martedì 29 settembre 2009

Sudafrica, trovato diamante da 500 carati

Corriere della Sera



JOHANNESBURG - Quella di Cullinan, in Sudafrica, è una miniera d'oro, anzi meglio. Il consorzio Petra Diamonds che la gestisce ha annunciato la scoperta di un diamante di più di 500 carati di una qualità eccezionale. E', nella stessa miniera era già stato estratto nel 1905 il più grande diamante grezzo al mondo. La pietra preziosa, di 507,55 carati, è stata scoperta giovedì 24 settembre.

PESA CIRCA 100 GRAMMI - Secondo un comunicato di Petra Diamond, pesa circa 100 grammi ed è di un colore e di una chiarezza eccezionale: «È considerato uno dei venti più grandi diamanti grezzi di qualità al mondo». Al momento è sottoposto a perizie per determinare con precisione il colore e la chiarezza. La pietra è stata scoperta insieme ad altri diamanti di 168, 58,5 e 53,3 carati. La miniera di Cullinan è così chiamata dal suo primo proprietario, sir Thomas Cullinan, e si trova 40 chilometri a est di Pretoria. Fino al 2007 era di proprietà della De Beers, poi è stata venduta per 100 milioni di euro al consorzio Petra Diamonds.

NEL 1905 TROVATO IL PIU' GRANDE DIAMANTE DI SEMPRE - La miniera è nota per la scoperta del più grande diamante grezzo della storia nel 1905, di più di 3.106,75 carati, pari a circa 621,35 grammi. La pietra fu tagliata in 105 gemme. Le più grandi fanno parte del tesoro della Corona britannica: in particolare il Cullinan I di 530,20 carati (106,04 grammi), incastonato sullo scettro (secondo più grande diamante tagliato al mondo) e il Cullinan II di 317,40 carati (63,48 grammi) (terzo più grande diamante tagliato al mondo), incastonato sulla corona imperiale. Dalla miniera di Cullinan nel 1985 è stato anche estratto un diamante grezzo giallo da 755 carati (151 grammi) che sarebbe diventato il diamante tagliato più grande al mondo, il Golden Jubilee da 545,67 carati (109,13 grammi), incastonato sul sigillo del re della Thailandia.

Metadone nel sangue di Giuliani

Fonte

martedì 27 novembre 2007


Da:
LA RELAZIONE DELL’AUTOPSIA SUL CORPO DI CARLO GIULIANI
PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI GENOVA
Proc. n. 13021/01121 (Fonte: Internet)

FEGATO: (...) Quadro complessivo di epatite cronica
persistente con focali segni di attività.
(...)
4) I DATI DEGLI ESAMI CHIMICO-TOSSICOLOGICI
(...) risulta che nel sangue di Carlo Giuliani fossero esclusivamente presenti tracce di Metadone. Non si riscontrava invece la presenza di eroina, cocaina, anfetamine, barbiturici, benzodiazepinici ed alcool.
(...)
I complementari esami istologici, (...), dimostravano quadro complessivo di epatite cronica persistente, con focali segni di attività.
Gli esami chimico-tossicologici evidenziavano la presenza di metadone in tracce nel sangue del soggetto. link

Il Metadone è un oppiato sintetico con effetti simili alla morfina.


Cenni storici
Venne sviluppato dalla HOECHST nel 1942 come sostituto della morfina (che durante la guerra era diventata rara in Germania) e brevettato nel 1953 come forte analgesico sotto il nome POLAMIDON. Dagli anni Sessanta, e ad iniziare dagli Stati Uniti, viene utilizzato come sostituto dell'eroina contro le sindromi d'astinenza somatiche.

Usi
È utilizzato come terapia contro le sindromi d'astinenza da eroina somatiche per i seguenti motivi:

1) Ha un effetto più duraturo dell'eroina: basta una somministrazione al giorno
2) Somministrato oralmente non ha gli effetti euforici dell'eroina (che aumentano la tossicodipendenza)
(Fonte: Wikipedia)

((La scoperta del Metadone è avvenuta durante la II° guerra mondiale, ad opera di chimici al sevizio del regime Nazista, che stavano sperimentando diverse soluzioni alla ricerca di un efficace anestetico 'da campo', cioè da usare in battaglia; il primo nome dato alla sostanza fu infatti 'Adolfina' in onore del führer.(...)

Effetti
Gli effetti del Metadone ricordano molto da vicini quelli della Morfina e dell'Eroina (vedi scheda), le uniche sostanziali differenze sono:

- il metadone non produce l'intenso effetto iniziale di benessere (il cosiddetto 'flash'), che produce invece l'Eroina;

- gli effetti di alleviamento del dolore, dello stato di benessere e di 'copertura' degli effetti di una crisi di astinenza da oppiacei durano fino a più di 24 ore.
Fra i sintomi fisici si segnalano: sudorazione, senso di prurito e pupille 'a spillo'

Effetti indesiderati
Essendo un oppiaceo, seppur sintetico, il Metadone tende a dare tolleranza e dipendenza (vedi Intro), anche se non così rapidamente e intensamente come l'Eroina o la Morfina.

Attenzione!
il Metadone è un oppiaceo a tutti gli effetti, anche se è prodotto sinteticamente, per cui può comportare molti dei rischi associati al consumo di Eroina o Morfina, ivi comprese l'insorgere di dipendenza (molto difficile da gestire da soli…) e il rischio di provocarsi un overdose

Santoro coperto d'oro

Libero

Notizia del 9 novembre 2007 - 10:17

Il conduttore di "Annozero" guadagna quasi 700mila euro all'anno: c'è chi grida allo scandalo



La sua esclusione dai palinsesti Rai aveva scatenato il finimondo. Il suo reintegro rischia di generare più di un mal di pancia. E stavolta non per l'etichetta di giornalista scomodo che si porta appresso, ma per lo stipendio faraonico che percepisce dalla tv di Stato. Michele Santoro intasca circa 700mila euro all'anno tra busta paga e altre voci legate alla sua attività giornalistica. Per l'esattezza 684mila euro (dati del 2007) tra i 266mila derivanti dalla condizione di contrattualizzato a tempo indeterminato con qualifica di direttore, dai 315mila frutto dei 10.500 euro per ciascuna delle puntate di "Annozero" - che a fine anno saranno una trentina, tra quelle della prima parte del 2007 e quelle invece del periodo settembre-dicembre di quest'anno - e dal premio, il cosiddetto MBO, di 103mila euro per gli obiettivi (di share o di pubblicità portata all'azienda).

Sperpero? Soldi pubblici spesi a vanvera? Non esattamente. L'ingente esborso per la Rai si traduce in un buon guadagno, stimato intorno ai 2 milioni di euro a stagione, che è l'ammontare risultante dalla differenza tra i costi complessivi di "Annozero" (7,2 milioni) e gli incassi derivanti dalla pubblicità (9,2 milioni all'anno, 278mila a puntata).

Questi i numeri snocciolati alla Commissione di Vigilanza da Pier Luigi Malesani, direttore delle relazioni istituzionali Rai, nel corso del "question time" richiesto dal segretario della commissione Antonio Satta (dell'Udeur, il partito di Mastella, uno dei bersagli preferiti di Santoro...). Numeri importanti che fanno il paio con i 52mila euro ogni ora di trasmissione di "Ballarò", che comunque dicono dalla Rai sono pienamente coperti dagli introiti derivanti dalla pubblicità. Numeri ben al di sopra di quel tetto massimo di 274mila euro di stipendio per i dipendenti degli enti a partecipazione statale, previsti dalla Finanziaria. Un tetto contro il quale il mondo dello spettacolo è intenzionato a far sentire la sua voce: solo pochi giorni fa Pippo Baudo aveva tuonato: "Bloccare gli stipendi di artisti e manager è un concetto qualunquista, un atteggiamento da irresponsabili... è veterocomunismo". Di opinione ben diversa alcune associazioni di telespettatori, tra cui l'Aiart che ha chiesto il congelamento del canone.

 (Libero News)

Garlasco, la maxi perizia che scagiona Stasi

di Redazione



Vigevano - Colpo di scena. La perizia medico-legale di Lorenzo Varezzo, medico super partes, depositata oggi a Vigevano, scagiona di fatto Alberto Stasi dall’accusa di aver ucciso Chiara Poggi. In più punti dà ragione alla difesa dell'ex fidanzato della ragazza. Si tratta di una delle perizie super partes disposte dal gup Stefano Vitelli per chiarire alcuni tasselli fondamentali della dinamica del delitto della 26enne assassinata nella villetta di famiglia a Garlasco il 13 agosto 2007. Tutte le relazioni richieste devono pervenire al giudice entro il 14 ottobre prossimo: dopo gli approfondimenti riprenderà il processo con il rito abbreviato. 

La perizia L'analisi del medico avvalorerebbe l’alibi di Stasi. Secondo l’esperto, non è "valutabile con precisione l’epoca della morte se non affermando che essa avvenne nel corso della mattinata". Per quanto riguarda l’aggressione questa è avvenuta "almeno in due fasi cronologicamente ben distinte" e l’episodio "potrebbe essersi protratto... anche per alcune decine di minuti". Stasi aveva affermato che quella mattina si trovava a lavorare al pc alla sua tesi e, secondo indiscrezioni, nella perizia dell’esperto informatica, non ancora depositata, tra le 9.36 e le 12.20 effettivamente il giovane era al computer. In un altro punto, la perizia medico legale ritiene che il materiale biologico di Chiara rinvenuto sui pedali della bicicletta sequestrata a Stasi, "potrebbe essere costituito da qualunque tipo di tessuto riccamente cellulato" e quindi non è detto che sia il sangue della vittima. Inoltre Stasi poteva avere le scarpe pulite pur essendo stato sulla scena del delitto in quanto le macchie di sangue avrebbero potuto disperdersi sull’erba bagnata. 

Sangue secco sul pavimento "In sostanza, possiamo ritenere che meno di 40 minuti dopo il riferito passaggio di Alberto Stasi nell’abitazione, almeno una buona parte del sangue presente sul pavimento del pian terreno - e eventualmente anche la sua totalità - fosse secca". È un altro dei passaggi delle conclusioni della perizia super partes del professor Varetto. Il passaggio riguarda l’eventualità o meno che Stasi, quando ha rinvenuto il cadavere di Chiara la mattina del 13 agosto 2007, possa o meno essersi sporcato le scarpe. Secondo il perito oltre al fatto che sulle suole delle sue scarpe il sangue poteva essere scomparso in quanto aveva camminato sull’erba bagnata, nella casa di Chiara il sangue sul pavimento era in buona parte secco. "È invece pacifico - ha proseguito Varetto - che buona parte del sangue raccoltosi in pozze e colato lungo le scale che conducono al semi interrato fosse ancora francamente liquido". Alberto, nei suoi interrogatori ha affermato di aver visto il cadavere riverso sulle scale ma di non essersi avvicinato, ma di esser scappato via. 

Impronte irrilevanti Per il perito medico-legale "appare del tutto irrilevante" il riscontro sul portasapone, nel bagno della villetta del delitto, di un’impronta digitale di Stasi e del dna di Chiara. È questo un altro passaggio della perizia medico legale depositata stamattina in tribunale. L’esperto nominato dal giudice, in sostanza, spiega questa circostanza con il fatto "che i due abbiano entrambi toccato l’oggetto in tempi e per un numero di volte a noi del tutto sconosciuto e non determinabile". 

Lo uccidono e gli passano sopra con l’auto

Corriere del Veneto


Brutale delitto a Treviso Agguato ieri sera, verso le 22, allo stadio del rugby davanti ai passanti. La vittima è un 35enne africano 


I testimoni: inseguito dal branco, sprangato e investito tre volte. Primo arresto, caccia ai complici


TREVISO — Preso a sprangate e investito più volte. Lasciato cadave­re sul marciapiede di via dei Campi Sportivi, tra Monigo e San Liberale, dietro lo stadio del Benetton Rugby. E’ morto così un trentacinquenne se­negalese ieri sera, intorno alle 22, a Treviso, ad un paio di chilometri dal centro della città. Un uomo è già fini­to in manette: si tratta di un conna­zionale di quarant’anni, regolare in Italia come la sua vittima, catturato dalla polizia ad appena un’ora dal brutale delitto.

Ora gli investigatori sarebbero sulle tracce di un compli­ce ma non si esclude che nell’auto­mobile che ha investito lo straniero si trovassero più persone. «Abbiamo visto alcuni uomini di colore mentre lo colpivano alla testa con una spranga - raccontano sotto scock alcuni testimoni - poi, mentre lui era ancora vivo e tentava di sfug­gire ai suoi aguzzini, lo hanno inse­guito a bordo di un’automobile e lo hanno investito».

Sul posto, a pochi minuti dalla tra­gedia, sono arrivati gli uomini della squadra mobile guidati dal dirigen­te Riccardo Tumminia e dal questo­re di Treviso Carmine Damiano. «La vittima aveva litigato pochi giorni fa con un connazionale - ha spiegato il questore - questo ci ha permesso di risalire all’autore dell’omicidio e di arrestarlo nella sua abitazione». L’uomo, dopo l’efferato delitto, si era infatti rifugiato in casa, a Ponza­no, dove aveva già nascosto i vestiti sporchi di sangue poi recuperati da­gli agenti.

Al loro arrivo a Monigo, gli uomi­ni della mobile, hanno trovato il cor­po della vittima riverso a terra, ap­poggiato su un lato, una gamba ste­sa, l’altra piegata, in una posa inna­turale probabilmente dovuta al ripe­tuto passaggio della vettura degli as­sassini. Vestiva un paio di pantaloni bianchi e delle scarpe da ginnastica blu, attorno a lui una decina di resi­denti, usciti dalle case poco distanti.

A dare l’allarme infatti erano stati due testimoni corsi al bar del quar­tiere, gestito da alcuni cinesi, per chiedere aiuto. «Abbiamo visto l’uomo colpito al­la testa con una spranga ed un cric all’imbocco di via dei Campi Sporti­vi, che costeggia lo stadio di rugby ­è il racconto di uno di loro - ferito alla testa l’uomo ha cercato di fuggi­re a bordo della sua bicicletta. Urla­va».

La scena, secondo quanto rac­contato agli agenti, è proseguita po­co lontano. «Ho visto un’auto con a bordo delle persone inseguire l’uo­mo ed investirlo - aggiunge un gio­vane - nonostante fossero riusciti a buttarlo a terra, non si sono fermati. Hanno fatto inversione con l’auto per passargli sopra più volte. Solo quando sono stati sicuri fosse mor­to si sono dati alla fuga». Raccolte le testimonianze ed iden­tificata la vittima la polizia ha rico­struito un episodio che risale ai gior­ni scorsi: il senegalese sarebbe stato protagonista di una furibonda lite con un connazionale.

Da qui la pista che ha portato gli investigatori nella casa di Ponzano, dove sono stati tro­vati gli abiti sporchi di sangue. Ai polsi del quarantenne sono scattate le manette. «Ringrazio le volanti e gli uomini del reparto prevenzione crimine ­ha commentato il questore Damia­no - che in meno di un’ora hanno ri­solto questo delitto. Abbiamo dato risposta immediata all’allarme e alle apprensioni che, com’è comprensi­bile, subito si sono diffuse tra la gen­te ».
Valentina Dal Zilio

La soluzione ideale è privatizzare la televisione di Stato

di Carlo Lottieri

La battaglia contro il canone Rai lanciata dal Giornale è più che giusta: è sacrosanta. Grazie alla «rivoluzione» mediatica scaturita nei decenni scorsi dallo sviluppo delle televisioni commerciali, in Italia come altrove abbiamo un settore televisivo in cui operano ormai molti attori, i quali si finanziano nelle forme più diverse (dall’abbonamento alla pubblicità). In questo quadro, l’idea che il semplice possesso di un televisore, o perfino di un computer, debba obbligarci a versare un canone alla Rai è del tutto indifendibile. Bisogna però sottolineare un fatto, e cioè che la televisione pubblica è finanziata non soltanto dal canone e dalla pubblicità, ma anche e soprattutto con i soldi dei contribuenti.

Per questa ragione la battaglia contro il canone deve anche diventare una battaglia contro la Rai, contro il permanere di un’azienda di Stato che in quanto tale ha sempre la possibilità di accedere a sussidi pubblici. Si otterrebbe infatti una vittoria di Pirro se un’eventuale cancellazione del canone dovesse mantenere in vita le erogazioni pubbliche ordinarie (ancora più inaccettabili, perché più occulte, dato che si basano sui proventi delle imposte) o dovesse condurre all’introduzione di un sistema di finanziamento basato sui consumi elettrici delle famiglie, come da più parti si va proponendo.

D’altro canto, qui non si tratta affatto di togliere a Travaglio o Santoro la possibilità di accedere agli schermi televisivi. Al contrario, si tratta di avere un sistema televisivo più pluralista proprio perché interamente privatizzato e quindi sottratto a ogni interferenza politica. Nessuno vuole chiudere la bocca a chi la pensa in altro modo: si chiede solo che ognuno si regga sul mercato, grazie ai propri spettatori, senza la pretesa di essere mantenuto da chi non l’apprezza o addirittura lo detesta. Proprio per questo motivo la privatizzazione della Rai va accompagnata con una piena liberalizzazione del sistema televisivo, superando quel complesso sistema di regole (dalla legge Mammì in giù) che ostacola il libero accesso alla concorrenza.

A tale proposito, la tecnologia è stata ed è ancora una fondamentale alleata della libertà di espressione, basti pensare al ruolo del satellite, ma è egualmente necessario che si proceda a un radicale disboscamento delle norme che intralciano il settore.

Sarebbe quindi importante che quanti vanno disdicendo il canone sentissero come ugualmente urgente la privatizzazione delle tre reti Rai e, più in generale, il pieno avvento di un mercato televisivo davvero libero. L’argomento secondo cui una Rai pubblica è necessaria ad assicurare programmi di qualità è del tutto infondato, dato che se vi è una domanda di questo genere (ed è così) entro un quadro liberalizzato è facile prevedere che vi sarà chi si preoccuperà di soddisfare tale esigenza.
Non dimentichiamolo: la Rai è soprattutto un apparato burocratico di tipo orwelliano, poiché incarna le pretese di uno Stato che vuole rettamente educarci, informarci, divertirci.

Le stesse regole che oggi governano il sistema radiotelevisivo e che sbarrano la strada a nuovi soggetti privati sono figlie di quella logica, variamente sfruttata da questo o quel gruppo di interesse, ma la quale discende essenzialmente dalla volontà di voler gestire dall’alto la cultura e l’informazione.
L’iniziativa contro il canone Rai lanciata dal Giornale è una bella palla di neve: tirata in faccia alla malainformazione può obbligare qualcuno a correggere il tiro. Ma se essa si trasforma in una battaglia volta a cancellare lo statalismo radiotelevisivo, è possibile che quella palla generi una valanga. Un sommovimento generale volto a ridefinire l’Italia, per farne un Paese un po’ più libero.


Ora paghiamo la scorta al sacerdote no global che insulta i parà morti

di Giacomo Susca



Le crociate atto secondo, la carica dei preti d’assalto. In una mano il turibolo, nell’altra il megafono. Oro, incenso e rissa. Predicano la pace, intanto loro scatenano il finimondo. In principio c’era don Giorgio De Capitani, anni 71, sacerdote di Monte di Rovagnate di Lecco. Armato di blog, ha dichiarato guerra ai soldati italiani. 

Perché se in Afghanistan una bomba fa strage di parà, per lui vanno bollati come «mercenari pagati dal governo» e, già che c’è, spara a zero sul ministro La Russa. Insomma, se quanto a pietà non sembra proprio un esempio di devozione cristiana, va decisamente meglio col perdono. Proprio quello che gli ha concesso il cardinale Dionigi Tettamanzi, che si sarebbe limitato a un invito a smorzare i toni. 

Un rimprovero ufficiale sarebbe stato troppo severo. «Sì - minimizza don Giorgio - mi ha chiesto solo di moderare il linguaggio, nulla più». Per completare l’assoluzione, è pure giunto in suo soccorso il vicario episcopale di Lecco, monsignor Bruno Molinari: «La sua è una voce profetica...». In effetti un po’ invasato era sembrato. 

Qual è il colmo per un curato indiavolato con le forze armate? Passare tutto il (santo) giorno con degli uomini in divisa. Per carità, nessuno vuole arrestare don De Capitani causa vilipendio. Anzi - riporta Il Giorno -, la questura ha pensato bene di concedergli la scorta : dopo quello che ha detto e scritto ci sono «fondati timori» che possa essere aggredito. 

E scusate il disturbo. Tanto paghiamo noi. Un girotondo in abito talare. A volte cambi una vocale ma il pasticcio rimane. Se a Lecco è la politica, a Lecce è la fabbrica a valer bene una messa. Da celebrare in mezzo agli operai, s’intende, in cima al municipio di Tricase, con la benedizione del sindacato. Don Raffaele Bruno e don Stefano Rocca hanno celebrato il sacrificio... dei cassintegrati del calzaturificio Nuova Aldelchi e di altri 500 lavoratori in lotta contro i tagli. «Colpa dei padroni». 

Già, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Purché non sia un mattone abusivo. Don Paolo Farinella, il ribelle convertitosi a Micromega, il vangelo secondo la sinistra, s’atteggia a custode della rivelazione. Dall’antico Testamento al moderno catasto: «Non ho giurato fedeltà al cardinale Tarcisio Bertone che oltretutto ha ristrutturato una sua casa fuori dal piano regolatore». Scherzi da preti. 

Del resto padre Farinella ammette di non appartenere «a questa Chiesa», con la maiuscola. Molto meglio quella di San Torpete a Genova. Vuoi mettere, la domenica sali sul pulpito e offendi il segretario di Stato vaticano. In alternativa, t’inventi un funerale: «Dedico la messa alla morte dell’informazione italiana». Lettera ai fedeli: di questi tempi, tanto vale farsi confessare da Travaglio...

Evitateci il Lodo Roman Genio? Sì, ma stia dentro

Corriere della Sera


No, il Lodo Polanski no. Per favore. D'accordo, come regista è un genio. Ma è un adulto responsabile delle sue azioni; non può evitare una condanna per aver commesso un reato contro la persona perché a suo tempo ha diretto «Chinatown». O «Il pianista», o «Rosemary's Baby», o «Luna di fiele» (va bene, quando il film uscì c'era chi lo voleva in galera per Luna di fiele, ma è un'altra storia). La mobilitazione dei suoi amici, del mondo del cinema, del ministro degli Esteri francese, dell'Ump, il partito altrimenti moderato di Nicolas Sarkozy, pare degna di miglior causa. Giusto in Francia, i moderati lettori (spesso elettori di Sarko) del Figaro ieri votavano online; e a stragrande maggioranza erano favorevoli a far giudicare il loro concittadino negli Stati Uniti. Intanto, sempre online, i lettori liberal del New York Times scrivevano cose durissime. Meravigliandosi per il «lassismo delle élites europee», che in America è un tormentone conservatore, in genere.

Ma tant'è: e in tanti non capiscono perché ci dovrebbe essere una certezza del diritto per i normali e poi una certezza del diritto-Vip, meno certa. Specie se il Vip — 32 anni fa ma non è in prescrizione, con qualche probabile irregolarità processuale ma lui nel frattempo era scappato — ha drogato, fatto ubriacare e sodomizzato una tredicenne. Prenderne atto non è da forcaioli, forse. Lo ha spiegato il ministro della Giustizia svizzero, Eveline Widmer-Schlumpfsuch: «Non avevamo altra scelta. La biografia di una persona non deve definire un trattamento di favore davanti alla legge».

Certo, Polanski aveva da anni una casa in Svizzera e nessuno lo aveva disturbato. Certo, il suo arresto è un'eccellente diversione mediatica per il pubblico americano in un momento di crisi economica affrontata con fatica e di riforma sanitaria che non decolla; e c'è chi si chiede «ma il governo federale non aveva niente di meglio da fare che incastrare un settantaseienne?». È possibile. Ma Polanski non è stato rintracciato per aver scordato di pagare un po' di multe, tenuto droghe per uso personale o costruito un gazebo abusivo nella sua villa di Los Angeles. Aveva stordito una quasi bambina e le aveva fatto di tutto.

È, e resta, un reato grave. E non, come si leggeva ieri su Libération, «une affaire de moeurs vieille de 30 ans». I moeurs, i costumi, sono liberi nell'occidente civile da decenni e si spera lo restino. Tra adulti consenzienti, magari. Il portavoce dell'Ump obietta — e il principio non è insensato — che «l'assenza di prescrizione nel diritto americano rende gli Stati Uniti una democrazia particolare». Però è una democrazia dove Polanski aveva scelto di vivere. E i tempi di prescrizione dovrebbero dipendere dal delitto commesso. E forse lo stupro di una tredicenne non dovrebbe andare mai in prescrizione. È un danno gravissimo al diritto di essere tredicenni, soprattutto. Insomma, non «tout le monde est derrière Polanski», non tutti sono con lui. Ma non spieghiamolo ai registi, agli attori e ai ministri francesi; spieghiamolo alle ragazzine (per favore).

Maria Laura Rodotà

Ho una trentina di cause. E non riesco ad avere una polizza per le spese legali

Corriere della Sera

Solo una compagnia inglese e una americana disponibili a rifondere il danno, ma non le spese


Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici». Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l'intenzione di togliere la tutela legale.

La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità. Nell’incertezza sul come sarebbe andata a finire ho cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. Intanto sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa. Bene, dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali. Sembra assurdo, ma il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio.

A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere. Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi. Visto che ad oggi le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina, è facile capire che alla fine una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile. Questo avviene perché non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente». Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio. La condanna pertanto deve essere esemplare. Ecco, copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma. Sarebbe il primo passo verso una libertà tutelata prima di tutto dal diritto. Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.

Milena Gabanelli

Kabul, il Colle: "C'è il sostegno dell'opposizione"

di Redazione


Roma - Il "larghissimo sostegno dell’opinione pubblica e delle forze politiche all’impegno di militari italiani in missioni di pace all’estero", condiviso dalle "forze fondamentali dell’opposizione è un dato rilevante e importante, che non può essere scalfito da episodi di becera e indegna contestazione ai quali non può essere attribuito alcun peso e rilievo effettivo". Dopo le polemiche dell'opposizione alle dure parole del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ieri aveva definito "una vergogna" la scritta "-6" apparsa su un muro di Milano dopo la strage di Kabul, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto sottolineare che "le becere contestazioni non contano".

Il sostegno alla missione Ieri il leader Luigi Ferrarella, aveva chiesto al capo dello Stato di "ristabilire la verità dei fatti" sul sostegno bipartisan alla missione. Proprio per questo, oggi Napolitano ha confernato al numero uno dell'Udc di aver "sempre messo in luce l’importanza del larghissimo sostegno dell’opinione pubblica e delle forze politiche all’impegno di militari italiani in missioni di pace all’estero". "Questo sostegno, di cui sono state parte integrante le forze fondamentali dell’opposizione - ha spiegato il presidente della Repubblica - si è tradotto in generale commosso e rispettoso omaggio, da ultimo, ai sei nostri caduti in Afganistan e in affettuosa, solidale vicinanza alle loro famiglie. È questo un titolo di vanto per l’Italia, che ho sempre prospettato ai miei interlocutori stranieri, in piena sintonia con i responsabili della politica estera del governo partecipanti agli incontri da me tenuti. E si tratta di un dato rilevante e importante, che non può essere scalfito da episodi di becera e indegna contestazione ai quali non può essere attribuito alcun peso e rilievo effettivo".

Casini: "Ora parli il governo" Immediata la replica di Casini che ha ringrazaiato pubblicamente Napolitano chiedendo "altrettanta nettezza" da parte del governo. "Ancora una volta Napolitano si è fatto carico di rappresentare il Paese nella sua totalità, con grande senso dello Stato e rispetto della verità - ha puntualizzato il leader dell'Udc - nessuna polemica politica può occultare il limpido comportamento tenuto dall’opposizione in questa circostanza. Chi ha maggiori responsabilità di Governo - ha, quindi concluso Casini - dovrebbe essere il primo a riconoscerlo".

Pd attacca il governo "Dal Napoletano sono venute questa mattina parole di grande saggezza ed equilibrio sul sostegno che 'le forze fondamentali dell’opposizione' danno alle nostre missioni di pace all’estero". La presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro ha voluto sottolineare che quelle di Napolitano sono state "parole nette e molto significative che non possono essere travisate da nessuno e che dovrebbero far vergognare Berlusconi per le sue esternazioni di ieri". "E' inutile che qualcuno nel Pdl cerchi ora di mettere una pezza: di fronte alle parole del capo dello Stato - ha, infine, concluso la Finocchiaro - il silenzio del Pdl è la miglior cosa".

Frattini: "Il Pd fa ridere i polli" "Ma che leader sono? Fanno ridere i polli...". Con queste parole il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha rispedito al mittente le dure polemiche degli esponenti del Pd, Dario Franceschini e Pierluigi Bersani. Il titolare della Farnesina ha, infatti, difeso Berlusconi spiegando che il presidente del Consiglio "ha parlato col cuore". "Non ce l’aveva con Franceschini e Bersani - ha puntualizzato Frattini - ma i leader del Pd non hanno avuto l’intelligenza di capire che il grido 'vergogna' contro le scritte apparse in una città italiana avrebbero dovuto sposarlo anche loro".

Il commento : Franceschini si rassegni la Padania esiste anche senza di lui

di Redazione


Franceschini va alle sorgenti del Po a dire che la Padania non esiste e riesce con un acrobatico colpo di reni a mettere assieme un'asinata geografica, una cantonata politica, un colpo di sfiga, una contraddizione ideologica, una azione di destra e una gaffe araldica.

Andiamo in ordine.

Da che c'è una disciplina chiamata geografia esiste un posto chiamato Padania: «La regione italiana si divide in Padania e Appenninia» recita fin dai primi del Novecento il testo classico di Angelo Mariani. Uno un po' più illustre e politicamente accorto di lui, il Metternich, aveva ammesso l'esistenza di una entità che non gli garbava, l'Italia, almeno come espressione geografica. Franceschini non sa la geografia.

Un politico avveduto che aspira a restare segretario del secondo partito nazionale dovrebbe evitare affermazioni troppo drastiche in materia di architetture politiche. Gli Stati vanno e vengono, non c'è nulla di eterno e lui che si dice cattolico lo dovrebbe sapere più di altri. Franceschini non è un buon politico, ma non serviva questa conferma.

Prima di lui posizioni del genere le hanno prese in tanti e la cosa non ha portato loro niente di buono. Anche Giorgio III (ci si perdoni il paragone) aveva per esempio ironizzato sull'esistenza dell'America in quanto entità identitaria. Franceschini si mena gramo da solo e Dio solo sa quanto poco ne abbia bisogno.

Dice che la Padania non esiste e poi si piazza alla sua stessa sorgente simbolica. Anche Craxi era andato a Pontida per esorcizzare uno dei simboli del leghismo ed è finita come sappiamo. Franceschini è confuso, ma neppure questa è una novità.

Dove scopriamo un Franceschini inedito è nello slancio di patriottismo che non fa parte del Dna della parte politica da cui proviene e soprattutto di quella in cui si è intruppato. Democristiani che sventolano il tricolore non se ne vedevano da un pezzo, invece sinistri che hanno preso a farlo con l'impegno dei neofiti se ne vedono anche troppi.

Non hanno più un'idea in testa e non fanno che scimmiottare la destra. In verità qualcosa di democristiano lo ha fatto: ha brandeggiato - non si sa mai - anche un drapò piemontese. È poco addentro anche all'araldica autonomista perché Pian del Re si trova in terra occitana e avrebbe fatto meglio a munirsi anche della bandiera con la Croce di Tolosa. Ma per Franceschini non esiste evidentemente neppure l'Occitania.

Ma la cosa peggiore è il suo atteggiamento spocchioso da professorino, di quello che sa tutto e a cui non importa nulla di quello che sanno o vogliono gli altri. È lui che decide cosa sia giusto o no, così la Padania non esiste perché lui con la sua arietta da sapüta ha deciso che non esista. E se alcuni milioni di cittadini la pensano diversamente, peggio per loro!

Nessuno di noi sa se un giorno esisterà uno Stato chiamato Padania, nessuno sa se la maggioranza dei padani deciderà di essere parte di un altro posto, ma se lo farà avrà tutto il diritto di farlo. Qualcuno al Franceschini lo deve spiegare che in democrazia funziona così: cosa vuole essere lo decide la gente e non i grilli parlanti. Una dura realtà che apprenderà molto presto anche a casa sua.

Un giorno un gruppo di insorgenti vandeani aveva chiesto a uno dei suoi capi più prestigiosi, il generale Charrette, quale fosse la differenza fra la loro patria e quella dei nemici. La loro - è stata la risposta - è concreta, è quella che c'è sotto i piedi: quella dei giacobini invece è una costruzione ideologica, esiste solo nella loro testa. Non si riesce a capire dove possa trovare ospitalità l'idea di patria del Franceschini.