lunedì 21 settembre 2009

Lacrime per l'ultimo saluto ai sei parà: "Il Paese è con voi, siete i nostri eroi"

di Redazione


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Roma - Lacrime, dolore, bandiere tricolori e poi un boato scuote le mura della chiesa di via Ostiense: "Viva la Folgore". Tantissimi i militari tra la folla che gremisce le navate della Basilica di San Paolo fuori le mura per le esequie solenni dei sei paracadutisti della Folgore morti giovedì scorso a Kabul. Politici, ministri, ex presidenti della Repubblica e gente comune, tutti stretti attorno alle bare e al tricolore. Il rito è stato officiato dall’ordinario militare per l’Italia, monsignor Vincenzo Pelvi.

L'omaggio delle Frecce Tricolori Avvolte nel tricolore, le bare dei sei parà - il tenente Antonio Fortunato, il primo caporal maggiore Matteo Mureddu, il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, il sergente maggiore Roberto Valente, il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, il primo caporal maggiore Massimiliano Randino - sono state allineate ai piedi dell’altare. Alla fine della funzione l'omaggio ai caduti delle Frecce Tricolori.

Tutto lo Stato si inchina di fronte alle bare  Presenti, fra gli altri, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il presidente della Consiglio, Silvio Berlusconi, i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani. I ministri del governo sono tutti già arrivati a San Paolo. Tra i primi ad arrivare i ministri degli Esteri Frattini e della Difesa, Ignazio La Russa. Poi hanno fatto ingresso nella basilica i sottosegretari Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, i ministri Bossi, Matteoli, Brunetta, Meloni, Tremonti, Calderoli, Prestigiacomo, Ronchi, Alfano, Scajola. Appena giunto nella Basilica di San Paolo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha salutato i quattro militari rimasti feriti nell’attentato di giovedì scorso a Kabul nel quale sono morti i sei parà della Folgore.

La carezza alla bara del papà
Una carezza lieve e commossa. Un gesto che commosso tutto il Paese. L'ultimio saluto del piccolo Martin alla bara del papà. Uno sguardo al basco amaranto appoggiato sul cuscino rosso e poi di nuovo di corsa tra le braccia della mamma: così Martin, sette anni, figlio del capitano Antonio Fortunato, ha salutato durante i funerali solenni a San Paolo a Roma il papà morto nell’attentato di venerdì a Kabul. Quando le bare sono entrate nella basilica, prima ancora che cominciassero le esequie, Martin si è alzato dalla sedia alla sinistra dell’altare dove erano stati sistemati alcuni dei familiari delle sei vittime. E passando davanti alle più alte cariche dello stato si è diretto verso la bara del papà, al centro delle sei schierate sotto l’altare. Poi quella carezza, che ha commosso molti, e il ritorno quasi di corsa fra le braccia della mamma.

Il Papa: "Dio sostenga chi porta la pace nel mondo" "Profondamente addolorato per il tragico attentato terrroristico a Kabul, in cui hanno perso la vita con numerosi civili sei militari italiani", il Papa, scrive il card. Tarcisio Bertone, segretario di Stato della Sanat Sede, "si unisce spirtualmente alla celebrazione esequiale e invita a pregare Maria Regina Pacis affinchè Dio, sorgente di speranza e forza sostenga quanti si impegnano a costruire nel mondo solidarietà riconciliazione e pace". Il telegramma è stato letto all’inizio del rito nella Basilica di San Paolo e esprime a nome di Bendetto XVI "sentite condoglianze alle famiglie delle vittime, alla Chiesa Castrense e all’intera Nazione Italiana".

L'omelia: "Vite al servizio della pace" Monsignor Vincenzo Pelvi inizia la sua omelia durante il rito funebre chiamando per nome i sei parà morti in Afghanistan e poi parla delle loro vite, vissute "a servizio della pace, motivo di consolazione e gioia per il nostro paese". "Il grande dolore per la vostra tragica scomparsa e il vuoto lasciato nelle vostre famiglie hanno portato nell’animo della popolazione italiana un senso di umano turbamento e una ondata di affetto e di ammirazione".

"Saldi i valori della nazione"
"L’intera nazione - ha detto monsignor Pelvi - ha dimostrato in questa difficile prova quanto siano saldi i valori di solidarietà e fraternità che caratterizzano la nostra Italia. Il Santo Padre sin dai primi momenti non ha smesso di pregare".

"La responsabilità di proteggere, i caduti sono eroi" "Se uno stato non è in grado di proteggere la propria popolazione la comunità internazionale è chiamata ad intervenire", ha detto Pelvi. "Le missioni di pace ci stanno aiutando a valutare da protagonisti il fenomeno della globalizzazione, da non intendere solo come processo socio-economico, ma criterio etico di razionalità, comunione e condivisione tra popoli e persone". Nasce da qui, per Pelvi, "l’esigenza di una concreta e rinnovata attenzione a quella responsabilità di proteggere, un principio divenuto ragione delle missioni di pace"

Paglia legge la preghiera dei parà
Gianfranco Paglia, deputato del Pdl, ex parà rimasto ferito anni fa durante una missione di pace in Somalia, ha letto la preghiera del paracadutista durante i solenni funerali dei sei militari italiani caduti la scorsa settimana a Kabul. Accanto a Paglia il figlio di uno dei soldati che hanno perso la vita nell’agguato dei terroristi talebani, che indossava il basco cremisi della Folgore.

Il saluto dei vertici dello Stato
Il capo dello Stato Napolitano, i presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini, e il premier Berlusconi si sono fermati davanti alle sei auto con le bare dei militari uccisi a Kabul. A rendere omaggio ai soldati, al termine della cerimonia funebre, anche il sindaco di Roma Alemanno, il governatore del Lazio Marrazzo e diversi esponenti politici. A fianco dei feretri ci sono naturalmente i familiari delle vittime e molti militari della Folgore. Poi le bare sono state portate nelle varie città di provenienza dove verranno effettuate le esequie private.

Don Giorgio senza vergogna: "Mercenari, farabutti, criminali"

Quotidianonet

Don Giorgio De Capitani, parroco di Monte di Rovagnate (Lecco), come riferisce ilgiornale.it, non ha avuto nessuna pietà per i parà uccisi nemmeno durante la predica di ieri. Solo una fedele protesta e gli urla: "Vergogna". E l'altro: "Vattene!".  Ce n'è anche per gli operai: " Sono cretini e votano Lega e Berlusconi"

Lecco, 20 settembre 2009 - I parrocchiani più furiosi con lui, lo chiamano lo sciacallo. Pregando di usare la esse minuscola, perché sennò lo sciacallo vero potrebbe querelare.. Si chiama Don Giorgio De Capitani, fa il parroco di Monte, frazione di Rovagnate, cinquecento abitanti nella Brianza lecchese.

 Da quando a Kabul i terroristi islamici hanno massacrato i sei parà della Folgore, il prete vomita insulti. Dal pulpito, sul blog, sul web. Contro La Russa, definito "La Russa del cazzo" in un commento pubblicato sul sito del sacerdote e poi rimosso. Contro i soldati italiani: "Mercenario vuol dire che combatti a pagamento. E quelli cos'erano? Avevano chiesto loro di andare lì, erano pagati bene, spaevano cosa rischiavano. In questoi Paese se muoiono centinaia di operai saul lavoro nessuno dice niente, invece se muoiono sdei mercenari sembra una tragedia nazionale. Mi dispiace per le famiglie, però è colpa dello stato. Se uno fa quel mestiere non dovrebbe potersi sposare, così non saremmo qui a consolare orfani e vedove?".

All'anima del consolare. Semmai insultare. Quese parole sono state pubblicate stamane dal "Giornale" che, in un'intervista a firma Luca Fazzo, ha dichiarato anche: "La Chiesa in Lombardia è spaventosa. Ci sono un sacco di preti che votano Berlusconi o che addirittura votano Lega. E quelli che non sono d'accordo stanno zitti per paura". E ancora: "Io ho sempre detto cose peggiori. I miei video sono su Youtube, basta andarli a vedere. Ho detto che Berlusconi è un porco. Anzi, un porcone. Anzi, uno stupratore. Eppure la Curia non mi ha mai detto niente. Invece stavolta mi hanno fatto chiamare dall'avvocato. E ci scommetto che non è finita qui. Stavolta me la faranno pagare".

Ieri,intanto, durante l'omelia delola domenica, Doin Giorgio ha rincarato la dose. Ecco ciò che riferisce Il Giornale (http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=384303)  nella cronaca dell'inviato Luca Fazzo: "... Mercenari, farabutti, criminali, così tuona don Giorgio dall'altare. Certo sarebbe tutto più semplice da raccontare se a questo punto i fedeli si alzassero indignati e abbandonassero la piccola chiesa di pietra di Monte, frazione di Rovagnate. Invece, è solol una donna a insorgere e a lasciare i banchi gridando: <Vergogna!> al prete che la rimcabia urlandole: <Vattene!>... E nemmeno quando divaga sugli operai "che ormai sono cretini e votano Lega e Berlusconi", non è facile da capire. Il cardinale di Milano fa comunicare: "Si tratta di prese di posizione personali, la diocesi prende le distanze". E sul web si scatena l'nferno.

Filma l'ex moglie a letto con l'amica e mette il video online: denunciato

Corriere della Sera

in provincia di brescia

L'uomo voleva vendicarsi e ha nascosto una videocamera nella stanza. Accusato di stalking

MILANO - Una videocamera collocata in quella che una volta era stata la sua camera da letto è diventata lo strumento di vendetta di un uomo lasciato dalla moglie. Lei, infatti, ripresa a letto con un'amica, si è ritrova online su Internet, nelle circostanze inequivocabili di un rapporto omosessuale.

DENUNCIA PER STALKING - Il fatto è accaduto in un paese in provincia di Brescia. La donna, sulla cui identità viene ovviamente mantenuto il massimo riserbo, è venuta a sapere della pubblicazione del video su Internet da un amico, che l'aveva trovato casualmente mentre navigava online. A quel punto, la donna non ha potuto far altro che recarsi a denunciare l'ex marito per stalking. La pubblicazione di immagini intime online si può infatti configurare come un atto di persecuzione.

LE VOCI - Secondo indiscrezioni, all'uomo erano giunte all'orecchio una serie di voci diffuse tra le comuni conoscenze della coppia, che indicavano proprio nell'omosessualità della donna le ragioni della separazione. Ed allora avrebbe agito per dispetto.

Il vento solare «soffia» imprevisto. Timori per le telecomunicazioni

Corriere della Sera

Fisici americani scoprono che anche in fase di scarsa attività della nostra stella i flussi di radiazioni e particelle possono essere molto intensi

ROMA - Il Sole può lanciare verso la Terra pericolosi flussi di radiazioni e di particelle anche quando raggiunge il minimo del suo ciclo undecennale di attività -come in questo periodo- e la sua superficie appare priva di macchie solari. La scoperta, fatta da un numeroso gruppo di ricercatori americani e annunciata sul Journal of Geophisical Research, arriva proprio mentre si sta prolungando un eccezionale minimo dell'attività solare che lascia sbalorditi gli stessi scienziati. «Per ora il Sole ci riserva una sorpresa dopo l'altra - ha dichiarato Sarah Gibson, portavoce del gruppo e geofisica al National Center for Atmospheric Research (NCAR) di Boulder, Colorado-. Finora si pensava che il cosiddetto vento solare toccasse i livelli più bassi in corrispondenza del minimo dell'attività, quando anche le macchie quasi scompaiono dalla sua superficie. Invece, studiando il comportamento della nostra stella, durante l'ultimo minimo del 2008, e confrontandolo con il precedente minimo del 1996, abbiamo trovato che questa convinzione non è fondata: il vento solare può investire la Terra come un lanciafiamme anche quando non ci sono macchie».

SISTEMI DI COMUNICAZIONE - La metafora del lanciafiamme, ovviamente, non è da prendere alla lettera. In realtà può succedere che un intenso flusso di particelle elementari di origine solare, giunto al livello dell'orbita terrestre con velocità di centinaia di km al secondo, colpisce il campo magnetico terrestre che ci fa da scudo contro questo tipo di radiazioni e riesce a penetrarlo, scatenando tempeste elettromagnetiche. Il fenomeno può avere ha risvolti rilevanti anche per la nostra vita quotidiana poiché la maggior parte dei moderni sistemi elettronici e di telecomunicazioni è vulnerabile rispetto a questi eventi e può andare in tilt, causando una serie di blackout a catena che investono i satelliti artificiali, le linee elettriche e quelle telefoniche, i trasporti, le trasmissioni radio e televisive, gli apparati GPS, eccetera.

STRATEGIE - Secondo i ricercatori americani i flussi di radiazioni durante il «Sole quieto» del 2008, piuttosto che alle inesistenti macchie, sono associati a «buchi» che si producono nella rovente atmosfera solare. Dei rischi associati alle tempeste solari si è parlato nei giorni scorsi anche nel corso di un seminario internazionale presso la sede dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) a Roma. «Abbiamo ospitato un meeting internazionale patrocinato dallo SCAR (Comitato Scientifico per la Ricerca in Antartide) che ha avuto come tema centrale il prossimo massimo di attività solare atteso nel 2012 e le contromisure per mitigarne gli effetti sui sistemi di navigazione satellitare, quali il ben noto GPS, ma anche il russo GLONASS e l’imminente sistema europeo GALILEO -riferisce la dirigente di ricerca Giorgiana De Franceschi -. Le regioni polari forniscono un laboratorio naturale per l’osservazione e lo studio dei disturbi atmosferici di origine solare, che influenzano la prestazione degli apparati tecnologici basati sui sistemi di navigazione satellitare, riducendone la precisione e l'affidabilità. Gli esperti di diverse nazioni, guidati dal gruppo di fisica dell’alta atmosfera dell’INGV, si sono perciò riuniti per pianificare l’osservazione e lo studio dell’atmosfera polare attraverso una rete internazionale di speciali ricevitori GPS posizionati sul continente Antartico”. Da questi studi ci si aspetta una migliore conoscenza di due caratteristiche dell'atmosfera: il vapore d’acqua nella bassa atmosfera (troposfera) e il contenuto di elettroni nella parte alta (ionosfera) che influenzano la propagazione delle onde radio.

Franco Foresta Martin

F1: caso Piquet, 2 anni per la Renault con la condizionale, radiato Briatore

Corriere della Sera

Cinque anni per Pat Symmonds, fernando alonso giudicato estraneo

La scuderia francese potrà continuare a correre, ma l'ex direttore sportivo è stato squalificato a vita


PARIGI - Dura sentenza della Fia, la federazione internazionale dell'automobilismo, contro la Renault per aver provocato nel 2008 a Singapore il falso incidente in cui venne coinvolto il suo pilota Nelson Piquet jr, al fine di favorire l'altro suo pilota Fernando Alonso. La scuderia francese è stata infatti condannata a due anni di stop dalle gare, ma con la condizionale. Quindi la Renault potrà continuare a correre, ma se venisse trovata colpevole di qualche altro illecito, scatterebbe automaticamente la squalifica.

RADIATO BRIATORE - Durissima invece la condanna per l'ex direttore sportivo Flavio Briatore: per lui c'è stata la squalifica a vita che gli impedisce l'accesso alle aree operative delle gare e che non gli permette di avere contatti a vita con scuderie e piloti. Cinque anni di sospensione per l'altro dirigente della Renault Pat Symmonds Nessuna condanna per il pilota della scuderia francese Fernando Alonso. Confermata l'immunità per Nelson Piquet jr.

RENAULT - La Renault si è scusata e ha dichiarato che pagherà le spese per le investigazioni fatte dalla Fia.

L'Italia si ferma per l'addio ai parà uccisi Una folla immensa nella capitale Guarda la diretta dell'ultimo saluto

Quotidianonet

Esequie di Stato, il Comune di Roma distribuisce 2.500 bandiere per l'addio. Confermato lo scontro a fuoco dopo l'attentato. La Russa: "Siamo lì per usare la forza giusta e combattere il terrorismo". VIDEO Simone, 2 anni, col basco di papà DIRETTA DA SKYTG24

Roma, 21 settembre 2009 - Applausi all’arrivo delle bare alla Basilica di San Paolo, dove si svolgeranno i funerali dei sei parà uccisi nell'attentato a Kabul. Al passaggio di ciascun feretro, avvolto nel tricolore, i cittadini davanti alla basilica testimoniano il dolore e la solidarietà applaudendo ‘’ai nostri eroi’’. La piazza è immersa nel silenzio: solo gli applausi risuonano nitidamente assieme allo sventolio dei tricolori.

 

LE AUTORITA' - C'è il governo al completo ai funerali. Tra i primi ad arrivare i ministri degli Esteri Frattini e della Difesa, Ignazio La Russa. Poi hanno fatto ingresso nella basilica i sottosegretari Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, i ministri Bossi, Matteoli, Brunetta, Meloni, Tremonti, Calderoli, Prestigiacomo, Ronchi, Alfano, Scajola. Nella basilica è giunto anche il sottosegretario alla Protezione Civile, Guido Bertolaso. Presenti anche esponenti dell'opposizione.

 

Alla basilica di San Paolo fuori le mura anche tutti i vertici delle Forze armate. Nelle prime file davanti all’altare siedono già i capi di Stato maggiore dell’Esercito, dell’Aeronautica, della Marina militare e il comandante dell’Arma dei carabinieri. Giuseppe Valotto, Paolo La Rosa, Daniele Tei, Leonardo Gallitelli sono al fianco del direttore della Isi, Bruno Branciforte e di ex comandanti come Fabrizio Castagnetti e Giulio Fraticelli. Presente anche il capo della Guardia di finanza, Cosimo D’Arrigo. Per il ministero della Difesa è arrivato il sottosegretario Guido Crosetto, mentre il ministro Ignazio La Russa entra nella basilica al fianco del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

IL CAPO DELLO STATO - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha accolto con un inchino l’arrivo delle bare dei sei militari uccisi a Kabul davanti all’altare della Basilica di San Paolo fuori le mura.

BOSSI - "Li abbiamo mandati noi e sono tornati morti". Questo il commento del leader della Lega, Umberto Bossi, mentre entrava nella basilica.

I FERITI AI FUNERALI - Alle esequie solenni ci saranno anche i quattro militari rimasti feriti nell’attacco: il primo maresciallo dell’Aeronautica Felice Calandriello, i primi caporalmaggiori della Folgore Rocco Leo, Sergio Agostinelli e Ferdinando Buono.

Sono arrivati all’1.32 di sabato notte all’aeroporto “Leonardo da Vinci” di Fiumicino, con un volo dell’Alitalia da Abu Dhabi-Larnaca. E sono stati trasportati all’ospedale militare del Celio, a Roma. Tutti hanno un disturbo di stress post traumatico ma loro condizioni sono sostanzialmente buone.

LA CAMERA ARDENTE - Ieri sono state oltre 10mila le persone che hanno visitato la camera ardente allestita all’ospedale militare del Celio per i sei militari uccisi in Afghanistan. Una folla di persone punteggiata da bandiere tricolori e ombrelli aperti per la pioggia ha atteso di fronte all’ospedale l’apertura della camera ardente dei sei militari uccisi in Afghanistan. Intorno alle 16 hanno iniziato a entrare per salutare i sei parà. Una lunga fila continua fino a tarda sera, fino alla fine, di cittadini venuti per dare un ultimo saluto, molti portano una bandiera tricolore, altri dei fiori. Tutti nella commossa convinzione che il loro gesto sia il minimo da fare per chi è morto così lontano.

L'ATTENTATO - Intanto sulla dinamica dell’attentato a Kabul, il generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa, ammette che “c’è stato uno scontro a fuoco” subito dopo l’esplosione dell’autobomba che ha ucciso sei soldati italiani e una decina di civili afgani. Da un’informativa redatta dagli investigatori che indagano sulla strage a Kabul sembra infatti che i quattro militari italiani sopravvissuti all’attentato abbiano risposto al fuoco piombato sulle loro teste subito dopo l’esplosione.

Ma se gli italiani in Afghanistan subiscono ormai un attacco al giorno dai talebani, come ha rivelato il comandante della Folgore e responsabile del Regional Command West Herat, Rosario Castellano, nonostante il tragico attentato di Kabul “la situazione sul terreno per i militari italiani non cambia”, ha precisato il capo di Stato Maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini. E anzi servono più ruppe per il controllo del territorio e ce ne saranno, ma “questo non vuol dire che il maggior apporto debba essere italiano”, ha sottolineato il ministro della Difesa Ignazio la Russa che pure in un intervista ha voluto sottolineare: “Lo dico con chiarezza, i nostri soldati non sono in Afghanistan solo per aiutare a ricostruire il paese. Sono lì per usare la forza giusta e combattere il terrorismo”.

A Sollicciano: «Voglio tornare in carcere. Fuori c’è troppa violenza»

Corriere Fiorentino

Dopo 37 anni dietro le sbarre non vuole essere libero. Da Napoli a Firenze per farsi arrestare


FIRENZE - Il vero carcere per lui, delin­quente con un curriculum che è un riassunto di tutto il codice penale, è fuori dalle sbarre. Lì, lontano da quello che per trenta­sette lunghissimi anni è stato il suo mondo, una cella di pochi metri quadrati, lui non ci sa più stare. «Arrestatemi, vi prego», ha detto ai poliziotti che lo guar­davano allibiti. «Cercate di capirmi... questo qui non è più il mio mondo, non ce la faccio più a stare fuori», ha spiegato senza tradire il minimo imbarazzo di fronte a una richie­sta così originale. Carmine G., 60 anni, napoleta­no di Casalnuovo, si è presenta­to martedì agli agenti della poli­zia ferroviaria e ha spiegato che si trovavano di fronte a un sorve­gliato speciale. Che a quell’ora lui doveva essere a Napoli, dove ha l’obbligo di soggiorno, e non a spasso per l’Italia. Che aveva de­ciso di andare via dal suo paese proprio per farsi arrestare. Lo ha spiegato con grande gentilezza e determinazione agli agenti su un binario della stazione dove era appena arrivato in treno. Gli agenti l’hanno portato in ufficio per verificare che non fos­se un mitomane, che lui fosse re­almente quello che diceva di es­sere, un vecchio delinquente con una lunga carriera che parte dal furto semplice e arriva all’associazione di stampo camorristico. Il terminale ha dato tutte le risposte che cercavano sul passato di quell’uomo. Tutte, tranne una: perché uno che ha sognato la libertà per anni adesso vuole tornare in carcere?

«NON È PIU' IL MIO MONDO» - Perché, ha spiegato, dopo 37 anni dentro, ha scoperto che si sente troppo solo in un mondo che va a una velocità diversa dalla sua. «Perché fuori c’è troppa violenza e io non mi trovo più in questo mondo ». Fine, ha detto, non c’è altro da aggiungere a una vita che è tutta scritta in quelle pagine di precedenti penali. Ci aveva già provato il giorno prima a tornare in carcere. Era ar­rivato in treno fino a Bologna e si era presentato a un posto di polizia dicendo che non aveva ri­spettato l’obbligo di soggiorno. I poliziotti l’hanno arrestato ma, beffa delle beffe, dopo un proces­so per direttissima, l’hanno ri­messo in libertà. Non soddisfatto ha preso il tre­no per Firenze ed è sceso alla sta­zione Santa Maria Novella dove ha contattato gli agenti della poli­zia ferroviaria che non hanno po­tuto fare altro che arrestarlo. Mercoledì è stato processato in tribunale per direttissima. Si è presentato in aula ben ve­stito, jeans e giubbotto, e con i suoi modi da gentleman . Quan­do è arrivato davanti al giudice Luciana Breggia, la prima cosa che ha detto è stata: «Voglio tor­nare in carcere, non ce la faccio più a stare fuori». Questa volta l’hanno acconten­tato: condannato a otto mesi, è stato immediatamente spedito a Sollicciano. Ha ringraziato tutti, agenti, magistrati e cancellieri, e prima di voltare le spalle al mon­do, ha chiesto una «raccomanda­zione » ai poliziotti: aiutatemi a trovare un lavoro in carcere, lì dentro posso rendermi utile. Qui fuori, si è quasi scusato, per me non c’è più posto.

Antonella Mollica

La Curia di Milano censura il "prete-sciacallo"

di Redazione


Milano - La Curia di Milano ha censurato un parroco di Lecco, don Giorgio De Capitani, che sul suo blog ha definito i parà uccisi a Kabul "mercenari pagati dal Governo" e ha anche rivolto un’offesa pesante al ministro della Difesa Ignazio La Russa. Della vicenda, che risale a venerdì, si sono occupati oggi La Padania e Il Giornale che, in un articolo in prima pagina, ha chiamato in causa l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, "reo" di non essere intervenuto finora nella vicenda. Anche se la Diocesi di Milano è intervenuta lo stesso venerdì e gli ha chiesto di cancellare l’articolo in questione il prete non ritratta e fornisce la sua versione: "Venerdì sera l’avvocato della curia milanese mi ha contattato telefonicamente per cancellare l’articolo. Cosa che ho subito fatto. Ma la cancellazione dell’articolo mi è stata chiesta per le offese rivolte al ministro La Russa, e non per le mie opinioni in merito alla morte dei soldati italiani a Kabul".

Un nuovo editoriale del parroco
Sul sito del parroco di Lecco, infatti, oggi è apparso un nuovo editoriale nel quale don Giorgio non accenna minimamente a ritrattare. "Perchè - scrive - non si ha il coraggio di dire che i nostri militari che si trovano nelle zone calde di una guerra non sono altro che mercenari, pagati profumatamente dal Governo, cioè da noi, per svolgere un mestiere che consiste nello sparare su bersagli umani, senza distinguere se si tratta di bambini o di nemici armati?". In passato il sacerdote era già stato al centro di polemiche per alcune prese di posizione contro politici, tra cui Berlusconi, sia sul suo sito sia durante le prediche della domenica.