domenica 20 settembre 2009

chi è il prete sciacallo





Sito web del prete SCIACALLO







DON GIORGIO DE CAPITANI, SE QUESTO È UN PRETE...

Imgpress

(20/09/2009) -

Ci siamo già occupati ad agosto su IMG Press del triste caso di Don Giorgio De Capitani, un prete anziano di 71 anni, residente nella frazione di Monte a Rovagnate (Lecco) nella Arcidiocesi di Milano guidata dal cardinale Dionigi Tettamanzi. E pensavamo che qualcuno nella Curia milanese di Piazza Fontana n. 2 si attivasse per sospenderlo a divinis o a ridurlo allo stato laicale, ma non solo De Capitani rimane al suo posto, ma raddoppia con parolacce e con un linguaggio volgare da osteria che non si addicono a un ecclesiastico. Questo prete rosso è estremamente politicizzato, odia il centro destra, e ricorre sul suo sito web a insulti, ingiurie e a diffamazioni gratuite verso esponenti politici. De Capitani commette una serie di reati penali approfittando e abusando della tonaca che porta. L'ultimo insulto in ordine di tempo è ai nostri 6 soldati morti in Afganistan definiti da De Capitani "mercenari". Questo prete che, probabilmente, ha problemi di apparire per contare nel clero ambrosiano o italiano, ha attivato un sito www.dongiorgio.it dove non risparmia nessuno. Si è accanito contro i 6 militari che erano in Afganistan per una missione di pace e per combattere il terrorismo. Lui li ha equiparati ai soldati mercenari della Legione straniera dimostrando ignoranza e malafede. Questo De Capitani non è un prete, non è un ministro di Dio, non è un alter Christus, è solo un povero vanesio, un narciso, e un esizibionista. Vuole apparire atutti i costi, nella civiltà dell'immagine, per contare e allora le spara grosse, vuole diventare un leader del clero progressista ma il suo grande limite è che è assai modesto culturalmente. Non capisce di sacra Teologia, di sacra Scrittura. E ci chiediamo come abbia fatto a diventare prete nonostante il Rettore del Seminario di Venegono fosse il rigoroso cardinale Giovanni Colombo. De Capitani conosce alcuni slogans dei centri sociali, e a 71 anni suonati, li pronuncia con invettive politiche sul suo sito web. Questo prete un po' rozzo, che ha un'alta stima di se stesso, unita a una grande considerazione del suo operato, lo porta ad emettere giudizi senza valutare le conseguenze dei suoi gesti. Che sia un caso di demenza senile? Oppure di disattamento? Non lo sappiamo perché la normalità e la follia nel suo caso sono difficili da stabilire. Oggi, il direttore responsabile de IL GIORNALE, Alessandro Sallusti, se la prende con il silenzio del Cardinale Tettamanzi. Ma se appena appena conosco il cardinale Tettamanzi quando tace, contrariamente a quanto uno possa pensare, lo fa per prendere le distanze. No, il modello di sacerdote cui guarda Tettamanzi non è certo quello di De Capitani. L' Arcivescovo di Milano ama molto i suoi preti, gli è vicino nella gioia e nel dolore. Le sue parole d'ordine sono: ascolto, dialogo, donazione e condivisione. Ma nei loro confronti è esigente e rigoroso. Li invita alla sobrietà, alla carità, e a predicare il Vangelo e ad annunciare a tutti Gesù crocifisso e risorto. Non ama gli eccessi, i leader improvvisati che non sanno stare al loro posto, e non mettono in pratica le direttive del Papa, del Vescovo, e non seguono la Sacra Scrittura, il Magistero della Chiesa, e la Tradizione. De Capitani nelle sue esternazioni infelici, inopportune, e improvvide parla a ruota libera, e non tiene conto della Costituzione dogmatica Dei Verbum. Lui, ormai, si è ritagliato un ruolo da capopolo di provincia che va in fibrillazione quando la rete parla di lui. E' stanco di fare il prete. Ora vuole fare politica con internet. Ma almeno sia consapevole che è un consacrato e la prudenza è una virtù che dovrebbe mettere in atto tutti i giorni. E, per favore, la smetta di usare insulti, ingiurie e parolacce nei confronti di chiunque. E mons. Molinari, Vicario Episcopale per la zona di Lecco, lo sanzioni presto e subito e lo sospenda a divinis. Cosi abbiamo pure il martire, quel ruolo che De Capitani va cercando da tempo per farsi pubblicità e continuare ad attaccare il prossimo dimostrando grande carità. Un consiglio diamo a De Capitani. Metta nella home page del suo sito web l'Inno alla carità di San Paolo che si trova nella Prima Lettera ai Corinzi. E lo legga ogni giorno prima di scrivere articoli che non ci rassicurano per niente sulla sua salute mentale essendo cosi volgari, pieni di odio, di livore e accanimento verso il suo prossimo. Caro cardinale Tettamanzi, ora è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti.

Alberto Giannino
alberto.giannino@gmail.com



Daniele Martinelli







Sito web dell'amico del prete SCIACALLO






Da ateo esprimo solidarietà a don Giorgio De Capitani, parroco di una piccola frazione di Rovagnate, nei pressi di Lecco. Durante le sue omelie non esita ad esprimere i suoi sentimenti e le sue idee verso i politici e le politiche di questo governo di puttanieri. Don De Capitani produce molti video su Youtube in cui diffonde il suo pensiero di libero cittadino, come anche i politici potrebbero fare. Ammesso avessero argomenti da proporre. Uno di loro, il viceministro Roberto Castelli, è fra i numerosi infastiditi dall’atteggimento di quest’uomo. Ha scritto una lettera all’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi per richiamare quel prete di provincia ”all’ordine”. Nella missiva si legge”Premetto che sono un paladino della libertà di parola, ma in molti testi si può rivelare il reato di diffamazione“. Lo spudorato Castelli dimentica il suo ruolo di burattino del corruttore durante la sua missione di Guardasigilli prima, e di viceministro oggi. E’ proprio vero che la vergogna appartiene soltanto ai galantuomini.






Fonte

Solidarietà colpevolmente ritardataria a Don Giorgio De Capitani, sacerdote di Monte di Rovagnate.

Domenica 26 luglio, durante la messa, è stato aggredito verbalmente dal medico personale di Berlusconi: Alberto Zangrillo.
Alfiere di Comunione e Liberazione, dipendente presso la corte di Don Verzè, Zangrillo – dopo esser stato al telefonino durante tutta la funzione (forse con chi ce l’ha mandato a Monte) – s’è avvicinato al sacerdote e l’ha paragonato ad un “terrorista”.
Il motivo? L’energico parroco s’era permesso di criticare – in diverse omelie – il Premier e la Lega Nord (e continua coraggiosamente a farlo).
Zangrillo, seguito a ruota da Roberto Castelli, ha ritenuto “sconveniente” che un uomo di chiesa esprimesse pareri fuori copione sul Presidente del Consiglio o su uno tra i partiti più incoerenti e beceri della seconda Repubblica.
L’anestesista del San Raffaele, ergendosi a difensore d’ufficio del “Santo Padre”, s’è poi detto preoccupato dato che le parole di Don Giorgio “istigano alla violenza”. Per procacciarsi l’attenzione dei disattenti, Studio Aperto e Zangrillo han tacciato il sacerdote d’aver insultato Ratzinger. In realtà è fin troppo chiaro come la causa della rabbia ciellina resti un’altra: Don Giorgio racconta la verità su Berlusconi e la sua banda e non risparmia critiche precise a certe gerarchie vaticane alleate dell’utilizzatore finale (cit.).
Non si sa mai, ha balbettato poi Castelli, che le parole del “terrorista” potessero passare come la “posizione ufficiale della Chiesa”.

Il timidissimo vicario della diocesi di Lecco, Bruno Molinari – di fronte a questo attacco congiunto volto a tappare la bocca a chi non è allineato al pensiero unico – ha assicurato alla stampa che “le posizioni che esprime (Don Giorgio, ndr) sono anche gravi e del tutto personali, e credo che questo sacerdote si assuma in pieno la responsabilità”.
Piuttosto che difendere il sacerdote dalla schiena diritta, ha preferito voltarsi dall’altra parte.
Alla ricerca di un prete alla Ruini o alla Bagnasco. Meglio ancora: alla Don Luigi Verzè.

Qui Lecco Libera

                                                                

Don Giorgio De Capitani il “terrorista”

Alfio Sironi

Durante l’ultima messa domenicale un fedele, giunto davanti a Don Giorgio De Capitani, parroco di Monte di Rovagnate, rifiuta l’ostia e a gran voce lo appella “terrorista!”. Pare fosse il medico di Berlusconi.

 Leggete qui. Si scopre qualche giorno dopo – ma è un dato accessorio – che si tratta del medico personale di Silvio Berlusconi, nome che ricorre spesso, quale esempio negativo, nelle prediche di Don Giorgio.
Conosco Don Giorgio da ormai qualche anno, l’ho visto prima sul pulpito, durante le omelie, poi l’ho conosciuto di persona. Lo seguo quotidianamente sul suo sito internet.
Direi proprio che non si tratta di terrorista. Si tratta di un uomo che manifesta le sue idee in modo chiaro e riconoscibile: il fatto che attacchi direttamente questo o quell’esempio negativo è, come scrivevo tempo fa, solo un indicare la luna. In molti non colgono, e proseguono a guardare il dito.
Esprimo solidarietà a Don Giorgio per quanto successo – quanto meno un fatto spiacevole – nei paraggi mi sembra tra i non molti che abbiano tentato e tentino di dire e costruire qualcosa di socialmente edificante, di dare un vero messaggio rivoluzionario, nello spirito delle letture di cui ogni domenica si fa portatore.
Facile dire ad alta voce “terrorista!” e poi scappare.
Piuttosto si confronti il signor Zangrillo, troverà una persona aperta e che – anche in modo radicale, certo – ama confrontarsi.





Il prete sciacallo e il silenzio del Cardinale

di Alessandro Sallusti


Ci sono parole e fatti che indignano i professionisti della protesta. Altri no. Basta che Berlusconi, Brunetta, la Gelmini, Bossi e suo figlio aprano bocca che subito le agenzie battono reazioni allarmate dei vari esponenti dell'opposizione e dell'intellettuale di turno. Di Pietro insegna. Non avendo un lavoro né nulla di interessante da fare, il leader dell'Idv passa la giornate a sfornare pareri non richiesti su tutto e tutti. Ma, dicevamo, a volte non è così.
Per esempio ieri non abbiamo sentito o letto condanne e prese di distanza da quegli imbecilli che stanno imbrattando i muri delle nostre città con la scritta «-6» in segno di esultanza per il successo dei talebani nell'attentato di Kabul contro i nostri soldati. Mani anonime, si dirà. Certo, ma la matrice politica è chiara, ed è da cercare nell'area dell'antiberlusconismo radicale alla quale non pochi signori che vediamo ogni sera nei talk-show televisivi strizzano l'occhio. Sono curioso di vedere se oggi la democratica Concita De Gregorio scriverà qualche cosa contro questi mascalzoni sulla sua Unità sempre pronta a dare lezioni di morale. O se Ballarò e Santoro dedicheranno qualche minuto delle loro trasmissioni per smascherare e denunciare gli sciacalli di sinistra.

Ma soprattutto mi colpisce il silenzio del cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, nei confronti di un suo dipendente, don Giorgio de Capitani, parroco a Lecco, diocesi ambrosiana. Questo prete, già noto per le sue violente omelie contro Berlusconi, ieri ha detto e scritto sul suo sito che i parà uccisi a Kabul «sono solo dei mercenari» che non meritano tanta commozione. Oggi, interpellato dal nostro inviato Luca Fazzo, rincara la dose e confida che «su tante cose anche il cardinale Tettamanzi la pensa come me, solo che non può dirlo». Ora, noi non ci permettiamo di mettere becco in casa altrui, sappiamo che nella Chiesa c'è posto per tutti, anche per gli svitati, ma è chiaro che delle due l'una: o oggi, subito, vengono presi provvedimenti tali da impedire a don Giorgio di offendere i nostri morti a nome e per conto di Dio, oppure ha ragione lui e il silenzio del cardinale diventa benedizione e complicità.

Anche perché ieri il Tettamanzi ha ricevuto parole di encomio importanti. Cito testualmente: «Il capo della diocesi milanese è l'unico che ci difende, appoggiando la nostra richiesta di costruire delle moschee. Fino ad ora è stato l'unico ad avere espresso nei nostri confronti parole cristiane e rispettose della costituzione che garantisce a tutte le religioni di avere propri luoghi di culto». A sbilanciarsi in tanto ringraziamento è stato Abdel Hamid Shaari, presidente del centro islamico milanese. Vorremo poter dire altrettanto, e cioè ringraziare il nostro cardinale per aver difeso senza indugio, oltre che i diritti degli islamici, anche quelli dei nostri soldati che non sono mercenari ma che erano a Kabul mandati dal nostro Parlamento, cioè da tutti noi, in pieno rispetto del dettato costituzionale.
Si potrebbe obiettare: don Giorgio è don Giorgio, Tettamanzi è altro. Giusto. Ma senza entrare in questioni ecclesiali, mi sembra ovvio che un fedele quando ascolta il suo parroco sia convinto che questi non parli a titolo personale ma che le sue parole siano ispirate ai sacri testi. E allora non vorremmo che qualche buon cristiano sia convinto che il buon Dio o il suo vicario in terra considerino i nostri soldati gente indegna. Senza contare che tutti i cristiani, e i preti in particolare, debbono obbedienza al proprio vescovo. Speriamo che quest'ultimo abbia tempo e voglia di farsi obbedire.


Prete parla come gli sciacalli: "Soldati mercenari Non dovevano sposarsi, non avremmo vedove"

Quotidianonet

Don Giorgio De Capitani, parroco di Monte di Rovagnate (Lecco), non ha nessuna pietà per i parà uccisi: " Sapevano che potevano morire, ma sono andati ugualmente per interesse eocnomico. Berlusconi? E' un porco. La Chiesa dela Lombardia è spaventos perchè lo vota e vota persino la Lega"

Lecco, 20 settembre 2009 - I parrocchiani più furiosi con lui, lo chiamano lo sciacallo. Pregando di usare la esse minuscola, perchè sennò lo sciacallo vero potrebbe querelare.. Si chiama Don Giorgio De Capitani, fa il parroco di Monte, frazione di Rovagnate, cinquecento abitanti nella Brianza lecchese.

 Da quando a Kabul i terroristi islamici hanno massacrato i sei parà della Folgore, il prete vomita insulti. Dal pulpito, sul blog, sul web. Contro La Russa, definito "La Russa del cazzo" in un commento pubblicato sul sito del sacerdote e poi rimosso. Contro i soldati italiani: "Mercenario vuol dire che combatti a pagamento. E quelli cos'erano? Avevano chiesto loor di andare lì, erano pagati bene, spaevano cosa rischiavano. In questoi Paese se muoiono centinaia di operai saul lavoro nessuno dice niente, invece se muoiono sdei mercenari sembra una tragedia nazionale. Mi dispiace per le famiglie, però è colpa dello stato. Se uno fa quel mestiere non dovrebbe potersi sposare, così non saremmo qui a consolare orfani e vedove?".

All'anima del consolare. Semmai insultare. Quese parole sono state pubblicate stamane dal "Giornale" che, in un'intervista a firma Luca Fazzo, ha dichiarato anche: "La Chiesa in Lombardia è spaventosa. Ci sono un sacco di preti che votano Berlusconi o che addirittura votano Lega. E quelli che non sono d'accordo stanno zitti per paura". E ancora: "Io ho sempre detto cose peggiori. I miei video sono su Youtube, basta andarli a vedere. Ho detto che Berlusconi è un porco. Anzi, un porcone. Anzi, uno stuptratore. Eppure la Curia non mi ha mai detto niente. Invece stavolta mi hanno fatto chiamare dall'avvocato. E ci scommetto che non è finita qui. Stavolta me la faranno pagare".

Di Pietro chiede poltrone: "Pd, governatori dell'Idv per le regioni del Sud"

di Redazione


Vasto - Chiacchiera e pontifica, ma alla fine vuole una cosa sola. Poltrone. La prende larga Antonio Di Pietro nel rivendicare un ruolo di primissimo piano per l’Italia dei Valori alle prossime elezioni regionali, ma alla fine, a dire che in Puglia, Campania e Calabria ci vogliono candidati nuovi, non tanto di un partito, quanto "di valori", ci arriva. E usando un gioco di parole. "Non chiedo candidati dell’Italia dei Valori, ma di candidare italiani di valore". Per l’ex pm, quindi, serve gente che sia riconducibile, se non direttamente al suo simbolo, sicuramente all’area di attività (e influenza) della nuova Italia dei Valori, presentata alla kermesse di Vasto.

Le Regionali L’obiettivo dichiarato è "consolidare l’8% preso alle politiche" e se possibile aumentarlo, grazie a un partito "strutturato e presente sul territorio, che non si limiti agli strali contro Berlusconi", ma che faccia proposte "per un governo alternativo". Meglio cominciare subito, allora, presentando idee, forse non proprio nuovissime, ma senza attaccare frontalmente Berlusconi: quel "cadrà col dito alzato come Saddam" di due giorni fa probabilmente resterà l’ultimo fuoco da piazza del vecchio Di Pietro. "È un valore liberarsi di Berlusconi ed è per questo che da oggi smetterò di attaccarlo, per guardare invece alla costruzione di un’alternativa di governo che lo sostituisca".

Osessione Sud L’ex pm ha avuto molti incontri privati per sottolineare l’imperativo di trovare, soprattutto al Sud, "nomi nuovi e puliti", perché "non si possono presentare - è stato il ragionamento - a gente che si è spellata le mani per applaudire Salvatore Borsellino che gridava 'resistenza alla mafia' persone hanno approfittato della propria posizione di governo per farsi gli affari propri". E allora il messaggio è chiaro e parte in direzione del Pd e degli altri scampoli di centrosinistra che ancora esistono sul territorio: "Alleanza sì, ma al primo punto ci deve essere la questione morale. Noi non appoggeremo i governatori uscenti di Puglia, Calabria e Campania" visto che "non vediamo l’ora che questa Idv diventi punto di riferimento per gli italiani che sentono la legalità come una componente essenziale della libertà".

Amal e le islamiche alla conquista del bikini

Corriere della Sera

Quattro ragazze e l'integrazione: «Ci sentiamo italiane, dai tacchi a De André»

Video

MILANO — Amal ha gli occhi di Cleopa­tra, labbra carnose, capelli lunghi. È maroc­china. «Ma mi sento italiana, vivo qui da 16 anni». È seconda di cinque figli che non ve­de più. «Mio padre mi ha ripudiata. Aveva combinato per me un matrimonio che non desideravo. Mi aveva proibito di uscire di casa. È stata la goccia, sono scappata». Quella sera di novembre la ricorda come un sogno. «Neanche avevo paura. Mi sem­brava impossibile di riuscire a farlo». La li­bertà di Amal costa. Le unghie rosa, i tacchi alti, gli abiti stretti che indossa, hanno il prezzo di una vita da sola. «La mia famiglia è ritornata in Marocco. Qui è rimasta mia sorella, sposata con due figli. Non ci possia­mo sentire. Il marito è contrario, non vole­va che andassi a trovarli senza il velo in te­sta, temeva condizionassi le figlie: perché zia sì e mamma no? E io alla fine non ho più voluto portarlo, quel velo: mi sembra­va ipocrita. Non seguo il digiuno nel Rama­dan. Metto le minigonne, al mare i due pez­zi: che bello quando ho comprato il primo, per la Toscana. Ho visto sette volte Il diavo­lo veste Prada ! Io penso che se decidi di ve­nire in Italia devi accettare la nuova cultura e integrarti. E chi non ci riesce deve tornare nel suo Paese».

La parola «integrazione» non piace a Sa­ra Amzil, 22 anni, nata in Marocco, ma a Torino da quando aveva due anni. Da tre si è trasferita a Milano, dove ha sposato Omar, italo-egiziano, musulmano come lei. «Lui è un vero 'polentone', con questo mito della città. Durante le feste litighiamo sempre se stare a Milano dai suoi o a Tori­no dai miei». Preferisce definirsi «inseri­ta ». «Integrata mi fa pensare che ho dovuto cambiare qualcosa. Mi piace credere di aver arricchito la comunità in cui sono cre­sciuta ». Sara indossa il velo. «E sono con­tenta, mi fa sentire più vicina a Dio». Non ha ancora la nostra cittadinanza. «Avevo fatto domanda un anno prima di sposarmi e ormai l’iter da seguire è quello. Omar è italiano, con le nozze avrei potuto fare più in fretta. Ecco, questo non ha senso per me. Sono cresciuta qui, parlo l’italiano, ho studiato nelle scuole pubbliche, conosco De André a memoria, cucino solo italiano: pennette con panna e funghi, gamberetti e zucchine, lasagne; i miei quasi se ne rattri­stano. Però non ho il diritto di voto. A un’al­tra straniera basta venire qui e sposarsi ed è tutto fatto». Sara studia Giurisprudenza alla Cattolica. «L’ho scelta perché è seria. Sì, ti chiedono il certificato di battesimo. Ma poi basta un nullaosta del centro pasto­rale ». Vorrebbe fare l’avvocato, magari pe­nalista. «Però poi quando sento storie co­me quella del padre di Sanaa mi vengono i brividi. Non so se ce la farei a difenderlo». La meglio gioventù islamica si impegna, lavora, studia, cerca il proprio posto nel mondo, ha imparato ad amare la pizza, il calcio, la musica dei cantautori.

Le tradizio­ni per alcune sono catene. Per altre sono pa­trimonio, radici alle quali ancorarsi per sop­portare la pioggia e il vento. «Sono musulmana, ma anche occidenta­le. Non porto il velo, come accade ormai so­lo ad alcuni miei parenti in Egitto. A scuola i compagni mi chiedevano: se sei musulma­na perché non lo indossi? Rispondevo sem­pre: mi sento italiana. Però in questi giorni ho rispettato il Ramadan: una scelta cultu­rale, più che religiosa. Al di là di quello che dice il Corano, per me il digiuno è un mo­mento di spiritualità e di autodisciplina. In questo trovo che l’islamismo non sia poi co­sì diverso dal cristianesimo» dice Randa Ghazy, 23 anni, nata in Italia da genitori pa­lestinesi, tre romanzi già pubblicati, l’ulti­mo, con Rizzoli, Oggi forse non ammazzo nessuno . Dell’Occidente ha interiorizzato la letteratura. «Sepúlveda, Benni, Tabucchi». La curiosità la spinge all’apertura. «Fre­quento Scienze politiche alla Statale di Mila­no. Il mio sogno è andare all’estero e occu­parmi di relazioni internazionali». Siham Azennar ha 19 anni, fa la parruc­chiera a Varese, convive con il fidanzato e non nasconde le sue forme da pin-up. «So­no figlia di una ragazza madre. Fino a cin­que anni fa abitavo a Rabat con i nonni, mi hanno cresciuta leggendo il Corano». Una vita piena di amore, ma troppo stretta. «Co­sì ho raggiunto mia madre a Varese. All’ini­zio non era d’accordo. Era spaventata, for­se. Abbiamo avuto dei contrasti». Qualche mese fa, la scelta di trasferirsi dal fidanza­to. «Quest’estate sono tornata in Marocco e l’ho presentato ai nonni. 'Se sei felice, va’ per la tua strada'». Una risposta spiazzante. Qual è allora la verità vera? Chi è l’islami­co giusto e quello sbagliato? Un padre che uccide la figlia che gli procura vergogna è un integralista o un pazzo? «Con i fonda­mentalisti non puoi ragionare. Non si vo­gliono mostrare deboli davanti a parenti e amici, non possono agire diversamente dal loro credo. E le donne abbozzano, sotto­messe. Ho sentito che la mamma di Sanaa ha perdonato il marito: non ci credo, secon­do me è arrabbiata, lo odierà per sempre» si sfoga Amal sul divano di casa. Ma Sara non ci sta. «Nel Corano chi uccide una per­sona è come se uccidesse la comunità inte­ra. Quell’uomo non c’entra nulla con l’Islam».

Claudio Del Frate
Elvira Serra

Mega-show di Jovanotti da Castro Protesta dei dissidenti: "Vergogna"

di Davide Mattei


Madrid - Il concerto, Pace senza frontiere, si terrà questa notte a Cuba, nella piazza della Rivoluzione dell'Avana. A promuoverlo il cantante colombiano Juanes, tra i partecipanti nomi di primo piano come Miguel Bosé e Jovanotti. Ma il mega-show, che Juanes ha definito «un gesto umanitario», si è trasformato in un caso politico e ha sollevato le ire della dissidenza di Miami e i sospetti di quella insulare.

Il concerto si terrà infatti in una piazza simbolo dell'isola, quella della Rivoluzione, intitolata anche a José Martí, con l'appoggio dell'Istituto cubano della Musica. Oltre a Juanes, Jovanotti e Bosé parteciperanno tra gli altri -dopo un tormentoso giro di conferme e disdette- lo spagnolo Víctor Manuel, ed i cubani Amaury Pérez, Silvio Rodríguez, Los Van Van, Orishas, Varela e X Alfonso.

Nonostante Juanes abbia definito l'evento «apolitico», i dissidenti ritiengono che sia destinato a diventare un gesto di appoggio implicito al regime di Raul e Fidel Castro, che incasserebbero come una vittoria la presenza di artisti internazionali acritici verso il regime. Secondo i cubani esiliati a Miami, Juanes avrebbe infatti dovuto indire un concerto per chiedere la libertà delle centinaia di dissidenti politici incarcerati, libere elezioni e il rispetto dei diritti umani, per essere al di sopra di ogni critica. Mentre per le strade di Miami, gli esuli più arrabbiati hanno manifestato il loro dissenso bruciando dischi e camicie nere, in allusione alla canzone-tormentone del cantante colombiano «Tengo una camisa negra».

Ma le accuse sono arrivate anche dai dissidenti sull'isola. Oswaldo Payá, leader del Movimento cristiano di liberazione, ha detto di rispettare la decisione di Juanes, non risparmiandogli però le accuse: «Sarà ed è uno scandalo che tante persone cantino per la pace nel mio paese, se si dimenticano e tacciono i cubani incarcerati per aver lottato con amore per la verità, i diritti, la libertà, la riconciliazione e la pace». Payá, premio Sacharov del Parlamento europeo nel 2002, ha poi chiesto pubblicamente a Juanes che i cantanti invochino la libertà per i prigionieri politici cubani.

Sul sito web di Paz Sin fronteras, Juanes assicura però che il concerto sarà senza presentatore e i cantanti «si limiteranno a cantare i loro brani più conosciuti». Gli artisti hanno invece chiesto al pubblico (si attendono 600mila persone) di vestirsi con abiti bianchi, in segno di pace. Nel comunicato Juanes, ricorda anche che il concerto si svolgerà nella stessa piazza nella quale si montò il palco per la storica visita di Giovanni Paolo II nel gennaio 1998. Juanes, che vive a Miami, si è poi difeso ribadendo che per lui il concerto è «un modo di iniziare a tendere ponti tra l'isola e Miami», per fare in modo che «domani, la famiglia cubana, sia solo una».

Tra i 15 artisti del concerto ci sarà anche Silvio Rodríguez, cantautore cubano considerato vicino al regime. Lo stesso Payá ha ricordato come Rodríguez, quando era deputato, «non ha mai difeso il diritto dei cubani alla libertà d'espressione». Juanes si è assunto la responsabilità «musicale» della sua presenza: «Al margine dell'ideologia, i suoi lavori sono davvero incredibili», ha detto il colombiano. Quanto a Jovanotti, che incontrerà la blogger dissidente Joani Sanchez, ha detto che «La musica non può rispettare un embargo. Avendo conosciuto esuli cubani so quanto dolore ci sia e quanti problemi esistano». Ma, ha aggiunto, «la presenza stessa degli artisti, la loro musica, sono una testimonianza di lotta per la libertà».

Solo due su mille oltre i 200 mila euro

Corriere della Sera

Fra i «ricchi» d'Italia più dipendenti che liberi professionisti e imprenditori

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti aveva spiattellato quei numeri scioccanti durante un vertice di governo dedicato alle misure da prendere per dare una scossa alla boccheggiante economia italiana, come emblema di una situazione da capovolgere. In un Paese dove nel 2001 ben 230 mila persone avevano acquistato un costosissimo Suv o un'auto di lusso, soltanto 17 mila contribuenti avevano dichiarato redditi superiori a 300 mila euro. Chiara dimostrazione che qualcosa non quadrava, già da un bel pezzo. E ancora non quadra. Da quella denuncia (era il mese di maggio del 2004) sono trascorsi più di cinque anni e si sono alternati tre governi (di cui uno guidato dal centrosinistra). Ma poco o nulla è cambiato, almeno a giudicare dagli ultimi dati del Fisco relativi alle dichiarazioni Irpef presentate nel 2008.

Sapete quanti italiani hanno dichiarato di aver guadagnato nel 2007 più di 200 mila euro? Appena 75.689. Ossia, lo 0,18 per cento dei 41 milioni e 66.588 contribuenti, poco meno di due su mille. Ed è ancora niente. Perché dei 75.689 super ricchi, ben 43.006, cioè il 56,8 per cento, sono lavoratori dipendenti. Insomma: dirigenti d'azienda, funzionari pubblici di rango più o meno elevato, magistrati. Poi ci sono 18.811 pensionati, che rappresentano un altro 24,8 per cento dei Paperoni italiani. Fatto che non può non apparire sorprendente, il numero dei pensionati d'oro è soltanto di poco inferiore a quello dei lavoratori autonomi che nel 2007 hanno dichiarato un reddito superiore a 200 mila euro: 20.061 in tutto. Cifra che scende considerevolmente per i percettori di reddito d'impresa: vale a dire i 2 milioni 43.003 titolari di ditte individuali, in larga misura commercianti e artigiani. In questa categoria i redditi che nel 2007 hanno superato la fatidica soglia dei 200 mila euro sono stati soltanto 6.253.

Ancora, i contribuenti che hanno denunciato di guadagnare più di 100 mila euro non sono stati che 382.662, meno dell'uno per cento del totale. Di questi, 218.198 (cioè ben oltre la metà) erano lavoratori dipendenti. Va precisato che si tratta di dati ancora provvisori e che fra i numeri dei contribuenti veri e propri e quelli delle dichiarazioni ci possono essere alcune discrepanze, dovute al fatto che lavoratori dipendenti possono avere anche redditi da lavoro autonomo. Le somme quindi non tornano. Ma le proporzioni, salvo qualche aggiustamento, sono comunque giuste. Il Fisco ci informa poi che la dichiarazione media del reddito da lavoro autonomo (prevalentemente professionisti) è stata due anni fa pari a 37.124 euro contro i 19.334 euro del reddito da lavoro dipendente. E qui c'è una seconda sorpresa. Perché se è normale che un lavoratore dipendente dichiari più di un pensionato (13.447 euro), è difficile da comprendere come il reddito medio di una ditta individuale possa essere inferiore a quel livello. Esattamente, 18.987 euro. Ma del resto la fascia più numerosa di dichiarazioni nella categoria delle ditte individuali è quella di chi ha denunciato fra i 15 e i 20 mila euro: sono 358.484. Come non è facile spiegare un'altra particolarità tutta italiana. Stando sempre ai dati ancora provvisori del Fisco, un numero assolutamente rilevante delle 940 mila società di capitali italiane avrebbe chiuso il bilancio del 2007 in perdita. Addirittura il 45 per cento del totale verserebbe in questa situazione.

Le imprese in rosso sono state ben 419.759 e hanno accumulato un buco di 53,5 miliardi: 127.490 euro in media. Le società in utile, invece, erano appena 520.459, con profitti per 151,1 miliardi. Se tutto questo avveniva nell'anno precedente alla crisi finanziaria più grave del dopoguerra, è veramente difficile immaginare lo scenario che si potrebbe presentare ad Attilio Befera, il capo dell'Agenzia delle Entrate, con le dichiarazioni del 2008. A meno che questa apparente assurdità non nasconda qualcosa. «Non è affatto un fenomeno nuovo», dice Antonio Di Majo, ordinario di Scienza delle Finanze all'Università di Roma Tre, che spiega: «Nel campo delle società di capitali ci sono evidenti possibilità di elusione. Per questo ritengo che il fenomeno abbia a che vedere con la limpidezza dei bilanci. Dimostrazione ne è il fatto che fino a qualche tempo fa il 40% circa del gettito Ires di questa categoria veniva dalle banche, che essendo soggette anche alla vigilanza della Banca d'Italia sono obbligate a tenere una contabilità trasparente». Di Majo aggiunge che «nel nostro Paese c'è una dinamica delle imprese elevatissima. Si chiudono e aprono società con una rapidità impressionante e questo rende difficile seguirne i percorsi. Ciò richiederebbe strutture ispettive particolarmente attrezzate, perché non c'è dubbio che in tutto il mondo il Fisco funziona bene se funzionano i controlli».

Una situazione, quella delle società di capitali, che stride anche con quella delle società di persone, dove i bilanci in rosso sono decisamente più rari. Queste sono un milione 34.819 e rappresentano in prevalenza le piccole e le piccolissime imprese. Ebbene, nel 2007 circa 148 mila hanno chiuso il bilancio in perdita, una fetta inferiore al 15% del totale. Le società di persone hanno prodotto nell'anno in esame un reddito di 32,4 miliardi. Se a questa somma si aggiungono il reddito delle ditte individuali (39 miliardi circa) e gli utili delle società di capitali si ricava che il sistema delle imprese ha prodotto redditi «positivi» per 222,3 miliardi, una somma di poco superiore alla metà del 398 miliardi di redditi dichiarati dai lavoratori dipendenti. Quanti di questi soldi sono finiti effettivamente nelle casse dello Stato? Di Majo stima in 60,7 miliardi il gettito fiscale 2007 garantito dalle imprese. Ben 50,7 miliardi sarebbero relativi all'Ires delle società di capitali, mentre l'Irpef pagata dalle società di persone si sarebbe attestata intorno ai 6 miliardi, contro i 4 versati (sempre di Irpef) dalle ditte individuali. Le piccole e piccolissime imprese artigiane e commerciali, che rappresentano la stragrande maggioranza delle società di persone e delle ditte individuali avrebbero cioè pagato nel 2007 una decina di miliardi di euro di tasse. Ovvero il 7% dell'Irpef netta (142,5 miliardi) che sarebbe finita all'Erario.

Numeri che secondo gli esperti offrono pochi margini per interventi fiscali a favore del sistema delle imprese che da più parti si continuano a evocare. Una tesi ribadita anche nel recente rapporto 2009 della Met (Monitoraggio economia e territorio) dove si segnala comunque una condizione di sofferenza delle imprese, che devono fare i conti con il progressivo ridimensionamento degli incentivi pubblici. Il rapporto afferma che nello scorso anno sono stati erogati poco più di quattro miliardi di euro di contributi, di cui però circa un terzo al solo settore aeronautico e aerospaziale, controllato dalla Finmeccanica. Considerando questo elemento, fra il 2002 e lo scorso anno il calo delle risorse pubbliche destinate alle imprese sarebbe stato del 63,6%. Nel solo 2008, anno della grande crisi, la flessione sarebbe stata del 23,2%. Ma questa è un'altra storia.

Sergio Rizzo

L’ultimo saluto del fidanzato: «Volevamo sposarci Non accetto le loro scuse»

di Luciano Gulli

nostro inviato a Pordenone

Dura, risoluta, caparbia. Aver perdonato il marito dopo che le ha ammazzato la figlia, indicando nella povera Sanaa il motore primo della tragedia che ha travolto la sua casa, non le è bastato. Ora punta il dito accusatore nei confronti di Massimo De Biasio, il fidanzato di Sanaa. «Non voglio parlare col fidanzato di mia figlia - dice Fatna Sharok -. Con il suo comportamento ha rovinato la mia vita e la mia famiglia».
Poteva essere il giorno della riconciliazione e del perdono vero, autentico. Ma forse è ancora troppo presto. Anche Massimo De Biasio non ce la fa. «No, non riesco ad accettare le scuse della famiglia. Non posso perdonare il padre di Sanaa», dice il trentunenne De Biasio respingendo il gesto di Mohammed El Ketawi, fratello del padre assassino, che chiede scusa a tutti. Dimentica, De Biasio, che sarebbe bastata una sua telefonata ai genitori di Sanaa, la richiesta di un incontro chiarificatore, ora che dice di aver addirittura parlato di matrimonio con Sanaa alla vigilia del dramma, per evitare una catastrofe che era nell’aria.
Nella sala mortuaria dell’ospedale di Pordenone, alla presenza di una piccola folla - i parenti e gli amici della comunità musulmana, gli amici italiani, le donne velate che vegliano la morticina - si svolge il rito funebre, secondo il rituale islamico, del lavaggio e della purificazione della salma. Poi il corpo di Sanaa, che aveva voltato le spalle alle rigide regole islamiche della famiglia, e sognava un sogno italiano verrà portato a Rabat, in Marocco, e sepolta col capo rivolto verso la Mecca, come impone la famiglia, come hanno deciso mamma Fatna e zio Mohammed; come prescrive il mellifluo imam Ouatiq.
Tra Massimo, la madre e lo zio di Sanaa, Mohammed Dafani, durante la cerimonia non corre neppure uno sguardo. Neppure quando il capo della comunità islamica di Pordenone, il molto prudente Mohammed Ouatiq, sottolinea positivamente la presenza del fidanzato italiano di Sanaa, intonando il solito peana alla distensione e all’integrazione. Ma quando Massimo vede la piccola Wafaa, 7 anni, la più grandicella delle sorelle di Sanaa, corre ad abbracciarla, ed entrambi si sciolgono in lacrime. «Voglio occuparmi di lei e dell’altra sorellina» e anticipa che si costituirà parte civile nel processo e che in caso di risarcimento saprà essere vicino alle due bambine.
Massimo (che l’altro ieri aveva escluso di partecipare alla cerimonia funebre, ma che ora dice di aver obbedito alle «ragioni del cuore») ce l’ha con la madre di Sanaa, con lo zio Mohammed, «con la famiglia che avrebbe potuto fermare El Ketawi. E se, aggirando la protervia del padre la coppia avesse chiesto il conforto, il consiglio, l’aiuto della madre di Sanaa? Macché», dice Massimo. «Era stata la stessa Sanaa a dire che sua madre era ancora più dura del padre, ancora più contraria al nostro legame». Poi Massimo De Biasio, che è rimasto mezz’ora da solo, di fronte alla salma della sua «promessa» racconta di un progetto matrimoniale che aveva preso forma proprio alla vigilia del dramma, in una cena a Lignano Sabbiadoro. Il che, poiché vogliamo credere che sia vero, aggiunge un’altra nota di crudele sgomento a una vicenda tragica che forse, con un po’ di buonsenso e di sensibilità, anche da parte di un giovanottone di oltre trent’anni che ora invoca Sanaa - in una lettera scritta di getto, troppo di getto - come la sua «dea che sempre avrei voluto avere davvero» si sarebbe potuta scongiurare.

Massimo e Sanaa. Una storia d’amore che il giovane ristoratore pordenonese, non un Rambo nel difendere la donna che gli stava accanto, descrive come una tragedia alla Romeo e Giulietta, dipingendo se stesso come «il padre che le sorelline di Sanaa avrebbero voluto avere. Me lo dissero un giorno che, di nascosto da El Ketawi, le portammo allo zoo di Lignano, trascorrendo insieme una giornata straordinaria». Per la serie: come perdere un genero perfetto e guadagnarsi trent’anni di carcere.

Il prete sciacallo e il silenzio del Cardinale

di Alessandro Sallusti

Ci sono parole e fatti che indignano i professionisti della protesta. Altri no. Basta che Berlusconi, Brunetta, la Gelmini, Bossi e suo figlio aprano bocca che subito le agenzie battono reazioni allarmate dei vari esponenti dell'opposizione e dell'intellettuale di turno. Di Pietro insegna. Non avendo un lavoro né nulla di interessante da fare, il leader dell'Idv passa la giornate a sfornare pareri non richiesti su tutto e tutti. Ma, dicevamo, a volte non è così. Per esempio ieri non abbiamo sentito o letto condanne e prese di distanza da quegli imbecilli che stanno imbrattando i muri delle nostre città con la scritta «-6» in segno di esultanza per il successo dei talebani nell'attentato di Kabul contro i nostri soldati. Mani anonime, si dirà. Certo, ma la matrice politica è chiara, ed è da cercare nell'area dell'antiberlusconismo radicale alla quale non pochi signori che vediamo ogni sera nei talk-show televisivi strizzano l'occhio. Sono curioso di vedere se oggi la democratica Concita De Gregorio scriverà qualche cosa contro questi mascalzoni sulla sua Unità sempre pronta a dare lezioni di morale. O se Ballarò e Santoro dedicheranno qualche minuto delle loro trasmissioni per smascherare e denunciare gli sciacalli di sinistra.
Ma soprattutto mi colpisce il silenzio del cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, nei confronti di un suo dipendente, don Giorgio de Capitani, parroco a Lecco, diocesi ambrosiana. Questo prete, già noto per le sue violente omelie contro Berlusconi, ieri ha detto e scritto sul suo sito che i parà uccisi a Kabul «sono solo dei mercenari» che non meritano tanta commozione. Oggi, interpellato dal nostro inviato Luca Fazzo, rincara la dose e confida che «su tante cose anche il cardinale Tettamanzi la pensa come me, solo che non può dirlo». Ora, noi non ci permettiamo di mettere becco in casa altrui, sappiamo che nella Chiesa c'è posto per tutti, anche per gli svitati, ma è chiaro che delle due l'una: o oggi, subito, vengono presi provvedimenti tali da impedire a don Giorgio di offendere i nostri morti a nome e per conto di Dio, oppure ha ragione lui e il silenzio del cardinale diventa benedizione e complicità.
Anche perché ieri il Tettamanzi ha ricevuto parole di encomio importanti. Cito testualmente: «Il capo della diocesi milanese è l'unico che ci difende, appoggiando la nostra richiesta di costruire delle moschee. Fino ad ora è stato l'unico ad avere espresso nei nostri confronti parole cristiane e rispettose della costituzione che garantisce a tutte le religioni di avere propri luoghi di culto». A sbilanciarsi in tanto ringraziamento è stato Abdel Hamid Shaari, presidente del centro islamico milanese. Vorremo poter dire altrettanto, e cioè ringraziare il nostro cardinale per aver difeso senza indugio, oltre che i diritti degli islamici, anche quelli dei nostri soldati che non sono mercenari ma che erano a Kabul mandati dal nostro Parlamento, cioè da tutti noi, in pieno rispetto del dettato costituzionale.
Si potrebbe obiettare: don Giorgio è don Giorgio, Tettamanzi è altro. Giusto. Ma senza entrare in questioni ecclesiali, mi sembra ovvio che un fedele quando ascolta il suo parroco sia convinto che questi non parli a titolo personale ma che le sue parole siano ispirate ai sacri testi. E allora non vorremmo che qualche buon cristiano sia convinto che il buon Dio o il suo vicario in terra considerino i nostri soldati gente indegna. Senza contare che tutti i cristiani, e i preti in particolare, debbono obbedienza al proprio vescovo. Speriamo che quest'ultimo abbia tempo e voglia di farsi obbedire.