venerdì 18 settembre 2009

Pendolari, cronaca di un'odissea 20 chilometri in 2 ore e un quarto

Il Giorno

LEGNANO-MILANO

Lunghe attese alle fermate del bus e interminabili code in autostrada. Persone che sbuffano, reclamano e chiamano in ufficio annunciando ritardi. Tutte stanche del traffico, che si ripresenta uguale ogni giorno 

di Marion Guglielmetti

Milano, 17 settembre 2009 - Ore 8,mattinata grigia. Grigissima, come la facce dei pendolari legnanesi che devono raggiungere Milano e sembrano presagire l’inizio di una nuova odissea. Alla fermata del pullman ci sono già parecchie persone: volti assonnati, stanchi, già un po’ nervosi perchè, quando bisogna aspettare, i mezzi sembrano sempre in ritardo. Tutti siamo nella stessa situazione e questo ci consola. Basta incrociare lo sguardo di qualcuno e si ritrova sempre un po’ di noi.

I mezzi di trasporto pubblici continuano a passare e quando appare il nostro, il pullman blu con la scritta ‘Milano diretto A8’, la gente comincia ad agitarsi. Via, all’arrembaggio. Bisogna salire per primi e sedersi, non importa se qualche passeggerò verrà schiacciato, cadrà o rimarrà incastrato tra le porte: la cosa fondamentale è trovare posto e non fare il viaggio in piedi. I più fortunati sono quelli che aspettano alla prime fermate, perché talvolta, se non ci sono più sedili liberi, passando davanti agli altri pendolari in attesa, l’autista non esita a fare un gesto poco comprensibile, che dovrebbe indicare l’immediato arrivo di un altro mezzo, che poi tanto immediato non è.

Comunque, alla fine, riusciamo a partire per Milano e cerchiamo di rilassarci, magari nella speranza di dormire ancora un po’. Improvvisamente, all’uscita dell’autostrada di Legnano, una brusca frenata ci fa sobbalzare dal posto che siamo riusciti a recuperare e non ci vuole molto per capire che il viaggio sarà piuttosto lungo. Una lunghissima coda di automobili e camion si stende davanti a noi e dall’alto del bus appare addirittura interminabile.

Forse c’eravamo abituati bene durante l’estate, quando il traffico era quasi inesistente e in mezz’ora si raggiungeva il capoluogo lombardo, fatto sta che le prime lamentele non tardano ad arrivare: "Possibile? E’ sempre così!", "Devo assolutamente essere in ufficio entro le 9, come faccio?","Non si può stare fermi, che cos’è successo?".

Poi, il pullman si muove, ma poco dopo la situazione si ripresenta come prima. Quando alle 9 non abbiamo ancora superato la barriera di Milano Nord, qualcuno inizia ad alzarsi e ad andare a chiedere informazioni all’autista, che però è inconsapevole, come noi, delle cause di quella lunga attesa. I passeggeri iniziano a spazientirsi: ripongono in borsa il libro che stanno leggendo o l’i-pod che stanno ascoltando e prendono in mano il cellulare per avvisare il capo o i colleghi che faranno tardi. E’ una scena che si ripete spesso. Troppo spesso.

Una ragazza, finalmente, riesce ad avere notizie: "Mio marito è più avanti, in auto e dice che l’autostrada è così fino a Milano. Un disastro! Rischiamo di arrivare a mezzogiorno". Dal fondo del bus, sentiamo che un signore è al telefono con la fidanzata: "Amore, lo so anch’io che sono le 9.30, ma cosa posso fare? No, no, scendere non posso, sono in mezzo all’autostrada e anche tornare indietro è impossibile". Ci mancava giusto l’eroe che raggiungesse Lampugnano a piedi, per prendere la metropolitana. Eppure, in queste situazioni, se ne sentono di tutti colori.

Finalmente,anche se a una 'velocità' esasperante, arriviamo al bivio Milano-Viale Certosa e Venezia e, proprio quando il traffico si dissolve, il nostro Movibus mette la freccia a destra e si ferma. Un gruppo di pendolari si trovano al margine della strada e aspettano che un mezzo di trasporto li recuperi, perchè il loro ha avuto un guasto. Dal nostro bus si alzano immediate proteste: "Ma come? Già si sta stretti, con altri passeggeri non si respira più!". E ancora: "Non possiamo iniziare la giornata in questo modo, abbiamo tutti impegni che ci aspettano", "Altrochè i lavori per la nuova Tangenziale, devono risolvere i problemi della A8", "Con questo tempo, ci mancava solo l’attesa in mezzo all’autostrada".

E poco dopo, quando sembra essere tornata la calma, il traffico cittadino ci fa di nuovo rimanere imbottigliati tra altre auto, camion e tram. Solo alle 10.15 riusciamo a vedere in lontananza piazzale Cadorna e ci prepariamo per scendere. Impermeabili, borse, ombrelli e di nuovo alla carica. Tutti accalcati nello strettissimo corridoio del pullman o in ginocchio sui sedili, pronti a sgomitare pur di scendere per primi e a cominciare un’impegnativa giornata a Milano.

E’ finita, dopo venti chilometri percorsi in 2 ore e 15 minuti. Ora le preoccupazioni sono altre, ormai il traffico l’abbiamo dimenticato. E solo domani, quando ci ritroveremo a ripercorrere lo stesso tratto nelle solite due ore, ricominceremo a imprecare e a chiederci come si possa lasciare una capitale d’Europa in queste condizioni. E poi ci vengono a dire che i milanesi sono frenetici. Ci credo, accumulando ritardi e tensione, solo la fretta si dimostra fedele compagna di tutti i giorni.

Giornalisti, l'Fnsi getta la maschera

di Paola Setti


Giorni a scervellarsi e poi bastava chiedere al sindacato. Domanda: perché la Federazione nazionale della stampa difende Repubblica dalle querele del premier e non il Giornale da quelle del presidente della Camera? Semplice: attaccando Berlusconi, Repubblica ha dimostrato di essere stampa libera. Criticando Fini invece, il Giornale ha dimostrato di essere stampa «militare».

Presidente Franco Siddi, va di moda fare dieci domande, ma noi ne abbiamo solo una.
«Abbiamo appena rinviato la manifestazione per la libertà di stampa, in omaggio ai nostri soldati morti in Afghanistan. Volete farla lo stesso?».

Vale sempre: perché se Berlusconi querela «la Repubblica» la Fnsi scende in piazza e se Fini querela «il Giornale» non fiata?
«Voglio rassicurare Vittorio Feltri e il suo giornale: noi difendiamo tutti coloro che ritengono che la stampa debba poter controllare il potere. Oggi il potente di turno è Berlusconi, ma faremmo lo stesso contro chiunque».

In passato non lo avete fatto. Nessuna levata di scudi contro le querele di Prodi o D’Alema da presidenti del Consiglio.
«Ma loro non dicevano di non comprare pubblicità ai giornali da proprietari di banche! E poi abbiamo scioperato contro il ddl Mastella! Questo non lo scrivete mai, eh?».

Lo scriviamo, ma non è la stessa cosa.
«Vede, sono i presupposti di Feltri che sono sbagliati. Alla stampa libera si chiede di fornire elementi di giudizio sull’azione di governo. Quindi non regge la logica di Berlusconi, D’Alema o Fini. Così si confondono le acque».

Allora separiamo le acque. Berlusconi querela «Repubblica» denunciando una campagna, quella delle dieci domande, non sulla sua azione di governo, ma sotto le sue lenzuola. E la Fnsi grida al regime. Feltri critica Fini, lui querela e la Fnsi tace. Perché?
«Berlusconi doveva rispondere alle domande, come Clinton, non rispondere per interposta persona attraverso il direttore del suo giornale».

Feltri ha risposto per Berlusconi?
«Guardi le dimissioni di Dino Boffo da Avvenire».

Il «Giornale» ha pubblicato un decreto di condanna penale.
«Ma Feltri lo stesso giorno ha scritto: se Berlusconi ha un problema morale, allora guardate Boffo».

Ha scritto che se si guarda sotto le lenzuola di uno si guarda sotto quelle di tutti. E ora gli fanno il processo in Parlamento. Soro del Pd ha detto che Feltri «minaccia la libertà dei cittadini». E la Fnsi tace.
«Ma Feltri non ha bisogno del sindacato».

Ah no?
«Io stimo Feltri e la sua irriverenza, potrei dire che è una simpatica canaglia ma non lo dico perché poi lei lo scrive. Penso che farebbe meglio a chiamarlo il Giornale del premier, il suo giornale, ma tutto è legittimo e io rispetto l’informazione di appartenenza».

Però dice che Feltri non ha bisogno del sindacato.
«Il problema è che non ho visto notizie senza premeditazione».

Premeditazione?
«Se si comporta come un agente della politica, deve aspettarsi di finire nel tritacarne politico. Se col Giornale vuol fare un partito, lo dica. Ma poi dovrà confrontarsi con i Soro, i Di Pietro e i Verdini».

Invece quella di «Repubblica» non è una campagna politica per screditare il premier?

«Ma non si può fare un minestrone, non si possono mettere insieme le dieci domande con una campagna come quella che ha portato al licenziamento del direttore del giornale dei vescovi!».

No, infatti. La condanna di Boffo era una notizia. La caccia alle escort non le è parsa costruita ad arte, visto che il premier neppure è indagato?
«Le notizie non sempre sono notizie di reato. Se le interviste alle escort aiutano a capire gli intrecci con la politica è giusto pubblicarle».

Diceva quel comico: parlamm e nun ce capaimm.
«Mi ha fatto più domande lei di Repubblica e ho risposto».

Veramente la domanda è sempre la stessa e non ha ancora ricevuto risposta...
«Allora scriva che sono come Berlusconi e non rispondo alle domande».

Bene.
«Guardi. Le querele sono solo l’ultimo anello di una lunga catena di tentativi di impedire di disturbare il manovratore, dal ddl sulle intercettazioni all’uscita sui “farabutti”, dall’invito a non comprare pubblicità sui giornali al potere di Berlusconi di cambiare i palinsesti tv, come con Porta a Porta sul terremoto».

Persino «Repubblica» scrive che il premier era infuriato per quella prima serata...
«Senta, io non sono antiberlusconiano e non sono mai stato comunista. Anch’io preferirei si parlasse più di disoccupati che di escort. Ma c’è un problema di libertà, un clima di timore nei giornali, perché Berlusconi afferma il suo potere individuando i nemici e facendo sentire la sua pressione. E in piazza ci vado per tutti i giornalisti».

Non ci era parso.
«Tutti i giornalisti vanno difesi da uno che li chiama farabutti. Quando capiterà a voi, vi sfido a chiedermi il conto».

Il Nazario Sauro arrivato a Genova

Il SecoloXIX


È arrivato in porto a Genova il Nazario Sauro, il sottomarino che sarà musealizzato in acqua, primo in Italia, dal Galata-Museo del Mare.

Il direttore del museo, Pierangelo Campodonico, che ha effettuato il viaggio a bordo del Nazario Sauro, ha ricordato i caduti di Kabul prima di ringraziare la Marina Militare e Fincantieri che, con il museo genovese, hanno portato a termine l’operazione. Il sottomarino, scortato da una motovedetta della Capitaneria di Porto di Genova, verrà portato ai Cantieri Mariotti per gli ultimi ritocchi e poi sarà trasferito nella darsena davanti al Galata per la collocazione definitiva.

Come da programma, era incominciato alle 8 in punto l’ultimo viaggio del sommergibile S-518 Nazario Sauro, partito dall’arsenale militare della Spezia in direzione di Genova, dopo una breve cerimonia davanti alla caserma dei sommergibilisti, cui erano presenti anche Pierangelo Campodonico, direttore del Muma (il museo del Mare che lo ospiterà nel capoluogo ligure), e l’architetto Roberto Bajano, che ha progettato l’opera di musealizzazione.

L’ingresso nella darsena del Porto Antico di Genova è previsto solo per la mattina di sabato 26 settembre, con la consegna del sommergibile al Muma, dove diventerà una sorta di “sala galleggiante”, visitabile a partire dalla primavera del 2010.

Sarà il primo caso in Italia di sommergibile aperto al pubblico in acqua: gli altri due “storici”, il Toti e il Dandolo, si trovano a Milano e a Venezia, ma sono collocati a terra.

Il Nazario Sauro, lungo 68 metri, è stato restaurato da Fincantieri nella base navale della Spezia; era entrato in servizio nel 1980 e radiato dalla Marina Militare nel 2002, dopo oltre vent’anni di “carriera” nel Mediterraneo; all’epoca della “guerra fredda” era addetto alle intercettazioni delle navi sovietiche provenienti dal mar Nero.
il Nazario Sauro in navigazione questa mattina

Fra gli adeguamenti per renderlo visitabile, la realizzazione di due scale per l’accesso e lo smantellamento di tutte le parti sporgenti; puliti e riparati tutti gli arredi e installato a bordo anche un sistema di riproduzione dei suoni caratteristici di un sommergibile. Il periscopio sarà funzionante, per consentire al pubblico di vedere all’esterno del battello.

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Dopo 60 anni Puma e Adidas fanno pace

Corriere della Sera

I due fratelli tedeschi Dassler le fondarono dopo la rottura tra loro avvenuta nel dopoguerra

i nuovi azionisti hanno voluto una partita di calcio di riconciliazione il 21 settembre

MILANO - Sarà una stretta di mano storica: le due aziende tedesche Puma e Adidas stanno per concludere una contesa iniziata sessant'anni fa quando i due fratelli fondatori, Adi e Rudi Dassler, decisero di imboccare ciascuno la sua strada.

PERCORSI SEPARATI - Sono diventati negli anni tra i principali marchi nel settore dell'abbigliamento sportivo. In pochi sanno però che la storia (e probabilmente il successo) delle due aziende (oggi agguerrite concorrenti) è frutto della scissione tra i fratelli Rudolf e Adolf "Adi" Dassler, che generò rispettivamente i giganti Puma ed Adidas. Tutto ha inizio negli anni '20: i due tedeschi costruiscono scarpe in cuoio, cucendole a mano nella lavanderia della loro madre. In seguito fondano una fabbrica di calzature vicino Norimberga, la Gebrüder Dassler Sportschuhfabrik, dove producono le prime scarpe da calcio con i tacchetti e le prime scarpe da atletica chiodate, portandole alle Olimpiadi nel 1928. Il successo mondiale arriva nel 1936 quando il campione Jesse Owens vince quattro medaglie d'oro alle olimpiadi di Berlino calzando proprio le loro scarpe. L'armonia tra i due imprenditori svanisce tuttavia durante la seconda Guerra mondiale: forti tensioni, date anche dalle differenti opinioni politiche, li dividono. Si separano e fondano ciascuno la propria attività rimanendo però sempre nella stessa città.

«GIORNATA DELLA PACE» - Lunedì prossimo gli impiegati di entrambe le società si stringeranno la mano pubblicamente per la prima volta. Lo faranno in occasione della partita di calcio organizzata proprio nella cittadina bavarese di Herzogenaurach dove hanno la sede principale le due aziende produttrici di articoli sportivi - tra le più grandi al mondo. Anche il piccolo comune, che oggi conta quasi 23 mila abitanti, si «spaccò a metà» nel 1948, anno in cui i Dassler decisero di separarsi, con residenti decisi a rimanere fedeli all'uno o all'altro. La data, poi, non è stata scelta a caso: il 21 settembre si celebre infatti nel mondo la "Giornata internazionale della pace".
In una nota congiunta le due aziende hanno spiegato che lo scopo della loro iniziativa è quello di «radicare la consapevolezza dell'importanza di una convivenza pacifica». Oltre a partecipare all'incontro di calcio i dipendenti delle due società vedranno insieme la pellicola "The Day After Peace", il documentario del regista inglese Jeremy Gilley, nato proprio dall’idea di avere una giornata mondiale della pace il 21 settembre di ogni anno, come poi deciso dall’Onu nel 2001. E' la prima manifestazione comune dalla rottura negli anni '40.

LA RICONCILIAZIONE - A favorire la riconciliazione il fatto che dal 2007 la maggioranza di Puma è nelle mani di Ppr, colosso del lusso francese gestito da François-Henri Pinault, che vanta svariati marchi di prestigio da Gucci a Yves Saint Laurent. Il famoso marchio delle tre bande, invece, è di proprietà di un numero più ampio di azionisti. Ad oggi Adidas detiene il secondo posto nel mercato globale per quanto riguarda il ramo di articoli sportivi, Puma è terza. La manifestazione fa parte dell'iniziativa "Peace One Day", promossa dallo stesso Gilley - un giorno della pace, di tregua e di non violenza, un invito a tutte le nazioni e i popoli a onorare la sospensione delle ostilità il 21 settembre di ogni anno.

Elmar Burchia

L'opera al Diocesano: «Quel Crocifisso non è di Michelangelo. Vi spiego perché»

Corriere del Mezzogiorno

Il caso della scultura esposta al Museo Diocesano



NAPOLI - Il piccolo Crocifisso ligneo at­tribuito al giovane Michelan­gelo ed esposto da maggio nel Museo Diocesano di Napoli è no­to al grande pubblico dal dicem­bre 2008, cioè da quando un anti­quario torinese lo ha venduto per più di tre milioni allo Stato italiano, suscitando un vasto cla­more (alimentato massicciamen­te da presentazioni ministeriali e conferenze stampa).

Un’eco ben più ristretta si era avuta nell’esta­te 2004, quando l’opera era stata «lanciata» per mezzo di una mo­stra tenuta al Museo Horne di Fi­renze. Ma il mondo degli speciali­sti era ufficiosamente informato già da prima. Nel 2003 il proprietario mi ave­va portato il Crocifisso a Firenze, dove abito, per avere un mio pa­rere, che naturalmente sperava a favore di Michelangelo. Mi tro­vai di fronte alla possibilità di trarre magari qualche guadagno dalla mia adesione: è infatti que­sta, perlopiù, la prassi in tale am­bito, a volte in proporzione con il valore commerciale delle opere (come nel mercato degli immobi­li). Ciononostante non esitai a di­re al venditore che il Crocifisso non poteva in alcun modo aspira­re al glorioso «battesimo» che lui aveva in mente, e per il quale do­veva rinunciare al mio appoggio. Va da sé che da quel momento lui e io non ci siamo mai più rivi­sti. Ripeto adesso volentieri e in sintesi, dopo sei anni, quanto spiegai all’antiquario con mag­giore ampiezza.

Sono almeno tre le ragioni per cui il Crocifisso non si può riferire a Michelange­lo: non ha la sua qualità, né ha il suo stile, mentre intrattiene rap­porti intimi di stile e qualità con vari altri Crocifissi della stessa materia e di misure assai prossi­me (opere che nessuno con la te­sta sulle spalle si sognerebbe mai di attribuire a Buonarroti, sia pu­re in minima parte). La qualità. Ovviamente non è bassa: ma non raggiunge quei li­velli supremi che Michelangelo ha mantenuto ininterrottamente nel corso di un’attività lunga e in­tensa. Per quanto osannato co­me «divino» già in vita, anche Michelangelo avrà avuto i suoi momenti di cedimento umano: ma scolpire non è come improv­visare un discorso a braccio; e dunque un artista incontentabile ha tutta la calma per correggersi, o per ripudiare un’opera insoddi­sfacente, soprattutto se il mate­riale non è costoso, così come non lo è un piccolo legno. Il cor­po nudo del Crocifisso colpisce per l’accuratezza delle sue forme: il volto, invece, ha un’espressio­ne sorprendentemente generica, e la massa dei capelli è somma­ria, a tratti addirittura grossola­na, come di un artista che non si sia reso conto che un Crocifisso alto 41,3 centimetri e destinato al culto privato sarebbe stato rigi­rato tra le mani del proprietario con un senso estetico non infe­riore alla devozione (due moven­ti interconnessi come non mai nel Rinascimento).

Lo stile. Alla veduta frontale, il corpo del Cristo ligneo sembra inscrivibile entro un solido rego­lare, tanto è fermo nel suo essere avvinto alla croce. Solo la gamba destra accenna un leggero moto rispetto a tale compattezza: ma giusto perché altrimenti sarebbe impossibile sovrapporre i piedi, per inchiodarli - come da tradi­zione - a un solo ferro. Michelan­gelo, al contrario, concentra in ogni sua opera, dalla prima all’ul­tima, un’inquietudine altissima, che spinge le sue figure a svolger­si secondo una torsione maggio­re o minore, ma sempre impel­lente, e sempre preclara. Nella Madonna della Scala, il Bambino in seno alla madre è così attorto che nega il volto alla nostra vista. In un’altra scultura giovanile, la Centauromachia, il tema della battaglia è preso in prestito dai sarcofagi antichi proprio per sfoggiare un campionario estre­mamente vario e intrecciato del­le pose e delle azioni più dinami­che. Persino quando le figure mi­chelangiolesche si trovano in una condizione fisica o in uno stato d’animo che dovrebbe co­stringerle alla fermezza o alla cal­ma, nasce misteriosamente una tensione interna che si esprime quasi sempre in una rotazione antioraria innescata dalla gamba destra; mentre il corpo si avvita più o meno repentinamente o so­avemente, la gamba destra ha co­munque una sorta di scatto in più, che la fa piegare e ruotare su sé stessa avvalendosi dell’anca come pernio, fin quasi al ribalta­mento sulla gamba sinistra.

Il Crocifisso ligneo di Santo Spirito a Firenze, l’unica scultura di que­sto genere che sia unanimemen­te riconosciuta a Michelangelo, è costruito su tale principio: e da quest’opera giovanile dell’artista (1493-94) prende le mosse un crescendo coerente quasi fino al fanatismo, che culmina nelle pro­ve più tormentate della maturi­tà. Se il Crocifisso appena acquisi­to dallo Stato non trova rispon­denza né in quello di Santo Spiri­to né in altri lavori di Michelan­gelo, esso mostra invece somi­glianze davvero eloquenti con un’altra decina di Crocifissi ugualmente lignei e piccoli, di so­lito classificati, per intesa pacifi­ca di tutti, come opere fiorentine anonime del 1500-10 circa. Tali Crocifissi erano in parte ben noti già nel 2004 (io stesso ne avevo segnalato alcuni al venditore), ma la Sovrintendenza di Firenze adottò la curiosa scelta di non presentarne neanche uno alla mostra del Museo Horne. Ci si li­mitò a schedarli nel catalogo di accompagnamento, riservato a pochi occhi, mentre al grande pubblico fu concesso di osserva­re il Crocifisso privato a contra­sto con due altri Crocifissi lignei fiorentini di dimensioni analo­ghe ma di tutt’altro stile (uno dei due appartenente o appartenuto — guarda un po’ — allo stesso antiquario torinese). Fu scelto, insomma, di rimuovere ogni pa­ragone imbarazzante e di presen­tare la nuova scultura alla stre­gua di un capolavoro assoluto e irrelato, così come si fa ora nelle ripetute mostre dedicate alla sua promozione (Roma, Trapani, Pa­lermo, Milano, Napoli). Dopo il 2004, i Crocifissi della medesima famiglia hanno conti­nuato a tornare alla luce.

Il Mu­sée des Beaux-Arts di Rouen, per esempio, ne possiede uno che, quantunque compromesso da va­rie cadute di materia e da un’im­biancatura più tarda, non è per nulla inferiore a quello ora espo­sto a Napoli. Tale infittirsi di esemplari analoghi dimostra che a Firenze, tra ’400 e ’500, c’era una bottega specializzata preva­lentemente se non esclusivamen­te in questo tipo di prodotti: si­tuazione ben familiare agli stu­diosi, che conoscono il primato dei «legnaioli» fiorentini nel Ri­nascimento, così come l’intensifi­carsi — proprio durante la giovi­nezza di Michelangelo — della domanda di simili immagini sa­cre da parte di un pubblico me­diamente agiato ed esigente (di fatto non c’era famiglia abbiente che non possedesse il suo Croci­fisso domestico). Quando nel 1497 morì Benedetto da Maiano, uno scultore peraltro non di soli legni, nella sua bottega furono trovati almeno sette piccoli Croci­fissi dalle misure più varie (un braccio, mezzo braccio, un sesto, un terzo o due terzi di braccio), cioè a portata di tasche diverse. E intere dinastie di legnaioli, come i Maiano stessi, o i Sangallo, o i Del Tasso, fecero la loro fortuna su questi e altri manufatti analo­ghi. Ostinarsi a fare del piccolo Crocifisso oggi a Napoli un irripe­tibile capolavoro michelangiole­sco significa compiere un grave torto ai danni non solo di Miche­langelo, ma anche del nostro pas­sato, perché impedisce al pubbli­co di comprendere che nella città di Michelangelo, quando lui era giovane, l’alta qualità del mestie­re artistico non era un’eccezione, ma un bene largamente diffuso. Era di pochi, semmai, l’eccellen­za: che trovava però le sue pre­messe indispensabili in quel li­vello elevato comune.

Nei mesi scorsi, qualche gior­nalista poco persuaso dell’attri­buzione michelangiolesca ha po­sto l’accento sul fatto che manca un documento ad avallarla. È ve­ro: ma si tratta di un argomento debole e ingenuo, non solo per­ché non si può pretendere che le casualità e le turbolenze della sto­ria ci abbiano trasmesso un «cer­tificato di garanzia» per ogni ope­ra d’arte che si è salvata, ma an­che perché non sempre il legame tra un’opera e un testo superstiti appare a tutti nella stessa manie­ra (a meno che il testo non aderi­sca all’opera medesima, e sia dunque un’epigrafe, eventualità minoritaria). Come hanno affer­mato giustamente i sostenitori di Michelangelo, l’assenza di do­cumenti non può impedire agli storici dell’arte di esprimere le lo­ro attribuzioni, fondate sullo sti­le e sulla qualità, e sul confronto serrato con altre opere della stes­sa epoca e dello stesso ambiente: un metodo che in questo caso ci dà, però, una risposta completa­mente negativa.

Francesco Caglioti
* Professore straordinario di storia dell’arte moderna, Università Federico II
17 settembre 2009

Altro che api estinte, miele da record

di Nino Materi


L’anno scorso le orecchie degli ambientalisti cominciarono improvvisamente a fischiare. Nell’aria c’era uno strano ronzio. Un’ape? Macché. A leggere gli allarmati resoconti di certi giornali (vedi i titoli riprodotti a fianco), le uniche api in grado di sopravvivere sarebbero state l’Ape Maia e l’Ape Piaggio. Tutte le altre - vale a dire quelle che producono il miele - erano date per spacciate, «trucidate da clima e pesticidi».

A qualcuno l’annunciata «ecatombe di insetti» apparve un po’ esagerata. Ma chi si azzardava a esprimere riserve sulla reale entità della «strage negli alveari», veniva subito zittito con titoli effetto-pungiglione: «Le api sono dimezzate, senza impollinazione frutta a rischio»; e poi: «Sciami a rischio estinzione, colpa dei fertilizzanti»; fino al nefasto: «La strana morìa delle api italiane. Sterminate dai nuovi insetticidi». E c’è stato addirittura chi ha riesumato una presunta profezia di Einstein: «Attenzione, se le api spariscono, all’uomo restano 4 anni di vita».

Dopo un’indagine a volo d’angelo (anzi, a volo d’ape), gli «esperti» avevano individuato, con certezza, il «killer»: «All’origine della morìa, la diffusione di sementi trattate col Fipronil». Questo in Italia, ma anche dall’Europa arrivavano notizie tristi: «Già perse quattro varietà su cinque di miele»; per non parlare degli Usa: «Un virus uccide le api. È lo Iapt israeliano».

Peccato (per i catastrofisti) che oggi si scopra che in Italia, in Europa e parzialmente anche in America, nel 2009, la produzione di miele passerà alla storia come un’annata record «sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo». Come dire: mai tanto miele e mai così buono. Alla faccia degli api-iettatori che davano le nostre amiche, in tournée di fiore in fiore, già belle e spacciate.

Il bilancio dell’Osservatorio nazionale del miele è dolcissimo: «Finalmente una buona annata per il miele italiano: le produzioni sono state generalmente abbondanti, la qualità dei mieli elevatissima e le varietà disponibili sempre più numerose».

Scusate, cari ambientalisti, ma non avevate detto che le api avevano le ore contate e che la Nutella avrebbe sostituito in toto i vasetti Ambrosoli? Balle. E in futuro le cose andranno ancora meglio: si stima infatti che la produzione nazionale di miele per il 2009 sarà superiore a 20mila tonnellate contro una stima sulla capacità produttiva consolidata negli anni precedenti alla grande crisi del 2008 pari a 13-14.000 tonnellate. La verità è che, ciclicamente, i soliti «difensori della biodiversità» chiedono a gran voce l’abolizione degli antiparassitari, dimenticando che non vi è alcuna giustificazione scientifica per abbandonare l’uso di antiparassitari chimici, ma che, anzi, vi sono tutte le ragioni per continuare a investire in ricerca per il loro sviluppo e miglioramento. Non a caso molti ricercatori considerano gli agrofarmaci uno strumento indispensabile per accrescere la produzione agricola in modo sicuro ed ecologicamente accettabile.

Ma torniamo al miele. Si può dire che prende corpo una nuova tendenza dell’apicoltura italiana, impegnata da qualche anno a migliorare sì la qualità ma soprattutto a produrre mieli monoflora - cioè prodotti dalle api con il nettare di una sola specie di piante - sempre più puri e particolari. Tutti conoscono il miele di acacia o quello di castagno, quello di eucalipto o quello di agrumi, ma pochi sanno che ormai sono centinaia gli apicoltori che si sono specializzati nella produzione di mieli monoflorali particolari o rari, strettamente legati al territorio di produzione. E così si vedono sempre più spesso mieli come quello di timo, prodotto sui monti Iblei della Sicilia, di cardo o di asfodelo raccolti in Sardegna, di rododendro raccolto sui prati alpini o di rosmarino della costa ionica.

E la Camera resta deserta: presenti solo 100 deputati

di Redazione

Tutti pronti a telefonare all’agenzia Ansa per dichiarare il proprio cordoglio, magari sperando in una piccola vetrina mediatica. Eppure, quando si è trattato di andare in Parlamento per fare il punto sulla tragedia, quasi nessuno ha trovato il tempo per liberarsi dai tradizionali «precedenti impegni». Proprio così: del 630 deputati in carica, solo poco più di un centinaio ieri pomeriggio si sono presentati in aula per ascoltare la relazione del governo sull’attentato di ieri mattina a Kabul.
Seduti sui banchi del governo il ministro della Difesa Ignazio La Russa, il Guardasigilli Angelino Alfano, il responsabile degli Affari regionali Raffaele Fitto, il viceministro Paolo Romani, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianfranco Miccichè e quello alla Difesa Guido Crosetto. Di fronte, una platea praticamente deserta, con in media un posto a sedere occupato ogni sei. Tra democratici e radicali erano in tutto una quarantina: tra i dirigenti il segretario Dario Franceschini e gli ex ministri della Difesa Massimo D’Alema e Arturo Parisi. Una decina i deputati dell’Italia dei Valori e altrettanti quelli dell’Udc, compreso il leader Pier Ferdinando Casini. Molti assenti anche nelle fila del Popolo della Libertà: sui banchi del primo partito erano seduti una cinquantina di parlamentari. Facile, infine, il conteggio della pattuglia leghista: erano appena in quattro, compreso il capogruppo Roberto Cota.
Tutti gli altri evidentemente hanno ritenuto di aver di meglio da fare piuttosto che ascoltare in diretta l’informativa del ministro della Difesa sulla tragedia di poche ore prima, costata la vita a sei militari in missione in Afghanistan per servire il nostro Paese.

Shockabab, lo straniero che dà lavoro ai veneti: «Ho vinto la diffidenza

Corriere del Veneto

La storia - Il palestinese e il cammello con gli occhiali

Naser, 35 negozi e 400 dipendenti: «Ci ho messo 8 anni»

ZERO BRANCO (Treviso) - Sul tavolo un libretto che la dice tutta: «Metti in pratica quello che sai». Alle pareti, accanto alla fo­to delle figlie e di un incontro con Arafat, il faccione di un cammello con occhiali e barbetta che somiglia a un cartone anima­to. Poco più in là le immagini colorate di mille e un menu che sono un inno dissa­crante al kabab. Naser Ghazal non sembra di ottimo umore. Comprensibile. Anche per lui sono giorni di Ramadan. Perfino qui si digiuna fino al tramonto, in questo angolo di Nord Est, in un capannone ac­quattato fra le villette, a due passi dal cen­tro di Zero Branco. Giornate faticose per il re del kabab, per questo palestinese quarantaquattrenne che in otto anni ha messo in piedi un impe­ro grazie al mitico involtone. La catena di franchising Kabab International, di cui Na­ser Ghazal è anima, corpo, creatività, orga­nizzazione, passato, presente e futuro ­nonché direttore commerciale - è un'ecce­zione a più regole. Alla faccia della crisi e oltre ogni luogo comune sull'immigrato. Dal 2001 a oggi l'attività è cresciuta del trecento per cento. E non ha subìto pause in quest'ultimo anno. Dal primo Shocka­bab a Mestre, al numero 35 che aprirà a ot­tobre a Paese.

In mezzo ci sono i locali di Marghera, Mogliano Veneto, Preganziol, Scorzè, Treviso, Conegliano, per scendere in Calabria, Campania, Abruzzo e in Sicilia, e risalire, con qualche Falafel in più, perfi­no in mezzo ai monti, a Valle di Cadore. L'impresa va pesata nel modo giusto. Nel 2001 Naser distribuiva e consumava nei suoi locali 300 chilogrammi al mese di kabab. Oggi la media mensile è di 40/50 tonnellate, con punte estive di 60. Un re­cord. Raggiunto anche grazie alla partner­ship con una Spa del settore, la Cattel Cate­ring di Jesolo. La storia di Naser Ghazal inizia in Pale­stina. Da qui parte nel 1983 per andare a studiare, a Roma, Marketing del turismo. «Ho scelto l'Italia per passione - racconta ­perché aveva vinto i Mondiali dell'82 e il mio amore a quell'epoca era il calcio». A Roma incontra il suo futuro nella ristora­zione. «Piano piano, non esageriamo. La mia è una famiglia povera, così, da studen­te andavo a lavare i piatti nei ristoranti, poi facevo il cameriere e ogni tanto anche lo chef in cucina. Non è mancata neppure la raccolta di pomodori. Ma intanto la pas­sione cambiava e, dopo la laurea, con tan­ta fatica perché a un palestinese nessuno dava credito men che meno le banche, so­no riuscito ad aprire un piccolo ristorante a Roma».

Ma quello non era il suo sogno. Ci vole­va qualcosa di più originale per sfondare. Bisognava davvero mettere in pratica quel­lo che sapeva e che intuiva. Una vacanza in Veneto e la decisione: si risale lo stivale e ci si butta in una nuova avventura nel no­me del kabab. Nella terra della Lega. Ma questa non è una storia di politica. Semmai di cultura gastronomica che abbat­te ogni confine e pregiudizio. «L'inizio non è stato facile. Gli italiani non conosce­vano affatto il kabab ed erano diffidenti. I miei clienti erano solo immigrati e i miei locali punti di ritrovo solo per loro. Per so­pravvivere sapevo di dover allargare il tar­get. Così ho pensato a introdurre nei me­nu anche la pizza, sempre a base di kabab. E poi qualcosa di divertente per i bambini. Il tutto in un locale pulito, colorato, simpa­tico, con i camerieri in guanti e cappello. Una cosa diversa insomma, su misura per il cliente italiano. Con tanto di gadget, lo­cali su 4 ruote, gruppo di fan su Face­book... ». L'esperimento ha avuto successo e il cammello con gli occhiali spopola. Oggi l'80 per cento dei clienti è italiano. Fami­gliole e morosi. Tutti con il panino in ma­no. Chi va da Naser per un nuovo Kaba­bPoint è sei volte su dieci un italiano, an­che perché il capitale richiesto per aprire un locale è di 52mila euro.

La catena dà la­voro ormai a quasi quattrocento persone, la grande maggioranza italiani. E promette di crescere oltre confine. «Abbiamo avuto richieste per Romania, Spagna e perfino Marocco — spiega Naser — ma ci muovia­mo con prudenza. Prima dobbiamo diven­tare ancor più forti a livello nazionale e fa­re attenzione alla concorrenza, spesso slea­le, dei grandi gruppi che hanno capito che questo è un mercato che crescerà ancora». Naser è cittadino italiano dal 1987. La sua famiglia d'origine vive sempre in Ci­sgiordania. Il suo essere un immigrato pa­lestinese gli ha creato problemi più per l'accesso al credito che per altri motivi. «Tante volte mi sono chiesto quante diffi­coltà avrei incontrato da straniero, qui in Italia, qui in Veneto. Quando ho iniziato sa­pevo che avrei dovuto accontentarmi, avrei dovuto lavorare a testa bassa, con onestà e sudore per venirne fuori. Così ho fatto. E a tutti quelli che mi parlano di raz­zismo, a coloro che pensano che l'immigra­zione sia solo delinquenza, beh, a tutti que­sti io rispondo con i fatti. Con il mio lavo­ro e le mie scelte». Tra queste ci sono un pulmino per il trasporto di persone con handicap, che la Kabab International ha contribuito ad acquistare per il Comune di Zero Branco, e la solidarietà ai terremotati d'Abruzzo ai quali in maggio è stato devo­luto l’incasso di una domenica di lavoro.

Macri Puricelli

L'integrazione resta un'utopia per le donne musulmane

Il Tempo

Marocchina diciottenne sgozzata dal padre-padrone. Era fidanzata con un italiano di 31 anni. La politica d'accoglienza si scontra con la rigidità delle regole familiari.


L'integrazione tra persone di razza, cultura e religione diverse è un obiettivo facile da raggiungere se c'è la volontà di farlo: basta frequentare una scuola qualunque dello Stivale e osservare come si comportano e si relazionano i bambini stranieri (quelli nati qui ma non solo loro) con gli amichetti di classe italiani. Se non fosse per i tratti somatici che li qualificano come cinesi, marocchini, cingalesi ecc. nulla li differenzia dagli altri.

Parlano con la stessa cadenza dialettale, indossano scarpe delle Winx o dei Gormiti, sognano di fare da grandi le veline e i calciatori. Gli ostacoli a questi processi d'integrazione, quando ci sono, nascono dentro quelle famiglie di immigrati strutturate e irrigidite da pregiudizi culturali e religiosi dove, chi si ribella entra in conflitto o ne viene espulso. Mariti e padri-padroni contro mogli e figlie, fratelli maggiori contro sorelle minori ecc. L'anello più debole restano le donne, che siano mogli, figlie o sorelle. Destinate a una situazione di sudditanza, straniere in terra straniera, condannate alla separazione fisica e culturale. In un contesto del genere il burqa diventa il simbolo di una segregazione coatta, dell'isolamento. Basta indossarne uno e farci un giretto dentro per rendersene conto.

Uno scafandro-sudario soffocante che ti impedisce la visione laterale come i paraocchi dei muli. Non c'è giustificazione culturale (o religiosa) che tenga, non ci sono «scappatoie» neanche per altre pratiche barbare come la mutilazione dei genitali femminili. L'omicidio di Sanaa Dafani, la diciottenne di origine marocchina accoltellata martedì sera dal padre El Katawi Dafani, 45 anni, in un boschetto di Montereale Valcellina (Pordenone) è maturato in una «situazione» familiare del genere. Sanaa era bella, vestiva all'occidentale era piena di amici e con tanta voglia di integrarsi. Era arrivata in Italia nel 2003 insieme alla famiglia e qui aveva frequentato le scuole medie.

Martedì si trovava in macchina con il fidanzato italiano Massimo Di Biasio di 31 anni. Il padre li ha aggrediti a colpi di coltello. Entrambi feriti sono scesi dalla vettura dandosi alla fuga. Ma Dafani, accecato dall'ira, ha rincorso la figlia e le ha squarciato la gola. L'ha quasi decapitata. L'uomo non approvava la relazione: troppo giovane sua figlia, troppo anziano lui, 31 anni. Ma l'ipotesi più probabile è: lei musulmana non poteva convivere con un italiano cattolico. Dicono che il padre arrestato dai Carabinieri, ora è tranquillo: ha lavato l'onta con il sangue. S'ipotizza il reato di omicidio premeditato. C'è un testimone che lo incastra. La madre della giovane invece piange, sottomessa

Natalia Poggi