mercoledì 23 settembre 2009

E Busacca fa pipì in campo

Corriere della Sera

L'arbitro ticinese però smentisce: «Il giocatore mente»


Video

MILANO - Pochi giorni fa si era guadagnato il disprezzo di mezzo mondo per aver alzato il dito medio nei confronti dei tifosi durante la partita di Coppa svizzera tra FC Baden-Young Boys. Ma Massimo Busacca, arbitro svizzero che tra l'altro ha diretto l'ultima finale di Champions League tra Barcellona e Manchester United, in passato ha fatto anche di peggio. Lo scorso 12 settembre, mentre dirigeva in Qatar la partita tra Al Gharrafa e Al Khor, il fischietto ticinese avrebbe urinato in campo. Lo dimostrerebbero le immagini video della partita che mostrano chiaramente la scena in cui Busacca fa pipì in mezzo al campo. Il filmato è stato in parte censurata (un riquadro nero copre le parti intimi dell'arbitro), ma dai gesti e dal commento offeso del telecronista si comprende che qualcosa di strano è accaduto.

CONFERMA E ACCUSE - Secondo il sito web del quotidiano francese Le figaro il ticinese si sarebbe scusato del gesto con la Federazione calcistica del Qatar lamentando un problema di salute. La giustificazione però non è bastata alla federcalcio locale, diretta dall'ex arbitro tunisino Nedji Jouini, che ha definito scioccante il comportamento di Busacca e ha aperto un'inchiesta: «Il suo comportamento sul terreno di gioco è stato denunciato da parecchi giocatori, in particolare da quelli che capiscono il francese» dichiara il sito algerino di calcio «LeButeur.com». «Il primo a lamentarsi dell'arbitro è stato Saifi, calciatore dell' Al Khor. In seguito anche il compagno di squadra di Saifi, Moumouni Dagano, originario del Burkina Faso, avrebbe confessato di essere stato insultato da Busacca».

LA REPLICA - Ma Busacca, affranto, al telefono con l'Ansa nega: «Non è vero nulla, sono molto dispiaciuto, questa è una storia che risale ad una decina di giorni fa ed è stata chiusa dalla federazione locale. Ed è molto sospetto - conclude l'arbitro che diretto la finale di Champions tra Barcellona e Manchester United - che tutto questo venga fuori dopo la vicenda del dito alzato, per la quale mi sono già scusato». E poi aggiunge: «Non ho fatto pipì in campo durante quella gara in Qatar, anzi il giocatore che ha denunciato il fatto è stato punito con un'ammenda di 5000 rial perché ha detto una cosa falsa».

Francesco Tortora



Acerra, autista salta una corsa e ferma il bus sotto casa per cenare con i familiari

Corriere del Mezzogiorno

Il conducente del Consorzio dei trasporti pubblici è stato scoperto dai carabinieri che hanno notato la strana sosta

NAPOLI - Forse aveva fame. O forse era solo stanco di sentire i rimbrotti della moglie per i continui ritardi. Così per evitare altre discussioni ha fermato il bus sotto casa ed è salito a casa per la cena.

Protagonista un autista delle Ctp (Consorzio Trasporti Pubblici) ad Acerra, nel Napoletano. L’uomo un 43 enne, ha lasciato ieri sera il bus in sosta in via Regina Sibilia, la strada dove abita, ed è andato a cenare con i familiari che lo attendevano. Una cena frugale, per la verità, che nelle intenzioni doveva durare al massimo dieci minuti: tanto che il conducente ha pensato bene di lasciare anche il motore acceso.

Un pattuglia di carabinieri (peraltro già allertata da continue denunce) ha notato il bus fermo sul ciglio della strada, con il motore acceso e le porte aperte e si è mossa. Così è emerso che l’autista, un 43 enne, aveva saltato una corsa per andare a casa.

Lui si è giustificato dicendo di essere salito un attimo a casa perchè aveva bisogno della toilette, ma era sotto osservazione già da tempo, in quanto gli utenti del consorzio di trasporti pubblici avevano segnalato ai militari il continuo salto di corse nella cittadina partenopea. Ai carabinieri che lo hanno trovato seduto a tavola in attesa della cena, l’uomo ha detto di essere salito giusto pochi attimi prima, perchè aveva necessità impellenti, e siccome si trovava nei pressi di casa, ha deciso di fare una sosta al volo. Una giustificazione che non è servita ad evitargli le denunce per interruzione di pubblico servizio, peculato e truffa aggravata.

Il Ctp, azienda pubblica che gestisce i collegamenti tra Napoli e la provincia, sta invece valutando iniziative disciplinari a carico dell’autista protagonista della singolarissima «infrazione».

«Un episodio singolare, che lascia stupefatti». Questo il commento del sindaco di Acerra Tommaso Esposito. «Si tratta di un pubblico servizio offerto alla cittadinanza - aggiunge il sindaco - che non dovrebbe subire interruzioni. Figuriamoci per un motivo del genere. Molti cittadini si lamentano soprattutto per la concentrazione di corse in determinate fasce orarie, mentre altre sono scoperte. Nessuno, però, aveva segnalato, almeno a noi amministratori comunali, il salto di corse».

Annozero: Travaglio farà il suo editoriale

Corriere della Sera

E Masi: «Non è in discussione la messa in onda del programma».
Ma salta l'incontro con Calabrò

MILANO- Marco Travaglio sarà giovedì sera alla puntata di avvio di Annozero, il programma condotto da Michele Santoro. E come sempre, farà il suo editoriale in trasmissione. E' quanto si legge nel comunicato di presentazione della puntata, che andrà in onda in prima serata su Raidue. Tema la libertà d'informazione, titolo: «Farabutti». La nota viene diffusa a pochi minuti dalle parole del dg della Rai, Mauro Masi, che ha spiegato come «non è in discussione che Annozero vada in onda» e che «è in corso solo un approfondimento su un collaboratore esterno di una trasmissione che ha avuto tutto quello che ha chiesto».

L'«APPROFONDIMENTO» SU TRAVAGLIO - Masi ha parlato alla Commissione di vigilanza sulla Rai e ha precisato che «su Annozero stiamo solo facendo un approfondimento sulla scelta di un collaboratore esterno per una trasmissione che ha avuto tutto quello che ha chiesto». «Approfitto di questa occasione - ha detto ancora Masi - per fare una riflessione: il servizio pubblico deve essere un servizio plurale, deve rispettare la pluralità dei cittadini. Nel corso della mia vita professionale, osservando la situazione sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna, non ho mai visto che reti del servizio pubblico facciano programmi contro. Le inchieste si devono fare trasparenti e secondo le regole. Non si fanno trasmissioni politiche contro. L'apriori va contro il servizio pubblico. Se c'è un'evasione del canone Rai al 30% vuol dire che, oltre alle cause tecniche, c'è una parte del Paese che non si riconosce nel prodotto Rai. E questo è un fatto».

PORTA A PORTA E BALLARO' - Masi è anche tornato sulla polemica seguita alla diretta di Bruno Vespa in prima serata nel giorno della consegna delle prime case ai terremotati dell'Abruzzo, che aveva comportato lo spostamento di Ballarò. «La decisione di mandare in onda lo speciale Porta a porta - ha spiegato - Abruzzo è legata ad un discorso di continuità editoriale avendo il programma seguito l'evento sia la sera del terremoto sia un mese dopo per il bilancio. Quando va in onda sulla rete ammiraglia un programma di informazione c'è la riprogrammazione, non è un evento eccezionale. Non c'è nessuna volontà di censurare o colpire la libertà di stampa o i palinsesti decisi da altri direttori di rete».

L'INCONTRO SALTATO - Masi non ha però incontrato il presidente dell'Autorità per le garanzie nella comunicazioni, Corrado Calabrò. Un faccia a faccia tra i due era atteso per oggi ed era stato richiesto dallo stesso Masi per approfondimenti sul caso Annozero-Travaglio. «Con Agcom c'è un fitto scambio in corso - ha però precisato Masi ai cronisti - , ho mandato tutta la documentazione rilevante e l'autoritá dovrá rispondere». Da Viale Mazzini si fa comunque notare che l'incontro potrebbe solo essere rimandato, visto che l'azienda ha inviato tutte le carte riguardanti la vicenda Annozero.

LA RAI E IL RISCHIO - L'incontro era stato previsto per sciogliere il nodo del contratto a Marco Travaglio prima della puntata di esordio della nuova stagione del programma, ed era stato chiesto da Masi per discutere sulle diverse interpretazioni emerse nell'ultimo cda della Rai circa l'effettiva portata delle passate diffide dell'autorità in merito alla vicenda. In sostanza, l'Autorità doveva consigliare alla Rai di dare o meno il via libera al giornalista de Il Fatto per via del rischio che la Rai incorra in sanzioni pecuniarie il cui tetto massimo, nel caso di violazione del degli obblighi di servizio pubblico (soprattutto la completezza dell'informazione), corrisponde al 3% del fatturato (circa 90 milioni di euro).

LA SANZIONE - La sanzione, mai comunque preventiva, può essere comminata o direttamente in caso di violazione estremamente grave e o in caso di reiterato comportamento già censurato dall'organismo di garanzia. A questo punto se Masi accoglierà le preoccupazioni eventualmente espresse dall'Agcom, potrebbe decidere di non far firmare il contratto a Travaglio. Il giornalista comunque potrebbe essere ad Annozero semplicemente come ospite invitato, firmando una liberatoria. Lo stesso Santoro, ieri, ha d'altra parte assicurato che Travaglio in ogni caso ci sarà.



Briatore incastrato da Mister X

Corriere della Sera

Dai documenti della Fia emerge una «gola profonda» interna alla Renault


MILANO — La persona che ha incastrato Flavio Briatore? Non è tanto (o non è solo) Nelsinho Pi­quet, supportato dal rancoroso pa­pà Nelson senior, bensì un mister X. Un informatore, «una gola pro­fonda» all’interno della Renault, la cui identità rimane sconosciuta (altrimenti che mister X dell’acci­dente sarebbe mai?) salvo essere nota al presidente della Fia, Max Mosley, a un gruppo ristretto di consiglieri legali della federazione e a un consulente esterno, Paul Harris. Dovrebbe essere un tecni­co ed è la quarta persona — una novità rispetto a quanto si è detto e saputo fin qui — che sarebbe sta­ta al corrente della disponibilità di Piquet jr a schiantarsi contro un muro nel Gp di Singapore 2008, una missione kamikaze che, gra­zie al sicuro ingresso della safety car e al gioco dei rifornimenti, avrebbe determinato le condizio­ni per la vittoria — poi verificatasi — del compagno di squadra Fer­nando Alonso.

Il giorno dopo la sentenza del Consiglio mondiale, che ha radia­to Briatore e la Renault (ma per il team la pena è sospesa fino al 2011; e se nel periodo non combi­nerà fesserie, la punizione verrà cancellata), squalificato per cin­que anni il d.t. Pat Symonds e per­donato (senza ritegno) il pilota brasiliano, la Fia ha prodotto le co­siddette «carte dell’evidenza». Ol­tre alle telemetrie che proverebbe­ro un’accelerazione anomala di Pi­quet jr., alla confessione del brasi­liano, ai verbali degli interrogatori di Symonds e alle considerazioni su Briatore, spuntano quattro do­cumenti interessanti: una lettera nella quale Frank Williams difen­de la lealtà della Renault (toh, che caso: vuoi dire che Sir Frank punti ad avere di nuovo i propulsori del­la casa francese?) e infine tre rela­zioni relative all’inchiesta interna condotta dalla Régie, su sollecita­zione della Fia che si era ritrovata in mano pochino.

Infatti, a parte la testimonianza diretta del pilota, incentivato dall’immunità, c’era la deposizione, in verità reticente, re­sa a Spa da Symonds. E gli steward stabilivano che se il com­plotto tra Piquet e il d.t. era soste­nibile, non era nelle loro possibili­tà «dimostrare il coinvolgimento di Briatore». A questa stessa conclusione (la parola usata per Mr. Billionaire è «possibly», che sta per «forse») giunge il primo documento della Renault, inviato alla Fia il 16 set­tembre. Nel ribadire la sua «voglia di rimanere in F1 e di voler dare un grande contributo allo sport», la casa francese si lascia scappare che agli effetti delle eventuali san­zioni «non importa se siano due o tre i cospiratori». Tanto basta per­ché la Fia chieda un supplemento di indagini. E il giorno dopo, il 17 settembre, ecco una lettera aggior­nata nella quale, oplà, dal cilindro del prestigiatore spunta «mister X». Un whistleblower, un informa­tore, uno dei 700 dipendenti del te­am — spiega la Renault — che non ha congiurato a sua volta ma che sapeva tutto.

Di più. È una per­sona abituata a vigilare in modo discreto sulle vicende interne e, se necessario, a riferire a chi di dove­re. Proprio per il ruolo, utile e deli­cato, oltre che per il rispetto della legge inglese (un datore di lavoro non può agire contro un informa­tore, ndr), la sua identità va pre­servata. Mister X, comunque, squassa Briatore, anche se poco prima la Renault dichiara: «La stra­tegia per Alonso era giustificabile ed era simile a quella di Rosberg (su Williams, giunto secondo; ndr) »; «I dati telemetrici sono compatibili sia con la tesi dello schianto volontario sia con l’erro­re del pilota»; «L’unico aspetto ri­levante sono le risposte evasive fornite da Symonds agli steward di Spa». Però mister X-Termina­tor è implacabile; approccia l’inter­vistatore della società ingaggiata dalla Renault stessa (la Withers) e svela: «Piquet jr dopo le qualifiche ha suggerito a Symonds l’idea del crash volontario; Symonds l’ha detto a Briatore; la strategia, orche­strata dal d.t., è compatibile con il complotto; nessun altro nel team è coinvolto».

Il 17 settembre, pe­raltro, la Régie ancora non scarica il top manager: «Non abbiamo rag­giunto una conclusione definitiva sul ruolo di Briatore». Però il 19 — ultima magia — in una terza e definitiva versione del rapporto, preso atto del contributo di «gola profonda», sentenzia: «Briatore non poteva non sapere». A Mosley non pare vero di leggerlo. Ma è troppo chiedere che venga svelata l’identità di questo sommo accusa­tore? Così, giusto per non pensare male e, magari, per evitare il ridi­colo...

Flavio Vanetti

L’espresso» si indigna per le querele del Cav ma intanto lo trascina davanti al giudice

di Gabriele Villa

Non si può perdere tempo. Quando c'è di mezzo Silvio Berlusconi, quando «l'imputato» è il capo del governo italiano, i processi bisogna farli presto e bene. Metti mai che il Cavaliere possa inquinare le prove. O fuggire a bordo di un suo yacht o di uno dei suoi aerei privati. O chiedere asilo politico a Putin. No, non c'è tempo da perdere, soprattutto se a reclamare il presunto torto subìto, è il Gruppo Editoriale l'Espresso. Se sono loro, quelli dell'Espresso, che poi sarebbero gli stessi di Repubblica (quelli stessi insomma che un giorno sì e l'altro pure attaccano il premier) che chiedono che sia fatta giustizia. Che pretendono che il premier sia prima di tutto processato e poi magari pure condannato in modo esemplare.

Sulla scorta di queste certezze, che dovrebbero servire come illuminante esempio all'intera macchina della giustizia italiana, si terrà quindi il prossimo 23 dicembre in Milano la prima udienza relativa alla causa civile avviata giust'appunto dal Gruppo editoriale di Carlo De Benedetti nei confronti di Silvio Berlusconi. Vi aiuterà a inquadrare meglio i fatti la ricostruzione della vicenda che hanno fatto i querelanti. Quelli che di solito infangano e sfottono il premier, lo hanno citato in giudizio, più o meno ieri, era la fine di luglio, e hanno messo tra virgolette nel documento presentato dai loro avvocati una sua frase.

L'accusavano e l'accusano infatti di concorrenza sleale e di boicottaggio perché il 13 giugno, durante il suo intervento all'assemblea del Giovani industriali a Santa Margherita Ligure, il presidente del Consiglio, sostengono i legali del Gruppo Espresso, «ha accusato il quotidiano La Repubblica di un attacco eversivo nei suoi confronti e nel contempo ha istigato gli industriali a boicottare e interrompere gli investimenti pubblicitari».

Da qui l'esposto e la citazione civile. Dunque, ricapitolando: il fatto, o meglio la frase incriminata è stata pronunciata il 13 giugno (naturalmente di quest' Anno Domini 2009), l'esposto è stato presentato alla fine di luglio e a dicembre, addirittura l'antivigilia di Natale, si celebrerà questo processo dell'anno. Che zelo, che celerità. Che invidiabile esempio di efficienza di cui almeno in un’occasione ha finalmente dato prova la nostra sonnecchiante magistratura.

Che peraltro nella fattispecie non ci finisce di stupire. Non solo come appare evidente, calendario alla mano, la prima udienza si terrà prima dei grandi ponti, per non infilarsi nelle sabbie mobili delle vacanze sulla neve o, peggio, dei cenoni un po' troppo debordanti di qualche cancelliere che quindi potrebbe non essere così lucido come il capitale processo impone. Ma, vista la delicatezza del caso e considerato l'imputato in questione, quella davanti alla prima sezione, sarà addirittura un'udienza ad hoc, che si è infilata di peso tra tante altre udienze che si stanno stancamente trascinando avanti. Un'udienza ad hoc cui è stato trovato posto fuori dal calendario «routinario».

Così si fa, che diamine! Oddio si potrebbe fare così anche per un povero disgraziato che magari aspetta da cinque, sei, magari anche dieci anni di avere giustizia per altri generi di torti. Ma quella è un'altra storia. Magari banale, magari ordinaria. Mentre quest'altra, quella dell'Espresso e di Repubblica (che detto per inciso avevano anche presentato alla Procura milanese un esposto nei confronti del presidente del Consiglio ipotizzando i reati di diffamazione, abuso d'ufficio e violazione della disciplina in materia di market abuse) è una storia esemplare.

Una storia che merita, giustamente, di passare alla Storia.


Santoro : «A Travaglio non rinuncio»


Corriere della Sera


l conduttore Rai: «Situazione di una gravità inaudita».
Lite con il direttore di Rai2 Liofredi: «Sei un bugiardo»

ROMA - «Marco Travaglio ci sarà, se non c'è lui non c'è "Annozero". "Annozero" e Travaglio sono la stessa cosa». Lo ha detto il giornalista e conduttore Rai Michele Santoro nella conferenza stampa di presentazione della nuova serie del programma che partirà il 24 settembre su Raidue. «Travaglio - ha aggiunto Santoro - è irrinunciabile anche se non è ancora stato chiamato dall'Azienda per firmare il contratto».

«GRAVITA' INAUDITA» - In una conferenza stampa dai toni accesissimi, a cui assistono anche diversi dirigenti della Rai, Santoro ha parlato di «situazione di una gravità inaudita» e annuncia che comunque «Marco Travaglio sarà nella nostra puntata che si intitolerà "Farabutti" e tratterà della libertà di informazione nel nostro Paese». Santoro ha parlato di una «partenza ad ostacoli, con i contratti firmati solo una settimana prima dell'inizio del programma e le troupe operative al completo solo tre giorni prima, in un programma che ha come core business l'inchiesta filmata». Il giornalista-conduttore ha ravvisato nelle vicende delle ultime settimane «un attacco alle punte del servizio pubblico, ai programmi che ne incarnano lo spirito: le trasmissioni indicate da Berlusconi a "Porta a Porta" come fatte da "farabutti" hanno tutti dei grossi problemi».

LITE CON LIOFREDI - La conferenza stampa di presentazione della trasmissione di Rai 2 è stata carica di momenti di tensione. Le polemiche che hanno preceduto il ritorno di Santoro sono esplose al tavolo dell'incontro nel momento in cui si affrontava il tema degli strumenti e delle risorse necessarie per la trasmissione. I contratti sono stati firmati con un certo ritardo e ostacoli e incomprensioni si sono verificati per l'assegnazione delle troupe, il tutto, secondo il direttore di rete, Massimo Liofredi, solo per ragioni «tecniche». «Sei un bugiardo. E querelami se vuoi, ma non ti conviene», ha detto Santoro al direttore di Raidue, mentre dava ai giornalisti la sua versione dei fatti. «Nessuna querela», ha sottolineato Liofredi. Che poi però replicava: «Io ne farei anche a meno di una trasmissione come questa. Mi piacerebbe invece vedere un bel programma di politica. Non mi piacciono le trasmissioni contro. Tu - aggiungeva rivolto a Santoro - fai un certo tipo di televisione, una specie di inquisizione mediatica, che a me non piace. Ma non è un fatto personale». Il clima della conferenza stampa è stato così sintetizzato dal consigliere di amministrazione Rai Nino Rizzo Nervo: «Questa conferenza stampa è il simbolo dell'anomalia italiana dove un direttore di rete presenta una trasmissione che di fatto non condivide».

TRAVAGLIO - «Nessuno mi ha chiamato, non ho preparato nulla. Non so se ci sarò né cosa dirò, so che sono mortificato» ha detto invece Travaglio. «Mi sembra tutto abbastanza chiaro, mi sento mortificato come il gatto che è stato allevato a prendere topi, che li prende e per questo riceve i complimenti dal suo padrone. Mi è successo con grandi giornalisti, che mi rendo conto che oggi possono essere considerati sovversivi, come Indro Montanelli ed Enzo Biagi. Oggi in tv entrano assassini, stupratori e canari ma nessuno mi ha spiegato cosa ho fatto di male, essendo tra l’altro incensurato. Almeno - ha osservato Travaglio - aspettino che io faccia qualcosa».



Repubblica, il giornale che diventa un tribunale

di Lodovico Festa

Roma - Come infaticabili api operaie i redattori della Repubblica si sono messi a ricostruire il duemillionesimo scandalo fiscale di Silvio Berlusconi: hanno per le mani «roba forte». Il pezzo centrale dell'inchiesta-indagine-requisitoria (i generi «repubblicani» si mescolano un po') consisterebbe in un dirigente Fininvest che avrebbe sentito dire che il «dottore» avrebbe gradito far acquisire a Frank Agrama, affermato operatore economico del mondo del cinema, certi diritti su film stranieri a prezzi non congrui. Il castello di accuse ricostruito nell'occasione è singolarmente pietoso.

E non pochi osservatori di questi affari di spazzatura giudiziaria si domandano come mai a largo Fochetti siano così disperati da dovere mettere insieme materiale così di scarto per continuare le crociate antiberlusconiane.

Politicamente l'operazione è in perdita: si punta su un affaire inesistente, si offre quasi la prova materiale dei tentativi di congiura in atto, della volontà di impedire con qualsiasi mezzo alle assemblee elettive di funzionare. Si aiuta il centrodestra a ricompattarsi proprio mentre altre centrali economico-finanziarie tentano di disarticolarlo. E si fa questa operazione alla vigilia delle decisioni della Corte costituzionale: dimostrando così anche al più ostinato giurista conservatore come in Italia vi sia un gigantesco problema di protezione degli organi legittimi di governo.

Perché un comportamento che ricorda così da vicino Kakha Kalazde in Italia-Georgia?

Circolano diverse interpretazioni. Una lettura dei fatti è che il giornale-partito di fronte alle magre prove del Partito democratico, agli spettacoli offerti dagli stanchi concorrenti per la segreteria, si pensi sempre più partito e sempre meno giornale: tenere serrate le file dei seguaci-iscritti diventerebbe più importante che favorire, oggettivamente o no, il nemico, e che spacciare informazioni e analisi anche minimamente di qualità. In questo senso le manovrine «centriste», magari utili per incrinare il governo, apparirebbero poco appassionanti a Ezio Mauro e ai suoi per sollecitare la militanza. Pensare a folle che seguano i riccioli di Luca Cordero di Montezemolo o il temperamento passionale di Corrado Passera, appare dal punto di vista di largo Fochetti - ed è difficile dargli torto- improbabile.
Ma non c'è solo l'ipotesi giornale-partito che giustifichi l'orgasmo giustizialista della più recente fase repubblicana. Perché non va scordato come i quotidiani (non tutti) stiano vivendo una vita economicamente difficile. Il quotidiano di Mauro ripubblicando sempre la stessa inchiesta sulla vita privata di Berlusconi, dopo un periodo di ebbrezza, sta tornando in difficoltà. E un terribile pericolo si annuncia alle porte. Ed è questa, alla fine, la novità che induce alla mobilitazione più sconclusionata. Oggi, 23 settembre, uscirà per le cure di Antonio Padellaro e Marco Travaglio il quotidiano Il Fatto. L'eroina dell'antiberlusconismo spacciata con rara sapienza da Giuseppe D'Avanzo, si troverà a competere con un'eroina ancora più concentrata, ancora più esplosiva, tutta made dall'odiato Travaglio. Questa prospettiva sta facendo perdere la testa a tutto il giornalismo giustizialista giù esistente. Sull'Unità si sono messi a recuperare materiale sul ruolo della Banca Rasini e presto faranno una puntata sui rapporti tra Berlusconi e gli Orazi & Curiazi. Sulla Repubblica, quasi più disperati, si affidano alle indagini del pm milanese Fabio De Pasquale. Ci sarà da divertirsi.



Michele fa i capricci scatena la rissa e insulta il suo capo

di Francesco Cramer

Roma
Michele Santoro, in versione martire Sant’Oro, a differenza del trafitto San Sebastiano le frecce le tira. A destra e a manca: colpisce il direttore dell’Authority Corrado Calabrò, quello della Rai Mauro Masi, quello di Raidue Massimo Liofredi ma anche Peppino Caldarola, Bruno Vespa e, sai che notizia, Berlusconi. La sala del palazzo di Viale Mazzini che ospita la conferenza stampa di presentazione di Annozero diventa così un campo di arcieri o, meglio, una corrida. Dove la parte del toro la fa Liofredi. Lui, solo contro tutti.
C’è Sant’Oro e la sua squadra al completo: Sandro Ruotolo, Corrado Formigli, Vauro Senesi, la sostituta di Margherita Granbassi, Giulia Innocenzi, e Marco Travaglio. Ma ci sono pure i consiglieri d’amministrazione Rai in quota opposizione Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten e il senatore ex PotOp, il girotondino Francesco Pancho Pardi. E poi c’è un pubblico assetato di sangue che vuole vedere infilzato per bene il capostruttura di mamma Rai, reo di rappresentare il «bavaglio» berlusconiano.
Al torero Michele prudono le mani, vuole la rissa. E rissa sia. Il matador sventola subito il drappo rosso: «Marco, vieni qui accanto a noi. Dico subito che per noi Travaglio è un elemento irrinunciabile, ir-ri-nun-cia-bi-le. Marco ci sarà. Con contratto o senza, a piedi o in bici, ma ci sarà».
Annozero partirà come previsto domani sera. Titolo della puntata, dedicata al tema della libertà di stampa ma con presumibili incursioni gossipare: «Farabutti». Ciò che di fatto urla a brutto muso il martire Michele ai suoi datori di lavoro. Sant’Oro lamenta il ritardo della firma dei contratti, i «bastoni nelle ruote alla mia troupe», il travaglio su Travaglio. Il quale, per aver spennato il presidente del Senato Schifani in una puntata di «Che tempo che fa...», dandogli del mafioso, aveva fatto recapitare a viale Mazzini una multa salatissima (Sanzione sospesa per via di un ricorso al Tar, ndr). Authority in campo e minaccia che, in caso di «colpa grave» le multe alla Rai possono arrivare fino al tre per cento del fatturato aziendale. In soldoni: 90mila euro, mica bruscolini. Contratto di Travaglio in freezer, quindi. Fino ad oggi, in attesa di un incontro tra Masi e Calabrò.
Ma Sant’Oro è furioso e attacca a testa bassa: «L’Authority non può avere un potere di censura preventiva», schiuma di rabbia. «C’è un attacco alle trasmissioni del servizio pubblico, il confine del proibito s’è allargato e se facessi oggi le trasmissioni che facevo negli anni ’90 sarei considerato un dinamitardo». Si lamenta e ringhia come un pittbull: «Che senso ha che per la Rai programmi come Annozero e Report siano oggetto di discussioni? Così la Rai rischia di far la fine di Alitalia. Devo pensare che sta tornando dal passato una figura come Licio Gelli che vuole la distruzione del servizio pubblico».
Il toro Liofredi prova a rispondere: «Annozero è importante, ne condivido la parte editoriale ma, certo, personalmente ho un’altra idea del confronto politico a 360 gradi. Non mi piace la televisione che è contro, mi piace la televisione che è un confronto. Tutto qui. Finora il sostegno alla trasmissione non è mancato, anche sul fronte degli operatori, sebbene Santoro preferisca lavorare coi suoi». Il torero lo infilza con una rabbia ferina: «Falso! Bugiardo! Due mesi fa, quando non eri direttore e nessuno piangeva, emerse che le risorse interne non erano a disposizione. E querelami se vuoi, ma non ti conviene». Liofredi è drammaticamente solo nell’arena ma prova a difendersi: «Nessuna querela, ma quel che conta è che il programma sia pronto per partire». Sant’Oro è una belva: «Ci ospitate come dei profughi, magari ci rimandate in Libia...». Ridacchia Rizzo Nervo, ghigna Pancho Pardi. Il toro Liofredi si batte come un leone: «Io non sto “sopportando” la trasmissione, la sto “supportando”. Poi, è il mio gusto personale, penso che un programma politico in tv debba essere diverso». Il torero finto-vittima è spietato: «Veniamo trattati come

wanted. In questo Paese ci sono dei vigilati speciali: lo sono io e lo è Marco Travaglio».
Ne ha per tutti il perseguitato-carnefice: «Se inviterò Berlusconi? Certo che lo invito, lo accogliamo coi tappeti rossi. E si porti pure Vespa, se vuole. Certo, faremmo una trasmissione un po’ più vivace del Porta a Porta dell’altra sera». Ma non è finita qui. L’ultima lama al curaro è per Peppino Caldarola, definito «un miserabile che scrive sul Riformista e sul Giornale» per aver scritto (sul Riformista, ndr) che «siccome questo mondo giustizialista, di cui fa parte Travaglio, è antropofago, prima o poi (Travaglio e Santoro) si scanneranno».

Santoro dittatore del video Sempre in tv e grida al bavaglio

di Giancarlo Perna

La sola curiosità che ci resta da soddisfare è quella della coloritura dei capelli che adotterà quest’anno Michele Santoro per Annozero. Da indiscrezioni sarà ancora una gradazione del biondo, dopo l’ossigenato del 2007 e lo stoppa del 2008. Stavolta pare abbia optato per una giallo-oro alla Paris Hilton. Sul resto, nessun dubbio: avremo il solito Santorescu unico depositario della verità e solo custode della libertà di stampa.

Deve ancora comparire - lo farà domani sulla seconda rete - ma già protesta che la patria è in pericolo perché lui non può fare esattamente come vuole. Lo ostacolano, non gli danno carta bianca, gli lesinano i mezzi. Adesso c’è il problema della sua spalla, Marco Travaglio, al quale la Rai non ha ancora rinnovato il contratto. Marco è un po’ il poeta della trasmissione. Faccia e tono da menestrello, recita filastrocche di mezz’ora nelle quali augura la galera a questo o a quello. Senza Travaglio - ha detto ieri Santoro - Annozero non si fa. E giù una serie di improperi al Cav considerato la causa dei tentennamenti, degli ostacoli, di ogni male.

Niente di nuovo. Sono lustri che Michele denuncia complotti per cacciarlo dal video. Però ricompare ogni autunno, puntuale come le piogge. È inamovibile come Bruno Vespa e guadagna quanto lui: una barca di soldi. Però si lamenta, protesta e fa la vittima. Probabilmente è un nevrotico, certamente un caratteriale.

Il biondino, chiamiamolo così anche se si tratta di tintura, si considera il campione della libertà di stampa. Ieri ha detto che Annozero è «la punta del servizio pubblico e ne incarna lo spirito». Immodesto ma, dato il suo ego, perfino morigerato. In passato è stato capace di dire: «Quanto più Santoro c’è sui canali Rai, tanto è più libero il Paese» e ha aggiunto: «Nella storia della Rai io sono quello che ha spostato sempre più avanti il confine della libertà». Poi però si indigna se il Cav si autoproclama migliore premier degli ultimi 150 anni.

In realtà, Santorescu è un giornalista schierato come un hooligan del pallone con l’immobiliarista Di Pietro. Ha meno case di Tonino ma l’identica visione capestro e manette. In venti anni di tv è l’unico, a mia scienza, che abbia messo in moto il meccanismo di un suicidio. Molti ricorderanno quella sera del 23 febbraio 1995 a Tempo reale. Era suo ospite Leoluca Orlando, oggi anche lui con Di Pietro, ma allora sindaco di Palermo e caudillo della Rete, movimento che fiutava mafiosi anche nei buchi del formaggio. In diretta, Orlando accusò di mafiosità il maresciallo dei carabinieri di Terrasini, Antonino Lombardo. Santoro lo lasciò sdottorare a ruota libera senza dirgli, come avrebbe dovuto da giornalista, per di più del servizio pubblico, che l’altro non poteva difendersi perché era assente. Un classico linciaggio. Lombardo, lasciato solo, si uccise qualche ora dopo. Era, come già si sapeva e meglio si seppe dalle indagini successive, totalmente estraneo alle accuse. Un errore del genere, così contiguo alla canagliata, sarebbe costato a chiunque il posto. Michele invece è ancora lì e continua imperterrito nel suo giornalismo sfottente.
Le trasmissioni di Santoro, senza eccezione, sono truccate da capo a piedi. Nel 2002, il Garante delle comunicazioni lo inchiodò.

Analizzando una dozzina di puntate di Sciuscià - uno dei tanti nomi del suo programma sempre eguale - l’Autorità rilevò «gravi violazioni del principio del pluralismo». Lo rimproverò di favorire i politici della sinistra invitati in studio in numero preponderante, circondati da una platea favorevole, liberi di sentenziare a capocchia. Di danneggiare, all’opposto, i politici della destra tagliando loro la parola e sbeffeggiandoli con ammiccamenti al pubblico di parte. Il Garante concluse dicendo che lui, purtroppo, non aveva mezzi legali per fermare Santoro. Chiedeva però alla Rai di condannare il sottogiornalismo del suo dipendente e comminò una multa. Be’, credete che Santorescu si sia contrito e abbia fatto un esame di coscienza? Nemmeno a pensarci. Il biondino, anzi, trasformò la bocciatura nell’aureola del martire. Della serie, parlate male di me, ma parlatene.

Michele è insopportabile a milioni di abbonati ma guai a prendere provvedimenti. Quando il Cav, esprimendo l’opinione di molti, disse che Santoro (con Enzo Biagi e Daniele Luttazzi) faceva «un uso criminoso» della tv pubblica, scoppiò un casino. Era il 2002 e l’esternazione di Berlusconi, allora premier, avvenne a Sofia dov’era in viaggio ufficiale. Subito gli amici di Michele, che nella stampa - e solo lì - sono legione, parlarono di «editto bulgaro». Santoro cavalcò la faccenda con un misto di aggressività e autocommiserazione. «Berlusconi è un vigliacco perché abusa dei suoi poteri per attaccare persone più deboli di lui», disse e aggiunse, privo com’è di senso del ridicolo: «Qui c’è un’analogia col delitto Matteotti», il deputato socialdemocratico assassinato dai fascisti al tempo di Mussolini. Quale fosse l’analogia non lo capì nessuno. Ma tutto fa brodo per autoincensarsi.

Dopo questa serie di sfacciataggini, la Rai cercò di raffreddare le polemiche allontanando per qualche tempo il biondino dai teleschermi. Fossero capitati a me i suoi incidenti, mi avrebbero cacciato per sempre con ludibrio. Michele invece cominciò una piagnucolata che durò tre anni. Urlò: «La mia esautorazione è un crimine politico». Evocò il nazismo: «Eliminare Santoro dalla tv è come bruciare i libri in piazza». Vaneggiò nei modi più vari chiedendo la solidarietà dell’universo mondo e, per andare sul sicuro, chiese «giustizia» al giudice del lavoro.

Fu un colpo da maestro, vista la magistratura che ci ritroviamo. La toga gli dette ragione su tutta la linea, stabilendo il principio che la Rai non poteva scegliere a chi dare o a chi togliere i suoi spazi. Condannò l’ente a riprendersi Michele, a ridargli il posto in prima serata e versargli un milione e passa di euro di risarcimento. L’unico a tenere i piedi per terra fu il presidente dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, che commentò: «Con un Santoro emarginato a un miliardo e mezzo di vecchie lire, ci sono in Rai un migliaio di precari che non arrivano a prendere il suo stipendio tutti quanti insieme».
Ma c’è un altro risvolto. In attesa della sentenza di reintegrazione Santoro si era fatto eleggere deputato dell’Ulivo a Strasburgo nel 2004. Erano sempre 25mila euro e passa mensili. Perché rinunciarci? Intascò infatti la prebenda per 18 mesi. Ma appena il giudice ne ordinò la riassunzione piantò baracca e burattini per tornare in tv. Settecentocinquantamila elettori che lo avevano spedito in Parlamento per cinque anni restarono con un palmo di naso. E noi ce lo siamo ritrovato in casa, ossigenato come un vecchio play boy, a strologare di libertà di stampa.

Anche qui va fatta chiarezza. Questo campione dell’informazione che si arroga il diritto di denunciare «senza guardare in faccia nessuno» e frugare nei cassetti di chiunque, non tollera però di essere toccato a sua volta. Michele un produttore industriale di querele. Se non passa alle querele, sono comunque minacce.

Quando il settimanale Panorama chiese di seguirlo nella campagna elettorale europea, uno delle sue spalle, il cronista Sandro Ruotolo, sibilò all’inviata: «Solo a patto che ci facciate leggere prima le cose che scrivete. Se, secondo noi, l’articolo non va bene, lo cambiamo. Se non accettate, niente articolo». Mentre dettava le condizioni, campeggiava dietro di lui lo slogan elettorale scelto dall'araldo della libera stampa: «Per un’espressione libera: vota Santoro». Tra i concetti espressi durante i comizi: «Il berlusconismo mi fa schifo», Oriana Fallaci «mi fa vomitare».

Due anni fa, la Voce di Romagna scrisse che il biondino si stava costruendo una megavilla sul Colle di Cavignano in quel di Rimini. Santoro è legato alla zona per via matrimoniale. Sua moglie, Sania Annibaldi, è infatti figlia di uno ricco sanmarinese. Michele querelò il giornale dicendo che la villa era del suocero e che lui a Rimini alloggiava invece al Grand Hotel. La smentita non convinse. Il giornalista Gigi Moncalvo che all’epoca conduceva Confronti su Rai 2, volle vederci chiaro e mandò una troupe a Cavignano. Appena lo seppe, Santorescu andò sulle furie e fece il diavolo a quattro per bloccare l’inchiesta. Telefonò con arroganza al direttore di Rete, Marano, agli autori, agli ospiti fissi. Non cavò un ragno dal buco e passò alle diffide. La trasmissione poi si fece egualmente. Vi sembra comunque il modo di comportarsi di uno che per sé pretende carta bianca? Ricordatevene quando giovedì lo sentirete sproloquiare di libera stampa.

Altro episodio nel novembre dell’anno scorso. Un anchorman di Radio Dimensione Suono, Joe Violanti, imitava in trasmissione la voce di Santoro. Telefonava a personaggi famosi e li invitava ad Annozero. Talmente credibile che quelli ci cadevano. Ovviamente, i radioascoltatori si divertivano un mondo. Il biondino invece si incappiò di brutto. Disse che il gioco lo metteva in difficoltà. Gli fu replicato che era uno scherzo e che alla fine gli ignari erano avvertiti. Ma Santoro non volle sentire ragioni e diffidò Violanti accusandolo, per vie legali, di «furto d’identità». Un’imperdonabile dissacrazione dell’intoccabile.

Ce ne sarebbero delle altre, ma lo spazio stringe. Prima di finire devo comunque spiegarvi perché ho spesso usato il nomignolo di Santorescu. Gli fu affibbiato dalla redazione di Samarcanda, quella in cui debuttò da conduttore negli anni Ottanta.

Ex di Servire il Popolo, ex dell’Unità, Santoro entrò stabilmente in Viale Mazzini imposto da Beppe Vacca, futuro deputato del Pci e allora consigliere della Rai. Gli fu affidata per Samarcanda la guida di un manipolo di giornalisti abbastanza nutrito. Con questi sottoposti, Michele era esigentissimo. Al limite del fanatismo. Alcuni li ripudiò, molti fuggirono. Di qui venne spontaneo chiamarlo con un nome da dittatore romeno. Il più consono per questo campione di tutte le libertà.



Liceo classico Umberto: vietati gli abiti «sexy», le scollature e i «pinocchietti»

Corriere del Mezzogiorno



Così ha deciso il preside: pugno duro su orari di ingresso, uscita e abbigliamento. E niente telefonini accesi




NAPOLI — Un’atmosfera austera, rigorosa. Da collegio svizzero, ironiz­za qualche studente. O da monaste­ro, come celia qualche insegnante che ha intuito che dovrà rinunciare a qualche abitudine e qualche vezzo di troppo. Al liceo classico Umberto il nuovo preside, Ennio Ferrara, ha individua­to una serie di regole ben precise cui professori e alunni dovranno ade­guarsi. Viene dal Genovesi il capo d’istituto che ha sostituito Alberto De Vico alla guida del liceo più prestigio­so e «patinato» della città. E i suoi me­todi, rigorosi come quelli del suo pre­decessore, suscitano le prime perples­sità tra docenti, studenti e genitori.

Già al Genovesi, Ferrara, aveva prete­so l’osservanza di una serie di norme che con grande chiarezza sono indica­te anche nel sito del liceo di piazza del Gesù. In linea di massima sono quelle che vengono ora riproposte al­l’Umberto e che riguardano gli orari di ingresso, di uscita, le modalità del­l’intervallo, dell’utilizzo degli spazi comuni della scuola. Insomma non si va avanti e indietro da un piano all’al­tro durante le ore di lezione e, tanto per togliere anche l’alibi del caffé, sa­rà installato un bar anche al secondo piano.

Sbaglia chi crede che il rigore è rife­rito solo i ragazzi, poiché anche gli in­segnanti (e tutto il personale scolasti­co) sono tenuti ad adottare un com­portamento austero. Neanche loro possono allontanarsi dall’istituto du­rante le ore di lezione — esclusa, dun­que, la puntatina in caffetteria — e il divieto di fumo in qualsiasi luogo del­l’edificio scolastico non riguarda cer­to esclusivamente gli studenti. E che dire dei telefonini? Vanno lasciati a casa, o perlomeno spenti. Pare che il preside abbia già pizzicato fumatori e telefonodipendenti nei corridoi e ab­bia già provveduto a stigmatizzare il loro comportamento duramente.

Ma non è tutto. L’Umberto non è solo un liceo dalla lunga e prestigiosa storia. E’ anche il classico della città alta, delle ragazze che seguono la mo­da e che spesso non distinguono chia­ramente la differenza fra abiti per la scuola e mise da discoteca. Insomma il preside (come aveva già fatto il suo predecessore) ha sottolineato una volta in più che pinocchietti, hot pan­ts, jeans a vita bassa, scollature, van­no riservate ad appuntamenti extra­scolastici. Per seguire le lezioni si de­ve volare più basso, limitarsi ad un abbigliamento sobrio.

E questo vale anche per le insegnanti che devono ri­nunciare alla tentazione di scegliere abiti che non si addicono ad una pro­fessione tanto delicata. I genitori per ora tentennano. In li­nea di massima sono d’accordo con una stretta di vite in linea con il rigo­re che si chiede ad un ragazzo che sce­glie di frequentare il liceo classico. Ma in molti si chiedono se durerà. Anche se, a guidicare dal lavoro svol­to da Ferrara al Genovesi, il nuovo preside interverrà con rigore anche su altri fronti fra cui quello, delicatis­simo e controverso dell’occupazione.
Anna Paola Merone



Israele avverte l’Iran e il mondo: «Non esclusa azione militare»

il secoloxix


Israele continua a sperare che le armi della diplomazia, e un regime di sanzioni più rigido, possano fermare la corsa nucleare dell’Iran. Ma non intende concedere garanzie preventive di non intervento, né rinunciare a opzioni di sorta: inclusa quella d’una ipotetica azione militare.

Sono questi i messaggi recapitati oggi alla comunità internazionale dal governo di Benyamin Netanyahu e dallo stato maggiore di Tsahal (l’esercito israeliano) all’indomani dell’intervista alla Cnn di Dmitri Medvedev nella quale il presidente russo aveva detto d’aver ricevuto assicurazioni dal collega Shimon Peres sull’intenzione israeliana di non far ricorso all’uso della forza contro l’Iran.

Rassicurazioni che il portavoce del ministero degli Esteri Yigal Palmor ha evitato oggi con cura di confermare o smentire. Puntualizzando tuttavia all’ANSA che quanto riferito da Medvedev non può in nessun modo legare le mani al governo israeliano. Sui contenuti del colloquio fra Peres - che in veste di capo di Stato non ha poteri esecutivi in Israele - e il leader del Cremlino, Palmor ha preferito non entrare, limitandosi a osservare che nessuno, salvo i due protagonisti, «conosce il contesto, né i termini esatti» della conversazione.

Di certo c’è comunque che «non vi sono ragioni di polemizzare col presidente Medvedev», ma neppure di considerarlo alla stregua di «un rappresentante delle posizioni di Israele». Posizione che sull’Iran - ha puntualizzato il portavoce - resta chiara: «Tutte le opzioni sono sul tavolo». Al riguardo Palmor ha ricordato come il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, avesse manifestato proprio a Mosca, qualche tempo fa, la volontà dello Stato ebraico di evitare lo scenario di «un attacco unilaterale» all’Iran.

Ma anche come il ministro della Difesa, Ehud Barak, «parlando a nome di tutto il governo», abbia «ribadito appena pochi giorni fa, in una lunga intervista al giornale Yediot Ahronot», la strategia delle mani libere: affermando che i piani dell’Iran, per quanto ostili, «non rappresentano un pericolo esistenziale per Israele», ma rivendicando in pari tempo il diritto di un Paese minacciato a mantenere «aperte sul tavolo tutte le opzioni». In nome del «diritto all’autodifesa».

Diritto richiamato oggi - con identica determinazione - dal capo di stato maggiore di Tsahal, Gaby Ashkenazy. Intervistato dalla Radio militare sull’argomento - nell’imminenza di un nuovo incontro negoziale in sede Onu del gruppo dei `5+1´ sul dossier iraniano, ma anche alla luce delle ennesime sparate anti-israeliane del presidente Mahmud Ahmadinejad e della guida suprema Ali Khamenei - il generale Ashkenazy ha ripetuto che «la possibilità che l’Iran venga in possesso di armi atomiche rappresenta una minaccia non solo per Israele, ma anche per la regione e per il mondo libero».

Aggiungendo di ritenere che l’approccio migliore sia quello di severe sanzioni internazionali nei confronti del regime degli ayatollah, a scopo dissuasivo. Ma non senza sottolineare che, laddove embargo e pressioni non dovessero bastare, Israele sa di poter far leva su «un esercito forte». Esercito che resta schierato arma al piede e «si prepara a ogni evenienza».

Clinton 'fa la spia' su Eltsin in un libro

Quotidianonet

"Quella notte ubriaco e in mutande..."

Il quotidiano britannico 'The Times' svela i retroscena di una visita dell'ex-presidente russo a Washington. Il racconto fa parte di un libro in prossima uscita dello storico Taylor Branch, che ha raccolto 79 registrazioni di Bill Clinton dal 1993 al 2001



Mosca, 22 settembre 2009 - Boris Eltsin “era così ubriaco durante una visita a Washington nel 1995 che gli agenti dei Servizi Segreti lo avevano trovato a poche centinaia di metri dalla Casa Bianca, in mutande a cercare di fermare un taxi perché, come aveva spiegato, voleva una pizza”.   Il racconto viene pubblicato oggi dal quotidiano britannico 'The Times' ed stato rivelato dall’ex- presidente americano Bill Clinton in una serie di 79 interviste registrate e raccolte dallo storico Taylor Branch in un libro di prossima pubblicazione.

L’episodio, che aveva sfiorato l’incidente internazionale si era verificato a seguito di una delle “bevute notturne dell’ex presidente russo. Nella notte in questione, egli si trovava a Blair House, la foresteria per i leader stranieri in visita a Washington, che si trova di fronte alla Casa Bianca in Pennsylvania Avenue”, riporta la gazzetta.
Clinton avrebbe registrato tutte le sue conversazioni con Branch dal 1993 al 2001 e conservato i nastri, nascosti alla Casa Bianca nel cassetto dei calzini. Il libro si intitola “The Clinton Tapes: Wrestling History with the President” e sarà pubblicato la prossima settimana.





Scoperto supervulcano spento in Valsesia Poteva oscurare l'intera atmosfera

Corriere della Sera

È unico al mondo perchè mostra tutto il suo apparato profondo, permettendo la comprensione
dei meccanismi di alimentazione



ROMA - Scoprire un antico e gigantesco vulcano nelle Alpi Occidentali, tra le vallate e i rilievi della Valsesia, non è da tutti giorni. Ma trovare che questo «supervulcano fossile» espone tutto il suo sistema di alimentazione, «dalla cima agli inferi», come dicono soddisfatti gli scopritori, è ancora più eccezionale. La straordinaria avventura scientifica è frutto di una collaborazione italo-americana che ha come rispettivi capi il geologo James Quick, prorettore all’università di Dallas, e Silvano Sinigoi, professore di petrografia all’Università di Trieste.

UN CASO UNICO AL MONDO - «Di supervulcani, cioè di apparati vulcanici di grandi dimensioni, che nel passato hanno prodotto eruzioni notevoli, con la formazione di caldere del diametro di svariati chilometri, ce ne sono diversi in tutto il mondo. Averne trovato e descritto uno nelle Alpi Occidentali è sicuramente una grande soddisfazione», dice il professor Sinigoi, da noi raggiunto per telefono da proprio alla conclusione di un sopralluogo in Valsesia con il collega Quick. Ma l’autentica novità della scoperta, annunciata e descritta nell’ultimo numero della rivista internazionale «Geology», sta nel fatto che per la prima volta è possibile guardare in diretta le parti profonde e inaccessibili dei condotti attraverso cui il vulcano era alimentato. «Ciò è stato possibile grazie al fatto che l’orogenesi alpina, cioè quella lenta dinamica che ha portato al sollevamento e alla formazione delle Alpi ha rivoltato la crosta terrestre facendo emergere tutto l’apparato magmatico che un tempo stava sotto il vulcano, fino a una profondità di circa 25 km, mettendoci a disposizione per la prima volta uno spaccato del suo complesso sistema di alimentazione –aggiunge il professor Sinigoi- . Per questo non esito a dire che il nostro supervulcano fossile della Valsesia è finora unico al mondo».

POTEVA OSCURARE L'ATMOSFERA - Collocato nell’area tra Varallo e Borgo Sesia, il supervulcano fu attivo circa 290 milioni di anni fa, dando luogo a possenti eruzioni che erano in grado di oscurare l’atmosfera e alterare il clima globale. Poi, dopo alcuni milioni di anni di attività, ebbe tregua e, non più alimentato dai magmi profondi, collassò su se stesso, formando una caldera, cioè uno sprofondamento, di una quindicina di km di diametro. «Dallo studio del suo sistema di alimentazione –conclude Sinigoi- stiamo imparando che la semplificazione scolastica dei vulcani, con una camera magmatica profonda che alimenta i crateri in superficie attraverso un sistema di condotti, è troppo schematica e sicuramente dovrà essere modificata».

SCOPERTA RIVOLUZIONARIA - Il supervulcano della Valsesia, in altri termini, anche se ormai è inattivo, promette di rivoluzionare le nostre conoscenze sulla struttura profonda di quella che gli antichi greci indicavano come la «fucina di Efesto», il temibile dio del fuoco. Soddisfazione nella comunità scientifica italiana, per il risultato dei ricercatori italo-americani: «Le ricerche condotte dai professori Quick, Sinigoi e loro collaboratori, sono di estremo interesse per almeno due ordini di motivi –commenta dall’Osservatorio vesuviano il professor Giovanni Orsi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia-. Il primo è che esse permettono di studiare direttamente i processi che avvengono nel sistema di alimentazione di un vulcano, a profondità di chilometri all’interno della crosta terrestre. Il secondo è rappresentato dalle implicazioni che i risultati di queste ricerche hanno sulla definizione del comportamento di un vulcano attivo e, quindi, sulla capacità da parte della comunità scientifica di interpretare correttamente i segnali che esso invia, sia in termini di definizione dello stato attuale sia di previsione di una eventuale eruzione. Questi sono gli obiettivi che la moderna vulcanologia si pone a livello mondiale e, in particolare, in aree vulcaniche densamente abitate come ad esempio l’area napoletana, in Italia».

Franco Foresta Martin