giovedì 17 settembre 2009

Kabul, strage di italiani: 6 vittime, 4 feriti

di Redazione


Chi sono le sei vittime: tutti parà della Folgore


Roma - Le sei vittime italiane sono parà del 186esimo battaglione della Folgore. Si tratta del tenente Antonio Fortunato, 35 anni, originario di Lagonegro (Potenza), del primo caporal maggiore Matteo Mureddu, 26 anni, di Oristano, del primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, 26 anni, nativo di Glarus (Svizzera), del sergente maggiore Roberto Valente, 37 anni, di Napoli, del primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, 26 anni, di Orvieto, e del caporalmaggiore Massimiliano Randino, 32 anni, di Pagani (Salerno).

Matteo Mureddu Il comandante militare della Sardegna, generale Sandro Santroni, ha informato a Solarussa, nell’oristanese, i genitori del caporalmaggiore Matteo Mureddu, 26 anni, morto nell’attentato suicida. Il padre e la madre del giovane paracadutista sardo erano in apprensione fin da quando radio e televisioni avevano dato la prima notizia. Il mondo, però, per loro è crollato nel momento in cui di fronte alla loro porta si è fermata un’auto dell’Esercito dalla quale sono scesi il generale Santroni e i suoi collaboratori. La famiglia si è chiusa nel dolore. Il giovane, figlio di un allevatore di pecore, Augusto, e di una casalinga, Greca, ha un fratello di dieci anni più grande, Stefano, anch’egli militare, e una sorella, che l’estate scorsa l’aveva reso zio. Mureddu doveva sposarsi a giugno, ma aveva rimandato la cerimonia proprio per partecipare alla missione in Afghanistan.

Antonio Fortunato Ha vissuto diversi anni a Tramutola (Potenza), dove risiedono tuttora i suoi genitori, il tenente Antonio Fortunato. I genitori dell’ufficiale non sono più nella loro abitazione, situata in una contrada di campagna di Tramutola: i carabinieri li hanno prelevati a trasferiti altrove, per sottrarli alle telecamere e ai cronisti e far vivere loro in maniera privata questo momento di dolore. Fortunato lascia la moglie Gianna, insegnante precaria, e un figlio piccolo. Con la famiglia si era stabilito da alcuni anni nelle vicinanze di Siena, a Badesse.

Roberto Valente Il sergente maggiore Roberto Valente, 37 anni, viveva con la moglie e un figlio di due anni, Simone. Era ripartito ieri da Napoli per Kabul al termine di una licenza di 15 giorni. Risiedeva in via Consalvo, tra i quartieri del Vomero e di Fuorigrotta. "Mio marito era un paracadutista, io sono orgogliosa di lui". Stefania Giannattasio, moglie di Valente, ha reagito così alla notizia della morte del marito. La donna non era in casa quando la delegazione dell’esercito ha raggiunto via Consalvo. I militari hanno raggiunto prima la madre di Valente, una donna anziana, vedova, che vive con la sorella e due figli, il fratello e la sorella di Roberto. Valente era alla sua ultima missione: aveva chiesto e appena ottenuto, il trasferimento al carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) per restare vicino alla famiglia. Il sottufficiale sarebbe dovuto rientrare in Italia tra ottobre e novembre.

Gian Domenico Pistonami Il primo caporalmaggiore Giandomenico Pistonami, aveva 28 anni, era figlio unico ed era fidanzato con una ragazza di Lubriano. Avrebbe dovuto far ritorno in Italia tra 40 giorni. Era nato nell’ospedale di Orvieto (Terni), in quanto Lubriano, paese di meno di mille abitanti affacciato sulla Valle dei Calanchi, si trova al confine tra il Viterbese e il Ternano. Ma soltanto un mese dopo la sua nascita si era trasferito con la famiglia. Il padre si chiama Franco, ha 55 anni, è operaio in una ditta d’impianti elettrici. La mamma Annarita, di 47, casalinga. Si sono sposati nell’82 ed hanno sempre vissuto a Lubriano. Pistonami, amico dell’altro militare deceduto lo scorso 14 luglio - Di Lisio - aveva rilasciato una intervista al settimanale

L’Espresso nel quale parlava del suo difficile ruolo militare: era infatti mitragliere in servizio sui mezzi blindati Lince. "Il mio è il ruolo più importante della pattuglia - aveva detto -, ho più campo visivo e uditivo con un gesto posso fermare che le macchine che passano". Un lavoro pericoloso, il posto del mitragliere è detto in gergo militare "il sedile della morte", che creava apprensione anche alla famiglia. "Purtroppo la mia famiglia guarda i telegiornali - aveva spiegato - ma sono tranquilli quando mi sentono tranquillo".

Massimiliano Randino Solo poche parole ai giornalisti da Anna D’Amato, la madre del caporal maggiore Massimiliano Randino, nato a Pagani (Salerno). Il 32enne si era sposato ad Angri nel 2004 e viveva a Sesto Fiorentino. "Venite domani, il dolore è troppo grande". Poi la porta di un appartamento all’ultimo piano di una palazzina di Nocera Superiore, grosso centro dell’agro Sarnese-Nocerino, è stata richiusa. Alla spicciolata stanno arrivando alcuni parenti e amici intimi della famiglia, ma per ora nessuno intende rilasciare dichiarazioni. La moglie di Randino, Pasqualina, ha appreso dalla televisione della tragedia anche se non sapeva che tra le vittime ci fosse suo marito, poi ha urlato quando è stata informata della verità.

Davide Ricchiuto Alcuni militari si sono recati nell'abitazione del primo caporal maggiore Davide Ricchiuto a Tiggiano (Lecce). Ricchiuto, 26 anni, era il secondo di tre figli: il fratello maggiore si chiama Ippazio, e la sorella minore Anna Lucia. Il padre Angelo, che da giovane era emigrato in Svizzera, è rientrato da tempo nel paese d'origine con tutta la famiglia e attualmente lavora in una ditta di costruzioni. La madre è casalinga. Il giovane, che aveva la funzione di autista di mezzi militari, non era alla prima missione in Afghanistan. Appena possibile tornava sempre in paese a casa dei suoi.

Chi sono i feriti I quattro militari italiani feriti nell’attentato sono attualmente ricoverati presso l’ospedale da campo francese Role 2: nessuno, viene ribadito da fonti della Difesa, è in pericolo di vita. Si tratta, secondo quanto si è appreso, del primo caporalmaggiore Rocco Leo, 26 anni, originario di Francavilla Fontana (Brindisi) ed effettivo al 186/o reggimento paracadutisti Folgore, che ha riportato un forte stato di choc; del primo caporalmaggiore Sergio Agostinelli, 32 anni, originario della Svizzera ed in servizio al 186/o reggimento della Folgore, al quale sono stati diagnosticati un trauma da scoppio all’orecchio destro e contusioni varie; del primo caporalmaggiore Ferdinando Buono, 30 anni, di Napoli, in servizio al 187/o reggimento Folgore, che ha avuto una lieve ferita alla mano sinistra ed un trauma da scoppio all’orecchio sinistro, e del primo maresciallo Felice Calandriello, 58 anni, di Sassano (Salerno), sottufficiale dell’Aeronautica militare, che ha riportato un forte stato di choc.

Video


Attentato a Kabul, colpiti blindati italiani: morti 6 parà della Folgore, 4 feriti gravi

Il Messaggero

Vittime anche 10 civili afghani. Rivendicazione Talebani. La Russa: vigliacchi, non ci fermeranno. Frattini: prezzo alto ma dobbiamo restare

ROMA (17 settembre) - Un'esplosione a Kabul ha coinvolto due blindati italiani: ci sono 6 morti tra i militari, sono tutti parà della Folgore. Altri 4 sono rimasti feriti. La televisione afghana Tolo di Kabul ha messo in onda delle immagini relative all'attentato di oggi nella capitale che mostrano un mezzo italiano Lince colpito nella parte anteriore e un altro mezzo completamente distrutto.

Le 6 vittime italiane sono state confermate dal ministero della Difesa e dallo Stato maggiore della Difesa. L'esplosione ha ucciso tutti e cinque gli occupanti del primo blindato. Danni gravi anche
al secondo Lince: uno dei militari a bordo è morto e altri quattro sono rimasti feriti, ma sembra non siano in pericolo di vita.

Appartengono tutti alla brigata paracadutisti Folgore i sei soldati morti facevano parte del 186/mo reggimento ed erano di stanza a Kabul dove ci sono circa 450 militari italiani. I morti sono quattro caporal maggiore, un sergente maggiore e il tenente che comandava i due Lince.

I feriti. Dei quattro militari italiani feriti tre sono dell'Esercito e uno dell'Aeronautica. Lo si apprende da fonti militari, secondo le quali nessuno è in pericolo di vita.

Dieci vittime afghane. Il ministero dell'interno afghano ha annunciato che nell'attentato sono rimasti uccisi dieci civili, un precedente bilancio parlava di 32 feriti. Secondo il ministro La Russa invece le vittime sarebbero 4 poliziotti afghani e 25 sarebbero i feriti tra i civili.

Rivendicazione dei Talebani. Il corrispondente di Al Jazira da Kabul ha riferito che i talebani hanno rivendicato l'attacco contro un veicolo militare italiano dell'Isaf.

Scortavano veicolo in aeroporto. La pattuglia di militari italiani stava scortando un veicolo. Lo si apprende da fonti militari italiane, secondo le quali al convoglio era stato assegnato un servizio di scorta. I militari si trovavano in una strada centrale di Kabul quando si è verificata l'esplosione.

Da una prima ricostruzione della Difesa italiana, a provocare l'esplosione sarebbe stata un'autobomba. L'auto carica di esplosivo è scoppiata al passaggio del primo mezzo del convoglio, uccidendo tutti e cinque gli occupanti. Una Toyota bianca secondo quanto ha riferito in Senato il ministro della Difesa Ignazio La Russa) con a bordo i due kamikaze e con un notevole carico di esplosivo sarebbe riuscito ad infilarsi tra i mezzi prima di esplodere.

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa riferendo in Senato ha detto: «Agli infami e vigliacchi aggressori che hanno colpito in maniera subdola» a Kabul «va la nostra ferma convinzione che non ci fermeremo» e in accordo con le istituzioni internazionali «questa missione continuera».

Fini: pesante tributo. «Ancora una volta le nostre forze armate hanno pagato un ulteriore pesante tributo di sangue alla causa della libertà». Gianfranco Fini prende la parola in aula alla Camera. «La Camera dei deputati si stringe attorno alle famiglie e alle forze armate», dice il presidente della Camera che annuncia che il ministro della Dfiesa, Ignazio La Russa riferirà alle 18 nell'aula di Montecitorio. L'Assemblea ha osservato un minuto di silenzio e subito dopo Fini ha sospeso la seduta che sarà riaperta per l'informativa del governo.

Frattini: prezzo alto ma dobbiamo restare. «I soldati italiani hanno pagato un prezzo alto per la libertà e la sicurezza dell'Afghanistan, dell'Italia e dell'Europa: dobbiamo restare per dimostrare che l'orgoglio dell'Italia è sempre alto». Questo il primo commento del ministro degli esteri Franco Frattini ai microfoni del Tg1

Cordoglio. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato informato a Tokyo dell'attentato; il premier Silvio Berlusconi ha espresso il suo profondo cordoglio personale e quello dell'intero Governo al Capo di Stato Maggiore della Difesa generale Camporini e al generale Castellano che comanda il nostro contingente a Kabul. «Il Governo italiano - si legge in una nota - è vicino alle famiglie delle vittime, condivide il loro dolore in questo tragico momento ed esprime la sua solidarietà a tutti i componenti della missione italiana in Afghanistan impegnata a sostegno della democrazia e della libertà in questo sfortunato paese.

Nato: «è una grande tragedia». Lo dichiara il portavoce della Nato James Appathurai, esprimendo la vicinanza dell'Alleanza all'Italia, di cui ricorda «l'importante contributo» alla missione Isaf in Afghanistan.

Testimoni oculari riferiscono che su i due lati della strada, case e negozi sono andati distrutti. Poco prima l'emittente al-Jazeera aveva riportato la notizia di un attentato kamikaze nel quartiere diplomatico di Kabul. L'esplosione è avvenuta vicino all'ambasciata statunitense «e a circa due chilometri e mezzo di distanza l'abbiamo sentita molto forte», proseguono le fonti. Dopo la deflagrazione nel cielo della capitale, dove testimoni hanno visto una densa colonna di fumo nero, si sono alzati in volo gli elicotteri.

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo in relazione all'attentato. Il Procuratore aggiunto Pietro Saviotti, coordinatore del pool antiterrorismo della Procura di Roma, ha aperto un fascicolo, così come avvenuto in analoghi casi in passato, ipotizzando il reato di attentato con finalità di terrorismo. Il magistrato attende nelle prossime ore un rapporto dalle autorità militari italiane e dai Ros sull'accaduto.
E' l'attacco più grave alle forze italiane dopo quello Nassirya

Se Google Street View diventa una prova contro i manifesti elettorali selvaggi

Corriere della Sera

Le immagini scaricate dal sito usate dalla Procuradi Roma per l'accusa contro le affissioni abusive del 2008

ROMA - Un manifesto sopra all'altro. Faccioni sorridenti e ammiccanti sovrapposti a tempo di record dagli «attacchini» per accaparrarsi anche l'ultimo voto. Roma (ma non solo) ad ogni tornata elettorale si riempie di strati di carta affissi ovunque. «Senza regole e rispetto degli spazi assegnati ad altri». E senza che nessuno intervenga per combattere questo «malcostume elettorale».

GOOGLE STREET VIEW - Ma alle prossime elezioni qualcosa potrebbe cambiare. Grazie a Google Street View. La Procura di Roma userà le immagini scaricate dal sito per sostenere l'accusa nel procedimento penale contro i vertici del Comune nel caso delle affissioni elettorali abusive del 2008.

LA BATTAGLIA - Una battaglia che i Radicali combattono da tempo. «Perché per troppi anni le istituzioni si sono girate dall'altra parte, permettendo di falsare il gioco democratico e impedendo ai cittadini di essere informati sulle diverse proposte e forze politiche in campo». La sua guerra ai manifesti elettorali abusivi Mario Staderini, membro della direzione nazionale dei Radicali italiani, la combatte almeno dal 2008, quando la politica romana si sfidava per il posto di sindaco. In campo Rutelli contro Alemanno. Sui muri e sui pannelli elettorali chili di carta affissi in barba alle regole e all'assegnazione degli spazi elettorali. «Noi Radicali, rifiutando di partecipare a questo scempio di soldi e legalità, siamo costretti da anni a non affiggere i nostri manifesti», dice Staderini.








L'ESPOSTO - I Radicali protestano. Staderini protesta. I manifesti selvaggi prolificano. Allora scatta la denuncia penale alla Procura di Roma. Con il reato configurato di omissione di atti d'ufficio per Prefetto, Comune e Vigili urbani che non hanno fatto rispettare le regole. Ma viene ipotizzato anche il reato di attentato ai diritti civili e politici dei cittadini, in associazione a delinquere, per l'evidente esistenza di una organizzazione criminale.

LE FOTO - Parte l'iter processuale. Ma servono anche le immagini a testimonianza dei reati commessi. E il radicale Mario Staderini non le ha. Lui, alfiere della battaglia a «manifesto selvaggio», ha fotografato tutti i cartelloni elettorali abusivi delle elezioni del 2009, ma non quelli del 2008. «A quel punto - racconta - mi sono messo su internet e ho digitato i nomi delle vie romane su Google Street View e ho trovato le immagini con i manifesti!». Rutelli sindaco, Alemanno sindaco, scudi crociati, ringraziamenti, promesse. Tutto fotografato, documentato e in rete.










LA PROVA - Staderini porta tutto in tribunale e il gip dà l'ok: le immagini scaricate da Google Street View possono essere usate nelle indagini che devono andare avanti «per l'assoluta gravità dei fatti denunciati perché hanno attinenza diretta ai diritti civili e politici dei cittadini, alla regolarità delle elezioni e quindi alla funzionalità delle istituzioni democratiche». Il pm aveva chiesto l'archiviazione. E mercoledì mattina, durante la prima udienza preliminare, la Procura di Roma ha dato il via: useremo quelle fotografie per sostenere l'accusa contro i vertici del Comune di Roma che non hanno vigilato come dovevano.

«RISCHIANO ANCHE I POLITICI» - Ma a rischiare non sono solo i vertici del Comune, «bensì anche i responsabili delle campagne elettorali dei partiti», spiega Staderini, che alla Procura ha chiesto di farli interrogare.

Claudia Voltattorni
16 settembre 2009

Calabria, eremita fuma marijuana: "Lo faccio per filosofia", assolto

di Redazione

Catanzaro - E' la sua filosofia. E nessuno gliela tocca. Piero Bucciotti, 61 anni, più noto come "Swamo Atmananda" o l’eremita di Cerva (Cz), è stato assolto oggi dall’ennesima accusa di detenzione illegale di droga. L’uomo era finito in manette, l’ultima volta, lo scorso 23 luglio, quando i carabinieri avevano trovato nella sua casa circa 30 grammi di marijuana, e l’indomani, dopo la convalida, era stato rimesso in libertà.

La marijuana è la sua filosofia di vita Bucciotti era stato già arrestato in altre occasioni con la medesima accusa, ma si è sempre difeso sostenendo che la filosofia di vita cui si ispira prevede l’uso della marijuana. Dai precedenti processi è uscito assolto, proprio come da quello di oggi (durante il quale è stato difeso dall’avvocato Giovanni Pintimalli), al termine del quale il giudice monocratico di Catanzaro Adriana Pezzo ha sentenziato che il fatto lui contestato "non costituisce reato2.


Prato, pensionato ucciso da giovane rom dopo lite

di Redazione

Prato - Accoltellato davanti all'ospedale. Un uomo di 72 anni è stato ucciso la notte scorsa davanti al pronto soccorso dell’ospedale di Prato, dove aveva accompagnato la suocera per un ricovero. A colpirlo, con una coltellata, secondo la ricostruzione della polizia, è stata una giovane di 22 anni, Aida Halilovic, nata e residente a Prato, di origine rom, che è stata arrestata con l’accusa di omicidio volontario.

Condannata per furto ed estorsione Secondo quanto emerso la giovane attualmente aveva l’obbligo di stare a casa, dalle 21 alle 9, come misura alternativa alla detenzione, per una condanna a più di tre anni, per furto e tentata estorsione, con fine pena il prossimo 2 novembre. Alle spalle avrebbe avuto anche altre segnalazioni per reati contro il patrimonio. Sempre da quanto emerso, l’11 settembre scorso le forze dell’ ordine erano già intervenute davanti all’ospedale di Prato perchè la ventiduenne avrebbe creato disturbo. Non è chiaro ancora il motivo che ha scatenato la lite, se una richiesta di elemosina o di cambio soldi da parte della giovane. Testimoni che si trovavano nell’ospedale avrebbero riferito alla squadra mobile di un litigio violento.

Colpito con un grosso coltello Qualcuno avrebbe sentito poi pronunciare dalla vittima una frase come "Che fai con il coltello, lascia stare". Poi l’uomo, entrando dentro il pronto soccorso, avrebbe detto: "Mi hanno accoltellato". Il settantaduenne, insieme alla moglie, era andato ad accompagnare la suocera di 102 anni in ospedale. Sembra che ci fosse già stato una prima volta ieri sera, per poi tornare nella notte. La moglie era rimasta insieme alla madre in ospedale. L’uomo, quando è stato poi colpito, era appena uscito per tornare a casa. La squadra mobile è intervenuta dopo l’allarme dato dall’ ospedale, rintracciando nella struttura la stessa giovane arrestata. L’arma con cui è stato colpito l’anziano, un grosso coltello, sembra da cucina, è stato trovato nelle vicinanze dell’ingresso del pronto soccorso.

Subito soccorso dai medici è morto in ospedale Secondo una prima ricostruzione, tra i due ci sarebbe stato prima un litigio, forse in seguito alla richiesta di soldi o altro da parte della giovane che stazionava davanti al pronto soccorso. Poi quest’ultima avrebbe tirato fuori il coltello e colpito l’uomo. Il settantaduenne è stato subito soccorso dai medici dell’ ospedale, ma per lui non c’era più nulla da fare. Sul posto è poi intervenuta la squadra mobile di Prato che ha rintracciato la giovane sempre nell’area del’ospedale. Portata in questura e interrogata, la ventiduenne avrebbe ammesso le sue responsabilità.




Coro gay in parrocchia, arriva lo sfratto

corrieredibologna

L'intervento dell'arcivescovo cita Ratzinger
Il cardinale Caffarra scrive al parroco che li ospitava: «Rispetti la dottrina sulla cura pastorale dei gay»

Un coro gay che si riuniva per le prove nella sala di una parrocchia: l'esperimento ha avuto vita breve. Nessun problema di convivenza tra parroco e coro, neanche lamentele dei parrocchiani. Ma l'intervento dell'arcivescovo, che ha ricordato al parroco, citando addirittura Benedetto XVI, la posizione della Chiesa sull'omosessualità. Il coro «omofonico» Komos dovrà così lasciare la parrocchia. Ancora un trasloco, dopo che a metà luglio, tra le polemiche della Curia, la formazione canora gay composta da 25 uomini aveva ottenuto una sala prove all’interno della chiesa di San Bartolomeo della Beverara, nella peiferia della città. Dopo l’esordio a novembre nella sede dell’Arcigay bolognese, il coro, diretto da Paolo Montanari, aveva cambiato «casa» per problemi di acustica e dissapori con l’associazione. Montanari aveva allora bussato alla parrocchia della Beverara per chiedere una sala, una volta a settimana. Il parroco, don Nildo Pirano, classe 1937, aveva accettato dandogli anche la chiave del salone. Ma ieri sera lo stesso parroco ha dovuto dare la notizia dello «sfratto» al direttore Paolo Montanari. «Con dispiacere», ha aggiunto don Nildo nella lettera consegnata al direttore del coro.

LA LETTERA - E in questa lettera, che spiega il perché dell'addio, il parroco ha citato un messaggio ricevuto dall’arcivescovo Carlo Caffarra il 7 agosto che, ha riferito Montanari, gli ha ricordato l’esistenza di un documento della Congregazione per la dottrina della fede sugli omosessuali datato 1986. Il documento citato da Caffarra è una lettera che la Congregazione ha rivolto a tutti i vescovi «sulla cura pastorale delle persone omosessuali». Una pastorale scritta, a nome della Congregazione, 13 anni fa dall'allora cardinale Joseph Ratzinger non ancora Papa. «Comunico con dispiacere l’impossibilità di continuare ad accogliere il vostro coro nei locali della parrocchia», è l’incipit della lettera. E subito dopo: «Questo per una precisa disposizione di una lettera della Congregazione per la dottrina della fede in data 1 ottobre 1986, che io non conoscevo, e che mi è stata ribadita perentoriamente dal cardinale arcivescovo in persona, con lettera a me inviata in data 7 agosto 2009». Amareggiato e deluso il direttore del coro: «con una certa ingenuità ho creduto che questa sistemazione potesse durare». E a questo punto, lancia un appello perché Komos, il primo coro in Italia solo al maschile e specializzato in musica classica, non muoia. In particolare, si rivolge «al Comune e a tutte le associazioni bolognesi (nonchè singoli cittadini)» per chiedere «se esiste uno spazio adatto alla musica per ospitarci».

Renato Benedetto
15 settembre 2009(ultima modifica: 16 settembre 2009)