sabato 5 settembre 2009

Influenza A, la chiesa rimane deserta per il funerale della prima vittima

Quotidianonet


C'erano solo pochissime persone, e gli addetti delle onoranze funebri indossavano le mascherine. La madre del morto è rimasta sul fondo della navata. Il sacerdote: "Non ho mai visto nulla del genere"

Napoli, 5 settembre 2009.

E' rimasta deserta la chiesa di Sant'Antonio di Padova di Secondigliano, dove stamattina si sono celebrati i funerali di Gaetano D., l’uomo di 51 anni che aveva contratto il virus H1N1 dell’influenza A, morto all’ospedale Cotugno di Napoli.

Alla cerimonia c'erano solo pochi fedeli riuniti per le preghiere del mattino. Il corpo è stato trasportato con un carrello da cinque addetti che indossavano mascherine. L’anziana madre dell'uomo è rimasto sul fondo della navata, senza avvicinarsi al feretro e al celebrante. Con un tocco di amarezza, il sacerdote ha detto: ‘’In quarant’anni non ho mai visto un funerale del genere. Sono cose che devono far riflettere’’.

A Napoli si è diffusa la psicosi, dopo la morte di 'Gaetanone', la prima persona in Italia deceduta con il virus dell'influenza A. E' stata chiesta anche la disinfestazione della casa della vittima. Tuttavia, i medici specializzati in malattie infettive sottolineano che il virus potrebbe aver avuto un effetto non determinante nel decesso. Infatti Gaetano aveva una grave miocardiopatia dilatitiva complicata da insufficienza renale acuta, da setticemia da stafilococco aureo e broncopolmonite, era diabetico e oligofrenico: il suo quadro clinico generale non era certamente ideale.

Nel quartiere, comunque, c'è chi cerca di sdrammatizzare: ‘’Da queste parti - ha detto un abitante della zona - ci preoccupiamo di altre cose e di altri morti’’, e l'allusione era agli omicidi di camorra che sono stati compiuti in passato nel quartiere.

Mussolini e Tosi annunciano querele Sospeso il film «Francesca»

Corrieredelveneto

La decisione del Circuito cinema comunali di Venezia «in presenza di azione legale di parte e su richiesta» del distributore Fandango 

 


VENEZIA - Sono state sospese le proiezioni del film romeno «Francesca» che da oggi avrebbe dovuto essere immesso in circolazione nei cinema dopo essere stato presentato al Festival del Cinema di Venezia. La decisione è stata assunta dai responsabili del Circuito Cinema Comunali di Venezia «in presenza - indica una nota - di specifica azione legale di parte e su richiesta della casa di distribuzione Fandango». Contro il regista del film, Bobby Paunescu, nei giorni scorsi erano state annunciate querele da parte dell’onorevole Alessandra Mussolini e del sindaco di Verona Flavio Tosi chiamati in causa nei dialoghi della pellicola.

Vigilessa punita perchè lavora troppo

Corriere della Sera

Ha lavorato dalle 7 alle 17 al mercato di Porta Portese 2 e dalle 19 fino alle 2 di notte per rafforzare i controlli sul territorio durante la movida notturna

«Una vigilessa di Roma, in forza al VII Gruppo, è stata punita dalla vicecomandante del corpo perché l'hanno fatta lavorare troppe ore». Questa è la denuncia di Alessandro Marchetti, segretario generale aggiunto del Sulpm (il sindacato del pubblico impiego) che aggiunge: «È un corpo a cui mancano almeno 2000 unità (siamo 6500 e dovremmo, come da accordo sindacale, essere almeno 8350) e i lavoratori devono sopperire in forma straordinaria a tutte le necessità, ma se lavorano troppo ecco che gli arriva il rimprovero».

IL SUPERLAVORO - «La vigilessa ha prima lavorato al Gruppo VII dalle 7 alle 17 al mercato di Porta Portese 2 e dalle 19 fino alle 2 di notte ha lavorato al I Gruppo per rafforzare i controlli sul territorio durante la movida notturna. - aggiunge Stefano Giannini, dirigente sindacale Sulpm al Gruppo VII - Questi sono servizi che vengono disposti per iscritto dai dirigenti dei Gruppi interessati i quali addirittura assegnano ad ogni singolo agente anche la strada nella quale devono recarsi e non sono attività che può svolgere autonomamente il dipendente. Semmai doveva essere punita se non ci fosse andata, ovvero se non avesse rispettato la disposizione di servizio. Siamo nel ridicolo prima le ordinano di lavorare e poi la puniscono perchè esegue l'ordine. Nel Capodanno di due anni fa, quando sindaco era invece Veltroni, io fui sanzionato per il motivo opposto, perchè non accettai di prestare servizio di mattina e sera, proprio per rispettare la norma che viene richiamata dal Comando e secondo la quale oggi puniscono la collega».

APPELLO AL SINDACO - «Il sindaco Alemanno - ha concluso Marchetti - stavolta ha il dovere di intervenire per impedire di scoraggiare chi nel corpo tira invece la carretta, altrimenti da oggi in poi se vedrete un vigile che si gira dall'altra parte saprete bene individuare di chi saranno le responsabilità politiche».



Boffo, D'Alema: barbarie, informazione a rischio. Il giallo del fascicolo riservato

Il Messaggero

L'Azione cattolica: no a intimidazione libertà espressione
Avvenire: menzogne amplificate dalla tv

ROMA (5 settembre) - E' ancora alta la polemica sul caso Boffo. «Un Paese in cui un giornalista che scrive cose scomode o fastidiose per il presidente del Consiglio viene aggredito sul piano personale,
come è avvenuto al direttore di Avvenire, è un Paese in cui la libertà di informazione è a rischio», ha affermato l'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema oggi a Cernobbio. Rispondendo a una domanda dei giornalisti sull'opportunità di abbassare i toni, l'esponente del Pd ha poi aggiunto: «Dovreste dirlo al direttore del Giornale, al direttore di Libero e soprattutto al mandante dell'uno e dell'altro».

«Al fondo di questa barbarie c'è l'anomalia italiana», ha affermato poi D'Alema in una intervista al Corriere riferendosi «al potere che il governo ha sull'informazione». Un potere grazie a cui «si indeboliscono il controllo e lo stimolo e peggiora anche la qualità stessa dell'azione di governo».

«Il dialogo dovrebbe promuoverlo il capo del governo, che ogni giorno promuove l'opposto: la rissa», ha quindi sottolineato ancora D'Alema. «Le domande sul dialogo mi fanno venire l'orticaria - ha sottolineato poi D'Alema - anche perché dovrebbe promuoverlo il capo del governo. Non è che si può dialogare da soli, l'unica cosa che si può fare è di cercare di evitare la rissa e dire la propria opinione che è quello che cerchiamo di fare noi».

Secondo D'Alema «è molto preoccupante il divario fra i problemi reali che il Paese ha e la qualità del dibattito pubblico». «Siamo di fronte - ha aggiunto - a una caduta della ricchezza, a una crescita fragile, grandi problemi sociali. Questo richiederebbe coesione, riforme, scelte molto coraggiose, un discorso di verità sul futuro del Paese e tutto questo manca». Per l'esponente del Pd, infatti, «prevale la propaganda, l'auto esaltazione retorica e la violenza verso le voci critiche».

«Siamo sconcertati di fronte a quanto accaduto e rigettiamo con forza l'intimidazione che l'attacco del Giornale ha comportato non solo nei riguardi di una persona ma anche della stessa libertà di espressione». Lo ha detto il presidente nazionale dell'Azione Cattolica Franco Miano, nel corso del convegno dei presidenti e assistenti diocesani di AC. Miano ha voluto «riconfermare con grande forza» la solidarietà al direttore di Avvenire già espressa nei giorni scorsi.

Le "cannonate" di menzogne contro Boffo sono state amplificate, con uno spazio «irrimediabilmente insultante» dall'informazione televisiva pubblica e privata: è l'accusa che lancia oggi, in un editoriale di Avvenire, il nuovo direttore ad interim del quotidiano cattolico, Marco Tarquinio. Il successore di Boffo usa parole forti contro gli «spacciatori di spazzatura»: «di Avvenire e della sua linea politica è stata fatta anche in tv una interessata caricatura. E questo perché Feltri & Co. sono stati fatti dilagare sul piccolo schermo con le loro tesi e (man mano che la verità veniva a galla) con i loro aggiustamenti di tesi», scrive Tarquinio. «E quando non sono stati loro - gli sbandieratori di una ignobile lettera anonima - a occupare lo schermo, le notizie d chiarimento venute dalla magistratura di Terni sono state ignorate o sminuzzate», sottolinea. «Un'autentica video-indecenza», conclude Tarquinio.

Il giallo del fascicolo. La Questura di Milano ha definito «destituita di ogni fondamento» la notizia, riportata oggi dal quotidiano Libero, riguardante la presunta sparizione di un «dossier segreto» sull'ex direttore di Avvenire. Il quotidiano scrive oggi che «la Questura aveva un fascicolo riservato sulla storia di Boffo». «Prima che scoppiasse la buriana - riporta Libero - il carteggio era custodito in archivio. Ora non c'è piu».

Il direttore del quotidiano, Maurizio Belpietro, ha confermato: «La Digos della Questura di Milano aveva un fascicolo riguardante Dino Boffo». «Non so che cosa vi fosse contenuto - ha detto Belpietro -, ma questo fascicolo non è più nell'archivio, ma è stato prelevato successivamente alla diffusione della notizia della condanna per molestie dell'ex direttore di
Avvenire».

Non ha voluto commentare, il segretario generale della Cei, Monsignor Mariano Crociata, la vicenda che ha portato alle dimissioni del direttore di Avvenire. Ma ha partecipato all'applauso con cui la platea dell'Azione Cattolica ha accolto le parole di solidarietà espresse dal suo presidente Franco Miano. Monsignor Crociata ha svolto una lunga relazione nella quale ha rivolto un invito alla «resistenza» dei cattolici italiani contro la mondanizzazione. E ha concluso il suo intervento con un duplice invito, non solo alla «educazione alla fede, che sembra in grande affanno nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità», ma anche alla «educazione all'umano e al senso dell'umano nella sua irriducibile pecularietà, che sembra oggi variamente minacciato nei vari ambiti dell'etica e della bioetica, dell'economia e della giustizia sociale, della crescita delle nuove generazioni e del senso della dignità delle persone, del significato e del valore dei rapporti tra le persone e con l'ambiente». «In questa direzione - ha concluso il segretario della Cei - sono convinto
che il futuro di una chiesa di popolo in Italia è strettamente legato alla nostra capacità e volontà di curare noi stessi e le persone che ci sono affidate, ad una alta intensità spirituale ed a una elevata qualità culturale e teologica».

La comunità cristiana e ogni credente, nell'Italia di oggi deve tenere «una distanza», compiere uno «sforzo di resistenza che proclama e soprattutto mantiene una irriducibilità sostanziale al mondano e alle sue logiche, a tutto ciò, insomma, che contraddice il Vangelo e la fede», ha detto il segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Monsignor Crociata ha voluto indicare «l'esigenza di un atteggiamento spirituale», espresso dal binomio «simpatia e resistenza». «Procedendo tra la opposta tentazione della fuga e della evasione o, al contrario, dell'adattamento e dell'appiattimento, la comunità cristiana e ogni credente - ha sottolineato il segretario della Cei - si relaziona a tutti con giudizio di partenza positivo, pieno di speranza».

Ma, senza «fuggire dal mondo» non bisogna «lasciarsi fagocitare da esso e dalla sua logica antievangelica e disumanizzante». Monsignor Crociata auspica dunque «una Chiesa fatta di credenti che resistono, ma che pensano e operano come se portassero tutti il peso della fede di tutti», tenendo insieme «tutti coloro che del patrimonio cristiano conservano ancora qualcosa».

Crociata ha fatto poi un invito a ricordare «che la Chiesa non è il luogo appropriato per solisti ed eroi solitari». Il segretario della Cei ha rivolto un appello ai credenti a «farsi carico» dell'impegno nella società. E per quanto questo sia un «compito personale», bisogna ricordare che si opera «in quanto membri di una comunità credente». «Perciò i personalismi non vanno mai bene, ma piuttosto le persone nella comunità ecclesiale e nella comunità dei credenti vivi e operosi».

Paolini, il rompiscatole televisivo, 'cacciato' da Venezia per tre anni

Quotidianonet


PROVVEDIMENTO DEL QUESTORE

Durante la diretta tv dalla Mostra del Cinema, ha urlato col megafono frasi contro Berlusconi. E già aveva disturbato molte altre volte. Per questo è scattato il divieto a far ritorno nel Comune


Venezia, 5 settembre 2009.  


Gabriele Paolini, il più noto 'rompiscatole' e disturbatore della tv, dovrà restare lontano da Venezia per tre anni. Lo ha deciso il questore lagunare Fulvio Della Rocca.

Giovedì scorso, al Lido di Venezia, Paolini si era reso protagonista di un'altra delle sue 'performance' e aveva fatto sentire la propria voce durante una diretta televisiva dalla Mostra del cinema: con un megafono aveva apostrofato pesantemente il presidente del Consiglio Berlusconi.

Era stato condotto al posto di Polizia del Lido, poi rilasciato: per questo episodio e per quelli già avvenuti in passato, è scattato il provvedimento del questore, con il divieto per Paolini di far ritorno nel Comune di Venezia per la durata di tre anni. Come informa la Polizia, il provvedimento è in corso di notifica in queste ore al diretto interessato

AAA: cercasi commesso gay. Showroom napoletano punta sugli omosessuali

Corriere del Mezzogiorno


Ricerca di personale di una camiceria che apre tra un mese: assunto solo chi ha una «bella presenza gay»

 

NAPOLI - Nel film «Un'estate al mare» dei fratelli Vanzina, Biagio Izzo era costretto a fingersi gay per lavorare perché questa condizione - a detta del personaggio - era sinonimo di buon gusto, talento e genialità. Ne è convinto anche Giovanni Pedata che, in attesa di aprire tra un mese uno showroom a Piazza dei Martiri, il «salotto chic» di Napoli, per la vendita di camicie super-raffinate, ha messo due annunci sui siti on line napolibakeca.it e vivastreet.it. «Per prossima apertura shoow room di camiceria su misura - recita l'inserzione - a piazza dei Martiri a Napoli, ricerchiamo commesso venditore di bella presenza gay, per prendere misure ai nostri clienti, richiesta ottima padronanza di linguaggio, spiccata loquacità e spigliatezza, no perditempo e massima serietà info al 392..».

«È un annuncio vero - conferma il titolare dello show room, Giovanni Pedata - l'ho scritto il 3 settembre ma finora non mi ha chiamato ancora nessuno». Una mossa controcorrente, visto le aggressioni ai gay che ci sono state proprio a Napoli e a Roma? «Non lo faccio per una crociata né il mio è un annuncio-manifesto. Davvero penso che i gay stiano più avanti di altri nel capire l'aria del tempo nella moda. Noi ci rivolgiamo a una clientela d'alto livello, la nostra è una camicia interamente fatta a mano e quindi abbiamo bisogno di commessi in sintonia con il cliente».

L'opportunità è di un contratto a progetto per un'azienda che conterebbe meno di dieci dipendenti, l'esperienza richiesta è tra i due e i cinque anni. «Io sono un etero - conclude Pedata - ma ritengo che davvero i gay abbiano una marcia in più».

Boffo, Feltri replica all'Azione Cattolica: "La Chiesa mi insulta tre volte al giorno"

di Redazione


Milano - Il direttore del Giornale Vittorio Feltri replica all’Azione Cattolica che rivendica il diritto della Chiesa di parlare. "Non fanno che parlare - dice Feltri interpellato da Apcom -. Vorrei sapere chi le gestisce. Da una settimana mi insultano tre volte al giorno, tra vescovi, vicevescovi e parroci, i quali peraltro mi stupisce molto che si siano preoccupati di difendere Boffo, di attaccare me e non hanno speso una parola per la vera vittima della vicenda, che è la signora che ha ricevuto le molestie in base alle quali un tribunale ha condannato l’ex direttore di Avvenire".

"Mi ha intervistato solo Rai2"
Il direttore ad interim del quotidiano dei vescovi Tarquinio condanna la "videoindecenza". "Si vede che io ho visto altre televisioni - ribatte Feltri - quelle che ho guardato io erano tutte orientate ad amplificare la difesa di Boffo e dei vescovi. Io infatti sono stato intervistato solo una volta da Rai2. Si è dato maggior peso all’apparato di Boffo che è sicuramente massiccio - prosegue il direttore del Giornale - mentre al sottoscritto è stata data la possibilità di argomentare. Però non me ne lamento, ho un giornale a disposizione e lo uso per questo. Lo usi anche Tarquinio, ci dimostri lui di essere capace".

"Da domani ci occupiamo d'altro" Feltri annuncia che da domani la vicenda non avrà la prima pagina. "Se ci saranno delle novità degne di interesse le pubblicherò - spiega - ma già domani ci dedichiamo ad altro. Ci sarà un articolo o forse due sugli strascichi della vicenda ma l’apertura la faremo su altre cose. Abbiamo capito come la pensa l’opinione pubblica - conclude Feltri - e sono stati fatti anche dei sondaggi che dimostrano come il ’Giornalè non è poi andato tanto distante dal bersaglio".

Le critiche dell'Azione Cattolica L’Azione Cattolica deplora i "tentativi di intimidazione" che si sono verificati in questi giorni verso Dino Boffo e ribadisce che "la Chiesa non può tacere rispetto alle questioni che riguardano l’uomo e il nostro tempo". Si è aperto così il convegno dei presidenti diocesani, a Roma. "In questi giorni siamo svolgendo il convegno dei presidenti e assistenti diocesani - ha detto il presidente di Ac, Franco Miano - possiamo riportare lo sconcerto di tantissime persone rispetto agli ultimi episodi. Tuttavia, c’è anche il desiderio di dire con chiarezza che la Chiesa non può tacere rispetto alle questioni e che riguardano l’uomo e il nostro tempo. E l’impegno del laicato cattolico per dire una parola vera nell’attuale dibattito è il modo più concreto per rispondere a questi tentativi di intimidazione".

L'Avvenire In un editoriale firmato da Marco Tarquinio, che come direttore ad interim ha la responsabilità del quotidiano cattolico dopo le dimissioni del direttore Dino Boffo, rivendica i meriti del giornale. Si interroga "sulla sorte della libera stampa in Italia" e soprattutto mette pesantemente sotto accusa il ruolo delle televisioni nella vicenda che ha portato alla rinuncia di Boffo.

"C`è più di un problema nel mondo dell`informazione italiana", esordisce in prima pagina Tarquinio, che prosegue più avanti: "La libertà senza responsabilità non ha senso, e l`esercizio irresponsabile della libertà diventa inesorabilmente una maledizione per ogni comunità civile". Arrivando a parlare delle televisioni, Tarquinio scrive: "La magna pars dell`informazione televisiva pubblica e privata ha finito per amplificare le loro cannonate in faccia alla verità. Le falsità e le deformazioni sulla persona di Dino Boffo hanno avuto - per giorni - uno spazio tv irrimediabilmente insultante.

Di Avvenire e della sua linea politica è stata fatta anche in tv una interessata caricatura. E questo perché Feltri & Co. sono stati fatti dilagare sul piccolo schermo con le loro tesi e (man mano che la verità veniva a galla) i loro aggiustamenti di tesi. E quando non sono stati loro - gli sbandieratori di una ignobile lettera anonima - a occupare lo schermo, le notizie di chiarimento venute dalla magistratura di Terni sono state ignorate o sminuzzate. Confuse - prosegue Tarquinio - in un polverone di chiacchiere in politichese. Tutt`al più di querimonie su una privacy violata, quando c`era una verità di vita fatta a pezzi. Un`autentica videoindecenza".

L’editoriale si conclude con un invito a giudicare lanciato ai cattolici italiani. "Che giudichino loro in edicola e col telecomando questa libertà irresponsabile che, ancora una volta, nessun altro, neppure l'Ordine dei giornalisti, appare in grado di giudicare. Giudichino loro - finisce Tarquinio - la stampa della falsità e della cattiveria. Giudichino le videoindecenze".

Anche gli abbonati Sky pagano il canone Rai

di Marco Molendini


pubblicato il 23-08-2009 alle 16:55

Se l’estate è la stagione, oltre che delle repliche e dei fondi di magazzino, anche quella degli esperimenti c’è da aspettarsi che con l’autunno il dilagare dei programmi criptati sul satellite sia destinata a proseguire e a intensificarsi. Nelle ultime settimane Rai e Mediaset hanno lanciato una vera e propria offensiva.

 E’ stato calcolato che in 19 giorni sono stati ben 168 i programmi negati e si passa dai cartoni animati, alle serie, ai film (pur all’ennesimo passaggio), al calcio. Un fenomeno che simboleggia in maniera eclatante il momento di confusione televisiva fra piattaforme che si incrociano e si fanno concorrenza, altre annunciate e non decollate (Tivù sat), in mezzo gli spettatori a fare da cavia con sintomi di irritazione diffusa.

Ci scrive un lettore indignato: «Che cosa aspettano le autorità competenti a intimare alla Rai di cessare comportamenti irragionevoli in quanto escludono consapevolmente dal servizio pubblico centinaia di migliaia di utenti?». Non sappiamo se qualcuno avrà la voglia di intervenire. Certo è che il criptaggio rappresenta un nuovo passo, da parte della tv di Stato, verso quelle logiche commerciali che non dovrebbero appartenerle.

Cosa c’è infatti di più commerciale che nascondere parte della propria programmazione a chi non è un cliente? E non andrebbe poi dimenticato che anche chi ha solo Sky a casa è costretto a pagare il canone di abbonamento alla tv di Stato che è considerata una tassa sul possesso dell’apparecchio televisivo.

Se, poi, non fossero queste le preoccupazioni, c’è da considerare che quando la stagione televisiva riprenderà a pieno regime, il negare i propri programmi a una fetta consistente di platea potrebbe costare pesantemente anche in termini d’ascolto (e quindi di entrate pubblicitarie).


Boffo dà le dimissioni, Bagnasco le accetta Don Gallo: manovra vaticana

Il Secolo XIX


Il direttore di Avvenire Dino Boffo si è dimesso con una lettera inviata al cardinale Bagnasco, presidente della Cei, editore del giornale.

«Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora per giorni e giorni una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani».
Lo scrive Dino Boffo nella lettera al card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella quale presenta le dimissioni «irrevocabili» e «con effetto immediato» sia da Avvenire che dalla tv dei vescovi Tv2000 e da Radio Inblu.

Boffo smentisce per l’ennesima volta lo sfondo sessuale in cui è stato incastonato da Vittorio Feltri il decreto penale con sanzione amministrativa per molestie, che ha dato origine alla campagna contro di lui promossa dal direttore del Giornale.

Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco, prende atto, con rammarico, delle dimissioni irrevocabili del dottor Dino Boffo dalla direzione di Avvenire, TV2000 e RadioInblu. Al direttore Boffo rinnova «l’inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico».

Il cardinal Bagnasco, si legge nel comunicato della Cei - «nel confermare a Dino Boffo, personalmente e a nome dell’intero episcopato, profonda gratitudine per l’impegno profuso in molti anni con competenza, rigore e passione, nel compimento di un incarico tanto prezioso per la vita della Chiesa e della società italiana, esprime l’inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico».

«Apprezzando l’alta sensibilità umana ed ecclesiale che lo ha sempre ispirato - prosegue il card. Bagnasco - gli manifesta vicinanza e sostegno nella prova, certo che il suo servizio alla Chiesa e alla comunità civile non verrà meno.

LA SUCCESSIONE

Secondo le prime indiscrezioni, la decisione di Dino Boffo di dimettersi sarebbe maturata intorno a mezzogiorno, forse in seguito all’uscita del settimanale `Panorama´ che ha offerto nuovi elementi sulla vicenda (vai all’articolo). Alla direzione di `Avvenire´ - a quanto apprende Apcom - ci sarebbe in pole position Mimmo Delle Foglie, già editorialista del quotidiano dei vescovi, organizzatore e promotore del `Family Day´ e portavoce di `Scienza e Vita´. inoltre ci sarebbe una divisione della direzione tra il giornale `Avvenire´ e la televisione `Sat 2000´. In quest’ultima, il candidato alla direzione sembrerebbe Stefano De Martis, finora condirettore dell’emittente televisiva.

LA REAZIONE DI FELTRI

«Mi dispiace umanamente, le dimissioni non erano quello che volevo». Il direttore de `Il Giornalè, Vittorio Feltri, interpellato dall’AGI, commenta così l’addio di Dino Boffo ad ´Avvenire’. «Se lui ha dato le dimissioni e se il Vaticano le ha accettate - aggiunge - avranno i loro buoni motivi e, comunque, sono affari interni alla Chiesa». «Il nostro obbiettivo - spiega il direttore del quotidiano milanese - era fare il nostro lavoro, parlare di una vicenda, coprendo la fonte, e ci siamo riusciti. Ho fatto il mio dovere e, come sempre, nessuno mi ha ordinato cosa fare». C’è anche amarezza nel commento di Feltri: «Non sento di avere né vinto, né perso. E non m’illudo che il 90% dei giornalisti che in questi giorni mi ha coperto di accuse se le rimangi».

DON GALLO: MANOVRA VATICANA

Il caso che ha portato alle dimissioni di Dino Boffo sarebbe «una manovra vaticana» per favorire il Governo e l’attuale maggioranza «in cambio dell’approvazione della legge sul testamento biologico»: ad affermarlo è don Andrea Gallo, cappellano della comunità genovese di San Benedetto al Porto. «Si tratta di una manovra molto grande», ha aggiunto, che dimostra, «se ancora ci fossero stati dei dubbi, anche se io non ne ne ho mai avuti», che tutta la situazione «è in mano alla segreteria di Stato vaticana».

Infatti - ha aggiunto don Gallo - «è certo che ormai Avvenire è diventato un quotidiano molto diffuso e la segreteria di Stato vuole dare la sua linea anche nel quotidiano cattolico». E, ha aggiunto, «in un momento come questo il Vaticano non vuole nessuna rottura con il Parlamento perché vuole mantenere questa legge così come e»`. ´`Ancora una volta - ha affermato - siamo di fronte ad un centralismo romano´`. In questa situazione, e tanto piu´ in Italia, «le varie conferenze episcopali hanno la possibilità di dare consigli» ma «tutto rimane in mano alla segreteria di Stato».


Calderoli: tra cinque anni rischiamo di avere un presidente abbronzato

Il Secolo XIX

«La costituzione non fa distinzione fra elettori alle elezioni politiche e amministrative. Non vorrei mai fra cinque anni e un mese trovarmi un presidente abbronzato». Con questa battuta il ministro per la semplificazione normativa Roberto Calderoli ha commentato, ieri sera a Treviso, la proposta del presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, di riconoscere il diritto di voto amministrativo ai cittadini immigrati dopo cinque anni. «E cosa devo pensare dell’Inter - ha proseguito Calderoli - che batte il Milan e non ha neanche un giocatore italiano, neppure l’ allenatore? L’anomalia è Moratti, per l’Inter ci vuole un presidente straniero».

Riguardo ai clandestini, Calderoli ha ricordato una delle ultime vicende. «Per il racconto di cinque immigrati su un barcone che sostengono che 75 di loro sono annegati, tutti si sono scagliati contro la Lega». Secondo quanto riferito dagli uomini salvati, nel barcone si sarebbero trovate altre decine di persone decedute durante la traversata. «Qualcuno mi dovrebbe spiegare - ha detto Calderoli - come fanno a starci 80 persone in un barcone da 12 metri. E comunque quei cinque li abbiamo salvati noi perché se era per Malta sarebbero morti».



L’avvocato Di Pietro va sospeso, ha violato codice e deontologia"

di Redazione


È online l’integrale della «condanna» a tre mesi di sospensione dell’avvocato Antonio Di Pietro. Sul sito del Consiglio Nazionale Forense (www.consiglionazionaleforense.it) a fatica si possono scovare le dieci pagine delle motivazioni con le quali il leader dell’Italia dei Valori è stato duramente sanzionato per l’illecito deontologico - già evidenziato dall’ordine di Bergamo - compiuto ai tempi in cui Tonino aveva abbandonato la toga da pm per indossare quella di avvocato, illecito consumato ai danni di un suo assistito, che peraltro era anche il suo migliore amico. 

Nel documento in pdf contenuto nella banca dati dell’organo degli avvocati, vi è la prova provata delle scorrettezze e del tradimento compiuto del paladino dei moralisti nei confronti dell’inseparabile Pasqualino Cianci, coinvolto nel misterioso omicidio della moglie avvenuto a Montenero di Bisaccia l’8 marzo del 2002. In pillole: venuto a conoscenza del fatto di cronaca nera nel suo paese natale, l’ex pubblico ministero Antonio Di Pietro si precipitò in Molise a prendere la difesa dell’amico, che ospitò personalmente a casa. Dopodiché, contravvenendo agli obblighi deontologici e infischiandosene delle indagini da lui stesso svolte, lo avrebbe brutalmente rinnegato. 

Come? Diventando l’avvocato delle parti civili, ovvero della controparte processuale a fianco dell’accusa, non appena ebbe sentore che Cianci sarebbe finito indagato per omicidio. Di Pietro, che oggi straparla contro il «Giornale» sulla vicenda Boffo, ha commesso il peggiore dei peccati: ha tradito la fiducia della persona assistita e l’affetto della persona che più gli era stata vicina nella vita: «La condotta del professionista - è scritto nel documento - integra certamente la violazione dei doveri di lealtà, correttezza e di fedeltà nei confronti della parte assistita e l’illecito deontologico». La singolare condotta dell’avvocato Di Pietro, ad avviso del Consiglio, cozza violentamente con l’articolo 51 del codice deontologico forense laddove si fa chiaramente divieto al difensore di assumere un incarico analogo contro lo stesso cliente nel medesimo procedimento. 

Di infrangere quella norma, a Tonino, è fregato poco quando s’è accorto che per Pasqualino si stava mettendo male. Non solo non gli ha detto nulla al momento di passare dall’altra parte, ma al clou dell’inchiesta s’è messo pure a fare lo sbirro per incastrare Pasqualino. Bell’amico. Bell’avvocato. Bell’esempio. La sentenza che lo svergogna è online. Carta canta. 

II Consiglio nazionale forense, riunito in seduta pubblica nella sua sede presso il ministero della Giustizia (...) ha emesso la seguente decisione sul ricorso presentato dall’avv. Antonio Di Pietro avverso la decisione (...) con la quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bergamo gli infliggeva la sanzione disciplinare della sospenzione dall’esercizio dell’attività professionale per la durata di mesi tre.  

FATTO  Con esposto (...) il sig. Pa[/TESTO-INFRA]squalino Cianci (...) a quel tempo imputato nel procedimento penale (....) pendente davanti alla Corte d’Assise di Campobasso per l’omicidio di D’Ascenzio Giuliana, in vita moglie dell’esponente, riferiva quanto segue:

1) di aver perduto la moglie assassinata nella casa di abitazione della famiglia, subendo al tempo stesso un’aggressione che ne aveva determinato il ricovero all’Ospedale di Termoli, dal quale era stato dimesso il giorno successivo;

2) di essere stato sentito, qualche ora dopo il ricovero, a sommarie informazioni testimoniali e di essere stato al tempo stesso raggiunto dall’avv. Antonio Di Pietro, appositamente accorso da Milano, in ragione di un antico rapporto di amicizia, tale che subito lo stesso avvocato aveva redatto, di suo pugno, la nomina a difensore dello stesso Cianci, a quel tempo individuato come parte offesa;

3) di essere stato indotto dall’amico difensore, che nel frattempo aveva provveduto alla nomina di un CT (consulente tecnico, ndr) di parte per presenziare all’autopsia sul corpo della moglie, ad alloggiare nella sua casa di Montenero di Bisaccia, dove lui stesso si era trattenuto per diversi giorni, parlando con l’assistito ed assumendo una serie di notizie sui rapporti familiari, sui suoi movimenti e sulla situazione economica della famiglia;

4) che dopo alcuni giorni, senza preavviso, l’avv. Di Pietro gli aveva comunicato la volontà di non più assisterlo, senza dare alcuna giustificazione alla sua decisione e trasferendo la sua difesa ad altro difensore con il consenso dell’assistito, che aveva cieca fiducia in lui;

5) che alla prima udienza davanti alla Corte d’Assise di Campobasso l’avv. Di Pietro si era presentato come difensore delle parti civili, costituito contro l’esponente (Cianci, ndr);

6) che l’avv. Di Pietro aveva fatto uso di informazioniacquisite dall’assistito contro lo stesso e che emblematico di tale situazione era il fatto che, all’udienza del 17 maggio 2005, era stato sentito il teste Antonio Sparvieri, escusso (interrogato, ndr) dallo stesso avv. Di Pietro, quale difensore di Pasqualino Cianci, al tempo parte offesa;

7) che dopo l’escussione dello Sparvieri da parte dell’avv. Di Pietro, quest’ultimo si era fatto conferire il mandato dalle altre parti offese ed aveva depositato (...) memoria, con la quale, in qualità di difensore dei familiari della deceduta Giuliana D’Ascenzo, aveva depositato la nomina di nuovo difensore di fiducia del Cianci, contestuale alla sua rinuncia (...). L’esponente (Cianci, ndr) ravvisava nella condotta del professionista (Di Pietro, ndr) la violazione dei doveri di lealtà e probità e dei doveri imposti dagli artt. 35, 36 e 37 del codice deontologico forense e chiedeva l’apertura di procedimento disciplinare a carico dell’avv. Di Pietro.

ESPOSTO FONDATO (...) L’avv. Di Pietro contestava la fondatezza dell’esposto; ribadiva di non avere mai difeso il Cianci in qualità di imputato; precisava di essere stato designato difensore delle parti civili; escludeva che la sua condotta potesse integrare violazione delle norme (...); escludeva che si fosse determinato un conflitto di interesse fra le parti assistite, avendo egli assunto la difesa delle parti lese ed essendo venuto meno l’incarico del Cianci prima che si verificasse formalmente un qualsiasi conflitto; escludeva, infine, di avere appreso dal Cianci informazioni per lui compromettenti e sosteneva che una sua eventuale rinuncia al mandato processuale avrebbe potuto determinare pregiudizio alle parti lese.

IL FASCICOLO Con delibera (...) il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bergamo disponeva l’apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Antonio Di Pietro. (...) Dopo alcuni rinvii, acquisita la documentazione prodotta dall’incolpato e svolta l’istruttoria dibattimentale, il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bergamo (...) ritenuta la responsabilità disciplinare dell’incolpato, gli irrogava la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per mesi tre.

I MOTIVI DELLA SOSPENSIONE

1) L’avv. Di Pietro aveva assunto la difesa di Pasqualino Cianci il giorno stesso dell’omicidio della moglie di questi e che, in costanza di tale mandato, egli aveva espletato attività difensiva nel suo interesse (...);

2) (...) L’Avv. Di Pietro aveva cessato di assistere il suo difeso (lo stesso Cianci, ndr), per formale revoca del mandato, continuando ad assistere gli altri congiunti della defunta (...);

3) (...) La revoca del mandato celava, in realtà, una rinuncia al mandato da parte del difensore, come emergeva dall’esposto e dalle dichiarazioni rese dall’avv. Di Pietro (...) che si era reso conto della possibilità che il Cianci potesse essere indiziato dell’omicidio della moglie;

4) (...) In entrambi i casi (revoca o rinuncia) il disposto dell’art. 51 dei c.d.f. fa divieto all’avvocato di assumere incarico contro un ex cliente (...);

5) Irrilevante e comunque infondata è la tesi che il difensore avrebbe assunto un mandato collettivo delle parti civili (...)

LA BOCCIATURA Il Consiglio dell’Ordine riteneva la condotta del professionista di rilevante gravità, anche in ragione dei rapporti stretti e confidenziali che egli aveva con il Cianci (...). Avverso la decisione (...) l’avv. Di Pietro ha proposto tempestivo ricorso (...) che non merita accoglimento (...).
È pacifico (...) che:

1) l’avv. Di Pietro ha assunto il mandato di Pasqualino Cianci (...) lo stesso giorno in cui era avvenuto l’omicidio della signora Giuliana D’Ascenzo, quando l’assistito era ancora ricoverato all'ospedale di Termoli;

2) il successivo giorno l’avv. Di Pietro (...) dava incarico al prof. Armando Colagreco di partecipare agli accertamenti di carattere medico legale (...);

3) (...) l’avv. Di Pietro, nella qualità di difensore delCianci, nella masseria di Michelino Bozzelli, procedeva a richiedere informazioni al sig. Antonio Sparvieri consuocero di Pasqualino Cianci (...);

4) il giorno successivo (...) l’avv. Di Pietro acquisiva il mandato, redigendolo di suo pugno, dei genitori e dei fratelli della defunta;

5) (...) l’avv. Di Pietro, quale avvocato di fiducia dei familiari della signora D'Ascenzio, depositava agli atti del procedimento penale memoria difensiva (...) e chiedeva che fossero acquisiti alcuni documenti specifici che si trovavano presso l’abitazione della defunta e del suo precedente assistito Pasqualino Cianci e che fossero svolte presso istituti di credito e nei confronti di privati.

LA CONDANNA FINALE (...) Non vi è dubbio, quindi, che il ricorrente abbia dapprima assunto il mandato dei Cianci e che, solo dopo le prime risultanze istruttorie (...) abbia rinunciato al mandato (...). Non è dubbio che la condotta tenuta dall’avv. Di Pietro integri violazione del disposto dell’art. 51 del codice deontologico forense, che vieta all’avvocato di assumere un mandato professionale contro un proprio precedente assistito. (...) La condotta del professionista integra certamente la violazione dei doveri di lealtà, di correttezza e di fedeltà (artt. 5, 6, 7 del codice deontologico forense) nei confronti della parte assistita (...). All’accertamento della sussistenza degli illeciti contestati, pur nei limiti di cui alla pronuncia, non può che conseguire la sanzione disciplinare. Quanto alla determinazione della sua misura, ritiene questo Consiglio che la sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per mesi tre, irrogata con la decisione impugnata, sia adeguata alla gravità dell’illecito compiuto.

Avvenire attacca ancora: "C'è videoindecenza"

Il Giornale

Milano - "Avvenire" non ci sta, e in un editoriale firmato da Marco Tarquinio, che come direttore ad interim ha la responsabilità del quotidiano cattolico dopo le dimissioni del direttore Dino Boffo, rivendica i meriti del giornale. Si interroga "sulla sorte della libera stampa in Italia" e soprattutto mette pesantemente sotto accusa il ruolo delle televisioni nella vicenda che ha portato alla rinuncia di Boffo.

Le videoindecenze "C`è più di un problema nel mondo dell`informazione italiana", esordisce in prima pagina Tarquinio, che prosegue più avanti: "La libertà senza responsabilità non ha senso, e l`esercizio irresponsabile della libertà diventa inesorabilmente una maledizione per ogni comunità civile". Arrivando a parlare delle televisioni, Tarquinio scrive: "La magna pars dell`informazione televisiva pubblica e privata ha finito per amplificare le loro cannonate in faccia alla verità. Le falsità e le deformazioni sulla persona di Dino Boffo hanno avuto - per giorni - uno spazio tv irrimediabilmente insultante. Di Avvenire e della sua linea politica è stata fatta anche in tv una interessata caricatura. E questo perché Feltri & Co. sono stati fatti dilagare sul piccolo schermo con le loro tesi e (man mano che la verità veniva a galla) i loro aggiustamenti di tesi. E quando non sono stati loro - gli sbandieratori di una ignobile lettera anonima - a occupare lo schermo, le notizie di chiarimento venute dalla magistratura di Terni sono state ignorate o sminuzzate. Confuse - prosegue Tarquinio - in un polverone di chiacchiere in politichese. Tutt`al più di querimonie su una privacy violata, quando c`era una verità di vita fatta a pezzi. Un`autentica videoindecenza".

I cattolici giudichino
L’editoriale si conclude con un invito a giudicare lanciato ai cattolici italiani. "Che giudichino loro in edicola e col telecomando questa libertà irresponsabile che, ancora una volta, nessun altro, neppure l`Ordine dei giornalisti, appare in grado di giudicare. Giudichino loro - finisce Tarquinio - la stampa della falsità e della cattiveria. Giudichino le videoindecenze".

Cina, bimba di 6 anni: «Da grande farò la funzionaria corrotta»

Il Messaggero


ROMA (4 settembre) - Ha destato scalpore in Cina una bambina cinese di sei anni che al primo giorno di scuola ha dichiarato che da grande vuole diventare una «funzionaria corrotta». Lo scrive il Southern Metropolis Daily, pubblicando un video nel quale la bambina - il cui viso è reso non riconoscibile - dichiara che da grande vuole diventare una funzionaria del governo. 


Alla domanda «Che genere di funzionaria?» la bimba risponde candidamente: «Una funzionaria corrotta, perché i funzionari corrotti possiedono molte cose». Diversi visitatori del sito hanno commentato che le parole della bimba non fanno altro che riflettere la gravità del fenomeno in Cina. La corruzione all'interno del Partito Comunista continua a dilagare a tal punto da spingere il presidente Hu Jintao a dichiarare più volte che sconfiggerla è ormai per il Partito una questione «di vita o di morte».

Le madonne suicide

Il Giornale


Fotogallery

Anche una escort minaccia la libertà di stampa...

di Giuseppe De Bellis

Un girotondo intorno a Patrizia. In piazza, tutti. Non si può restare silenziosi davanti a una cosa del genere. Dov’è il sindacato? Dove sono i difensori civici dei giornali? Non c’è neanche un’agenzia, né una telefonata di solidarietà. Neanche la pietà. È appena arrivata una querela grande così: duecentomila euro di risarcimento richiesto e soprattutto la voglia di zittire la libera stampa. La D’Addario minaccia la libertà di informazione, stringe la morsa sui direttori dei quotidiani, sui loro redattori, sull’intera categoria. Il silenziatore sulle notizie. Settantuno pagine di intimidazioni: una querela completa, puntigliosa, arrabbiata. Un attacco, anzi un attentato. Il plico è arrivato ieri sui nostri tavoli e contemporaneamente su quelli di Libero, della Gazzetta del Mezzogiorno, di Radio Capital. Dentro c’è il solito mezzo che i potenti hanno per zittire i giornali e quindi i loro lettori: la richiesta anticipata di danni, cosicché i quotidiani, i periodici, le radio e i tg, non parlino più male di nessuno. Patrizia D’Addario non accetta le critiche, né le domande.
E la Federazione nazionale della stampa che fa? Il Giornale, Libero, Radio Capital e La Gazzetta del Mezzogiorno fanno quasi mezzo milione di lettori e altrettanti ascoltatori. Non potranno più essere informati perché questo non è un Paese normale, per dirla alla Massimo D’Alema: no, qui la signora D’Addario è una minaccia, una presenza che limita la libertà d’espressione, rende vuoto il ruolo dei giornali e dell’opinione pubblica. E lo fa col mezzo più odioso: la querela.
Qui ci vuole una reazione indignata, una mobilitazione di categoria. Siamo sicuri che arriverà. Magari un po’ lenta, ma arriverà. Non è possibile che il presidente della Fnsi lasci passare questo scandalo. Non è assolutamente immaginabile che i consumatori accettino che la stampa venga limitata dal potere occulto della signora D’Addario. Si stanno solo organizzando: il 19 saranno tutti in piazza a protestare, con un bavaglio sulla bocca di sicuro e i cartelloni con le foto della signora barese: «Patrizia opprime l’informazione». Bisogna leggerle le 71 pagine per capire che questa è una bieca forma di dominio della stampa. Adesso capiamo come devono essersi sentiti i colleghi di Repubblica, quando Berlusconi ha deciso di querelarli. Ne avevamo avute altre di querele, ma mai come questa. Adesso che tocca anche a noi comprendiamo. Patrizia «non accetta la libera attività giornalistica d’inchiesta», Patrizia «chiede di bloccare l’accertamento della verità», Patrizia mostra «l’insofferenza verso ogni forma di controllo».
È inaccettabile, è inammissibile. La categoria si deve ribellare, ne va della sua credibilità. Patrizia è una minaccia reale, perché evidentemente crede di vivere al di sopra delle regole. Non può che essere così, dai. Perché bisogna leggere quello che scrivono i suoi avvocati. Si indignano perché qualcuno l’ha definita «La bionda col registratore che ha preso solo sette voti». Insopportabile, questo. I giornali insultano, i giornali offendono. E gli avvocati scrivono: «Possiede un nome e un cognome, è evidente la connotazione dispregiativa del commento relativo ai voti ottenuti dalla stessa». L’intervento del sindacato dei giornalisti non può ritardare troppo, ne va dell’immagine e del prestigio della categoria. «Connotazione dispregiativa» è il classico espediente per far capire che vogliono controllarci tutti, che ci tengono sulle spine, che stanno dicendo ai nostri editori che da qui non si va più avanti, ma solo indietro. Patrizia usa l’informazione. Come fa la Fnsi a non intervenire? Dài. Vedrete che stanno solo aspettando il 19 settembre, la grande manifestazione per tutelare i giornalisti e il loro ruolo, per preparare la difesa più strenua e decisa, per non lasciare cadere nel vuoto le provocazioni della D’Addario e per difendere i giornali vittime di queste intimidazioni. Così i parlamentari che in questi giorni si sono scagliati contro l’uso della querela. Ci saranno anche loro, col Giornale sotto il braccio, oppure con Libero, o con la Gazzetta del Mezzogiorno. Poi tutti con le cuffiette sintonizzate su Radio Capital. L’orgoglio di un mondo che non si lascia intimidire dalle carte bollate. Poi Radio Capital è proprio una beffa: è la radio del gruppo Repubblica, che adesso si trova tra le querele di Berlusconi e quelle di Patrizia. Un inferno. Un attentato alla civiltà. E al giornalismo, che non è affatto sacro né puro, ma qui viene contestato anche per cose che neanche i giornalisti capiscono, figuriamoci gli avvocati. Al Giornale, per esempio, Patrizia contesta persino il colore degli occhielli: rosso. «La particolare veemenza è data dai titoli in grassetto». È ironica? È seria? Se è vero, sembra comunque finto. Qualcosa che i fanatici della libertà di stampa considerano gravissimo: è lesa maesta della grafica.
La escort cita in giudizio anche chi ha riportato queste dichiarazioni dell’ex onorevole Salvatore Greco: «Però questa è proprio una professionista, insomma una poco di buono... ». I suoi avvocati si indignano: «Le suddette dichiarazioni risultano offensive, denigratorie, ingiustificate, prima ancora che inveritiere. D’altro canto, ove mai si volesse ritenere che le dichiarazioni di Greco fossero fondate - posto che la prostituzione in Italia non è reato - la diffamazione deve in ogni caso considerarsi concretata». Abbiamo sentito le intercettazioni in cui Patrizia si lamenta di non essere stata pagata. Siccome chi le ha divulgate non è citato nella querela, dobbiamo presumere che siano vere, quindi è certo che Patrizia pretendeva soldi, cioè era una prostituta. La prostituzione non è reato, certo. Lasciare intendere che una la esercita, invece sì. È diffamazione. Allora querela. Cioè la minaccia alla libertà di stampa. O vale per tutti, o per nessuno.

L’amico tradito: "Vi racconto io il vero Tonino"

di Gian Marco Chiocci

nostro inviato a San Salvo (Chieti)


Il 5 marzo scorso faticammo non poco a convincere Pasqualino Cianci a commentare i tre mesi di sospensione inflitti al suo «avvocato» Antonio Di Pietro. Sei mesi dopo, l’amico-cliente tradito dall’amico-avvocato, non ha più remore né timori. «Chieda pure, chieda...».



Ora che la sentenza è pubblica e visibile a tutti, che può dire di quella vicenda?
«Una vicenda squallida. Credevo di poter contare su un amico vero, se non altro perché ad Antonio ho regalato gran parte della mia vita, aiutandolo e supportandolo specie nei momenti di sua grande difficoltà. Sono stato la sua ombra, sempre vicino anche durante Tangentopoli, vicino pure a Susanna (la moglie, ndr), uno di famiglia, insomma.

Poi sulla mia pelle ho scoperto di che pasta era realmente fatto: per meri interessi pubblicitari, chiamiamoli così, in un momento in cui non godeva della luce dei riflettori, non ha avuto alcuna esitazione a buttare a mare l’uomo che più gli era stato amico in cambio di un po’ di visibilità. Ha miseramente tradito l’uomo che s’era precipitato a soccorrergli il padre che era morto cadendo dal trattore, lo stesso uomo che al posto suo s’era recato in ospedale a prendere il feretro della madre. Ecco chi è Tonino. Ha provato ad avvicinarmi chiedendo a un amico di organizzare l’incontro ed essere presente. Io non voglio testimoni, devo guardarlo in faccia. Mi deve dire perché l’ha fatto».

Come andarono effettivamente le cose fra voi?
«Quando mia moglie venne trovata uccisa ed io tramortito accanto a lei, davanti al letto d’ospedale si materializzò all’improvviso lui, da poco diventato avvocato. Ovviamente la cosa mi sorprese positivamente e non ebbi nulla da obiettare quando chiese se poteva assistermi. Dissi di sì anche perché mi offrì di andare a casa sua “perché - sussurrò - a me non mi intercettano”. Rimasi stupito dall’affermazione, e ribattei che io non avevo nulla da nascondere, tantomeno al telefono».

Quindi?
«Si mise al lavoro e a caldo svolse in modo impeccabile il mandato difensivo interrogando testimoni, facendo indagini accurate, chiedendo pure a me un sacco di cose. Aggiunse che dovevo andare fiero di mia figlia Debora che nei primi drammatici momenti aveva avuto la forza di contattarlo a Milano. Inutile dire che, solo successivamente, mia figlia mi ha confessato di non averlo mai chiamato non avendo i suoi recapiti, che erano riservati. È diventato mio avvocato bluffando».

Tutto molto strano.
«Niente al confronto di quel accadde successivamente. Un giorno mi chiama sempre Debora, arrabbiatissima, dicendo che si sono presentati i giornalisti e le telecamere di Chi l’ha visto? a casa. Autorizzati. Pensava che ero stato io. E invece aveva fatto tutto Antonio, cercava solo pubblicità, e la cercava in un momento dolorosissimo per me e per i miei figli...».

Ne è sicuro?
«Assolutamente. Lo cercai per un chiarimento ma non si fece trovare. Quindi a tarda sera, dopo la trasmissione, lo affrontai a casa: gli chiesi se era stato lui a mandare i cronisti perché aveva bisogno di tornare sulla cresta dell’onda. Lo sollecitai ripetutamente a confermare o a smentire anche con un cenno del capo. Non mi rispose né sì né no. Abbassò lo sguardo eppoi mi spintonò violentemente contro il muro. A quel punto l’ho guardato fisso e gli ho detto: “Ho capito tutto, Antonio. Dammi il tempo di prendere le mie cose e me ne vado da questa casa”. E così ho fatto».

Il tradimento vero e proprio, processualmente parlando, quando avvenne?
«In brevissimo tempo e senza una revoca ufficiale del mandato da parte sua. L’ho scoperto andando in tribunale, per caso, una mattina. Era seduto accanto alle parti civili, un tutt’uno col pm. Che scena... non ci volevo credere. Da difensore ad accusatore. Lui, il mio inseparabile amico, trasformato nel più feroce dei detrattori. Ma c’è molto altro...».

Più di così?
(Sorride amaro) «Molto di più. Un giorno chiese a me e ad un amico comune di accompagnarlo all’aeroporto. “Prima però - spiegò quand’eravamo in macchina - devo passare un secondo in procura”. Pensai che doveva consegnare alcuni documenti, invece era salito dal procuratore per denunciarmi! E questo avveniva dopo che, da difensore, aveva consegnato personalmente il mio passaporto in questura. Dopo che da difensore, in alcune interviste, aveva lasciato intendere che l’omicidio poteva anche essere maturato all’interno della famiglia. Capito? Non auguro a nessuno un avvocato così...».

L’esposto all’ordine degli avvocati è così arrivato in automatico...
«Macché. Prima sono andato alla stazione dei carabinieri a denunciare tutte le sue malefatte nei miei confronti. E mentre esibivo carte e documenti i militari si mostravano allibiti, letteralmente preoccupati. Adesso, se permette, la faccio io una domanda: secondo voi qualche magistrato ha mai aperto un’inchiesta su Antonio Di Pietro in relazione ai fatti da me documentati e denunciati?».


gianmarco.chiocci@ilgiornale.it

Boffo dopo l’addio studia le contromosse

Corriere della Sera

L’ex direttore pronto ad azioni legali . La «solidarietà umana» di Schifani

MILANO — «Sta lavorando ». È questa, un po’ a sorpresa ma forse non troppo, la risposta formulata ieri da un amico di Dino Boffo a chi chiedeva di parlare con l’ormai ex direttore di Avvenire. «Lavorando a cosa?», è stato chiesto all’amico. «Sta scrivendo: e ha tanto da fare. Ma sta bene. Ora è più rilassato».

Dino Boffo ieri era a casa sua, con la sua famiglia, in Veneto. Se il qualcosa che sta scrivendo finirà per avere qualche interesse pubblico lo si vedrà nei prossimi giorni, o magari mesi: può darsi che sia un libro, o forse «solo» il testo delle querele che presenterà, o forse altro ancora. Comunque sia, mentre lui ora tace, il dibattito attorno alla sua vicenda impiegherà ancora un po’ prima di spegnersi. Valga a titolo di esempio il botta e risposta andato in scena alla Festa del Pd tra il presidente del Senato, Renato Schifani, e il presidente dei deputati Democratici, Antonello Soro: con Schifani a esprimere «solidarietà umana» a Boffo «per una vicenda da inquadrare in un contesto di tensione senza precedenti », e Soro a ribattere che «nessuno può credere all’ipocrisia di un Berlusconi che dice "non sapevo": io almeno non ci credo».

Intanto ad Avvenire, come si dice, la vita è triste ma continua. Marco Tarquinio, nominato direttore ad interim, che in mattinata ha tenuto la prima riunione di redazione, è stato molto netto nella scelta di non rispondere più nulla al direttore del Giornale berlusconiano Vittorio Feltri, il quale aveva liquidato le dimissioni di Boffo come «un affare interno alla Chiesa». «Non ho intenzione di replicare», ha spiegato Tarquinio. Proseguendo: «Oggi è una normale giornata di lavoro e le prime riunioni di redazione sono state tranquille. Posso solo dire che siamo stati sommersi dalle testimonianze d'affetto e solidarietà dei nostri lettori e che manterremo uno stile molto sobrio».

Poi, di fatto, è chiaro che invece in redazione si continua a parlare. Affare interno della Chiesa le dimissioni di Boffo? «Mandare un titolo a tutta pagina definendo il nostro direttore un supermoralista — ha commentato un giornalista del quotidiano della Cei — avrà pure avuto un significato ». E il clima, in ogni caso, è quello di una redazione che questa storia ha compattato anche laddove in passato nei confronti del direttore — o da parte sua — ci fossero stati screzi, o incomprensioni professionali, o scontri anche duri: «Questa vicenda è passata sopra alle nostre teste — ha detto una collega— e ora non resta che continuare a lavorare cercando di svolgere il nostro compito al meglio».

Nicoletta Martinelli, del Comitato di redazione, tiene a ricordare che «tutto è nato solo dalla risposta di Boffo ad alcune lettere dei lettori sulla vicenda Berlusconi. Nessuna guerra contro nessuno. Il direttore ci ha raccomandato di proseguire con la stessa serietà e onestà intellettuale di sempre ». A margine del caso Boffo, e più che di Boffo, c’è intanto qualcuno che ricomincia a parlare di Berlusconi: «Fa davvero effetto—dice il presidente dei senatori pd Anna Finocchiaro — leggere le battute odierne del presidente del Consiglio contro i giornalisti. Si tratta di affermazioni al limite del ridicolo, che però, in queste ore mettono paura».

Nessuna notizia, per ora, sulla durata dell'interim di Tarquinio. Tra i nominativi avanzati per la sostituzione di Boffo anche quello di Roberto Fontolan, fino al gennaio 2006 direttore del Velino.

P. F.

Tutti quelli che urlano al "regime" ma sono stipendiati dal Cavaliere

di Angelo Crespi


Immaginate che i più feroci e fieri oppositori del fascismo fossero stati al contempo gli intellettuali più vezzeggiati e pagati dallo stesso regime. Immaginate, per esempio, che i contestatori del Duce non fossero stati messi al confino, su qualche remota isola, in galera o costretti all’esilio, in Francia e Svizzera, ma mantenuti pubblicamente dal Minculpop e omaggiati con importanti collaborazioni alle riviste del partito. Immaginate Gramsci non in carcere, ma editorialista di punta di Primato. La cosa sarebbe sembrata quantomeno bizzarra.

Un po’ quello che, si parva licet... , succede oggi. Suona infatti strano che alcuni tra gli scrittori e uomini di spettacolo (Saviano, Giordano, Augias, Lucarelli, Bisio, Aldo, Giovanni e Giacomo... ) che hanno firmato l’appello di Repubblica contro Berlusconi e in difesa della libertà di stampa e di pensiero siano in realtà pagati o lautamente pagati dalle aziende proprio di Berlusconi.
Il paragone tra oggi e il Ventennio potrebbe sembrare azzardato. Ma non lo è, perché i toni usati dagli estensori dell’appello - tre esimi giuristi come Franco Cordero, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky - dopo la decisione del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di denunciare Repubblica sono definitivi.

Nell’appello si spiega che sarebbe in essere «un tentativo di ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l’opinione pubblica, di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni, in definitiva di fare del nostro Paese un’eccezione della democrazia». Aggiungendo poi un esplicito richiamo alla degenerazione dell’informazione sotto i regimi illiberali e antidemocratici del secolo scorso.

Proviamo dunque a riflettere per trarne le conseguenze logiche. Partiamo dall’assunto di Repubblica. Oggi, vivremmo in una sorta di secondo fascismo videocratico nel quale al posto del manganello si usa la televisione e si tenta di silenziare la stampa nemica per mezzo della magistratura. Al che, trovare in calce la firma per esempio di Roberto Saviano e di Paolo Giordano o di Claudio Bisio fa un certo effetto.

Saviano è lo scrittore di punta di Mondadori, Giordano l’enfant prodige di Segrate. Il primo è stato tradotto in tutto il mondo e ha venduto milioni di copie, il secondo è stato il caso editoriale della scorsa stagione. Bisio è, tanto per dire, uno dei volti più noti di Canale 5. Tutti e tre, in misure diverse, stimiamo stando ai normali valori di mercato di editoria e televisione, hanno spuntato contratti favolosi e per la loro bravura di vendere libri o attirare spettatori incassato stipendi milionari. Grazie a loro Mondadori e Mediaset hanno avuto introiti che di quegli stipendi sono multipli, e grazie anche a loro sono di fatto la casa editrice e la televisione più importanti d’Italia. Grazie anche a loro, Berlusconi è ricco e potente.

Fin qui il ragionamento non fa una piega. Facciamo un ulteriore passo. Sbagliano Mondadori e Canale5 a contrattualizzarli? No, non fanno male. E contrariamente a quello che ho scritto in passato, credo che questa sia la riprova, non tanto che Mondadori e Mediaset sono culturalmente succubi dell’egemonia di sinistra, quanto che esse sono un esempio di cultura liberale e del prevalere degli interessi di mercato rispetto alle ideologie. Essendo la cultura un prodotto (anche se questo pensiero è checché se ne dica frutto bacato del marxismo) allora non importa il colore, basta che si venda.
Facciamone un altro.

Si potrebbe allora dedurre che Saviano, Giordano e Bisio, pecchino di incoerenza. Prendono soldi e fama da chi poi criticano, odiano, dileggiano, e che dunque per coerenza dovrebbero scrivere e televisionare altrove. D’altronde, nonostante i toni apodittici di Repubblica, in Italia esiste ancora la democrazia e mezzi di informazione non ascrivibili al regime. Saviano, Giordano e Bisio potrebbero benissimo, se lo volessero, lavorare per altri gruppi ugualmente importanti e dello stesso livello, Rizzoli per esempio o Sky.

Ma non vogliamo dire neppure questo. In modo limpido i tre potrebbero obiettare che proprio la libertà e la democrazia permettono loro di lavorare e criticare il datore di lavoro. Arricchirsi a spese del «dittatore» e farlo ricco. Addirittura, come spiegava Pasolini, potrebbero giustamente replicare che il mondo è questo, e che l’intellettuale migliore smonta il potere dall’interno. E noi in parte siamo d’accordo. È giusto che Saviano, Giordano e Bisio si arricchiscano e di fatto abbiano un potere e un autorevolezza nel mondo della cultura e massmediatico e che con loro cresca la ricchezza di Berlusconi e il suo potere. Anzi questo dimostra che siamo in democrazia, c’è piena libertà, Berlusconi è insomma un mecenate.

Ma se così non fosse, e per un attimo dessimo credito all’assunto di Repubblica, cioè che in Italia c’è un pericolo di slittamento verso un regime illiberale e che Berlusconi è di fatto una sorta di dittatore, allora dall’assioma principale procederebbe un ragionamento, pur sempre logico, ma diverso. Saviano, Giordano e Bisio sono fiancheggiatori del regime, di fatto collaborazionisti come i grandi Céline e Drieu La Rochelle, ovvero intellettuali che di facciata si dicono contro il regime ma che di fatto ne potenziano il potere. Anzi potrebbero persino essere scambiati per spie di Berlusconi. Ancora si mormora dei tanti pensatori che nel Ventennio si professavano comunisti pur essendo al soldo dell’Ovra.

Se davvero sono convinti di quanto firmano, Saviano, Giordano e Bisio - lo ripetiamo - potrebbero stare, con un po’ di coraggio e senza troppi disagi, al confino di Rizzoli o in esilio a Sky.Cercando di chiudere il sillogismo senza salti logici, possiamo dire applicando il principio di non contraddizione: la firma di Saviano, Giordano, Bisio in calce all’appello di Repubblica dimostra che Berlusconi è un liberale; l’appello di Repubblica è inficiato proprio dalla firma di Saviano, Giordano e Bisio che in virtù della loro coerenza e libertà (lavorare al soldo di chi criticano) dimostrano l’assenza di regime e la libertà di pensiero.

Oppure che essi sono dei fiancheggiatori. Tertium non datur. Altre deduzioni logiche non sembrano esserci. Ed è per questo che Cordero, Rodotà, Zagrebelsky, se convinti veramente del loro assioma, avrebbero dovuto sdegnosamente non accettare la firma di Saviano, Giordano e Bisio. Non credo che Gramsci avrebbe accettato il sostegno di Pavolini, Togliatti quello di Bottai.

In appendice mi piacerebbe chiedere a Cordero, Rodotà, Zagrebelsky, al di là dell’opportunità politica, come Berlusconi possa difendere la propria immagine e se appellarsi a un tribunale sia un atto illiberale e di intimidazione. Un antico brocardo insegna che «qui iure suo utitur neminem laedit».