venerdì 4 settembre 2009

Ritrattazioni. Il Sant'Uffizio dà una lezione a monsignor Fisichella

L'espresso


La congregazione per la dottrina della fede ha emesso una "chiarificazione" che di fatto sconfessa l'articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano" dal presidente della pontificia accademia per la vita, sull'aborto della bambina-madre brasiliana. Ecco il documento

di Sandro Magister



 


ROMA, 10 luglio 2009 – Nel pomeriggio di oggi, proprio mentre Benedetto XVI era a colloquio in Vaticano col presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è uscita stampata su "L'Osservatore Romano" una "chiarificazione" della congregazione per la dottrina della fede "sull'aborto procurato".

La "chiarificazione" è ciò che molti si aspettavano, dopo un controverso articolo pubblicato lo scorso 15 marzo dallo stesso quotidiano della Santa Sede, a firma dell'arcivescovo Rino Fisichella, presidente della pontificia accademia per la vita.

La "chiarificazione" è stampata a pagina 7 del quotidiano della Santa Sede ed è annunciata in prima pagina.

L'articolo di Fisichella riguardava il caso di una giovanissima bambina-madre brasiliana, fatta abortire dei due gemelli che portava in grembo, ed è stato interpretato da molti come giustificativo di quel duplice aborto.

Ne è seguita una vivace controversia pubblica di cui www.chiesa ha riferito in due ampi servizi. Ma contemporaneamente sono state indirizzate alle autorità vaticane anche numerose proteste e richieste in via riservata.

Tra queste, c'è stato il passo compiuto da 27 dei 46 membri della pontificia accademia per la vita. Il 4 aprile essi hanno scritto una lettera collettiva a Fisichella, loro presidente, chiedendogli di correggere le "errate" posizioni da lui espresse nell’articolo.

Il 21 aprile Fisichella ha risposto loro per iscritto, respingendo la richiesta.

Il 1° maggio, 21 dei firmatari della precedente lettera si sono quindi rivolti al cardinale William Levada, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, chiedendo alla congregazione un pronunciamento chiarificatore sulla dottrina della Chiesa in materia di aborto.

La lettera è stata consegnata il 4 maggio ma non ha ricevuto risposta. Gli scriventi seppero da un funzionario della congregazione che la lettera era stata inoltrata al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, "poiché l’articolo di Fisichella era stato scritto su sua richiesta".

Due membri della pontificia accademia per la vita hanno trasmesso allora direttamente al papa un dossier sulla vicenda.

L'8 giugno Benedetto XVI ha discusso il caso con Bertone e ha ordinato di pubblicare una dichiarazione che riconfermi come immutata la dottrina della Chiesa in materia di aborto.

La "chiarificazione" pubblicata oggi su "L'Osservatore Romano" in data 11 luglio 2009 è precisamente il frutto di questa decisione.

Eccola testuale:



Sull'aborto procurato

Chiarificazione della Congregazione  per la Dottrina della Fede



Recentemente sono pervenute alla Santa Sede diverse lettere, anche da parte di alte personalità della vita politica ed ecclesiale, che hanno informato sulla confusione creatasi in vari Paesi, soprattutto in America Latina, a seguito della manipolazione e strumentalizzazione di un articolo di Sua Eccellenza Monsignor Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, sulla triste vicenda della "bambina brasiliana".

In tale articolo, apparso su "L'Osservatore Romano" del 15 marzo 2009, si proponeva la dottrina della Chiesa, pur tenendo conto della situazione drammatica della suddetta bambina, che — come si poteva rilevare successivamente — era stata accompagnata con ogni delicatezza pastorale, in particolare dall'allora Arcivescovo di Olinda e Recife, Sua Eccellenza Monsignor José Cardoso Sobrinho.

Al riguardo, la Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce che la dottrina della Chiesa sull'aborto provocato non è cambiata né può cambiare.

Tale dottrina è stata esposta nei numeri 2270-2273 del Catechismo della Chiesa Cattolica in questi termini:

«La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita. “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato” (Ger 1, 5). “Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra” (Sal 139, 15).

«Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L'aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale: “Non uccidere il bimbo con l'aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita” (Didaché, 2, 2). “Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo degno dell'uomo. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come pure l'infanticidio sono abominevoli delitti” (Concilio Vaticano II, "Gaudium et spes", 51).

«La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. “Chi procura l'aborto, se ne consegue l'effetto, incorre nella scomunica latae sententiae” (Codice di Diritto Canonico, can. 1398), “per il fatto stesso d'aver commesso il delitto” (Codice di Diritto Canonico, can. 1314) e alle condizioni previste dal diritto (cfr. Codice di Diritto Canonico, cann. 1323-1324). La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all'innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società.

«Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano innocente rappresenta un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione: “I diritti inalienabili della persona dovranno essere riconosciuti e rispettati da parte della società civile e dell'autorità politica; tali diritti dell'uomo non dipendono né dai singoli individui, né dai genitori e neppure rappresentano una concessione della società e dello Stato: appartengono alla natura umana e sono inerenti alla persona in forza dell'atto creativo da cui ha preso origine. Tra questi diritti fondamentali bisogna, a questo proposito, ricordare: il diritto alla vita e all'integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento alla morte...

Nel momento in cui una legge positiva priva una categoria di esseri umani della protezione che la legislazione civile deve loro accordare, lo Stato viene a negare l'uguaglianza di tutti davanti alla legge. Quando lo Stato non pone la sua forza al servizio dei diritti di ciascun cittadino, e in particolare di chi è più debole, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto... Come  conseguenza  del rispetto e della protezione che vanno accordati al nascituro, a partire dal momento  del  suo concepimento, la legge dovrà prevedere appropriate sanzioni penali per ogni deliberata violazione dei suoi diritti” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione "Donum vitae", III)».

Nell'Enciclica "Evangelium vitae" Papa Giovanni Paolo II ha riaffermato tale dottrina con la sua autorità di Supremo Pastore della Chiesa:

«Con l'autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi — che a varie riprese hanno condannato l'aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina — dichiaro che l'aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale» (n. 62).

Per quanto riguarda l'aborto procurato in alcune situazioni difficili e complesse, vale l'insegnamento chiaro e preciso di Papa Giovanni Paolo II:

«È vero che molte volte la scelta abortiva riveste per la madre carattere drammatico e doloroso, in quanto la decisione di disfarsi del frutto del concepimento non viene presa per ragioni puramente egoistiche e di comodo, ma perché si vorrebbero salvaguardare alcuni importanti beni, quali la propria salute o un livello dignitoso di vita per gli altri membri della famiglia. Talvolta si temono per il nascituro condizioni di esistenza tali da far pensare che per lui sarebbe meglio non nascere. Tuttavia, queste e altre simili ragioni, per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente» (Enciclica "Evangelium vitae", n. 58).

Quanto alla problematica di determinati trattamenti medici al fine di preservare la salute della madre occorre distinguere bene tra due fattispecie diverse: da una parte un intervento che direttamente provoca la morte del feto, chiamato talvolta in modo inappropriato aborto "terapeutico", che non può mai essere lecito in quanto è l'uccisione diretta di un essere umano innocente; dall'altra parte un intervento in sé non abortivo che può avere, come conseguenza collaterale, la morte del figlio:

«Se, per esempio, la salvezza della vita della futura madre, indipendentemente dal suo stato di gravidanza, richiedesse urgentemente un atto chirurgico, o altra applicazione terapeutica, che avrebbe come conseguenza accessoria, in nessun modo voluta né intesa, ma inevitabile, la morte del feto, un tale atto non potrebbe più dirsi un diretto attentato alla vita innocente. In queste condizioni l'operazione può essere considerata lecita, come altri simili interventi medici, sempre che si tratti di un bene di alto valore, qual è la vita, e non sia possibile di rimandarla dopo la nascita del bambino, né di ricorrere ad altro efficace rimedio» (Pio XII, Discorso al Fronte della Famiglia e all'Associazione Famiglie numerose, 27 novembre 1951).

Quanto alla responsabilità degli operatori sanitari, occorre ricordare le parole di Papa Giovanni Paolo II:

«La loro professione li vuole custodi e servitori della vita umana. Nel contesto culturale e sociale odierno, nel quale la scienza e l'arte medica rischiano di smarrire la loro nativa dimensione etica, essi possono essere talvolta fortemente tentati di trasformarsi in artefici di manipolazione della vita o addirittura in operatori di morte. Di fronte a tale tentazione la loro responsabilità è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell'intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l'antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità» (Enciclica "Evangelium vitae", n. 89).

Ho sposato Wikipedia?

L'espresso

di Umberto Eco
Quanto ci si deve fidare dell'enciclopedia on line? Ecco cosa mi è capitato e alcune regole per accertare l'esattezza delle informazioni
 
Ciascuno di noi, ormai, mentre lavora e ha bisogno di controllare un nome o una data, ricorre su Internet a Wikipedia. Per l'ormai sparuto manipolo dei profani ricordo che Wikipedia è una enciclopedia 'on line' che viene scritta e riscritta continuamente dai suoi stessi utenti. Vale a dire che se voi cercate la voce, che so, 'Napoleone' e vedete che una notizia è incompleta o scorretta, vi registrate, la correggete, e la voce viene salvata così, con la vostra integrazione.

Naturalmente questo permetterebbe a malintenzionati o a pazzi di diffondere notizie false, ma la garanzia dovrebbe essere data proprio dal fatto che il controllo è fatto da milioni di utenti. Se un malintenzionato va a correggere che Napoleone non è morto a Sant'Elena ma a Santo Domingo, di colpo milioni di benintenzionati interverrebbero a correggere la illecita correzione (e poi credo che, dopo alcune azioni legali di persone che si erano viste calunniare da ignoti, una sorta di redazione eserciti un controllo almeno sul tipo di correzioni che appaiano chiaramente diffamatorie). In tal senso Wikipedia sarebbe un bell'esempio di quello che Charles Sanders Peirce chiamava la Comunità (scientifica) la quale per una sorta di felice omeostasi espunge gli errori e legittima le nuove scoperte portando così avanti, come lui diceva, la torcia della verità.

Ma se questo controllo collettivo potrebbe funzionare su Napoleone potrà funzionare su un John Smith qualsiasi? Facciamo l'esempio di una persona un poco più nota di John Smith e meno di Napoleone, e cioè chi scrive. All'inizio sono intervenuto a correggere la voce che mi riguardava perché recava date errate o false notizie (per esempio diceva che ero il primo di tredici fratelli, mentre la cosa era accaduta a mio padre). Poi ho smesso, perché ogni volta che per curiosità andavo a rivedere la mia voce trovavo altre piacevolezze messe da chissà chi. Ora alcuni amici mi hanno avvertito che Wikipedia dice che ho sposato la figlia del mio editore Valentino Bompiani. La notizia non è per nulla diffamatoria ma - nel caso lo fosse per le mie care amiche Ginevra ed Emanuela - sono intervenuto a eliminarla.

In questo mio caso non si può neppure parlare di un errore comprensibile (come la storia dei tredici figli), né dell'accettazione di una vociferazione corrente: a nessuno era mai venuto in mente che io mi fossi accasato in tal modo, e quindi l'ignoto co-autore di Wikipedia interveniva per rendere pubblica una sua privata fantasia, senza che gli fosse mai passato per la mente di controllare almeno la notizia su qualche fonte.

Quanto ci si deve fidare di Wikipedia, allora? Dico subito che io mi fido perché la uso con la tecnica dello studioso di professione: consulto su un certo argomento Wikipedia e poi vado a confrontare con altre due o tre siti: se la notizia ricorre tre volte ci sono buone probabilità che sia vera (ma bisogna fare attenzione che i siti che consulto non siano parassiti di Wikipedia, e ne ripetano l'errore). Un altro modo è vedere la voce di Wikipedia sia in italiano sia in un'altra lingua (se avete difficoltà con l'urdu, ci sarà sempre certamente il corrispettivo inglese): sovente le due voci coincidono (una è la traduzione dell'altra) ma talora differiscono, e può essere interessante rilevare una contraddizione, che potrebbe indurvi (contro ogni vostra religione del virtuale) ad alzarvi e andare a consultare una enciclopedia cartacea.

Ma io ho fatto l'esempio di uno studioso che ha imparato un poco come si lavora confrontando le fonti tra loro. E gli altri? Quelli che si fidano? I ragazzini che ricorrono a Wikipedia per i compiti scolastici? Si noti bene che la cosa vale anche per qualsiasi altro sito, così che da gran tempo io avevo consigliato, anche a gruppi di giovani, di costituire un centro di monitoraggio di Internet, con un comitato formato da esperti sicuri, materia per materia, in modo che i vari siti fossero recensiti (o in linea, o con una pubblicazione a stampa) e giudicati quanto ad attendibilità e completezza. Ma facciamo subito un esempio, e non cerchiamo il nome di un personaggio storico come Napoleone (per cui Google mi dà 2.190.000 di siti), ma di un giovane scrittore diventato noto solo da un anno, e cioè da quando ha vinto lo Strega 2008, Paolo Giordano, autore de 'La solitudine dei numeri primi'. I siti sono 522.000. Come si fa a monitorarli tutti?

Si era pensato una volta di monitorare soltanto i siti su un solo autore su cui gli studenti potrebbero sovente cercare informazioni. Ma se prendiamo Peirce, che ho appena citato, i siti che lo riguardano sono 734.000.

Ecco un bel problema che, per ora, è ancora senza soluzione.
(04 settembre 2009)

E un brutale attacco alla libertà di critica

Famiglia Cristiana


Criticare sui giornali gli atti di un Governo è e resta un carattere irrinunciabile della democrazia.
 


Una sola cosa è sicura nella torbida vicenda in cui è stato coinvolto il direttore di Avvenire Dino Boffo: si è trattato di una brutale risposta de il Giornale diretto da Vittorio Feltri alla campagna, aperta e guidata con insistenza da la Repubblica, sui comportamenti personali del primo ministro Silvio Berlusconi.

Un’ovvia verità, suffragata dallo stesso Feltri e corroborata da molti articoli usciti sul suo quotidiano nei giorni successivi, nei quali si è sostenuta la medesima tesi: chi la fa l’aspetti, il moralismo non paga chi ci si avventura. E il primo a pagare è stato Dino Boffo, indicato da Feltri come il «capofila dei moralisti impegnati a lanciare anatemi contro Silvio Berlusconi per le sue vicende private».

Il punto chiave della brutta storia è un documento anonimo intitolato "Riscontro a richiesta di informativa di sua eccellenza", in cui si rende nota la sentenza pronunciata dal Gip del tribunale di Terni il 9 agosto 2004 nei confronti di Boffo, condannato a una pena pecuniaria di 516 euro per una "molestia" telefonica commessa nel 2002 ai danni di una donna.
   
Il documento di cui sopra è stato inviato recentemente a molti vescovi i quali giustamente – trattandosi di un anonimo – l’hanno buttato prontamente nel cestino come spazzatura.


Il direttore di Avvenire ha chiarito, in una lunga risposta ai molti lettori che gli hanno scritto, che quella pena pecuniaria l’aveva egli stesso patteggiata per mettere fine a una storia giudiziaria imbarazzante in cui "la prima vittima" era stato proprio lui, perché quelle telefonate, partite da un suo cellulare, erano state in realtà fatte da un ragazzo tossicodipendente, che gli era stato raccomandato da don Gelmini perché in qualche modo lo aiutasse a uscire dalla droga (di cui il giovane è poi rimasto vittima per un’overdose).

La prima sorpresa è stata la telefonata con cui il ministro dell’Interno Maroni ha voluto avvertire Boffo che quel "riscontro" non è mai partito da nessun organo centrale o periferico dell’apparato di sicurezza dello Stato; una seconda sorpresa è emersa dalla lettura di quella presunta "informativa" (pubblicata in fotocopia dal Corriere della Sera di lunedì 31 agosto) contenente sia errori di grammatica ("sconcie" con la "i") sia soprattutto di procedura penale, messi fra l’altro in evidenza da un frequentatore del sito internet dello stesso il Giornale.

In quella "informativa" sulla personalità di Dino Boffo (in cui ovviamente l’interessato non si riconosce affatto) si legge una frase che colpisce chiunque la legga con un minimo di attenzione politica: egli, si dice in quello scritto anonimo, «gode indubbiamente di alte protezioni, correità e coperture in sede ecclesiastica».

La domanda legittima è questa: chi ha confezionato quel documento, ma soprattutto chi se ne è servito per suscitare una polemica estremamente delicata, si è reso conto che coinvolgere direttamente e scioccamente la Chiesa in un evidente conflitto con lo Stato – che né la Chiesa né lo Stato possono permettersi per non tornare indietro di un secolo – è un’offesa al bene comune di un Paese che di ben altre questioni deve discutere nelle sedi giuste?

In ogni modo, se si tratta di un’intimidazione o di avvertimento, sia ben chiaro che criticare sui giornali gli atti di un Governo, senza scendere in sconci pettegolezzi di natura personale, è e resta un carattere irrinunciabile della democrazia.

Boffo e il pasticciaccio brutto di Terni. Da piccolo scandalo di provincia a caso nazionale

Panorama


È quasi un contrappasso: nella terra di San Valentino e delle promesse d’amore eterno scambiate sulla sua tomba il 14 febbraio, nella città della leggenda di Sabino e Serapia, un Romeo e una Giulietta d’epoca imperiale, Terni è salita alla ribalta per le molestie telefoniche a una ragazza e per le voci maligne su un presunto e indimostrato amorazzo (negato dai diretti interessati) fra il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e un aitante assistente di volo ternano.
La storia, senza il nome di lei e di lui, è stata tirata fuori venerdì 28 agosto sulle colonne del Giornale di Vittorio Feltri, che ha citato un’informativa anonima inviata ai vescovi italiani e l’allegato decreto di condanna del tribunale di Terni, per “molestie”, contro Boffo. Il lunedì successivo non deve essere stato facile per quest’ultimo sollevare il telefono, come risulta a Panorama, e chiamare Vincenzo Paglia, da nove anni vescovo della città umbra, per confrontarsi sulla delicatissima questione delle molestie telefoniche che ha avuto il suo epicentro a Terni.
La ragazza molestata, 29 anni, bruna e graziosa, corpo tornito dall’atletica (a giugno è arrivata nona a una gara podistica), è la rampolla di una delle due famiglie più in vista del mondo cattolico ternano. Il capofamiglia è un uomo minuto e discreto, con il viso impreziosito da un pizzetto bianco, rappresentante di commercio, presidente parrocchiale dell’Azione cattolica, ma soprattutto presidente della radio diocesana Tna (Terni-Narni-Amelia), megafono del vescovo, appartenente al circuito InBlu il cui direttore è proprio Boffo. La madre, chioma canuta, ex insegnante di liceo, fa parte della consulta nazionale degli organismi socioassistenziali della Caritas ed è impegnata nel Centro italiano femminile (Cif), l’associazione delle donne cattoliche. La signora ha anche scritto una biografia di Caterina Franceschi Fannucci, letterata ed educatrice ottocentesca, a cui sembra ispirarsi nello stile semplice e austero. I coniugi sono pure responsabili dell’ufficio diocesano della famiglia.

La coppia da martedì scorso si è limitata a respingere gli assalti dei giornalisti nell’elegante palazzina dove abita. Sino all’ultimo hanno provato a negare il coinvolgimento della famiglia nella vicenda, sostenuti nel catenaccio dall’arcigno legale, Giovanni Cerquetti. Poi, quando l’argine è crollato, la ragazza, voce da bambina, con Panorama ha risposto al cellulare: “Non rilascio dichiarazioni”. Lo ha fatto sua madre: “La vicenda si era completamente risolta e se qualcuno oggi l’ha ritirata fuori a noi sembra una cosa impropria”. Quindi la famiglia ha cercato rifugio a Roma. Ma ormai il caso era straripato. Come prevedibile.
Lunedì 31 agosto i giornalisti avevano chiesto copia degli atti del fascicolo su Boffo. Il procuratore Fausto Cardella si era pronunciato favorevolmente, ma il gip Pierluigi Panariello aveva deciso di “liberare” solo un paio di fogli. In cui il nome della parte offesa era protetto da un omissis. Uno scrupolo compassionevole, un colpo di pennarello nero per proteggere la privacy della vittima.
La precauzione, però, non è bastata: un cronista del Giornale dell’Umbria ha controllato in filigrana le carte e ha decrittato il nome della ragazza molestata. È lei la giovane che dall’agosto 2001 al gennaio 2002 ricevette le telefonate ingiuriose di un uomo che l’aveva apostrofata dandole anche della “cornuta” e che faceva pesanti riferimenti alla vita sessuale sua e del fidanzato.
All’epoca la madre della giovane sporge denuncia contro ignoti. La procura tutela l’onorabilità della fanciulla con un controllo dei tabulati telefonici. Ricevendo una sorpresa: l’importunatore chiamava utilizzando un’utenza del quotidiano Avvenire, l’organo ufficiale dei vescovi italiani. In particolare quel telefono risulta “nella disponibilità” di Boffo.
L’imbarazzo è grande. Dopo qualche mese la famiglia (forse per evitare di ingigantire uno scandalo con protagonisti tutti interni alla Chiesa) decide di ritirare la querela, ma per le molestie il pm, come prevede la legge, procede d’ufficio. La valanga è partita in silenzio e nel 2004 Boffo paga l’ammenda da 516 euro, previsti come massima pena pecuniaria per reati del genere, pensando forse di aver seppellito per sempre la vicenda.
Nelle motivazioni della sentenza si legge che Boffo è stato condannato per “le ripetute chiamate sulle utenze telefoniche della ragazza nel corso delle quali ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela), per petulanza e biasimevoli motivi recava molestia a…”. Il direttore di Avvenire, nei giorni scorsi, ha dato la sua versione dei fatti: avrebbe conciliato per evitare guai a un giovane tossicodipendente, indicato come autore di quelle chiamate usando di nascosto il suo telefono. In città molti gli credono e domandano ai colpevolisti: il direttore del giornale dei vescovi, uno stimato intellettuale, può essere così dissennato da utilizzare il suo cellulare per ricoprire una ventenne di contumelie irriferibili?
Nella scorsa primavera il decreto penale di condanna e l’informativa anonima a esso allegata sono finiti sulle scrivanie di vescovi e direttori di giornale. Feltri ha interrotto il profluvio di gossip da bar, di gomitate e strizzate d’occhio, pubblicando, con qualche rischio, la “velina”. Comprese le voci, non confermate negli atti giudiziari, sul presunto rapporto omosessuale tra Boffo e il fidanzato della ragazza. Risultato: quasi un caso diplomatico tra Stato e Chiesa.
In città sono iniziate subito le ricerche per lumeggiare i rapporti tra Boffo e la famiglia, per scoprire a quando risalga, se esiste, la conoscenza. Gli esperti di cose ecclesiastiche citano un’assemblea diocesana del marzo 2001 intitolata: “Domenica, giorno che salva”. Boffo era uno dei relatori, la famiglia della ragazza era ospite premurosa. È in quell’occasione che Boffo ha conosciuto l’allora ventenne studentessa di lingue orientali alla Sapienza di Roma, e pure il suo ragazzo, classe 1970, steward dal fisico slanciato e dai modi delicati?
Chi conosce bene quest’ultimo esclude tendenze gay. Per esempio Leonardo G., maresciallo della Guardia di finanza, una delle otto persone inserite sul social network Facebook tra gli amici dell’uomo (la ragazza molestata ne ha invece 155, tra cui l’attrice ternana Camilla Ferranti), spazza via i sospetti con una risata: “Il mio amico omosessuale? Non scherziamo”.
Il diretto interessato, oggi single e direttore di un’agenzia di un’importante banca italiana in provincia di Modena, raggiunto da Panorama preferisce glissare sull’argomento: “Non ho niente da dichiarare. Ho dei clienti davanti a me”.
Di certo la ragazza e il fidanzato di allora si sono conosciuti a metà degli anni Novanta, quando erano entrambi assidui frequentatori degli incontri organizzati all’interno della diocesi. Un amico li ricorda impegnati una volta al mese nella Scuola di preghiera, la Lectio divina, un appuntamento mensile a partire dal 1992.
Già allora il ragazzo si distingueva per il portamento signorile e la dimestichezza con le lingue straniere. Altri compagni lo ricordano alle Giornate mondiali della gioventù in Francia mentre recita la parte del mimo-giullare, con eleganza stilizzata. La sua parte, in francese, prevedeva la lettura di due pergamene bruciacchiate durante la messinscena di un funerale medioevale, con tanto di dedica finale “alla mia povera mamma che per causa mia, Dio lo sa, ebbe amaro dolore e immensa tristezza”. L’anno dopo partecipò alle giornate di dialogo interconfessionale della comunità monastica fondata dal pastore calvinista frère Roger Schultz (ne fanno parte, dagli anni Quaranta, cristiani, protestanti, ortodossi) di Taizé, al centro della Francia, una Woodstock in miniatura per giovani cristiani. Tanto che un frate apostrofò così i ragazzi: “Qualcuno viene qui per farsi una spiritualità, qualcuno per farsi una donna, qualcuno per farsi e basta”. A Taizé si può ballare e bere sino alle due di notte, in un angolo di prato allestito con pub e discoteca. In quell’occasione la ragazza non è presente, ma la storia tra i due giovani prosegue senza intoppi.

Sino alla vicenda di Boffo, una prova che la coppia sembra superare. Nel frattempo lei si diploma al Pontificio istituto di studi arabi e islamici (che ha rappresentato al festival cinematografico dei Popoli e delle religioni), quindi entra, come interprete, in un’azienda di import-export alle porte di Terni. Lui scende dagli aerei e atterra in banca. Le loro strade si separano. L’uomo si trasferisce in Emilia.
Quasi tutti gli amici ne perdono le tracce. “Io non ne so più nulla, non ho più nemmeno il suo numero di cellulare” dichiara Stefano S., presidente dell’Azione cattolica cittadina e ottimo amico della ragazza. “Della vicenda di Boffo non sapevo nulla” assicura. “Io ho incontrato lui e mi ha detto che non si è ancora ripreso dopo la fine della storia con lei” giura un’altra amica.
Forse, per risolvere le pene d’amore del ragazzo, servirebbe un voto a San Valentino. O magari la sua intercessione per chiudere definitivamente questo pasticcio consumato all’ombra della curia.
LE TAPPE DELLA VICENDA
Gennaio 2002 Dino Boffo viene denunciato per ingiuria e molestia alle persone.
9 agosto 2004 Il direttore di Avvenire viene condannato al pagamento di un’ammenda di 516 euro, nel frattempo viene ritirata la querela per ingiuria.
19 luglio 2005 Il Tribunale di Terni rifiuta la visione degli atti del procedimento giudiziario al giornalista Mario Adinolfi che ne dà notizia sul suo blog.
24 luglio 2006 Nuova agenzia radicale riferisce nuove voci sulla condanna di Boffo per molestie.
12 gennaio 2008 Panorama pubblica la sentenza del Tribunale di Terni.
28 agosto 2009 Vittorio
Feltri torna sulla vicenda
e cita un’informativa sulla presunta “omosessualità” del direttore di Avvenire.
29 agosto 2009 Boffo viene riconfermato alla direzione del quotidiano e riceve la solidarietà del presidente della Cei Angelo Bagnasco e del segretario di Stato Tarcisio Bertone.
3 settembre 2009 Il direttore di Avvenire, con una lettera di 4 pagine al Presidente della Conferenza Episcopale Angelo Bagnasco rassegna le sue dimissioni. Irrevocabili: “La mia vita”, scrive, “e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere”.

L'aggressione e la ferita

Corriere della Sera



Non capita spesso che il direttore del giornale dei vescovi italiani si dimetta per un attacco del quotidiano di proprietà del fratello del premier. Eppure è quanto è avvenuto ieri, al termine di una settimana che si può definire eufemisticamente concitata e torbida. E sarà difficile, nonostante gli sforzi imbarazzati e francamente un po’ penosi di alcuni esponenti del centrodestra, cancellare l’impressione di un’intimidazione contro i vertici di Avvenire per le critiche alla vita privata di Silvio Berlusconi.

Il tentativo di dirottare la responsabilità sull’offensiva martellante degli avversari contro le vicende personali del presidente del Consiglio è comprensibile. Ma finisce per rendere ancora più evidente la gravità e la miopìa dell’aggressione a Dino Boffo e al suo giornale, di certo non catalogabili come esponenti di una stampa militarizzata; né tanto meno prevenuti verso Berlusconi e il suo governo. Al di là dei rilievi che si possono muovere al modo in cui il direttore di Avvenire si è difeso da accuse mescolate al fango delle lettere anonime, prevale la sensazione di un’operazione politicamente poco lucida, oltre che inquietante.

Fra le righe amare della lettera di dimissioni si intravede un filo di sarcasmo verso un’aggressione «vittoriosa » che potrebbe rivelarsi un boomerang per palazzo Chigi. Certo non oggi, né domani, perché ha ragione Berlusconi a dire che i rapporti con la Santa Sede rimangono eccellenti; e quelli con la Cei non potranno non rimanere di collaborazione. Ma una ferita si è prodotta. E per una parte di quel mondo, a torto o a ragione, si tratta di uno strappo violento e inaspettato. Fermarsi a questo significherebbe tuttavia offrire una fotografia incompleta di un brutto capitolo: per la politica, per il giornalismo.

E per la Chiesa cattolica. Non si può trascurare l’immagine di confusione e di ambiguità offerta, soprattutto nella fase iniziale, dalle gerarchie ecclesiastiche. I distinguo, le ipocrisie, il senso di sbandamento e il cinismo, trasmessi da chi oltre Tevere ha dato l’impressione di utilizzare la vicenda per regolare vecchi e nuovi conti, sono apparsi a dir poco sconcertanti.

Lo scontro sembra aver svelato, più che provocato, lo sgretolamento di una sorta di Prima Repubblica cattolica. Solo nelle ultime ore si è ricomposta un’unità che ha attenuato il sospetto di una lotta di potere fra Segreteria di Stato e Cei, e non solo. Anche lì, dunque, la vicenda lascia indovinare una ferita aperta.

D’altronde, al ringraziamento ai vescovi ed alla Santa Sede, Boffo affianca una bordata a «qualche vanesio irresponsabile che ha parlato a vanvera»: un atto d’accusa a chi, in Vaticano, ha attaccato Avvenire e difeso il governo nei momenti più drammatici dello scontro. Boffo esce di scena pagando un prezzo ben superiore a qualunque responsabilità; e con la consapevolezza di un giornalista più che corretto ma convinto di non potere restare al timone come un’«anatra zoppa ». In realtà, a uscire lesionati sono in molti, anche se forse non se ne rendono conto.

Massimo Franco

Il sapone? In tribunale se lo portano da casa

Il Secolo XIX

In procura la situazione più difficile. Da due mesi, oltre a dover fare i conti con una carenza degli organici pari al 39%, i dipendenti sono costretti a comprarsi anche la carta igienica

 

Se il ministro Brunetta decidesse di compiere un blitz in procura, a Sanremo, troverebbe motivo di ricredersi sulla inefficienza dell’amministrazione della giustizia. Potrebbe invece imbattersi in qualche impiegato con in mano una saponetta e sotto braccio un rotolo di carta igienica. Succede infatti che da due mesi a questa parte, oltre a dover fare i conti con una carenza di organico da record (-39%) e una mole di lavoro impressionante, il personale della procura è costretto a portarsi da casa il kit per i servizi. I tagli del governo si sono abbattuti su tutto, comprese le forniture più elementari, come appunto la carta igienica. Inutili le telefonate all’ufficio acquisti del ministero di Giustizia: fino a un po’ di tempo fa dicevano che erano finiti i soldi, ora non rispondono nemmeno.

«Paghiamo tutto di tasca nostra. Niente di che, sia chiaro. Il problema è che le mancate forniture riguardano anche la cancelleria. E’ imbarazzante spiegare agli avvocati che non siamo più in grado di fare fotocopie», dicono i dipendenti. Ieri mattina le scorte erano ridotte a due risme: lo stretto necessario per duplicare una decina di fascicoli processuali. «Esaurite queste, ci rivolgeremo agli uffici del Tribunale, ma anche lì pare che di carta ce ne sia più poca». Per ovviare al problema «si potrebbe spingere sull’informatizzazione», ma anche in questa direzione alle promesse del Ministero non ha fatto seguito alcun riscontro. Servirebbero nuovi computer collegati in rete in modo da scaricare i documenti su cd rom, risparmiando tempo e denaro. Niente da fare. E intanto il lavoro si accumula.

Procura sull’orlo del collasso? Date le premesse, la risposta potrebbe sembrare scontata. Ma non è così. Il procuratore Cavallone ha fatto di necessità virtù dando agli uffici una nuova organizzazione che, evidentemente, ha sortito gli effetti sperati, malgrado una carenza d’organico che grida vendetta. In linea teorica la procura di Sanremo dovrebbe contare su 21 dipendenti tra cancellieri e assistenti. Ne mancano all’appello 8, pari al 39%. Il rapporto tra magistrati e impiegati è di 1 a 3: il più basso del distretto ligure, quando a Genova è di 1 a 6 e a Savona di 1 a 4,4.

Altro parametro: rispetto alle dimensioni della giurisdizione di competenza (circa 130 mila abitanti) la procura sanremese sostiene una enorme pressione di lavoro: la metà di quella che è chiamata a smaltire la procura di Genova, che ha un bacino sette volte superiore. Senza contare il livello “qualitativo” delle indagini che la vedono costantemente impegnata: dalla criminalità organizzata, agli attentati incendiari, al traffico internazionale di stupefacenti, ai reati contro la pubblica amministrazione.

E, non ultimo, il problema dell’immigrazione clandestina. Eppure, a fronte di un quadro del genere, il personale riesce a tenere testa alla situazione e a smaltire i fascicoli in carico al procuratore e ai suoi sei sostituti. Ancora una volta sono i dati statistici a dimostrarlo. Nel corso del 2008 sono stati aperti 6.505 nuovi fascicoli giudiziari contro persone note e, contestualmente, sono stati esauriti 7.870 procedimenti, con un saldo attivo che poche procure in Italia possono vantare. Il segreto? Poliedricità, senso di responsabilità, «gioco di squadra» e straordinari a raffica, buona parte dei quali regalati allo Stato.

Como, il Comune celebra i matrimoni in lumbard: sposi infastiditi da curiosi

di Redazione


Como - Loro volevano un matrimonio celebrato in dialetto lombardo. L’assessore però non ha potuto accontentare gli sposi senza rispettare quanto prevede la legge. Il risultato è stato che le nozze si sono svolte quindi sia nella lingua italiana che in lombardo. Alla fine tutti contenti con applausi e lancio di riso. "Volevano una cerimonia riservata - racconta l’assessore comunale all’Ambiente, Diego Peverelli - e mi avevano contattato da tempo, visto che non li conoscevo, perché fossi proprio io a celebrare nella loro lingua madre. Sì perché la lingua madre per me è il comasco, non l’italiota".

Le nozze in vernacolo Il 3 settembre 2009 sarà ricordato come il giorno del primo matrimonio in dialetto a Como. A celebrarlo il leghista Peverelli, al quale gli sposi, una coppia di mezza età, si erano rivolti con quella richiesta precisa. L’amministratore lumbard, in verità, ha tentato di sviare la curiosità scoppiata nei giorni scorsi, negando una tale eventualità. Ma in mattinata alla celebrazione in comune c’erano anche diversi curiosi e alcuni giornalisti. Così la cerimonia si è svolta secondo tradizione, ma in doppia lingua. Compresa la parte fondamentale del matrimonio civile, la lettura gli articoli 143, 144 e 147 del codice civile (diritti e doveri reciproci dei coniugi, indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia e doveri verso i figli). Peverelli li ha letti in italiano, poi li ha ripetuti in dialetto lombardo.

Al vaglio una proposta di legge Per il momento non si è potuto fare di più, in attesa che venga presa in considerazione una recente proposta di legge del deputato del Carroccio Pierguido Vanalli intitolata "Introduzione dell’articolo 107-bis del codice civile per la celebrazione di matrimoni in lingua locale". Peverelli è già stato protagonista di decisioni che hanno provocato l’interesse dei giornali. Sua un anno fa l’idea di registrare il centralino telefonico del Comune di Como anche in lingua locale. Anzi ha inciso personalmente il messaggio: "Se ta v'ret parlaà cun l’operaduù schiscia ul quater". "La Rai il romanesco - continua Peverelli - ce lo fanno sentire da mattina a sera, così come il napoletano, ma se ci si azzarda a trasmettere un concerto in comasco di Davide Van de Sfroos all’una di notte il giorno dopo arriva un’interrogazione parlamentare. Questo per me è razzismo nei confronti del Nord".

Insulti alla Mussolini nel film sui romeni «Chiederò risarcimento e sequestro»

Corriere della Sera


LA MOSTRA DEL CINEMA E LE POLEMICHE

Nella pellicola Francesca, presentata al Lido, frase contro la deputata del Pdl: «Quella t... vuole ammazzarci tutti»


Domenico Procacci, che con la sua Fandango lo distribuirà nelle sale tra metà ottobre e novembre, ha già fatto sapere che il film Francesca, diretto da Bobby Paunescu e presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 66, uscirà nelle sale senza subire censura alcuna salvo, s'intende, un'azione legale in tal senso. E l'evocata azione legale è già dietro l'angolo. Alessandra Mussolini. «Sindaco di Verona di m...», «la Mussolini, una t... che vuole ammazzare tutti i romeni»: è questo infatti l'inizio forte della pellicola che raccontare il sogno di una ragazza trentenne di Bucarest che spera di aprire in Italia un asilo per i figli degli immigrati e soprattutto di «cambiare la percezione» che gli italiani hanno dei romeni.

«QUESTI TONI NON SI POSSONO USARE» - In sala Perla, alla prima proiezione riservata alla stampa italiana e internazionale, la platea, che ha sottolineato le frasi "incriminate" applaudendo, ha dimostrato di apprezzare Francesca. «Quando la signora Mussolini, a seguito dell’orrendo crimine della signora Reggiani, disse che i romeni hanno lo stupro nel dna, mi sono sentito tradito, perché avendo vissuto in Italia a lungo e sentendomi metà italiano, avevo anche compreso e capito le prime reazioni a quel terribile fatto, dopo il quale infatti ho sentito fortemente l’esigenza di scrivere questa sceneggiatura» ha spiegato il regista durante la conferenza stampa.

La Mussolini però non sembra voler sentire ragioni e ha annunciato che oltre al risarcimento dei danni, chiederà il sequestro della pellicola. «Ha tutto in mano il mio avvocato - ha detto la deputata Pdl -. Se è vero ciò che ho letto sulle agenzie, mi ha detto che si può chiedere, oltre al risarcimento dei danni, anche il sequestro del film. Perché un conto è l'insulto generico, ma questi toni no, non si possono usare, arte o non arte...».

«BISOGNA REAGIRE» - La Mussolini ha spiegato inoltre di aver appreso del film di Paunesco solo dopo la proiezione al Lido. La pellicola contiene anche un attacco a Flavio Tosi, primo cittadino di Verona. «Lui farà quel che vuole - speiga la nipote del Duce - ma certe cose non si possono far andare in giro così. Se i toni fossero stati un po' più 'light', ancora ancora... Ma a certi termini bisogna reagire».

03 settembre 2009(ultima modifica: 04 settembre 2009)

Vigili e multe: "pizzo" legalizzato

di Cristiano Gatti



Alla larga da Genova. Presto anche da altre città italiane, già pronte a seguirla. Tra i consigli comunali si aggira un’idea molto sinistra: premiare i vigili che firmano più multe. Un incentivo in busta-paga a chi alza il fatturato. Spiegano nel capoluogo ligure che la mossa serve ad aumentare i controlli sulla nostra sicurezza (oddio, quanto sono carini: si preoccupano per la nostra sicurezza). In realtà, sappiamo benissimo che cosa significa. Anche i famosi semafori taroccati, con il giallo che dura un secondo e mezzo, erano messi lì per la nostra sicurezza.

Alla fine il principio filosofico resta lo stesso: il Comune è il mandante, il vigile è il sicario, noi siamo il bersaglio. Per onestà civica, devo personalmente premettere a qualsiasi discorso che nutro pesanti pregiudizi. Nei confronti dei vigili urbani e anche degli arbitri sportivi: trovo che soffrano, salvo eccezioni inspiegabili, di un mito della personalità e di una rigidità mentale piuttosto preoccupanti. Da dove nascano questi orrendi pregiudizi non lo so: nel tempo, me li sono ritrovati senza nemmeno accorgermene. Come i capelli bianchi. Sono ugualmente imbarazzanti, ma non c’è niente che possa fare per nasconderli.

Invoco solo qualche timida attenuante: quando ho provato a ragionare con un vigile, non ci sono mai riuscito (e neppure con un arbitro, ma questo è un altro discorso). Con un carabiniere si ragiona benissimo, con un poliziotto si ragiona benissimo: con un vigile è impossibile. Nemmeno ascolta. E più si chiede d’essere ascoltati, anche solo per spiegare sommessamente le ragioni dell’infrazione, più lui diventa rigido. Come figura, nascerebbe dalla parte del cittadino: in realtà, il cittadino gli sta pesantemente sull’anima. La città ideale del vigile italiano è una città senza cittadini.

Fine del doveroso outing personale. Si torna alla grandiosa innovazione di Genova, che già sta solleticando la fantasia di altre municipalità. Spiega il comandante dei vigili, Roberto Mangiardi: «Il piano prevede l’aumento dei controlli per diverse infrazioni. Se raggiungeranno l’obiettivo prefissato, i nostri uomini riceveranno un premio in denaro». Lo stesso capo non ha difficoltà a riconoscere anche un secondo scopo del provvedimento: «Stanare chi si imbosca negli uffici, invogliandolo a scendere in strada».

Se ho capito bene, l’annoso problema di questi vigili italiani che non ci sono mai dove servono, che affollano i locali del municipio, che non danno l’impressione d’essere una «forza dell’ordine», ma un sonnolento Cral aziendale, sta per essere risolto in modo molto umano, metodo Montessori: anziché buttarli fuori a calci nel sedere, come sognano tanti beceri individui, saranno amabilmente incoraggiati con premi in denaro. Secondo le spiegazioni del comandante, c’è bisogno di contrastare la sosta in doppia fila, l’occupazione vergognosa degli spazi per handicappati, l’ineffabile guida di molti italiani - soprattutto italiane, e diciamolo - con il cellulare in una mano, la sigaretta nell’altra. C’è bisogno cioè di fare quello che noi mediamente pensiamo debba fare un vigile tutti i giorni, anche senza incentivi in busta: multare pesantemente le infrazioni più pericolose e più spudorate, magari alleggerendo un attimo l’ossessionante e impietosa caccia al divieto di sosta che non dà fastidio a nessuno. 

Geniale. Per convincere i vigili a fare i vigili, li pagheranno di più. Inutile chiedersi dove i Comuni troveranno i soldi per questi riconoscimenti al valor civile: in perenne dissesto, ricorreranno al solito Bancomat. Noi. Si premia l’aumento delle multe, si paga il premio con l’aumento delle multe. Finanza creativa. A seguire, subito un importante convegno civico, in collaborazione con la locale facoltà di sociologia, dall’intrigante tema: «Ma perché la gente nutre così tanti pregiudizi sul vigile urbano?».

Boffo e quel riferimento al Papa poi cancellato

di Andrea Tornielli

Roma
La decisione è stata presa mercoledì sera, nonostante il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e altri fedelissimi amici, gli chiedessero di restare, di resistere, di non dimettersi. E dietro alla decisione di Dino Boffo di gettare la spugna non ci sono pressioni dirette o indirette di prelati italiani o vaticani, né il consiglio di qualche influente eminenza grigia.
«Il Papa martedì pomeriggio ha telefonato a Bagnasco - racconta un autorevole prelato dei sacri palazzi - ha chiesto informazioni e valutazioni sul caso, ha rinnovato la fiducia al presidente della Cei. Il che equivale a dire che, dopo la solidarietà del cardinale Bertone a Boffo, la decisione sul da farsi competeva alla Conferenza episcopale italiana». Com’è ormai noto, già venerdì scorso, dopo la pubblicazione del primo articolo del Giornale, il direttore di Avvenire si era subito detto disponibile a rassegnare il mandato. Bagnasco gli risponde che non se ne parla nemmeno. Il fine settimana, con lo stillicidio di notizie, di dichiarazioni, di repliche e controrepliche è segnato anche da tanti attestati di solidarietà, che seguono quello pronunciato con il volto insolitamente duro dallo stesso cardinale Bagnasco, che sabato aveva manifestato a Boffo stima e vicinanza a nome di tutti i vescovi e di tutte le comunità cristiane del Paese.
Lunedì Bagnasco, in anticipo rispetto al solito, arriva a Roma. Ha colloqui in Vaticano, vede il cardinale Ruini, con il quale è sempre rimasto in contatto. La decisione è quella di resistere, di fare quadrato, compattando tutta la Cei. E quando il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, indiscusso protagonista mediatico delle ultime settimane, azzarda l’ipotesi che per il bene della Chiesa Boffo possa decidere di farsi da parte pur professando la sua innocenza, pur essendo costretto a una immediata retromarcia, vengono mobilitati cardinali del calibro di Dionigi Tettamanzi per far quadrato. Intanto in Vaticano il cardinale Tarcisio Bertone è alla prese con gli sviluppi della «calda» estate e dopo le polemiche su Berlusconi e quelle sull’immigrazione con le bordate della Lega sul Vaticano, è impegnato a ricucire gli strappi veri e presunti con il governo.
Il caso Boffo piomba come un fulmine a ciel sereno: Bertone annulla la cena con Berlusconi all’Aquila, di comune accordo con il premier, e si convince che l’attacco al direttore di Avvenire sia parte di una «guerra» appena iniziata.
Martedì Boffo arriva a Roma e consegna a Bagnasco una lunga e articolata lettera di dimissioni, più o meno la stessa resa nota ieri, ad eccezione di alcuni passaggi. La lettera viene fatta recapitare per conoscenza al cardinale Bertone. Dopo la telefonata di Benedetto XVI a Bagnasco, quel pomeriggio, Boffo ritorna a Milano rasserenato. È vero che sia all’interno dei sacri palazzi, come nell’episcopato e nel mondo cattolico, più d’uno comincia a chiedersi se sia il caso di continuare a trascinare la Chiesa italiana nella polemica. È vero che il Papa ha chiesto «informazioni e valutazioni» e nel comunicato non si citava nemmeno il nome del direttore. Ma la linea rimane comunque quella della resistenza, per non dare l’impressione di cedere. Martedì sera e poi mercoledì lo stillicidio di notizie continua: per la prima volta escono le carte - seppure parziali - dal tribunale di Terni, e il settimanale Panoramaaggiunge dettagli sui protagonisti della vicenda. Ieri sera quella lettera che il direttore si era rimesso in tasca e la cui esistenza era ufficiosamente ma fermamente smentita dalla Cei, viene tirata nuovamente fuori, rivista e limata dal suo autore, che taglia alcuni passaggi.
Nella versione arrivata martedì in Vaticano, che il Giornale ha potuto leggere, uno dei passi poi cancellati dall’ultima versione è quello in cui il direttore manifestando profonda amarezza scriveva: «Devo vedere inopinatamente tirata in campo persino la persona del Santo Padre in questa mia piccola vicenda».


Caso Boffo, la verità in un nastro che però nessuno ha mai ascoltato

Il Messaggero

La ragazza molestata registrò una telefonata ma non fu necessario usare quella cassetta in Tribunale

i Massimo Martinelli


ROMA (4 settembre) - È tornato in cassaforte, il fascicolo giudiziario che contiene i presunti segreti del caso Boffo con tanto di voce registrata del vero molestatore di Anna B., la ragazza che nel 2002 si rivolse ai carabinieri dopo aver ricevuto alcune telefonate da una voce che la insultava e la minacciava. E che conosceva persino i particolari intimi dei rapporti che lei intratteneva con il suo fidanzato dell’epoca, uno steward di una compagnia aerea che aveva una decina di anni di più. Perché alla fine, snervata e anche spaventata da quella voce, la ragazza decise di registrarla. E consegnò l’audiocassetta ai carabinieri, che la girarono in Procura.

Quel nastro, seppure registrato male, con interferenze e rumori di sottofondo, è l’unica prova vera del processo. Potrebbe servire a stabilire senza ombra di dubbio se quella de Il Giornale è davvero una ”patacca”, come l’ha definita il direttore di Avvenire (ieri le dimisisoni, ndr). Oppure se la ragione pende dalla parte di Vittorio Feltri, che ha pubblicato la notizia del coinvolgimento di Boffo in una storia di molestie e di relazioni omosessuali, invitandolo ad evitare moralismi in casa altrui.

Eppure quel nastro non è mai stato trascritto, dai magistrati di Terni. Gli investigatori impiegarono mezza giornata ad ottenere i tabulati delle telefonate in entrata sul numero della ragazza e fu immediatamente chiaro che a chiamare era il cellullare in uso al direttore dell’Avvenire. Non ci fu bisogno di fare accertamenti ulteriori, perché Dino Boffo accettò il decreto penale di condanna richiesto dal pm. Il direttore di Avvenire avrebbe potuto opporsi con una memoria scritta, esponendo le argomentazioni a sua difesa.

Prima fra tutte, la circostanza che lui e Anna B. si erano conosciuti di persona, nel marzo 2001. E che, di conseguenza, se fosse stato davvero lui l’anonimo molestatore, forse lei lo avrebbe riconosciuto subito. Invece, almeno a raccogliere le indiscrezioni in Procura, quando Anna e la sua famiglia seppero che era proprio il direttore dell’Avvenire ad essere indiziato per quel reato, decisero di tirarsi indietro. Almeno nella misura in cui glielo consentiva il codice penale: Anna B. ritirò la querela per le ingiurie; ma il processo per le molestie andò avanti lo stesso, poiché quello è un reato perseguibile di ufficio e in Italia l’azione penale è obbligatoria.

Eppure, Boffo avrebbe potuto evitarla del tutto, quella condanna, se solo una perizia audiofonica avesse escluso che quella voce, seppure registrata in modo disturbato e quasi impercettibile, era la sua. Ma accettò il decreto di condanna senza animare un contraddittorio. Si limitò a spiegare che il telefonino era a disposizione di alcuni collaboratori più stretti, di Avvenire e anche di Sat2000, l’emittente collegata. 


E che non poteva sapere chi avesse effettuato le telefonate. Il magistrato fece una verifica semplice: chiamò a testimoniare le persone che, risultavano essere state chiamate subito prima e subito dopo Anna B.; tutte assicurarono che all’altro telefono c’era Boffo. E che mai, in passato, erano stati chiamati da quel numero da una persona diversa, da un collaboratore o da qualcun altro.

Questa circostanza convinse il pm della effettiva responsabilità di Boffo. Oggi, a distanza di molti anni, quella cassetta potrebbe essere ascoltata: se Boffo querelasse Feltri, questi avrebbe infatti diritto a chiedere di utilizzare gli atti del processo per molestie per difendersi. Boffo, in realtà, l’aveva annunciata. Ma per il momento non risulta che sia stata depositata.

Boffo si dimette ma non spiega

Il Tempo

"Scelta serena e lucida", titola l’edizione online di Avvenire che pubblica la lettera scritta da Boffo al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana.


Lucida forse sì. Ma non serena, visti gli aggettivi che il direttore del quotidiano cattolico colleziona nella sua missiva. Si va da «smisurato, capzioso, feroce» a «colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata», da «colpi sparati» sopra la sua «testa» in «un attacco sconsiderato e barbarico» alla «pervicace volontà del sopraffattore di darsi ragione anche contro la ragione».
Termini a parte, il fatto è che Dino Boffo si è dimesso.

Anzi, «è arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettersi irrevocabilmente dalla direzione di Avvenire, Tv2000 e Radio Inblù, con effetto immediato». Nella lettera il giornalista condannato per molestie spiega i motivi della sua scelta. «Da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere».

Un «attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano Il Giornale guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da Libero e da Il Tempo», e che «non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione». Boffo parla di «un opaco blocco di potere laicista» che «si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l'ha oggi e non l'avrà domani».

Si definisce un «libero cronista» e sottolinea come il suo giornale abbia sempre «fatto dell'autonomia culturale e politica la propria divisa», riservando «alle istituzioni civili l'atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto» e cercando «di onorare i diritti di tutti» e di rispettare «il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall'onorevole Berlusconi».

A questo punto Boffo affronta il nodo della sua questione personale, quello che chiama «lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me» e «propagandato come fosse verità affermata». Rende onore all'«onestà intellettuale del ministro Maroni e dei magistrati di Terni», che hanno permesso di chiarire che si trattava di «una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata».

E precisa di essere «incorso in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione». Se ha fatto uno sbaglio, aggiunge, non è stato quello «che si pretende con ogni mezzo» di fargli ammettere, «ma il non aver dato il giusto peso ad un reato "bagatellare", travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità».

Boffo sostiene di essere finito nel fuoco incrociato di «una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione». E si domanda: «Io che c'entro?». Per il direttore di Avvenire , le dimissioni sono «la condizione perché le ostilità si plachino», «un sacrificio per cui valeva la pena». Un gesto «in sé mitissimo» che tuttavia comprende «un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta».

Restano alcune domande senza risposta. Perché Dino Boffo non ha fatto ricorso (aveva 15 giorni) contro il decreto penale di condanna? Perché parla di «mancata vigilanza» quando invece si tratta di un reato penale? Perché ha parlato di «patacca» quando, malgrado le imprecisioni e anche qualche falsità, un fondo di verità c'era? Perché, infine, non ha chiarito subito tutto? «Bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po' meno arie e imparassimo ad essere un po' più veri», conclude Boffo nella sua lettera al cardinale. E, su questo, non possiamo non essere d'accordo.

Maurizio Gallo

Il decreto di condanna: "Ingiurie ripetute" Boffo sbugiardato dai documenti

Libero

Nel giorno in cui Dino Boffo, direttore di Avvenire, incassa la solidarietà dei vescovi, arriva la notizia della sua condanna. Non una patacca, come lui stesso aveva bollato la vicenda, ma un decreto penale emesso contro di lui dalla procura di Terni in data 9 agosto 2004. Nel documento si legge che Boffo, nato ad Asolo il 18 agosto del ’52, è stato imputato del reato di cui all’articolo 660 del codice penale perché, effettuando ripetute chiamate sulle sue utenze telefoniche, ha ingiuriato una ragazza anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela).

Fascicolo e omissis

In pratica il direttore del quotidiano, dall’agosto 2001 al gennaio 2002, ha molestato una giovane rea di essere fidanzata con un conoscente di Boffo. Per questi motivi, si legge ancora nel decreto, il Gip di allora, Augusto Fornaci, ha condannato l’imputato in ordine al reato alla pena di euro 516 complessive di ammenda. Nella parte finale del provvedimento si legge che il giudice «ordina l’esecuzione del presente decreto ove non venga proposta opposizione nel termine sovra indicato», termine di 15 giorni che Boffo lasciò scadere senza fare opposizione, senza arrivare a un processo vero e proprio. Dunque, non di patteggiamento si è trattato, ma di decreto di condanna.

I fatti, è vero, sono da considerarsi lontani nel tempo e chiusi, da un punto di vista giudiziario. Non a caso, la linea difensiva del direttore di Avvenire è semplice: dall’altro capo del telefono non ero, ma un mio collaboratore. Peccato che il ragazzo in questione sia defunto dal 2002 e non possa essere chiamato a rispondere. Inoltre, nel fascicolo a carico del direttore non vi sono intercettazioni, ma solo tabulati telefonici, che riportano al suo numero. 

In sintesi: le molestie sono state ripetute, c’è stata una denuncia ai carabinieri con annessa querela, e alla fine una condanna nei confronti di Dino Boffo.

Ma per vedere il “mini-dossier” a suo carico bisognerà forse aspettare ancora. Ieri, infatti, il gip di Terni, Pier Luigi Panariello (lo stesso del caso di don Gelmini), non ha autorizzato l’accesso agli atti, fatta eccezione per il solo decreto finale di condanna. Una scelta, a suo dire, motivata più dal diritto alla privacy che a quello di cronaca, considerando anche la necessaria tutela nei confronti della parte lesa. Un mini-giallo, questo del fascicolo sul direttore difeso dai vescovi, se si considera che invece il procuratore di Terni, Fausto Cardella, nel parere preventivo, aveva chiesto che venisse autorizzato l’accesso all’intero fascicolo con omissis. Il dossier sarà invece interamente accessibile per il legale di Boffo, che aveva presentato al magistrato richiesta in tal senso, cioè si vuole riguardare le carte su quell’affaire torbido che da giorni sta agitando il mondo ecclesiastico e non solo.

Punti da chiarire

Ma dalla procura terzana emergono anche altri particolari: Dino Boffo e la parte lesa, cioè la ragazza a cui erano destinate le ingiurie e il cui nome, negli atti, è stato coperto da omissis, si conoscevano. Quindi lei avrebbe potuto riconoscere facilmente al telefono la voce di una persona nota. Ci sarebbero, infatti, dei testimoni, probabilmente una coppia di amici della ragazza, a confermare questa tesi. E ancora: quali collegamenti ci sarebbero tra l’allora compagno della donna offesa e il ragazzo morto per overdose nel 2002 che Boffo ritiene essere stato il vero autore delle telefonate d’insulti? All’archivio del tribunale di Terni ci sarebbero anche altre denunce, lettere che arrivano dai Radicali in cui si parla di «scappellotti», ma per il gip si tratta sempre dello stesso fascicolo chiuso nel 2004.

«nessuna tensione»

E nella giornata costellata da colpi di scena e continue voci di dimissioni del direttore di Avvenire, una nota del portavoce vaticano, padre Lombardi, ha smentito le tensioni tra segreteria di Stato vaticana e Conferenza episcopale italiana. Il Papa in persona, infatti, ha chiamato il cardinale Bagnasco, capo della Cei, per assicurare stima e sostegno ai vescovi. Ma per molti, la resa dei conti, è appena iniziata.
Brunella Bolloli

Boffo va, ma il caos aumenta

di Vittorio Feltri


La situazione è cambiata. Il direttore di Avvenire, da una settimana alle prese con le conseguenze della notizia divulgata (e documentata) dal Giornale, si è dimesso; e avrà avuto le sue ragioni per assumere una simile decisione. Il cardinal Bagnasco ha accettato senza indugi l’addio firmato da Dino Boffo, e anche il porporato avrà avuto le sue ragioni per farlo.

Vari colleghi ieri, appreso della rottura, mi hanno telefonato sollecitando un giudizio: ho risposto che questi sono affari interni alla Chiesa e non mi riguardano. Vorrei precisare che il nostro obiettivo non era quello di accrescere il numero dei disoccupati; bastano quelli che ci sono.

Non conosco personalmente l’ex timoniere del giornale della Cei; e non avevamo motivi per procurargli un danno. Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo. Su questo non ci sono più dubbi.

Una volta scoppiato il caso, siamo stati coperti di insulti. I più carini: siete bugiardi, killer, servi del padrone. Lo stesso Boffo ha contribuito a seppellirci sotto una coltre di improperi. Era evidente un tentativo generale non solo di difendere, per solidarietà di categoria, uno dei tanti lapidatori del premier (lodato dalla sinistra), ma anche di squalificare i nostri servizi, bollandoli di falso, e attribuendoli alla manina o alla manona del premier.

Risultato. Una gran confusione. Anche perché stampa e tivù (salvo eccezioni) anziché rassegnarsi all’evidenza del decreto di condanna esibito dal Giornale, hanno avviato una polemica pretestuosa su questioni formali di nessun conto. Dicevamo: non è un patteggiamento ma un rito abbreviato e una semplice ammenda; nossignori, correggevano altri, è una velina; oppure, è una informativa. Informativa di chi? E giù ipotesi: dei servizi segreti, della gendarmeria del Vaticano e avanti con la fantasia.

In un dibattito radiofonico ho riferito l’idea espressa da Dagospia e dal Riformista che tutto fosse partito appunto dal Vaticano. Apriti cielo. Me ne hanno dette di ogni colore. La sala stampa dello Stato pontificio si è lanciata in una disquisizione su servizi di sicurezza della gendarmeria e servizi segreti vaticani, e mi ha accusato di fomentare il caos solo perché avevo citato il contenuto di articoli letti su altri media.

Come se il problema autentico fosse di tipo nominalistico anziché di sostanza. Invece di chiedersi: sono fondate le notizie del Giornale o no?, il fronte «nemico» ha insistito con tigna una settimana sulla definizione e sulla provenienza dei documenti senza concludere alcunché. O meglio, concludendo che il Giornale aveva spacciato una patacca per notizia. Adesso le dimissioni di Boffo che hanno gettato nello sconcerto l’esercito dei moralisti, degli alleati estemporanei di Avvenire. I quali hanno esaurito le munizioni, ma se ne procureranno altre.

A questo punto siamo comunque dispiaciuti. Perché il direttore dimissionario, essendosi eclissato, difficilmente farà quello che avrebbe dovuto fare subito e non ha fatto: ossia raccontare come si sono svolti i fatti (non negarli) estraendo dal cassetto gli atti che solo lui (e i suoi avvocati) ha; i fogli del dossier che il Gip di Terni non ha consegnato alla stampa in quanto suscettibili di interpretazioni.

Già. È molto strano. Quello riguardante Boffo è l’unico processo in Italia le cui carte erano e sono inaccessibili. Quelle di tutti gli altri processi hanno visto la luce su ogni gazzetta con tanto di intercettazioni, interrogatori, particolari piccanti eccetera. Perché il Gip, Pierluigi Panariello, nonostante il diverso parere del Procuratore, si ostina a proteggere il dossier con una blindatura senza precedenti? Da notare che la vittima delle molestie è stata identificata e addirittura intervistata: il suo compagno, l’assistente di volo, pure.

Chiunque sia stato coinvolto anche di striscio in una vicenda giudiziaria è stato sbattuto sui giornali; la sua esistenza, anche negli aspetti più intimi, narrata nei minimi dettagli; e medesima sorte è stata riservata alle persone cui è capitata la sventura di parlare al telefono con un indagato: le loro conversazioni sono state trascritte integralmente e consegnate ai giornalisti ancor prima del dibattimento.

Perché solamente la storia di Boffo - nella sua completezza - viene tenuta in cassaforte? Qualcosa non quadra. Intendiamoci, non invochiamo la divulgazione dell’incartamento per infierire sull’ex direttore di Avvenire, bensì perché chiunque possa avere un’ulteriore possibilità di verificare, ove fosse necessario, che i pataccari non siamo noi ma chi ci ha dipinti come tali.

Dai commenti riportati dalle agenzie a proposito dell’uscita di Boffo, costato che l’opposizione non si è placata. Una vasta schiera di politici, non solamente del centrosinistra, seguita ad attaccarci; e parecchi editorialisti, pur davanti ai fatti nuovi, non desistono dall’insolentirci. Segno che siamo nel giusto.

Il presidente della Regione Puglia, Vendola, arriva a dire che avrei dovuto dimettermi al posto di Boffo. Una frase paradigmatica di come si intenda a sinistra la libertà di stampa: cacciare i direttori che osino pubblicare notizie sgradite al «club dei conformisti».
Complimenti a Nichi e ai suoi degni compagnucci.

Fuga anticipata delle rondini tradite dal clima impazzito

Corriere della Sera

Difficile rivedere i grandi stormi. E si adattano specie esoticheIn crisi gli animali «specialisti».


L’usignolo è sparito


MILANO - A settembre, in un tempo che ormai ci pare lontano, era normale vedere i prepa­rativi che le rondini facevano in previsio­ne del lungo viaggio che le avrebbe ripor­tate in Africa a svernare. C’era il richiamo e l’addestramento al loro primo viaggio dei nuovi nati; c’era il riunirsi in stormi vieppiù consistenti. I raduni premigrato­ri, li chiamavano gli esperti. Ma, a parte questi, chi ancora s’accorge, e forse addi­rittura ha nostalgia, dell’immagine bella di quell’affollarsi di rondini una volta consueta e ormai così rara? Quante sono, al giorno d’oggi, le persone che, per sensibilità e soprat­tutto per l’esperienza acquisita in tem­pi lontani, sa ancora percepire e legge­re i tanti piccoli segni — segni spesso d’allarme — che l’ambiente costante­mente ci invia?

In molte zone del nostro Paese sono, per esempio, scomparsi gli usignoli. Era una gioia sentirne il canto notturno bello e toccante. E chi ancora ha memoria dei concerti, pure notturni, dei grilli, o di quelli diurni delle cicale? Eppure i segnali sono, o almeno sareb­bero, chiari e forti, e proprio le rondini, al proposito, avrebbero molto da raccon­tarci. Perché loro sono animali straordi­nariamente specializzati. Anche se il de­clino di questi un po’ magici uccelli è ini­ziato ormai da molto tempo (e la Lipu, la lega italiana protezione uccelli, non ha mai smesso di allertarci) credo che tutti sappiano che le rondini si nutrono volan­do, tenendo il loro grande becco — una trappola naturale — ben spalancato.

Eb­bene, se gli insetticidi hanno fatto fuori la maggior parte degli insetti volanti, op­pure, quelli rimasti, li hanno resi veleno­si, per le rondini c’è ben poco da fare. E lo stesso può dirsi per le loro notturne controfigure, i pipistrelli. Le rondini, ho scritto prima, sono ani­mali specialisti: hanno cioè messo a pun­to, nei tempi lunghi della loro evoluzio­ne, un raffinato, talora pressoché perfet­to, modo di stare al mondo, adattandosi a un tipo di ambiente prevedibile e stabi­le. E ho scritto «i tempi lunghi della loro evoluzione», perché si tratta di evoluzio­ne biologica, un processo che appunto è sempre lentissimo.

Ma ecco allora dove sta il problema: ebbene, il problema sta in noi, in noi Homo sapiens, una specie che, piuttosto straordinariamente, è in grado di cambiare il suo comportamen­to non per evoluzione biologica, ma cul­turale. Il che significa, tra l’altro, il saper de­terminare — e sempre più col passare del tempo — anche repentini cambia­menti ambientali. Così i cosiddetti am­bienti stabili e prevedibili, essenziali per l’evolversi degli specialismi biologi­ci, la smettono di essere tali. E gli ani­mali specialisti, come le rondini e i pipi­strelli, se ne vanno decisamente in cri­si. È la biologia, in parole povere, che non tiene il passo, sempre più rapido della nostra, spesso sconsiderata, evolu­zione culturale.

Ecco allora che questo nostro tempo, che poi è tempo di crisi ecologica, segna il trionfo di quelle specie che sono l’op­posto degli specialisti, e cioè gli animali detti generalisti. Sono specie adattate a vivere in ambienti instabili e pertanto scarsamente prevedibili oppure, addirit­tura, a vivere la vita avventurosa degli animali colonizzatori. Specie, insomma, che in un modo o nell’altro se la cavano sempre. Furbe e opportuniste, con po­che regole scritte nel loro Dna e invece con raffinate capacità di apprendimento.

Specie che, un po’ eufemisticamente, vengono denominate «problematiche», quali i topi e i ratti, i colombi, gli scara­faggi, anche i cinghiali, in un certo sen­so. Ebbene, queste specie, generalmen­te, occupano gli spazi lasciati liberi dagli specialisti sconfitti banalizzando così i differenti ambienti, un tempo ricchi dei cosiddetti «endemismi». Forme cioè che si trovavano, rendendoli l’uno dall’altro unici, ciascuna in un ambiente particola­re. Adatte ad esso e ad esso soltanto.

C’è, infine, un altro segnale che l’am­biente ci manda: la presenza di tantissi­me specie esotiche, installatesi perché sfuggite alla cattività o, peggio ancora, perché rilasciate per scopi venatori o di pesca. Che ci fanno, per esempio, i va­riopinti pappagalli che volano tra le pal­me di Palermo, di Genova, di Roma e di altre nostre città? E che ci fa nei nostri maggiori corsi d’acqua il siluro del Da­nubio, un gigantesco pesce-gatto? Ecco allora che, in questi casi, peraltro assai frequenti, la banalizzazione addirittura si internazionalizza e noi possiamo par­lare, a pieno titolo, di globalizzazione zoologica.

Danilo Mainardi