domenica 6 settembre 2009

Berlusconi alla Tv tunisina: «Casa e lavoro a chi viene in Italia...»

L'Unità


Il video trovato, sottotitolato e reso disponibile dal blogger Daniele Sensi. Berlusconi alla Tv tunisina: "Il nostro paese ha il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con totale apertura di cuore, e di dare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli e la possibilità di un benessere che significa anche la salute...".

Video

Nessuna nuova patria per i «resistenti» Il Canada rispedisce in Usa i disertori

Corriere della Sera

di  Ettore Mo

220 soldati americani che chiedono ad Ottawa la residenza permanente

 

Fioccano gli ordini di espulsione per i militari fuggiti dalla guerra in Iraq. Ma il premier Harper dice no

Chi sono i «resistenti



TORONTO — Quando finiscono, le guerre lascia­no ferite profonde nel cuore di chi le ha combat­tute ma anche di tutti co­loro che non siano stati di­rettamente coinvolti: que­sto è certamente il caso della «dannata» guerra dell’Iraq che secondo il presidente Barack Obama non sarebbe mai do­vuta cominciare e la cui conclusione non ha po­sto fine alle sofferenze. Tra le vittime — come ricordato la settimana scorsa sul Corriere — qualche centinaio di disertori americani che hanno scelto il Canada come esilio permanente e giurato a se stessi che non avrebbero mai più rimesso piede negli Stati Uniti.

Da qualche anno Toronto è conosciuta come «Resisterville», o città dei Resistenti, perché qui sono concentrati oltre 200 soldati america­ni che, arruolati nell’esercito, nell’aviazione e nella marina, si sono rifiutati di andare a com­battere in Iraq o hanno abbandonato i propri re­parti già schierati in zona di combattimento. Quale miglior rifugio del Canada che negli anni Settanta diede ospitalità a più di 50 mila milita­ri yankee in fuga dal Vietnam? L’accoglimento, oggi, dei disertori americani è più che legitti­mo, sostiene l’opinione pubblica canadese, dal momento che la situazione non è diversa da quella di circa quarant’anni fa: «Il Canada — av­verte Olivia Chow, del partito dei Nuovi Demo­cratici — ha deciso di non prendere parte alla guerra dell’Iraq come allora aveva deciso di non combattere in Vietnam».

Glissa Manning, celebre avvocatessa che da anni difende i disertori, qui eufemisticamente definiti Resisters (resistenti, alla guerra) e da mesi combatte a spada tratta per Kimberly Rive­ra, 27 anni, la prima soldatessa americana accu­sata di diserzione e sulla quale è già stato spicca­to un ordine di deportazione, si prodiga per far capire le non lievi differenze tra i due Paesi ri­spetto al coinvolgimento bellico: «Per il Viet­nam — spiega — c’era l’arruolamento obbliga­torio. Arrivava la cartolina precetto e dovevi presentarti al Comando: mentre l’esercito ame­ricano in Iraq è costituito in gran parte da vo­lontari che confluiscono per motivi economici o ideali. Solo che molti di loro, disgustati dalle nefandezze commesse in Iraq dai soldati ameri­cani, hanno abbandonato il campo senza abban­donare il Paese. È stato un problema di coscien­za. Non si poteva più a lungo tollerare la conti­nua violazione dei più elementari diritti uma­ni » .

Nessuno degli ex soldati americani incontra­ti a Toronto ha mai fatto riferimento alla guerra in Afghanistan (anche se due di loro hanno combattuto contro i talebani sulle alture di Gar­dez e Khost) indicandola come uno dei motivi della propria diserzione: 

«I problemi da noi sol­levati davanti al Tribunale Federale per cause di deportazione — chiarisce l’avvocato Jeffry Hou­se, infaticabile paladino dei resistenti — riguar­da solo ed esclusivamente l’Iraq. Non ci siamo mai occupati dell’Afghanistan, impegnato in una guerra che gode dell’approvazione delle Na­zioni Unite». Gli fa eco il tenente Ehren Watada (U.S. Army) che dovendo scegliere tra la prigio­ne e una trincea nel deserto iracheno preferisce decisamente la prima: mentre sarebbe disposto a partire anche subito per l’Afghanistan dove si combatte «una guerra giusta».

Atteggiamento considerato ambiguo e incoe­rente da quanti ritengono che l’obiettore di co­scienza deve opporsi, per principio, ad ogni conflitto armato e non può permettersi il lusso di discriminare tra una guerra «giusta» e una «sbagliata». Ma il problema attuale in Canada è la battaglia ingaggiata dagli elementi più risolu­ti della piccola «legione straniera» dei disertori per ottenere quanto prima dal governo di Ot­tawa una risposta positiva alla loro richiesta di «residenza permanente» nel Paese, sfuggendo così all’ordine di deportazione che dal luglio 2008 ha già fatto numerose vittime.

Come narra efficacemente Joshua Key nel suo libroRacconto di un disertore , i soldati che sconfinano in Canada per sfuggire alla guerra trovano subito una calorosa accoglienza e un primo, sostanziale aiuto presso il War Resi­sters Support Campaign che semplificando tra­duco succintamente in «Resistenti alla guerra», un gruppo di volontari che si è costituito a To­ronto. «Essi — scrive Joshua rifacendosi alle proprie esperienze — hanno aiutato una trenti­na di disertori che, come me, tentavano di con­seguire lo status del profugo o del rifugiato poli­tico in Canada. E hanno pure sfamato me e la mia famiglia (4 figli) per alcuni mesi dopo il no­stro arrivo».

Ora i Resistenti hanno uffici in dodici città canadesi e migliaia di sostenitori in ogni parte del Paese. Li abbiamo visti al lavoro a St. Catha­rines, ventosa località sulla sponda del lago On­tario, dove quel giorno è passato, in visita-lam­po, il premier Stephen Harper. La rappresentan­za dei War Resisters era piuttosto scarsa, pochi ragazzi e ragazze che indossavano magliette con su scritto «Non deportate i Resistenti» o inalberavano cartelli e striscioni con cui l’autori­tà veniva bruscamente esortata a «smetterla» con le deportazioni. Mentre una quindicenne, venuta apposta da Ottawa, esibiva sulla t-shirt un bellicoso messaggio che chiedeva «fine im­mediata » della strage delle foche.

Il fenomeno della diserzione è cominciato do­po l’invasione dell’Iraq: su questo sembrano concordare tutti, politici e militari. «Molti dei nostri soldati che s’erano arruolati prima — fa notare Michelle Rubidoux, portavoce dei War Resisters — contavano di rimanere nell’eserci­to e rispettare la clausola del contratto, che di solito li impegnava per quattro anni. Poi ci fu il patatrac. Si scoprì che i vertici militari avevano sfornato un sacco di menzogne. Delle armi di distruzione di massa strombazzate dalla propa­ganda, neanche l’ombra. Infine venne alla luce la vicenda sul comportamento dei soldati ameri­cani in Iraq. Ignobili. Tu che hai appena intervi­stato una dozzina di reduci dalle sponde dell’Eu­frate sai di cosa parlo».

Come tanti giovani che ave­vano scelto la carriera milita­re, Joshua Key credeva alle ra­gioni scodellate dal presidente George W. Bush nel marzo 2003 per giustificare il suo in­tervento contro Saddam Hus­sein: ma la testimonianza del suo rientro a casa dall’Iraq è ag­ghiacciante. È ridotto a uno straccio. Non dorme, ha degli incubi, fa dei sogni orrendi che le pillole non riescono ad allontanare. Un momento pian­ge e subito dopo si mette a urlare. Vive giornate d’angoscia. È colto anche dalla paura che, di punto in bianco, i canadesi gli di­cano di far fagotto e andarsene. «Avessi una qualsiasi possibilità di scelta — lascia scritto in qualcosa che somiglia a un testamento — non rimetterei più piede negli Stati Uniti. Ho perso il mio Paese e il mio Paese ha perso me. Potrei rivedere questa posizione solo nel caso che gli Stati Uniti mandassero sotto processo l’ex presi­dente Bush e tutti gli ufficiali responsabili di aver mandato il nostro esercito in Iraq».

La scelta del Canada come rifugio per la mag­gior parte dei disertori americani è dipesa so­prattutto dal fatto di non aver alcuna difficoltà con la lingua, cosa che ha consentito una rapida integrazione con la comunità locale, a Toronto come nel Nord-Est: ciò che non sarebbe avvenu­to se si fossero riversati nel pur vicino Messico, così diverso per idioma e cultura. È sempre az­zardato e rischioso parlare di «nuova patria» ma come sembra evidente molti di loro hanno affondato in fretta le proprie radici in Canada, allontanando sempre più la prospettiva e la pro­babilità di un ritorno a casa. Hic manebimus op­time dicevano i centurioni di Cesare dopo esser­si assestati comodamente nelle capanne e sulle brande dei Galli.

Negli anni Sessanta-Settanta almeno 50 mila americani si rifugiarono in Canada per evitare di essere chiamati sotto le armi. E benché nel 1977 il presidente Jimmy Carter avesse offerto l’amnistia ai disertori, più di un terzo di loro non fece ritorno negli States. In questo momen­to, mentre il Governo conservatore di Stephen Harper (Centro-destra) si attiene alla linea dura (deportazione), il 64 per cento della popolazio­ne è favorevole alla richiesta di «residenza per­manente » avanzata dall’avanguardia dei Resi­stenti- Disertori. Ma neanche la (sommessa) ammissione di Barack Obama che, riferendosi all’Iraq, conti­nua a parlare di «dumb war», una guerra «stupi­da » e decisa «in fretta», e la denuncia dei falsi allarmi sulle armi di distruzione di massa e sul­l’alleanza fra i terroristi di Al Qaeda e il regime di Bagdad so­no riuscite ad «ammorbidire» il premier Harper, rimasto irre­movibile nella sua condanna ai disertori.

Atteggiamento che ha finito col rafforzare la posizione del ministro dell’Immigrazione Ja­son Kenney, da sempre convin­to che i War Resisters non so­no «autentici profughi o rifu­giati politici come intendono far credere» e «non subiscono affatto persecuzioni nei loro Paesi». Affermazione smentita dalle cronache più re­centi da cui risulta ad esempio che Robin Long, 25 anni, accusato di diserzione, è stato deporta­to negli Stati Uniti, dove sta scontando 15 mesi d’isolamento in un remoto accampamento mili­tare. Undici mesi sono stati invece inflitti, per lo stesso reato, a Cliff Cornel mentre altri giova­ni Resistenti campano alla giornata e girano guardinghi per le strade, sempre tallonati dai militari che hanno l’ordine di deportazione in tasca.

A Toronto, i giudici canadesi si rifiutano di affrontare in Tribunale i processi contro i diser­tori, cominciati nel 2004. E Jeffry House non esi­ta a svelarne le ragioni: «Essi ritengono — spie­ga il legale dei War Resisters — che non sia lo­ro compito intervenire, dal momento che non si tratta di un’azione giuridica, destinata ad esa­minare caso per caso, ma di un processo essen­zialmente politico che riguarda, appunto, la po­litica estera degli Stati Uniti. La sola nostra spe­ranza è un riesame della situazione da parte del Governo Federale nei suoi rapporti con la Casa Bianca».

Nella sua aspra requisitoria, l’ex combattente Joshua Key dedica ampio spazio alla propagan­da americana e al suo tentativo di demonizzare e demolire gli iracheni, che «non sono uomini» ma semplicemente «sand niggers», negri di sab­bia. Gente che non ha niente in comune con il genere umano, dal momento che «tutti i musul­mani sono terroristi e tutti i terroristi sono mu­sulmani » . Bisogna dunque eliminarli: questo è il mes­saggio di pace che i soldati yankee , addestrati ed educati in caserma nello spirito della concor­dia universale, portano nelle giberne volando verso Bagdad. Chi si augurava, come milioni di pacifisti in tutto il mondo, che George W. Bush finisse in prigione, schiacciato dalle proprie re­sponsabilità, è rimasto deluso. Insieme a Jo­shua, sono in molti a chiedersi ora quale potreb­be essere la reazione dei Padri Fondatori di fron­te allo spettacolo odierno della loro America. Sgomento è forse la parola giusta.

D'Alema, lo "smemorato di Gallipoli" Forattini: i censori stanno a sinistra

Il Tempo

Davide Giacalone

Perdere la memoria è una brutta cosa, che a Massimo D’Alema è capitata due volte nel corso di una sola intervista (al Corriere della Sera di ieri).



E per essere ancora più precisi, lo fece senza querelare Repubblica, giornale che aveva ospitato la vignetta incriminata, ma chiedendo a quel vignettista, personalmente, tre miliardi di lire. Un atto, pertanto, diretto a colpire la persona, da sola. Appurata la bugia, o, a esser buoni, l'amnesia selettiva, veniamo al presunto principio: perché mai un presidente del Consiglio non dovrebbe querelare? Ho una risposta generale: perché è inutile.

Nel caso di Berlusconi ho anche una risposta specifica: perché perderà la causa e passeremo settimane a parlare dell'onere della prova circa la potenza virile. Ma che sia un principio del diritto, questo sta solo nella testa di D'Alema e di tanti conformistelli. Il capo del potere esecutivo, in Italia, non ha alcun potere sulla magistratura, non può in alcun modo influenzare né le indagini né l'eventuale processo. Se si sente offeso, se ritiene d'avere subìto un danno, che altro dovrebbe fare, se non rivolgersi ad un giudice? Il quale deciderà. Il problema politico e istituzionale esiste, ma non riguarda i governanti, bensì i magistrati, che, quando querelano, chiamano un collega a

Egli ha sostenuto, ed è la prima smemoratezza, che quando divenne presidente del Consiglio rimise tutte le querele, rimproverando Berlusconi in virtù d’un presunto principio generale: il capo del governo non querela. Già, peccato che anche D’Alema, da Palazzo Chigi, querelò. Per la precisione Giorgio Forattini.
 
E per essere ancora più precisi, lo fece senza querelare Repubblica, giornale che aveva ospitato la vignetta incriminata, ma chiedendo a quel vignettista, personalmente, tre miliardi di lire. Un atto, pertanto, diretto a colpire la persona, da sola. Appurata la bugia, o, a esser buoni, l'amnesia selettiva, veniamo al presunto principio: perché mai un presidente del Consiglio non dovrebbe querelare? Ho una risposta generale: perché è inutile.

Nel caso di Berlusconi ho anche una risposta specifica: perché perderà la causa e passeremo settimane a parlare dell'onere della prova circa la potenza virile. Ma che sia un principio del diritto, questo sta solo nella testa di D'Alema e di tanti conformistelli. Il capo del potere esecutivo, in Italia, non ha alcun potere sulla magistratura, non può in alcun modo influenzare né le indagini né l'eventuale processo.

Se si sente offeso, se ritiene d'avere subìto un danno, che altro dovrebbe fare, se non rivolgersi ad un giudice? Il quale deciderà. Il problema politico e istituzionale esiste, ma non riguarda i governanti, bensì i magistrati, che, quando querelano, chiamano un collega a stabilire chi ha ragione, quasi sempre sostenendo essere stato offeso l'onore togato, vale a dire quel che li accomuna al giudicante. Brutta faccenda.

D'Alema aggiunge un ulteriore argomento, ed è la seconda smemoratezza, per stigmatizzare la posizione di Berlusconi: in tutto il mondo sono i giornali che controllano il potere, non viceversa. Qualcuno lo soccorra, con il fosforo e con il ricordo della commissione parlamentare di vigilanza. Da noi la Rai è controllata, appunto, da una commissine bicamerale. È la politica che controlla la televisione. Non lo sapeva? Andiamogli incontro: questo capita grazie alle posizioni assunte dal suo partito (nel tempo e passando per vari nomi).

L'accordo spartitorio, che coinvolgeva anche gli altri partiti, volle proprio quello che al D'Alema odierno sembra mostruosamente irragionevole ed antidemocratico. Risolvere il problema della Rai sarebbe semplice, cedendola al mercato e facendola finita con la televisione di Stato, in modo da restaurare la regola aurea. Ma D'Alema, quando si ricorda d'occuparsene, è contrario, meno propenso a prendere esempio dal mondo.

Oh, se poi volesse fare una cura della memoria, ce lo dica. Siamo pronti a pubblicare, a puntate, la storia della privatizzazione di Telecom Italia, e del ruolo che lui ebbe, da presidente del Consiglio. Gli sarebbe utile per rammentare tanti amici e capitani coraggiosi, che ancora devono essergli grati per la manna che fece piovere sulle loro teste. www.davidegiacalone.it

Minacce al Giornale: dovete aver paura di andare in giro

di Sabrina Cottone

Milano - Probabilmente non si rende conto di quel che dice e forse è davvero convinto di essere «non violento» come si dipinge sul suo sito. Ma Piero Ricca, di professione castigatore dei potenti per strada e su internet, armato di megafono al centro di piazza Cordusio, scaglia parole come pietre. Contro il direttore del «giornalaccio peggiore d’Europa», Vittorio Feltri, che «deve avere paura, paura di girare in questa città, paura e vergogna, perché se li deve sudare i milioni di euro che guadagna». Intona e fa intonare un coro ai suoi pochi ma obbedienti seguaci: «Vergogna, vergogna, suprema vergogna». Siamo al centro di Milano, a due passi dal Giornale. Ricca, il cui pezzo forte nel curriculum da «giornalista free lance» (come lui si definisce) è l’aver accolto Silvio Berlusconi davanti palazzo di Giustizia gridandogli «fatti processare, buffone», avrebbe voluto manifestare sotto la sede di via Negri, ma la questura gli ha negato il permesso perché è «un periodo particolare» e la redazione è «un obiettivo sensibile». Tre camionette dei carabinieri, una della polizia, agenti in borghese e in divisa sono schierati per evitare incidenti. «Contro il giornalismo spazzatura portatevi una buona scorta di uova marce, per una volta niente va riciclato, tutto va incenerito» era uno dei messaggi presenti sotto l’annuncio del presidio «contro il regime mediatico e contro il giornalismo squadrista» rilanciato dal sito. Ce n’è per tutti. I giornalisti del Giornale (inclusa la sottoscritta, invitata a prendere il megafono per difendersi nel processo pubblico di piazza) sono «gli schiavi di via Negri che forse hanno dimenticato di vergognarsi e hanno messo il pudore in frigorifero», anzi non meritano neppure la qualifica di giornalisti, perché «non si può essere giornalisti e dipendenti del premier, è un ossimoro». Indro Montanelli, fondatore del Giornale, finisce pure lui sul banco degli imputati, sia pure con l’attenuante che c’è di peggio: «Siamo costretti a difendere la memoria di Montanelli, personaggio che per molti aspetti non posso ricordare con apprezzamento, ma in confronto a Vittorio Feltri...». Montanelli, oggetto di critiche e attacchi di ogni genere, fu gambizzato dalle Brigate rosse nel 1977 con l’accusa di essere «servo delle multinazionali». Forse Ricca cambierà idea anche su Feltri, ma per il momento gli spara addosso a palle incatenate: «Servo del regime, uomo di fango dell’informazione, freddo, cinico, privo di scrupoli, messo lì per intimidire». Addirittura pericoloso per la sicurezza: «Chi mette a repentaglio l’ordine pubblico, noi o i teppisti agli ordini di Berlusconi tra cui c’è lui?». Se la prende con i poliziotti, «che hanno nomi come Manganelli e Fucili, che dicono tutto, e faccio i nomi perché il potere non deve essere anonimo». Antonio Manganelli è il capo della polizia, Fabrizio Fucili il responsabile dell’ordine pubblico dell’ufficio di gabinetto della questura di Milano, responsabile secondo Ricca di non aver autorizzato la manifestazione sotto le finestre del Giornale ma solo in piazza Cordusio. Gli attacchi peggiori li riserva ai passanti, che filano via dopo un’occhiata ai cartelli gialli con slogan contro Vittorio Feltri e Silvio Berlusconi. Nonostante il palcoscenico e la folla da shopping del sabato pomeriggio, si fermano in pochissimi, poche decine. Ricca sbraita al microfono contro chi non la pensa come lui: «Mononeuronali, che realtà di m..., scusate la parola, non è colpa loro ma del Grande Fratello e di Maria De Filippi». Riprende un attimo fiato, poi riparte: «Feltri, Ferrara, Minzolini, esecutori di regime»...

Avvenire, il direttore a tempo diventato un eroe della sinistra

di Salvatore Tramontano


Vero è che morto un Papa se ne fa un altro, ma è vero anche che l’eroe ad interim che sostituisce il martire licenzioso ha qualcosa di buffo, di grottesco e forse anche di inaccettabile. Eppure da ieri la sinistra, i vescovi, e i ragazzi di don Ciotti hanno un nuovo eroe prêt-à-porter da celebrare: Marco Tarquinio, fino ad oggi sconosciuto personaggio mediatico e oggi direttore ad interim dell’Avvenire.

E allora siamo tutti Tarquinio, come ieri eravamo tutti Boffo, come l’altro ieri eravamo tutti Saviano.
Ma cosa ha scritto Marco Tarquinio? Che se il suo direttore si è dimesso è perché le «cannonate di menzogne» contro Dino Boffo sono state amplificate, con uno spazio «irrimediabilmente insultante» dall’informazione televisiva pubblica e privata, dando uno spazio dilagante a Feltri e company. «Un’autentica video-indecenza» conclude il direttore ad interim.

Ma su quali televisioni sono sintonizzati all’Avvenire? Quella che trasmette sempre la solita replica: tutta la televisione è controllata da Berlusconi? Ma basta pronunciare la parola televisione ed è come evocare il sangue per un vampiro, certi pensatori si eccitano, si emozionano, si convincono. Peccato che la realtà sia un’altra. Mentre emergevano certezze, su una storia poco edificante, sul piccolo schermo quasi nessuno entrava nel merito della vicenda. Anzi, come ricorda Vittorio Feltri «da una settimana mi insultano tre volte al giorno, tra vescovi, vicevescovi e parroci».

I nemici dei miei nemici sono miei amici e dunque come per incanto tutti si sono dimenticati di quando Boffo veniva considerato un portavoce delle gerarchie ecclesiastiche, un omofobo nemico dei gay. Sarebbe una storia quasi da non prendere in considerazione se questa gloria passeggera del prode Tarquinio non fosse la ripetizione di un cliché logoro, l’anticamera di una nuova delusione.
Sin dai tempi di Indro Montanelli gli antiberlusconiani cercano nei loro ex nemici un campione che possa battere il soggetto delle loro ossessioni. L’hanno cercato prima nell’ex direttore de il Giornale, fino al paradosso degli applausi della festa dell’Unità.

Osannato dagli stessi che avevano festeggiato quando fu gambizzato dalle Brigate rosse. In tempi più recenti si arrivò a invitare un’intera categoria, quella dei giornalisti, a scioperare. Per cosa? Per la cacciata di Ferruccio de Bortoli dalle direzione del Corriere della Sera. E chi era il responsabile di questo nuovo martirio mediatico e creato un eroe della libertà di stampa? Ovviamente lui, Silvio Berlusconi. E così tutti in piazza per Ferruccio, le redazioni vengono inondate da agenzie di «Articolo 21» gli stessi che oggi inneggiano a Marco Tarquinio, e poi quando Ferruccio de Bortoli ritorna al Corriere, con Berlusconi premier il teorema si sgretola e si mostra inconsistente.

È molto difficile per gli antiberlusconiani separare la mitologia dalla realtà, che il Cavaliere decida ogni cosa, quando magari gli azionisti del Corriere seguono logiche che con i desideri del premier non c’entrano nulla.

E ora, dopo aver assistito alla canonizzazione di Indro Montanelli, alla cheguevarizzazione di Ferruccio de Bortoli, entra in scena un altro eroe di giornata, un altro mito usa e getta. Per questo appare appropriato l’invito del segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata: «I cattolici italiani non cadano in una sindrome da assedio». Raccomandazione di cui dovrebbe tener conto il direttore ad interim di Avvenire. In questo mercato di simboli, l’unica cosa chiara è che c’è un grande vuoto di idee e di figure solide.

Perdonateli perché non sanno quello che fanno.

Pugliagate: amicizie, poltrone, parcelle d’oro La scalata dell’avvocatessa sexy

di Stefano Filippi

nostro inviato a Bari

La descrivono «bella, mora e con le curve al posto giusto». Un’avvocatessa appariscente e disinvolta, quello che serve per fare colpo in tribunale se non hai tutti i numeri per sfondare puntando soltanto sulle capacità lavorative. S.P., 36 anni, della provincia di Lecce, forse carente di autostima professionale ma sicura di sé quando si è trattato di sfoderare le doti femminili, ha scelto una scorciatoia per lavorare, la via più breve, antica quanto il mondo. Si è infilata nel letto giusto. Così almeno risulterebbe dalle intercettazioni raccolte dagli inquirenti di Bari.
Il letto giusto sarebbe quello di un ex assessore della Regione Puglia chiacchieratissimo negli ultimi mesi, da quando cioè le inchieste sulla tangentopoli nella sanità pugliese sono entrate nel vivo. Un uomo di sinistra che ama le donne almeno quanto il potere, una passione nota a Giampaolo Tarantini che gli metteva a disposizione le ragazze e pure l’appartamento. Ora però questo politico è fuori dai giochi, estromesso lo scorso luglio dal governatore Nichi Vendola assieme ad altri quattro assessori sfiduciati e sostituiti.
Tra l’assessore e l’avvocatessa non sarebbe stata solo una faccenda di sesso. La storia sentimentale ormai è chiusa da tempo, ma a lei è servita anche per introdursi negli ambienti giusti, molto vicini alla sinistra che governa la Puglia dal 2005. L’iscrizione all’albo professionale era giunta un po’ tardiva, dopo i 30 anni, e bisognava recuperare il tempo perduto. E il riscatto si è concretizzato nell’inserimento in uno dei più affermati studi legali di Lecce, il cui titolare è stato esponente di spicco del Pds locale, grande amico di Massimo D’Alema, oltre che difensore di un imprenditore molto vicino all’ex premier coinvolto nelle inchieste baresi.
Da questo snodo cruciale S.P. ha conosciuto tutti i politici al vertice dei Ds pugliesi prima, e del Pd poi. Di alcuni è diventata anche amica, di uno in particolare. Nel 2005, miracolosamente, aveva ottenuto l’assunzione diretta all’Acquedotto pugliese grazie ai buoni uffici dell’amico che intervenne presso l’allora amministratore unico Francesco Divella (futuro parlamentare Pdl). Contratto di un anno, in tutto ne furono firmati 35. Sembra che la prospettiva fosse quella di aprire una rappresentanza legale dell’Acquedotto a Lecce, e di piazzare lì la giovane professionista, proprio nella sua città. Ma la sede salentina non è mai stata aperta perché si decise che quella di Bari bastava e avanzava.
All’epoca l’assunzione fece scalpore. Il 23 luglio 2005 il Corriere del Mezzogiorno intervistò l’allora assessore regionale sponsor di S.P. Domanda: ha segnalato o no qualche nome tra le persone di recente assunte all’Acquedotto? Risposta: «Non rispondo a una domanda del genere». Domanda: lei non fa che alimentare i dubbi, le indiscrezioni sui nomi da lei segnalati convergono su S.P. Risposta: «Questo è un modo infame di fare giornalismo. Lo scriva».
Scaduto quel contratto, per la giovane avvocatessa si sono spalancate le porte della Regione che le ha concesso svariate consulenze professionali. Piccoli casi, come quello ottenuto lo scorso agosto per seguire il ricorso in appello per un incidente stradale accaduto a Gallipoli. Ma anche incarichi di maggiore peso (e adeguata remunerazione). Come ha rivelato la Gazzetta del Mezzogiorno, dai tabulati pubblicati per la legge sulla trasparenza si è appreso che S.P. ha ricevuto una consulenza da 30.622 euro dall’Azienda sanitaria di Lecce. Questo co.co.co, in scadenza il 19 ottobre prossimo, impegna l’avvocatessa nelle «attività relative allo studio ed al controllo del rischio clinico». È un’iniziativa organizzata e finanziata dall’Agenzia regionale della sanità, per la quale l’Asl sceglie chi vuole. La delibera (numero 1568) è stata firmata il 3 ottobre 2008 dal direttore generale dell’Asl di Lecce, il mandato dura un anno.
La giunta Vendola le ha poi assegnato altre pratiche legali, in quanto S.P. figura nella lista dei consulenti abilitati. A parte il mandato a difendere l’ente locale per l’incidente di Gallipoli, il 30 settembre dell’anno scorso è stata incaricata di occuparsi di una causa di lavoro di fronte al Tribunale di Lecce. Deve rappresentare la Regione contro la quale si sono rivolti sei ex dipendenti. Il valore del contenzioso non è determinato, ma la parcella dovrebbe essere piuttosto consistente, in quanto i legali generalmente vengono retribuiti in proporzione al valore della causa.

Scarcerati grazie al Dna diventano milionari

di Redazione



New York - Scagionati e milionari grazie a una legge del Texas: dopo esser stati esonerati dai reati commessi grazie al test del Dna, una quarantina di ex detenuti incasseranno centinaia di migliaia e in alcuni casi milioni di dollari per esser stati imprigionati ingiustamente. Stephen Phillips, uno di loro, sta per incassare quasi due milioni di dollari per esser stato imprigionato senza colpa per circa 24 anni. Thomas McGowan, un altro nelle sue condizioni, porterà a casa 1,8 milioni dopo 23 anni di ingiusta galera, un periodo che adesso descrive come una forma di "schiavitu" e "un inferno".

La legge, battezzata in onore di Tim Cole, uno studente del Texas Tech morto in carcere dopo una condanna a 25 anni per un reato che non aveva commesso e riabilitato dopo la morte, entrerà in vigore la prossima settimana: prevede che per ogni anno passato ingiustamente in galera l’ex detenuto sia compensato con 80 mila dollari. Il risarcimento include anche una pensione compresa tra i 40 e i 50 mila dollari all’anno per tutto il resto della vita da liberi, più una serie di servizi sociali come corsi di qualificazione professionale, accesso agevolato al college e facilitazioni per ottenere la mutua. Phillips, che ha cominciato a studiare all’università, è stato scagionato l’anno scorso grazie al test del Dna da accuse di stupro e rapine mai commesse.

Per McGowan, 50 anni, condannato per lo stesso motivo e esonerato l’anno scorso, il pagamento dovrebbe arrivare a metà novembre dopo un periodo di 45 giorni per le pratiche burocratiche. Altri 27 stati americani hanno analoghe forme di risarcimento ma la nuova legge fa del Texas, draconiano nell’applicazione della pena di morte, lo stato più generoso quando la giustizia ammette di aver sbagliato. 

Secondo l’Innocence Project, un centro di studi indipendente a New York specializato in condanne sbagliate, Phillips è uno di 38 detenuti texani scagionati grazie al test del Dna: il compenso maggiore andrà a James Woodward che ha passato dietro le sbarre 27 anni per un omicidio del 1980 che, in base alla prova del Dna, non aveva commesso: potrebbe ricevere quasi 2,2 milioni di dollari una volta ricevuto il certificato di innocenza da parte della Corte d’Appello o del governatore.

Il marine morente: la foto che ha fatto indignare il Pentagono

Corriere della Sera



IN AFGHANISTAN

L'Ap mostra gli ultimi atti di vita di un soldato sul campo di battaglia. Proteste. «Non c'è compassione»


La fotografia di un giovane marine dilaniato e morente sul campo di battaglia in Afghanistan ha provocato le proteste del Pentagono. La decisione dell'agenzia Ap di mandare in circuito gli ultimi attimi di vita del caporale Joshua Bernard è stata una «raccapricciante violazione del buon senso e del rispetto delle persone», ha scritto il ministro della difesa Robert Gates alla maggiore agenzia di informazione americana. Gates ha scritto al presidente dell'Ap Thomas Curley dopo aver raccolto la protesta del padre del ragazzo, morto per le ferite riportate il 15 agosto nella provincia di Helmand. «Non sono nemico dei media, ma la vostra mancanza di compassione e di senso comune nel mettere la foto di questo giovane smembrato e mortalmente ferito sulle prime pagine di numerosi giornali è raccapricciante. Non c'è legge o diritto costituzionale che tenga. Qui è in gioco il buon senso e il rispetto delle persone».

Nell'immagine della fotografa Ap Julie Jacobson, il soldato, sanguinante e morente, è assistito da due commilitoni dopo esser stato colpito da una granata in un boschetto di melograni nei pressi del villaggio di Dahaneh. Julie aveva scattato da lontano, con il teleobbiettivo, sotto il fuoco dei talebani, senza rendersi conto quel che riprendeva. «Poi l'ho visto, a dieci metri da me. Una gamba strappata dall'esplosione, l'altra appesa a un brandello di pelle.

Aveva perso conoscenza». Per l'Ap la decisione di mettere l'immagine in circuito è stata difficile: «I nostri giornalisti documentano avvenimenti mondiali ogni giorno e l'Afghanistan non fa eccezione: è nostro dovere mostrare la realtà della guerra per spiacevole e brutale che sia», ha detto Santiago Lyon, il capo del servizio fotografico. L'agenzia ha aspettato che i funerali del giovane marine, 21 anni di New Portland in Maine, fossero stati celebrati il 24 agosto prima di distribuire l'immagine con l'embargo a oggi: l'idea era di dare ai quotidiani abbonati il tempo di riflettere sull'opportunità o meno di pubblicarla.

Alcune testate si sono rifiutate di farlo. Immagini di soldati americani morti o mortalmente feriti in combattimento sono rare in parte perché è difficile per un giornalista avere accesso alla linea del fronte, in parte perchè le regole del Pentagono impediscono di mostrare le immagini fintanto che le famiglie non sono state avvertite. Dopo aver imposto per anni il bando, l'amministrazione Obama in aprile ha dato luce verde alla distribuzione di foto delle bare che rientrano in patria dall'Iraq e l'Afghanistan a patto che le famiglie fossero d'accordo: un'inversione di rotta a 180 gradi rispetto a quanto in vigore dagli anni Novanta.

(Ansa)

04 settembre 2009(ultima modifica: 05 settembre 2009)