venerdì 2 ottobre 2009

La guerra di Troia e il giallo dei due scheletri trovati dopo 3200 anni

Il Messaggero


di Raffaele Alliegro e Emilio Laguardia


ROMA (2 ottobre) - Non possono esserci gli scheletri di Ettore o di Achille tra quelli trovati in questi giorni durante gli scavi nella città di Troia, in Turchia. Perché le ceneri del primo, figlio del re Priamo, mitico eroe della resistenza della città contro gli achei, vennero raccolte in un’urna d’oro dopo la cremazione; mentre il corpo di Achille, ucciso da Paride con la freccia avvelenata che finì proprio nel tallone, fu portato via da Aiace Telamonio. 

Ma la scoperta raccontata dall’archeologo tedesco Ernst Pernicka dell’Università di Tubinga è, come lui stesso dice, “elettrizzante”. E apre un nuovo giallo storico in cui ognuno potrà mettere del suo, perché probabilmente neppure le più moderne indagini scientifiche riusciranno a svelare chi sono le vittime e chi l’assassino.

Di certo si sa soltanto che due scheletri, quello di un uomo e quello di una donna, sono stati scoperti negli ultimi scavi dell’antica città che sorgeva all’ingresso dello Stretto dei Dardanelli, a sud di Istanbul. A un primo esame sembra che i resti risalgano proprio al 1200 avanti Cristo, cioè al periodo in cui la città si oppose per dieci anni all’assedio degli Achei e fu invasa e messa a sacco soltanto grazie allo stratagemma del cavallo di legno ideato da Ulisse. 


«Stiamo conducendo analisi con il carbonio 14», ha spiegato Pernicka: «Ma se sarà confermato che i resti che abbiamo trovato risalgono al 1200 avanti Cristo, allora ciò coinciderà con il periodo della guerra di Troia». Le ossa sono state ritrovate a poca distanza di una linea difensiva, all’interno della città scoperta nel 1870 da Schliemann.

Resta il mistero. Chi erano quei due scheletri e perché si trovano lì? Si può pensare che fossero troiani, visto che sono stati trovati all’interno della città, che sono morti dietro una linea di difesa e che si tratta di un uomo e di una donna, uccisi forse mentre il primo tentava di difendere la seconda. Si può anche pensare che non fossero personaggi di primissimo piano e che, chissà, potremmo trovarci di fronte a un piccolo rimorso della storia che vuole indicarci qualcuno o qualcosa su cui non abbiamo riflettuto abbastanza. E infine si può pensare, o sognare, che tutto sia avvenuto dopo l’ingresso del cavallo di legno in città.

Che cosa avviene in quelle ore terribili? Avviene che i greci sciamano lungo le strade, pieni di rabbia e di rancore, uccidendo e distruggendo tutto quello che capita a tiro. Neottolemo, il figlio di Achille, raggiunge di corsa con i suoi uomini l’altare di Zeus Erceo dove trova l’intera famiglia reale, con il re Priamo, i figli sopravvissuti e le loro mogli. Polite, l’eroe minore di cui parla Virgilio nell’Eneide, prende su di sé la responsabilità dell’ultima difesa, tenta di proteggere la reggia, il padre, quel che resta della sua famiglia e anche la moglie che certamente è lì dietro l’altare. 


Ma viene ucciso da Neottolemo. Sua moglie, forse, lo raggiunge e si uccide per non diventare una schiava. Se si dimostrasse che quei due scheletri sono davvero quelli di Polite e della sua donna, vorrebbe dire che gli scavi di Troia ci hanno restituito una delle ultime scene della guerra.

E che negli ultimi tremila anni non è cambiato nulla: le grandi tragedie della storia si nutrono sempre di tragedie minori, come quella dei due piccoli principi morti e dimenticati nel loro ultimo abbraccio.

Kit per fingersi vergine e in Egitto è polemica

di Redazione



Londra - Un kit per simulare la verginità, e aggirare così i vincoli delle società e religioni più conservatrici. Se l’è inventato una ditta cinese ed è distribuito dall’emporio online di giochi per adulti Gigimo: l’"imene artificiale per la verginità" costa circa 15 dollari (poco più di dieci euro) e, inserito nella vagina, se stimolato rilascia un liquido rossastro che assomiglia alla perdita di sangue provocata dalla rottura dell’imene nella deflorazione. Ora la Bbc ha dato notizia della fatwa di un religioso egiziano, Abdul Mouti Bayoumi, che ha chiesto la pena di morte per chi decida di importare o usare il sex toy. Secondo la guida spirituale, studioso della prestigiosa università al-Azhar, utilizzare questo prodotto equivale a diffondere "il vizio nella società".

Spopola in Medioriente
In altre parole, l’imene artificiale metterebbe a rischio ogni "deterrente morale alla fornicazione" che Bayoumi descrive come "un crimine e uno dei peccati capitali dell’Islam". Il religioso non combatte da solo la sua guerra, visto che diversi parlamentari egiziani hanno già chiesto il divieto per l’importazione. Sembra del resto che il giocattolo stia diventando molto diffuso in diversi paesi del Medio Oriente, perché permette alle donne di sembrare vergini alla prima notte di nozze e sconfiggere così il tabù arabo/musulmano del sesso pre-matrimoniale.

L’oggetto in questione viene visto d’altronde come un’alternativa semplice e a basso costo alla chirurgia per la riparazione dell’imene, che in Egitto è fuorilegge ma viene praticata dalle donne in gran segreto nel timore di essere punite - anche violentemente - per la loro condotta "immorale".

Un ossario sotto il mercato ittico

Corriere del Mezzogiorno


Una decina di scheletri rinvenuti nel cantiere della piazza del pesce. Il Comune avverte Asl e soprintendenza




MOLFETTA — Una decina di scheletri, in parte mummifi­cati, sono stati ritrovati duran­te i lavori di riqualificazione del mercato ittico di Molfetta. La macabra scoperta è stata fat­ta l’altro ieri dagli operai che stavano lavorando sul cantie­re di piazza Minuto Pesce, se­de storica del mercato molfet­tese. Il Comune di Molfetta ha co­sì avvertito l’Asl di Bari, la so­printendenza ai beni archeolo­gici e i carabinieri. Attualmen­te sono in corso accertamenti per datare i reperti scoperti nella fossa comune. «Il rinve­nimento delle ossa — spiega l’ingegnere comunale Enzo Balducci, responsabile dell’uf­ficio tecnico, — è stato fatto in un vano interrato sotto il cal­pestio del piano terra.

Il locale in questione era utilizzato dai venditori, prima della ristrut­turazione, come deposito. I la­vori sono stati interrotti sol­tanto in questo vano interrato, ma non nelle altre zone del cantiere. Sarà nostro compito seguire in maniera attenta tut­te le indicazioni che ci verran­no fornite dagli enti preposti». Piazza Minuto pesce è la se­de del mercato ittico dal 1891. In precedenza qui sorgevano il convento e la chiesa di San Francesco di Assisi, edificati nel 1220 dopo la visita del fra­te nel centro adriatico.

La chie­sa fu distrutta poi durante il «Sacco di Molfetta» del luglio 1529 e ricostruita successiva­mente. Poi in epoca napoleoni­ca, esattamente nel 1813, per un decreto murattiano, il con­vento fu trasformato in carce­re. La chiesa venne infine de­molita nel 1888 perché le co­perture erano lesionate, nono­stante i lavori di ristrutturazio­ne fatti più volte, e sostituita con il mercato ittico. I resti umani potrebbero ap­partenere all’antico sepolcro che sorgeva all’interno del con­vento che veniva gestito dai membri della Confraternita della Pietà.

Non è la prima vol­ta che la soprintendeza arriva a Molfetta per controllare re­perti storici, anzi ogni volta che si scava nella zona antica della centro adriatico rinviene qualcosa dal sottosuolo. Sol­tanto qualche mese fa durante i lavori per l’installazione dei cassonetti interrati furono rin­venute le presunte mura di cin­ta della città vecchia. Ma la cir­costanza fu smentita dagli ac­certamenti degli esperti. Ades­so si attendono novità sugli scheletri di piazza Minuto Pe­sce.

A. Alfonso Centrone

Israele scarcera 19 detenute palestinesi e ottiene un video del caporale Shalit

Corriere della Sera


Il soldato israeliano rapito da Hamas nel 2006 appare in un video «vivo e lucido»




TEL AVIV - La lunga trattativa indiretta fra Hamas ed Israele per uno scambio di prigionieri ha superato oggi una prova delicata quando, con precisione cronometrica, Israele ha ricevuto un breve filmato del soldato Ghilad Shalit nel quale il giovane appare «vivo e lucido», e ha liberato 19 detenute palestinesi. Il filmato di Hamas, risultato autentico, è la prima prova concreta che il soldato, rapito da un commando palestinese nel giugno 2006 e da allora custodito in una località segreta, è ancora vivo. La tv israeliana ha definito il giovane «lucido».

IL MEDIATORE - Nella mattinata il mediatore tedesco lo ha consegnato a quello israeliano Haggai Hadas. Questi lo ha inoltrato a sua volta al premier Benyamin Netanyahu il quale deciderà se limitarsi a consegnarlo ai genitori di Shalit, o se anche divulgarlo al pubblico. Avendo stabilito l'autenticità del filmato, che dura circa un minuto, Israele ha rilasciato 19 detenute palestinesi. Con la eccezione di una (destinata a Gaza), hanno varcato il valico di Bitunye e sono state prese in consegna dai dirigenti dell'Autorità nazionale palestinese.

Per loro è stata organizzata una cerimonia di benvenuto nella Muqata, l'ufficio del presidente Abu Mazen a Ramallah. Da parte sua Hamas a Gaza sta mobilitando i propri seguaci per accogliere Fatma al-Zaq, la detenuta palestinese che oggi è stata liberata assieme con il figlioletto di quasi due anni, partorito in carcere. In giornata è programma a Gaza un discorso del leader locale di Hamas, Ismail Haniyeh. Nei commenti della stampa si afferma che gli eventi di oggi rappresentano una «prova generale» in vista di uno scambio di prigionieri a cui il mediatore tedesco sta già lavorando.

L'Idv alla Camera: «Berlusconi mafioso» Sospesa la seduta sullo scudo fiscale

Corriere della Sera


Fini: «Affermazioni gravi, valutiamo sanzioni»


I deputati dell'Italia dei Valori mostrano le "agende rosse" di Borsellino. Bagarre dopo l'intervento di Barbato


ROMA - Bagarre in Aula alla Camera nel corso delle votazioni sugli ordini del giorno al decreto correttivo che contiene la norma sullo scudo fiscale. Il vicepresidente di turno Rosy Bindi ha sospeso la seduta dopo che i deputati dell’Italia dei Valori hanno esposto in Assemblea le "agende rosse" di Paolo Borsellino usate sabato scorso durante la manifestazione antimafia organizzata da Salvatore, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia. Sono state le parole di Francesco Barbato, deputato dell'Idv, a scatenare la ressa.

SEDUTA SOSPESA - L'esponente dipietrista ha accusato la maggioranza e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di essere dei «mafiosi». Secondo il vicepresidente del gruppo del Pdl Italo Bocchino questo «è reato: siamo nell’aula della Camera e chiedo al vicepresidente di intervenire usando il Regolamento. Bindi ha il dovere di espellere Barbato dall’Aula. Ha fatto affermazioni gravi che violano le elementari norme comportamentali. Non possiamo accettare che si possa dire in un’Aula del Parlamento che il premier è mafioso, che la maggioranza è mafiosa». Il vicepresidente della Camera ha sottolineato di aver «espressamente richiamato all’ordine Barbato». Quindi la bagarre: l’Idv ha protestato mostrando le agende rosse e la Bindi si è vista costretta a sospendere la seduta.

FINI - Poco dopo è intervenuto in aula il presidente della Camera, Gianfranco Fini, spiegando che le affermazioni di Barbato sono «oggettivamente gravi» e «saranno oggetto di valutazione da parte dell'Ufficio di presidenza» che «deciderà gli eventuali provvedimenti disciplinari da prendere».

Fini e la querela del pm Woodcock «Non utilizzerò il Lodo Alfano»

Corriere della Sera


La Bongiorno, avvocato del presidente della Camera, ha presentato istanza di rinuncia


ROMA - Il presidente della Camera Gianfranco Fini rinuncia al «Lodo Alfano» (la legge che prevede l'immunità per le 4 principali cariche dello Stato, la cui costituzionalità sarà al vaglio nei prossimi giorni da parte della Consulta) in riferimento ad un procedimento nei suoi confronti, che nasce da una querela dal magistrato Henry John Woodcock per le parole pronunciate dall'ex leader di An a «Porta a Porta» sull'ex pm di Potenza.

L'ANNUNCIO - È stata Giulia Bongiorno, deputata del Pdl e avvocato del presidente della Camera, in una dichiarazione al quotidiano «Il Fatto», a depositare l'istanza di rinuncia al Lodo da parte di Fini su questo fatto specifico. Sulla base d questa istanza, sarebbe già arrivata alla giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera la richiesta da parte della procura competente per questo caso. La Bongiorno ha spiegato che il Presidente della Camera indicherà alla Giunta per le Autorizzazioni di votare no sull’insidacabilità.

Annozero, non scatta la porno-trappola Oltre 7 milioni alla tv per la D'Addario

di Stefano Filippi


Aveva la carta di riserva, quel vecchio volpacchione di Michele Santoro. Dopo una lunga giornata di tira e molla sulla presenza di Patrizia D'Addario ad Annozero, davanti al rischio che la escort numero uno sparisse, il programma di Raidue è cominciato con un'intervista all'escort di scorta. Anche lei barese, anche lei ospite a Palazzo Grazioli, mora e con gli occhialoni neri: si chiama Terry De Nicolò e ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali per la modica cifra di 500 euro con l'ex vicepresidente della regione Puglia, il democratico Sandro Frisullo, e di aver passato una serata con Silvio Berlusconi. 

Apertura a sorpresa, dunque. «Si sa come funziona questo sistema, è uno scambio di favori», rivela la Terry che aggiunge di aver passato piacevoli momenti con un pezzo grosso della sanità pugliese targata centrosinistra. Ce n'è abbastanza per occuparsi del vero scandalo di cui si occupa la magistratura pugliese: quello delle tangenti nella sanità regionale. Ma Santoro se ne guarda bene. «Disgustoso», protesta Maurizio Belpietro, direttore di Libero. 

È un antipasto fuorviante, perché dopo un'oretta di amabili conversari eccola la escort numero 1, la bionda Patrizia, di nero vestita su divano rosso: due prostitute al prezzo di una, nel servizio pubblico (o pubico, copyright Dagospia). Intervista in diretta da Bari per il tramite di un giornalista che scivola subito su una gaffe: «Facciamo finta che siamo soli, così ci aiutiamo tutti e due», dice lui a lei. La D'Addario conferma quello che ripete da sei mesi: le due serate, le registrazioni, la professione di escort dopo aver lavorato nel mondo dello spettacolo, «l'ho confessato subito a Tarantini, con dignità». 

È una parola che ripete anche quando Santoro le chiede cosa si provi a fare quel mestiere: «Molta più dignità che dire di fare la modella o la ragazza immagine». Aggiunge Patrizia che «il premier sapeva che ero una escort». E come faceva a saperlo? «Lo sapevano anche le altre ragazze». Santoro chiede sornione se c'erano teneri sentimenti con il premier: Michele sembra un cronista rosa che infila l'occhio nel buco della serratura e pende dalle rosse labbra di Patrizia. La D'Addario duetta su queste questioni prive di rilievo penale, sentenziando come un «oracolo onniscente» e non smentibile, secondo la definizione di Nicola Porro, vicedirettore del Giornale. 

La sua immagine ingigantita domina lo sfondo dello studio santoriano. «È la protagonista del più grande scandalo del dopoguerra», dichiara la giornalista del Manifesto Norma Rangeri. L'unico momento in cui si scompone è quando Belpietro le chiede «come faccia oggi a campare». Lei spreme una lacrimuccia e sfugge: «Ve la prendete tutti con me nella mia prima intervista alla tv italiana». Ma alla domanda, non risponde. 

Molto più prudente era stato uno degli dei dell'olimpo giornalistico, Carl Bernstein, vincitore del Pulitzer per aver rivelato lo scandalo Watergate, collegato in diretta come la D'Addario. «Se Berlusconi tenta di limitare la libertà d'azione della stampa, sbaglia. Tuttavia non conosco il caso con precisione - dice il giornalista da New York - non posso generalizzare». Ma a Santoro, che confonde Dustin Hoffman con Robert Redford rievocando il film «Tutti gli uomini del presidente», non va bene.

Il conduttore di Annozero dispiega il suo copione poco credibile a base di gossip e prostitute, il trappolone cucinato a freddo pieno di volgarità, nonostante che un parere dell'Ufficio legale Rai sconsigliasse di ospitare Patrizia D'Addario, in quanto indagata e testimone in più di un procedimento giudiziario in corso. «Il doppio ruolo giudiziario comporta il rischio che il suo intervento in trasmissione influisca sullo svolgimento delle indagini in corso», dicono gli avvocati del servizio pubblico. 

A Santoro preme soltanto di andare in onda. Il suo editoriale d'avvio, tutto sorrisini e ammiccamenti da vittima del regime, precede un volgare spezzone della Bbc contro Berlusconi e il suo collega inglese, Gordon Brown. «Se non mando la D'Addario chi garantisce il contraddittorio?». Domande retoriche: ci pensano Patty e Terry, le fonti del giornalismo alla Santoro.

Dapporto: mio padre dimenticato dall’Italia

Avvenire



Dapporto: mio padre dimenticato dall’Italia

 
«Nessuno, a parte voi, si è ri­cordato che 20 anni fa scompariva mio padre, Carlo Dapporto». Il figlio Massimo, uno dei più apprezzati attori italiani, è ama­reggiato dal silenzio sul ventennale del­la morte del grande attore, scomparso il 1° ottobre 1989 a 78 anni, icona della co­micità elegante nel cinema e nella tv an­ni ’50. «Se lo sono scordati, ma non è l’u­nico purtroppo».

Massimo, cosa le manca di più di suo padre 20 anni dopo?
«Mi è facile rivederlo, nei documenti vi­deo, nei vecchi film. Ma mi manca pa­recchio, faceva molto ridere, improvvi­sava, vedeva i giornali e la tv e partiva con le battute. Che direbbe oggi? Avrebbe bi­sogno di assistenza, era debole di cuore».

E come vede, da attore, la carriera di Car­lo Dapporto?
«Una carriera solida, fondata su anni di gavetta e di fame, senza vergognarsene: mio padre veniva da un’Italia dove c’era molta miseria. Anche io ho fatto la mia gavetta, con moglie, figlio piccolo e par­ticine per anni. E il mio cognome non sempre era un vantaggio».

Che cosa ha «copiato» e in che cosa si è distanziato da un padre così celebre?
«Ho cercato il più possibile di distin­guermi da lui, ma mi rendo conto di as- somigliargli sempre di più: così oggi, do­po anni di seriosità, mi sono lasciato an­dare alla mia vena più giocosa»

Invece quali consigli le ha dato?
«I suoi insegnamenti sono stati soprat­tutto di ordine etico e morale, di educa­zione, disponibilità. E mi ha spiegato la parabola del mestiere dell’attore. Da pic­colo avevamo la casa piena di regali. Papà mi disse: 'Ricordati che i regali diminui­ranno, gli attori passano di moda, non montarti mai la testa'. Questo mi ha sal­vato da quando non faccio più tv, dopo anni di grande popolarità. Ora mi dedi­co al teatro, a dicembre debutto nella commedia L’appartamento di Billy Wil­der ».

E dagli amici di suo padre cosa ha im­parato?
«A Roma negli anni ’50 venivano a casa Tino Scotti, Gino Bramieri, Aldo Fabrizi: si facevano grandi risate e si imparava­no mille trucchi del mestiere. A piano terra abitava Titina De Filippo: lei mi fa­ceva ritagliare tanti pezzettini di carta co­lorata che usava nei collage che poi ven­deva per beneficenza in parrocchia. Ma quando arrivava Eduardo mi diceva: 'Corri a casa, che a lui non piacciono i bambini'». 


Qual è il lavoro di Carlo Dapporto cui è più legato?
«Senz’altro La famiglia di Ettore Scola. Lui interpretava me da anziano in un ruolo drammatico, vinse il Nastro d’Ar­gento. Mio padre come tutti gli attori co­mici, era istintivo e si sentiva soffocato dai registi. Gli è mancata una guida for­te. Scola lo ha migliorato come attore, ma rifiutò di recitare per Strehler che lo voleva ne La grande magia. Siccome si conoscevano da giovani, lui mi diceva: 'Figurati se mi faccio comandare da quello lì'. Io, che venivo dall’Accademia, lo detestavo: magari Strehler avesse chia­mato me».

Comunque, anche la comicità da allora è cambiata.
«La comicità oggi è diversa, sguaiata, spe­cie in tv. Mio padre amava l’eleganza, i comici oggi si camuffano dietro alle pa­rolacce e al dialetto: far ridere in un buon italiano è molto più difficile. E poi le fic­tion? Gli attori sono incomprensibili: for­se per non far capire le sciocchezze che scrivono gli sceneggiatori». A sinistra, Carlo Dapporto (foto Grazia Neri) di cui ricorre il ventennale della morte e, a destra, il figlio Massimo apprezzato attore di teatro e di fiction

DALLA GAVETTA A RE DELLA RIVISTA E DI CAROSELLO

 
Nato a Sanremo nel 1911 da umile famiglia e morto a Roma il primo ottobre 1989, Carlo Dapporto debuttò nel teatro di rivista nei primi anni trenta accanto a Carlo Campanini e venne lanciato nel primo dopoguerra da Wanda Osiris. Nel 1947 come capo-comico costituì una propria compagnia mettendo in scena numerose riviste sino a «Giove in doppiopetto» (1954) di Garinei e Giovannini. Autore di sketch e barzellette argutissime, inventò anche celebri personaggi come il maliardo e l’ingenuo "Agostino", protagonista anche di «Carosello». 


Ha lavorato, anche in tv, accanto ai più importanti attori dell’epoca da Isa Barzizza a Walter Chiari, Dario Fo, Sophia Loren, Ugo Tognazzi, Totò, Raimondo Vianello. Dapporto appare in una trentina di film, tra cui «La presidentessa» 1952) di Germi, «Accadde al commissariato» (1954), «Fortunella» (1958) di Eduardo De Filippo, «Polvere di stelle» (1973) di e con Alberto Sordi. L’8 agosto del 1945 nasceva Massimo, attore di teatro e tv. Proprio recitando con lui nel drammatico «La famiglia» (1986) di Ettore Scola, Carlo Dapporto vinse il Nastro d’Argento. 

(A.Cal.)
Angela Calvini

I tempi (lunghi) del Parlamento Dagli eletti soltanto 15 leggi

Corriere della Sera

Gran parte dell'attività è dedicata alla verifica di provvedimenti dell'esecutivo: 87 testi approvati su 102


ROMA - Le leggi? Come tutti sanno si fanno in Parlamento. Ma per cercare chi le firma, cioè chi le propone, biso­gna, quasi nove volte su dieci, bussare al portone di Palazzo Chigi. Loro, i parla­mentari, possono vantare solo rari «suc­cessi autonomi», appena 15 leggi su 102. Come la creazione della commissione Antimafia e quella sul «ciclo dei rifiuti». Due organismi importanti. Ma anche la valorizzazione dell’Abbazia della Santis­sima Trinità di Cava de’ Tirreni e la candi­datura dell’Italia come Paese ospitante del campionato mondiale di rugby. «Grandi» e «piccole» leggi, tra le poche che sono frutto dell’esclusivo lavoro dei parlamentari dall’inizio dell’attuale legi­slatura (28 aprile 2008) fino allo scorso agosto. Perché presentate direttamente da deputati e senatori. E il resto? La gran­de maggioranza, gli altri 87 testi approva­ti in via definitiva dal Parlamento, sono decreti e disegni di legge di iniziativa del Governo. Che quindi fa la parte del leo­ne nell’attività legislativa italiana.

L’iniziativa governativa
È il primo dato, quello che più colpi­sce, nella non facile analisi del lavoro svolto finora dal Parlamento eletto alle ultime politiche, nell’aprile del 2008. Il nostro, si sa, è un sistema parlamentare. E quindi Camera e Senato dovrebbero es­sere i principali attori legislativi. Eppure - ed è un fenomeno riscontrabile non solo con questo governo (Berlusconi), ma anche, come tendenza, con gli ultimi esecutivi che lo hanno preceduto - capi­ta che l’attività di deputati e senatori sia in gran parte consacrata alla verifica, al controllo e all’eventuale modifica di ini­ziative assunte dal Consiglio dei mini­stri. Ciò non vuol dire che il Parlamento non lavori per «confezionare» le stesse leggi di iniziativa governativa. Anzi: ap­pena un testo viene depositato alla Ca­mera o al Senato inizia la battaglia per cercare di modificarlo, almeno nelle par­ti più sensibili, come è ad esempio avve­nuto per il decreto sicurezza. Ma il dato complessivo, 102 leggi promulgate, di cui 87 di iniziativa governativa e appena 15 di iniziativa parlamentare, cioè scrit­te da deputati o senatori, dà bene l’idea di come la «mente» non solo politica, ma anche legislativa, abiti molto più a Palazzo Chigi che a Montecitorio o a Pa­lazzo Madama.

Le leggi «dei parlamentari»
Tanto per scendere nei dettagli, oltre alle leggi già citate, i parlamentari sono riusciti a fare approvare i seguenti prov­vedimenti: l’arruolamento dei congiun­ti di appartenenti alle Forze armate vitti­me del dovere, la ratifica della Conven­zione Onu contro la corruzione, l’adesio­ne al Trattato sulla cooperazione tran­sfrontaliera, l’istituzione della giornata nazionale contro la pedofilia e la pedo­pornografia, la disciplina per lo svolgi­mento del referendum sulla legge eletto­rale, lo sbarramento del 4 per cento alle europee, l’ammissione al voto domicilia­re degli elettori gravemente infermi, il passaggio di alcuni Comuni dalle Mar­che all’Emilia Romagna, l’istituzione del premio «Arca dell’Arte», la modifica del­la Commissione infanzia e la proroga delle missioni internazionali. Mentre il governo si è dedicato, certamente, an­che a «piccoli» provvedimenti (basta pensare ai tantissimi, che riguardano re­altà locali, contenuti nei decreti cosid­detti omnibus), ma soprattutto a leggi di impianto generale come, appunto, il pacchetto sicurezza, il federalismo fisca­le (a cui mancano però i decreti attuati­vi), la riforma della scuola o lo scudo fi­scale che dovrebbe essere approvato og­gi, in via definitiva, alla Camera. Oppure a interventi sensibili come il lodo Alfa­no (l’immunità per le più alte cariche dello Stato) che ha fatto scatenare la bat­taglia tra maggioranza e opposizione. Se invece si prendono in considerazio­ne i testi presentati, ma non ancora ap­provati, alla Camera e al Senato, allora le cifre si ribaltano: su 4385 disegni di leg­ge ben 4200 vengono da deputati e sena­tori e solo 150 dal governo. Che vuol di­re una cosa importante: le proposte par­lamentari per lo più si arenano nelle sab­bie legislative. Per tanti motivi, tra cui anche il superamento da parte di altri ddl, ma soprattutto per la priorità che il calendario parlamentare assegna ai prov­vedimenti considerati più importanti dal governo in carica.

Il lavoro nelle Camere
Ma quanto lavorano i parlamentari? Se lo sono chiesto, proprio in questi gior­ni, con una punta polemica, sia l’ex presi­dente della Camera, Pier Ferdinando Ca­sini («Il Parlamento lavora sempre me­no ») ed Enrico Letta rispetto alla ridotta attività di Montecitorio dopo la pausa estiva. Impossibile quantificare il lavoro realmente svolto nei loro uffici privati al Senato o alla Camera. Come è arduo fare una media di quello consumato nelle commissioni, di cui, per forza di cose, si può avere solo un dato complessivo (quelle permanenti di Montecitorio han­no totalizzato finora 4788 sedute per un impegno di 2595 ore e 15 minuti). Un da­to che invece si può conoscere è quello relativo al lavoro in aula. Facendo la me­dia (comprensiva anche dei giorni di ri­poso) viene fuori che un deputato lavora al massimo 16,52 ore a settimana men­tre il collega senatore 9 ore e mezza. Mentre partecipa a 3,04 sedute a settima­na contro le 3,7 di Palazzo Madama. È be­ne però precisare che si tratta del «massi­mo » di lavoro che ogni parlamentare ha effettuato in questo primo scorcio di legi­slatura, perché, come tutti sanno (e co­me appare evidente dai resoconti parla­mentari ormai anche via tv), le assenze in aula sono molto consistenti. In totale, da fine aprile del 2008 all’agosto del 2009 alla Camera si sono svolte 212 sedu­te per una durata complessiva di 1152 ore e 39 minuti e al Senato 258 sedute per 672 ore e 57 minuti.

La settimana tipo
Questa la settimana tipo del parlamen­tare: arrivo a Roma (per chi ha residenza altrove) il lunedì, solo per i pochi che partecipano alla discussione generale di una legge o, normalmente, il martedì mattina, aula dal martedì al giovedì, poi si riprende la settimana successiva. Per­ché solo raramente si lavora il venerdì e rarissimamente il sabato e la domenica. Quasi sempre, anche alla Camera, nono­stante il presidente Gianfranco Fini ab­bia proposto una mini-riforma organiz­zativa che prevede la «settimana lunga» (da lunedì a venerdì) per concentrare in sette giorni al mese la pausa che permet­te a deputati e senatori di essere presenti nei collegi in cui si è stati eletti. Le vacan­ze sono fissate in genere dall’inizio di agosto a metà settembre e nel periodo natalizio.

Il confronto con la Francia
Così solo in Italia? Se si getta uno sguardo ai «cugini» francesi che hanno ugualmente un sistema bicamerale e con numeri simili (577 deputati all’As­semblea nazionale contro i 630 della no­stra Camera e 343 senatori contro i no­stri 315), si scopre che le cose non van­no in modo tanto diverse. Risalendo al­l’anno legislativo che va dal primo otto­bre 2007 al 30 settembre 2008, l’ultimo di cui si hanno dati ufficiali, si scopre che su 103 leggi approvate ben 89 sono «projets de loi», cioè di iniziativa gover­nativa, mentre solo 14 sono «proposi­tions de loi», di iniziativa parlamentare. Con un ritmo di lavoro leggermente più alto rispetto a Montecitorio, prendendo in considerazione l’Assemblea naziona­le: 246 sedute con una media di 4,7 a set­timana e 919,50 ore con una media di 17,7 ore a settimana.

Paolo Foschi
Roberto Zuccolini

Prima di «Lucy» c'era «Ardi»

Corriere della Sera


La prima descrizione dettagliata del più antico ominide mai ritrovato pubblicata su Science



WASHINGTON -
Lucy ora ha un «nuovo» antenato. Il parziale scheletro di australopiteco femmina che finora rappresentava il più antico progenitore umano mai rinvenuto è stato «superato» da un altro scheletro femminile, già ribattezzato «Ardi», da «Ardipithecus ramidus», una specie di ominide vissuta oltre 4.4 milioni di anni fa. L'annuncio viene dalla rivista «Science» il 2 ottobre con un numero speciale che contiene ben 11 lavori scientifici sull'argomento.

MA NON È «L'ANELLO MANCANTE» - Ardi , che è stato scoperto in Etiopia, non è ancora il più volte evocato «anello mancante», l'antenato comune fra scimmie e uomini, ma ci porta molto più vicino ad esso ed è più antico di oltre un milione di anni rispetto a Lucy. L'analisi di cranio, denti, pelvi, mani, piedi, e altre ossa rivela un «mix» di tratti primitivi che Ardi condivide con i suoi progenitori, i primati del Miocene, ma rivela anche caratteristiche presenti solo in ominidi di epoche posteriori.

NE' SCIMMIA NE' UOMO - «Con l'Ardipiteco abbiamo una forma non specializzata che non è evoluta molto rapidamente verso l'Australopiteco. Così, se analizziamo il corpo dalla testa ai piedi troviamo un mosaico, che non corrisponde né a uno scimpanzè né a un uomo» ha sottolineato Tim White della University of California at Berkeley., uno dei principali autori della ricerca. Questi articoli contengono un enorme quantità di dati raccolti e analizzati grazie a uno sforzo di ricerca internazionale e aprono una nuova finestra su un periodo dell'evoluzione umana su cui ancora sappiamo molto poco e in cui i primi ominidi stavano stabilendosi in Africa dopo essersi differenziati dai propri progenitori, che avevano in comune con le scimmie africane» ha aggiunto Brooks Hanson, vice direttore di Science.

Ora al parco è vietato anche parlare

di Massimo M. Veronese


Si chiama Parco degli Alberi Parlanti ma è muto come un pesce persico. Abita tra villa Margherita e villa Manfrin, alle porte di Treviso, è multimediale e interattivo, ma non dà confidenza a nessuno e si è imposto, come un cilicio di peli di capra, regole di comportamento che nemmeno il penitenziario di Sing Sing o un monastero trappista hanno osato. Silenzio assoluto. Si comunica a gesti o con l’alfabeto muto, se ti tocchi l’orecchio è una «g», se ti copri la bocca è una «a». 

Più che il Parco degli Alberi Parlanti sembra la Casa dalle finestre che ridono. Che era un horror. Ma di Pupi Avati. Vietato giocare a pallone, vietato portare a spasso il cane, vietato parlare, anzi per essere più precisi vietato vociare, cioè strillare, gridare, divertirsi come bambini magari ridere, scherzare, cantare canzoni sul prato. Baciarsi si può a patto che non ti piaccia troppo sennò si sente. Avessero scritto vietato vivere avrebbero fatto prima. Vivere invecchia, consuma, fa male alla salute. Perchè insistere? 

Il posto da un po’ di tempo è diventato un percorso di guerra, un campo minato, che ha quasi più cartelli che alberi, più silenzi che parole: «Il verde è a disposizione di tutti, rispettiamolo e lasciamolo pulito», «Giochiamo nel parco, ma non usiamo la palla per non rovinare la vegetazione», «Nel parco manteniamo un tono di voce moderato tra le ore 13 e le ore 15». Manca: «Ricordati che devi morire». Mò ce lo segniamo. Sotto il cartello che vieta l’ingresso ai cani la ribellione è una parola sola che una turista straniera, così si è firmata, ha scritto indignata con il pennarello: «Incivili». 

È la solita Italia: si ispira al liberismo, predica la deregulation, pratica il menefreghismo, invoca la libertà dei costumi, l’ognuno si vesta come gli pare, viva come crede, poi butti l’occhio appena sopra la testa, dove appendono la segnaletica, e ti ritrovi in posti senza via di fuga, come nel regime degli ayatollah, mancano il divieto di giocare a carte, di indossare cravatte, di esporre manichini dalle forme sconvenienti e dal viso truccato, ma ci arriveremo, senza fretta, da uomini liberi e liberati. 

Il divieto, estate o no, è un’ossessione che dilaga, una parodia del sociale, un percorso di guerra. Mette di buonumore solo per la straripante varietà delle ordinanze contro: a Torre del Lago guai a te se entri in bikini al supermercato, a Capri non si può circolare con gli zoccoli, a Forte dei Marmi tagliare l’erba il sabato e la domenica, a Orbetello masticare chewing gum, a Lecco chiedere l’elemosina, a Chiavari parlare con le prostitute, a Eboli baciarsi in macchina. È tutto così da Eraclea a Cittadella, dal Monte Argentario a Positano, stop ai costruttori di castelli di sabbia, ai mangiatori di kebab, a chi fa uno spuntino sotto l’ombrellone. 

In Alto Adige, per stroncare ogni tentativo di ribellione, vietano di danneggiare i cartelli di divieto. Una volta invece era di moda il vietato vietare. Sindaci, assessori, ordinanze sono come un’epidemia di influenza permanente, non ci si bacia, non ci si stringe la mano, ma la suina almeno a febbraio dovrebbe fare le valigie e andarsene, i pasdaran dell’ecologicamente corretto non è detto.
Anche all’estero non c’è una vera legge che stabilisca la separazione delle carriere tra sindaci e scassapalle: Gent, Belgio, ha abolito la fettina di carne il giovedì, Truro, Canada, le sigarette all’aperto, Vauban, Germania, le macchine per sempre.

Ma nessuno prima d’ora aveva aggiunto alla legge un emendamento che abolisce la chiacchiera da parco, il pettegolezzo sulla vicina, i quattro amici al bar tranne la Cina in piazza Tienanmen e il mullah Omar a Kabul. Il Parco degli Alberi Parlanti è gestito da poco più di un anno dal Gruppo Alcuni, che, raccontano da queste parti, ha recuperato la grande struttura ad arco della cedraia rendendola un bar con una sala per esposizioni, un museo e un laboratorio.

Durante l’anno, soprattutto d’estate, organizzano concerti, spettacoli e letture, soprattutto per i più piccoli. Magari anche un film non sarebbe male. Il silenzio degli innocenti per esempio. Un silenzio che fa paura.

Rai: disdire il canone, vi racconto la mia odissea

di Stefano Lorenzetto


Caro direttore, credo d’essere un esemplare di contribuente quasi unico in Italia. Se mi prometti di non darmi del bamba, ti svelo perché: da dieci anni pago il canone Rai senza possedere un televisore funzionante. Quindi ho deciso di aderire alla campagna del Giornale. Ebbene sì, voglio disdire l’abbonamento anch’io. In altri tempi, te lo dico con sincerità, non l’avrei mai fatto. Ignoro se c’entrasse il principio di non contraddizione: ho lavorato per la Rai e non abbonarsi a se stessi, credimi, è una grande fatica. 

Anche adesso non avrei motivi personali di doglianza verso questa che tutto sommato resta una signora azienda: dalle 21 a mezzanotte di solito leggo, e in ogni caso non ho mai visto, dico mai, una trasmissione in cui comparissero insieme Michele Santoro e Marco Travaglio (normale profilassi epatica, ci tengo alle mie transaminasi), quindi è impossibile che l’ineffabile duo possa darmi sui nervi. Ma dopo aver letto delle loro ultime imprese aderisco per solidarietà al tuo pertinente moto di ribellione. 

Preciso subito: non è che non possieda il televisore. Anzi, in casa di caminetti catodici ce ne sono addirittura quattro, fra grandi e piccoli, e non riscaldano granché. Quella che non ho è l’antenna. Dimmi tu a che serve un televisore senza l’antenna. È come un martello senza manico: non puoi farne niente (questa era di Enzo Biagi, l’aveva sentita da un ingegnere dell’Ala littoria, Bruno Velani, diventato poi il primo amministratore delegato dell’Alitalia, che la riferiva agli uomini senza carattere, però mi pare che si adatti bene anche ai cinescopi senz’anima). 

L’antenna non è stata abbattuta da un fulmine. L’ho fatta smantellare io. Ho assecondato un impulso estetico: mi sembrava che quel trespolo per storni sui coppi deturpasse il circostante panorama agreste. Soprattutto era perfettamente inutile. Sono andato a vivere in una zona d’ombra, una vallata dove la Rai incassa il canone senza mandare in onda alcunché, causa insuperabili ostacoli orografici. Con l’antenna o senza l’antenna, sul video baluginava sempre e comunque una marea di puntini bianconeri. Dicono che adesso sta per arrivare il digitale terrestre. E che m’importa? Qui il segnale non mi raggiungerà mai. Mancano i ripetitori. E quei pochi esistenti sono orientati verso sud, mentre io abito a nord.

Al danno, si sa, s’aggiunge sempre la beffa. In pratica la Rai mi ha obbligato ad abbonarmi a Sky, una ciufeca imbevibile, e a sborsare tutti i mesi 41 euro, cioè ogni giorno più di quanto costa in edicola il nostro quotidiano, solo per poter sbirciare via satellite i titoli del Tg1 e del Tg2, come i doveri professionali m’impongono.

A questo punto, però, mi sembrava improprio, direi quasi riduttivo, disdettare il canone utilizzando il modulo standard che abbiamo pubblicato in prima pagina. La mia situazione meritava un supplemento d’indagine. Per prima cosa sono dunque andato a rileggermi il Regio decreto legge del 21 febbraio 1938, numero 246, avente per oggetto «Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni». È il pretesto giuridico fascista - in certi casi l’antifascismo può attendere - con cui la Rai, di concerto con l’Agenzia delle entrate, ha trasformato il canone in una tassa di possesso sul televisore per giustificarne l’indebita riscossione. Non si capisce che cosa c’entrino le radioaudizioni (di allora) con le televisioni (di oggi), tant’è vero che non esiste una tassa sul possesso della radio

Pensa, direttore, all’astuzia luciferina di chi redasse l’articolo 1 di quel regio decreto, consegnando alla storia una straordinaria prova della famelicità che contraddistingue i lungimiranti gabellieri di tutte le epoche: «Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento». Atti o adattabili. Sta a vedere che col tempo introdurranno la tassa di possesso sulla lavatrice: un po’ di transistor nel cestello, qualche cavetto, due manopole in più, che ci vuole ad adattare a video un oblò?

Legalista come sono, m’è venuto uno scrupolo: il fatto che il televisore di casa, benché privo di antenna, resti comunque potenzialmente collegabile in futuro a un pennone sul tetto, mi obbliga sì o no al versamento? Ho cercato lumi presso la Tv di Stato. Prima telefonata: al 199.123.000. Voce registrata: «Servizio Risponderai», indicativo futuro, seconda persona singolare, nel senso di Risponde Rai, e già avverti un prolasso delle gonadi. Superati quattro sottomenù con le opzioni più fantasiose, inclusa quella riservata agli aspiranti candidati dei telequiz, finalmente mi risponde una persona vera, l’operatore 1508. Gli spiego che ho tolto l’antenna e gli chiedo se devo pagare lo stesso il canone. 

Il primo responso è da teatro dell’assurdo: «Eh sì, o regala il televisore a qualcuno o lo fa rottamare». Mi faccia capire bene, dovrei prendere a martellate un Samsung al plasma da 63 pollici? A questo punto tira in ballo la Guardia di finanza e la tassa di possesso. Insisto: non so se sono stato chiaro, possiedo un oggetto monco, che non riceve per mancanza di un pezzo indispensabile, l’antenna; ha presente un’auto senza le ruote o un ferro da stiro senza la spina?, faccia conto che il mio televisore sia un acquario, in nessuna maniera può captare i programmi terrestri Rai, e per quelli satellitari pago il canone a Sky che me li porta dentro casa col suo decoder. L’operatore 1508 si arrende all’evidenza della logica: «Il suo caso è decisamente particolare. Chiedo a un responsabile. Se mi attende un attimino in linea...». Attendo. L’attimino dura un minuto e mezzo. Niente da fare, il responsabile non vuol prendersi questa responsabilità. Mi viene fornito il numero del call center tecnico: «Le invieranno sicuramente qualcuno a visionare». 

Seconda telefonata, stavolta all’800.111.555, il call center tecnico: «Rai Way, servizio assistenza clienti». Solita trafila. Due minuti in compagnia di Vivaldi, aspettando che si liberi l’operatore 555. Dopo le mie dettagliate spiegazioni, s’intuisce, giusto per restare alle armonie veneziane, che è smonatissimo: «Non ho capito. Qual è la disputa, scusi?», esala. L’accento toscano rafforza il sussiego. Gli ripeto l’antifona. «Vuol disdire il canone? Lo faccia!», ora il tono s’è fatto gagliardo e sprezzante, «questo è un ufficio tecnico».

Appunto, il suo collega di Risponde Rai mi ha detto che dovete venire a casa mia per compiere un sopralluogo tecnico. «Lavoriamo soltanto sui ripetitori. Non capisco perché le abbiano dato questo numero. Noi non siamo della Rai». Ma è Risponde Rai o Risponde Mai? Prima di riattaccare, una benevola concessione: «Ha detto che chiama dal Veneto? Se vuole provo a darle il numero dell’ufficio abbonamenti della sua regione». Voglio. «041.5040164».

Terza telefonata. A Venezia, stavolta. Aria di casa. Ore 16.11 di mercoledì scorso: lo 041.5040164 squilla a vuoto per due minuti, poi cade la linea. Ieri, giovedì, nuovo tentativo alle ore 9.17: occupato. Altro tentativo alle ore 9.31: occupato. Ore 9.41: occupato. Ore 10.05: occupato. Ore 10.20: occupato. Ecco, almeno adesso di buoni motivi per disdire il canone Rai ne ho una mezza dozzina.

D'Addario, il racconto ad «Annozero»: «Il premier sapeva che ero una escort»

Corriere della Sera


«Ho registrato ma non volevo ricattare nessuno. In quelle due serate a Palazzo Grazioli non ero l’unica escort»

 


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ROMA
- «In questa valle di Giosafat l'unica cosa che non farò è smettere di andare in onda: se vogliono che non vado in onda, lo devono dire, altrimenti fino a quel punto sempre in onda sto»: lo ha detto Michele Santoro aprendo la puntata di questa sera di «Annozero», accompagnata dalle polemiche per la presenza di Patrizia D'Addario. Santoro ha raccontato di aver ricevuto «attorno alle 19 di questa sera otto pagine con un parere dell'ufficio legale della Rai che in sostanza diceva che la D'Addario non può partecipare. Siccome era accompagnato da una stringata letterina del mio direttore di rete, gli ho subito chiesto se si trattava di una direttiva o solo di un parere di cui tener conto. E la risposta è stata: non ho ricevuto indicazioni aziendali in merito».

AI GIORNALISTI - In precedenza, prima di entrare in studio, Santoro ha raccontato ai giornalisti i concitati momenti pre-trasmissione: «Mi sono consultato con il mio legale, ma dalla Rai c’è stata una specie di black out». «Mi aspettavo di parlare con Liofredi o con il direttore generale, ma nessuno dei due - dice ancora il giornalista - mi ha risposto. Fino a quando mi è arrivata via mail la risposta ufficiale del direttore di Raidue che preferisco non commentare».

VIDEO BBC E BERNSTEIN - Una volta in onda Santoro ha chiuso il suo intervento iniziale lanciando una provocazione: «Non dico che immaginiamo di fare una tv irriverente così come la fa la Bbc - ha detto Santoro dopo aver mostrato un filmato della tv pubblica britannica che criticava il proprio premier - ma con tre reti Rai che non possono criticare il governo, una rete come La7 che è di Telecom ed ha qualche problema per i contratti telefonici e con tre reti Mediaset che sono del presidente del Consiglio, sono io questa volta a fare un esposto all'Agcom per capire: »chi è che garantisce il contraddittorio in questo paese?». L'ntervento di Marco Travaglio (ancora come ospite, il contratto con la Rai non è stato firmato) è stato incentrato sulla differenza tra Usa e Italia nelle leggi che riguardano le querele contro i giornalisti.

E proprio uno dei grandi nomi del giornalismo Usa, Carl Bernstein (uno dei due giornalisti che scoprirono lo scandalo del Watergate) è intervenuto nel programma. «La stampa ha il dovere legittimo di accertare il vero se ci sono evidenti verità nelle accuse contro un Capo di Stato o un premier- ha detto -. È stato il caso di Monica Lewinsky nei confronti di Clinton ed è il caso che riguarda oggi Berlusconi. C'è da verificare se la condotta generale di Berlusconi si rifletta sul suo incarico. Secondo me le maggiori restrizioni al giornalismo sono autoimposte, più per pressioni o intimidazioni che per volontà del governo». E ha concluso: «Il giornalismo investigativo è un dogma per il giornalismo libero».

D’ADDARIO - Poi è stata la volta di Patrizia D’Addario in collegamento da Bari: «Ero felice del fatto di essere rimasta lì col presidente e che lui si era interessato alla mia persona, ha detto che mandava due persona a Bari sul mio cantiere. Era solo un aiuto che voleva darmi per rendere più veloce la pratica e mi rendeva felice». Patrizia D'Addario racconta così ad «Annozero» il giorno dopo del suo incontro a Palazzo Grazioli con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Il presidente era molto affettuoso e molto gentile, non voglio entrare in merito alle cose della notte, si è interessato alla mia persona e la mia felicità era legata al fatto che lui era molto attento al mio progetto. Il giorno dopo mi ha chiamato ed ero felice», aggiunge D'Addario vestita di nero su divani rossi nel collegamento da Bari con il programma di Michele Santoro.

 «Perché ha registrato? Io non ho tradito nulla, nessuno è arrivato sul mio cantiere. Sono stata convocata dal giudice e dire tutta la verità. Io ho sempre registrato perché così mi sentivo più sicura, non perché volevo ricattare qualcuno, non ho mai pensato ad una cosa del genere», aggiunge, «e in quelle due serate nella residenza romana del Premier Silvio Berlusconi «non ero l’unica escort». «A Palazzo Grazioli - ha aggiunto - sembrava un harem». «Il premier lo sapeva che ero una escort. Lo ha detto anche alla Montereale che sapeva che ero una escort», dichiara poi la D'Addario nella sua intervista ad Annozero. «Se lo hanno detto anche le altre ragazze che sapevano che io dovevo rimanere li? Ho passato tutta la notte col presidente, lo sapevano tutti che erano una escort.

Lo sapeva. Io mi sono presentata al presidente come Alessia». «Non mi vergogno di quello che ho fatto, di quello che ho detto. In Italia c'è la strumentalizzazione della donna. Ma a me importa solo del mio cantiere, liberate il mio cantiere». «La mia candidatura alle europee? Giampaolo Tarantini è venuto a prendere il mio curriculum dicendomi che ero candidata per le europee, quando ha richiamato il suo assistente ha detto che l'intervento della moglie del premier Veronica Lario aveva causato un gran casino sui giornali per le modelle, le veline, non si fa più niente», così racconta Patrizia D'Addario.

BELPIETRO - Ospite in trasmissione il direttore di «Libero», Maurizio Belpietro, che nel pomeriggio ha incontrato il premier nella sua residenza romana di Palazzo Grazioli. «Era un incontro programmato già da tempo», spiega Belpietro. «Sono sceso a Roma, avevo altri appuntamenti e ho incontrato anche il premier. Abbiamo parlato di varie cose, della situazione politica - prosegue il direttore di "Libero" - e, ovviamente, anche della vicenda che riguarda la puntata di "Annozero" di stasera", alla quale è previsto l’intervento della escort pugliese Patrizia D’Addario. Berlusconi ha "manifestato le sue opinioni, che sono note: è indignato per le vicende di questi giorni compreso il caso Santoro con la puntata che ospita Patrizia D'Addario. È convinto che trasmissioni del servizio pubblico non debbano dare spazio a certi personaggi, che sia un’operazione politica. Io, da parte mia - conclude Belpietro - gli ho detto che credo che, al di là delle opinioni sulla trasmissione, non si dovesse fare nulla, non ci dovessero essere tentativi suoi o di altri di fermare la trasmissione».


01 ottobre 2009(ultima modifica: 02 ottobre 2009)