giovedì 1 ottobre 2009

Penna spia nel bagno delle dipendenti Nei guai un commercialista «guardone»

Corriere del Veneto


Scoperto e denunciato da una delle segretarie: dovrà rispondere di «interferenza illecita nella vita privata»

 


TREVISO – Aveva visto la pubblicità di quella penna per televisione. Una penna «magica», che nascondeva al suo interno una videocamera e una memoria digitale nella quale memorizzare le immagini riprese. E non ha dubitato a lungo sul da farsi. L'ha comperata, l'ha nascosta nel bagno del suo ufficio e ha atteso che le dipendenti 25enni entrassero dentro, per riprenderle.

Ma una di loro se n'è accorta. Ha fotografato la penna e con le prove in mano ha denunciato il proprio datore di lavoro, un commercialista 50enne dell'hinterland trevigiano. L'accusa a carico dell'uomo è di «interferenza illecita nella vita privata», un reato che può costargli fino a quattro anni di reclusione. Eventuale causa civile a parte, per l'uomo il problema sarà anche quello di spiegare alla moglie come mai aveva deciso di nascondere la piccola telecamerina in quello scatolone, in bagno, sotto il lavandino.

Mauro Pigozzo

Giorgio non firmare, ferma la mafia» E Fini concede ancora un giorno all'Aula

Corriere della Sera


I dipietristi protestano con Coppole e fazzoletti da banditi contro il via libera alle norme sullo scudo fiscale

 


ROMA - Coppola, sigaro e fazzoletto davanti al volto come i rapinatori: i deputati e i sostenitori dell’Italia dei Valori protestano così davanti Montecitorio contro l’approvazione dello scudo fiscale il cui voto definitivo, inizialmente atteso per le 15 di giovedì, è slittato alle 13 di venerdì. La decisione, presa dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, accogliendo la richiesta di Pd, Udc e Idv e dopo avere sentito i capigruppo, dovrebbe scongiurare il ricorso alla cosiddetta «ghigliottina», ovvero la messa ai voti del provvedimento indipendentemente dalla conclusione della discussione in aula. Un'ipotesi, questa, che era stata evocata dallo stesso Fini per evitare di dare al capo dello Stato tempi troppo stretti per la firma delle nuove norme, che da sabato sarebbero altrimenti decadute (i decreti del governo restano in vigore per 60 giorni, se in questo intervallo non sono convertiti in legge dal Parlamento, decadono).

LA PROTESTA DELL'IDV - Ma la mattinata è stata caratterizzata in particolare dalla mobilitazione dell'Idv. «La mafia ringrazia», c’è scritto sui cartelli innalzati da qualche decina di militanti, che hanno intonato slogan come «Lo scudo fiscale serve al principale». Tutti indossavano le magliette «Giorgio non firmare», e dalla piazza, lo stesso Antonio Di Pietro, a sua volta con coppola in testa, ha rinnovato «l’ultimo, estremo appello» al Presidente della Repubblica, Napolitano: «Fermi una norma che sancisce definitivamente l’aiuto del Parlamento alla mafia. Chiedere a Napolitano di non prestarsi a questa opera mafiosa è un dovere di ogni cittadino, che di fronte ad un Parlamento che leggi a esclusivo vantaggio dei delinquenti non può che rivolgersi all’ultimo baluardo di democrazia». Gli stessi slogan li ha portati all'interno dell'Aula il deputato dipietrista Francesco Barbato, che ha mostrato volantini e indossato sul viso un foulard con l'esortazione al presidente della Repubblica a non avvallare il provvedimento.


L'«ESTREMO APPELLO» - Un appello che l’Idv rivolge «con la dignità di una forza politica che già sarebbe riuscita a fermare questa legge, se al momento del voto sulle pregiudiziali di incostituzionalità tutte le opposizioni fossero state presenti in Aula». Ora resta solo «l’ultimo baluardo», cioè il Capo dello Stato, per riuscire a fermare una legge che - insiste Di Pietro - fa sì che «soldi che provengono da delitti, possano essere utilizzati. Finora era vietato dal 648 comma bis e comma ter del codice penale, ora si introduce il 648 comma Silvio».

IL VOTO FINALE - Il via libera definitivo al provvedimento è atteso per le 15 di oggi, dopo il voto di fiducia già incassato martedì in tarda sera dal governo. In aula i deputati stanno proseguendo con l'illustrazione degli ordini del giorno, che saranno poi votati. Se l'esame non si chiuderà in tempo utile per il voto delle 15 il presidente della Camera, Gianfranco Fini, come preannunciato, indirà da regolamento il voto mettendo in atto la cosiddetta «ghigliottina». La legge di conversione del decreto deve infatti essere promulgata dal Quirinale entro sabato 3 ottobre, pena la decadenza. Fini ha rivendicato la correttezza della sua scelta criticando il Senato per aver approvato in prima lettura il decreto dopo 55 giorni dalla sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

Gran bordello Rai: D'Addario da Santoro Festa a base di sesso, bugie e Travaglio

Libero

di Gianluca Roselli


 L’ordine di scuderia è partito appena si è saputo che Patrizia D’Addario questa sera sarà ospite di Michele Santoro ad Annozero: nessun esponente politico del PdL deve partecipare alla trasmissione. Nemmeno Niccolò Ghedini, che nello studio di Santoro è ospite assiduo. Nemmeno Alfredo Mantovano, la cui presenza era prevista nella scaletta del programma. E così la redazione di Annozero si è messa alla ricerca disperata di esponenti della maggioranza di governo. Ma tutti hanno declinato l’invito. Anche Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia e deputata del PdL, prevista da giorni, ha rifiutato. «La presenza in studio della D’Addario mi ha costretto a declinare l’invito con la convinzione che una trasmissione così congegnata rischi di risolversi nella ricerca di facili effetti scandalistici», ha detto la giornalista.

 

Insomma, Santoro non molla e questa sera ci mette il carico da novanta, con una puntata dal titolo “No Giampi, no party, viaggio nel sistema Tarantini”. Ospiti in studio saranno Nicola Porro del Giornale, il direttore di Libero Maurizio Belpietro, Norma Rangeri del Manifesto, Maria Latella e il sindaco di Bari Michele Emiliano. Unico ospite politico in studio. E poi lei, Patrizia D’Addario, la escort che ha confessato di aver passato una notte a Palazzo Grazioli col Cavaliere. Ancora non si sa se sarà ospite in studio a Roma o in collegamento da Bari. Insomma, un bel puntatone tutto dedicato al giro di amicizie e di escort di Giampaolo Tarantini. Compresi i festini e le cene nella residenza romana del premier. Una serata che si annuncia esplosiva e che sembra destinata a occupare le pagine dei giornali per giorni, come è successo per la puntata di giovedì scorso. 

Nonostante abbia fatto buon viso a cattivo gioco minimizzando pubblicamente la questione, ieri Berlusconi era di pessimo umore. E appena si è saputo dell’invito alla D’Addario è andato su tutte le furie, dando l’ordine ai suoi di boicottare la trasmissione di Raidue. «Se vogliono fare un processo contro il premier, almeno noi non saremo suoi complici», sussurra un esponente del PdL vicino al Cavaliere. Che, raccontano, ieri avrebbe fatto una telefonata di fuoco al direttore generale della Rai, Mario Masi. «E’ inconcepibile che sulla tv di Stato ogni settimana vada in onda un vero e proprio processo contro di me, il governo e le istituzioni. Questo non è il modo di fare servizio pubblico», è stato il tono dello sfogo berlusconiano. 

L’ordine di scuderia da Palazzo Chigi, però, è quello di minimizzare. E di evitare l’argomento. «Patrizia D’Addario ospite di Santoro? Il problema non è nostro, ma tutto dei difensori di Tarantini», osserva l’avvocato del premier, Niccolò Ghedini. E Paolo Bonaiuti, chiamato in Senato per rispondere a un’interpellanza di Luigi Zanda sulle frequentazioni personali del premier, ha parlato di tutt’altro. Berlusconi, dunque, pubblicamente mostra tranquillità. «Lunga vita a Santoro e alla Dandini che non fanno che portare voti al centrodestra», ha detto ieri a SkyTg24, «credo che questi programmi non riscuotano poi molto successo. Tutti possono stare in tv finché vogliono, fin quando non si fa un uso criminoso della tv, fin quando non di commette reato di diffamazione». E davanti ai deputati del PdL ha aggiunto: «Criticare Santoro è un errore, bisogna invece dargli tutto lo spazio possibile, perché la verità è più forte di lui».

Questo prima di sapere della presenza della D’Addario. Ma dalle parole del premier si evince la tentazione di arrivare, extrema ratio, a querelare Santoro. Tutto dipende dalla puntata di stasera, che sarà esaminata al microscopio dai falchi berlusconiani per vedere se Michele andrà oltre e se possano esistere i presupposti per una denuncia, come già accaduto contro Repubblica e l’Unità. «Qualcuno ha esagerato facendo diventare Santoro un martire», ha detto ieri Bonaiuti. 

Sta di fatto che la truppa dei berluscones più agguerriti preme per la querela. Mentre le colombe, Gianni Letta in testa, invitano a soprassedere. Anche se la strada più praticabile, al momento, sembra essere un provvedimento nei confronti della trasmissione da parte di vertici di viale Mazzini. Una denuncia, però, Santoro rischia di prenderla da Tarantini, che ieri ha chiesto l’intervento dell’Agcom e del governo perché «Annozero ha fatto disinformazione con strumentalità politica», annunciando di «essere pronto ad adottare i provvedimenti opportuni».

I poliziotti si ribellano: "Basta piazze, troppe botte"

ilrestodelcarlino


Gli agenti della Uil scrivono al questore: "Nelle piazze di Bologna le prendiamo sempre. O si cambia o, per le prossime manifestazioni, rivolgetevi ad altri reparti mobili"



Bologna, 1 otteobre 2009


«SIGNOR Questore, se le cose dovessero continuare ad andare avanti ancora in questo modo ci faccia la cortesia di chiedere al Dipartimento l’impiego di altri reparti mobili per gestire i servizi di ordine pubblico a Bologna, perché gli agenti del VII Reparto Mobile sono mortificati, umiliati e stanchi di essere trattati in questo modo». Questo è un passo della lettera aperta pubblicata sul sito nazionale del sindacato di polizia Uil Ps e firmata dal segretario provinciale Francesco Pantano, operatore del Reparto Mobile in servizio durante gli scontri di lunedì con studenti e ultras, in concomitanza con la presenza del ministro Maroni in città.

LO STESSO sindacalista, che è stato già convocato per un incontro dai vertici di piazza Galileo, un’intervista al Carlino aveva contestato la gestione della piazza da parte della Questura in questa e in altre occasioni. Lunedì i poliziotti finiti al pronto soccorso sono stati quattro e uno di loro, ustionato da un fumogeno, ha una prognosi di 25 giorni per bruciature al petto, al collo e al volto. Rispetto alle perentorie dichiarazioni dell’altro giorno la Uil Ps non arretra di un passo. Anzi, rilancia, rivolgendo al questore Luigi Merolla la richiesta-choc di impiegare in ordine pubblico altri reparti. «Altro che manganellate! Quali cariche? I poliziotti hanno subito una vera e propria aggressione — si legge nella lettera, indirizzata anche al dirigente del VII Reparto Mobile — ingiustificata e forse prevedibile dopo i tanti episodi di violenza e intolleranza accaduti in altre circostanze: scontri a Piazza Verdi, 7 feriti, scontri al Rettorato, un’altra decina, e così via».

Ai responsabili della piazza di Bologna, ribadisce Pantano, «chiediamo più sicurezza anche per gli Uomini della Polizia di Stato, stanchi di subire insulti, umiliazioni, mortificazioni e danni fisici. Chiediamo rispetto per la nostra dignità, siamo stufi e demotivati di operare in questecondizioni: forse è il caso, Signor Questore, di rivedere la politica dell’ordine pubblico a Bologna». «Non si può permettere — aggiunge il segretario provinciale della Uil Ps — a manifestanti non pacifici di arrivare a contatto con gli operatori e lasciare che questi subiscano impassibili vili e violente aggressioni».

SUL CASO interviene anche la segreteria del Siulp che, oltre a esprimere solidarietà ai feriti, osserva che «ancora una volta , su un tema che riguarda peraltro l’esercizio della Democrazia in una delle sue forme più alte, come il governo dei fenomeni migratori, la legittima contestazione, a vantaggio della visibilità ma non certo del contenuto, viene declinata in forme violente e inaccettabili ma soprattutto dense di contraddizioni». «Ancora una volta — scrive il Siulp — i lavoratori di Polizia pagano i costi delle tensioni sociali in termini di gratuita violenza, esercitata da chi ottusamente, in maniera vile e antistorica, trova più comodo individuare nella Polizia la propria controparte , mettendo a rischio la vita degli uomini e delle donne che ne fanno parte». Con questa temperatura ci si avvicina a un’altra manifestazione, convocata per domani alle 17 a Porta Castiglione dalle associazioni antagoniste gay.

Il corteo, battezzato ‘Stranabologna’, confluirà alla 21 in piazza Verdi dopo avere toccato, spiega Renato Busarello, «i luoghi teatro di aggressioni sessiste o razziste». In vista dell’appuntamento è in allarme il responsabile cultura di CasaPound, Massimiliano Mazzanti, secondo il quale il centro sociale di destra è il vero obiettivo. Mazzanti ha scritto al questore chiedendogli di vietare la manifestazione. Merolla rassicura e ritiene che il concentramento vicino alla sede di CasaPound sia «una coincidenza», considerato che i manifestanti sono diretti verso il centro. «E’ un percorso — spiega — che credo non sottoporremo ad alcuna prescrizione. Verrà seguito con appositi servizi come ogni manifestazione».

di Enrico Barbetti

Il piccione che beffò i falchi di Hitler

Corriere della Sera


Una targa lo ricorderà per sempre nella sua città, in Irlanda del Nord


Targa in onore di Paddy, il messaggero che per primo diede agli alleati notizie sullo sbarco in Normandia



Quella mattina del 12 giugno 1944, alle 8.15, Paddy partì per una missione che non gli lasciava molte alternative: sarebbe arrivato, il più presto possibile, in Inghilterra a portare le prime notizie sullo sbarco in Normandia, o sarebbe morto. Abbattuto dai «caccia» nemici. Era uno dei più giovani arruolati della Raf, la Royal Air Force, e faceva parte di un’unità di 30 messaggeri, pronti a tutto, aggregati alla Prima divisione statunitense. Paddy, a un anno di vita, frantumò ogni record, beffando gli artigli dei falchi tedeschi, e coprendo le 230 miglia che lo separavano dalla costa francese alla base militare di Hampshire in appena 4 ore e 50 minuti.

Il miglior tempo possibile per notizie in codice, che non dovevano cadere in mani avversarie, e che non potevano ancora sfruttare tecnologie satellitari. Ai «piccioni da combattimento» che tanta importanza ebbero per le sorti della guerra era stato dedicato nel 2005 il film d'animazione «Valiant» (che nella versione originale ha la voce di Ewan McGregor), il primo prodotto in Gran Bretagna interamente in computer graphic.


ONORE NEI SECOLI - Ora la città natale di Paddy, Carnlough, nella contea di Antrim, Irlanda del nord, ha deciso di ricordare il suo coraggio e la sua abnegazione sul campo, anzi nei cieli della seconda guerra mondiale, e di dedicargli una targa: onore non molto frequente per un piccione. Ma alle sue ali - non dimenticano i concittadini 65 anni più tardi - erano affidate informazioni fondamentali per le sorti del conflitto.

EROE DI GUERRA - Paddy era già stato decorato dopo la guerra, quando era già un famoso veterano, con la medaglia Dickin, equivalente alla Victoria Cross per gli umani. E aveva concluso la sua esistenza, dieci anni più tardi, nel 1954, accudito dal suo proprietario, il capitano Andrew Hugues. Sei anni fa gli era stato dedicato un libro per bambini, «Paddy the Pigeon», ma adesso il suo nome è scolpito sulle mura del porto cittadino a imperitura memoria di quell’eroica impresa.

QUEL VOLO NEL D-DAY - A scoprire la targa è stato il suo anziano istruttore, John McMullan, che ha ricordato come Paddy sia stato il primo e solo piccione viaggiatore irlandese a ricevere una decorazione militare. Fin dall’inizio si era dimostrato un eccellente allievo: dalla base di addestramento militare a Ballykinlar, nella contea di Down, veniva condotto in sottomarino al largo delle coste irlandesi e rilasciato affinché ritrovasse da solo la strada di casa.

Poco prima di essere inviato al fronte, Paddy aveva trascorso soltanto tre settimane in un’altra base del sud dell’Inghilterra, ma gli era bastato per orientarsi e costruirsi una mappa mentale della zona delle operazioni. I tedeschi conoscevano il ruolo delle colombe nello scambio di informazioni tra gli anglo-americani e avevano quindi formato «squadriglie» di rapaci con il compito, già abbastanza istintivo, di intercettare gli agenti piumati sul Canale della Manica. Ma la mattina del D-Day fatalmente mancarono il temerario Paddy.

Tarantini diffida la Rai: bloccate la puntata

Corriere della Sera


Il ricorso: evidenti disinformazione e strumentalità politica, denaro pubblico usato per fini di parte


ROMA — Adesso ci prova an­che Gianpaolo Tarantini a blocca­re la puntata di «Annozero» sull’in­chiesta di Bari. Direttamente dagli arresti domiciliari, l’imprenditore pugliese — accusato di corruzio­ne, cessione di cocaina e favoreg­giamento della prostituzione per aver reclutato ragazze da portare alle feste di Silvio Berlusconi — in­via una diffida ai vertici della Rai, al governo, al garante delle Comu­nicazioni e alla commissione par­lamentare di vigilanza «perché prendano provvedimenti riguar­do alla trasmissione del 24 settem­bre scorso e perché nella nuova trasmissione non vengano tenuti ulteriori comportamenti antigiuri­dici, in alcuni casi anche penal­mente rilevanti». Per ottenere il ri­sultato spende gli stessi argomen­ti già utilizzati dal premier e da nu­merosi esponenti del Pdl contro al­cune trasmissioni televisive del­l’azienda di Stato: «L’uso del dena­ro pubblico per perseguire fini di parte».

Il ricorso, firmato dai difensori di Tarantini Nico D’Ascola e Nico­la Quaranta, ricostruisce quanto avvenuto nell’ultima puntata. E stigmatizza «la lettura di un lungo brano dell’interrogatorio la cui pubblicazione su un quotidiano (il Corriere della Sera ndr ) era già stato oggetto di una specifica de­nuncia ». Poi sottolinea come «l’in­tervento del dottor Marco Trava­glio si è concretizzato in una sorta di assolo durato quasi dieci minu­ti e di altrettanto notevole durata è stata l’intervista rilasciata dalla signora D’Addario». Ed ecco l’accu­sa: «L’intera trasmissione ha segui­to una strada precostituita senza che vi fosse alcuna possibilità di ri­baltare o comunque modificare una sorta di realtà precostituita. Gli ospiti invitati per ragioni di par condicio , il dottor Maurizio Belpietro (direttore del quotidia­no Libero ndr ) e l’onorevole Italo Bocchino, non erano infatti in al­cun modo in grado di interloquire sulla posizione processuale del dottor Tarantini dal momento che la ignorano del tutto».

La tesi sostenuta per chiedere l’intervento delle autorità non la­scia sottintesi: «Quanto accaduto rende evidente la disinformazione e la strumentalità politica della tra­smissione e, di rimando, il contra­sto con la finalità del pubblico in­teresse che è propria della televi­sione pubblica. In altri termini, co­sì facendo, si finisce per utilizzare il denaro pubblico per fini di parte perseguiti mediante un’attività che è illecita nella parte in cui la trasmissione è retta su atti non co­noscibili e non pubblicabili».

Quale sia il timore dell’impren­ditore indagato Tarantini appare evidente quando nel ricorso si evi­denzia come «si è appreso che la nuova trasmissione sarebbe incen­trata su tali questioni, addirittura inscenando una sorta di rappre­sentazione teatrale con l’utilizzo di contenuti facenti parte di atti di indagine come alcune registrazio­ni ». Ma soprattutto quando si ri­corda che «Michele Santoro ha esplicitamente annunciato che nel­le successive puntate avrebbe ulte­riormente sviluppato l’argomento e in particolare avrebbe mandato in onda un ulteriore video con pro­tagonista la signora D’Addario, il quale ovviamente riguarda in ma­niera diretta la posizione proces­suale di Tarantini».

Più che mandare in onda un vi­deo, l’intenzione di Santoro è quel­la di intervistare personalmente la donna che ha rivelato di aver pre­so soldi per trascorrere una notte con il premier. I legali di Taranti­ni, stanno cercando di scongiura­re il pericolo.

Fiorenza Sarzanini

No al burqa in Italia "Annulla la donna"

Il Tempo

La proposta di legge del deputato del Pdl Souad Sbai. La parlamentare marocchina: "È uno scafandro imposto dagli uomini, l'Islam non c'entra niente".

 

Uno scafandro: a chiamare così il burqa islamico è Souad Sbai, parlamentare del Pdl e presidente dell'Associazione Donne Marocchine che oggi in Commissione Affari Costituzionali presenterà la sua proposta di legge di modifica dell'articolo 5 della legge 22 maggio 1975 n. 152 che vieta «l'uso di caschi protettivi o altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico». «La modifica che intendo presentare - spiega la Sbai - consiste di aggiungere all'articolo 5 il seguente periodo "È altresì vietato, al fine di cui al primo periodo, l'utilizzo di indumenti femminili in uso presso le donne di religione islamica denominati burqa e niqab". Tanto per essere chiari».

E fare nomi e cognomi: pensa che la sua proposta sarà accolta favorevolmente e trasversalmente? Da chi si aspetta colpi mancini?
«Da nessuno perchè ho già avuto riscontri positivi. E comunque non mi faccio intimidire da nessuno. La mia battaglia contro il burqa non è un capriccio dell'ultima ora ma viene da lontano e dalle mie peregrinazioni in tanti paesi islamici dall'Afghanistan all'Iran».

C'è chi sostiene che noi occidentali non possiamo impedire usanze culturali e religiose agli immigrati che vivono da noi...
«Vorrei sgomberare il campo dai pregiudizi e dai luoghi comuni. Il burqa con la religione islamica non c'entra niente. È un'imposizione degli estremisti, dei fondamentalisti che ormai hanno colonizzato l'Occidente».

 Anche da noi in Italia?
«Sì, senz'altro e con gli estremisti che avanzano non vorrei che diventi normalità anche il burqa».

Ma ci sono donne islamiche che vogliono portare il copricapo e magari anche il burqa..
«Io rispetto le donne che per una scelta religiosa, o una convenzione o anche perchè fanno la chemioterapia si coprono il capo, ci mancherebbe! Ma nella maggior parte dei casi c'è un'imposizione da parte degli uomini e l'uso del burqa diventa la conditio sine qua non per uscire di casa, per non essere segregata, sepolta viva tra le mura domestiche. Nessuno lo ammette. Parlano di identità culturale ma dentro di loro c'è tanta paura. Il velo, comunque, annulla la persona. E bene lo sanno le donne che abitano nei paesi islamici e lottano attraverso le loro associazioni contro questa tortura. In Afghanistan alcune di loro sono state ammazzate o sbattute in galera proprio per la loro battaglia contro il burqa».

Ma qui da noi quando s'è cominciato a parlare di burqa?
«Tutto è iniziato negli anni Ottanta con i Fratelli Musulmani e il loro tentativo di reislamizzare il Nord Africa che, secondo loro, aveva preso una deriva troppo occidentale. Fortunatamente per noi, si sono scontrati con personalità molto forti come Gheddafi ecc. L'uso del burqa è mediato dalla tradizione talibana che è la culla dell'estremismo. I taliban dell'Afghanistan grazie ai proventi del narcotraffico sono diventati fortissimi dal punto di vista economico. Il business della droga foraggia illimitatamente il terrorismo e favorisce l'indottrinamento del fondamentalismo, la possibilità di addestrare e proteggere tutte le teste calde, dopo opportuni lavaggi del cervello, che sono pronte a farsi saltare in aria in ogni parte del mondo».

Il burqa come paradigma del fondamentalismo?
«Le generazioni di donne islamiche che si sono trasferite nei paesi occidentali hanno perso nei loro luoghi d'origine la possibilità di vivere il fermento di emancipazione che c'è stato e c'è ancora. Qui poi sono soggette al controllo di imam discutibili, ignoranti e fondamentalisti che impongono certi usi. Ecco perchè ho chiesto l'istituzione di un albo di imam e un censimento delle moschee in Italia. Fortunatamente sto parlando di minoranze».

 Cosa pensa degli italiani (e) che si convertono all'islam?
«Sono almeno otto gli italiani che si convertono ogni giorno all'islam. Lo dicono le statistiche. Molto spesso è per poter sposare un musulmano (a). E sono tante le italiane che poi si pentono. Trattate come zerbini, per non parlare dei figli rapiti ecc. Ci sono altre donne, invece, che diventono integraliste. Ne ho conosciuta una, recentemente, durante la trasmissione Porta a Porta che mentre si parlava dei terribili fatti di sangue legati all'intolleranza religiosa ha dichiarato con freddezza che servirebbe una corte islamica per tutti i reati che coinvolgono l'Islam».

Natalia poggi

Global Service, fermata un'altra «talpa»: è un commissario di polizia della Dia

Corriere del Mezzogiorno


L'accusa è di entrare nei sistemi informatici di Procura e Dia per fornire notizie riservate agli imputati 

 


NAPOLI - Un sostituto commissario di polizia è stato fermato con l’accusa di essersi introdotto abusivamente nel sistema informatico della procura di Napoli e della Dia per acquisire informazioni riservate sulle indagini in corso nell’ambito dell’inchiesta Global Service (il mega appalto comunale, peraltro mai assegnato, che secondo l'accusa doveva favorire l'impresa Romeo). L’agente, secondo l’ipotesi degli inquirenti, intendeva favorire qualcuno degli indagati di un filone dell’inchiesta condotta dai pm D’Onofrio, Falcone e Filippelli, sulla gestione di appalti a Napoli e in Campania.

Il commissario di polizia è la seconda «talpa» finita nell'inchiesta. Analoga accusa è stata rivolta al colonnello della GdF, Vincenzo Mazzucco che avrebbe favorito la fuga di notizia a beneficio di alcuni imputati.

L’inchiesta Global Service riguarda le presunte irregolarità negli appalti e le collusioni con i pubblici amministratori. Restano aperti altri filoni d’indagine, tra cui quelli appunto sulla fuga di notizie avvenuta nella prima fase dell’inchiesta e sull’esistenza del cosiddetto “sistema Mautone”, ovvero i presunti scambi di favore tra l'ex sovrindente Mautone, esponenti politici e rappresentanti delle istituzioni.

E ora Massa-Carrara si spacca solo per togliere il trattino

di Massimo M. Veronese

Al cuore del problema c’è un trattino. Nemmeno un punto esclamativo, una dieresi, un punto sovrascritto. Nemmeno un trattino alto. Un trattino e basta. Che riassume un’identità, che marca una differenza, che segna un’insofferenza. Massa e Carrara vivono nello stesso posto da sempre senza mai guardarsi in faccia. È tutta gente che se la tira, da evitare come la peste bubbonica, dice Massa di Carrara, sono cafoni di provincia nemmeno ci puoi parlare, dice Carrara di Massa. «Trieste all’Italia, Massa alla Jugoslavia» scrivevano sui muri i repubblicani carraresi a guerra ancora fumante. E questa è l’aria che tira ancora, vivono insieme come Sandra e Raimondo, ma si sabotano a vicenda, si infilano bastoni tra le ruote, a costo di impedire alla città di funzionare come dio comanda. Massa abita sulla linea gotica, 94 chilometri quadri, 70mila abitanti, vive di turismo e terziario, di lasagne tordellate e polenta encajada. Carrara è più piccolina, venti chilometri e cinquemila abitanti di meno, ma è un gigante scolpito nel marmo, anarchica fino al midollo, che parla più emiliano che toscano. Non hanno mai fatto squadra, divise da otto chilometri di strada e milioni di anni luce di distanza. Il Duce, che non aveva voglia di perdere tempo in beghe di paese, le aveva segate tutte e due, inventandosi il comune unico di Apuania, il terzo che, assorbendole entrambe, si godeva le due litiganti. Morto e sepolto lui tra Massa e Carrara è tornato il fuoco amico. Fuoco quando Carrara ha concesso, vergogna delle vergogne, lo stadio per le partite della Massese, anche se solo per un po’. Fuoco quando Massa ha programmato apposta gratis le serate con i saranno famosi di X Factor che Carrara, negli stessi giorni, vendeva a pagamento. Fuoco incrociato quando Tele Toscana Nord, per farla finita con le ipocrisie, ha mandato in onda le previsioni del tempo in due dialetti, quello dell’una e quello dell’altra, come fossero serbi e croati, hutu e tutsi, Stanlio e Ollio, Spic e Span.

Ma adesso la guerra è arrivata in Parlamento. Dove ci sarebbero questioni più gravi di cui occuparsi, ma molto meno serie del campanile. Oggi la commissione Affari costituzionali della Camera discuterà la proposta di legge firmata da Isabella Bertolini, Partito della libertà, per modificare la denominazione della Provincia: da Massa-trattino-Carrara a Massa-e-Carrara. Una «e» al posto del trattino. Una «e» che separa facendo finta di unire, che mette Carrara sullo stesso piano di Massa e non più Massa davanti a Carrara. Perché questo è il punto. Anzi il punto e virgola perché la questione, manco è dirlo, non è per niente condivisa. Il «Comitato per la difesa dei diritti di Massa capoluogo» non ne vuole sapere, grida alla battaglia di retroguardia, al trionfo del campanile, e il Consiglio comunale ha già approvato all’unanimità un ordine del giorno in difesa del «trattino». A Carrara, l’anarchica, il contrario, vogliono la rivoluzione, il mondo capovolto, tutti gli uomini uguali. Tutti per la «e» che dà pari dignità, che trasforma la città in co-capoluogo, che stabilisce una volta e per sempre che Massa e Carrara sono due città diverse per storia, carattere, modo di vivere, modo di parlare. Come Pesaro e Urbino. Che già hanno provveduto alla convivenza in separazione dei beni. E a cambiare la targa da «Ps» a «Pu». Anche se la targa non c’è più.

La Bertolini dice che oltre ai documenti degli archivi, il primo gonfalone della provincia, custodito nel Palazzo Ducale nell’area antistante la sala del consiglio, riporta esattamente l’antica denominazione «Massa e Carrara», che «per rispetto della verità e della storia, la presente proposta di legge ha, il fine di ripristinare la reale antica denominazione della provincia di “Massa e Carrara”». Bisognerà cambiare miliardi di documenti e intestazioni, milioni di euro, solo per sostituire una «e» a un trattino. Ma c’è sempre una beffa nascosta all’ultima riga di una storia di provincia. Nella nuova legge sul riordino delle Province, Massa-Carrara, troppo piccola e poco popolata, sarebbe accorpata con Lucca. Lucca e basta. Senza «e» e senza «ma».

Bersani e Franceschini, scontro a colpi d'insulti

di Laura Cesaretti




Roma - Se persino la rossa Emilia Romagna si è stufata, qualcosa si è rotto davvero. Fino a ieri, a Bologna aveva votato solo il 30 per cento degli iscritti Pd, uno dei risultati più bassi d’Italia: la media nazionale è attorno al 55 per cento, e ormai si è all’ultimo giro di boa: i congressi di circolo si chiudono domenica. 

In Liguria, altra roccaforte di sinistra, si è invece ad accuse da codice penale: il vicepresidente della regione Massimiliano Costa, schierato con Franceschini, parla di «stile mafioso» degli avversari bersanian-dalemiani, che sono in testa: «Sono stabiliti lì da decenni e fanno nostalgiche operazioni di partito», contro la «vera democrazia». 

Ad Avellino la partita congressuale rischia di finire al Tar, tra ricorsi e contro-ricorsi delle varie mozioni sulla regolarità dei congressi, e scambi di improperi, tra dirigenti di partito, che vanno dal «mentitore spudorato» allo «sconcio calunniatore». Al Sud, denuncia intanto il franceschiniano Adinolfi, «Bersani vince grazie al tesseramento inquinato». Roba da 416bis. 

E non è che a Roma vada meglio. Il caos è tale che nel voto alla Camera sullo scudo fiscale le 69 assenze del Pd (compresi D’Alema, Bersani e Franceschini) hanno fornito al Pdl «un aiuto fondamentale: uno scandalo», come denuncia la Velina Rossa. Il quotidiano del Pd Europa ieri parlava di «Caporetto comunicativa» del partito, avvertiva: «Così si corre il rischio che perdano tutti», e denunciava: «Nessuno pensa al dopo». 

Filippo Penati, il coordinatore della mozione Bersani che ha invitato Franceschini a prendere atto della sconfitta congressuale che lo delegittimerebbe come segretario, non si è affatto pentito del putiferio suscitato. «Il dato che Franceschini deve commentare è che due iscritti su tre non hanno ritenuto di votarlo», infierisce. I supporter del segretario si infuriano: «Penso che Penati sia un irresponsabile, uno che non vuole bene al suo partito ma soprattutto all’Italia», proclama Debora Serracchiani. 

Spiegano i ben informati che in realtà nell’assalto di Penati, che rivendica la vittoria già acquisita di Bersani (l’ultimo computo gli assegna il 56,5% dei voti contro il 35,9 di Franceschini, con Marino al 7,7%), c’era l’intento di costringere il segretario a venire a patti con gli antagonisti sugli spazi tv, e a rinunciare al suo «indebito vantaggio». Ora che si apre la partita delle primarie la visibilità nei Tg conterà parecchio, e il leader in carica volendo può stare in tv tutte le sere a rispondere a Berlusconi a nome del partito. Cosa che Bersani vuole a tutti i costi evitare. Solo che Penati ha calcato un po’ troppo la mano ed è successo il finimondo. 

Ma il dissidio tra partito degli iscritti (che votano Bersani) e partito delle primarie (che sono «tutte aperte», come dice Fassino) resta insanabile, grazie ad uno statuto che prevede la doppia legittimazione del segretario. «Un caso unico al mondo», dice sarcastico Gavino Angius, «perché se è il “popolo”, cioè i non iscritti, ad eleggerlo, perché mai ci si dovrebbe iscrivere al partito? Che senso ha la sua esistenza?».

Delle primarie i dalemiani avrebbero ben volentieri fatto a meno. Ma lo statuto venne votato in era veltroniana, e dunque si trovò quello che la franceschiniana Federica Mogherini definisce «un compromesso molto al ribasso: invece di scegliere tra due strade, si sono semplicemente accostate». E così ci si ritrova con due strade che potrebbero portare a due segretari, e a due partiti. I veltroniani ieri erano furibondi per un commento attribuito a D’Alema: «Se si vuol ribaltare la decisione dei tesserati, noi seguiremo i tesserati». «Si tratta di una evidente minaccia di scissione, deve smentirla», attacca Enrico Morando. La smentita arriva solo a tarda sera.

Io e il tumore alla prostata Sono solidale con il Cavaliere»

Corriere della Sera


Di Pietro: lo racconto per contribuire a rompere un tabù

«A un certo punto, l’urologo che mi sta­va facendo l’ecografia mi ha detto: 'Caro Di Pietro, in effetti qui c’è una massa, tra la vescica e la prostata...'». Una massa? «Sì, un tumore. Benigno, come ha poi rive­lato l’esame istologico. Due mesi fa sono stato operato alla prostata. Lo so che in Ita­lia nessuno lo dice. Ma io non mi vergo­gno. Anche perché ho già fatto la prova del nove....». Cioè, scusi? «Ci siamo capiti benissimo». E com’è andata, la prova del nove? «E’ riuscita».

Antonio Di Pietro lo racconta con un sor­riso: «Per fortuna l’ho preso in tempo. Non avvertivo nessun disturbo; ma ogni anno faccio comunque un esame comple­to del sangue, nel laboratorio di analisi qui vicino a Montecitorio. Stavolta mi han­no trovato il Psa alterato. Ho fatto l’ecogra­fia. 'Bisogna toglierlo subito' mi ha detto l’urologo. Così, una settimana dopo, mi so­no operato. All’ospedale di Viterbo, con un mio amico, una persona stupenda: ogni cosa si è svolta come da regola, con pagamento e tutto; non dico il suo nome perché non so se sarebbe d’accordo.

Due giorni di ricovero postoperatorio. Dieci giorni di riposo; dopo due settimane già sgambettavo meglio di prima. E poi qua­ranta giorni di astinenza. Se tutto è a po­sto, devo dire grazie a mio padre». Perché? «Perché mi ha sempre detto: 'Ricordati To­nino, che quando ti sarai fatto vecchio do­vrai sempre controllare la prostata'. E or­mai mi sono fatto vecchio... Anche papà ha avuto lo stesso problema. Ma non se n’è andato per quello. E’ morto a 72 anni, nell’86, cadendo dal trattore».

«La verità — racconta Di Pietro — è che la prostata è ancora tabù. Collegato alla vi­rilità. Ma non è più come una volta: ades­so, se ti operi per tempo, non c’è nulla di irrimediabile, te la cavi. Il punto è che noi maschi italiani non dobbiamo avere vergo­gna di affrontare la questione, di parlarne, di farci visitare. Il controllo della prostata è un salvavita: oggi di tumore alla prostata muore chi ci vuol morire. Ma in troppi non lo sanno. Per le donne è diverso: si è diffusa la cultura della prevenzione; il 'gentil sesso' (Di Pietro dice proprio così) sa che deve farsi controllare seno, ovaie, utero. Noi siamo più indietro. Il 50-60% dei maschi con il tempo sviluppa una cosa come la mia: l’importante è intervenire al momento giusto. Ne parlo tranquillamen­te non per esibizionismo, ma perché mi piacerebbe dare l’esempio, fare un invito ad affidarsi alla diagnosi precoce».

C’ha pensato, Di Pietro? Proprio lei, lo stesso male di Berlusconi. «Non credo sia esattamente la stessa cosa. Io non so co­s’abbia avuto Berlusconi. C’è chi dice che abbia avuto un cancro alla prostata, c’è chi dice di no». Lui stesso ha raccontato la sua malattia. «Sì, e sulla malattia non si scher­za.

Se l’ha avuto, è stato bravo a uscirne fuori completamente. Mi congratulo con lui per la sua buona sorte, per i suoi medi­ci, e per la sua tenuta. La cattiva sorte non si augura a nessuno, la salute si augura a tutti, anche agli avversari. Anche a Berlu­sconi ». Ad Annozero ci sarà di nuovo la D’Addario: è opportuno o controproducen­te? «Voglio vedere il taglio della trasmissio­ne. Non sono interessato a un’altra punta­ta del Grande Fratello.

Una cosa è buttarla in puttanate; un’altra cosa è trarre la mora­le della favola. La differenza è enorme. Co­noscendo la professionalità di Santoro e dei suoi, sono convinto che prenderanno spunto dalle puttanate per ricavare la mo­rale della favola: capire se Berlusconi ha ancora il controllo di se stesso, se è all’al­tezza del suo ruolo istituzionale. Molti storceranno il naso per quella che potrà ap­parire ancora una trasmissione sui gossip; io mi sforzerò di guardare oltre i gossip».

Aldo Cazzullo

Tg3, via libera al cambio La Berlinguer direttrice

Corriere della Sera

La Russa accettò un suo invito e fece arrabbiare il premier



ROMA — La tempra della nuova direttrice del Tg3 è in­dubbiamente forte, tenace, deci­sa. Anche negli inviti. Nel di­cembre 2008 Berlusconi chiese ai suoi di non partecipare più al­le trasmissioni Rai, accusata (ie­ri come oggi) di essere anti-cen­trodestra. Ignazio La Russa ac­cettò invece un invito a Primo piano di Bianca Berlinguer. Il Cavaliere si arrabbiò e lo chia­mò la mattina presto. La Russa: «Non potevo dire di no a Bian­ca Berlinguer....». E Berlusconi: «E tu dici no al presidente del Consiglio!». Fu galanteria larus­siana o timore per le vivaci rea­zioni della signora di fronte a un no dell’ultimo momento? Vai a sapere.
Bianca Berlinguer, 49 anni, una figlia di 10 anni di nome Giulia, un compagno di nome Luigi Manconi (sardo come lei che lo è per una metà, l’altra metà è romana per via della ma­dre Letizia), di carattere ne ha da vendere. Unito alla sua indi­scussa bellezza fece di lei, trent’anni fa nella Prima Repub­blica, un’icona irraggiungibile per un’intera generazione di ra­gazzi romani: alta, magra, fles­suosa, naturalmente abbronza­ta, lunghi capelli corvini, spes­so in motorino per le vie del centro, sempre in bianco d’esta­te.

Il tempo trascorso ha trasfor­mato quel fascino in un più ma­turo volto-simbolo del Tg3. Ha sempre convissuto elegante­mente con un cognome ingom­brante, mai esibito per scelta («è una decisione della fami­glia, non parliamo di mio padre in pubblico»). Però ha ricorda­to volentieri come in casa il pa­pà smettesse i panni del segre­tario di partito per discutere di politica con la moglie Letizia, cattolica praticante, in una dia­lettica paritaria e autentica. Le­zione che le ha segnato positiva­mente la vita e il modo di inten­dere il ruolo della don­na in una coppia.

Soprattutto chiamar­si Berlinguer non ha rappresentato una ren­dita di posizione, me­no che mai economica. Glielo riconobbe nel 2001 Stefania Craxi: «Né mio padre né Ber­linguer hanno lasciato eredità o tesori, lo sa bene Bianca che si è sempre guadagnata la vita lavorando, come ho fatto io».

L’esordio giornalistico risale al Mixerdi Giovanni Minoli («L’incontro con lui è stato una svolta») a 24 anni con qualche contratto a termine. Poi il Ra­diocorriere , infine il Tiggitrè di Sandro Curzi, nei giorni della prima guerra del Golfo. Alla scuola di Sandrone (in redazio­ne con Michele Santoro e Corra­dino Mineo) crebbe con Federi­ca Sciarelli e Giovanna Botteri. Un affetto durato fino alla mor­te del padre di Telekabul: fu Bianca a condurre la serata spe­ciale, una commozione celata ma visibile. Anche se Curzi eb­be da ridire quando Bianca, nel maggio 2008, accettò di andare in diretta con la scritta «cancel­lato » sul volto quando il Cda Rai decise di esiliare in terza se­rata Primo piano per lasciare la seconda a Serena Dandini in un duello tutto a sinistra («sembra Beirut»).

Il suo rapporto con la diretta è sereno e solido. Mai uno smar­rimento, giorni fa è andata in vi­deo persino senza voce. Solo ai tempi di Telekabul, durante uno speciale elettorale, le sfug­gì in diretta un «non rompere i c...» rispondendo a un’insisten­za dalla regia. Ci fu un’inchie­sta, ma nulla di grave.

La vita privata per lei è priva­tissima. Un ex marito e ora Man­coni. Nel settembre 1996 il pre­sentatore Valerio Merola svelò di essersi perdutamente inna­morato di lei dopo un brevissi­mo flirt e che Bianca poi non volle più vederlo. Titoloni sui giornali. Silenzio pneumatico dell’interessata che non com­mentò.

Invece di suo padre parlò e scrisse, sempre nel 1996, quan­do il Pds aprì un dibattito sul compromesso storico (criticato da Luciano Violante, Giuseppe Vacca, lo stesso D’Alema). Dalla sua lettera a l’Unità : «C’è il ri­schio che la ricostruzione stori­ca del ruolo di mio padre, e l’eventuale critica, siano piega­te a usi contingenti e a interessi politici di breve periodo e di scarso respiro da frettolosi com­mentatori ». Nessuno spazio affettivo, in­vece, per Francesco Cossiga che spesso sostiene di aver «racco­mandato » sua «nipote» Bianca Berlinguer. Algida risposta di lei, 2008: «Il presidente emerito sostiene di essersi adoperato per la mia carriera. L’interven­to, non richiesto né sollecitato, non ha, per sua stessa ammis­sione, sortito buon fine. Lo pre­go di astenersi per il futuro da simili raccomandazioni perché non vorrei che, oltre che rivelar­si inutili, mi procurassero ulte­riori danni». Ecco: qui c’è vera­mente tutta la più autentica Bianca Berlinguer.
Paolo Conti

Carte di credito, indagati per usura dirigenti dell'American Express

Corriere del Mezzogiorno

TRANI - Sequestri sono stati compiuti nella sede romana dell’American Express, agenzia di intermediazioni finanziarie, e due avvisi di garanzia sono stati notificati dai militari del nucleo di polizia tributaria di Bari della guardia di finanza, ai due rappresentanti legali della sede italiana della multinazionale, indagati, in concorso, per truffa e usura aggravate.

DALLA PROCURA DI TRANI - L’indagine, cominciata da alcuni mesi, è coordinata dal pm della procura di Trani Michele Ruggero: è stata avviata sulla base della denuncia di un titolare di carta di credito del tipo «revolving card», chiamata Gold credit card American Express. Si tratta di un finanziamento per il credito al consumo che consente, attraverso una carta, di spendere denaro e restituirlo o in un’unica soluzione o a rate. I tassi usurai vengono applicati - secondo gli investigatori - sugli interessi moratori, quando il titolare di card non paga la rata in tempo utile.

SEQUESTRO DELL'ARCHIVIO INFORMATICO - I militari, nella sede romana di American Express, hanno sequestrato l’archivio informatico riguardante i titolari di revolving card, la contabilità, la corrispondenza della società con tutti coloro che hanno una situazione debitoria, una copia del software per la gestione delle carte e una copia del software per il calcolo degli interessi.

TRE CASI NEL BARESE - I casi accertati dalla procura tranese sono tre, sono riconducibili a un periodo compreso tra il 2007 e il 2008 e riguardano titolari di carte residenti nel nord barese: a Barletta, a Molfetta e a Terlizzi. L’indagine è partita dalla denuncia del titolare di una «revolving card», il quale, a fronte di un fido di 2.600 euro, non avendo pagato una rata di 129 euro, ha ricevuto una richiesta di pagamento di 686,54 euro. Secondo calcoli compiuti da consulenti di parte dello stesso consumatore, della procura e dalla guardia di finanza, a quella rata sarebbe stato applicato un tasso superiore al tasso soglia del 28.98%. Il tasso soglia è stabilito dalla legge: oltre quel tasso gli interessi applicati vengono considerati usurari.

Pioggia di proiettili contro il negozio: nel mirino il presidente anti-usura

di Giulia Guerri



Milano - Cinque colpi di pistola. Cinque fori sulla vetrina del chiosco di fiori gestito dal presidente dell’associazione Sos Racket e usura, Frediano Manzi, nell'hinterland milanese. L’attentato di questa notte è contro di lui, "colpevole" di aver denunciato nelle settimane scorse attraverso un video il racket delle occupazioni abusive nei quartieri popolari di Milano. "Colpevole" di aver messo in luce attraverso l’inchiesta pubblicata su questo giornale la presenza di associazioni criminali, di veri e propri clan che gestiscono l’illegalità nelle zone più degradate della città. Sul materiale raccolto dall’associazione così come sui filmati è stata aperta un’inchiesta della Procura.

È stata una dipendente del negozio di Manzi a notare questa mattina alle 7.45 i fori sulla saracinesca del locale e all’ingresso una lettera anonima di minacce: "Questo è solo un avvertimento, la prossima volta tocca a te e alla tua famiglia". Sarà la Squadra mobile, sotto il coordinamento del pubblico ministero Antonio Sangermano, a occuparsi dell’indagine sull’attentato di questa notte. Dopo l’intervento dei carabinieri, il chiosco è stato transennato per permettere alla scientifica di lavorare mentre il foglio scritto è ancora appeso sulla porta del negozio.

Intanto arrivano le prime reazioni di politici e istituzioni. "Sono episodi drammatici da condannare con tutto l’aiuto delle forze dell’ordine", ha dichiarato l’assessore comunale alla casa Gianni verga. "Valuteremo a livello comunale eventuali iniziative di solidarietà a Manzi". Duro anche il commento del dirigente lombardo del Pdl e assessore regionale Stefano Maullu: "Gravissimo atto di intimidazione che deve trovare pronta risposta da parte delle istituzioni.

La mia personale solidarietà a Manzi e la riconferma del mio impegno contro l’usura e il racket delle occupazioni abusive. Lo Stato deve impegnarsi ad assicurare la sicurezza e la legalità". Solidarietà e sostegno anche dall’associazione Codici: "Il grave atto intimidatorio è stato messo a punto per scoraggiare le azioni contro il racket delle case popolari che ha messo in luce un giro usuraio e criminoso. Ci aspettiamo dallo Stato una risposta forte, perché una risposta tiepida sarebbe una forma di accondiscendenza verso, non solo l’atto in sé, ma anche verso chi osteggia quanto Sos usura sta facendo contro il racket delle case popolari". 

Michele ci diede dei razzisti E la Rai sborsò 30mila euro

di Redazione

Era una sera di novembre del 2000, anzi una seconda serata. Su Raidue. Michele Santoro aveva da poco iniziato, tra cronaca e politica, una nuova trasmissione: Il Raggio Verde. Tra cronaca e politica, in quei giorni, in primo piano c’era la dura presa di posizione di alti esponenti della Lega Nord contro l’apertura di moschee in alcune città italiane. Ampliando il discorso ai problemi dell’integrazione, ai rapporti cristianesimo-islam, e ai ciclici rigurgiti razzisti, era un tema perfetto per una puntata televisiva. Infatti.
Infatti quella puntata avevo deciso di guardarla: si preannunciava interessante. E lo fu, fino a quando l’inchiesta realizzata dai pasdaran della redazione di Santoro cominciò a scivolare sul terreno fangoso dei rapporti tra Lega, radicalismo e - ingrediente immancabile - movimenti della destra xenofoba. Con una serie di salti illogici inquietanti, nel giro di venti minuti, attraverso un paio di servizi, una manciata di interviste e alcuni link da un sito internet all’altro, Santoro riuscì a collegare - con mia grande sorpresa e altrettanta inquietudine - un gruppo di integralisti cattolici riuniti sotto la sigla «Holy War» (che si sussurra abbia addirittura schedato i nomi delle famiglie ebree nel mondo) con altre sigle non meglio identificate ma di orientamento antisemita e razzista fino ad arrivare - con mio spavento - all’associazione culturale Terra Insubre, vicina alla Lega Nord di Varese. E soprattutto vicina a me, che della rivista Terra Insubre, pubblicata dall’associazione, sono - più o meno degnamente - direttore responsabile. Tanto responsabile che, in pagina, ho sempre e solo «passato» articoli che oscillano - con moderata monotonia - tra l’archeologia e la storia locale, il folklore e la gastronomia lombarda. A volte, questo sì, sostenendo che i brüscìti sono meglio del cuscus.
Personalmente ho sempre considerato il giornalismo come battaglia. Una battaglia culturale, più che politica. Ma la battaglia non è guerriglia, e ha delle regole. Che il giornalista Michele Santoro in quel caso ha violato. Tanto più che la sua redazione aveva nei giorni precedenti contattato telefonicamente Andrea Mascetti, fondatore dell’associazione Terra Insubre, e Gilberto Oneto, punto di riferimento nell’area culturale della Lega, per una dichiarazione da mandare in onda durante la trasmissione. Entrambi rifiutarono l’intervista, per evitare di alimentare polemiche su un tema infuocato come quello delle moschee in Italia. Ma - questo è il punto - senza che i due esponenti della Lega fossero avvertiti, il loro rifiuto, subdolamente montato, fu mandato in onda all’interno dei servizi filmati, quasi un suggello dello spericolato collegamento tra gruppi xenofobi da una parte e una sonnacchiosa associazione culturale dall’altra.
In questi casi, o si chiede una rettifica o si querela. Conoscendo il mondo del giornalismo, si optò per la seconda.
Era una seconda serata di novembre del 2000. In un primo pomeriggio di novembre del 2007, Michele Santoro fu condannato dal Tribunale di Varese a pagare una multa di mille euro per diffamazione e 10mila euro di danni (oltre le spese processuali) per ciascuna delle tre parti civili costituitesi: Andrea Mascetti, Gilberto Oneto e l’associazione Terra Insubre. Un conto totale superiore ai 30mila euro. Pagato dalla Rai, cioè da noi (o perlomeno da chi corrisponde il canone). Non c’è che dire: un ottimo servizio. Privato.
Comunque, quel giorno, subito dopo la sentenza, chiamai il Mascetti, chiedendogli «E adesso, che si fa?». «Ti passo a prendere alle nove, si festeggia: andiamo alla Schiranna a mangiare i brüscìti».
Che, notoriamente, sono molto meglio del cuscus.

Io, innocente, per 20 anni nel braccio della morte»

Avvenire

29 Settembre 2009




Curtis McCarthy, 44 anni, in­nocente, è stato condannato a morte per l’uccisione di u­na ragazza, Pamela Willis, figlia di un poliziotto, coinvolta in una storia di tossicodipendenza. È stato liberato alla fine di maggio del 2007, dopo ventun anni trascorsi nel braccio del­la morte di McAlester, in Oklahoma. Il duecentounesimo ad essere libe­rato grazie alla prova del Dna, il quin­dicesimo condannato a morte.


Mi puoi dire cosa e da quali amici hai imparato di più nel braccio del­la morte?
«Credo di aver imparato da tutti, per­sino dal personale del carcere. Per prima cosa, ho imparato l’umiltà, che il mondo non gira intorno a me. Che tutti facciamo parte di una co­munità più grande e che il mio ego­centrismo, l’attenzione ossessiva sulla mia vita, non andava bene. Non potevo vivere la mia vita in quel mo­do. Ho imparato questo da tutti, comprese le guardie. 


Ho imparato a non odiare il personale del carcere. Anche se eravamo maltrattati da al­cune guardie, ho imparato a non o­diarle. Li capisco come esseri uma­ni, che possono sbagliare, che sono vittime di un modo di pensare sba­gliato e di un sistema sbagliato, che hanno anche loro i problemi: tutto questo fa fare loro cose che non do­vrebbero fare. Esattamente come me. Faccio ancora delle cose che non dovrei fare: sono distratto, non sono puntuale, dimentico i nomi e sono maleducato. Non vorrei esserlo. Ma succede perché sono un essere u­mano, fallibile. 

Credo che questa sia la cosa più importante che ho im­parato: riconoscere l’umanità nei miei vicini e nel personale che lavo­rava lì. Anche negli uomini e nelle donne che mi hanno fatto dei torti. Non li odio più. Sono esseri umani e alcuni di loro si trovavano in situa­zioni difficili. E hanno fatto delle co­se che non avrebbero dovuto fare. Certo, questo ha avuto un esito ter­ribile in me, ma attraverso i miei con­tatti con tutta questa gente e i miei pensieri penso che quando parlo di ira, di rabbia e di vendetta ho capito che questi atteggiamenti non servo­no niente. Era più importante puni­re questa gente o educare gli altri, in modo da cambiare il sistema ed evi­tare che altri soffrano? Qual era il mo­do migliore per vivere la mia vita? Es­sere egoista o altruista?».

L’odio e la vendetta non sono mai una soluzione. Secondo me.
«È vero. Ho imparato anche questo, che odio e vendetta ci consumano. Non riusciamo a pensare con chia­rezza, così costruiamo la nostra pri­gione. Lo facciamo contro noi stes­si. Consentiamo loro di fornire i mat­toni e le attrezzature per costruire u­na prigione intorno a noi stessi in- vece di avere il cervello e il cuore a­perti, e la saggezza. Lo vedo in Ame­rica, quando la gente parla della pe­na di morte e quando parlano con le vittime di questi delitti terribili, con le loro famiglie. Vedo il loro odio, e non c’è modo di dire: 'Capisco il suo dolore, ma deve superare l’odio. De­ve decidere ciò che è meglio per la sua famiglia, meglio per la società e meglio per i prigionieri'. Invece il nostro governo dice: 'Odiare! Ucci­dere! Vi farà stare meglio'. Ma non funziona così. Si vede come questo distrugge gli uomini e le donne. Ho visto come tutto questo ha quasi di­strutto me».

Rinunceresti a quello che hai im­parato nel braccio della morte pur di non esserci mai stato?
«No. È stata una cosa spaventosa, do­ver vivere in quella maniera giorno dopo giorno, e ancora il giorno do­po... per anni e anni. Il tradimento, l’isolamento, la violenza, la disuma­nità e tutta quella morte. Ma credo che mi ha dato saggezza. Per come ho vissuto la mia vita, avrei potuto morire di overdose. Sarei comunque andato in prigione per qual­che cosa che avrei fatto. Non voglio minimizzare quello che hanno fatto le autorità – perché hanno commesso un crimine contro l’umanità – lo hanno fatto a me e ad al­tri. 


Non minimizzo e non ri­tengo accettabili quelle a­zioni, ma devo comunque accettare la responsabilità per le mie azioni. Ho fatto tutto nella mia vita tranne che commettere apertamente un crimine capitale. Ci tengo alle lezio­ni imparate: non ho appreso da lo­ro – hanno tentato di uccidermi, di schiacciarmi, di utilizzarmi a fini po­litici – quindi non ho imparato un bel niente da loro. L’ho imparato per me. L’ho imparato dai miei vicini, dalla mia famiglia e dalle persone che mi hanno mostrato amore e comprensione – gli uomini e le don­ne dell’ Innocence Project e della Co­munità di Sant’Egidio –. Non darei nulla in cambio di quelle lezioni e di quella saggezza».

Che rapporto c’è tra la tortura e la pena capitale?
«Considero come tortura il modo in cui viene affrontata la pena di mor­te in America. È una questione tal­mente politica che tutti raccontano bugie. È tortura doverti presentare davanti al governo: e noi abbiamo una profonda fiducia nello Stato e nelle istituzioni, nella giustizia in particolare, come ci insegnano da bambini. In questo senso, in Ameri­ca, noi restiamo bambini. Il primo i­stinto è quello di affrontare il gover­no con fiducia, sapendo che tutti a­vranno un processo equo. Poi si en­tra in aula e si sentono dire bugie e si sente odio. 


Questo è tortura. Per­ché tutte le tue convinzioni e il tuo orgoglio ti sono strappati di dosso. È tortura doverti presentare in pub­blico con le catene, perdere la dignità di uomo. Essere rinchiuso in una scatola piccola tra uomini che sono pazzi, violenti e malati, che non ri­cevono alcuna cura. Dover tenere sempre gli occhi aperti per garanti­re la tua incolumità, giorno dopo giorno, perché in cella con te c’è un pazzo e un violento. È come essere in combattimento, in guerra, giorno dopo giorno, tutti i giorni. È la stes­sa cosa. È tortura tenere la mano di una persona amata e vedere arriva­re il governo, lo Stato, che la porta via senza alcuna ragione, la porta nella stanza accanto e la lega a un tavolo e ucciderla: questo è tortura».

C’è una storia di un uomo nel brac­cio della morte dell’Oklahoma, che doveva guarire prima di essere uc­ciso, altrimenti non lo potevano uc­cidere... È una storia molto strana. Me la puoi raccontare?
 «Credo che tu ti riferisca a Robert Brecheen. Quella è stata la vicenda più assurda e spaventosa che ho mai sentito o visto nel braccio della mor­te. Il comportamento ossessivo del governo è stato davvero crudele e vendicativo. Robert Brecheen era un detenuto nel braccio della morte del­l’Oklahoma. Era lì per morire. Quel­lo che hanno fatto le autorità è tal­mente terrificante, mostra la pazzia del governo, la sua ossessione per la morte, per uccidere. Robert aveva deciso che non avrebbe dato al go­verno la soddisfazione di ucciderlo. Ha conservato tutti i farmaci che gli prescrivevano, molti, in una quantità sufficiente ad uccidere. Quattro o cinque ore prima di essere messo a morte per mano del governo, lui ha inghiottito tutti i farmaci. Una quan­tità sufficiente per morire. 


Quando le guardie hanno capito che cosa a­veva fatto Robert, lo hanno portato di corsa in ospedale e i medici gli hanno salvato la vita con altri far­maci e una lavanda gastrica. Hanno salvato la sua vita. Robert stava mo­rendo per un’overdose e lo hanno strappato alla morte. Poi lo hanno riportato in prigione, e poi, final­mente, lo hanno ucciso: lo hanno le­gato al tavolo, gli hanno iniettato il veleno e lo hanno ucciso. È stata la cosa più spaventosa e orrenda che ho visto nel braccio della morte. C’è una pazzia, è un’ossessione quella di uccidere. 

È sete di sangue, anche se il sangue non si vede con l’inie­zione letale. Eppure lui aveva fatto esattamente quello che loro voleva­no fare: ha preso dei farmaci per mo­rire. Ma loro hanno detto: 'Eh no, non è esattamente così che vogliamo che muoia, vogliamo ucciderti con le nostre mani. Ti odiamo a tal punto da aver creato questo rito della mor­te, e ci piace così tanto che non per­metteremo che tu ci batti e lo fai qualche ora prima, da solo. Vogliamo guardarti negli occhi e toglierti la vi­ta, mentre ti uccidiamo, e ucciderti noi'. È una vicenda assurda, insen­sata, indecente». Il lettino delle esecuzioni del carcere di Raleigh, nella Carolina settentrionale. Sotto, Curtis McCarthy a Roma

 
Mario Marazziti