lunedì 28 settembre 2009

I centonove minorenni ergastolani: ecco i ragazzi che sconvolgono gli Usa

Corriere della Sera


Solo in Florida sono 77. 


A novembre la Corte suprema potrebbe decidere che le condanne violano la Costituzione

 

WASHINGTON - In America ci sono 109 detenuti condannati all’ergastolo per reati commessi in minore età, ma non per omicidi (quelli sono circa 2.500) bensì per rapine a mano armata, stupri, ecc. Detenuti che non usciranno vivi dai penitenziari in cui entrarono dai 13 ai 17 anni, ragazzi, addirittura bambini, a meno che la Corte suprema americana, che a novembre ne esaminerà il caso, non decida che la loro condanna viola la Costituzione. Lo riferisce il Los Angeles Times, precisando che i 109 sono stati scoperti da uno studioso della Florida, Paolo Annino, al termine di una lunga inchiesta.

77 IN FLORIDA - L’esistenza degli ergastolani minorenni era nota alle associazione dei diritti umani come Amnesty international, secondo cui l’America è l’unico paese al mondo che infligge questa pena per reati diversi dall’omicidio. Grazie a loro inoltre negli ultimi anni alcuni stati come la California hanno vietato l’ergastolo per i minori. Ma l’esito della inchiesta di Annino ha destato scandalo: nessuno sapeva che questi ergastolani fossero 109, di cui ben 77 in Florida, un triste primato.

Il Los Angeles Times ha citato i casi di Joe Sullivan e di Terrance Graham, entrambi in Florida. Nell’89, quando aveva 13 anni, Sullivan rapinò e stuprò con alcuni compagni una donna, e ricevette l’ergastolo (successivamente i suoi compagni furono scarcerati). E nel 2005, quando ne aveva 16, Graham commise due rapine a mano armata, inducendo il giudice a definirlo «incorreggibile». Invano i loro legali presentarono ricorso: la Florida era scossa da un’ondata di violenza giovanile, che era costata la vita anche ad alcuni turisti europei, e la Corte d’appello decretò che le condanne erano giustificate.

NESSUNA PREVISIONE - Bryan Gowdy, il legale di Sullivan, ora trentatreenne, sostiene che con vent’anni di penitenziario il suo cliente ha saldato il conto con la giustizia, e che l’America deve abolire l’ergastolo «per i minorenni che non hanno ucciso nessuno». Ma sulla sentenza della Corte suprema americana non si fanno previsioni: il suo presidente John Roberts e altri 4 giudici (in tutto sono 9) sono conservatori. Gowdy punta sulla capacità di persuasione della giudice appena nominata da Obama, Sonia Sotomayor, una liberal.

Dopo la condanna a morte, contro cui alcuni stati hanno adottato una moratoria, l’ergastolo ai minorenni che non si sono macchiati di omicidio diventa un problema di fondo per l’America. La Costituzione vieta pene «insolite e crudeli», e questa potrebbe esserlo.

Ennio Caretto

L'Akragas vince, dedica al boss E il questore gli toglie il campo

Corriere della Sera

Gioacchino Sferrazza ha definito «amico fraterno» un uomo arrestato. Il questore: «Messaggio devastante»


AGRIGENTO - L'Akragas non potrà giocare più le partite del torneo di Eccellenza in casa: il questore di Agrigento, Girolamo Di Fazio, ha ritirato per problemi di ordine pubblico la «licenza» di polizia che era stata concessa al presidente della società di calcio, Gioacchino Sferrazza, per potere svolgere «manifestazioni di pubblico spettacolo» come sono le gare sportive. «Le licenze di polizia - ha spiegato il questore Di Fazio - sono rilasciate "ad personam" e la storia personale del presidente dell'Akragas è cambiata dopo le sue dichiarazioni e quindi l'ho revocata».

LA VICENDA - Gioacchino Sferrazza domenica si era presentato ai giornalisti, dopo il successo per 5 a 0 contro lo Sporting Arenella (partita del campionato di Eccellenza) e, dallo stadio «Esseneto» di Agrigento, aveva lanciato il suo messaggio trasmesso in diretta da un'emittente radiofonica e cioè quello di dedicare la vittoria della sua squadra al presunto capo mafia di Palma di Montechiaro Niocola Ribisi, arrestato il 17 settembre scorso dalla polizia. I cronisti gli avevano fatto notare subito che si trattava di una «dedica fuori luogo», visto che era rivolta a un presunto boss mafioso. Per protesta, Sferrazza aveva imposto ai giocatori e all'allenatore il silenzio stampa.

LA DIFESA - Ma dopo che erano scoppiate le polemiche sul caso il presidente aveva fatto marcia indietro: «Ho dedicato la vittoria all' amico Nicola, non al boss mafioso». Queste dichiarazioni Sferrazza le aveva rilasciate al Tg5: «Io - ha puntualizzato il presidente - non entro nel merito se sia colpevole o innocente: fino a quando non ci si sarà una condanna Nicola per me resta un amico che fino a dieci giorni fa era con noi sempre allo stadio». Il presidente dell'Akragas aveva anche ricordato il «legame con la squadra dell'amico Nicola» sottolineando che la dedica «mi è stata chiesta da tutta la società, giocatore e tecnici».

IL QUESTORE - Sulla vicenda il questore di Agrigento Girolamo Di Fazio, prima di revocare la concessione dello stadio, aveva detto: «La dedica della vittoria dell'Akragas al presunto capo mafia di Palma di Montechiaro, Nicola Ribisi, ci lascia senza parole. Quanto è accaduto domenica a margine della partita di calcio giocatasi allo stadio Esseneto ci fa tornare indietro di 40 anni. I sentimenti che animano lo sport in generale e il calcio in particolare sono stati praticamente cancellati con un netto colpo di spugna». E poi aveva aggiunto: «Le parole di Sferrazza non passeranno inosservate - conclude il questore - e non è escluso che sulla vicenda possa venire aperta un'inchiesta della procura».

FIGC - Ora anche la Procura federale della Federazione italiana gioco calcio ha aperto un'istruttoria sulle dichiarazioni di Sferrazza. Il procuratore federale Stefano Palazzi ha acquisito i virgolettati riportati dagli organi di informazione e con ogni probabilità procederà al deferimento di Sferrazza per la violazione dell'articolo uno del codice di giustizia sportiva.

CHI E' - Ribisi, il presunto boss, 29 anni, titolare di un supermercato, è stato infatti arrestato il 17 settembre scorso. È accusato di associazione mafiosa. Secondo la polizia sarebbe il nuovo capo famiglia di Palma di Montechiaro. Il presidente dell'Akragas, 45 anni, invece, è titolare, insieme al fratello e ad altri familiari, di una catena di negozi che vendono dai giocattoli agli articoli da regalo.


Con i pirati web tutti ricchi tranne la musica

di Caterina Caselli




Tecnicamente il cosiddetto «peer to peer», lo scambio di file su internet, è una grande innovazione figlia della rete. Finché ci si scambia opinioni, idee, valutazioni è un grande strumento di condivisione. Se si usa per scambiarsi «tracce» audio o video o testuali tratte dalla propria biblioteca fatta di dischi, dvd e libri i cui autori, editori, produttori sono stati remunerati tramite regolare acquisto credo che rientri nella normalità di uno scambio, nel cosiddetto «fair use» (concessione d’uso) coperto in qualche modo anche dalla raccolta dei diritti di copia privata.

Quando invece, come nella stragrande maggioranza dei casi, si usa questa opportunità tecnologica per scambiare milioni di files di audio, video e testi che non sono stati regolarmente acquistati (nemmeno una volta!) allora siamo di fronte a una distruzione di valore economico e morale.

Come risolvere la questione è la domanda da dieci miliardi di dollari (quanto ha perso la sola industria discografica mondiale negli ultimi sette anni) perché ci sono in gioco gli interessi colossali dell’industria delle telecomunicazioni e dei nuovi giganti che presidiano la filiera digitale (providers, motori di ricerca, produttori di hardware e software di rete).

L’industria che produce i contenuti sta pagando un prezzo troppo alto all’ideologia del «digitale e tutto gratis» mentre dovrebbe essere remunerata proprio per il contributo che dà allo sviluppo del traffico in rete, e messa in condizione di continuare a investire.

È nell’interesse anche dei provider poter contare su nuove produzioni perché l’attuale consumo esasperato dei repertori degli ultimi cinquant’anni prima o poi finirà. Quindi penso che serva un contesto legislativo chiaro. Va ribadito a ogni occasione che «chi trae profitto dall’uso di materiale protetto dal copyright deve essere obbligato a pagarlo il giusto». Credo che si debba lavorare su più piani e che ci vogliano anche interventi, come la nuova legge francese Hadopi 2, che riaffermano i principi e introducono sanzioni per chi li viola consapevolmente.

Poi credo che vadano coinvolti i «mediatori tecnologici» che non possono continuare a sottrarsi alle loro responsabilità, perché, per quanto cresca l’utilizzo legittimo della rete, la grande maggioranza degli usi resta illegale. A quel punto si potrà cominciare a sperimentare nuove modalità di produzione e distribuzione più adatte alla nostra epoca. E poi bisogna sostenere e incentivare il lavoro di chi sviluppa la «creatività e il talento». In questo senso fenomeni come Lily Allen o Arctic Monkeys che lanciati attraverso il web oggi trionfano sul mercato fisico non sono la regola ma piuttosto le eccezioni. In questo quadro, i danni sono diretti e molto importanti.

Secondo dati Ifpi 2009 solo in Gran Bretagna nel 2007 ci sono stati 890 milioni di download musicali illegali contro i 140 milioni di download legali a pagamento, un rapporto di 6 a 1. Il mercato italiano della musica, che nel 2001 valeva più di 600 milioni, è ormai sceso sotto i 200 milioni di euro l’anno. Poi ci sono i danni collaterali. Secondo l’ultima indagine dell’Unione Europea un terzo degli europei fra i 16 e i 24 anni non è disposto a pagare per ciò che trova in rete e il 50 per cento afferma che non ha intenzione di cambiare atteggiamento neppure di fronte a modalità di pagamento più agili e contenute.

Altre indagini sottolineano come «il 70 per cento dei consumatori digitali di età compresa fra 15 e 24 anni non si senta in colpa a scaricare gratuitamente musica dalla rete; il 61 per cento non ritiene di dover pagare per ascoltare musica, e mediamente il 43 per cento della musica posseduta e ascoltata in questo gruppo di età non è stata pagata». Sono tutte cose che cambiano la percezione dei concetti di «proprietà», «condivisione» e soprattutto di «valore». Infine ci sono gli artisti che inneggiano al download gratis a tutti i costi. Penso che siano sinceri. Ma penso anche che possano permetterselo perché si tratta in gran parte di artisti affermati, che contano su almeno venti-trent’anni di normale carriera in cui hanno guadagnato moltissimo e che permette loro di gestire oggi sia una remunerativa attività concertistica sia attività editoriali in proprio.

Io resto convinta che l’ideologia della gratuità sia pericolosa e distruttiva. Fra l’altro è anche falsa, perché si paga per accedere a Internet, per navigare, per scaricare, per chattare, per frequentare i social networks, per consumare contenuti. Solo che ricavi (e relativi profitti) vanno agli intermediari tecnici e distributivi e non ai produttori dei contenuti.

*Musicista e discografica

Vigili del fuoco, da 70 anni in aiuto degli italiani

Il Tempo

Riconoscimenti ai vigili del fuoco per l'impegno di ogni giorno. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferirà mercoledì, nel cortile del Quirinale, le medaglie d'oro.



Dedizione e abnegazione. Caratteristiche del Dna dei Vigili del fuoco. Di giovani reclute come di veterani con tanti interventi sulle spalle. La vista delle divise verdi con le bande fosforescenti gialle è segnale di situazioni critiche, ma anche di speranza per chi si trova in difficoltà. Impegno, solidarietà e soprattutto cuore accompagnano il lavoro quotidiano degli oltre ventisettemila vigili del fuoco, dei capi-squadra come dei funzionari. Gente che non si risparmia: ne fanno fede gli oltre 780mila interventi compiuti dall'inizio di quest'anno. Senza dimenticare lo strenuo lavoro che ancora oggi il corpo dei vigili del fuoco sta svolgendo in Abruzzo.

 Le immagini dei giorni del sisma sono ancora negli occhi di tutti. Quei volti di uomini sudati, coperti di polvere, che senza riposarsi un istante hanno continuato a scavare per giorni nel tentativo di salvare più vite umane possibile. Un impegno epocale sin dalle prime ore del 6 aprile appena il terremoto ha squassato L'Aquila e il suo territorio. Sono piombati in Abruzzo da tutta Italia e in meno di 24 ore erano già 2.425 con più di mille mezzi. Oltre centoventimila interventi da quel giorno a oggi. Dopo la fase di emergenza i vigili del fuoco hanno messo in campo tutte le loro specialità, alpinisti, elicotteristi, mettendo in sicurezza chiese e monumenti.

Palazzi storici e abitazioni. Lasciati gli idranti e le pale si sono trasformati in falegnami e hanno alzato paratie di sostegno. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferirà mercoledì, nel cortile del Quirinale, due medaglie d'oro alla Bandiera del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e una terza alla memoria del Capo Squadra Esperto, Marco Cavagna, morto mentre scavava tra le macerie del terremoto in Abruzzo. Il terremoto è stato l'evento eccezionale con i caschi rossi a portare in salvo uomini e donne. Opere d'arte, reliquie di santi.

Così come hanno fatto a Viareggio e nelle alluvioni. Ogni giorno in decine di interventi i vigili del fuoco aiutano cittadini rimasti fuori di casa o combattono le fiamme che uccidono i nostri boschi. Con la stessa professionalità salvano il gattino sull'albero e sfidano il fuoco per portare in salvo l'anziano rimasto intrappolato nell'appartamento in fiamme. Uomini rudi, sinceri ma professionisti poliedrici che risolvono ogni situazione critica.

Maurizio Piccirilli

Acqua imbottigliata? No, grazie»

Corriere della Sera


Una cittadina australiana vieta l'acqua imbottigliata: si beve solo quella distribuita del rubinetto e delle fontane


SYDNEY - Addio all'acqua in bottiglia. Si torna al rubinetto e alle fontane. Dopo il via libera ottenuto con un referendum popolare nel mese di luglio, la città australiana di Bundanoon vieta definitivamente la vendita di acqua imbottigliata. In plastica, naturalmente, ma anche in vetro. I 2.500 residenti della località a 120 chilometri da Sydney si erano detti d'accordo con l'iniziativa ambientalista lanciata da un commerciante locale, Huw Kingston.

E così, in città sono state ritirate dagli esercizi commerciali le ultime casse d'acqua imbottigliata: al loro posto sono state distribuite bottiglie riutilizzabili e sono state inaugurate una serie di fontane lungo la principale strada del paesino da cui zampilla acqua pubblica. Il dibattito tra gli abitanti del villaggio australiano eco-consapevole è nato dopo che una società aveva deciso di costruire uno stabilimento per l'estrazione di acqua proprio a Bundanoon. «Non aveva senso che prendessero l'acqua qui in città, la trasportassero a Sydney per imbottigliarla e la riportassero indietro per vendercela nei negozi» aveva spiegato Kingston. E hanno detto no all'offerta dell'azienda decidendo di gestire, e bere, la propria acqua. Gratis

DECISIONE - Dal divieto saranno esentati i turisti, che però verranno incoraggiati a riempire le bottiglie vuote alle fontane della città. La decisione era stata adottata quasi all'unanimità dal consiglio comunale (350 voti a favore e solo due contrari) nel giugno scorso. Dei due voti contrari, uno era stato quello di un consigliere locale, l'altro, del rappresentante di un'azienda di bibite che voleva imbottigliare acqua minerale da una vicina sorgente sotterranea. «Mentre i leader del mondo discutono di cambiamenti climatici non dobbiamo dimenticare che ciascuno di noi può fare qualcosa, anche a livello locale», ha commentato Kingston al quotidiano Southern Highland News.

Mazze da baseball per il più bello d'Italia, ferito nella rissa il padre di un concorrente

Corriere del Mezzogiorno

L'irruzione durante le prove della sfilata a San Giuseppe Vesuviano di un gruppo di violenti


NAPOLI - Doveva essere una serata spensierata e allegra, un concorso di bellezza di fine estate. Con l'unica particolarità che al posto delle solite miss a sfilare sarebbero dovuti essere novelli mister, in gara per eleggere il più bello d'Italia o almeno di San Giuseppe Vesuviano, ma durante le prove gli animi nel comune vesuviano si sono infiammati e sono volate botte e stracci durante le prove del concorso.

È successo tutto in pochi minuti, quando un gruppo di teppisti, mazze da baseball in pugno, ha provato ad avvicinare i concorrenti come racconta, con dovizia di particolari il quotidiano online Ilmediano.it.

E la situazione si è complicata quando per difendere i giovani in gara sono intervenuti anche genitori, parenti e amici dei partecipanti. Salvatore Ambrosio, il padre di uno dei concorrenti ha tentato di fermarli e ha avuto la peggio ricevendo ripetuto colpi sul capo fino all’intervento dei carabinieri. I militari sono riusciti a bloccare due degli aggressori impedendo, in pratica, un vero e proprio linciaggio mentre il padre del concorrente, gravemente ferito, veniva trasportato d’urgenza alla clinica Santa Lucia di San Giuseppe Vesuviano dove è stato medicato. Ad ogni modo le condizioni dell'uomo, seppur in evidente stato di choc per l'accaduto, non preoccupano i medici.

Sos Colosseo: quattro piani da restaurare

Avvenire



«Il Colosseo si sta sbriciolando». È il grido d’allarme lanciato dal sindaco di Roma e dagli archeologi della Soprintendenza. A vederlo dall’esterno non si direbbe. La sua mole impressionante e le mura massicce, che svettano per quattro altissimi piani, non danno l’impressione che sia gravemente malato. I finti gladiatori sono sempre lì, i venditori di souvenir in plastica anche, le cartoline con la vista dell’anfiteatro vanno a ruba. I click delle macchine fotografiche e dei cellulari sono continui: il monumento simbolo di Roma e di tutta l’antichità è il più visitato d’Italia. Solo quando si entra – dopo aver fatto una lunga fila e pagato il biglietto – ci si rende conto delle suo preoccupante stato di salute.

L’arena sembra una massa confusa di murature, certi tratti sono ridotti a un mucchio di pietre, il degrado è evidente. I quattro milioni di turisti l’anno e gli agenti atmosferici hanno messo a dura prova la tempra millenaria dell’anfiteatro più grande dell’Impero romano. Molte zone del Colosseo sono inaccessibili perché pericolanti, i puntelli e gli interventi di emergenza non bastano più. Un restauro radicale sembra ormai l’unica soluzione. Sì, ma i dieci milioni di euro che servono per metterlo in sicurezza e restaurarlo chi ce li ha? È questo il problema. Si invoca la generosità di sponsor privati. 



I giapponesi sembrano i candidati ideali. Adorano l’Italia e negli anni Ottanta donarono tre milioni di dollari per far restaurare la Cappella Sistina. Un precedente che lascia ben sperare sulla loro disponibilità a offrire finanziamenti anche questa volta. I contatti avuti tra il Comune di Roma e alcuni giornali e televisioni nipponici spingono all’ottimismo. L’accordo è nell’aria. Anche perché in cambio chiederebbero null’altro che l’esclusiva nella diffusione delle immagini dei lavori di restauro. La via degli sponsor stranieri è ormai quella più battuta da diversi anni dal ministero dei Beni culturali, visto che imprese e mecenati italiani non si fanno avanti.

Teatro, lo spettacolo dei perditempo. Non fu facile costruire a Roma edifici da spettacolo in muratura, come i teatri e gli anfiteatri. I romani si consideravano uomini d’azione, dediti alla guerra e alla conquista. Pensavano che fosse disdicevole passare il proprio tempo libero in attività di svago come gli spettacoli teatrali. Per questo, a Roma non ci fu un teatro stabile fino all’anno 55 avanti Cristo: era a malapena tollerata la presenza di strutture sceniche in legno, quando altre città d’Italia da decenni possedevano architetture in pietra per le rappresentazioni.

Le strutture in legno avevano sicuramente il vantaggio di essere facilmente smontabili, ma era anche altissimo il rischio che crollassero sotto il peso di tanti spettatori. Nella città di Fidene, dove ciò accadde, morirono sotto le macerie in 20.000 e ci furono 30.000 feriti. Le stesse ragioni ritardarono la costruzione a Roma degli anfiteatri, nonostante fossero edifici destinati ad accogliere combattimenti di gladiatori, cacce di animali e lotte tra fiere, e mai opere teatrali.

Sul lago di Nerone. La fama del Colosseo nel mondo antico non era certo inferiore a quella di oggi. I romani però non lo chiamavano Colosseo: questo fu il nomignolo affibbiatogli nel medioevo per via della presenza nei paraggi di una statua colossale del dio Sole. Per i romani era semplicemente l’«Anfiteatro» o «Teatro della Caccia». Nonostante le sue notevoli dimensioni, fu costruito in pochissimi anni, occupando lo spazio del lago artificiale voluto da Nerone per la sua immensa dimora, la Domus Aurea. Fu l’imperatore Vespasiano a promuoverne la costruzione e suo figlio Tito a inaugurarlo nell’80 dopo Cristo. Finalmente, con un paio di secoli di ritardo rispetto a Capua o Pompei, Roma aveva il suo anfiteatro.

Spettacoli tinti di rosso. Nell’antica Roma gli spettacoli dell’arena rappresentavano il massimo dello svago e del divertimento. A esibirsi non erano atleti e sportivi, ma avanzi di galera, prigionieri di guerra, schiavi, gente allo sbando. Nulla di paragonabile a una partita di calcio o a una corsa di formula uno. Lo spettacolo consisteva nel mettere in atto carneficine e atrocità. Che fossero combattimenti tra gladiatori, cacce di animali o esecuzioni di condannati, l’importante era far scorrere sangue, spesso per giorni e giorni.

Gli storici Svetonio e Dione Cassio raccontano che l’inaugurazione del Colosseo, a opera dell’imperatore Tito, costò la vita a 5 mila animali feroci (leoni, tigri, elefanti, leopardi, rinoceronti, cammelli, ippopotami e zebre) e 4 mila domestici I magistrati prima e gli imperatori poi, offrivano questi spettacoli al popolo per ingraziarselo. Storici e psicologi ancora si affannano a spiegare come mai i romani traessero tanto piacere nell’assistere a questi massacri, preferendoli di gran lunga agli spettacoli teatrali. A un certo punto gli spettatori abbandonarono il teatro per riversarsi in massa nell’arena. Accadde anche all’intellettuale Cicerone, che stufo del noioso teatro, andò nell’anfiteatro e per cinque giorni ad assistere alle cacce di animali. Salvo poi criticarle.

Via i gladiatori, largo ai palazzi. «Salve, o Cesare. Quelli che stanno per morire ti salutano». Iniziava con questo saluto rituale la discesa nell’arena dei gladiatori antagonisti, pronti al combattimento con ogni sorta di armi. Al vincitore spettavano fama, doni e un congedo onorevole a fine carriera. La sorte del gladiatore sconfitto o ferito dipendeva dal pubblico. Se un combattente manifestava segni di resa, per esempio alzando il dito mignolo, la folla sbraitava manifestando la preferenza verso l’uccisione (tenendo il pollice verso il basso) o la grazia (pollice verso l’alto). L’ultima parola ce l’aveva però l’organizzatore dello spettacolo, che poteva decidere se risparmiare o no la vita del gladiatore perdente.

Si deve alla diffusione del cristianesimo la fine degli spettacoli di sangue negli anfiteatri. Al Colosseo si conclusero nel corso del VI secolo, anche se il ricordo e l’ammirazione per la figura del gladiatore e dei giochi sanguinari rimase a lungo impressa nella mente dei romani. Nel medioevo il Colosseo venne utilizzato e sfruttato in tanti modi. Il pian terreno diventò la casa di povera gente, mentre i piani superiori vennero adattati a castello. Nel rinascimento furono moltissimi i palazzi nobiliari romani a essere costruiti grazie all’utilizzo dei blocchi di pietra provenienti dal Colosseo, divenuto appunto una cava di pietra e marmo. Nel 1749 papa Benedetto XIV consacrò il Colosseo alla Passione di Gesù Cristo, dopo aver fatto costruire intorno all’arena le quattordici edicole della Via Crucis. Contrariamente a quanti molti pensano non ci sono prove che il Colosseo sia stato il teatro della persecuzion

La scritta 'negra' e una svastica sull'auto Lei: "Clima pesante, scappo all'estero"

Quotidianonet

Obiettivo del 'raid' una ragazza di 24 anni, figlia di un medico africano e di una insegnante italiana. Era a Bologna a preparare la tesi

PADOVA, 28 settembre 2009 - Mentre era a Bologna per preparare la tesi, aveva parcheggiato la sua auto in un parcehggio vicino a casa. E' stata quindi la madre ad accorgersi dell'insulto razzista che qualcuno aveva scritto sul parabrezza: la scritta ‘’Negra’’, scritta con lo spray con accanto una svastica. Subito è scattata la denuncia ai carabinieri.

Succede a Galliera Veneta e la vittima dell'episodio è una ragazza di 24 anni, figlia  di un medico africano e di un'italiana, stimata insegnante di Lettere in un istituto superiore.

Dopo quello che e’ successo, la ragazza, che gia’ sognava di trovare un lavoro all’ estero, e’ sempre piu’ decisa ad andarsene: ‘’Stare qui e’ sempre piu’ difficile - dice - Il clima sta diventando pesante’’.

Promesse e pochi soldi: a ottobre chiude la radio anticamorra

Corriere del Mezzogiorno


«Onda Pazza», fine delle trasmissioni. Sul sito una lettera di accuse alle istituzioni

 


Video


NAPOLI - Il centro «Peppino Impastato» di San Giovanni a Te­duccio e la web radio anticamor­ra «Onda Pazza» hanno i giorni contati. Il progetto, nato dall’im­pegno di decine di giovani del rio­ne per la legalità e il riscatto socia­le, chiude battenti per soli 4.500 euro di debiti accumulati nel pri­mo semestre del 2009. E con esso sfumano anche l’esperienza del­l’Osci (Osservatorio sulla camor­ra e sulla illegalità) e le attività di «Arcilandia», riferimento cultura­le e aggregante per decine di mi­nori in uno dei quartieri più de­gradati e a rischio di Napoli.

Da mesi è calato il silenzio da parte delle istituzioni locali, com­preso quello del governatore An­tonio Bassolino, anche se sul suo blog mostra ancora il link della ra­dio tra gli «interessi personali» e lo scorso 22 gennaio così dichia­rava: «Radio Onda Pazza deve cre­scere, diventare sempre di più la voce di San Giovanni a Teduccio, la vera San Giovanni, onesta e concreta». Ma nei mesi successi­vi qualcosa sembra essere cam­biato. Oggi a denunciare l’immi­nente chiusura è un lungo comu­nicato pubblicato sul sito inter­net di 'Onda Pazza': «La nostra associazione ha sempre creduto che l’antimafia non sia fatta solo di slogan e manifestazioni, ma di un impegno costante a contatto con le fasce sociali più a rischio.

Siamo rimasti soli ma, cosa più grave, sono rimasti soli soprattut­to 'i nostri piccoli amici' che in noi avevano trovato un sano rife­rimento nel quartiere. Forse la no­stra voglia di indipendenza e la d e ­termi­nazione a non chinare il capo ha incentivato la graduale desertificazione di istituzioni e enti vari dalla nostra associazio­ne. Ripetiamo da anni, continue­remo a farlo anche da semplici cit­tadini, che il problema principale del nostro quartiere è prima di tutto la politica dei partiti, la qua­le utilizza sul nostro territorio una logica clientelare e di suddi­tanza ».


Si tratta di un vero e pro­prio j’accuse degli attivisti antica­morra, dovuto all’amarezza di do­ver constatare che «non ci sono fondi per finanziare attività di re­cupero per minori e per associa­zioni che si impegnano nel con­trastare le mafie, ma poi vengono spesi 750mila euro per un concer­to… ». A spiegare nel dettaglio le cifre di questo progetto è Michele Langella, 26 anni, portavoce del centro 'Peppino Impastato': «Oc­corrono 11mila euro all’anno per i costi - afferma - e i debiti del 2008 sono stati pagati con i 7mila euro della Regione finanziati lo scorso gennaio e i 4mila della Fondazione Banco Napoli.

Quest’anno, dopo aver sborsa­to con le nostre collette 500 euro ogni mese, non riusciamo a far fronte al debito di 4500 euro. Da settimane nessuno risponde alle nostre mail e telefonate. Abbia­mo chiesto l’intervento anche dei ministri Carfagna e Meloni, ma adesso facciamo appello al presi­dente della Repubblica Giorgio Napolitano». Ormai manca meno di una settimana alla chiusura del­la radio. Un tempo esiguo in cui le istituzioni devono far capire se sono vicine alla parte viva di una generazione che, per il momento, non ha ancora scelto di emigrare al nord.


Giuseppe Manzo

La grande caccia ai ladri informatici

Corriere della Sera

Quattro milioni di software criminali Erano 430 mila solo tre anni fà


DAL NOSTRO INVIATO READING (Gran Bretagna)

Le fotografie le ricordano tutti: i dipendenti della Lehman Brothers costretti a uscire all’alba dalla sede newyorkese con gli scatoloni portati a brac­cio. Pochi minuti per racimolare in fretta le proprie cose. Il simbolo della crisi. Ma perché non dargli più tempo? «Scene come quelle ne ho viste tante in quest’ultimo anno anche qui nella City — racconta Luigi Brusamolino, vice presidente per l’Europa e il Nord Africa di Sy­mantec —. Sono decine di migliaia i licenziati da società finanziarie in tutta Europa. E quel­lo che abbiamo osservato è una crescita del furto dei segreti industriali: a priori non si tratta di ladri. Ma sono persone arrabbiate e in difficoltà che prima di andare via con la prospettiva di una vita senza stipendio si co­piano del materiale digitale. In questo mo­mento se pensiamo alla crisi finanziaria che ha investito il mondo la conseguenza più di­retta per quanto concerne la sicurezza è que­sta: l’incremento degli attacchi interni alle aziende, non quella esterna dei virus».

IL NEMICO USB - Il nemico numero uno delle industrie costa una manciata di euro e si chiama chiavetta Usb. Ne basta una da un paio di Giga per fare danni e per contenere una potenziale «buonu­scita » illegale. Brusamolino parla dal centro operativo anti-frode della Symantec. Disper­so nella brughiera inglese, a due ore di traffi­co verso ovest da Londra, il Soc è la super cen­trale di servizi contro il cybercrime a cui si ap­poggiano le imprese europee ma anche istitu­zioni governative. «Dovete pensare a noi co­me ai bravi ragazzi di Internet» sintetizza Pe­ter Rey indicando i giovani analisti al di là di un vetro protettivo. Ci sono altri tre centri co­sì nel mondo: a Washington, a Chennay, in In­dia, e a Sydney, per coprire tutti i fusi orari e ottenere il «24X7», copertura completa anche la domenica. Uno si immagina altro: niente scenari ipertecnologici, schermate avveniristi­che o bunker. Si tratta di un call center di altis­simo livello racchiuso in 80 metri quadrati. La sicurezza informatica è un settore a bassa in­tensità di capitale umano e ad alta intensità di server. Ma sono servizi che si pagano cari, ri­servatezza inclusa. Anche se qualcosa trapela sempre: le principali banche europee, anche quelle italiane, hanno affidato al Soc i control­li di sicurezza contro gli attacchi informatici all’ online banking . E tra i clienti italiani ci so­no anche CartaSì, Piaggio Aero e lo Iulm.

SICUREZZA DIGITALE - Per capire bene qual è il loro ruolo in que­sto mondo parallelo fatto di byte e percorso ormai anche dalla mafia basti sapere che l’ex Ceo storico di Symantec e ora chairman, John Thompson, era il nome di peso nella short list di Obama per fare il capo della sicurezza digi­tale della Casa Bianca. Alla fine, come raccon­tano qui nei corridoi, è stato scelto un altro «per concedere qualcosa ai repubblicani». O, anche, che nel bunker digitale del G8 de L’Aquila (costruito sotto una delle nuove abi­tazioni consegnate ai cittadini) insieme alla Polizia Postale e ai supertecnici della Finmec­canica c’erano anche loro. Lì fuori, o, meglio, dentro i server, i data center e le reti ad alta velocità, si muove ormai con una certa dime­stichezza la criminalità organizzata. «Il 90% delle operazioni di molte società avviene su Internet. Il business è lì. La mafia lo ha capito ed è sbarcata sul web», conferma Brusamoli­no.

NIENTE HACKER BUONI - Sono ormai lontani i tempi degli hacker «buoni». Se vi viene subito in mente il film tormentone degli anni Ottanta, «War Ga­mes », scordatevelo. Qui è tutta una questione di denaro. Pare che i più bravi in circolazione siano i rumeni. Anche i servizi di intelligence americani avrebbero tentato di reclutarli sen­za successo: si guadagna meglio dalla parte dei cattivi ragazzi. Quanto? Scoprirlo è scon­fortante: sul mercato nero del web il numero della vostra carta di credito costa solo 4 cente­simi. Per il dossier completo sull’identità digi­tale di una persona si sale a 40 euro. Ma il flus­so dei dati è un fiume in piena. Incontrollabi­le. E con la legge dei grandi numeri si fanno i soldi. «Un Kingpin , letteralmente il Re del co­dice Pin, come viene chiamato in gergo l’orga­nizzatore della truffa, può guadagnare oltre 220 mila euro l’anno», racconta Kevin Hogan, a capo di una squadra Symantec a Dublino che tenta di smontarne le strategie. È possibi­le che il numero della vostra carta di credito sia già in una lista venduta e passata ai «catti­vi » anche se non siete stati truffati. È per que­sto che sono a buon mercato: averli è una co­sa, monetizzarli senza farsi beccare un’altra. È qui che entra in gioco la criminalità organizza­ta: «Si tratta di strutture molto più solide di quanto ci si possa immaginare — spiega Ho­gan —, i Kingpin hanno degli affiliati a cui danno anche la copertura fiscale. Spesso si tratta di società registrate 'regolarmente'. L’hacker che produce il software è solo uno stipendiato alla fine della catena. C’è un mer­cato nero per tutte le applicazioni».

CATENE DI SANT ANTONIO - Qualche esempio. Un pacchetto di indirizzi email da usare per far partire una classica catena di San­t’Antonio? Sei dollari. Un servizio di spam? No­ve dollari (costa così poco invaderci la posta con la spazzatura... non è un caso che secon­do le stime 9 mail su 10 inviate nella blogosfe­ra siano spam). Per capire quando l’affare dei virus è entrato nel giro del grande business basta osservare la crescita esponenziale dei malware, i software «cattivi» che si imposses­sano dei nostri pc per risucchiarne informa­zioni: 428.239 nel 2006, 1.136.981 nel 2007, 2.828.304 nel 2008 fino ad arrivare alla vera esplosione stimata per il 2009: 4.068.969. Sem­brano i numeri della diffusione dell’influenza A. La crisi finanziaria può aver accelerato di un po’ la crescita del cybercrime, ma il trend è precedente. Con il senno di poi il geniale ma preistorico virus «ILoveYou» (del 2000) sem­bra appartenere a un’epoca romantica. Ora la tecnica che va per la maggiore è quella che nel gergo degli esperti dell’intelligence digita­le viene definita «Swiss army knife», il coltelli­no multiuso svizzero. In cosa consiste? L’im­magine è abbastanza eloquente: tentano lo scasso digitale con più strumenti allo stesso tempo. Mentre siete distratti dallo spamming e tentate di difendervi dal phishing (cioè il tentativo di farvi abboccare all’amo di una qualche falsa comunicazione ufficiale della vo­stra banca per avere i vostri dati sensibili) vi si apre una finta finestra del vostro antivirus per allertarvi: virus in arrivo. Voi esasperati cliccate su nega l’accesso. E un malware vi en­tra nel laptop. Uscendo dalla visita del Soc, al­l’idea di accendere il computer per accedere al web, tremano le mani.

Massimo Sideri

Boom delle domande di disoccupazione

Corriere della Sera

Sono aumentate del 53% in un anno. E la Cassa integrazione sale del 222%


ROMA
- Cassa integrazione a livelli record e "boom" delle domande di disoccupazione. In un anno, tra il primo settembre 2008 e il 31 agosto 2009, le ore autorizzate per i trattamenti di integrazione salariale sono aumentate del 222,3%: la cassa integrazione ordinaria è salita del 409,4% (+660% nell’industria, +66,7% nell’edilizia) mentre quella straordinaria è aumentata dell'86,7%.

DISOCCUPAZIONE - In forte aumento anche le domande di disoccupazione presentate all'Istituto, cresciute del 53%, sopra quota 1,1 milioni, tra agosto 2008 e luglio 2009. A renderlo noto è il presidente e commissario straordinario dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, che traccia un bilancio dell'attività svolta a un anno dal suo insediamento. Con la corresponsione di un importo medio annuo di circa 5.292 euro, per alleviare il periodo di disoccupazione (che può variare da sei mesi ad un anno), l'Inps ha liquidato in totale 984.286 domande di disoccupazione (+52,2%). «La sfavorevole congiuntura economica che il paese ha dovuto affrontare in questi mesi ha riversato sulle casse e sugli uffici dell'Inps la responsabilità di sostenere i lavoratori in difficoltà» ha spiegato Mastrapasqua.

Chiede di non fumare sul bus, nigeriana presa a schiaffi e insultata

Corriere della Sera

Il racconto di un'amica della donna: due 15enni le hanno detto "stai zitta brutta negra" e la polizia ha multato lei

ROMA - Presa a schiaffi davanti alla sua bambina e insultata con epiteti razzisti da due ragazzine italiane a cui la donna, di origini nigeriane, aveva chiesto di spegnere la sigaretta che le due fumavano tranquillamente a bordo dell'autobus. È accaduto lunedì mattina a Tor Bella Monaca, quartiere periferico della Capitale, sulla linea 059 intorno alle 7.40 e a raccontare la vicenda è un'amica della donna e testimone del fatto.

IL RACCONTO - «Stavamo sull'autobus per portare a scuola i nostri bambini che frequentano il nostro istituto - ha detto la testimone, Maria Edima Venancio Rocha, di origine brasiliana -,la mia amica ha visto queste due quindicenni che avevano acceso una sigaretta all'interno della vettura e ha chiesto loro di spegnerla perché dava fastidio alla sua bambina. Per tutta risposta, le due hanno cominciato a insultarla con frasi come "Brutta negra, stai zitta, tornatene al paese tuo". Quando siamo scese alla fermata le due ci hanno seguito e hanno preso a schiaffi la mia amica». In quel momento, continua il racconto, è passato un camper della polizia. Secondo quanto sostiene Venancio Rocha, «la roulotte si è fermata e quello che è accaduto è incredibile. Le due ragazze, che stavano ancora lì sul posto, sono state mandate via dagli agenti senza essere identificate. È stata, invece, identificata la mia amica a cui hanno comminato pure una multa di 3mila euro, non abbiamo capito perché. Ora andremo a fare immediatamente la denuncia. È assurdo, la mia amica è una persona per bene, che lavora e queste cose non devono succedere. Adesso la sto accompagnando al Commissariato Casilino per sporgere denuncia».



Insulta il Corano: uccidete la blogger tedesca"

Quotidianonet

Su Facebook invitò a usarlo come carta igienica

E’ l’ordine impartito ai suoi seguaci sotto forma di un’editto islamico, dal religioso egiziano, Ali Abu Hassan: "Sette giorni di tempo per punire l'autrice che si firma col nik name 'Milani'




Roma, 28 settembre 2009



“Uccidete la ragazza tedesca che ha offeso il Corano””, il libro sacro dei musulmani. E’ questo l’ordine impartito ai suoi seguaci sotto forma di un’editto islamico, dal religioso egiziano, Ali Abu Hassan, ex consigliere dell’imam dell’Università del Cairo, al Azhar, massima autorità della Islam sunnita nel mondo.

Il sito web panarabo, Elaph, da notizia oggi della fatwa (editto islamico) emessa dal noto religioso al giornale egiziana “sette giorni” per punire l’autrice tedesca di un blog su Facebook conosciuta con il nik name “Milani” che afferma di essere di Monaco della Baviera. Su Facebook, Milani con la firma del gruppo “koran toilet paper roll” avrebbe invitato gli intenauti di utilizzare la pagine del Corano come carta igenica correlando l’invito con una fotografia dove su una carta sono stati stampati versi del libro sacro dei musulmani.

Interpellato dal giornale, Hassan
, ha sentenziato che “questa ragazza, anche se non appartiene alla nostra fede, ha commesso un crimine imperdonabile”. Lo stesso sceicco ha poi esortato le autorità del suo paese di intervenire presso quelle tedesche per bloccare il blog. Elaph, ricorda che l’autrice della provocazione ha scritto in passato vari articoli che mettono sullo stesso piano il terrorismo con la religione musulmana.

Milano, i pm contro Google: «Nasconde i suoi dati»

Corriere della Sera

Il procuratore: «Informazioni rimosse violando la legge». La replica: «Decidiamo noi cosa svelare»





MILANO — C'è un seque­stro di persona in corso, ar­riva una richiesta di riscatto via computer o fax o cellula­re attraverso uno dei servizi di posta elettronica offerti da Google, e per risalire ai rapitori la magistratura chiede alla compagnia statu­nitense le informazioni rela­tive a quel traffico telemati­co?

Neanche in questo caso è detto che il gigante Usa as­sicuri collaborazione, mette nero su bianco Google Inc. in una lettera alla Procura di Milano: persino «in pre­senza di specifiche circo­stanze di emergenza che im­plicano un imminente peri­colo di morte o di gravi le­sioni fisiche», risponde in­fatti la vicepresidente (Nico­le Wong) degli affari legali del colosso mondiale, Goo­gle Inc. si assume la respon­sabilità di subordinare alla «propria discrezione» la co­municazione dei dati richie­sti dall'autorità giudiziaria.

Dati che, in ogni caso, riven­dica di non conservare per più di 30 giorni; e di cui, nel caso dell’«impronta» infor­matica che può abbinare un account a una persona, limi­ta la comunicazione nei Pae­si dell'Unione europea.

Il braccio di ferro tra Goo­gle e autorità giudiziarie ita­liane (Milano soprattutto, dove è in corso un processo ai dirigenti italiani della compagnia, imputati di dif­famazione in relazione al fil­mato finito su «Google vi­deo» con le immagini di un ragazzo down vessato da quattro studenti torinesi) ruota da tempo sul concet­to di «cittadinanza di Rete» nelle sue due possibili acce­zioni: no server no law (non c’è competenza giudi­ziaria possibile in Italia sen­za presenza fisica dei server sul territorio italiano) oppu­re no server but law (radica­re la competenza non nei Paesi, magari i più dispara­ti, dove il gestore può loca­lizzare i server, ma nel Pae­se dove offre i servizi).

In primavera la Procura di Milano aveva dunque chiesto a Google Inc. di chiarire quale fossero le co­siddette «procedures and policies», insomma le linee guida legali osserva­te da Google in mate­ria. La risposta è quel­la che ora il procurato­re aggiunto della Re­pubblica di Milano, Cor­rado Carnevali, in una lettera, ha inoltrato a tutti i pm della Procura, indican­dola come «non conforme al diritto italiano sotto più profili».

Uno è che Google conser­va solo per 30 giorni i dati degli account@gmail, il che, scrive Carnevali, «non ha alcuna giustificazione in diritto e comporta, per la sua brevità, un evidente pre­giudizio agli accertamenti informatici a fini investigati­vi». Solo 30 giorni invece dei 12 mesi che la normati­va italiana (decreto legislati­vo 30 maggio 2008, n. 109 che ha attuato la direttiva comunitaria 2006/24) preve­de per la conservazione dei dati attinenti al traffico tele­matico. E per l’autorità giu­diziaria milanese, Google Inc. dovrebbe «essere sog­getta alla normativa italia­na, visto che rivolge i propri servizi (anche) verso cittadi­ni italiani e comunitari».

Così come «ugualmente incomprensibile e priva di fondamento in diritto» ap­pare alla Procura «la policy di Google che limita la co­municazione dell'Ip associa­to al sottoscrittore ove esso non sia relativo a un Paese dell'Unione europea, dal momento che costituisce circostanza notoria come un qualsiasi cittadino (an­che italiano) possa utilizza­re, nella sua azione crimino­sa, macchine cosiddette bu­cate, localizzate in Stati al di fuori dell'Unione euro­pea: anche qui ci troviamo di fronte a un ulteriore pre­giudizio per gli accertamen­ti informatici a fini investi­gativi».

Ma davvero ardita appare la dichiarazione di Google di subordinare alla «propria discrezione» la scelta se co­municare o no i dati ai magi­strati anche «in presenza di specifiche circostanze di emergenza che implicano imminente pericolo di mor­te»: una scelta di cui il pro­curatore Carnevali, nella let­tera, prende atto «con pro­fondo sconforto».