralità, alla Chiarezza, da quattro mesi Ezio Mauro, che da allora è diventato un po’ il Gerry Scotti del giornalismo, tutti i giorni ci accende due pulsanti così con le Dieci Domande al premier. Facendo dell’ormai insopportabile tormentone, peraltro con qualche mese di ritardo rispetto alle Dieci Domande che il Giornale, otto mesi fa, pose ad Antonio Di Pietro a proposito dei misteriosi criteri di finanziamento pubblico alla sua «Italia dei Valori», ... ma questa è un’altra storia..., un vero e proprio genere giornalistico. 

Editoriale, commento, intervista, fogliettone, Dieci Domande. Un blog, tanto per dire, di recente ha persino posto Dieci Domande a Ezio Mauro sul perché dopo le centinaia di articoli dedicati da Repubblica al senatore Ignazio Marino, da quando questi si è candidato segretario del Pd, lo ha completamente ignorato. Ma c’è anche chi ha posto Dieci Domande a George Clooney sulla sua storia con la Canalis, solo per dire dove siamo finiti... 

Solo per dire dove vogliamo arrivare, e proprio per non scivolar nel peggiore dei luoghi comuni del giornalismo, non staremo a rivolgere al furbetto del pariolino le scontate Dieci Domande sulla scalata al suo attico romano. Ne faremo solo Una, sperando che ciò tagli i tempi della risposta, visto che a oggi Repubblica (tra il silenzioso chiasso dell’intero arco costituzionale della stampa libera e democratica) non dedica una-riga-una alla vicenda. E la domanda è: «Alla luce di quanto emerso in questi nove anni, come è avvenuta, signor Direttore, la transazione immobiliare che L’ha resa proprietario del Suo attico ai Parioli?». 

Sì, quello su due piani, al quarto l’ampio salone, cucina e tre camere e terrazzo e al quinto due camere, un soggiorno-veranda, bagni e studio. Quello pagato nel 2000 2 miliardi e 150 milioni di lire, di cui 850 milioni in nero. Quello che - a occhio - ci stanno comodi una trentina di immigrati clandestini di quelli che Repubblica continua a domandarsi se è morale che stiano chiusi nei centri di accoglienza... Li inviti a casa sua, a chiederglielo. 

«In un Paese normale, la politica deve star fuori dal mercato, badando a fissare le regole...», Lei scriveva - signor Direttore - in uno di quegli integerrimi editoriali in cui si scagliava contro quei furbetti «affaristi, speculatori e profittatori» che scalavano, si parva licet..., non attici ma banche e giornali. Uno di quegli editoriali intitolati, virtuosamente, «Senza indulgenze», «Dov’è la vergogna», «Il bene del Paese», o - ma pensa i casi della vita... - «Insabbiare».

Ecco Direttore, malgrado l’altezza non propriamente da struzzo, tiri fuori la testa. Si guardi in giro. E, forte dell’esperienza acquisita a suo tempo come corrispondente da Mosca negli anni della glasnost, che vuol dire «trasparenza», ci dica chiaramente come è andata la storia del suo attico.

Si liberi, Direttore, del ciarpame immobiliare che La circonda. Non Le chiediamo, come ormai un po’ pesantemente Lei sta ripetendo da tempo, «se il nostro Primo Ministro si sente soggetto alle comuni leggi civili e morali?». Ma soltanto se Lei si sente soggetto a quelle fiscali.
Riassumendo il suo lavoro, una volta Lei ha detto che «La vita di un direttore è una vita sotto il neon». Bene. L’accendiamo?

Una nuova superperizia smonta l’accusa ad Alberto

Corriere della Sera

Garlasco, Stasi era al computer nell’ora del delitto


Usò il pc dalle 9.36 alle 12.20. Chiara fu uccisa tra le 11 e le 11.30



MILANO — Periti dell’accu­sa, della difesa, della parte civi­le e del giudice. Per una volta sono tutti d’accordo: Alberto Stasi dice la verità quando so­stiene che la mattina del 13 agosto 2007 ha lavorato alla sua tesi di laurea. I nuovi accer­tamenti ordinati dal giudice dell’udienza preliminare Stefa­no Vitelli hanno scovato detta­gli mai emersi in due anni di indagini che ora finiranno nel­le superperizie da consegnare al gup entro la fine del mese. Il biondino di Garlasco, rivelano quei dettagli, ha acceso il com­puter alle 9.36, ha guardato fil­mini e immagini pornografi­che dopodiché ha salvato più volte file di Word (presumibil­mente parti della tesi) fra le 10.20 e le 12.20.

Particolari che fanno a pu­gni con la ricostruzione del de­litto proposta finora in aula dal pubblico ministero Rosa Muscio. Che smontano l'impal­catura sulla quale la procura di Vigevano ha costruito l’inchie­sta. Perché la dottoressa Mu­scio ha sposato e sostenuto, davanti al giudice, la tesi del suo medico legale e cioè che Chiara Poggi, la fidanzata di Al­berto uccisa a colpi in testa con un’arma mai trovata, è morta «tra le 10.30 e le 12, con maggior centratura tra le 11 e le 11.30». Di più. Il pubblico ministero si è spinto a definire «assolutamente oggettivi» i dati della sua perizia medi­co- legale bocciando la consu­lenza del consulente nomina­to da Alberto Stasi (l’unico in­dagato di quest’inchiesta) che invece, paradossalmente, ha sempre anticipato l’orario del­la morte fra le 9 e le dieci.

La domanda è: com’è stato possibile non rilevare dati così importanti per le indagini in due anni di perizie e contrope­rizie? La risposta è nel sospet­to che, prima gli avvocati di Stasi e poi lo stesso giudice Vi­telli, hanno avanzato durante le udienze. E cioè il timore che i carabinieri, controllando il computer di Alberto prima di consegnarlo alla procura, aves­sero involontariamente altera­to i dati custoditi nella sua me­moria. E adesso i nuovi esami informatici lo confermano: ot­to consulenti tecnici dicono tutti assieme che sì, aprendo fi­le, filmati, fotografie sul com­puter di Alberto, i carabinieri hanno cancellato senza voler­lo le tracce dei salvataggi di Word fra le 10.20 e le 12.20.

Per arrivare a questa conclusione sono stati simulati prima la scrittura di qualche pagina di tesi e poi le operazioni esegui­te dai carabinieri. Risultato: il sistema operativo ha cancella­to i file di salvataggio, proprio come accadde ad agosto del 2007. Per ritrovarli è stato ne­cessario esplorare un’area del computer mai visionata finora e per entrare in quell’area si è dovuto seguire una procedura tutt’altro che standard, voluta da tutti i periti informatici. Ma sapere come ci si è arri­vati ad Alberto importa poco. Lui parte dalla fine, dall’esito. E sa benissimo che questo è un punto a suo favore, che il pubblico ministero adesso sa­rà in difficoltà.

Come rivedere il teorema accusatorio che ipo­tizza il delitto in una fascia ora­ria per la quale a questo punto esiste un alibi? Per la verità anche per la dife­sa non mancherà qualche imba­razzo. Pure agli avvocati di Al­berto toccherà tornare davanti al giudice a rimangiarsi le ipote­si fin qui sostenute sull’ora del­la morte «fra le 9 e le 10». Lo sce­nario più probabile, a questo punto, è che ciascuna delle par­ti provi a plasmare la propria te­si sui nuovi risultati tecnici. Chi non ha mai cambiato di una virgola la versione della prima ora è Franca Bermani, la madre di una delle vicine di ca­sa di Chiara Poggi.

La signora Bermani disse di aver visto da­vanti a casa Poggi una biciclet­ta nera da donna alle 9.10 di quel 13 agosto, stessa ora in cui Chiara ha disattivato l’anti­furto di casa. Il giudice Vitelli ha voluto che fosse risentita e lei è stata di nuovo categorica: la bici c’era ed era nera. Non quella che le è stata mostrata in fotografia, cioè la bicicletta bordeaux di Alberto sul cui pe­dale è stato trovato il dna di Chiara (sangue, secondo l’accu­sa). Così in questi giorni in pro­cura si prova a ragionare secon­do un nuovo schema: il delitto può essere stato commesso pri­ma delle 9.36 o dopo le 12.20?
Giusi Fasano

Le carte su Boffo? Sono tutte vere»

di Paolo Bracalini

Appena ha letto la risposta ai lettori di Dino Boffo su Avvenire si è riconosciuto subito nell’identikit del «molto informato» ex collaboratore di Avvenire che per «saldare qualche vecchio conto» sparge fango sul suo ex direttore. «Parlava di me, ho collaborato con la pagina politica del suo giornale per tre anni e mezzo, senza contratto, e per primo sul mio blog ho scritto della sua condanna per molestie. Ma è tutto vero, altro che patacche o veline. Invece di parlare di attacchi disgustosi Boffo dovrebbe raccontarci la verità.

La privacy per un uomo pubblico come lui non può diventare un paravento da ipocriti». Mario Adinolfi, esponente Pd di fede franceschiniana, non è né un mangiapreti né un berlusconiano. Cattolico (militava nella Margherita, ha lavorato per la Radio Vaticana), feroce sostenitore del Noemi-gate, ora assiste con imbarazzo alla fulminea conversione anti gossip del suo partito sul Boffo-gate: «Il Pd dovrebbe difendere la libertà di informazione sempre, non solo per la stampa amica. Feltri ha scritto di fatti incontrovertibili e ha rotto il muro di omertà sulle relazioni omosex del direttore di Avvenire. La sentenza di Terni è un fatto, una notizia che in qualsiasi paese del mondo sarebbe finita immediatamente in pagina».

Ma come Adinolfi? Anche lei, già aspirante segretario del Pd, si mette a spacciare patacche?
«Macché patacche, qui c’è una sentenza di un tribunale e di quella si deve parlare. L’ho scritto il 20 settembre del 2005, raccontando il fatto. Nessuno allora mi diede del pataccaro, non ebbi querele né atteggiamenti di risentimento. Forse perché pensavano che la cosa potesse rimanere sotto silenzio».

Lei chiese quei documenti al gip di Terni, Augusto Fornaci.
«Formalmente, per iscritto. Andai di persona a Terni e la cancelleria identificò gli estremi della sentenza. Ma poi, quando capirono a chi si riferiva, mi negarono il documento».

Con che motivazioni?
«Dicendo che quella vicenda coinvolgeva “relazioni interpersonali pregresse” e che quindi gli atti non potevano essere resi pubblici».

Anche se c’è un articolo di legge per cui gli atti di un procedimento penale dovrebbero essere accessibili.
«Certo, e questo dice qualcosa sulla magistratura italiana».

Boffo risponde: è una montatura giornalistica.
«Invece il decreto penale di condanna è un fatto. E l’informativa, che non conosco e che ho appreso dal Giornale, corrisponde sicuramente a quel che è noto dei comportamenti di Boffo».

Vuole forse vendicarsi di Boffo perché non l’ha mai assunta all’«Avvenire»?
«Ma per favore. Lo dico pasolinianamente: non è una battaglia sulla persona ma sulle idee. A Boffo va il mio pensiero cristiano, perché immagino la sua vergogna e il suo dolore. Quello che è inaccettabile è che in Italia la verità diventi sempre pirandelliana, per cui ce n’è una, nessuna e centomila. Non è così, la verità è una sola e in questo caso è molto chiara. E poi, tirare in ballo i morti mi è sembrato una difesa sconvolgente da parte di un cristiano».

I morti?
«Boffo dice che le telefonate moleste partivano dal suo cellulare ma non era lui a farle, bensì un ragazzo, che guardacaso però è morto di overdose e non può più smentire».

Lei è colpevolista.
«No, ma quella è una giustificazione che mi inquieta molto. Boffo, per fugare i dubbi, invece di sbraitare potrebbe raccontare in prima persona quella vicenda. Spiegare perché nei confronti di quella donna sono stati pagati dei soldi. È lei la vera vittima in tutta questa vicenda».

Si parla di privacy violata.
«La privacy dei personaggi pubblici non esiste, hanno dei doveri di coerenza che ho reclamato molto duramente per Berlusconi. E se uno predica moralità e sobrietà dei costumi deve essere sobrio nei costumi. È un’ovvietà».

Libertà di inchiesta per tutti, non solo per «Repubblica», quindi?
«Certo, pretendo che la mia parte politica sia onesta e difenda la libertà di informazione di tutti, anche dei giornali non schierati con noi. C’è un problema intellettuale a sinistra, questa ipocrisia va superata».

La Cei ha reagito duramente.
«L’ipocrisia invece fa male soprattutto alla credibilità della Chiesa. Se si comporta come un potere, perde di forza. È questo il male che stanno facendo Dino Boffo e chi lo copre. Quando si sale su una cattedra morale bisogna essere degni di quella cattedra».

La smentita di Boffo: "E' una patacca" Feltri: "E io ripubblico le carte: eccole"

di Redazione


Milano - Non una "informativa" proveniente da un fascicolo giudiziario ma "una emerita patacca". Così Dino Boffo, direttore di Avvenire, definisce il "documento" che ha portato il Giornale di Vittorio Feltri ad attaccarlo per un presunto "incidente sessuale". "Nessuna schedatura, ma fatti. Boffo contesti i documenti facendo vedere le sue carte. Se ne ha". Questa la risposta del direttore del quotidiano di Via Negri. 

Nessuna informativa "Non ho mai parlato di schedature o informative giudiziarie e il Viminale non c'entra in nessun modo. Abbiamo un documento che prova un fatto, se il fatto non é vero Boffo lo smentisca offrendo i suoi documenti ai giornali". Così replica il direttore de Il Giornale. E sui presunti contatti con il premier: "Mai stato negli ultimi quattro mesi a Roma, né a Palazzo Chigi né a Palazzo Grazioli e non ho sentito il premier Silvio Berlusconi al telefono. L'unico a telefonarmi, la sera di venerdì prima che l'articolo su Boffo uscisse, è stato il sottosegretario Gianni Letta che aveva saputo della cosa. Ma erano le 23,30 e il giornale era già chiuso".

Berlusconi: "Mai parlato con Feltri" "In questi giorni non ho mai avuto alcuna conversazione telefonica con il direttore de Il Giornale, né con altri suoi collaboratori". Lo afferma il premier Silvio Berlusconi smentendo alcune ricostruzioni giornalistiche che definisce, nel caso specifico, "falsità". "Di fronte alla marea di voci, insinuazioni e presunte rivelazioni apparse stamane sui giornali è impossibile smentirle tutte - afferma il premier - ma su una falsità non posso tacere: in questi giorni non ho mai avuto alcuna conversazione telefonica con il direttore de Il Giornale né con altri suoi collaboratori". 

Feltri: "Andiamo avanti" Sulla vicenda Boffo il direttore del Giornale non retrocede di un passo: "Abbiamo un documento, che tra l'altro domani ripubblichiamo, in cui si prova che il direttore dell'Avvenire ha patteggiato per molestie personali e che la cosa è stata trasformata in una pena pecuniaria. Sui motivi del patteggiamento vai a capire, comunque noi abbiamo un documento che prova un fatto. Dovrebbe essere lui a questo punto ad offrire la sua documentazione ai giornali, il resto non conta. Non conta da chi lo abbiamo avuto, non conta se ci sono errori perché non è un testo di diritto. Anche se i termini fossero impropri i fatti sono questi e se qualcuno è in grado di smentirli lo faccia. Io non provo nessun imbarazzo - aggiunge Feltri -, l'imbarazzo dovrebbe essere di Bagnasco se lo sapeva e anche di Boffo. Mi rendo conto che è un'intromissione nel suo privato e mi dispiace ma quello che volevo dire era proprio questo, il mio discorso era politico. Volevo dire che bisogna fare attenzione al privato se non hai tutte le carte in regola e nessuno di noi ce l'ha. Io per esempio non mi permetterei di fare la morale sulle signorine con cui qualcuno si accompagna. Non capisco perché si può fare a Berlusconi e non al direttore dell'Avvenire, non siamo tutti uguali?".

Telefonata di Maroni Boffo racconta di avere ricevuto "una inattesa telefonata da Roberto Maroni". Boffo, in una lunga risposta alle lettere dei lettori dell’

Avvenire, si riferisce alle affermazioni del Giornale, (secondo il quale sarebbe stato da tempo "già attenzionato dalla polizia per le sue frequentazioni") e spiega che Maroni "ha voluto manifestarmi la sua solidarietà e il senso di schifo che gli nasceva dalle cose lette" ma "teneva anche ad assicurarmi di aver ordinato un’immediata verifica nell’apparato di pubblica sicurezza centrale e periferico che da lui dipende, e che nulla, assolutamente nulla di nulla era emerso".

Fantomatico atto giudiziario Quello citato dal Giornale, insomma, non era, afferma Boffo, un "fantomatico atto giudiziario ma una vera sola", che si potrebbe "spulciare riga per riga" per controbattere "e far emergere di quel testo anzitutto l’implausibilità tecnica, poi magari sostanziale. Lo faremo, se necessario". Come avrà fatto, si chiede Boffo, "il Mourinho dei direttori", il "primo degli astuti" a "non porsi una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale): questo testo che ho in mano è realmente un'informativa che proviene da un fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio, monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale? Perché, collega Feltri, questa domandina facile facile non te la sei posta? Ma se te la fossi fatta, sei proprio sicuro di aver vicino a te le persone e le competenze giuste per compiere i passi a seconda della gamba? Non sei corso troppo precipitosamente a inaugurare la tua nuova stagione al timone di quello che non è più un foglio corsaro, ma il quotidiano della famiglia del presidente del Consiglio?".

La querela Comunque, conclude il direttore di Avvenire, "quanto di fondamentale non farà spontaneamente capolino davanti all’opinione pubblica, emergerà civilmente e pacatamente in un tribunale della Repubblica, cui i miei avvocati già lunedì si presenteranno per la querela".


Il «mini dossier» che accusa Boffo spedito ai vescovi

Corriere della Sera

L’intestazione: riscontro a richiesta di informativa
Il testo consegnato a tutti i prelati tre mesi fa


MILANO — Il suo anonimo estensore, chiunque sia, l’ha in­titolato «Riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellen­za»: e la prima osservazione, in effetti, è che nessun atto giudi­ziario tecnicamente definibile come tale porterebbe mai una intestazione del genere. Fatto sta che la famosa «nota» di cui tutta Italia sta parlando da tre giorni è questa qui: un foglio con 30 righe dattiloscritte in cui figurano espressioni tipo «prefato», «attenzionato», non­ché un discreto «sconcie» con la «i» a descrizione delle telefo­nate che sarebbero valse a Di­no Boffo, direttore dell’ Avveni­re , quei 516 euro di ammenda patteggiati nel 2004 davanti al tribunale di Terni.

La prima notizia di cui si è avuta definitiva conferma ieri è che quel foglio, appunto, non è un atto giudiziario ben­sì una lettera anonima. La se­conda è che si tratta dello stes­so foglio che praticamente tut­ti i vescovi d’Italia avevano ri­cevuto per posta, insieme con la fotocopia assai più stringata dell’effettivo decreto di patteg­giamento, addirittura tre mesi fa: e che tutti quanti, a suo tempo, avevano buttato nel ce­stino.

A questo proposito può vale­re per tutte la dichiarazione ri­lasciata sabato da monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze a sua volta citato nel foglio in questione: «Quanto ai fogli anonimi che circolano in questi giorni, assurti al rango di 'informativa', li ho sempre ritenuti degni del cestino della spazzatura, quella spazzatura da cui provengono e devono tornare». Riassumiamo.

Siamo a fine maggio. Anche se il caso «Berlusconi-Noemi», in quel periodo, si è già trasfor­mato ormai da settimane nel­l ’assai più ampio caso «Berlusconi+altre» lo scontro con Avvenire sulla morale del premier è ancora ben al di là da venire: gli interventi del di­rettore Dino Boffo sull’argo­mento, infatti, prendono il via solo il mese scorso. Eppure è già allora, tre mesi fa appunto, che sulle scrivanie delle curie italiane arrivano due fogli A4 spillati insieme e spediti da non si sa chi.

Uno è la fotocopia di un ve­ro certificato del casellario giu­diziale di Terni (GUARDA) . Vi si leggono solo gli estremi di un decreto penale che il 9 agosto 2004 con­dannava Dino Boffo alla «am­menda di 516 euro» per il «rea­to di molestia alle persone commesso in Terni nel genna­io 2002»: nessun dettaglio ulte­riore.

Il secondo foglio (GUARDA) è quello di cui si diceva in principio. Chi lo scrive non lo intesta né a un giudice né a un pm, ma appun­to a una fantomatica «Eccellen­za » che gliene avrebbe fatto «ri­chiesta »: ora è vero che questo è il titolo dei vescovi ma è an­che quello, per esempio, dei prefetti. E il linguaggio del do­cumento non assomiglia per niente a chi si intende di cose di Chiesa.

Vi si legge così, come a spie­gazione di quel che nel decreto non c’è, tutto quel che Il Gior­nale ha riportato venerdì scor­so e cioè che «la condanna è stata originata da più compor­tamenti posti in essere dal pre­fato ». E che «il Boffo è stato a suo tempo querelato da una si­gnora di Terni destinataria di telefonate sconcie (sic) e offen­sive » eccetera, e che «il Procu­ratore della Repubblica rinvia­va a giudizio il prevenuto» (an­che se una procura lo chiede, non lo decide), e che «Boffo aveva tacitato la parte offesa con un notevole risarcimento finanziario che...»: e la frase ri­prende la riga sotto con «per questo aveva ritirato la quere­la ». La nota continua si chiude come ormai si sa: «Noto omo­sessuale già attenzionato dalla Polizia», «gode di alte protezio­ni, correità e coperture in sede ecclesiastica», la chiamata in causa dei cardinali Ruini e Tet­tamanzi nonché di monsignor Betori in quanto «a conoscen­za » del «reato commesso». L’ultimo accenno riguarda gli incarichi di Boffo: la sua «pre­posizione » ad Avvenire e alla «televisione della S. Sede», quindi «l’appartenenza all’ente Toniolo che governa l’Universi­tà Cattolica».

Paolo Foschini




La patacca c’è. Ma è di «Repubblica»

di Vittorio Feltri

È impressionante l’appiattimento della stampa italiana. Ieri quattro grandi quotidiani avevano lo stesso titolo d’apertura. Identico. Fotocopiato. E speriamo non concordato. Repubblica, Corriere della Sera, Stampa e Messaggero si presentavano così in edicola: «Bagnasco: attacco disgustoso» (l’unica variante spiccava sotto la testata affidata a Ezio Mauro: anziché Bagnasco, si leggeva «i vescovi»).
Sembra di essere tornati ai tempi di Tangentopoli quando i direttori si telefonavano all’ora critica prima della chiusura e concertavano quale piatto offrire al pubblico. Un modo casereccio per editare una sorta di Pravda: la medesima mappazza sotto etichette diverse.
In occasione della vicenda resa nota dal Giornale (e cioè quella del direttore di Avvenire che ha patteggiato per molestie, pagando una sanzione pecuniaria sostitutiva della pena detentiva) le forze armate di carta hanno, mi auguro una tantum, riattivato l’antico cliché corporativo. Ovvio, si trattava di far passare l’idea che la Cei abbia ragione di indignarsi e il Giornale torto a provocare scandalo riportando un fatto documentato.
A proposito. Il cardinale Bagnasco giudica disgustoso il nostro attacco, ma non giudica disgustoso l’episodio che lo ha generato e di cui è stato protagonista Dino Boffo. Che razza di morale è questa? Da quando in qua raccontare un reato è peggio che commetterlo? Sua eminenza è fuori strada, e come lui i quotidiani che si sono accodati acriticamente.
Qualche sprovveduto ci ha rimproverati di aver confezionato un falso per colpire Avvenire. Bene. Eccolo servito; pubblichiamo in prima pagina la prova regina: il testo della Procura da cui si apprende dell’avvenuta esecuzione della pena inflitta e il reato relativo. Leggete e mettetevi il cuore in pace. La realtà è questa: Boffo ha patteggiato, e perché lo abbia fatto sono affari suoi, che se vuole può spiegare. Oddio, comprendiamo il suo ritegno e il suo stato d’animo, un po’ meno le dichiarazioni di Bagnasco e per nulla la maniera con cui i giornali le hanno enfatizzate senza nemmeno ascoltare la nostra campana. Ma fin qui accettiamo, siamo gente di mondo.
Ciò che sorprende è la spudoratezza di Eugenio Scalfari, fondatore di la Repubblica, il quale per sostenere la tesi secondo cui io avrei agito come killer di Berlusconi, si inventa una mia visita a Palazzo Chigi nei giorni successivi alla mia nomina a direttore del Giornale. Questa sì è una patacca, resa ancor più grave dalla circostanza, pure inventata, che io stesso avrei detto, non si sa a chi, di essermi recato dal presidente per mettere a punto in un’ora i piani di attacco mediatico a fantomatici nemici politici.
Un romanzetto fantastico che dimostra una cosa: qui se c’è uno specialista in killeraggio è Scalfari. Il quale se fosse stato un giornalista scrupoloso non avrebbe avuto difficoltà a verificare che a Palazzo Chigi sono andato l’ultima volta quattro o cinque anni fa. Perché chiunque entri nella sede della presidenza del Consiglio esibisce i documenti, e le sue generalità vengono trascritte. Confermo invece di essere stato più recentemente a Palazzo Grazioli: circa due anni orsono; e al governo c’era Romano Prodi.
Se poi non bastasse, sarei disposto a dare il mio ok a chi desiderasse controllare i tabulati delle mie telefonate in entrata e uscita e la durata delle conversazioni, da cui si comprenderà che con il Cavaliere ho parlato in un passato non remoto per un totale di un paio di minuti, non certo sufficienti a elaborare una strategia di killeraggio.
Ergo. La patacca è di Repubblica, non del Giornale. Il killer non sono io, bensì Scalfari che spaccia balle su di me esercitandosi in una pagina di giornalismo basato su congetture anziché sui fatti. Dunque la Repubblica è inattendibile.
Mentre scrivo leggo un dispaccio di agenzia. Il pretendente alla segreteria del Partito democratico, Ignazio Marino, afferma che c’è da vergognarsi di quanto è accaduto negli ultimi giorni. E punta il dito contro di noi.
Marino non può permettersi simili libertà. Semmai è lui che deve vergognarsi: non si fa la cresta sulle note spese. Fregare soldi all’Università (che ti licenzia, di conseguenza) non sta bene e non fornisce la patente per guidare attacchi gratuiti al Giornale.