giovedì 3 settembre 2009

Il direttore Boffo si è dimesso: «Scelta serena e lucida»

Avvenire



Il comunicato della Cei

 

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali

 

Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco, prende atto, con rammarico, delle dimissioni irrevocabili del dottor Dino Boffo dalla direzione di Avvenire, TV2000 e RadioInblu. Nel confermargli, personalmente e a nome dell’intero episcopato, profonda gratitudine per l’impegno profuso in molti anni con competenza, rigore e passione, nel compimento di un incarico tanto prezioso per la vita della Chiesa e della società italiana, esprime l’inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico. Apprezzando l’alta sensibilità umana ed ecclesiale che lo ha sempre ispirato, gli manifesta vicinanza e sostegno nella prova, certo che il suo servizio alla Chiesa e alla comunità civile non verrà meno. 



Un'aggressione mediatica
senza precedenti
Milano, 3 settembre 2009
 

Abbiamo assistito in questi giorni a un’aggressione mediatica senza precedenti con l’obiettivo di colpire una persona, Dino Boffo, e attraverso lui la voce autorevole e libera dei cattolici italiani e del loro quotidiano, minacciando la libertà di informazione.

Si è trattato di un’operazione di bassa macelleria giornalistica: il direttore de Il Giornale – e gli altri che via via si sono accodati - nascondendosi dietro al diritto di cronaca ha frantumato la deontologia del nostro mestiere, ha calpestato i sentimenti e l’onore di Boffo e della sua famiglia nonché degli altri protagonisti - loro malgrado - della vicenda, dimostrando un grande disprezzo per le notizie che contraddicevano le sue presunte verità.

Su questo invitiamo a meditare, in una giornata che dovrebbe essere triste per tutti.

Le dimissioni rassegnate oggi dal direttore, atto di stile e generosità, sono l’amaro e sconcertante esito di questo plateale e ripugnante attacco, a cui Boffo e l’intera redazione sono sottoposti da una settimana. 


In questi 15 anni trascorsi sotto la direzione di Boffo, Avvenire ha consolidato la propria presenza nella stampa italiana, diventando una voce sempre più apprezzata e autorevole. 


Oggi l’assemblea dei redattori, rifiutando questo squallido gioco al massacro che disonora chi l’ha compiuto, esprime vicinanza e amicizia al direttore Dino Boffo e ribadisce all’editore e ai lettori la ferma volontà di proseguire, senza lasciarsi intimidire, nel lavoro di informazione libera e puntuale al servizio di chi ci legge, della democrazia e della Chiesa.


Grazie direttore.



Interim del giornale a Tarquinio
COMUNICATO del presidente del CdA di Avvenire
 

Il presidente del Consiglio di Amministrazione di Avvenire – Nuova Editoriale Italiana, S.E. mons. Marcello Semeraro, a seguito delle dimissioni irrevocabili del dottor Dino Boffo dalla direzione del quotidiano che ha retto per oltre quindici anni, esprime profondo rammarico per questa decisione e gratitudine per il servizio intelligente e infaticabile svolto in questo periodo cruciale per la crescita del giornale. Sotto la sua direzione Avvenire è diventato un punto di riferimento per la coscienza ecclesiale e un indiscusso protagonista nel dibattito pubblico in Italia. Gli conferma, anche a nome dei Componenti del Consiglio di Amministrazione, stima e vicinanza, sicuro che il suo prezioso lavoro continuerà a produrre frutti.

In attesa della convocazione del CdA, incarica il vicedirettore Marco Tarquinio di firmare ad interim la testata.



La redazione di Radio inBlu apprende con sconforto la notizia delle dimissioni del direttore Dino Boffo, dopo un attacco mediatico inqualificabile contro la sua persona. Un attacco che ha colpito, insieme a lui, i media sotto la sua guida: Avvenire, Tv2000 e Radio inBlu. La redazione di inBlu continua ad essere vicina a Dino Boffo, cercando di ritrasmettere la professionalità, l’impegno umano e la passione che il nostro direttore ci ha dimostrato in tutti questi anni.

La redazione di Radio inBlu



Il Comitato di redazione di Sat2000 ha appreso con dolore e amarezza delle dimissioni del direttore Dino Boffo, oggetto di un’aggressione mediatica personale, brutale e senza precedenti, che ha il sapore e la sostanza di un’intimidazione alla libera stampa ed ai mezzi d’informazione cattolici. Il Cdr rinnova a Dino Boffo tutta la solidarietà, umana e professionale, nonché la fiducia e la stima dell’intera redazione, ringraziandolo del lavoro svolto insieme e degli insegnamenti ricevuti in questi anni. E assicura il proprio impegno nel portare avanti il lavoro quotidiano di ricerca e diffusione delle notizie, sempre nel rispetto per la persona umana, che mai dovrebbe essere maltrattata, infangata, vilipesa dai mezzi di comunicazione, come invece è avvenuto in questi giorni.

Il Comitato di redazione della televisione Sat2000




Perde il lavoro per donare un rene al figlio

Il Secolo XIX



Il piccolo Tommy, un bimbo di 4 anni e mezzo, aveva un piccolo grande sogno: andare al mare e «fare splash», tuffarsi e nuotare. Un sogno che sinora gli era impossibile realizzare: per tre anni, i tubi della dialisi gli hanno impedito una vita normale, ma ora è libero.

Il 19 agosto, suo padre, il 42enne Pier Enrico, architetto di Alessandria, gli ha donato un rene nel primo intervento del genere eseguito in Italia, dall’equipe di Ugo Boggi dell’ospedale Cisanello di Pisa. Un gesto d’amore, che però gli è costato il lavoro: al momento, in Italia non esistono regole chiare che tutelino i donatori d’organo con permessi ad hoc per gli esami preoperatori: «La scelta era obbligata - ha spiegato l’uomo - Non c’era tempo da perdere, dovevamo agire in fretta e per farlo mi sono dovuto licenziare dalla società immobiliare in cui lavoravo».

Una storia dolceamara, dunque, frutto di un’amicizia nata su Facebook tra la madre di Tommy, Stefania - commercialista 46enne. originaria di Livorno, ma “trapiantata” ad Alessandria - e Irene Vella, toscana di Follonica, trasferita a Cesenatico. Sei anni fa, Irene guadagnò le pagine delle cronache nazionali per una vicenda simile a quella di Pier: per donare un rene al marito aveva accumulato un “debito” di ferie con la compagnia telefonica per cui lavorava, sempre per l’assenza di un regolamento specifico che dica alle aziende come comportarsi nel caso in cui un dipendente intraprenda l’iter verso la donazione di un organo.

L’anno successivo, la donna, già madre, diventò la prima italiana ad avere un figlio dopo un espianto di rene: «Per caso - racconta ora - ho letto su Facebook la lettera di Stefania. Aveva creato il gruppo “Donazione organi facciamo qualcosa” (chi è iscritto al social network può vederlo cliccando qui), e si chiedeva perché suo figlio fosse costretto a passare le notti attaccato a una macchina per 10 ore», in attesa di un rene nuovo dal 2006.

Così Irene ha deciso di intervenire, «come se il suo bimbo fosse stato il mio»: mette in contatto la famiglia di Tommy e il professor Boggi, che nel febbraio 2003 aveva operato lei e suo marito a Pisa, e partecipa commossa alla “rinascita” del piccolo piemontese. «È il primo trapianto di rene da donatore vivente adulto a bambino eseguito nella Penisola», assicurano i medici.

L’odissea di Tommaso è iniziata subito dopo il parto: il bimbo «è nato con una malformazione alla valvola uretrale posteriore - riferisce la mamma, Stefania - Questo ha provocato un reflusso di urina che ha compromesso la funzione renale». Nella sua breve vita, il piccolo ha subito «sette interventi chirurgici, il primo ad appena due giorni d’età. Ma nel maggio 2006, tutto precipita»: Tommy, in cura all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova, «viene sottoposto a costanti trattamenti di dialisi peritoneale e messo in lista d’attesa per un rene nuovo». Tre anni d’inferno, confessa la mamma che per seguire il figlio malato è stata costretta a cedere lo studio di commercialista.

Nonostante la schiavitù della dialisi, però, «Tommy era ed è un bambino vivacissimo e pieno di voglia di vivere - continua Stefania - Va all’asilo» dove, «grazie al sostegno di persone sensibili e coraggiose», ha socializzato con i coetanei per quanto poteva. Ma accontentare un bambino in dialisi è difficile: «Lo tieni sotto una campana di vetro, gli devi ripetere continuamente “no, questo non puoi farlo”, con tutte le mille conseguenze che ciò può avere anche a livello psicologico».

Poi la svolta, grazie a Facebook: «Quando lo scorso dicembre ho capito che il motivo di quell’attesa estenuante era la carenza di organi - prosegue la madre - ho fondato un gruppo e così ho conosciuto Irene»: per Stefania e Pier si apre una strada nuova: il trapianto da vivente, la possibilità di salvare un figlio regalandogli un pezzo di sé. «Entrambi eravamo pronti, ma i medici dicevano che un rene adulto sarebbe stato troppo grande per Tommy». Boggi, invece, ci ha creduto, forte dell’esperienza maturata negli Stati Uniti, dove questa pratica non è un’eccezione da titoli sui giornali. «Tra l’altro in quei mesi il bambino era cresciuto moltissimo e l’organo di Pier poteva andare», osserva la mamma.

Stefania e Irene diventano «sorelle di Facebook», la speranza si riaccende e inizia l’avventura: «Il 3 luglio abbiamo avuto il primo incontro con il professor Boggi a Pisa - racconta ancora la mamma - Il 9 luglio mio marito ha iniziato gli esami, il 20 luglio li ha incominciati Tommy, l’ok all’intervento è arrivato il 14 agosto, il 17 c’è stato il ricovero e il 19 l’operazione». Espianto di rene a papà Pier, impianto al figlio: «Abbiamo detto al bimbo che andavamo in ospedale a togliere il tubicino e lui è entrato in sala operatoria col sorriso - dice Stefania - Il risveglio dall’anestesia è stato duro, ma Tommy ha avuto un recupero incredibile. Ha già iniziato la terapia antirigetto che lo accompagnerà per tutta la vita, ma migliora ogni giorno. La sola cosa che vuole è fare un bagno al mare e il mio unico desiderio è realizzare questo suo sogno».

Nel frattempo, «lottiamo per cambiare le cose. Mi sono attivata con la Regione Piemonte e contiamo di avviare un progetto di sensibilizzazione al problema della donazione d’organi», afferma.
Operato il mercoledì, Pier è stato dimesso la domenica, ma resta accanto a Tommy, ancora all’ospedale Cisanello: «Sto in formissima, mi sono alzato già il giorno dopo l’intervento - sussurra per non svegliare il piccolo che dorme al suo fianco - Non ho fatto proprio nulla di speciale, è stato un gesto di normalità assoluta, per un figlio tutti l’avrebbero fatto e io mi sento molto fortunato».

Ma l’amarezza rimane: «Non ho avuto nemmeno il tempo di confrontarmi con la società per cui lavoravo. Ma i precedenti non erano rassicuranti e così mi sono licenziato. Non potevo permettermi di discutere per avere i permessi, dovevo fare in fretta e ho preso una decisione. In Italia è quasi una scelta obbligata», ripete, mentre «all’estero interventi del genere rientrano nella normalità. La nostra intenzione è di andare avanti», perché altre famiglie non debbano rinunciare al lavoro per regalare una nuova vita al proprio figlio.

Tommy ha una cicatrice di 30 centimetri. Ma il rene di papà funziona e lui potrà «fare splash».

La lunga lettera di dimissioni

Il Secolo XIX


«Mentre sento sparare colpi sulla mia testa mi chiedo che c’entro con tutto questo? Che c’entro con una guerra fra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione».

In una lunga lettera inviata al cardinale Angelo Bagnasco, il direttore di `Avvenire´ spiega le ragioni delle sue dimissioni.

«Da sette giorni - scrive - la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere».

Boffo definisce «l’attacco» di Vittorio Feltri «smisurato, capzioso, irritualmente feroce» che «è stato sferrato contro di me dal quotidiano `Il Giornale´ guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da `Libero´ e dal `Tempo´».

Attacco che, prosegue Boffo, «non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani. Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perché ad un quotidiano.

Avvenire´ - che ha fatto dell’autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l’atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall’onorevole Berlusconi, dovrà spiegare - dicevo - perché a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento».

«E domando - prosegue Boffo - se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile - nella dialettica del giudizio - collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il `pro´ e `contro´ di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che `Avvenire´ ha dedicato durante l’estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l’irragionevolezza e l’autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico».

Il direttore di `Avvenire´ Dino Boffo definisce - nella lettera inviata al cardinale Angelo Bagnasco - «lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata» una «colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata». Lo hanno dimostrato, «nonostante le polemiche, e per l’onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che si era trattato d’altro».

«Questa risultanza - prosegue Boffo - è ciò che mi dà più pace, il resto verrà, io non ho alcun dubbio. E tuttavia le scelte redazionali che da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera è lungi dall’attenuarsi e che la pervicace volontà del sopraffattore è di darsi ragione anche contro la ragione».

«Un dirigente politico - prosegue Boffo - lunedì sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che l’aggredito era proprio il direttore del `Giornale´, e tutto questo per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che evidentemente si vuole ad oltranza. E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c’entro con tutto questo?

In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io --ancora - che c’entro? Perché devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda? E perché, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il rispetto fondamentale? Solo perché sono incorso, io giornalista e direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione?

Mi si vuole a tutti i costi far confessare qualcosa, e allora dirò che se uno sbaglio ho fatto, è stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato `bagatellare´, travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità».

«Feltri non si illuda - ammonisce Boffo - c’è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l’operazione è presto diventata qualcosa di più articolato. Ma a me questo, francamente - prosegue - interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi: mai - devo dire - ho sentito venir meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede.

Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata».

«Per questi motivi, Eminenza carissima - conclude Boffo - sono arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di «Avvenire», «Tv2000» e «Radio Inblu», con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro.

E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos’altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto - in sé mitissimo - delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta».

«In questi giorni - prosegue Boffo - ho sentito come mai la fraternità di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le ringrazio della solidarietà che mi hanno gratuitamente donato, e che mi è stata preziosa come l’ossigeno. Non so quanti possano vantare lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del `loro´ direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che sono l’eredità più preziosa che porto con me».

«Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di «Avvenire» per il bene che mi ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa magnifica solidarietà mi ha espresso costantemente e senza cedimenti in questi difficili giorni. Non li dimenticherò. La stessa gratitudine - prosegue Boffo - la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai collaboratori, editorialisti, corrispondenti.

Gli obiettivi che «Avvenire» ha raggiunto li si deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, è scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa è la condizione perché le ostilità si plachino, capiranno che era un sacrificio per cui valeva la pena.

Eminenza, a me, umile uomo di provincia, è capitato di fare il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: è stata l’avventura intellettuale e spirituale più esaltante che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei, Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi è stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico secondo l’insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione».

«La Chiesa mia madre - prosegue Boffo - potrà sempre in futuro contare sul mio umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano «Il Giornale», scriveva Giampaolo Pansa: «Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo. E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano.

La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo». Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo ad essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina dell’umano».

Ferrari, arriva Fisichella

Corriere della Sera

Il pilota romano guiderà l'auto di Massa al posto di Luca Badoer

Era in ballottaggio con Kubica, ma Maranello gli ha preferito l'italiano. Il pilota romano: «Era il mio sogno»


MARANELLO - Giancarlo Fisichella è il pilota scelto dalla Ferrari per sostituire l'infortunato Felipe Massa già dal Gp d'Italia a Monza. Il romano, dal prossimo gran premio di Monza, sarà il sostituto di Felipe Massa e prenderà il posto del collaudatore Luca Badoer dopo i suoi due deludenti Gp. Lo conferma la scuderia Force India, dalla quale proviene, che gli ha dato la liberatoria con effetto immediato. Il collaudatore di Maranello Luca Badoer, autore di due prove incolori (ultimo in entrambe le gare) ai Gp d'Europa e del Belgio verrà sostituito quindi già dal Gp di Monza.

BALLOTTAGGIO - Fisichella era in ballottaggio con il polacco della Bmw, Robert Kubica. Due giorni fa Vijay Mallya, patron della Force India, la squadra di Fisichella, aveva dichiarato convinto: «Fisichella stesso ha chiarito che non ha ricevuto alcun invito da parte di Ferrari ed è impaziente di guidare la Force India al Gp di Monza». Ma in realtà non era così e quindi il pilota romano si siederà al posto di guida dell'auto più ambita di tutta la F1.

CARRIERA - Fisichella, 36 anni, finora ha disputato 225 Gran Premi, con tre vittorie (Brasile 2003, Australia 2005 e Malaysia 2006), quattro pole position e due giri più veloci. Ha corso con Minardi, Jordan, Benetton, Sauber, Renault e Force India. Debuttò nel Gp d'Australia 1996 con la Minardi. La sua migliore stagione fu nel 2006, quando arrivò quarto nel mondiale alla guida della Renault. Prima del Gp del Belgio di domenica scorsa in cui è giunto secondo, non andava più a punti dal Gp del Giappone 2007 e non saliva più sul podio dal Gp nipponico dell'anno prima.

«ERA IL MIO SOGNO» - «È vero che è sempre stata la mia ambizione correre in Ferrari. Per questo sono molto grato a Vijay Mallya per avermi concesso questa opportunità» spiega Fisichella dopo la firma del contratto con Maranello. «Mallya - afferma Fisichella - è stato molto generoso ad aver consentito che questo sogno diventasse realtà. Dal canto mio spero di aver aiutato la Force India a crescere e ad essere al punto giusto per soddisfare le loro ambizioni. Ora sono un team competitivo e faccio loro tanti tanti auguri».

DOMENICALI - «Abbiamo scelto Giancarlo perchè pensiamo che potrà darci un contributo significativo in termini di punti in questo finale di stagione così incerto - spiega il direttore sportivo della Ferrari Stefano Domenicali - Inoltre, abbiamo considerato quello che potrà essere il suo ruolo all'interno della squadra nel prossimo futuro, anche alla luce dell'esperienza di quest'anno: sarà infatti lui il pilota di riserva nel 2010. Voglio ringraziare Vijay Mallya e la Force India F1 per aver consentito a Giancarlo di liberarsi dal suo impegno contrattuale in un momento così felice per la squadra, permettendo così al pilota di coronare un sogno. Ora dobbiamo concentrarci totalmente su Monza, un appuntamento cui teniamo in maniera particolare: sappiamo che sarà difficile mantenere lo standard di prestazione dimostrato negli ultimi Gran Premi ma ce la metteremo tutta per dare una gioia ai nostri tifosi che, spero, accorreranno numerosi per sostenerci».

Boffo lascia: "La mia vita violentata" Feltri: "Sono affari interni alla Chiesa"

di Redazione



Milano - Dino Boffo lascia Avvenire. Il direttore, dopo una settimana di polemiche infuocate, seguite alle rivelazioni del Giornale, lascia il timone del quotidiano della Cei. Boffo lascia il suo posto alla guida di Avvenire con una lettera indirizzata al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana: "Dimissioni irrevocabili e con effetto immediato". Bagnasco a stretto giro "accetta" le dimissioni, ma ribadisce: "L’inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico". "No comment" dal Vaticano, per voce del responsabile della sala stampa, padre Federico Lombardi. 

La lettera Nella lettera spiega di sentirsi al centro di una "bufera gigantesca" frutto della campagna di stampa contro di lui che ha "violentato la mia famiglia. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora per giorni e giorni una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani" scrive Boffo nella lettera al cardinale Bagnasco, presidente della Cei, nella quale presenta le dimissioni "irrevocabili" e "con effetto immediato" sia da Avvenire sia dalla tv dei vescovi Sat2000 e da Radio Inblu. Il direttore scrive con rammarico: "La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere". 

La replica della Cei Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana "prende atto, con rammarico, delle dimissioni irrevocabili del dottor Boffo dalla direzione di Avvenire, Sat2000 e Radio Inblu. Nel confermargli, personalmente e a nome dell’intero episcopato, profonda gratitudine per l’impegno profuso in molti anni con competenza, rigore e passione, nel compimento di un incarico tanto prezioso per la vita della Chiesa e della società italiana - afferma la nota della Cei - esprime l’inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico. Apprezzando l’alta sensibilità umana ed ecclesiale che lo ha sempre ispirato - conclude la nota - gli manifesta vicinanza e sostegno nella prova, certo che il suo servizio alla Chiesa e alla comunità civile non verrà meno". 

La solidarietà del Cdr "Le dimissioni rassegnate oggi dal direttore sono l’amaro e sconcertante esito del plateale e ripugnante attacco mediatico a cui Boffo e il nostro quotidiano sono sottoposti da giorni". Lo dice il comitato di redazione dell’Avvenire che, annunciando per le ore 16 un’assemblea dei redattori, esprime vicinanza a Boffo e conferma la propria volontà di proseguire il lavoro senza piegarsi alle intimidazioni. 

Al centro della guerra "Mentre sento sparare colpi sulla mia testa mi chiedo che c’entro con tutto questo? Che c’entro con una guerra fra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione. Da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi.

La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere". Boffo definisce "l’attacco" di Vittorio Feltri "smisurato, capzioso, irritualmente feroce" che "è stato sferrato contro di me dal quotidiano
Il Giornale guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da Libero e dal Tempo». Attacco che, prosegue Boffo, "non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani. 

Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perché a un quotidiano che ha fatto dell’autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l’atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall’onorevole Berlusconi, dovrà spiegare - dicevo - perché a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento. 

E domando - prosegue Boffo - se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile - nella dialettica del giudizio - collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il pro e contro di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che Avvenire ha dedicato durante l’estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l’irragionevolezza e l’autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico". 

La sostituzione Secondo le prime indiscrezioni, la decisione di Boffo di dimettersi sarebbe maturata intorno a mezzogiorno, forse in seguito all’uscita del settimanale Panorama che ha offerto nuovi elementi sulla vicenda. Alla direzione di Avvenire ci sarebbe in pole position Mimmo Delle Foglie, già editorialista del quotidiano dei vescovi, organizzatore e promotore del Family Day e portavoce di Scienza e Vita. inoltre ci sarebbe una divisione della direzione tra il giornale Avvenire e la televisione Sat2000. In quest’ultima, il candidato alla direzione sembrerebbe Stefano De Martis, finora condirettore dell’emittente televisiva.

La ragazza molestata avverte Boffo: di te non parlo, almeno per ora E l'Avvenire tenta un'autodifesa

Quotidianonet

Il direttore del giornale dei vescovi ha sempre negato di essere stato l’autore delle telefonate: solo la donna può confermare. L'ex compagno, ha 39 anni, fa il direttore di banca e vive in Emilia Romagna


TERNI, 3 SETTEMBRE 2009


"UNA VICENDA che appartiene al passato, ormai chiusa. E’ stata violata la mia privacy. Non posso rilasciare dichiarazioni». Con un filo di voce la trentenne ternana oggetto delle molestie telefoniche per le quali Dino Boffo è stato condannato nel 2004 a pagare un’ammenda di 516 euro, commenta il trambusto che la coinvolge.

 Boffo ha sempre negato di essere stato l’autore delle telefonate sostenendo che a chiamarla fu un collaboratore del giornale (morto in seguito per overdose) a sua insaputa e utilizzando il suo telefonino. Il giallo potrebbe risolverlo solo lei. Ma lei tace. «Magari parlerò in futuro ma ora — continua — non posso. C’e’ un quotidiano che ha diffuso il mio nome di battesimo e le iniziali del mio cognome e così ora tutti sanno chi sono. Ed è stato scorretto». Sul suo profilo in Fb adesso non si accede più. La donna al centro del caso Boffo è un’esperta di mondo islamico: diplomata al Pontificio Istituto di studi arabo islamici, poco più che ventenne era andata in Giordania per insegnare la lingua italiana.

IL SUO EX fidanzato, 39 anni, un passato da steward, è oggi il direttore della filiale di una grande banca, in Emilia Romagna. «La ragazza e il suo fidanzato di allora — scrive ‘Panorama’ nel numero oggi in edicola — si conobbero a metà degli anni Novanta quando erano entrambi assidui frequentatori degli incontri organizzati all’interno della diocesi di Terni. Un amico li ricorda impegnati una volta al mese nella scuola di preghiera, la Lectio divina.

Già allora il ragazzo si distingueva per il portamento signorile e la dimestichezza con le lingue straniere. Secondo gli amici di allora la conoscenza tra i due giovani e Boffo potrebbe risalire al marzo 2001. In un’assemblea diocesana intitolata ‘Domenica, giorno che salva’ Boffo era uno dei relatori e la famiglia della ragazza era ospite. Forse a presentarli fu monsignor Vincenzo Paglia, da nove anni vescovo nella città umbra».

A TERNI non si parla d’altro ma sul caso che ha portato il direttore di Avvenire a rimediare cinque anni fa un decreto penale di condanna per molestie verso la donna, all’epoca ragazza, di famiglia attivissima e conosciuta in curia, le bocche restano cucite. Si sono chiusi nel riserbo più assoluto i familiari della giovane, ora trentenne, minuta, molto graziosa, capelli neri e un viso da adolescente. La ragazza venne molestata con tanto di ingiurie via filo sui suoi rapporti sessuali con l’allora fidanzato. Muro anche da parte dell’avvocato. Monsignor Paglia parte oggi per Cracovia, per un appuntamento internazionale della Comunità di Sant’Egidio.

DI DINO Boffo torna alla ribalta quella partecipazione all’assemblea diocesana. Il suo intervento venne in parte pubblicato sui fogli di ‘Adesso’, rivista locale nata nel 1999 e punto di riferimento della comunità ecclesiale. Marzo 2001, pochi mesi prima della condotta ritenuta molesta, che il Tribunale colloca tra l’agosto successivo e il gennaio 2002. Il padre della parte lesa è tra l’altro impegnato nella comunicazione legata al mondo cattolico, ambito nel quale ha partecipato a diverse iniziative pubbliche. La madre è piuttosto nota anche per la sua attività di volontariato.


di STEFANO CINAGLIA

Quelle dieci falsità e la realtà dei fatti

Avvenire

1) Boffo "noto omosessuale" e protagonista di una 're­lazione' con un uomo sposato segnalata in atti del Tribunale di Terni.

FALSO
- Questo è stato affermato dal 'Giornale' sulla base di una lettera anonima diffa­matoria, definita falsamente 'nota infor­mativa' di matrice giudiziaria e fatta altrettanto falsamen­te assurgere addirittura alla dignità di risultanza 'dal ca­sellario giudiziario' che in realtà, come ogni altro atto del procedimento, non conteneva alcun riferimento alle 'in­clinazioni sessuali' e a 'relazioni' del direttore di ’’Avveni­­re’’. Lo ha confermato il gip di Terni Pierluigi Panariello il 31 agosto: «Nel fascicolo riguardante Dino Boffo non c’è as­solutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni ses­suali ».  

2) Boffo "attenzionato" dalla Polizia di Stato per le sue 'frequentazioni'.

FALSO - Anche questa affermazione, grave e ridi­cola al tempo stesso, è tratta non da atti giudiziari ma dalla stessa lettera anonima che il 'Giornale' ha utilizzato per il suo attacco a Boffo. La schedatura è stata smentita dal ministro dell’Interno do­po pronta verifica fatta compiere nella struttura centrale e periferica della pubblica sicurezza. 

3) Boffo "querelato" da una signora di Terni.

FALSO - A Terni fu sporta denuncia/querela non contro Boffo, ma contro ignoti da sogget­ti che ben conoscevano Boffo e la voce di Boffo e che, quando hanno scoperto che era stato ipotiz­zato il coinvolgimento del cellulare in uso al suo ufficio, hanno rimesso la querela.

4) Ci sono "intercettazioni" che accusano Boffo.

FALSO - Solo la lettera anonima parla di intercetta­zioni. Agli atti, invece, ci sono tabulati dai quali emergono telefonate partite da una delle utenze mobili che erano nella disponibilità di Boffo. Il gip di Terni Panariello lo ha confermato il 31 agosto.
 
5) Boffo ha dichiarato di "non aver mai conosciuto" la donna di Terni colpita da molestie telefoniche.

FALSO - Come già detto, Boffo conosceva i desti­natari delle telefonate, i quali, dunque, co­noscevano la sua voce. Il "Giornale" non può, tuttavia, nella sua montatura accettare un elemento antitetico alla sola idea della colpevolezza di Boffo.

6) Boffo si è difeso indicando un’altra persona come coinvolta in una storia a sfondo "omosessuale".

FALSO - L’omosessualità in questa vicenda è stata pruriginosamente tirata in ballo dall’e­stensore della famigerata "informativa" a­nonima e dal 'Giornale' che ha coagulato l’attacco diffa­matorio proprio su questo punto. Boffo ha solo e sempre dichiarato ai magistrati di essere ar­rivato alla conclusione che quel telefono cellulare, che era nella disponibilità sua e del suo Ufficio, fosse stato utiliz­zato da una terza persona che si trovava nelle condizioni lavorative per farlo. Il gip di Terni ha dichiarato che tale pista sul piano giudi­ziario non è stata "approfondita" perché non 'ritenuta at­tendibile da chi indagava', il quale evidentemente non co­nosceva i tempi e gli orari della professione giornalistica.
 
7) Nelle telefonate attribuite a Boffo ci sarebbero state 'intimidazioni' e "molestie" a sfondo 'sessuale', anzi 'omossessuale'. E sarebbero state accompagnate da 'pedinamenti'.

FALSO - Le affermazioni del ’’Giornale’’ sono prive di fondamento. Boffo si è sempre dichiarato e­straneo a una vicenda nella quale, anche presa solo come è stata presentata, sul piano giudiziario non include "pedinamenti" né molestie legate alla sfera 'ses­suale'. L’appiglio per chi ha cercato di far circolare un’idea opposta giace nel fatto che agli atti c’è un riferimento ad 'al­lusioni' a 'rapporti sessuali'. Ma, ha specificato il gip di Ter­ni il 1° settembre, "tra la donna e il suo compagno".

8) Boffo in qualche modo ammise di essere colpevole e diede incarico al suo legale di "patteggiare" la pena.

FALSO - Boffo non ha patteggiato alcunché e ha sempre rigettato l’accusa di essere stato au­tore di telefonate moleste. Ha considerato a lungo la questione giudiziaria ternana senza sostanziale im­portanza, in particolare successivamente alla remissione di querela sporta dalle persone interessate, tanto che in occa­sione della ricezione del decreto penale di condanna – lo si ri­badisce: successivamente alla remissione di querela da parte delle interessate – non si rivolse ad alcun legale. Boffo non aveva dato soverchio peso al decreto in questione, in quan­to l’aveva ritenuto una semplice definizione amministra­tiva, conseguente agli effetti della remissione.

9) Boffo ha reso pubbliche "ricostruzioni" della vicenda.

FALSO - Boffo non ha reso pubblica alcuna rico­struzione della vicenda e ciò che Avveni­re ha pubblicato è sotto gli occhi di tutti. Nessun’altra persona, nessun particolare, nessun ente e i­stituzione è stato indicato, citato o chiamato in causa dal direttore di Avvenire. Boffo nonostante il pesantissimo at­tacco diffamatorio del "Giornale" non intende consegna­re niente e nessuno al tritacarne mediatico generato e col­tivato dal 'Giornale'. Sul 'Giornale' anche a questo proposito si scrive il con­trario. È l’ennesima dimostrazione di come su quella te­stata si stia facendo sistematica e maligna disinformazio­ne.

10) La "nota informativa" non è una lettera anonima diffamatoria e una "patacca" ma il contenuto del decreto penale relativo alla vicenda di Terni.

FALSO - La cosiddetta "informativa" è un testo gra­vemente diffamatorio contro Boffo di in­certa (per ora) origine, ma sicuramente non scritto in sede giudiziaria né per sede giudiziaria e non attinente alla vicenda ternana alla quale è stato surretti­ziamente 'appiccicato' all’interno di una missiva anonima dopo essere stato ideato allo scopo. Sul "Giornale" i giornalisti autori dell’aggressione contro il direttore di Avvenire continuano, persino dopo i chiari­menti intervenuti, a sostenere la sua autenticità. Dire che è una 'patacca', secondo costoro, sarebbe una "bugia". E questo è comprensibile visto che la campagna diffamato­ria incredibilmente ingaggiata dal "Giornale" si basa, sin dal­l’inizio, sulle gravissime affermazioni e deformazioni con­tenute in quel testo anonimo.

Egitto, scoperta nella rilegatura di un libro parte della Bibbia più antica

Il Messaggero

Il frammento del Codex Sinaiticus nel monastero di Santa Caterina sul Sinai



LONDRA (2 settembre) - Nel XVIII secolo le pergamene di pelle animale erano difficili da trovare. Ed è così che i monaci iniziarono a utilizzare antichi manoscritti per rilegare i libri. Tra questi anche un prezioso frammento del Codex Sinaiticus, il manoscritto considerato la Bibbia più antica ancora esistente.

A scoprire il frammento nel monastero di Santa Caterina sul Sinai in Egitto, Nikolas Sarris, studente greco che sta completando il suo dottorato in Gran Bretagna: ha riconosciuto per caso la parte della Bibbia del Sinai mentre esaminava una serie di fotografie di manoscritti presso la biblioteca del monastero.

«È stato un momento molto emozionante- ha raccontato - Anche se non è la mia specializzazione, avevo lavorato al progetto online e il Codex mi era rimasto impresso nella memoria. Ho controllato l'altezza delle lettere e delle colonne e in breve ho realizzato che avevo davanti una parte mai vista del Codex». Lo studioso ha collaborato alla digitalizzazione per la British Library ed è perciò stato in grado di riconoscere all'istante il pezzo di manoscritto.

Potrebbero esserci altri frammenti. Dopo la scoperta Sarris ha contattato Padre Justin, il biblitecario del monastero, che ha confermato che si trattava di un pezzo di pergamena appartenente all'antica Bibbia che corrisponderebbe al capitolo 1 e al verso dieci del libro di Giosuè. Non si esclude che altre parti potrebbero essere nascoste negli strati inferiori del testo. La biblioteca di santa Caterina non ha gli strumenti necessari per esaminare la rilegatura senza danneggiare la pergamena ma, ha sottolineato Padre Justin, potrebbe presto dotarsi delle tecnologie adatte.

Le pergamene della Bibbia del Sinai sono ripartite tra il monastero di Santa Caterina sul Sinai in Egitto, la Biblioteca Russa di San Pietroburgo, la British Library di Londra e la Biblioteca dell'Università di Lipsia in Germania e di recente sono state digitalizzate e messe online in un progetto al quale hanno preso parte esperti provenienti dai quattro Paesi.

India, la gang delle “signore in rosa” Lotta dura all’uomo-padrone

Il Messaggero

Una banda di donne contro stupri, violenze e soprusi


di Francesca Marino

ROMA (2 settembre) - «Devi usare la forza, per affrontare gli uomini in questa parte del mondo. Noi viviamo in un mondo dominato dagli uomini in cui sono gli uomini a fare tutte le regole. E bisogna lottare se si vuole andare contro le ingiustizie». A parlare è Sampat Pal Devi, di quarantesette anni e madre di cinque figli che, nonostante abbia perso le elezioni a cui si era presentata tempo fa, è diventata ormai una celebrità internazionale assieme al suo sari rosa e alle sue compagne.

Loro, si chiamano “Gulabi gang” (la banda rosa), ma di lezioso non hanno proprio nulla. Al sari rosa shocking, difatti, di quel rosa che in India viene chiamato Rani (il colore della regina), accoppiano molto poco vezzose asce e bastoni di bambù, i cosiddetti “lathi” usati abitualmente dalla polizia indiana per domare rivoltosi e affini.

Col risultato che, da qualche anno a questa parte, la vista di un gruppo di donne vestite di rosa suscita nei cuori maschili di queste latitudini una certa sensazione di paura. Le signore in rosa, infatti, di ogni età e classe sociale e provenienti da circa seicento villaggi situati nella regione del Bundelkhand (a metà tra Uttar Pradesh, Madhya Pradesh e Bihar) non fanno parte di un circolo di cucito ma di una vera e propria banda armata nata allo scopo di far rispettare i diritti delle donne anzitutto, e poi di tutta la popolazione, di un’area tra le più remote e disastrate dell’intera India.

Una zona famosa per le sopraffazioni dei signori locali che ancora operano in regime feudale, per la divisione in caste, per la corruzione di polizia e governanti locali e, infine, per i banditi. Anzi, per le donne bandito. In principio è stata “Phoolan Devi” (la regina dei banditi) entrata nell’immaginario collettivo indiano e poi internazionale dopo essere diventata protagonista di libri e film sulla sua vita. Sulle sue orme, si sono formati altri gruppi al femminile, con alterne fortune. 


Le signore in rosa, però, ci tengono a chiarire che hanno poco o nulla a che vedere con Phoolan Devi e le altre: non rubano, non uccidono, non rapiscono nessuno per chiedere un riscattto. Pretendono soltanto di far rispettare la legge e gli individui usando l’unica maniera efficace che conoscono per farlo: la forza. Sampat Pal, a cui è stata fatta abbandonare la scuola per essere sposata a dodici anni, ha fondato il suo gruppo per vendicare una sorella brutalmente pestata dal marito e trascinata poi per i capelli nel villaggio tra l’indifferenza generale.

La “Gulab gang” da allora costringe mariti e suocere a riprendere indietro ragazze scacciate per motivi di dote, ripaga con la stessa moneta i mariti che picchiano la moglie e i figli, costringe i padri a mandare a scuola le bambine, impedisce i matrimoni tra minori. Soprattutto, forza la polizia a registrare e perseguire i casi di stupro, di violenze domestiche, gli omicidi per dote. E punisce, con epici pestaggi, tutti gli episodi di corruzione da parte di funzionari pubblici o di poliziotti. 


Il che ha fruttato al gruppo, e a Sampal Pal in particolare, una serie di denunce e mandati di arresto che, però, nessuno ha avuto il coraggio di eseguire. Per paura, ma anche per una segreta ammirazione nei confronti di una donna, di tutte le donne in rosa, che lottano a loro modo per fare entrare anche l’India dei villaggi più sperduti nel secolo della democrazia e dei diritti umani e sociali.

I neri mi hanno cacciato via dal Sudafrica"

La Stampa

Un giovane bianco ottiene l’asilo in Canada. Il governo: «Tutto falso»
MATTEO FAGOTTO
CITTA' DEL CAPO


Aggredito e picchiato per sette volte in dodici anni al grido di «colono» e «cane bianco», impossibilitato a trovare lavoro a causa delle quote riservate ai neri e senza fiducia nelle autorità. E, da pochi giorni, rifugiato politico in Canada perché perseguitato nel Sudafrica multirazziale di oggi. E’ l’incredibile storia di Brandon Huntley, 31enne bianco originario di Mowbray, nei pressi di Città del Capo, che la scorsa settimana è riuscito a ottenere asilo in quanto presunta vittima di attacchi a sfondo razzista (almeno tre dei quali conclusisi con il suo ferimento a colpi di coltello) compiuti da suoi connazionali neri.

Secondo quanto stabilito dal presidente dell’Immigration and Refugee Board (Irb) di Ottawa, presso cui Huntley ha fatto richiesta di asilo lo scorso aprile, gli attacchi subiti tra il 1991 e il 2003 sarebbero da imputare alla razza di Huntley, ed evidenzierebbero «l’indifferenza e la non volontà» da parte delle autorità di «proteggere i bianchi» dalla «persecuzione» condotta dai propri connazionali «africani». Parole durissime, a cui il partito di governo dell’African National Congress (Anc) ha reagito definendo la decisione «razzista», «sensazionalista» e «allarmante».

Il caso rischia di provocare un serio incidente diplomatico tra Ottawa e Pretoria: secondo quanto reso noto dal Ministero degli Esteri locale il Sudafrica chiederà la revisione del caso, e avrebbe mobilitato il proprio ambasciatore per chiedere delucidazioni in merito. Nel frattempo, Huntley si gode la vittoria in un caso senza precedenti e dalle conseguenze potenzialmente dirompenti, rifiutando di parlare con il governo di Pretoria e sostenendo di «aver aperto gli occhi» alla gente su quali siano le reali condizioni della minoranza bianca in Sudafrica.

Ma quella nei suoi confronti è una vera persecuzione, o una storia inventata da qualcuno disposto a tutto pur di rimanere in Canada e abbastanza scaltro da toccare un tasto a cui Paesi e media occidentali sono molto sensibili? Sono in molti infatti a porsi serie domande sulla veridicità delle informazioni fornite dal ragazzo agli ufficiali canadesi, i quali le avrebbero prese per buone senza alcuna verifica.

Forti dubbi suscita il fatto che Huntley non abbia denunciato alla polizia sudafricana le aggressioni, a suo dire per la scarsa fiducia verso un corpo composto in gran parte da neri, e che abbia deciso di presentare la richiesta di asilo solo quattro anni dopo l’arrivo in Canada. Sbarcato a Ottawa nel 2004 per un lavoro di sei mesi e tornatovi nel 2005 grazie a un permesso di un anno, avrebbe poi soggiornato illegalmente nel Paese, tentando di entrare nell’esercito e sposando una ragazza locale per cercare di ottenere la cittadinanza.

Quale che sia la verità, il caso ha sollevato un nuovo vespaio di polemiche in un momento già difficile nei rapporti tra bianchi e neri in Sudafrica. La vicenda Huntley si aggiunge infatti al caso di Caster Semenya, la ragazza vincitrice degli 800 metri ai recenti Campionati del Mondo di atletica di Berlino ma oggetto di un test per la verifica del sesso. Mentre la maggioranza nera si è stretta attorno alla sua campionessa, scandalizzandosi per il trattamento riservatole, i bianchi sono stati molto più tiepidi, provocando la piccata reazione di Julius Malema, l’incendiario leader della Lega Giovanile dell’Anc, il quale ha avuto buon gioco nell’accusarli di scarso patriottismo.

A quindici anni dalla fine dell’apartheid e nonostante i progressi compiuti dal nuovo Sudafrica, le posizioni delle due comunità rimangono distanti. I bianchi denunciano le violenze di cui sono vittime (più di mille farmers bianchi sarebbero stati uccisi dal 1994) come crimini razziali, accusando le autorità di non fare abbastanza e sostenendo di essere discriminati sul posto di lavoro; dal canto suo, il governo non nega gli omicidi, ma ritiene che siano a sfondo economico e diretta conseguenza del fatto che, ancora oggi, buona parte della ricchezza sia concentrata in mani bianche: secondo una recente statistica, il 61% dei dirigenti aziendali è bianco a fronte di una disoccupazione che nella comunità raggiunge appena il 4,6%, contro il 27,9 dei neri.

Più in generale, i bianchi sono accusati di comportarsi spesso come un corpo estraneo alla società, disinteressato alle vicende del Paese e impegnato solo a difendere i propri privilegi. Divergenze e problemi forse fisiologici in una democrazia giovane e complessa, sulle cui ferite la vicenda Hurtley spargerà nuovo sale.

Boffo, l’assistente di volo e la ragazza molestata

di Diana Alfieri

Lui, lei, l’altro. Quest’ultimo, ormai si sa, è il direttore dell’Avvenire. Si sa pure che lei è Anna B., una bella ragazza di Terni, 29 anni, famiglia in vista, colta e devota. Ora Panorama (in edicola oggi) svela anche chi è lui, l’ex fidanzato conteso: un ex «aitante assistente di volo ternano» nato nel 1970, «fisico slanciato, modi delicati, portamento signorile, conoscitore delle lingue straniere, assiduo frequentatore della Lectio divina» che si teneva una domenica al mese nella città umbra. Anche lui ha gettato alle spalle quella vecchia storia, ha cambiato città e lavoro: è single e dirige una filiale di una grande banca in provincia di Modena. «Non ho niente da dichiarare. Ho dei clienti davanti a me», ha detto al settimanale della Mondadori.
Si conobbero a fine Anni ’90, probabilmente in qualche incontro organizzato dalla diocesi. Lui è di dieci anni più vecchio, lei «bruna e graziosa - dettaglia Panorama -, corpo tornito dall’atletica (a giugno è arrivata nona a una gara podistica), è la rampolla di una delle due famiglie più in vista del mondo cattolico ternano. Il capofamiglia è un uomo minuto e discreto, rappresentante di commercio, presidente parrocchiale dell’Azione cattolica, ma soprattutto presidente della radio diocesana appartenente al circuito InBlu il cui direttore è proprio Boffo. La madre, ex insegnante di liceo, fa parte della consulta nazionale degli organismi socioassistenziali della Caritas ed è impegnata nel Centro italiano femminile, l’associazione delle donne cattoliche. Ha anche scritto una biografia di Caterina Franceschi Fannucci, letterata ed educatrice ottocentesca, a cui sembra ispirarsi nello stile semplice e austero. I coniugi sono pure responsabili dell’ufficio diocesano della famiglia».
Le molestie per cui è stato condannato Dino Boffo appartengono al periodo tra l’agosto 2001 e il gennaio 2002. Anna B. ricevette le «telefonate ingiuriose di un uomo che l’aveva apostrofata dandole anche della “cornuta” e che faceva pesanti riferimenti alla vita sessuale sua e del fidanzato». Fu la madre della giovane a sporgere denuncia contro ignoti. La procura controllò i tabulati telefonici. E scoprì che le chiamate partivano da un’utenza di Avvenire che era «nella disponibilità» di Boffo. Dopo qualche mese, la famiglia ritirò la querela ma la legge prevede che per le molestie il pm proceda d’ufficio. Così si arrivò all’ammenda da 516 euro, massima pena pecuniaria per reati del genere, inflitta al giornalista nel 2004. Boffo fu condannato per «le ripetute chiamate sulle utenze telefoniche della ragazza nel corso delle quali ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela), per petulanza e biasimevoli motivi». La versione di Boffo è che avrebbe conciliato per evitare guai a un giovane tossicodipendente (morto qualche tempo dopo) il quale avrebbe fatto quelle chiamate usando di nascosto il suo telefono.
Secondo le voci raccolte da Panorama a Terni, il direttore di Avvenire avrebbe conosciuto i due giovani nel marzo 2001, in occasione di un’assemblea diocesana dal titolo «Domenica, giorno che salva», in cui lui era tra i relatori e la famiglia della ragazza ospite. Il fidanzato di lei è un tipo attraente, qualcuno lo ricorda alla Giornata mondiale della gioventù in Francia «mentre recita la parte del mimo-giullare, con eleganza stilizzata - racconta Panorama

- o partecipa alle giornate di dialogo interconfessionale della comunità monastica fondata dal pastore calvinista frère Roger Schutz di Taizé». Chi lo conosce bene esclude tendenze gay. «Per esempio Leonardo G., maresciallo della Guardia di finanza, una delle otto persone inserite sul social network Facebook tra gli amici dell’uomo (la ragazza molestata ne ha invece 155, tra cui l’attrice ternana Camilla Ferranti), spazza via i sospetti con una risata: “Il mio amico omosessuale? Non scherziamo”».
La coppia sembra superare la vicenda Boffo. Nel frattempo lei si diploma al Pontificio istituto di studi arabi e islamici (che ha rappresentato al festival cinematografico dei Popoli e delle religioni), per un periodo va in Giordania a insegnare italiano, entra come interprete in un’azienda di import-export alle porte di Terni e partecipa a vari convegni sul Medio Oriente. Lui invece entra in banca e i loro destini si separano.
Raggiunta ieri al telefono dall’Ansa, Anna B. mormora poche parole: «La vicenda è chiusa, appartiene al passato. È stata violata la mia privacy. Non posso rilasciare dichiarazioni, al momento... Magari parlerò in futuro».

Toghe in ferie, slitta il processo E la gang delle ville esce di cella

di Fausto Biloslavo


Trieste - «Dove abito hanno derubato cinque famiglie. A casa di mia figlia sono entrati tre volte, a tal punto che l’ha venduta, terrorizzata dai ladri. Adesso salta fuori che per un errore li hanno liberati. Sono inferocito, ma che giustizia è questa?». Si sfoga con il Giornale Eugenio Pahor, una delle vittime triestine della banda di albanesi che ha messo a segno 27 colpi in diverse province, dal capoluogo giuliano a Milano passando per Treviso e Vicenza. Questi i casi accertati, ma secondo la stampa locale i tre albanesi, fra i 20 e i 30 anni, sono sospettati di ben 64 furti in ville e appartamenti. Delinquenti matricolati, che venerdì scorso sono stati rilasciati per sbaglio. 

Il pubblico ministero della Procura di Trieste, Maddalena Chergia, non ha presentato in tempo la richiesta di rinvio a giudizio. Complici le ferie estive ed un errore della sua segreteria. Il pubblico ministero pensava che Artan Mercina, 30 anni, Elvis Mercina, 20, e Blerim Reci, 28 dovessero rimanere nel carcere del Corneo a Trieste ancora un mese. Invece la custodia preventiva scadeva in agosto, quando i palazzi di giustizia sono deserti perché quasi tutti vanno al mare.

Fabio Crea, l’avvocato difensore di Treviso della «banda del buco», se ne è accorto e ha chiesto la scarcerazione al Gip Raffaele Morvay. «Era scaduto il termine e non c’è stata la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm. Non ho potuto fare altrimenti» ha spiegato il magistrato delle indagini preliminari al quotidiano di Trieste Il Piccolo. I ladri, in quanto calndestini, sono stati espulsi e oggi girano liberi per l’Albania. La beffa è che se decidessero di tornare illegalmente in Italia rischiano ben poco. Con le nuove norme del pacchetto sicurezza non potrebbero essere processati. Una frittata giudiziaria ammessa a denti stretti dal procuratore capo di Trieste, Michele Dalla Costa. «È stata un’erronea indicazione della segreteria del magistrato della data di decorrenza della custodia cautelare. È successo...», ha dichiarato alla stampa locale. 

«Mi hanno rubato l’incasso della pizzeria. In casa di mio figlio, con tre bambine piccole che dormivano, si sono messi a defecare nel soggiorno – racconta Pahor sconfortato - Mi avevano detto che potevo detrarre dalle tasse i soldi rubati. Pensa che soddisfazione, ma ora che la magistratura ha sbagliato chi paga?». 

La rabbia serpeggia fra le vittime della «banda del buco» albanese che l’ha fatta franca. Dall’inizio dell’anno avevano cominciato a terrorizzare l’altopiano carsico attorno a Trieste. Dopo aver perforato con un trapano porte o finestre le aprivano girando le maniglie con un filo di ferro. «Entravano in casa di notte con i proprietari che dormivano dentro. In pochi minuti arraffavano tutto quello che trovavano - spiegano alla squadra mobile di Trieste -. Talvolta si sono presi pure le chiavi delle macchine scappando a bordo delle automobili». 

La «banda del buco» colpisce in tutto il Nord-Est e arriva a mettere a segno i furti fino a Lainate, in provincia di Milano. La notte del 12 febbraio la polizia li intercetta a bordo di una Bmw rubata di grossa cilindrata dopo l’ennesimo furto a Sistiana, vicino a Trieste. Scatta un rocambolesco inseguimento da film poliziesco. Alla fine due furfanti fuggono a piedi. Un terzo, Elvis Mercina, il più giovane, è preso. In carcere tiene la bocca chiusa, ma gli investigatori seguono le tracce delle macchine rubate. Una ventina di giorni dopo suo cugino Artan Mercina e Blerim Reci sono sorpresi in una delle basi della banda a Treviso. Nella rete dell’inchiesta finiscono altri tre albanesi fra fiancheggiatori e ricettatori.

Nel corso dell’operazione, nome in codice «Night robbers 2», la polizia recupera parte del bottino. In due alloggi individuati in Lombardia riemergono gioielli, telefonini, computer, macchine fotografiche e contanti per migliaia di euro. 

In agosto scadono i termini di custodia preventiva, ma alla procura di Trieste sbagliano la data pensando di avere tempo fino a settembre, al ritorno delle ferie. Bastava che il pm presentasse il rinvio a giudizio ed i tre ladri sarebbero rimasti in cella per altri sei mesi. Invece sono liberi in Albania.

Se fossi Papa direi... basta ipocrisia sul sesso

di Marcello Veneziani


Se fossi Papa, cioè Vicario di Berlusconi in terra, convocherei d’urgenza i vescovi e gli agenti della Chiesa in borghese, come Boffo, Sciortino e Vian e farei un discorso franco e tosto sul sesso e la Chiesa. Lo farei precedere a sorpresa da una canzone di Battiato, Sesso e Castità, per dare un guizzo postmoderno al discorso, con una colonna sonora scandalosa tra gli antichi colonnati. E poi comincerei a parlare: Frateli (scusate, ma dopo due papi mitteleuropei la elle doppia è difficile a pronunciarsi), è tempo di raccontare la verità sul sesso. Lasciamo stare il documento pastorale che affronta i principi dell’Amore e distingue saggiamente tra eros e agape e addentriamoci nella scabrosa materia della sessualità. Possiamo noi negare che da secoli, anzi da millenni, la Chiesa ha trafficato con il sesso? Anche i sacerdoti sono imperfetti e la loro carne è debole, sicché non si contano storie di sesso in sacrestia e tonache sporcate dal gusto della vita. Non si contano sodomie e pedofilie verso chierichetti, ho visto atti processuali che risalgono perfino al castigato tempo della Controriforma che narravano di questo. Non è solo un vezzo della Chiesa americana o del nostro tempo. Sappiamo di papi sposati e di morali doppie, ma anche di recente sono sorte dicerie su due pontefici contemporanei e non dirò quali ma voi avete capito: precursori di Boffo anche se magari ebbero più discrezione e non molestarono nessuno, tantomeno terzi. È assurdo fingere di nulla e magari trincerarci dietro la barba di Fedor Dostoevskij che tragicamente diceva: «Se sono costretto a scegliere tra Cristo e la verità scelgo Cristo». No, Cristo non può essere in antitesi alla verità, altrimenti cade la ragione sociale e spirituale della Chiesa. Ma il cattolico non è puritano né sessuofobo, è sanguigno e spirituale, è realista e usa indulgenza con i peccati della carne.

Ora voi sapete quanto io veneri la Tradizione e quanto difenda il rigore della fede, ma non può essere rigor mortis e nemmeno il rigore dell’ipocrisia. Sì, la dottrina cristiana considera la vita sessuale fuori dalla prospettiva della procreazione come disordine e peccato. Ma l’umanità, la vita, la realtà smentiscono la dottrina da quando è nata. Anzi nacquero prima le smentite e poi la morale cristiana. Allora non occultiamo la verità. Ricordo come un trattato teologico perfetto quel film con Alberto Sordi prete che, chiuso a ferragosto in ascensore con la procace Stefania Sandrelli, senza speranza di soccorso, ebbe un rapporto sessuale. E poi si scusò dicendo che in quell’ascensore aveva perso il libero arbitrio, non era in grado di sfuggire alle tentazioni, dunque era stato quasi costretto. Sappiamo quante geniali o furbe trovate ha escogitato la Chiesa per assolvere, sciogliere nozze, concedere indulgenze. Ma non possiamo continuare con le acrobazie. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a fatti, atti giudiziari, telefonate registrate. E non vogliamo che la gente confonda papi e Papi, in un nuovo intreccio di cesaropapismo. Allora necessita una svolta. Chiara come il sole, e mi scuso di questo rigurgito nibelungico e pagano.

Dobbiamo dire chiaro e forte che il sesso va tenuto al guinzaglio e dobbiamo evitarne la dipendenza; mai svendere la nostra dignità, la nostra libertà, la nostra umanità per il sesso. Ma non possiamo pensare di fermarlo; dirlo serve solo a costruirsi un’artificiosa buona coscienza. Allora più onesto e più realista è dire: il sesso fuori dalla prospettiva dell’amore è disordine e perdità di sé. Ma quando eros vi afferra almeno considerate l’altro come fine e non come mezzo; non usate la donna o l’uomo, ma consideratelo nella sua integralità, corpo e anima e intelligenza, cioè persona. Fate sesso senza smettere di essere uomini, governatelo, senza esserne posseduti. Poi circoscrivete il vostro raggio erotico, non disperdetevi; e se proprio cadete in tentazione, sappiate almeno distinguere tra ciò che passa e ciò che resta, tra relazioni precarie e storie destinate a intrecciare una vita. Non dimentichiamo che la Chiesa premoderna tollerava e anzi favoriva i lupanari e Roma sotto i papi era la città col più alto tasso di prostitute: perché fedeli ad Agostino, gran sciupafemmine, e Tommaso, che invece, come molti prelati, riversava tutto sul cibo e aveva una panzona così grande che si era fatto ritagliare il desco per entrarci, sappiamo che il meretricio è una valvola di sfogo, il pozzo nero dei matrimoni. Oggi, mutatis mutandis, dobbiamo arginare i vizi sessuali ma non possiamo negarli. E così i profilattici. Un angelo misericordioso dovrebbe bucare quelli occidentali perché fanno pochi figli, ma dovrebbe rivestire d’invisibile lattice gli organi sessuali afro-asiatici che muoiono di fame per eccesso demografico. Il nostro appello a procreare sbaglia destinatario: non arriva all’Occidente denatalizzato ma al prolifico terzo mondo. E noi non possiamo, per amor di principio, concorrere alla fame e alla strage di bambini denutriti. Poi, facciamo pure le nostre battaglie per salvare la famiglia e il matrimonio, per renderlo non dirò invulnerabile ma almeno più solido e duraturo, per sottrarre all’aborto vite umane, per evitare figli artificiali commissionati al laboratorio. Ma non possiamo ancora negare la pienezza dei sacramenti ai divorziati, non possiamo essere i nemici della vita e delle sue gioie naturali. Sappiamo pure che tanta gente ha perso la fede con la verginità, riducendo il cristianesimo ad un precetto di astinenza sessuale. Usciamo da questo tunnel, circoscriviamo la portata del sesso. E nel caso specifico, non affettiamo indignazione per il caso Boffo, negando la verità dei fatti ed elogiando lui; e poi magari, quando i fari saranno spenti, facendolo uscire dalla porta di servizio. Diciamo piuttosto che ha commesso un errore, se la vedrà con la sua coscienza, è una macchia nella sua coerenza di cristiano e di giornalista che fa la morale al premier; poi se vogliamo, lo confermiamo alla guida dell’Avvenire perché a nostro giudizio - nonostante tutto - è bravo, allineato e di solito ha difeso la fede e la notizia.

E chiudendo, mentre Padre George ascolta compiaciuto, non abbiate paura della verità nuda e cruda. I credenti capiranno, perché sanno che la Chiesa non è la Luna ma solo il dito che la indica. E non potete soffermarvi sul dito o suoi succedanei, dimenticando la Luna e la sorgente della sua luce, il Sole. Perdonatemi Frateli questa ricaduta germanica e romana sul Sol Invictus.

Ma Dio, lo ricordava Giovanni Paolo II, è Splendor Veritatis.

Scalfari assolve Silvio pur di evitare la condanna

di Gian Marco Chiocci

Roma - «Confermo la proposta di remissione della querela, previa una lettera di scuse, nella forma più opportuna che Eugenio Scalfari riterrà. Vorrei sottolineare che la querela da me sporta aveva finalità di tutela della verità storica e della dignità politica ed umana di mio padre. A differenza di altri, non intendo commercializzare questo “momento” ma mi riterrei totalmente soddisfatta con la lettera di cui sopra». In fede, Stefania Craxi. È datato 11 giugno 2009 l’ultimo atto a margine del processo penale d’appello che vede il fondatore di Repubblica condannato in primo grado (insieme all’attuale direttore Ezio Mauro) per aver sostenuto - nella sua rubrica sul Venerdì - che «Craxi era intervenuto con mezzi illeciti per bloccare il contratto Sme» poiché Carlo De Benedetti andava annoverato «tra le sue inimicizie». La sollecitazione che la figlia del leader socialista rivolge ad Eugenio Scalfari ne segue altre, precedenti, non andate a buon fine. Non vuole soldi, ma solo un’ammissione pubblica di colpa per l’abbaglio preso. Scalfari non sa cosa fare: se il mea culpa ed evitare così i rischi del secondo grado oppure proseguire diritto e sperare in giudici più benevoli rispetto a quelli che l’hanno condannato il 6 aprile 2006 alla pena di 2.500 euro al termine di un dibattimento ricco di testimoni eccellenti. Le motivazioni della sentenza non offrono grandi speranze per il futuro del barbuto fondatore di Repubblica. Nelle quindici pagine sottoscritte dal giudice Francesco Patrone del tribunale di Roma si legge, infatti, che «entrambi gli enunciati (fatti illeciti e intervento di Craxi dovuto all’inimicizia per De Benedetti, ndr) appaiono obiettivamente lesivi della reputazione di chi allora rivestiva la carica di presidente del Consiglio». La tesi affermata da Scalfari che Craxi bloccò il contratto Sme violando la legge ed al fine di danneggiare De Benedetti, è stata dunque giudicata diffamatoria anche perché «il predetto intervento di Craxi - si legge ancora in sentenza - forte, non isolato e pubblicamente rivendicato dallo stesso Craxi, non costituiva certamente un atto abnorme (...). Non è dato pertanto di ravvisare, a parere di questo giudice, nessun evidente deliberato illecito, sotto il profilo oggettivo, nella condotta tenuta da Craxi in ordine alla vicenda Sme».

Nel tentativo di evitare la condanna Scalfari le aveva provate tutte nel contraddittorio con l’avvocato Roberto Ruggiero, difensore del sottosegretario agli Esteri. Prima s’era impegnato a sminuire la portata delle sue affermazioni diffamatorie spiegando che il suo era solo un «giudizio politico». Testuale: «Il mio dire illecito non configura... è una... non so come spiegarmi meglio, ma è un aggettivo di tipo politico, io non sto incolpando nessuno di reati tant’è che io sono stato disposto sin dall’inizio a transigere questa lite (...). Se dico che ha adottato procedure illecite, ha adottato mezzi illeciti, io do un giudizio etico-politico, che ovviamente può essere sbagliato o soggettivo».

Scalfari è poi riuscito nella straordinaria impresa di buttare a mare anni di campagne stampa di Repubblica contro Silvio Berlusconi e la Sme. Anche qui, il virgolettato parla da solo: «Io ho dato dell’illecito al comportamento non di Berlusconi ma di Craxi, quindi il problema è completamente un altro. È una mia opinione, certo, io non ho dato giudizi su Berlusconi, li ho dati su Craxi. Se si legge il testo non vi è il minimo dubbio. Allora è chiaro - continua Scalfari - che Berlusconi non ha fatto... in quel caso, nel caso di partecipare, di mettere in piedi una cordata. Berlusconi non ha fatto nulla di illecito, Berlusconi è solo un imprenditore». Agli atti del processo vi è poi il clamoroso interrogatorio dell’allora ministro dell’Industria, Renato Altissimo, che al giudice racconta dei rapporti tra Prodi e De Benedetti nell’appalto per la Sme: «Un gruppo americano si disse interessato all’acquisto della Sme, così chiamai l’allora presidente dell’Iri, Prodi, e glielo feci presente. Prodi mi escluse categoricamente che la Sme, pezzo pregiato dell’Iri, sarebbe mai stata venduta. Poi quando pochi mesi dopo De Benedetti mi chiamò per comunicarmi che aveva preso la Sme, parlai nuovamente con Prodi. Ero decisamente sorpreso. Gli dissi perché a Carlo De Benedetti sì e agli altri no, e lui mi rispose secco: “Perché Carlo ha un taglietto sul pisello che tu non hai”...».