domenica 27 settembre 2009

Google festeggia con una doppia elle

Corriere della Sera

Ma sulla data di nascita regna un po' di confusione
Logo nuovo per il compleanno. Il 27 settembre del 1998 il motore di ricerca andava online per la prima volta



MILANO - No, non è una svista: per celebrare l'undicesimo anno di vita il più famoso (e usato) motore di ricerca sul web si è presentato oggi con una doppia "L" nel logo. Ma c'è confusione sulla reale data del compleanno. La doppia "L", per essere precisi, ricorda il numero 11 (Goog11e). Già, perchè 11 anni fa, il 27 settembre del 1998, Google.com andava online per la prima volta. Molto è cambiato in questi anni, tantissime sono le offerte che il motore di ricerca di Mountain View offre ai propri utenti. Utenti, che domenica mattina non hanno percepito fin da subito l'intento celebrativo dei grafici di Google ed hanno pensato ad un errore, o peggio ancora, un attacco degli hacker. Infatti, la domanda più frequente digitata quest'oggi in rete è proprio: "Perchè Google ha due elle nel logo?".

CONFUSIONE SULLA DATA - C'è da dire che regna un po' di confusione sulla data esatta del compleanno di Google: lo scorso anno la homepage ha celebrato il decimo anno di vita il 2 di settembre. Inoltre, il motore di ricerca potrebbe festeggiare la data di nascita anche il 15 di settembre, giorno in cui i due fondatori, Larry Page e Sergey Brin, registrarono uffficialmente il dominio, scrive il portale "Mashable". Il nome Google è ispirato al concetto di "googol", che in matematica esprime un 1 seguito da 100 zeri.

I PRIMI PASSI - Dagli umili inizi in un garage di Menlo Park, in California, la società si è sviluppata fino a diventare uno dei marchi più riconoscibili al mondo. Il primo Google Doodle, ovvero il logo celebrativo di Google, venne creato nel 1999 dal giovane grafico creativo dentro la società, il coreano Dennis Hwang, quando i due fondatori lasciarono il server appena installato senza sorveglianza, per andare al Burning Man Festival, nel Nevada. Hwang decise così di aggiungere un uomo di legno (appunto il Burning Man), per celebrare l’evento. Quando il 7 settembre 1998 Larry Page e Sergey Brin, studenti di informatica all'Università di Stanford, fondarono la loro società non avevano altro che quattro computer e la scommessa di un investitore che li finanziò con 100.000 dollari, credendo che il loro motore di ricerca Internet avrebbe potuto cambiare il mondo dell'informatica. E la scommessa, testimonia la storia, fin qui si è rivelata vincente.

Elmar Burchia






Feticci, da collezione o sotto il materasso: circolano ancora 2,6 miliardi di lire

Quotidianonet

A sette anni e mezzo dall’introduzione dell’euro, la lira non è scomparsa dalle case degli italiani: c’è chi l’ha conservata per nostalgia, chi l’ha dimenticata dentro un materasso e chi non ha potuto cambiarla in euro per la sua provenienza illecita



Roma, 27 settembre 2009  - Il feticcio di una storia gloriosa, un tesoro dimenticato, un prezioso oggetto da collezione. E anche una traccia del denaro sporco. A sette anni e mezzo dall’introduzione dell’euro, la lira è ancora in circolazione, nelle diverse forme che nel tempo ha assunto. C’è chi l’ha conservata per nostalgia, chi l’ha dimenticata dentro un materasso e chi non ha potuto cambiarla in euro per la sua provenienza illecita.

Altri ancora sono stati lungimiranti, e ne hanno tenuto una riserva che è destinata a rivalutarsi con l’andare degli anni. In tutto, secondo i dati di Bankitalia, fanno un valore pari a 1,3 miliardi di euro o, meglio, 2600 miliardi di vecchie lire.

- IL FETICCIO: Sono moltissimi gli italiani che hanno conservato almeno una banconota per ogni taglio disponibile. E la somma dei biglietti chiusi nei cassetti è considerevole.

- IL MATERASSO: Capita frequentemente di ritrovare piccole fortune, gelosamente conservate nelle case degli anziani. E l’immagine che ricorre, consueta anche nel lessico cinematografico, è quella del materasso imbottito di banconote.

-  IL DENARO SPORCO: Una parte del capitale in lire ancora in circolazione è legata a fondi neri e a depositi di denaro sporco che non è più stato possibile convertire dopo l’avvento dell’euro.

- LA COLLEZIONE: I biglietti ben conservati o con particolari numeri di serie hanno un valore sul mercato del collezionismo che va ben oltre quello nominale: un Bernini da 50mila può essere quotato fino a 2.100 euro, un Volta da 10mila fino a 1.300 e un 5mila raffigurante Bellini anche 1.200.

- LA SCADENZA: La Banca d’Italia garantisce fino al 29 febbraio 2012 la trasformazione delle vecchie lire senza richiedere le generalità di chi le consegna, fino a un tetto di 1.550 euro. Per importi superiori occorre presentare un documento d’identità. Senza dimenticare che la vecchia moneta può ancora essere spesa, se si trova il commerciante che l’accetta.



A Palermo si gira 'Squadra antimafia' Ladri rubano furgone della produzine

Quotidianonet

Sono state rubate le moto impiegate nelle riprese del serial televisivo ‘Squadra antimafia Palermo’ in onda su Canale 5. Le indagini sono condotte dai carabinieri


Roma, 27 settembre 2009


A volte la fiction sconfina davvero nella realtà. Succede ad esempio quando a subire un furto è proprio una delle squadre antimafia che abbiamo imparato a conoscere sul piccolo schermo. Ecco qui: sono state rubate a Palermo le moto impiegate nelle riprese del serial televisivo ‘Squadra antimafia Palermo’ in onda su Canale 5.

 Il furto è avvenuto ieri in via Montepellegrino. Ignoti, fanno sapere i carabinieri che stanno indagando, hanno rubato un autocarro Iveco Eurocargo della ditta “Stuntman” di Roma, con all’interno tre moto di grossa cilindrata. La ditta è impegnata in città per le riprese della serie televisiva. Le indagini sono condotte dai carabinieri della compagnia San Lorenzo.

Nella vita segreta di Fidel ci sono anche 10 figli

Corriere della Sera

Molte relazioni sono sempre rimaste nell'ombra. La sua prole si è impegnata a restare lontano dal potere cubano



Per descrivere le imprese rivoluzionarie di Fidel Castro sono stati versati fiumi d'inchiostro. Ma fino ad oggi poco si sapeva della sua vita privata e soprattutto su quanti fossero i suoi figli. Finalmente il libro Without Fidel (Senza Fidel), scritto dalla giornalista statunitense Ann Louise Bardach e che sarà pubblicato nei prossimi giorni negli Usa dalla casa editrice Scribner, svelerebbe l'arcano. Nella sua vita d'amatore, El Comandante avrebbe sedotto decine di donne e oggi avrebbe almeno 10 figli. L'ultima fatica letteraria della Bardach, presentata in anteprima dal britannico "Daily Telegraph" racconta non solo la lunga carriera politica di Fidel e di suo fratello Raul, ma anche numerosi particolari della vita intima dell'ex dittatore cubano.

LA PROLE - Il primo figlio del rivoluzionario cubano si chiama Fidelito ed è nato nel 1949 quando Castro era ancora sposato con la prima moglie Myrta Diaz-Balart. Altri cinque bambini sono nati tra il 1962 e il 1974 dall'unione tra Fidel e Dalia Soto del Valle, donna che avrebbe sposato segretamente solo nel 1980 e che sarebbe apparsa in tv al suo fianco solo nel 2003. Questi i figli nati dalle unioni ufficiali. Ma Castro avrebbe avuto anche numerose relazioni "clandestine".

Solo nel 1956 sarebbero nati tre figli illegittimi da altrettante relazioni "non ufficiali": la prima con Natalia Revuelta, aristocratica cubana, diventata in seguito una pasionaria della rivoluzione, che avrebbe partorito una bambina di nome Alina Fernandez.

La seconda con una ragazza misteriosa che avrebbe partorito il secondo figlio illegittimo di Castro chiamato Panchita Pupo. Infine sempre nel 1956 Maria Laborde,


donna che ebbe una veloce storia d’amore con Fidel all'indomani dalla sua liberazione dal carcere, diede alla luce Jorge Angel.

Da un altro flirt, nel 1960, sarebbe nato il decimo figlio di Castro, chiamato Ciro in onore di un martire della revolución la cui vera madre sarebbe sconosciuta ai più. Ciro, che secondo quanto narra la Bardach assomiglia a una "star del cinema" avrebbe gli occhi verdi e la carnagione scura.

Dopo aver studiato educazione fisica al college, si sarebbe sposato con una piccola funzionaria del partito e vivrebbe in un sobborgo di L'Avana. Ma la prole di Fidel potrebbe non fermarsi qui. Secondo le confessioni di un disertore cubano che prima lavorava nei servizi segreti del paese caraibico, un altro figlio di Castro sarebbe nato nel 1970 dall'ennesima relazione clandestina.

LA MALATTIA - Fidel nel corso della sua vita avrebbe fatto di tutto per nascondere le sue avventure extraconiugali e i suoi figli hanno rispettato il padre mantenendo sempre un basso profilo.

Secondo il




racconto della Bardach nessuno dei figli di Castro prenderà in futuro le redine del potere. Il più accreditato a succedere a Raul è il quarantatreenne Alejandro, figlio di quest'ultimo, già colonnello e "stella nascente nel Ministero degli Interni".

Il libro si sofferma anche sulla malattia che negli ultimi anni ha colpito Fidel e le sofferenze patite dall'ex dittatore. L'orgoglioso Castro, narra la scrittrice, in un primo momento avrebbe rifiutato un intervento chirurgico che lo avrebbe obbligato a vivere un lungo periodo della degenza con una sacca di plastica attaccata al suo corpo.

Decise di sottoporsi a un'operazione più pericolosa che però gli garantiva, una volta guarito, totale indipendenza. Purtroppo l'intervento fallì e Fidel fu quasi ucciso da una grave infezione intestinale. A questo punto l'ex dittatore accettò l'intervento chirurgico standard, ma rimase molto affranto: "Fidel piangeva diverse volte al giorno" ha confessato alla scrittrice una fonte anonima che lavorava nello stesso ospedale dove Fidel fu operato. "Era davvero distrutto". Nei mesi successivi l'ormai ottantatreenne rivoluzionario perse circa 20 kg.

Francesco Tortora

Allah è grande”, aggredito frate a Sanremo

Il SecoloXIX

Paolo Isaia

Al grido di “Allah è grande”, un extracomunitario, probabilmente un nordafricano, ha massacrato un frate cappuccino a colpi di bottiglia, infierendo sull’uomo con calci e pugni anche quando era ormai a terra. Ora il frate di Sanremo, padre Riccardo, 76 anni, rischia di perdere l’uso di un occhio. La brutale aggressione è stata compiuta ieri mattina, intorno alle 7, in un vicolo che da via Corradi porta in vicolo dei Cappuccini, dove si trova la chiesa di padre Riccardo.

Dopo averlo medicato, i sanitari del Borea ne hanno deciso il trasferimento al Santa Corona di Pietra Ligure, avvenuto in ambulanza. Al Santa Corona padre Riccardo è stato sottoposto ad alcuni accertamenti, in serata è rientrato all’ospedale di Sanremo, dove è tuttora ricoverato.


Ideava spot di Frank Sinatra "Ma poi ho fotografato la Madonna di Medjugorje"

di Stefano Lorenzetto



Il 1° maggio del 1987 uno scetticissimo Gianni Romolotti, pubblicitario di Milano rotto a tutte le esperienze al punto da dichiararsi «agnostico e vigliaccone», si trovava per la prima volta a Medjugorje in compagnia della moglie Marina, ancora più incredula di lui. Accanto c’era Grazia Viola, un’amica che il giorno prima li aveva tirati fuori dalla loro barca a vela nel porto ligure di Varazze e costretti a imbarcarsi su un volo charter Orio al Serio-Spalato, ultimi due posti disponibili, con la promessa di fargli passare un week-end fuori dall’ordinario.

Erano circa le 18.40, l’ora in cui a partire dal 24 giugno 1981 la Madonna sarebbe cominciata ad apparire con frequenza mensile nel villaggio della Bosnia Erzegovina a sei ragazzi che all’epoca avevano tra i 10 e i 16 anni. «Grazia Viola si dimostrò di parola. Vidi qualcosa di straordinario. Guardavo il sole a occhio nudo, cosa normalmente impossibile a farsi. Tutti gli altri, eravamo in centinaia, lo stesso. E il sole prese a roteare, danzare, pulsare, assumendo varie colorazioni, prima azzurra, poi rossa, quindi rosa, e infine precipitò verso di me, tanto da costringermi a ripararmi istintivamente il volto con le mani.

In pratica la stessa cosa che fu osservata alla Cova da Iria il 13 ottobre 1917 dalle migliaia di persone radunate intorno ai tre pastorelli di Fatima, incluso Avelino de Almeida, redattore capo di O Século, un quotidiano di Lisbona, che ne scrisse in prima pagina. Fu l’unica volta in cui non mi sentii costretto dal tempo e dallo spazio. Mi dissi: Gianni, la tua casa è qui. Mia moglie balbettò: “Mi sembra l’Apocalisse”».

L’indomani, alla stessa ora, Gianni Romolotti si mise in testa di voler documentare fotograficamente lo sbalorditivo fenomeno con la sua Olympus. «Un tentativo infantile», ammette adesso, «forse dovuto a una deformazione professionale: le immagini sono state la mia vita». Ma quello che accadde in camera oscura, al ritorno in Italia, lo lasciò senza fiato: «Un’inquadratura né verticale né orizzontale, mentre io ricordavo perfettamente d’aver puntato l’obiettivo perpendicolare al terreno, in direzione della canonica e della chiesa. Accanto alle cuspidi dei due campanili, una nuvola formava una silhouette di donna. Dal velo e dal manto si direbbe la Vergine. Ma io sono arcisicuro che quel giorno il cielo era terso, neanche una nube».

Da allora Romolotti tiene il negativo della foto in cassaforte e si dichiara «un fulminato». È convinto che la Regina della Pace di Medjugorje lo abbia guarito da un melanoma. Un risarcimento che gli era in qualche modo dovuto, visto che fu lui negli Anni 90 ad andare per primo dalla figlia di Darix Togni con in mano 15 milioni di lire per farsi noleggiare il Palatrussardi, trasformato da tendone del circo in tempio dello spirito: «Pullman da tutta Italia, a ogni raduno 10.000 persone avide di preghiera, rosari e litanie dalle 9 di mattina alle 7 di sera e un solo discorso: la meditazione di padre Slavko Barbaric, un francescano carismatico oggi sepolto a Medjugorje, che se non si fosse fatto frate sarebbe finito con i miliziani a strappare i testicoli ai nemici durante la guerra in Bosnia».

Guai però a definire Romolotti il boss della cupola (intesa come sommità del tempio) di Medjugorje in Italia, anche se, da quando vive a Celle Ligure, la chiesa di San Pietro, in via Untoria a Savona, certe sere è illuminata a giorno dalla presenza di tantissimi fulminati. Di sicuro sta facendo più lui per la fede mariana che non tanti tiepidi pastori d’anime. Alcuni, come don Luigi Negri, oggi energico vescovo di San Marino-Montefeltro, si può dire che li abbia convertiti: «Me lo ricordo quando veniva con le braghette corte a Celle. Roba da matti! I preti devono passare le vacanze in montagna, non al mare. Gli raccomandavo: don Luigi, vada a Medjugorje. Ma lui niente. Poi qualche tempo fa lo incontro e mi dice: “Sai Gianni, ci sono stato. È sorprendente”. Mi ha confessato d’averne parlato con Benedetto XVI in questi termini: “Santo Padre, se, come dicono, a Medjugorje c’è Satana, ebbene le assicuro che sta lavorando per noi”».

Nella visione di Romolotti, perfino Cl è già moderatamente eretica. Eppure fu a casa sua, in via Ripamonti a Milano, che il fondatore don Luigi Giussani trovò rifugio negli Anni 70, quando gli extraparlamentari di sinistra lo cercavano per fargli la pelle. «Fu costretto a togliersi la talare e a mettersi in abiti civili. Prestai la mia Simca a Paolo Volpara, che lo accompagnava, il quale mi lasciò in garage la sua vecchia Mercedes. E partirono verso destinazione ignota».

Conosciuto come grafomane nei vescovadi e nelle redazioni di mezza Italia, che tempesta di lettere dai toni apologetici quando non millenaristici inviate in copia anche al Papa, Romolotti non ama le mezze misure. Al cardinale Carlo Maria Martini, fautore dell’ecumenismo: «Ma è possibile che i vari imam musulmani si permettano di definirci “antropofagi” perché mangiamo il nostro Dio? Non è vero che le religioni sono tutte uguali: occorre che lo diciate e con chiarezza». Al cardinale Dionigi Tettamanzi, che da arcivescovo di Genova aveva assolto i contestatori del G8: «Oggi la gente ha letteralmente fame di Dio, non di posti di lavoro! Diamoglielo, questo Dio, altrimenti se ne vanno dai guru, dagli arancioni, nel Tibet e dai maghi».

Ma la sua bestia nera è don Antonio Sciortino, direttore di Sfamiglia Cristiana, come la chiama lui: «Mi mandò l’invito per un happening in occasione del lancio della nuova veste grafica. Si teneva nella discoteca Alcatraz, presenti le ragazze-cubo, all’insegna dello slogan “Né casa, né chiesa”. Ciumbia! Gli scrissi: “Questo infelice payoff, così si chiama nella soave terminologia pubblicitaria che purtroppo conoscete bene, è un pessimo suggerimento che qualche creativo vi ha proposto e che voi avete accolto con entusiasmo. Si spiega con l’ossessiva mania che ha preso tanta parte della Chiesa, quella di voler scimmiottare il mondo. Un cristiano invece dovrebbe essere scomodo e dare scandalo, così almeno la pensava San Paolo”. E don Sciortino è un paolino».

Lei di payoff se ne intende.
«Un pochino. Ho lavorato in molte agenzie italiane e straniere, Studio Sigla, Ted Bates, Lspn di Eugenio Cefis, Odg. Sono stato account di Perugina, Buitoni, Agip, Mobil, Ip, Bic, Manetti & Roberts, Locatelli, Dreher. Il mondo dei lustrini l’ho conosciuto bene. Negli Anni 60 ho accolto Frank Sinatra a Roma, reduce da una tournée in Israele. Doveva cantare un motivetto negli studi della Rca di via Tiburtina e ripartire subito. Sull’asfalto fu incollato un tracciato di orme rosse, dall’elicottero alla sala di registrazione: non voleva sbagliare direzione e perdere tempo. Invece Raffaella Carrà, che faceva i caroselli per l’Agip, pretese una Rolls-Royce bianca per andare a pettinarsi dai parrucchieri Vergottini di Milano».

Quelli che crearono il «casco d’oro» di Caterina Caselli.
«Ma guardi che sono tutti uguali, eh, tutti. Compreso il rifondarolo Citto Maselli, regista degli spot Perugina: votava Pci e collezionava auto di lusso».

Lei è anticomunista, mi par di capire.
«Sono nato a Pontinia, provincia di Littoria, poi Latina, nel 1936. Mio padre si occupava del personale impegnato nella bonifica delle paludi e mio zio curava col chinino i poveri contadini immigrati dal Veneto che si prendevano la malaria. Famiglia cattolica: mia madre andava a caccia di bufali nell’Agro pontino col vescovo locale. Ma anche laica: nel dopoguerra papà fu chiamato a Bergamo dal cementiere Carlo Pesenti a dirigere Il Giornale del Popolo, che si opponeva all’Eco di Bergamo, il quotidiano della curia. Sono cresciuto a Reggio Emilia, nel triangolo rosso, e ho visto con i miei occhi che cosa facevano i compagni. Avevo 9 anni quando una mattina, andando a servire messa da don Iori, vidi un uomo con le braccia spalancate appiccicato al muro: l’avevano inchiodato a mitragliate, come su una croce. Un’altra mattina, al numero 28 di via Emilia Santo Stefano, c’era un morto per terra con un pezzo di cervello che pendeva dal pomolo dorato del portone: gli avevano spaccato il cranio in quel modo».

Si parlava di Carosello.
«Alla fine nel 1979 fondai una mia agenzia, Realtà. Il principale cliente era Salmoiraghi & Viganò, ottica. Dopo due mesi Silvio Berlusconi mi convocò nel suo ufficio in via Rovani: “Venga a lavorare con me. Le offro il doppio del suo fatturato”. Il mio giro d’affari allora era di 700 milioni di lire, rivalutati a oggi 2 milioni di euro. Quindi è come se mi avesse offerto quasi 8 miliardi di lire. Da non dormirci la notte. Risposi: grazie, ma con la testa che mi ritrovo preferisco lavorare sul mio. “La capisco, è quello che faccio anch’io”, concluse. Tentò di reclutarmi anche l’Aga Khan. Cercava un coordinatore per la nascente Costa Smeralda. Le sembro il tipo che d’estate s’infila un vestito bianco e con una flûte di champagne in mano vende villette ai nababbi?».

Come s’è convinto che la Madonna appare tutti i mesi a Medjugorje?
«Potrei risponderle: perché cessa d’improvviso il cinguettio di migliaia di passeri, che riprendono a cantare solo ad apparizione conclusa. O perché la mia amica Isabella Orsenigo, ex sofisticata direttrice di Grazia, ora assiste 3.000 orfani di guerra su un’isoletta della Croazia. Ma è il clima d’entusiasmo ad avermi conquistato, la voglia d’abbracciarsi che pervade i fedeli. A Medjugorje avverti una presenza reale. Altrimenti non si spiegherebbero i 40 confessionali dove i pellegrini si mettono in coda per confidarsi con sacerdoti di tutte le nazionalità. Come dice Cristo, è più difficile convertire un peccatore che resuscitare un morto. Le grane cominciano quando torni a casa».

In che senso?
«Gli amici ti guardano storto: ma come, eri un puttaniere e adesso fai il santerello? I clienti non ti dicono nulla, però te lo fanno capire. E dopo un po’ ti mollano. Per fortuna a me ne sono arrivati di nuovi. D’altronde non si può essere cristiani moderati. “Il vostro parlare sia sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno”, prescrive il Vangelo. Ecco perché preferisco rischiare di parlare troppo piuttosto che troppo poco».

Il Vangelo non prescrive anche alle pecorelle di amare i loro pastori? Invece lei bastona il cardinale Tettamanzi, che resta pur sempre il suo vescovo.
«Venne in visita alla Marconi di Genova, industria elettronica di cui curavo l’immagine istituzionale. Non ricordo d’averlo visto benedire i reparti. Parlava solo di disoccupazione. Quando i musulmani sono andati a pregare davanti al Duomo di Milano, lui ha fatto chiudere le porte. Doveva uscire e recitare il rosario, invece. Lo saprà che adesso quella piazza per l’Islam è diventata terra consacrata? Aveva ragione Paolo VI: “Attraverso qualche fessura, il fumo di Satana è entrato nella Chiesa”.

Basta guardarla come edificio, per rendersene conto. Ma lei ha visto i nuovi templi che le gerarchie fanno progettare ai vari architetti Fuksas? Seguii per conto di Cefis la campagna pubblicitaria Dio cerca una casa da dividere con te della diocesi di Milano e l’unica cosa che dissi al cardinale Giovanni Colombo, un grande parroco, fu che occorreva fabbricare nuovi cristiani, non nuove chiese. Quelle esistenti bastavano allora e bastano oggi. È la fede che manca. Abbiamo bisogno di pastori che ci sveglino, che ci diano la dottrina. E che si affidino ad architetti cattolici praticanti, non atei».

Ma se suo figlio non vuole andare a messa, che fa? Lo ammazza?
«Mia moglie frequenta la chiesa ma non si confessa e non si comunica. Mia figlia è divorziata e risposata civilmente davanti a un sindaco vestito da pinguino. I nipoti appena apro bocca si danno di gomito. Non creda che la mia situazione sia facile. Sono il matto di famiglia. Cristo crocifisso è scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, dice San Paolo. I cristiani sono improponibili».

Mi racconti del suo melanoma.
«Mi fu diagnosticato nel giugno del 2001. Una macchiolina sulla fronte. Mia sorella: “Mettiti nelle braccia del Signore come un bambino”. Mia moglie: “Adesso andiamo dal concessionario e compriamo un’auto nuova”. Dopo qualche mese: “Non preoccuparti, saprò cavarmela, ho le spalle larghe”. Mia figlia: “Stai tranquillo, papà, tu sei come la gramigna che non muore mai”. E lì subentra il narcisismo. Chi terrà l’orazione funebre? Quali nobili parole dirà? Si può sorriderne, ma viene in mente anche questo. Leggersi in proposito Il povero Piero di Achille Campanile, un monumento al paradosso della morte».

Era già rassegnato al destino ineluttabile.
«La sofferenza aiuta ad avvicinarsi a piccoli passi all’appuntamento che conta di più. Ti trasforma giorno dopo giorno in un’altra persona. Cammini per strada col tuo bel melanoma e vedi tutti tranquilli e sereni: chi compra il giornale, chi conversa, chi litiga per un posteggio. Pazzi, autentici pazzi. Offrire la vita per una buona causa? Forse un giorno, prima dell’arrivo del cancherotto, devo aver pensato a qualcosa del genere. Oggi mi confermo che non ho implorato la guarigione: ho solo chiesto di morire soffrendo il giusto per le mie spalle, pensando che si trattava di poco, un attimo, e poi sarei stato in pace. Quando, dopo il secondo intervento chirurgico, mi hanno informato che gli esami erano negativi, ecco l’idea vincente: allora muoviti, cambia vita, fai del bene, ti sono ancora concessi dei giorni preziosi. “Attenti a non disperdere l’utilità del dolore”, ammonisce Sant’Agostino. Era un uomo piuttosto intelligente».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Svizzera: fermato Roman Polanski

Corriere della Sera


e' accusato di aver avuto un rapporto sessuale con una tredicenne

Le autorità svizzere hanno eseguito il mandato di cattura statunitense del 1978



ZURIGO (SVIZZERA) - Il regista polacco Roman Polanski si trova in stato di fermo in Svizzera. E’ stato fermato sabato (ma la notizia si è appresa solo oggi) quando ha messo piede sul territorio elvetico sulla base di un mandato d’arresto spiccato dagli Stati Uniti nel 1978, hanno annunciato gli organizzatori del Zurich Film Festival, che sta promuovendo una retrospettiva dedicata al cineasta di origini polacche. Polanski, che doveva ricevere un premio alla carriera al festival, vive in esilio in Europa da 30 anni. E’ fuggito dagli Stati Uniti, dove è accusato di avere avuto delle relazioni sessuali con una minorenne.

LA VICENDA - Polansky, 76 anni, era fuggito dagli Usa proprio nel 1978 dopo aver confessato di aver fatto sesso con una ragazza di 13 anni. Polanski aveva a suo tempo patteggiato la condanna con il tribunale di Santa Monica a Los Angeles. Il procuratore in cambio della sua ammissione gli aveva risparmiato il carcere lasciando perdere le altre accuse, tra cui stupro con uso di stupefacenti, perversione e sodomia, che erano emerse dalla testimonianza della ragazza, che successivamente a distanza di quasi 30 anni dai fatti, aveva però perdonato il regista.

Un accordo, quello fatto dalla procura di Los Angeles, che non era però piaciuto al tribunale che si apprestava ad incarcerare Polanski, che, a questo punto, aveva scelto la fuga. Nello scorso mese di dicembre gli avvocati di Polanski avevano chiesto la ricusazione dei giudici di Los Angeles. Una richiesta che era stata respinta dal giudice Peter Espinoza che aveva detto di non poter esaminare il caso fino a quando Polanski non si sarebbe presentato in aula, affrontando così l'arresto. Espinoza aveva dato tempo fino al 7 maggio scorso a Polanski per presentarsi. Se Polanski sarà estradato negli Stati Uniti potrebbe quindi dover affrontare un nuovo processo per stupro a Los Angeles.

VITA DEGNA DI UN FILM - Ma tutta la vita di Polanski è degna di un film. Nato a Parigi da una famiglia ebrea di origine polacca tornò nel 1937 in Polonia ma, dopo l'arrivo dei nazisti venne rinchiuso con la famiglia nel ghetto di Varsavia. Ghetto dal quale Roman fuggì, riuscendo così a salvarsi, ma dove morì invece sua madre. Sposatosi con l'attrice Sharon Tate negli Usa la scoprì cadavere incinta dell'ottavo mese uccisa dal satanista Chales Manson e dalla sua banda a Los Angeles nel 1969.

Pinocchio nella hit dei 100 film più brutti

Corriere della Sera

Il film diretto da Benigni nel 2002 è stato il più costoso nella storia del cinema italiano: 45 milioni di euro

MILANO - Alcuni hanno avuto brillanti successi al botteghino. Altri invece sono rimasti nelle sale solo qualche giorno. Ciò che li unisce sono le pessime recensioni ottenute dai critici. RottenTomatoes.com, sito che si occupa di cinema e il cui nome, come sottolinea Wikipedia, deriva dall'antica pratica, ormai in disuso, di «tirare pomodori agli attori dopo una brutta esibizione», ha stilato la classifica dei 100 film più brutti degli ultimi 10 anni. Alcune pellicole in classifica hanno come protagonisti celebri attori di Hollywood e la maggior parte sono costate diversi milioni di dollari alle case di produzione.



PINOCCHIO - La nota più triste della rassegna è che sul podio troviamo anche l’unico film italiano presente in classifica: si tratta di «Pinocchio», pellicola di Roberto Benigni del 2002 che si piazza al terzo posto. Atteso con grande entusiasmo dal pubblico del Belpaese (pochi anni prima il comico toscano aveva incantato il mondo con «La vita è bella»), «Pinocchio», in assoluto, è stato il film più costoso nella storia del cinema italiano (45 milioni di euro). La pellicola nel 2002 ottenne 3 nomination ai «Razzie Awards» (gli Oscar dei film peggiori dell'anno) e Roberto Benigni fu premiato come peggior attore protagonista per la sua interpretazione. Nella sua recensione RottenTomatoes.com sostiene che Benigni «fa cilecca clamorosamente con quest’adattamento di Pinocchio e il risultato è un progetto poco divertente, malfatto e che mette i brividi».

LE PRIME DUE - Negli ultimi dieci anni, secondo il sito americano, sono stati prodotti solo due film più brutti di Pinocchio. La palma della peggiore pellicola la conquista «Ballistic», thriller del 2002 diretto da Wych Kaosayananda con Antonio Banderas e Lucy Liu. Il protagonista è un agente dell'FBI che ha creato un dispositivo che si impianta nel corpo umano e uccide all'istante. Secondo RottenTomatoes.com il film «non ha un minimo di coerenza, stile e originalità», ma è solo una pellicola che sconvolge per la sua nullità. Secondo peggior film è «Chiamata senza risposta», horror del 2008 girato da Eric Valette, remake del film giapponese «The Call-Non rispondere» di Takashi Miike. «Uno dei più deboli remake del cinema horror giapponese» scrive il sito di cinema. «Chiamata senza risposta - continua RottenTomatoes.com - presenta immagini blande e poche sorprese».



GAG VOLGARI - Le altre pellicole in classifica hanno gli stessi limiti e le medesime superficialità dei film presenti sul podio. Al quarto posto si posiziona «King's Ransom», film di Jeffrey W. Byrd del 2005 che racconta la storia di un affarista senza scrupoli che per rovinare i piani dell'avida moglie, finge il suo rapimento. La pellicola è «ricca di personaggi sgradevoli e gag volgari» e viene definito dal sito una «commedia inetta». Seguono opere poco conosciute in Italia come «Dorm Daze - un college di svitati», film del 2003 giudicato «noioso e indecente», «Superbabies: Baby Geniuses 2» per il quale l'attore Jon Voight, padre di Angelina Jolie e in passato protagonista del celebre «Un uomo da marciapiede» ottenne una nomination ai Razzie Awards del 2004 e «Strange wilderness», commedia americana del 2008, girata da Fred Wolf e giudicata dal sito «eccessivamente volgare».

HILTON E STONE - Tra i peggiori dieci si posizionano anche «3 Strikes», film del 2000 che racconta le peripezie di un piccolo criminale deciso a cambiar vita, ma che è considerato da RottenTomatoes.com «poco divertente e senza un'adeguata regia», «Redline», l'ennesimo film sulle corse d'auto «ricco di dialoghi risibili» e «Witless protection», «commedia insipida». Tra gli altri film stroncati dal sito meritano una menzione speciale «88 minuti», thriller con Al Pacino (cinquantanovesimo posto), «The Hottie & the Nottie», commedia del 2008 con Paris Hilton (sessantaseiesimo posto), «Travolti dal destino» di Guy Ritchie con l'ex moglie Madonna e Adriano Giannini (sessantacinquesimo posto) e «Basic Instinct 2» (ottantanovesimo posto), che nonostante la sempreverde Sharon Stone non raggiunge mai la suspence del precedente campione d'incassi diretto da Paul Verhoeven nel 1992.

Francesco Tortora
26 settembre 2009(ultima modifica: 27 settembre 2009)

Ladro tenta di entrare in casa: il proprietario spara e lo uccide

Corriere della Sera


i complici portano via il corpo e lo scaricano nei pressi di un ospedale

 

Tragedia a Noicattaro, nel barese. L'uomo ha esploso il colpo di pistola stando dietro alla porta
 
ROMA - Spara e uccide un ladro che stava tentando di entrare in casa. Il fatto è accaduto nel cuore della notte a Noicattaro, in provincia di Bari. Il ladro, italiano, è stato ucciso, secondo quanto si apprende, da un colpo di arma da fuoco che ha attraversato la porta di una stanza.

INDAGINI - La vittima è stata trasportata in auto e lasciato da alcune persone, che sono poi fuggite, davanti all’ospedale San Paolo, a Bari. Sulla vicenda stanno eseguendo le indagini i carabinieri della compagnia di Triggiano e del comando provinciale dei carabinieri di Bari.

Stop all’abbonamento con una raccomandata e 5,16 euro

di Felice Manti


Basta col canone Rai? Si può fare e costa pure poco: appena 5,16 euro. Ma non chiamiamola evasione fiscale, altrimenti si arrabbia anche l’ex pm Antonio Di Pietro che l’altro giorno l’ha detto: «Non pago più, disdico e guardo solo Sky». È piuttosto «disubbidienza» con la u, come la definì nel 1981 l’allora leader radicale Francesco Rutelli.

La disdetta


Basta una raccomandata con ricevuta di ritorno intestata all’Agenzia delle Entrate, Ufficio Torino 1 - Sat sportello abbonamenti tv Casella postale 22, 10121 Torino. Il sottoscritto eccetera, residente in via eccetera «chiede la cessazione del canone tv e di far suggellare il televisore detenuto presso la propria abitazione», facendo presente che non si possiede «nessun altro apparecchio atto e adattabile alla ricezione delle radioaudizioni».

Perché se tecnicamente è vero che computer, Playstation portatili o i telefonini di ultima generazione di fatto possono ricevere il segnale tv, il ministero delle Comunicazioni (interpellato dall’Agenzia delle Entrate dopo un ricorso dell’Aduc - consultabile sul sito www.aduc.it) non ha ancora sciolto ufficialmente le sue riserve. Alla richiesta bisogna aggiungere una tassa da 5,16 euro per la disdetta, sulla quale indicare il numero dell’abbonamento, e soprattutto bisogna aggiungere questo passaggio: «Dichiaro altresì di non essere più in possesso del libretto di abbonamento e chiedo a norma degli art. 2 e 8 della legge 241/90 quale procedimento amministrativo intende seguire l’Urar tv ai fini del completamento di quanto disposto dall’art. 10 del Regio Decreto n° 246 del 21 febbraio 1938».

Che cosa si rischia


Che cosa può succedere dopo questa lettera? Tutto o niente. Leonardo Facco, autore dell’Elogio dell’evasore fiscale (Aliberti editore), che la lettera l’ha mandata nel 1992 sorride: «Non lo pago da allora. Ho ricevuto un paio di visitine di qualche giovanotto inesperto, poi niente più». I casi più eclatanti sono due: nel 1996 un signore di Verderio Superiore, E.V., si vide pignorare alcuni beni dalla società di riscossione Rileno per conto della Rai dopo un’ingiunzione della Urar. Negli stessi anni l’allora parlamentare leghista Gipo Farassino mise provocatoriamente all’asta la sua chitarra Ovation (valore sei milioni) per pagare dieci anni di interessi su «una tassa anticostituzionale». Fine.

Le ispezioni


Dal ’94 chi compra una tv non è più tenuto a dare le generalità per incrociare possesso e tassa. E quando nel ’95 si scoprì che la Rai chiedeva comunque l’elenco di chi comprava una tv in cambio di un bonus da 70mila lire (in caso di nuovo canone) scattò l’esposto del Codacons all’Authority per la Privacy. I controlli sono spesso a campione, su dati inaffidabili. Negli anni Ottanta la Rai chiese il canone a un bambino di 9 anni di Gela. Sempre il Codacons denunciò il caso di una cittadina che, pur non possedendo alcun apparecchio radiotelevisivo, aveva ricevuto una lettera nella quale gli veniva chiesto di pagare il canone tv perché così risultava da un fantomatico «censimento». Tutto falso, spese rimborsate e Rai con le pive nel sacco. Negli anni Novanta la palma del comune «decanonizzato» andò a Casapesenna, un comune del Casertano dove solo l’1,66% dei 7mila abitanti era in regola. Sanzioni? Non pervenute.

I precedenti


L’invito alla «disubbidienza fiscale» ha precedenti illustri. Oltre a Rutelli e Di Pietro si ricorda la Lega Nord, Paolo Cento nel 2002, persino l’Associazione italiana Sordi, Adriana Poli Bortone e Maurizio Gasparri ai tempi dell’Msi e Mino Martinazzoli nel ’93 dopo un servizio del Tg3 sulla Dc. Giuliano Ferrara bruciò in diretta tv l’abbonamento Rai, il presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage di Bologna, Paolo Bolognesi, strappò il canone dopo un film prodotto dalla Rai su Rebibbia con Valerio Fioravanti. E il referendum radicale che ne chiedeva l’abolizione non venne neppure ammesso. Ma il vero genio resta l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco. Nel ’97 voleva «accorpare» bollo auto e canone. Qualche anno dopo stabilì che il mancato pagamento del canone dovesse essere a carico agli eredi se «l’evasore» era morto. Cose dell’altro mondo.

felice.manti@ilgiornale.it

Rai, perché pagare per Santoro? Firmate con noi per abolire il canone

Lo scrivevo, oltre un anno fa, l’8 maggio 2008, all’indomani della puntata di Annozero che si concludeva con le vignette di Vauro che sbeffeggiavano la tomba delle centinaia di vittime del terremoto in Abruzzo. Perché mai, chiedevamo, i soldi dei contribuenti raccolti dalla televisione pubblica con il canone devono farsi complici efiancheggiatori di questo modo incivile di fare informazione?

Torno a chiederlo oggi, dopo la prima puntata della nuova stagione di Annozero: stesso fango, stesse tecniche di linciaggio, stessa demagogia. E stesse vignette: al ghigno sulle tombe dell’Abruzzo è sostituito solo quello sulle tombe dei caduti italiani in Afghanistan. Torno a ripetere oggi quello che scrivevo allora: la critica, anche la più aspra, e la controinformazione sono un bene per la democrazia ma non possono essere l’alibi di comodo per perseguire uno scopo apertamente politico attraverso la manipolazione e la falsificazione sistematica dei fatti.

Rattrista come non si rifletta sulle conseguenze che si possono avere nel Paese se al modello Annozero del servizio pubblico si assegna un titolo ad honorem di legittimità morale e culturale. Che lezione esemplare per i giovani ai quali diciamo di voler insegnare la forza delle idee, certo, ma nel rispetto per gli avversari! Che esempio per i meno giovani ai quali si propone in modo ossessivo l’equazione libertà uguale licenza, confronto uguale discredito, diffamazione o perfino ingiuria!

Anche il presidente della Repubblica è tornato in queste ore a mettere l’accento sui valori fondanti che l’Italia troppo spesso dimentica, e che vanno invece riportati al centro della vita politica e della società civile. Tra questi valori c’è quello di un servizio pubblico che significa, anzitutto, pluralismo, pluralismo, pluralismo. Nell’attesa che questo avvenga non possiamo più restare indifferenti e dobbiamo reagire. E siamo chiamati a farlo nel solo modo che abbiamo a disposizione: con la disobbedienza civile, col rifiuto di assolvere l’obbligo di pagare il canone Rai fintanto che la Rai non verrà restituita a tutti i cittadini.

Anche su questa battaglia, noi del Movimento per l’Italia, saremo insieme alla gente con i nostri gazebo per raccogliere firme e adesioni per una Rai che sia davvero servizio pubblico, davvero al servizio di tutti. Ci sono battaglie in cui i politici non possono vincere se non hanno al fianco l’impegno costante dei cittadini. Dimostriamo che l’ora del disimpegno è finita, che non abbiamo paura di protestare, di riappropriarci del futuro nostro e dei nostri figli. I quali già sono condannati a studiare nelle scuole pubbliche spesso su libri che raccontano le false verità della sinistra sostenute da professori di sinistra. Non costringiamoli oggi a essere indottrinati dal Santoro di turno anche nel tempo, non poco, che passano davanti alla televisione. Sta a noi decidere di non subire più.

Daniela Santanchè
leader del Movimento per l’Italia