lunedì 14 settembre 2009

La denuncia di due camerieri albanesi «Aggrediti da quattro leghisti»

Corriere della Sera


VENEZIA

L'episodio è stato confermato dalla Questura. I Verdi: «Si tratta di un episodio a sfondo razzista

VENEZIA - Due camerieri albanesi di un ristorante dietro Piazza San Marco, a Venezia, hanno denunciato di essere stati aggrediti da un gruppetto di 4 persone vestite di verde, con una delle quali avevano avuto poco prima un litigio. L'episodio, confermato dalla Questura di Venezia, è stato reso noto dal consigliere comunale dei Verdi, Beppe Caccia, per il quale si è trattato di una aggressione a sfondo razzista messa in atto da «squadristi militanti della Lega».

LE FERITE - I due camerieri avrebbero riportato lesioni giudicate guaribili l'uno in 30 giorni, l'altro in 7 giorni. Le vittime, così come il titolare del locale, un egiziano, si sono riservati di presentare denuncia alla polizia.

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Los Angeles: scoperto il testo originale del discorso di Mosè al popolo ebraico

Corriere della Sera


il frammento e' ora in possesso della azusa pacific university

Studioso rinviene in uno dei rotoli del Mar Morto prima versione del Deuteronomio: e scopre delle differenze


LOS ANGELES (USA) - Dopo oltre 2000 anni sarebbe ora possibile conoscere le parole originarie pronunciate da Mosè al popolo ebraico. Sarebbe infatti nascosto in alcuni frammenti dei rotoli del Mar Morto (la serie di rotoli e frammenti trovati nel 1947 in undici grotte nell'area di Qumran e che contengono la versione più antica finora conosciuta del testo biblico), il testo autentico del Deuteronomio, una delle parti più importanti della Bibbia ed il quinto dei libri che formano la Torah ebraica. E la versione originale sarebbe diversa da quelle delle raccolte posteriori, che hanno risentito delle dispute teologiche delle varie scuole rabbiniche.

IL DEUTERONOMIO - Il libro del Deuteronomio consiste principalmente di tre discorsi che sarebbero stati pronunciati da Mosè, poco prima della sua morte, agli Israeliti. Il primo discorso è una ricostruzione storica. Il secondo discorso, che occupa la parte centrale del libro, contiene i Dieci Comandamenti dettati sul monte Sinai e il cosiddetto codice Deuteronomico, formato da una serie di dettami. Questa sezione è costituita in gran parte da leggi, ammonizioni ed ingiunzioni relative alla condotta che il popolo eletto deve osservare per entrare nella terra promessa. Il terzo discorso tratta delle solenni disposizioni della legge divina, adempiendo alle quali è garantita la prosperità futura del popolo d'Israele.

LA SCOPERTA - A sostenere l'esistenza di un testo originario e precedente a tutti quelli finora conosciuti è James Charlesworth, un professore di studi neotestamentari presso il Princeton Theological Seminary, il quale ha analizzato finora almeno un piccolo frammento proveniente dai rotoli del Mar Morto acquistato recentemente dalla Azusa Pacific University. Si tratta di un passo del ventisettesimo capitolo del libro. Nel frammento analizzato da Charlesworth, Mosè prescrive a chi sarebbe entrato nella Terra Promessa (privilegio che a lui non sarà accordato) di erigere un altare di pietra in onore dell'unico Dio al di là della riva destra del Giordano. E, parlando su ispirazione diretta di Dio, ordina che l'altare sorga sul Monte Gerizim.

Ora, è proprio questo il particolare che suggerisce la tesi dell'originalità del testo di Qumran: in tutte le versioni ufficiali, redatte successivamente, il luogo indicato sarebbe un altro, vale a dire il Monte Ebal. Quanto basta al professor Charlesworth per affermare che, vista non solo la veridicità della versione dei manoscritti, appurata in centinaia di pubblicazioni, ma anche la loro generale correttezza si tratta delle vere parole di Mosè. O di Dio, visto per appunto che Mosè parlava su ispirazione divina.

La versione successiva, presente nel testo canonico, dovrebbe essere invece frutto di una soluzione di compromesso imposta nel corso di un vero e proprio scontro tra gruppi religiosi. Il fatto che solo ora si venga a conoscenza di un testo originale diverso da quello biblico attuale non deve sorprendere. Dei 15000 frammenti conosciuti risalenti ai rotoli del Mar Morto la maggior parte infatti è in mano a privati ed è spesso inaccessibile agli studiosi.

TESTO ORIGINALE - «Finalmente il testo originale del Deuteronomio», ha dichiarato Charlesworth al Los Angeles Times, «si tratta di una scoperta di importanza sensazionale». Il frammento oggetto del suo entusiamo è stato mostrato, rigorosamente in fotografia, dal board dell'università californiana che lo ha acquistato insieme ad altri quattro venduti da un mercante specializzato di Venezia. Si tratta, anche in questi casi, di parti dell'ultimo libro del Pentateuco ad eccezione di un papiro che riporta parte del Libro di Daniele. Tutti hanno raggiunto la cassaforte dell'Azusa Pacific University al termine di un percorso che li ha portati dalle grotte di Qumran nelle mani di collezionisti privati. Ora resteranno in California e potrebbero riservare ancora delle sorprese.

La birra in più che ci ha rovinato la vita»

Corriere della Sera


Le "vittime" dell’etilometro si sfogano sul web: «Siamo pentiti, ma questa legge spinge la gente sul lastrico»

 


MILANO- Chi si mette al volante non deve bere: un invito imperativo che giunge ormai da tutte le istituzioni, Unione Europea compresa. Il principio di incompatibilità assoluta tra il consumo di alcool e la guida, già acquisito da tempo in altri paesi, si va imponendo anche da noi. Il rigore adottato dal legislatore però, secondo il parere di molte «vittime» dell’etilometro (e anche di alcuni giuristi), va al di là dell’effetto deterrente che intende innescare.

«Chi guida ubriaco è indifendibile – scrive Marco B. (tasso 0,79, in attesa di ricevere notifica dalla prefettura) su uno dei tanti forum online dedicati all’argomento – Ma con questa legge non si educa, si reprime, si umilia e si rovina la gente». Sono migliaia gli italiani (persone di ogni età, incensurate, mai una multa, non alcolisti, fermati nel weekend per un normale controllo senza infrazioni) che hanno scoperto a giochi fatti in quali guai si sono ficcati per aver guidato con una birra di troppo in corpo dopo una cena tra amici.

CONSEGUENZE – Crisi coniugali, perdita del lavoro, depressioni, vite rovinate, isolamento nelle realtà territoriali più piccole, ingestibilità della vita quotidiana nelle famiglie numerose. E tanta rabbia. Si legge di tutto nelle oltre 640 pagine di post nel forum del sito Infoius.it, sorta di sfogatoio dei «condannati». Non c'è un solo utente tra costoro – va detto – che non ammetta l’errore, che non abbia compreso (gioco forza) l'antifona.

Ma il veto sull'uso di qualunque veicolo per un periodo dai tre mesi ai due anni (compresi i "cinquantini"), la confisca dell'auto, la fedina macchiata, l'attesa del processo, una sanzione che può arrivare a diecimila euro, le visite mediche e il percorso riabilitativo al Sert, vengono vissuti come un incubo di stampo orwelliano che nessuno poteva immaginare mentre ordinava il malaugurato ultimo drink.

Migliaia di automobilisti (19.496 dallo scorso gennaio a oggi, 29.667 nel 2008 - dati Polstrada) costretti a fare debiti per pagare sanzioni, avvocati, visite mediche, sentendosi poi agli «arresti domiciliari», «trattati da criminali pur non avendo fatto - dicono - male a nessuno». Ma è su questo concetto che si scava l’equivoco: per l’art. 186 del Cds, l’automobilisti colto in fallo compie a tutti gli effetti un «crimine», e come tale va punito, in sede civile e penale.

PIU’ CONTROLLI – «Nessuno contesta il principio su cui si basa la normativa» afferma Mary Corsi, avvocato fondatrice del sito Blog Consulenza Legale, «tuttavia ci si chiede se un tale inasprimento sia funzionale allo scopo, ovvero la diminuzione degli incidenti, e se non sia più incisivo piuttosto l’incremento dei controlli, che per esempio in Francia sono dieci volte tanto che da noi».

Nella norma si riscontra «un impeto legislativo abnorme» afferma Michele Ainis, docente di Istituzioni di diritto pubblico presso l'Università di Roma Tre: «Qui pare si vogliano colpire cento, che bevono due bicchieri di vino a cena, per educarne uno, quello che guida come un pazzo all’alba con mezzo litro di superalcolico in corpo».

A chi, anche tra i giuristi, solleva dubbi sulla funzionalità della legge 186, e sulla costituzionalità di certe sue parti (in particolare nel merito della confisca dell'auto, che può arrecare ingiusti danni a terzi - i familiari -, e risulta un onere differente in base al valore dell’auto), i sostenitori della linea dura contrappongono una lista di dati ritenuti ineccepibili: che oltre lo 0,2 di tasso di alcolemia del sangue – lo dice l’Istituto superiore di Sanità – la risposta ai riflessi già rallentata.

Che fatto pari a 1 il rischio di incidenti quando si è sobri – secondo una stima dell’Organizzazione mondiale della Sanità – cresce a 380 quando il tasso alcolemico è pari o superiore a 1,5 g/l». E su tutto, la stima della Consulta Nazionale sull’alcol secondo cui ben il 40% degli incidenti stradali che avvengono (quest’anno già 50.915 in totale) sarebbero provocati dagli effetti dell’alcol.

DISCUSSIONE – Ma in questo clima di tolleranza zero, e di opportuno rigore (è al vaglio in Parlamento, dopo l’ulteriore inasprimento in vigore dallo scorso 8 agosto, l’ipotesi di abbassare la soglia consentita allo 0,2%) emerge un fenomeno che andrebbe osservato: i tanti che sul web raccontano le loro storie non minimizzano l’accaduto, si dicono pentiti, riconoscono la funzione deterrente della legge, sono pronti a pagare sanzioni.

Ritengono però che lo Stato «per l’errore di una sera» che non ha causato «alcun danno a terzi», non possa irrompere nella loro vita e rovinarla, mettendo a repentaglio il lavoro, la stabilità e gli equilibri familiari. Alcuni propongono mobilitazioni, addirittura di scrivere al Presidente della Repubblica. Perché le ricadute di questa legge giusta pare stiano diventando per molti un problema serio.

Alessandro Di Lecce

La Bbc «risolve» il mistero del Triangolo delle Bermuda

Corriere della Sera


Un programma riprende le indagini su uno dei più affascinanti tratti dell’Oceano Atlantico, trovando spiegazioni razionali per la scomparsa di alcuni velivoli


MILANO – La BBC mette a segno un duro colpo per i film di avventura che hanno incollato al piccolo e grande schermo generazioni di appassionati. Niente più storie di aerei che fanno improvvisamente perdere le proprie tracce o navi che spariscono da ogni radar. L’alone di mistero che da sempre avvolge il tratto di oceano compreso tra le coste della Florida, l’isola di Puerto Rico e l’arcipelago delle Bermuda sembra essere destinato a perdere parte del suo fascino. Insomma, il Triangolo delle Bermuda da oggi potrebbe fare un po’ meno paura.

MISTERO SVELATO Nella preparazione di una nuova serie radiofonica per l’emittente britannica sono state rinvenute alcune prove plausibili per una razionale spiegazione della scomparsa di due velivoli commerciali alla fine degli anni ’40. Con tutta probabilità, in un caso si è trattato di inaspettato sovra-consumo e conseguente esaurimento di carburante, mentre la seconda sparizione sarebbe dovuta a un problema tecnico derivante dall’architettura molto povera dell’aeroplano. Circa sessant’anni fa, infatti, i voli commerciali da Londra alle Bermuda muovevano i primi passi ed erano minati da svariati pericoli. La tratta necessitava di una sosta carburante nelle Azzorre prima di ripartire per le ultime due miglia di viaggio, che rappresentavano all’epoca il volo passeggeri senza sosta più lungo al mondo, portando i velivoli al limite delle loro potenzialità.

I VOLI RITROVATI Il 30 gennaio 1948 un Avro Tudor IV della British South American Airways – un aereo militare convertito a servizio di linea per le sue scarse garanzie di sicurezza – scomparve misteriosamente, senza lasciare alcuna traccia di sé né dei trentuno uomini a bordo. Le investigazioni ufficiali conclusero che l’accaduto era destinato a rimanere un mistero irrisolto. In realtà, sostengono gli esperti interpellati dalla BBC, esistono diversi indizi che riportano problemi tecnici e atmosferici riscontrati dall’aereo ancora prima di giungere nello scalo delle Azzorre. Il volo, infatti, pare sia stato forzatamente condotto a soli duemila piedi di altezza, comportando un consumo molto più ingente di carburante, la cui improvvisa mancanza è la più plausibile imputata di un imprevisto arresto.

Anche per quanto riguarda la seconda scomparsa, a circa un anno di distanza, il velivolo protagonista era un Avro Tudor IV. E nuovamente nessuna traccia di corpi o carcassa. Questa volta, però, si sa che il volo è stato condotto a diciottomila piedi, con tempo sereno: vanno, dunque, escluse problematiche di carburante. Secondo chi ha osservato attentamente le carte delle indagini, il problema in questo caso sarebbe stato di natura puramente tecnica. In particolare, sarebbe avvenuta un’improvvisa esplosione a causa di una perdita di vapore idraulico venuta a contatto con il sistema di riscaldamento. Un’ipotesi possibile dato che all’epoca la sicurezza era piuttosto approssimativa e non esistevano sistemi antincendio automatici.

MISTERO A TAVOLINO In entrambi i casi non si tratta perciò di ipotesi eccessivamente fantasiose e un’indagine minuziosa sarebbe potuta tranquillamente arrivare alle stesse conclusioni della BBC. Tuttavia, non è difficile immaginare che gli stessi inquirenti si siano fatti condizionare dal mito delle scomparse e abbiano liquidato le pratiche rifacendosi a ben più affascinanti cause esterne che non hanno fatto altro che aggiungere un po’ di mistero al tanto temuto Triangolo.


Simone D’Ambrosio

Non voglio che i negri mi tocchino" Malato insulta infermiera di colore

Quotidianonet


Succede a Padova, dove un uomo con gravi ustioni è uscito di senno quando ha scoperto che a curarlo sarebbe stata un'infermiera congolese. "Tutti a casa, Bossi ha ragione", ha detto


Padova, 14 settembre 2009


Un uomo di 56 anni ricoverato presso l’ospedale di Padova è andato in escandescenza quando ha notato che a prendersi cura di lui sarebbe stata una infermiera di colore. Il 56enne, operaio, è ricoverato al centro grandi ustioni: gli sono state diagnosticate, dopo essere stato travolto da una fiammata al lavoro, ferite su tutto il corpo. Le lesioni sono piuttosto gravi ma nonostante il dolore l’uomo, completamente fuori di senno, è riuscito ad alzarsi dal letto ed insultare la sua infermiera notturna: una congolese di 40 anni.

«Non voglio che i negri mi tocchino. Tutti a casa.
Bossi ha ragione» queste le dichiarazioni dell’uomo riportate dal sito internet del quotidiano il Mattino di Padova. Il 56enne, definito dai suoi colleghi di lavoro come una brava persona e corretta, forse fuori di senno per terribili dolori delle ustioni, è stato riportato con una iniezione alla calma dal personale ospedaliero e poi dalla Polizia che è intervenuta ed ha fatto rapporto sulla vicenda. Sconvolta l’infermiera che è regolarmente assunta all’ospedale padovano dopo aver superato un regolare concorso.

Una zucca da urlo incorona il nuovo re

Bresciaoggi.it

SALE MARASINO. Un ricercatore agronomo assiduo frequentatore del «campionato» sebino la spunta con una cucurbitacea eccezionale Moreno Greatti batte tutti con un «pezzo» esagerato La bilancia segna 440 chili: è il nuovo record italiano

Nuovo re di Zuccolandia, nuovo record italiano. Il re è Moreno Greatti, 48 anni, ricercatore dell'azienda agraria «Antonio Servadei» dell'Università di Udine, che ieri, nel corso della 26esima sfida nazionale della zucca organizzata a Sale Marasino dal Club Maspiano, ha fatto fermare l'ago della bilancia su 440 chili, migliorando così di 5 chili il record italiano da lui stesso stabilito nel 2007.
Al secondo posto, con una cucurbitacea gigante di 403 chili, s'è classificato Stefano Cutrupi, residente a Radda in Chianti, Siena; al terzo, invece, due giovani di Sale Marasino, Mauro Zanardini e Francesco Borghesi, che, pur muovendo i primi passi nella competizione, sono riusciti a portare la loro creatura a 399 chili. Alle loro spalle altri 28 concorrenti, venuti un po' da tutto il Bresciano e dalle province di Varese, Lodi, Lecco, Treviso, Rovigo, Reggio Emilia e, appunto, Udine e Siena.

Le operazioni di pesatura sono state seguite in un crescendo di suspence da una siepe di appassionati e curiosi, che al momento della proclamazione del vincitore si sono sciolti in un caloroso applauso. Greatti succede al colognese Sergio Moretti, ma ha già indossato mantello e corona di re di Zuccolandia negli anni 2004 (allora conquistò il primo posto nel campionato europeo), 2005 e 2007. «L'esemplare del record - spiega il ricercatore udinese - è nato da un seme fratello di quelli che, incrociati con altri ibridi canadesi e americani, mi hanno dato le tre vittorie precedenti. Per il 2010 migliorerò questa linea genetica incrociandola con quella di un seme "privitera" spagnolo». Stefano Cutrupi, 27 anni, coltiva giganti per hobby, anche se lavora in un'azienda agricola del Senese. «Appassionato di orticoltura, nel 2008 mi sono procurato i semi magici di Sale Marasino - scherza -. Il secondo posto, per ora, è soddisfacente.

Per ora». Zanardini e Borghesi, 23 anni e ingegnere biomedico il primo, 37 e architetto il secondo, sprizzano gioia da tutti i pori: «Le zucche non c'entrano col nostro lavoro, e non abbiamo nemmeno un pezzo di terra: ce lo facciamo prestare da una famiglia di Maspiano - raccontano i due salesi -. Le dritte su tecniche e tempi di coltivazione, poi, ce le passa Sergio Moretti, vincitore di sette edizioni, oppure le andiamo a cercare in internet».

Il Papa ai farmacisti cattolici: «Non vendete medicine contro la vita»

Corriere della Sera

E all'Angelus: «Per salvarsi servono un'esistenza
e comportamenti purissimi, la fede da sola non basta»

MILANO - I farmacisti cattolici non possono rinunciare alle esigenze della loro coscienza in nome delle leggi del mercato e devono sempre rispettare la legge morale della Chiesa sul rispetto della vita umana. È la grave preoccupazione del Papa riportata dall’arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, durante il Congresso Mondiale della Federazione Internazionale Farmacisti Cattolici, in corso a Poznan, in Polonia, sul tema "La sicurezza del medicinale: etica e coscienza per il farmacista".

Benedetto XVI nel suo messaggio ricorda anche «nella distribuzione delle medicine il farmacista non può rinunciare alle esigenze della sua coscienza in nome delle leggi del mercato, nè in nome di compiacenti legislazioni. Il guadagno, legittimo e necessario, deve essere sempre subordinato al rispetto della legge morale e all'adesione al magistero della Chiesa».

«DALLA VITA ALLA MORTE» - «Per il farmacista cattolico - prosegue il pontefice nel suo messaggio - l'insegnamento della Chiesa sul rispetto della vita e della dignità della persona umana sin dal suo concepimento e fino ai suoi ultimi momenti, è di natura etica e morale». Nelle parole di Benedetto XVI c'è poi un riferimento abbastanza esplicito alla pillola abortiva, agli anticoncezionali e ai farmaci in grado di favorire di fatto l'eutanasia: «Non è possibile anestetizzare le coscienze, ad esempio sugli effetti di molecole che hanno come fine quello di evitare l'annidamento di un embrione o di abbreviare la vita di una persona. Il farmacista deve invitare ciascuno a un sussulto di umanità, affinchè ogni essere sia tutelato dal suo concepimento fino alla sua morte naturale e i farmaci svolgano veramente il ruolo terapeutico».

«COMPORTAMENTI PURISSIMI» - In mattinata, all'Angelus, il Papa aveva affrontato anche della necessità della rettitudine per i cattolici. «Uno può anche avere una retta fede nel Padre e nel Figlio, così come nello Spirito Santo, ma se non ha una retta vita, la sua fede non gli servirà per la salvezza» aveva detto citando le severe parole di San Giovanni Crisostomo per commentare l'affermazione del Vangelo «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio», facendo suo l'invito dell'antico padre della Chiesa a «non pensare che questo verso basti a salvarci: sono necessari una vita e un comportamento purissimi».

LA VIA DELL'AMORE - «Gesù - ha ricordato il Pontefice - non è venuto a insegnarci una filosofia, ma a mostrarci una via, anzi, la via che conduce alla vita. Questa via è l'amore, che è l'espressione della vera fede. Se uno ama il prossimo con cuore puro e generoso, vuol dire che conosce veramente Dio». Invece, «se uno dice di avere fede, ma non ama i fratelli, non è un vero credente. Dio non abita in lui», perchè, come «afferma chiaramente» san Giacomo nella seconda lettura della messa di questa domenica, ha ricordato il Papa teologo, «se non è seguita dalle opere, la fede in se stessa è morta».

Con il Dna a caccia dei parenti del Führer

Corriere della Sera

Pedinamenti, ricerche d’archivio per recuperare un frammento organico della discendenza hitleriana

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE Elisabetta Rosaspina

MADRID — Non è ben chiaro che co­sa voglia da loro, a parte una goccia di saliva. Ma, da dieci anni, Marc Vermee­ren, 51 anni, insegue eventuali discen­denti di Adolf Hitler per dimostrare che il Dna dell'uomo probabilmente più dete­stato della Storia è ancora in circolazione su questa terra. . Si sa, o perlomeno si ritiene, che il Führer non abbia avuto figli. Però ave­va un nipote, dal lato paterno, William Patrick Hitler, che ne mise al mondo quattro, dopo essersi dileguato negli Stati Uniti sotto l'innocente cognome di Stuart-Houston; e poi aveva una schiera di zie e cugine prolifiche, sul fronte materno.

Marc Vermeeren, meticoloso funziona­rio delle dogane belghe (per coinciden­za, la stessa professione del padre di Hit­ler, Alois), ha contabilizzato, nel suo tem­po libero dalle bolle di accompagnamen­to, non meno di 39 eredi viventi, e non propriamente fieri dei cromosomi e del cognome che fecero tremare il mondo 70 anni fa. Frugare tra certificati di nasci­ta, di morte e matrimoni, negli archivi parrocchiali, tra 20.000 documenti e 500 biografie, non pareva però conclusivo al ricercatore, che voleva di più: cercava la prova regina di tutti i processi indiziari, il responso delle analisi sul Dna. Aiutato dal giornalista fiammingo Jean-Paul Mul­ders, il doganiere di Bruxelles sostiene di essere riuscito a decifrare quello, finora misterioso, del cancelliere del Terzo Rei­ch, incrociando le impronte genetiche dei rami austriaci, tedeschi e statuniten­si, accomunati (solo per parte maschile) dallo stesso cromosoma Y.

Ciò gli avreb­be permesso anche di smentire definitiva­mente un'ipotesi circolata fra gli storici, secondo la quale il padre (illegittimo) del dittatore fosse un ebreo, o addirittura un Rothschild, da cui mamma Klara lavora­va come donna di servizio quando restò incinta. Il test del Dna avrebbe certificato invece che Hitler era davvero un Hitler. Per la coppia di investigatori belgi re­cuperare un frammento organico della discendenza maschile hitleriana è diven­tata un'ossessione che li ha portati ad at­traversare l'Atlantico, a impossessarsi di mozziconi di sigarette e a trafugare tova­gliolini di carta unti di pollo, a rischiare le martellate di indiziati poco collaborati­vi, ma dai cognomi evocativi, come «Hüt­tler ». Soltanto uno, Andreas, ha conces­so volontariamente un campione di sali­va. Finalmente, hanno raccontato al quo­tidiano spagnolo El Mundo , sono certi di disporre ora della più dettagliata, com­pleta e inconfutabile ricostruzione dell'al­bero genealogico della famiglia Hitler, fi­no alla sesta generazione.

Nessuno dei due si sente colpevole per aver divulgato i nuovi cognomi, gli indirizzi e i mestieri dei titolari del cro­mosoma che li marchia come una croce uncinata. E, a dire il vero, i fratelli Stuart-Houston erano già stati scovati dai cronisti americani, prima che alla porta delle loro villette di Patchogue, a Long Island, si presentassero i due segu­gi belgi. L'assedio è durato una settima­na, sotto una tormenta di neve, finché il primogenito, Alexander, un giardiniere sessantenne, non si è avventurato fino a un vicino drive-in per ordinare un car­toccio di pollo fritto, commettendo l'at­teso passo falso: si è pulito la bocca con un tovagliolino di carta e l'ha gettato sull'asfalto, da dove Vermeeren e Mul­ders, equipaggiati con pinzette e guanti di lattice, lo hanno recuperato per inviar­lo al laboratorio di analisi. Il cromosoma Y era lo stesso di quello carpito ai lonta­ni cugini Hüttler, distribuiti nelle campa­gne dell'Austria meridionale. Ma i tre fra­telli Stuart-Houston (il quarto è morto in un incidente d'auto vent'anni fa) non hanno mai smentito la consanguineità con l'innominabile prozio, morto molti anni prima della loro nascita, e hanno stretto un patto, letteralmente, di san­gue: non avere figli, perché la stirpe si estingua. Prima che ciò avvenga, però, pubblicheranno un libro con tutta la lo­ro storia. Quella che neanche il Dna può raccontare.

Il tesoro della “Murgia dei trulli” depredato in 30 anni di incuria

Corriere della Sera

La Valle d'Itria è una delle zone più spettacolari e ricche di storia, minata dalle politiche speculative

La Valle d'Itria si trova nella parte meridionale dell'altopiano delle Murge, la cosiddetta “Murgia dei trulli”, tra le province di Bari, Brindisi e Taranto. Comprende i comuni di Alberobello, Noci, Cisternino, Villa Castelli, Ceglie Messapica (BR), Locorotondo (BA) e Martina Franca (TA). La Valle si apre come un altopiano ondulato di terra rossa, fitto di vigne, di boschi di lecci, di macchie di carrubi e di olivi secolari, delimitato da città con pareti linde di calce, segnato da tratturi e muretti a secco che i contadini delle Murge hanno costruito pietra su pietra, masserie e innumerevoli trulli, le tipiche costruzioni rurali in pietra con tetto a cono. I trulli distribuiti nell’agro denotano la particolare civiltà contadina sparsa nella


campagna e che ancora negli anni ’70 era prevalente rispetto alla popolazione urbana. Alberobello è singolare per la concentrazione di trulli nel centro storico, patrimonio mondiale dell'umanità dall'UNESCO nel 1996. Due comuni della Valle, Cisternino e Locorotondo, fanno parte dei Borghi più Belli d'Italia, club nato nel 2001 su impulso dell’ANCI per valorizzare il patrimonio di Storia, Arte, Cultura, Ambiente e Tradizioni dei piccoli centri italiani emarginati dai flussi turistici. Dal 1975, Martina è sede del Festival della Valle d’Itria, una manifestazione di rilievo internazionale sostenuta dal martinese Paolo Grassi, cofondatore del Piccolo Teatro di Milano con Strehler e Sovrintendente del teatro la Scala di Milano negli anni '70, che propone capolavori dimenticati del patrimonio operistico italiano ed europeo eseguiti nella versione originale.
Nell'ultimo trentennio, mutamenti dell’ordine economico-sociale, abusivismo edilizio, pressioni speculative, politiche agricole miopi e incuria (traffico automobilistico, costruzioni incoerenti col


contesto, abbandono dei centri storici, spopolamento delle campagne, distruzione di mulattiere, abbandono di rifiuti nell’agro) hanno modificato il territorio e il paesaggio della Valle, compromettendone alcune peculiarità e contribuendo alla depauperazione della flora, della fauna e delle specie locali (espianto di vigne, riforestazione con specie allogene, rischio estinzione della razza asinina di Martina Franca). Le amministrazioni locali che si sono susseguite non hanno contrastato efficacemente queste trasformazioni. Nelle vicinanze, infrastrutture turistiche estranee come i campi da golf minacciano la presenza di querce secolari. I vincoli paesaggistici nella Valle sono forzati dai piani per l’apertura di nuove stazioni di servizio. Il patrimonio architettonico di trulli e masserie deperisce o diventa oggetto di speculazioni finanziarie internazionali. Infine, la politica nazionale sta legiferando la costruzione di una centrale termonucleare nel Salento, a ridosso della zona. Giovanni Tamborrino

Oggi via alla scuola: prof cambiano istituto Gelmini: demenziale

di Enza Cusmai


Ci aveva provato anche il sindaco Letizia Moratti quando era titolare del dicastero dell’Istruzione: i professori potevano chiedere il trasferimento solo dopo due anni di insegnamento nella stessa scuola. Norma stracontestata e totalmente disapplicata dai sindacati. Così, infischiandosene delle norme di legge, i docenti hanno continuato a chiedere spostamenti ogni anno preferibilmente dal Nord al Sud.

Che importa degli alunni che devono subire nuove facce e nuove impostazioni del programma: la discontinuità didattica non è un affare che riguarda la casta dei professori. Interessati a stare sulla poltrona ma solo dietro casa. Così anno dopo anno la situazione è peggiorata. E domani, primo giorno di apertura delle scuole, a Isernia sette ragazzini delle medie inferiori su dieci vedranno facce nuove dietro le cattedre. Nel Nord est gli studenti delle medie spaesati saranno cinque su dieci.

In tutta Italia, invece, quasi il 30% dei docenti saranno facce nuove per le scolaresche di ogni ordine e grado perché, secondo le stime di Tuttoscuola, oltre 180mila riprendono servizio in una sede diversa da quella dell’anno scorso: 70mila di ruolo cambierà per pura convenienza, tutti gli altri perché precari.

Una situazione che fa sbottare anche il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini che annuncia un drastico giro di vite. Questo fenomeno «è demenziale - afferma senza giri di parole il ministro - non è nell’interesse delle famiglie e non è produttivo. È indispensabile uno snellimento delle regole di funzionamento del sistema, dal contenimento della mobilità dei docenti alla semplificazione delle procedure di nomina e assegnazione del personale».

Così il ministro Gelmini annuncia provvedimenti sulla mobilità territoriale e professionale del personale di ruolo «con opportune limitazioni temporali» per contrastare il fenomeno che - nelle sue intenzioni - in tre anni potrebbe dimezzarsi, scendendo intorno al 15%. In che modo? Attribuendo più discrezionalità ai singoli istituti. Dice il ministro: «Intendo dare la possibilità ai dirigenti scolastici di confermare per più anni nella stessa sede il personale non di ruolo che ha ben operato, in modo da ridurre la girandola delle cattedre.

In troppi casi e per troppi anni - aggiunge il ministro - le logiche di tutela delle garanzie del personale hanno preceduto di fatto il diritto degli studenti e le esigenze di efficienza del sistema». Insomma, il ministro vuole bloccare l’andirivieni dei docenti di ruolo dal Nord al Sud dopo solo un anno di lavoro in una stessa scuola. Inoltre intende premiare i precari più meritevoli che potranno restare nella stessa scuola anche diversi anni.

Già perché il precariato è la prima voce che produce una malsana mobilità: senza cattedra fissa, l’insegnante può essere spostato lungo tutto lo Stivale come una pedina. Con gravi di danni per gli studenti e l’organizzazione dei vari istituti. Quest’anno i docenti non di ruolo sono circa 100mila a cui si sommano 8mila di loro che hanno conquistato il ruolo. Le scuole più danneggiate in assoluto sono le medie inferiori. I dati lo confermano. In Emilia, oltre tre docenti su dieci non sono di ruolo.

Va meglio, ma non troppo nelle elementari, dove la percentuale si assesta intorno al 19%, si sprofonda nelle superiori dove la percentuale sale al 27%. Se poi sommiamo i dati del Nord est (Emilia, Friuli e Veneto) complessivamente la quota dei precari raggiunge il 30,65%. Quasi 4 insegnanti su dieci quest’anno, dunque, si sposteranno dalla sede.

Soltanto nella città di La Spezia la situazione è più grave: qui ben quattro insegnanti delle medie su dieci non sono di ruolo. Peggio c’è solo Isernia, che vanta l’eccezione più negativa di tutta Italia: i docenti non di ruolo sono il 55%. Un record che supera anche percentuali di grandi città come Milano, che ha il 27%, e Torino, con il 26%.

Al Sud invece i precari non trovano molto spazio e si conta solo il 16% del numero complessivo dei professori delle medie. Le Isole si assestano attorno al 19,5%. Saliamo al 25% quando arriviamo al Centro Italia e sfioriamo il 31% nel Nord Est.

Ma per chiudere i conti bisogna sommare i precari che si spostano ai docenti di ruolo che vogliono tornare al paesello a qualunque costo. Quest’anno se ne contano più di 70mila. Preferibilmente dal Nord al Sud. E la regione che rileva più mobilità, sempre nelle scuole medie, è il Molise con il 17% dei trasferimenti, seguita dal Friuli e dalla Sardegna con il 15%.

Se analizziamo le città, scopriamo invece che il 24% dei docenti di La Spezia quest’anno se ne andrà dalla propria scuola, il 20% a Sondrio, il 19,5% a Udine, il 19% a Nuoro, il 18,5% a Matera, il 16% a Reggio Emilia. Per il resto i trasferimenti oscillano dal 12 al 17%. A Bologna, invece, il 19% delle maestre della scuola materna ha chiesto il trasferimento. Nelle elementari, invece, il primato negativo se l’aggiudica La Spezia con il 17% dei trasferimenti, seguita da Ravenna con il 14%. Nelle scuole materne è ancora l’Emilia a primeggiare: a Bologna quasi due maestre su dieci si spostano, seguita da Modena, Parma e Reggio Emilia.