martedì 1 settembre 2009

Feltri: "I vescovi sapevano del caso Boffo Pericoloso è chi molesta e chi tace"

Quotidianonet

Al vescovo di Como, che definisce "pericolosa e immorale" la pubblicazione dell'informativa sul direttore dell'Avvenire,  il giornalista replica: "Da un prelato mi aspetterei un impegno per accertare la verità, non per nasconderla"

Roma, 1 settembre 2009


I  vescovi italiani disponevano dell`"informativa" sul caso Boffo. L`avevano ricevuta insieme con la copia del certificato generale del casellario giudiziale. Lo scrive il Giornale in prima pagina, sotto un titolo a nove colonne . "Il sito internet Dagospia ha pubblicato ieri - aggiunge Il Giornale -ieri la testimonianza di un monsignore ben addentro alle liturgie della Santa Sede", secondo il quale "l`informativa è la classica minuta preparata per la Segreteria di Stato, destinatari il Papa e Bertone".
Sul tema Il Giornale ospita una dura lettera del Vescovo di Como, mons. Coletti, che definisce la pubblicazione

dell'informativa "operazione pericolosa e immorale". Mons. Coletti si chiede quali siano stati i criteri alla base della scelta di Feltri di pubblicare l'informativa: "Il fondato sospetto, confermato dalla testimonianza di tanti onesti e sconsolati giornalisti, è che fra i tanti criteri abbiano troppo spesso la prevalenza soprattutto due: far piacere all'editore di riferimento (leggi: il padrone) e vendere più copie del giornale". "Continua ad essere pericoloso - scrive mons. Coletti - erigersi a giudici dei peccati altrui". Pronta la replica di Feltri, con gli stessi toni: "Pericoloso è chi molesta e chi tace". "Perchè tace?- chiede Feltri a mons. Coletti - L'accusa che rivolge a me dovrebbe riservarla alla sua riverita persona; da un prelato mi aspetterei un impegno per accertare la verità, non per nasconderla".

"Tutti sanno quanti processi che coinvolgono
il clero ci sono in Italia e all’estero. Voglio augurarmi che l’uso dell’artiglieria pesante non arrivi a un’attività di dossieraggio su personalità della Chiesa, ma non lo escludo". Lo ha detto il consulente informatico Gioacchino Genchi nel corso del contenitore politico «KlausCondicio», condotto da Klaus Davi su YouTube.

«Il crescendo c’è, con ottimi giornalisti che fanno un lavoro di assalto simile alle truppe dei marines... Ma probabilmente, più che cercare e causare lo scontro tra la Chiesa e Berlusconi, il vero scontro è all’interno della Chiesa».

«Di quel documento mi ha colpito la forma. Se lo leggiamo attentamente, ci accorgiamo e possiamo forse decifrare la mano. Nella forma si nota un cipiglio che mi sa molto di militare», osserva Genchi, secondo il quale «non è la mano di un poliziotto. Questo posso dirlo con assoluta certezza. Quella non è una forma, nonostante l’uso dell''eccellenza', che può essere rivolta a un appartenente della polizia che scrive al proprio capo".

"Vittorio Feltri ha fatto il suo mestiere. È sbagliato prendersela con lui. Io, anzi, mi complimento con la nuova direzione del ‘Giornalè perchè sicuramente Feltri sta facendo aumentare il numero delle copie, ha resuscitato un giornale che era dormiente".

Si compone di 2 pagine il decreto penale di condanna emesso nei confronti di Dino Boffo dal Gip del tribunale di Terni Augusto Fornaci il 9 agosto del 2004. Del provvedimento i giornalisti hanno potuto oggi avere copia dopo la decisione favorevole del giudice Pierluigi Panariello, il quale ha comunque disposto che dall'atto fosse cancellato il nome della parte offesa.

Nel decreto si legge che Boffo Dino, nato ad Asolo il 19 agosto del 1952', e' stato imputato 'del reato di cui all'articolo 660 c.p. perche', effettuando ripetute chiamate sulle sue utenze telefoniche nel corso delle quali la ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale e' stata presentata remissione di querela) per petulanza e biasimevoli motivi recava molestia a omissis. In Terni dall'agosto 2001 al gennaio 2002'.

A proposito della frase sui rapporti sessuali il gip -rispondendo ai giornalisti- ha precisato che si devono intendere quelli tra la donna che aveva sporto denuncia e il proprio compagno. Il giudice ha inoltre ribadito che nelle carte processuali non c'e' alcuna informativa che riguardi le inclinazioni sessuali di Boffo.
Per questi motivi - si legge ancora nel decreto - il Gip ha condannato l'imputato in ordine al reato 'alla pena di euro 516 complessive di ammenda'. Nella parte finale del provvedimento si legge che il giudice 'ordina l'esecuzione del presente decreto ove non venga proposta opposizione nel termine sovra indicato'.

 L'accesso indiscriminato a tutti gli atti del procedimento riguardante Dino Boffo da parte dei giornalisti e quindi la divulgazione dei documenti puo' 'recare pregiudizio al diritto alla riservatezza delle parti private coinvolte nel procedimento'. E' quanto scrive il gip di Terni Pierluigi Panariello nel provvedimento con il quale ha autorizzato il rilascio solo della copia del decreto penale di condanna nei confronti del direttore di Avvenire. Parere favorevole alla messa a disposizione dei giornalisti degli atti di indagine era stato espresso dal procuratore di Terni, Fausto Cardella.

Il magistrato ha fra l'altro sostenuto come sia 'indubbio che la vicenda Boffo, innescata da articoli apparsi su alcuni quotidiani, abbia assunto una notevole, determinante rilevanza giornalistica e generale, anche in relazione a taluni aspetti controversi che hanno formato spunto di dibattito su quotidiani'. Il procuratore ha inoltre sottolineato che sulla vicenda 'sono state annunciate anche interrogazioni parlamentari'.

Nel corso dell'indagine che a Terni ha coinvolto Dino Boffo, sono stati sentiti alcuni testimoni che hanno 'confermato' la conoscenza tra il direttore di Avvenire e la donna che lo denuncio' per molestie personali. Deposizioni che figurano tra gli atti del fascicolo, secondo quanto riferito oggi dal gip di Terni Pier Luigi Panariello che ha autorizzato i giornalisti a prendere visione oggi del decreto di condanna.

Il giudice ha confermato che agli atti non ci sono intercettazioni ma i tabulati telefonici relativi alle udienze di Boffo. Panariello ha quindi spiegato che il giornalista si difese sostenendo di non essere l'autore delle telefonate. Ma questa tesi - ha aggiunto - non e' stata approfondita non essendo stata evidentemente ritenuta attendibile da chi indagava'.

Il giudice Pier Luigi Panariello ha disposto che dal decreto penale di condanna, che i giornalisti potranno avere in copia, venga cancellato il nome della persona offesa. Panariello ha reso noto che il procuratore della Repubblica di Terni Fausto Cardella aveva invece espresso parere favorevole alla messa a disposizione dei giornalisti di tutti gli atti del fascicolo, celando comunque il nome della persona offesa.

'Ritengo - ha detto il gip - che il diritto di cronaca possa essere soddisfatto attraverso la divulgazione del fatto, cioe' di come si e' concluso il procedimento'. Secondo Panariello la conoscenza degli atti processuali va riservata alle parti coinvolte che, 'se lo vogliono possono poi metterli a disposizione'. Panariello ha tra l'altro detto che 'in questi giorni' i difensori di Boffo hanno chiesto copia degli atti del fascicolo.

fonte agi


Bufera in Puglia, indagine su sesso e politica: coinvolti due ex assessori della giunta Vendola

di Redazione


Bari - Due ex assessori della prima giunta regionale pugliese guidata da Nichi Vendola (che ha subito un rimpasto all’inizio del luglio scorso) sono coinvolti in una nuova indagine della procura di Bari su sesso, affari e politica. I nomi dei due politici non sono al momento iscritti nel registro degli indagati, anche perchè sono in corso ulteriori accertamenti da parte della Guardia di finanza.

Ai due politici - che sono stati intercettati - gli investigatori sono arrivati mentre indagavano sull’esistenza di una presunta associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al falso a cui avrebbero preso parte sei indagati: dirigenti e funzionari dell’assessorato regionale alla sanità e imprenditori. Nell’indagine è coinvolto ancora una volta l’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, il cui nome è soprattutto legato alla escort Patrizia D’Addario. 

Escort e ragazze disoccupate In questa nuova inchiesta dei pm Roberto Rossi e Lorenzo Nicastro emergerebbe che Tarantini avrebbe fornito ai due ex assessori regionali le prestazioni sessuali non solo di escort da lui pagate, ma pure di donne disoccupate, alcune anche con figli, che erano alla ricerca di un posto di lavoro e, in un caso, di una avvocatessa salentina di 28 anni che voleva far carriera nella pubblica amministrazione.

In cambio contratti di consulenza con la regione Puglia
Le escort venivano inviate - secondo le indagini - direttamente da Tarantini per ottenere qualche aiuto dai due politici al fine di aggiudicarsi dalla Regione Puglia appalti in campo sanitario. Donne disoccupate si erano invece rivolte a Tarantini per essere messe in contatto con uomini politici ai quali avrebbero offerto sesso in cambio della promessa di un posto di lavoro in un ente pubblico, Regione Puglia e Camere di Commercio. La ventottenne professionista salentina sarebbe andata a letto con uno o entrambi gli ex assessori regionali coinvolti ricevendo in cambio la promessa di un soddisfacente contratto di consulenza con la Regione Puglia.

Vaticano: nessuna spaccatura con Cei Il Papa a Bagnasco: «Stima e gratitudine»

Corriere della Sera


«I tentativi di contrapporre la segreteria di Stato e la Conferenza episcopale italiana non hanno consistenza»


ROMA - Nessuna spaccatura tra il Vaticano e la Cei sul caso Boffo. Prima c'è stata la dichiarazione del portavoce, padre Lombardi («I tentativi di contrapporre la segreteria di Stato e la Conferenza episcopale non hanno consistenza»), poi nel tardo pomeriggio la telefonata tra Benedetto XVI e il presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Angelo Bagnasco. Nel corso della conversazione - riferisce una nota dell'Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei - il Papa «ha chiesto notizie e valutazioni sulla situazione attuale e ha espresso stima, gratitudine e apprezzamento per l'impegno della Conferenza episcopale e del suo presidente».

NESSUNA SPACCATURA - «È chiaro che vi è accordo tra la Santa Sede e la Chiesa in Italia, nel rispetto delle rispettive competenze - ha detto padre Lombardi ai giornalisti durante una conferenza stampa - ed essendovi frequente contatto e profonda conoscenza e stima fra il cardinale segretario di Stato e il presidente della Conferenza episcopale. Pertanto i tentativi di contrapporre la segreteria di Stato e la Conferenza episcopale non hanno consistenza».

BERTONE - Intanto il cardinal Tarcisio Bertone, ha parlato proprio con Dino Boffo, «manifestandogli la sua vicinanza e solidarietà». Padre Lombardi ha precisato che l'iniziativa è stata presa da Bertone nella sua qualità di segretario di Stato vaticano.

BERLUSCONI - Sul caso Boffo e le sue conseguenze nel rapporto tra il governo e la Santa Sede è intervenuto nuovamente il premier Silvio Berlusconi. «Non c'è stata nessuna distanza, abbiamo continuato come sempre i nostri contatti e il nostro dialogo pressoché quotidiano con la Santa Sede. Leggo delle cose su distanze e difficoltà tra il governo e il Vaticano: queste distanze non sono mai esistite e non esistono» ha detto il premier incontrando i giornalisti nella hall dell'albergo che lo ospita a Danzica, dove parteciperà alla cerimonia a 70 anni dallo scoppio della seconda guerra mondiale. «Il governo - ha aggiunto Berlusconi - non ha alcuna responsabilità per quello che è successo nelle diatribe giornalistiche che si sono verificate. Quindi, tutto ciò che ho letto sui giornali è esattamente il contrario della realtà».

LA PERDONANZA - Per quanto riguarda la sua assenza alla cena con il cardinal Bertone in occasione della festa della Perdonanza a L'Aquila, Berlusconi ha detto che la decisione è stata presa di concerto: «Il fatto che non abbia partecipato alla cena e che la cena sia stata conseguentemente annullata era stato concordato tra il sottosegretario Letta e la segreteria di Stato vaticana». E alla domanda se sono previsti a breve colloqui con gerarchie ecclesiastiche, Berlusconi ha risposto: «Ci incontriamo quotidianamente. Non c'è mai stato nemmeno il velo di una incomprensione».


Boffo, la sua difesa: «Distillato di falsità, puro veleno costruito per diffamare»

Il Messaggero


Su Avvenire tre pagine dedicate allo scontro con Il Giornale. Scavo: tutto scritto da Mani abili, niente affatto disinteressate


ROMA (1 settembre) - «Bisogna che i lettori di Avvenire sappiano cos'è in realtà la sentenza giudiziaria maneggiata come un manganello da Vittorio Feltri, direttore del Giornale, e dal suo giornalista Gabriele Villa. La presunta sentenza è uno sconclusionato e sgrammaticato distillato di falsità e di puro veleno costruito a tavolino per diffamare». 

È quanto scrive il direttore dell'Avvenire Dino Boffo sul suo quotidiano a proposito dello scontro con il Giornale. «Feltri e i suoi, prontamente affiancati dal manipolo di coloro che su altre pagine di giornale hanno preso per oro colato la loro rivelazione, l'hanno fatto. Hanno diffamato. Hanno deciso, loro, sì, sentenziato, che il direttore di Avvenire era un omosessuale, un molestatore, uno sfasciafamiglie. Un sepolcro imbiancato da picconare in pubblico. 

Hanno preso, come l'anonimo (per ora) diffamatore, una copertina e ci hanno appiccicato ciò che faceva loro comodo -scrive Boffo -. E da ieri hanno già cominciato a dissimulare la vergognosa operazione. Non più mescolando le carte ma cercando di far sparire quella che dimostra quanto sporco sia il gioco che stanno conducendo».

«Ma i fatti già parlano: ieri un Gip ha fatto chiarezza confermando ufficialmente che non c'è alcun riferimento a inclinazioni sessuali tra gli atti giudiziari di Terni. Ma chi diffama si cura delle smentite?», conclude Boffo.

«Mani abili e niente affatto disinteressate»
avrebbero fatto arrivare al Giornale i documenti riferiti al direttore dell'Avvenire Dino Boffo, un atto giudiziario riservato e difficilmente ottenibile - scrive oggi il quotidiano dei vescovi in un commento a firma di Nello Scavo - insieme alla cosiddetta «informativa», una lettera anonima che il giornale della Cei definisce «paccottiglia venduta per sentenza». Materiale scottante quanto «mal riportato» - si legge nell'articolo - e pubblicato senza «un minimo di senso critico», tanto più necessario «quando le 'notiziè arrivano da fonti che a tutti i costi vogliono restare anonime».

Una approssimazione rilevata da Avvenire anche sul sito «del quotidiano che fu di Montanelli», che ieri, sotto il titolo di «sentenza» proponeva ai suoi lettori «solo una copia del casellario giudiziario». «E questo è un giallo nel giallo - osserva Avvenire - perchè trattandosi di una pena assai lieve non avrebbe dovuto essere menzionata nel casellario pubblico, che dunque sarebbe dovuto risultare pulito».

L'accesso all'archivio completo - osserva il commentatore - è invece consentito solo a figure istituzionali: polizia giudiziaria, magistratura, servizi segreti«. E «chiunque vi acceda deve usare una password e lasciare una traccia del proprio passaggio nell'archivio, dati su cui ora si sta guardando con attenzione. La tecnica, dunque, è semplice - conclude Avvenire - elevare il vaneggiamento al rango di "informativa di polizia" e metterci accanto un documento ufficiale arrivato da mani abili e niente affatto disinteressate».


Gheddafi vuole le Frecce solo verdi L'Italia: non cederemo al capriccio

Libero



Le Frecce tricolori oggi dovrebbero tagliare il cielo libico scaricando il rosso bianco e verde della nostra Nazione. Dovrebbero, perché Gheddafi sta minacciando di non farle partire: vuole nell'aria soltanto il colore del prato, lo stesso della sua dittatura di cui si festeggiano i Quaranta. Solo verde. La prova generale di ieri è saltata. I nostri piloti dicono diplomaticamente che la Libia ha solo posto questioni di sicurezza: gli esercizi si sarebbero svolti sopra la tenda del raìs.

Ma quel che invece si sa è che a inchiodare al deserto i nostri Aermacchi sia l'ultimo capriccio dell'uomo che stiamo cercando di accontentare in ogni modo, purché in cambio fermi i barconi dei clandestini. Il fumo verde per il suo compleanno. «Anche oggi abbiamo avuto l'ennesima richiesta informale, da parte dei libici, di esibirci con la fumata verde per la parata militare di domani.

Ho risposto che siamo italiani e siamo orgogliosi di donare loro la cosa più bella che abbiamo che è il nostro tricolore», ha detto infatti ieri  il comandante le Frecce Tricolori, tenente colonnello Massimo Tammaro. La pattuglia acrobatica italiana ben che vada, oggi dovrebbe sorvolare il lungomare di Tripoli eseguendo un programma ridotto (circa 10-12 minuti) perché «mancano le boe di riferimento in mare e - ha spiegato il comandante - per noi la zona non è del tutto sicura».

Le Frecce Tricolori schiereranno quindi nove aerei su dieci, perché non ci sono le condizioni per l'esibizione del solista. Se il programma di oggi però non dovesse essere rispettato nemmeno nella sua forma ridotta, le nostre Frecce sono pronte a fare retro-cielo e a tornarsene dritte in Italia. È questa la condizione posta dal ministro della Difesa, La Russa: stavolta non si cede. O l'Italia sfreccerà come le pare, e come  protocollo prevede, o il leader libico resterà senza strisce.

Dal Gip di Terni smentita al «Giornale»

Avvenire


Nel fascicolo conservato al Tribunale di Terni «non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le inclinazioni sessuali» del direttore di Avvenire. La netta smentita a quanto sostenuto dal quotidiano di Feltri è arrivata ieri dal giudice per le indagini preliminari della città umbra Pierluigi Panariello. 

Già nei giorni scorsi il ministro dell’Interno Roberto Maroni aveva escluso l’esistenza della presunta "informativa", che infatti non è altro che una velina anonima spacciata per atto ufficiale. Intanto il Comitato per la Sicurezza della Repubblica assicura con il presidente Rutelli «la massima attenzione» all’eventualità, per ora esclusa, di un coinvolgimento diretto o indiretto «di persone legate ai servizi d’informazione». 

Lo stesso Rutelli ha incontrato ieri Gianni De Gennaro, direttore del Dis, l’organismo di coordinamento dei servizi segreti. Continua, intanto, la pioggia di messaggi di solidarietà a Dino Boffo. Ieri lo ha pubblicamente inviato anche il cardinale arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi.



al nostro inviato a Terni Danilo Paolini

Nessuna informativa, nemmeno un appunto. Niente di niente. Dopo il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il capo della Polizia Antonio Manganelli, anche il giudice per le indagini preliminari di Terni Pierluigi Panariello conferma che «non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le inclinazioni sessuali» del direttore di Avvenire Dino Boffo all’interno di un fascicolo del locale tribunale.

Per la terza volta in pochi giorni risulta evidente che ciò che è stato spacciato (e pubblicato) come un documento ufficiale non è mai stato neanche un pezzo di carta ufficioso, bensì soltanto un foglio anonimo: non ne sanno niente, infatti, né il Viminale, né i vertici delle forze dell’ordine, né la magistratura ternana. Insomma, malgrado qualche apparenza, non viviamo in uno Stato di polizia che scheda i propri cittadini per le loro presunte «frequentazioni».

A Terni, per la verità, i magistrati hanno altro da fare. Tra l’altro, nessuno di quelli che si occuparono a suo tempo della vicenda è più in servizio nel palazzo di giustizia della città umbra. L’attenzione mediatica sollevata intorno alla vicenda, però, sta costringendo gli attuali vertici a occuparsene, soltanto perché diverse testate giornalistiche hanno presentato richiesta di accesso agli atti.

Il procuratore capo Fausto Cardella, che non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione in merito ed è stato impegnato per l’intera giornata in attività istruttorie correnti, ha fatto prelevare il fascicolo dall’archivio e lo ha da ieri mattina sulla sua scrivania: entro oggi esprimerà il suo parere (favorevole o contrario) sulle richieste in questione e lo trasmetterà poi al gip Panariello, incaricato di prendere la decisione.

Già nel recente passato, almeno una volta, erano state presentate istanze analoghe presso gli uffici giudiziari di Terni. Ed erano state respinte. «Certo non si tratta di un precedente vincolante per la decisione da prendere – chiariscono fonti giudiziarie – ma è sicuramente rilevante».

Tra l’altro, trattandosi di un decreto penale (cioè di un provvedimento giurisdizionale emesso senza contraddittorio, previsto dal legislatore proprio per alleggerire l’amministrazione della giustizia in presenza di fattispecie di lieve entità) e non di una sentenza, non si conoscono neanche le motivazioni alla base di quella vicenda né di quale genere fossero le asserite «molestie». Infatti, non si è mai celebrato alcun processo. 
 
Nel fascicolo, è stato precisato, non figurano intercettazioni telefoniche. Tutto il resto di ciò che è stato pubblicato da Il Giornale, cioè quasi tutto, non sta dunque in quel fascicolo giudiziario, bensì nella famosa "informativa", ovvero nella già troppo citata velina anonima. Lo aveva ben spiegato, del resto, il ministro dell’Interno Maroni: roba del genere non esiste negli archivi centrali del Viminale né in quelli periferici dell’apparato di pubblica sicurezza, questure e commissariati. E il prefetto Manganelli, citato da la Repubblica, aveva specificato che il lavoro della Polizia non è quello di schedare i liberi cittadini.

Il Vaticano si smarca: «Avvenire imprudente rapporti ok col governo»

di Francesco Cramer

Roma

Lui no, non le ha mai fatte certe predicozze. Non ha mai mischiato il suo inchiostro all’incenso censore. Non hai mai sguazzato nel velinismo e se il suo giornale argomenta di Papi, lo fa per parlare di Pontefici e non di Silvio. E ora catechizza la sua opzione così: «È vero, sulle vicende private di Berlusconi non abbiamo scritto una riga. Ed è una scelta che rivendico perché ha ottime ragioni».

Parole di Giovanni Maria Vian, storico e giornalista, direttore dell’Osservatore romano, quotidiano della Santa Sede. Una presa di distanza forte e chiara dalla linea editoriale di Avvenire, il foglio della Cei guidato da Dino Boffo. Impermeabile alla stampa-monnezza, Vian vola alto. Ma qualche volta plana per mettere i puntini sulle «i», per precisare, chiarire, puntualizzare.

Lo ha fatto ieri, in un colloquio con il Corriere della Sera. «Il quotidiano della Santa Sede non è solito entrare negli scontri politici interni dei diversi Stati, a cominciare dall’Italia. Preferiamo dedicarci ad analisi di ampio respiro, piuttosto che seguire vicende molto particolari, controverse e di cui spesso sfuggono i contorni precisi come quelle italiane degli ultimi mesi». E l’ampio respiro non è mai diventato il biasimevole alito per censurare comportamenti umani, siano essi di un premier in carica.

Tuttavia, di cose terrene parla eccome, Vian: sottolineando che certi scritti di Avvenire non sono stati proprio benedetti Oltretevere. «Non s’è forse rivelato imprudente ed esagerato paragonare il naufragio degli eritrei alla Shoah, come ha suggerito una editorialista del quotidiano cattolico?». Due le bordate di Vian. La prima: «Anche nel mondo ebraico sono state sollevate riserve su questa utilizzazione di fatto irrispettosa della Shoah». La seconda: «E come dar torto al ministro degli Esteri italiano quando ricorda che il suo governo è quello che ha soccorso più immigrati mentre altri, proprio sugli immigrati, usano di norma una mano molto più dura? Mi sembra davvero un caso clamoroso, nei media, di due pesi e due misure».

L’altra planata su cose immanenti giorni fa, quando l’Osservatore Romano bacchettò Repubblica e il «suo» teologo Vito Mancuso. Il quale, scrivendo che «nella Chiesa antica la penitenza era una cosa seria», aveva criticato il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone per aver deciso di sedersi al tavolo con Berlusconi (pranzo poi saltato), a conclusione della festa della Perdonanza.

Meglio sarebbe stato - il pensiero del teologo - una scudisciata sulla schiena del premier-peccatore. E l’Osservatore a punzecchiare Repubblica: «C’è chi vorrebbe una Chiesa sempre pronta alle pubbliche condanne invece che alla cura individuale delle coscienze. Alla Chiesa si chiede proprio il contrario di quello che è un comportamento morale: la condanna del peccatore ma non del peccato. Questo sì sarebbe una prova di nichilismo e di coinvolgimento partigiano in vicende politiche contingenti: proprio quello che invece Benedetto XVI e il cardinale Bertone cercano di evitare».

E pure sulle supposte crepe tra governo e Vaticano, Vian sgombra il campo da malevoli letture: «I rapporti tra Italia e Santa Sede sono buoni». Però il Cavaliere diserta l’incontro con Benedetto XVI in occasione della visita a Viterbo, schiuma la schiera di chi sogna una scomunica papale del premier. E Vian precisa: «Berlusconi è stato il primo a chiarire che non sarebbe andato a Viterbo, quando ha capito che la sua presenza avrebbe causato strumentalizzazioni». E ce n’è pure sul presunto strappo in occasione della citata festa della Perdonanza all’Aquila: «Quanto alla rinuncia del presidente del Consiglio, che è stato rappresentato da Gianni Letta, si è trattato di un gesto concordato, di responsabilità istituzionale di entrambe le parti».

E poi, sulla vicenda Boffo, il giudizio di un altro Fedele, con la «F» maiuscola, però: Confalonieri. Il presidente Mediaset saccheggia proverbi laicissimi: «Chi di spada ferisce di spada perisce. E poi... Chi la fa l’aspetti. E non mi fanno certo pena quelli che hanno appiccato il fuoco, e non è stato Feltri, e che ora temono di bruciarsi». E se i falò continueranno a bruciare alti? «Lo chieda ai signori della Santa Inquisizione a senso unico che hanno acceso il fuoco». E par di veder Ezio Mauro con il cerino ancora in mano.

Operazione pericolosa e immorale

di Redazione

Diego Coletti
Vescovo di Como

Caro signor Feltri,
dopo quanto è stato pubblicato dal giornale da Lei, da poco, diretto, vorrei farle due domande.
La prima è questa: Lei sa che accettare il rito abbreviato e il conseguente patteggiamento di pena non costituisce, da parte dell’accusato, ammissione di colpa ma corrisponde solo alla scelta, spesso consigliata dagli avvocati, di evitare le scandalose lungaggini dei processi italiani, quando si dovesse temere di non avere argomenti sufficienti per dimostrare la propria innocenza? Se le cose stanno così, quale diritto può rivendicare il giornalista che, in possesso di una sentenza di questo tipo, ne tira le conseguenze definitive sulla colpevolezza della parte in causa?
Domanda numero due: vuole spiegare come mai una notizia che, a suo dire, già girava da tempo, documentata e ben nota, su tanti tavoli di redazione è stata pubblicata solo dopo una chiara presa di posizione di Avvenire nei confronti di un malcostume, sia morale che mediatico, che implicava la figura di un determinato personaggio politico (che, del resto, ha avuto la saggezza di prendere le distanze da questo zelo del direttore del “suo” giornale) con il risultato di favorire ancora una volta il degrado della politica e della vita pubblica del nostro Paese? A questa seconda domanda che, come ha detto qualcuno, allude a una sorta di intervento di censura contro chi si è promesso di “censurare” i potenti, faccio seguire due amare constatazioni. Tutti sappiamo che il compito delle redazioni giornalistiche è quello di scegliere, tra mille notizie che arrivano ogni giorno dalle agenzie, quelle che vale la pena di pubblicare e con quale rilievo. Quali sono i criteri in base ai quali si opera questa scelta? Il fondato sospetto, confermato dalla testimonianza di tanti onesti e sconsolati giornalisti, è che tra i tanti criteri abbiano troppo spesso la prevalenza soprattutto due: far piacere all’editore di riferimento (leggi: al padrone) e vendere più copie del giornale. Due criteri non censurabili in se stessi, ma pericolosi e immorali quando sono gli unici a guidare la mano del direttore e dei suoi collaboratori. E poi: anche Gesù si trovò di fronte a moralisti improvvisati che accusavano un’adultera; e quando disse che poteva cominciare il massacro solo chi era senza peccato, se ne andarono tutti cominciando dai più vecchi. Continua ad essere pericoloso erigersi a giudici dei peccati altrui. Caro signor Feltri io penso che se fossimo stati, Lei ed io, in quella piazza di fronte a quella adultera, ce ne saremmo andati entrambi senza scagliare alcuna pietra.
Non me ne voglia.

Mons. Diego Coletti
Vescovo di Como



Alla Chiesa dico soltanto: accerti i fatti e poi giudichi"

di Francesco Cossiga

Caro Direttore, caro Vittorio. Ti scrivo come a un giornalista che ammiro molto, come a un direttore di giornale che quando preposto alla direzione di Libero mi convinse a scrivere (e ciò feci sia sul tuo giornale che sull’altro di centrosinistra che mi ha ancora collaboratore: Il Riformista), e quindi a iscrivermi quale «collaboratore» all’Ordine dei giornalisti. Ti scrivo come a un amico che scrisse la prefazione a un libretto, pubblicato da Rubbettino, che conteneva pezzi da me scritti con lo pseudonimo di «Franco Mauri», da me usato per la prima volta nel 1944 (avevo 16 anni!) per firmare un piccolissimo saggio giornalistico su Il realismo cinematografico sovietico nell'opera del regista Sergej. Scrivo questo per far comprendere che amicizia e affetto sono i miei sentimenti nei tuoi confronti. Per tutto questo, credo di poterti e doverti dire che non ho approvato la pubblicazione di quanto sul giornale da te diretto è apparso sul direttore dell’Avvenire.

Non ho approvato questa pubblicazione per lo stesso motivo per il quale condanno da due decenni e oltre, quanto vanno scrivendo, da veri «avvelenatori di pozzi», e con crescenti tentativi di diventare anche «avvelenatori» di fonti battesimali, di pulpiti ecclesiastici e di mense eucaristiche, il quotidiano e il settimanale del gruppo editoriale-partito la Repubblica-l’Espresso. Certo, tu hai avuto buon gioco sul piano dei «princìpi», perché se Berlusconi è un personaggio pubblico, personaggio pubblico deve essere considerato anche Boffo, dato che è il direttore del quotidiano della Cei, che per la posizione che i vescovi hanno nell’ordinamento giuridico italiano pubblico e privato, hanno un’eccezionale rilevanza pubblica, tale da poter essere considerati pienamente «soggetti pubblici» e, in un certo senso veri e propri «soggetti politici», anche a motivo della rappresentanza della società cattolica italiana ad essa attribuita per le funzioni di governo che essi esercitano nei confronti di essa in forza del diritto canonico che realizza sul piano giuridico la teologia ecclesiale che fa della nostra Chiesa una «chiesa episcopale».

In realtà - e mi riferisco alla rappresentanza - essa conferita, anche se in misura sempre decrescente (si pensi sul piano delle così dette «materie eticamente sensibili e non contrattabili») alla rappresentanza ad essi non riconosciuta dai parlamentari democrat: quelli che Prodi, il primo e il leader di essi insieme a Rosy Bindi e a Franceschini, definì «cattolici adulti», respingendo le tesi della Cei contro il disegno di legge per il riconoscimento delle «coppie di fatto» anche tra non eterosessuali, tesi pubblicate dall’Avvenire con un editoriale intitolato Non possumus.

Io dissento da quanto pubblicato su Berlusconi dal gruppo la Repubblica-l’Espresso; e dissento quindi anche dalla campagna di aggressione nei confronti del premier che ne è derivata, e che purtroppo è stata anche amplificata non solo da quel settimanale gauchista che è Famiglia Cristiana della Società di San Paolo, già «commissariata» ai tempi di quel Don Zega, maestro dell’attuale direttore Don Sciortino, dalla Santa Sede per le tesi di teologia dogmatica e morale sostenute, e a cui ha irresponsabilmente dato voce anche il neosegretario della Cei, l’inesperto monsignor Crociata.
Ma per questo ho dissentito e dissento anche da quanto hai scritto su Boffo - e non perché direttore dell’Avvenire, giornale noioso che io, che giro per parrocchie e sacrestie da quando avevo sei anni, non ho mai letto per non correre il rischio di diventare anch’io un «cattolico adulto»... -, ma perché Boffo è una persona, che credo abbia anche una famiglia, e che quindi come persona ha diritto al rispetto della sua vita personale e della sfera più intima di essa.

Ciò detto, penso che chi ne ha la responsabilità, e quindi tu e i vescovi, abbia il dovere-diritto di accertare i fatti e poi, se proprio necessario al bene pubblico, temporale o ecclesiale, di esprimere dei giudizi. Ché d’altronde non credo che ai cittadini, e neanche a quelli cattolici, importi assai delle abitudini sessuali di Berlusconi e di Boffo, anche perché l’adulterio e l’omosessualità non sono reati, e rispetto a quest’ultima grande comprensione umana e cristiana hanno dimostrato venerande Chiese quali quelle irlandese e statunitense. Come cittadino ciò che io chiedo a Silvio Berlusconi è di fare bene nell’interesse del Paese il presidente del Consiglio dei ministri e quello che come cattolico chiederei a Boffo, se leggessi L’Avvenire, sarebbe di cercare di fare un bel giornale; del resto io non mi impiccio.

Con cordiale amicizia

Caso Boffo, in campo Tettamanzi «Rinnovo stima e gratitudine»

Corriere della Sera

Dal Vaticano «incoraggiamento». Ma monsignor Mogavero: potrebbe dimettersi

ROMA — «Rinnovo la mia sti­ma per il dottor Dino Boffo e la mia gratitudine per il servizio che rende alla comunità cristia­na e al nostro Paese, e dico la mia vicinanza umana ed evange­lica per il momento di prova che sta attraversando...». La di­chiarazione del cardinale Dioni­gi Tettamanzi arriva in serata co­me un segnale molto forte dal­l’episcopato italiano, segnale confermato dall’«incoraggia­mento » che trapela Oltretevere.

Dopo la «piena fiducia» arri­vata venerdì dalla Cei subito dopo le accuse del Giornale ber­lusconiano, e la «stima e la fidu­cia mia personale, dei vescovi italiani e di tutte le comunità cristiane» confermata l’indo­mani dal cardinale Angelo Ba­gnasco — durissimo nel con­dannare l’attacco «disgustoso e molto grave» ai danni del di­rettore di Avvenire — , le paro­le dell’arcivescovo di Milano bloccano sul nascere i primi se­gnali di inquietudine tra i ve­scovi, con relative ipotesi di di­missioni di Boffo. Era stato Do­menico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, ad osservare che Boffo «potrebbe anche de­cidere di dimettersi se ritiene che tutta la vicenda, pur essen­do priva di fondamento, possa nuocere alla causa del giornale o alla Chiesa». Insomma «non per un’ammissione di colpa», aveva chiarito monsignor Mo­gavero, «se Boffo accettasse an­che di passare per un disgrazia­to pur di non nuocere al giorna­le, per il bene della Chiesa, fa­rebbe la cosa giusta». Lo stesso Mogavero ha detto di aver ricevuto, come gli altri vescovi, la cosiddetta «informa­tiva » anonima: «Ho subito pen­sato che fosse un’operazione pi­lotata da qualcuno, diretta a noi vescovi. È un documento vecchio di mesi, attendevamo che da un giorno all’altro scop­piasse la bomba: che è scoppia­ta nel momento in cui a qualcu­no è sembrato più opportuno. Un’operazione squallida, quasi un avvertimento mafioso».

L’ipotesi di dimissioni ha cre­ato agitazione nella Cei, tanto che in serata il vescovo di Maza­ra ha precisato: «Ribadisco la mia stima e apprezzamento ver­so Boffo: non ho mai chiesto le sue dimissioni, una scelta che spetta a lui e a chi lo ha designa­to ». Di lì a poco sono arrivate le parole di Tettamanzi: La «sti­ma » e la «gratitudine» nei con­fronti di Boffo, scrive l’arcive­scovo di Milano, «si fondano sul lavoro quotidiano che tutti possono riscontrare leggendo Avvenire e che lettere anonime (di cui si parla e che anche io a suo tempo ho ricevuto e in quanto tali, come mio costume, non ho preso in considerazio­ne) non possono vanificare». Anche dal Vaticano, del re­sto, si conferma stima e inco­raggiamento a Boffo, ricordan­do la telefonata che il segreta­rio di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, ha fatto l’altro giorno al direttore di Avvenire.

G. G. V.